FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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RESURREZIONE

Eric Marengo




Incipit Marzo '90 dedicato ai nemici del tubo catodico.

Squillò il telefono: fui percorso da un istintivo fremito. Ogni telefonata fuori dal consueto orario mi metteva in apprensione, ma quella mattina i miei timori sembravano avere un certo fondamento, come se dentro di me covassi un'oscura angoscia della quale non ricordavo l'origine. La sera prima ero andato ad un incontro con i vecchi amici dell'università e dovevo essere rincasato molto tardi, sebbene non ricordassi assolutamente nulla di quello che mi era capitato nella lunga notte che avevamo trascorso insieme.
Per il progetto home-working la Multinazionale mi aveva assegnato un terminale che avevo sistemato in fondo al letto, cosicché ogni momento della giornata lo trascorrevo sdraiato davanti allo schermo a fosfori verdi. Esitai ancora qualche istante, quindi allungai un braccio verso l'interfono, dando via libera alla chiamata.
Il video centrale si illuminò a delineare le fattezze di un volto femminile, la cui voce risuonò nella stanza:
"Ciao Eric. Che faccia stravolta, spero di non averti svegliato. Volevo solo avvertirti che non potremo vederci oggi. Ho molto lavoro da fare e non credo che potrò uscire per il pranzo. Ci sentiamo più tardi, ok?"

Erano passati sei mesi da quando avevo conosciuto Helen, e da allora la mia vita era cambiata: mi alzavo regolarmente ogni mattina, godevo della luce del nuovo giorno e camminavo per un paio d'ore tra l'erba e gli alberi di quel piccolo ritaglio di natura che restava tra i due grandi complessi residenziali di sud-est.
Helen era impiegata nel palazzo uffici che dava sul parco, un'immensa costruzione di cristallo che inghiottiva ogni mattina migliaia di persone per restituirle al mondo solo alla fine della giornata lavorativa. Anche io ero stato impiegato là dentro per alcuni anni, prima di accettare il trasferimento al progetto home-working.
In coincidenza con la pausa pranzo mi facevo trovare all'uscita del palazzo e insieme andavamo nel parco a passeggiare. Non tutti apprezzavano quel frammento di verde; lo disprezzavano i sostenitori del progresso forzato, che lo consideravano un ostacolo allo sviluppo del polo terziario, non lo apprezzavano gli ambientalisti, criticandone la creazione a loro avviso troppo artificiale.
Io invece trovavo che quel posto avesse un che di magico: le sue collinette ed i suoi rivoli d'acqua davano una pace ed una serenità ormai indispensabili alla mia anima. E poi c'era lei... Quelle trascorse con lei erano le ore più belle della giornata; insieme parlavamo di ogni cosa....

Ripensai alla strana sensazione che avevo provato al mio risveglio. Era senza dubbio causata dagli accadimenti della sera prima: qualcosa doveva avermi profondamente turbato.
In un attimo ricordai quello strano effetto: le immagini davanti a me si erano come dissolte in un fruscio di piccole luci, come nello schermo di un televisore fuori sintonia e, per un periodo di tempo che non ero riuscito a determinare, ogni sensazione era scomparsa dalla mia mente, come se il mondo esterno si fosse dissolto.
Decisi di alzarmi. Dovevo rintracciare Marc, lui poteva dirmi con esattezza cosa fosse successo quella sera ed era l'unico del gruppo di cui possedessi ancora il recapito.

Lo trovai nel suo appartamento, al diciottesimo piano di un palazzo di periferia a nord della città. Viveva solo; anche lui lavorava per la Multinazionale ed era, come era logico aspettarsi, davanti al terminale. Ci eravamo conosciuti al terzo anno di università ed eravamo stati buoni amici per molto tempo anche dopo la laurea. Dopo il suo matrimonio ci eravamo persi di vista ma continuavamo a sentirci di tanto in tanto e quando dopo circa due anni si separò dalla moglie io fui la prima persona con la quale riuscì a confidarsi.
Sembrò sorpreso dalla mia visita ma dal tono della sua voce capii che era lieto di vedermi.
"Come mai non mi hai chiamato per telefono?"; nell'era delle telecomunicazioni era certamente una cosa insolita recarsi di persona dal proprio interlocutore.
"Non avevo il tuo numero e comunque avevo bisogno di parlarti a quattr'occhi.... ".
Gli parlai di quello che ricordavo, o meglio che non ricordavo, della sera prima. Ero certo che lui mi avrebbe spiegato quello che era successo, di come e perché ero svenuto; ma la sua risposta mi sconcertò.
"Sei stato male? A me sei sembrato decisamente in forma, soprattutto quando hai provato a rimorchiare quella cameriera..."

