FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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NEL SANGUE E NEL RESPIRO

Riccardo Tommasini




I

"...non osi l'uomo dividere ciò che Dio ha unito".
Suonava proprio come una minaccia. Carlo ci faceva caso ogni volta che la sentiva.
Ormai i matrimoni a cui aveva assistito stavano diventando parecchi, e conosceva bene tutte le fasi della cerimonia, soprattutto considerando che erano le uniche occasioni in cui entrava in una chiesa, i matrimoni. I matrimoni e i funerali, ma per fortuna i funerali erano molto rari per ora. Aveva solo ventisette anni, e questo era il periodo dei matrimoni. Era cominciato circa due anni fa, con l'annuncio a sorpresa della prima coppia che "convolava". Avevano dato il "la", e in meno di due anni c'erano state altre otto cerimonie, e gli scapoli erano passati in netta minoranza, nel giro delle sue conoscenze.
Lui faceva parte di questa minoranza; non solo, prometteva anche di resistere parecchio, perché oltre che scapolo, non era nemmeno fidanzato. Uno dei pochissimi "single" in circolazione, ormai. Non gli piaceva la parola "single", gli veniva da tradurla non con "singolo", ma con "solo", e non gli faceva un bell'effetto. Non sopportava il pensiero della solitudine, lo spaventava. Ma, a parte se stesso, non lo ammetteva con nessuno.
Si guardò intorno nella piccola chiesa; a sinistra la famiglia della sposa, a destra quella dello sposo; dietro, in ordine sparso, gli amici, più o meno comuni ad entrambi.
Eccole lì, le coppie già saldate nel sacro vincolo. Loro il problema della solitudine non lo sentivano. Non lo sentivano? Bastava sposarsi, promettere a qualcuno di volergli bene e andare a vivere insieme per risolvere il problema? No, forse non era così semplice.
Davanti a lui, seduti su una panca, Antonio e Lucia, i primi che si erano sposati. Chissà se veramente avevano risolto il problema della solitudine. Non poteva saperlo, e nemmeno andarglielo a chiedere; però sapeva che per lui, sposandosi con Lucia, ad esempio, non sarebbe cambiato niente.
Come se si fosse sentita chiamata in causa, Lucia si girò verso di lui, e vedendo che la stava fissando gli sorrise e alzò gli occhi verso il cielo, come se non ne potesse più; in effetti il prete la stava tirando un po' per le lunghe. Poi, con un altro sorriso e una strizzatina d'occhio, si girò nuovamente e riprese a seguire la cerimonia.
Era bella Lucia, molto fine, un tipo elegante; quel giorno indossava un tailleur blu, sotto la pelliccia di un animale che Carlo non sapeva riconoscere: visone, ermellino o chi diavolo sa che altro. Aveva decisamente un'aria da "signora".
Carlo non apprezzava moltissimo le "signore", nel senso di quelle ragazze, o donne, che, una volta sposate, decidono di prendere sul serio la loro nuova condizione. E quindi decidono di doversi comportare come si conviene ad una moglie; decidono che non sono più delle giovincelle, che sono adulte, che serve un contegno, che bisogna mettere la testa a posto, dimenticare certe idee da ragazzina, certi entusiasmi immotivati, frenare gli atteggiamenti spontanei, non più consoni al nuovo stato delle cose. Bleah.
Lucia era diventata così, sposandosi. Ma non lo era mai stata, prima; o forse lo era stata ma lui non se ne era mai reso conto? Qualche anno prima (ma quanti anni? nove, dieci?, dio come passa il tempo) lui e Lucia avevano avuto una breve storia. La sua prima storia. Un amore estivo, da adolescente un po' imbranato; e quindi totale, assoluto.
Adesso quella ragazza era davanti a lui, sposata con un altro, e si era tramutata in una "signora". Certo allora gli sarebbe sembrato impossibile poterla guardare senza provare una