Tornando a casa, seduto sul sedile della metropolitana, mi accorsi di essere ancora più confuso di prima. Tutto ciò che Marc mi aveva raccontato non trovava riscontro nei miei ricordi, mentre ricordavo benissimo di non avere bevuto alcoolici quella sera.
I miei pensieri furono interrotti dalla voce della signora seduta accanto a me. Mi aveva chiesto qualcosa, ma il significato delle sue parole mi era sfuggito. Stavo per chiederle di ripetere, quando mi accorsi di non riuscire più a parlare né a muovermi. La signora mi guardava sorridendo, come se nulla fosse, finché la sua immagine non scomparve in un fruscio di colori.


Quando riaprii gli occhi fui accecato da una luce intensa dritta in fronte a me. Dopo qualche istante il fastidio cessò, ma non riuscivo comunque a vedere niente attorno fuorché quella luce. Capii di trovarmi in posizione orizzontale, braccia e gambe distese lungo il corpo.
Provai a muovermi: i miei arti erano come anchilosati e riuscii a stento ad allungare un braccio. Tutti i miei sforzi di movimento si infrangevano contro una barriera oscura che mi avvolgeva completamente.
Cercai di urlare ma non un suono uscì dalla mia gola.
Spinsi allora con forza entrambe le braccia davanti a me: la barriera cedette di schianto.
Avevo creduto di trovarmi rinchiuso in una bara; la realtà non era tanto diversa: ero riuscito a stento ad uscire da uno strano sarcofago metallico con un oblò trasparente all'altezza del viso e mi trovavo ora in un lungo corridoio delimitato da due lunghe file di oggetti identici a quello nel quale ero stato rinchiuso. Dietro ognuno degli oblò si intravedeva un volto diverso: erano centinaia, su più file, e c'era un'infinita rete di corridoi tutti uguali, ognuno contrassegnato da una lettera e più cifre.
Camminavo a stento sulle grate metalliche del pavimento, le mie gambe stavano lentamente abituandosi al movimento.
Mi fermai ad osservare uno di quei volti: il suo cranio era completamente rasato ed ai lati era collegato a dei fili che terminavano all'interno della macchina.
Gli occhi erano spalancati e le sue pupille si spostavano con rapidi movimenti da una parte all'altra delle orbite come in una fase di sonno rem. Erano tutti immobili ma coscienti; sui loro volti si leggevano le emozioni che probabilmente stavano provando.
Riguardai l'involucro dal quale ero uscito: la sua luce era spenta e dal coperchio socchiuso pendevano dei fili.
Spinte dall'angoscia le mani salirono istintivamente a sfiorarmi la testa e con terrore non avvertirono altro che la liscia pelle interrotta, all'altezza delle tempie, da due rilievi metallici.

Vagai per ore tra i corridoi alla ricerca di qualcuno o di qualcosa che potesse in qualche modo spiegarmi il significato di ciò che mi circondava, ma inutilmente. Mi accucciai infine in un angolo e, esausto, mi addormentai.

Fui svegliato da una voce che mi chiamava. Aprii gli occhi e vidi un uomo in piedi davanti a me che mi fissava. Era anziano, il volto scavato e nascosto da una folta barba canuta. Aspettai che fosse lui a parlare per primo. "Benvenuto nel mondo reale! Ti stavo aspettando... Non temere, le cose non sono così complicate come sembrano.... ti spiegherò tutto....".

Dopo alcune ore di conversazione sembrava tutto più chiaro, ma al tempo stesso sinistramente incredibile.
Ognuno di quegli involucri era una macchina generatrice di esistenze virtuali, frutto di sofisticati programmi di simulazione in grado di interagire con il tessuto cerebrale umano grazie alle connessioni con le terminazioni neuronali del cervello, provocando ogni genere di sensazione e registrando poi le reazioni provocate nell'individuo.
Il sistema era in grado di gestire contemporaneamente centinaia di migliaia di vite in parallelo, facendo sì che si interconnettessero, quasi a creare una società virtuale. Era una società perfetta in grado di controllare le sensazioni e le reazioni di ogni individuo, di soddisfarne i bisogni ed i desideri, ottimizzando le ambizioni e la felicità del maggior numero di persone.
Io ero una delle sessantamila persone rinchiuse in quell'hangar: un numero di matricola, nulla di più. Tutti i ricordi che stavano in me erano artificiali, come le situazioni che avevo affrontato.
"Non riesco ancora a convincermi. Ho trascorso la mia intera esistenza immobile dentro ad un sarcofago, calato in un mondo irreale, creato da una macchina. In tutto quello che ho visto, che ho sentito, che ho vissuto, non c'era niente di reale... e tutte queste persone stanno tutte vivendo una realtà immaginaria...".
Il vecchio mi guardò con aria bonaria, accennando ad un sorriso: "Ma i tuoi sentimenti, i tuoi pensieri, erano reali. Le persone che hai incontrato nella rete erano dotate di volontà, come te in grado di gestire il proprio destino. Tu hai vissuto. Dov'è la differenza? "
"Se lo credi veramente, allora perché..."
"Perché non sono tornato a sognare?....". Finalmente dal suo viso scomparve il sorriso e di colpo si fece serio: "Tutto questo ti sembra assurdo vero? Completamente privo di senso. Anch'io ho avuto la stessa impressione per lungo tempo. Ho vagato per questi corridoi per anni, osservando i loro volti e le espressioni che assumevano; sorrisi, pianti... e ho finito per invidiarli. Io non so cosa ci sia fuori di qui, ma stando qui dentro mi sono convinto che tutto questo non è poi così assurdo. Se si deve scegliere tra un sogno ed una indesiderata realtà..."
"Non c'è nessuno oltre a noi...."
"Nessuno. Quando mi svegliai incontrai un uomo, come tu oggi hai incontrato me. Non so cosa gli sia accaduto. Sparì poco tempo dopo; lui il mondo reale lo aveva visto, prima di entrare qui dentro. I programmi della macchina sono stati modellati su quella realtà, i sogni che abbiamo vissuto appartengono a quell'epoca e il sistema che li crea è il frutto di una lunga evoluzione tecnologica.
Tutto cominciò da apparecchi primitivi esterni ai processi mentali, come i televisori o le radio, poi cominciarono ad applicarli agli organi sensoriali: cuffie stereofoniche, visori, e ad essi collegarono i computer. La chiamarono "realtà virtuale".
Il passo successivo fu di abbattere l'ultima barriera tra la mente e la macchina... fu l'invenzione di uno scienziato americano: apparecchi in grado di ridare la vista ai ciechi attraverso le "terminazioni neuronali", ma la loro applicazione andò molto oltre..."
"Ma perché? Che cosa ci ha ridotti così?"
"E' la stessa domanda che posi a quell'uomo, ma non mi rispose. Sembrava non trovasse le parole per spiegarsi, o forse la sua mente ne aveva rimosso il ricordo. Ad ogni modo sparì prima che gli potessi riproporre la questione."
"Ma è davvero così orribile il mondo là fuori?"
"Qualunque cosa ci sia deve esserlo. Di certo là fuori non c'è più niente di simile al sogno; altrimenti perché ricostruirlo? Forse l'intero pianeta è stato sconvolto da una guerra, o da un cataclisma, e questo può essere l'unico modo per sopravvivere."
Si guardò attorno, poi continuò: "Hai notato una cosa? Ci troviamo in una costruzione ciclopica, con macchinari molto complessi, sistemi di aerazione e climatizzazione. Ci sono dei terminali ma gli unici messaggi che ci hanno lasciato ci ammoniscono a non uscire e a non interrompere il funzionamento delle macchine. Ci sono poche provviste, il minimo indispensabile per permetterci di sopravvivere.. tutto questo può voler dire una sola cosa: noi siamo qui per errore e la nostra presenza è a malapena tollerata dal Sistema."

Erano trascorsi ormai almeno un paio di mesi dal mio risveglio, ed in quel periodo dovevo aver percorso avanti e indietro il lungo corridoio centinaia di volte. Avevo osservato volti ed espressioni di migliaia di persone senza riuscire a ricavare alcuna risposta o spiegazione a tutto ciò che vedevo. Scorrevo i miei ricordi: il profumo dei fiori, il calore del sole, il sorriso di lei... come poteva non essere vero? E se tutto ciò che avevo vissuto era solo un illusione, chi ero io veramente? Qual'era il mio nome? Non ero nessuno, non avevo padre né madre, non una storia, un passato. Ero affamato e mi fermai ancora una volta presso il distributore. Ne ricavai alcune tavolette friabili e delle fette di una strana sostanza gommosa.
La sala frigorifera conteneva di certo una notevole quantità di cibo e vitamine che mi avrebbero permesso di continuare a nutrirmi per anni. Ormai avevo deciso: non ci sarebbero più stati sogni per me dopo il giorno del risveglio. Ma ancora i dubbi mi assillavano. Pensavo a me, al vecchio, e a quell'uomo che si era svegliato prima di lui.... forse i nostri risvegli non erano poi così casuali. Era come se la macchina richiamasse in vita un essere ad ogni generazione...
Ad un tratto capii: questo genere di esistenza doveva essere il frutto di una scelta: io ero il Prescelto chiamato a rinnovarla.
Avevo bisogno di riflettere. Vagai per ore per i corridoi, il rimbombo dei miei passi sulle pesanti grate del pavimento scandiva il ritmo dei miei pensieri. Non avevo una meta precisa, ma mi accorsi che inconsapevolmente mi stavo dirigendo verso un punto preciso dell'immenso hangar.
Girai l'angolo e la vidi, immobile, là dove era sempre stata. Era una donna molto giovane e le sue fattezze mi erano stranamente familiari. La osservai più da vicino e solo allora notai una certa somiglianza con Helen; effettivamente certi suoi tratti erano pressoché identici a quelli della donna che avevo amato.

La stavo osservando ormai da diverse ore. Di tanto in tanto mi sembrava di scorgere un leggero sorriso delinearsi sul suo volto. Non era solo un'impressione: sorrideva, ed io riuscivo come a percepire i suoi pensieri, a sentire il suono delle sue risate, il tono della sua voce.... Mi immaginavo accanto a lei nel nostro amato parco, dove usavamo sederci tra le foglie incrociando le nostre vite. Avevo un immenso bisogno di parlarle, di conoscere la sua realtà, volevo partecipare alle sue emozioni, alle sue gioie...
Forse avrei dovuto svegliarla... ma come avrei potuto strapparla alle sue illusioni per portarla in una realtà così squallida e priva di certezze? Chissà se si era accorta della mia scomparsa, o forse il sistema aveva continuato a darle l'illusione della mia esistenza sostituendomi con un alter-ego virtuale.
In fondo in me non esisteva niente di reale, fuorché un corpo inerme che aveva vegetato per anni.

Avevo molte domande da porre al vecchio; lui era l'unico che potesse darmi delle risposte. Mi diressi nella zona ribassata, dove era solito riposare. Di lui nessuna traccia. Su di un ripiano erano posate alla rinfusa le sue cose e, in un angolo, dei fogli. Non mi era mai venuto in mente di chiedergli che cosa ci scrivesse sopra. Mi avvicinai. Erano dei disegni: paesaggi, volti... ed un testo, in rime, che sembrava una ninnananna con a fianco il ritratto di un bambino.
Risalii la rampa e mi inoltrai nell'hangar. Accelerai il passo fino ad arrivare a metà del corridoio centrale; nel corridoio laterale alla mia destra il buio del mio loculo spezzava la fila delle luci allineate.
Andai oltre: fila 83.
Proseguii osservando i volti che mi circondavano, finché, dietro uno degli oblò non vidi quello che temevo.
Il viso del vecchio era sereno, il suo sorriso sembrava quello di una persona che, dopo una lunga fatica, torna al meritato riposo. In quel loculo era rimasto ad attenderlo il suo mondo, tranquillo e colorato come sempre, pronto ad accoglierlo come dopo un brutto sogno. Lui aveva scelto. Ora il Sistema aspettava la mia decisione: non c'era fretta, avrei avuto una vita intera per riflettere, così come gli altri Prescelti avevano fatto prima di me.
Ma io avevo già deciso. Ripercorsi il lungo corridoio in senso opposto. Ricordavo di aver visto uno strano sportello sulla parete sud, sul quale campeggiava una strana scritta intermittente: "aprire solo in caso di perdita di pressione".
Non sapevo immaginare quale potesse essere il significato, ma quello era l'unico posto dell'hangar a me ancora sconosciuto ed era il caso di darci un'occhiata.
Lungo il cammino passai ancora una volta davanti al volto di quella ragazza... non mi fermai.
Vidi apparire in lontananza la luce rossa della scritta, mi avvicinai allo sportello e lo aprii. All'interno c'erano una pesante tuta e delle bombole d'ossigeno. L'indossai con calma, sigillandovi infine il casco. Di fronte a me era apparsa una grossa leva, con un sottile sigillo che la legava alla parete. Sotto, una piccola scritta: "apertura parete". L'afferrai con entrambe le mani, spingendola con energia verso il basso. Uno stridulo cigolio rimbombò nell'aria.
Lentamente la parete stava scorrendo verso l'alto e fui investito da una cascata di luce.

Non sapevo cosa avrei trovato aldilà della pesante saracinesca d'acciaio, ma qualunque realtà mi si fosse presentata l'avrei affrontata; avrei vissuto e sarei morto così come era stato per i miei antenati per millenni, così come era scritto nel destino dell'uomo.



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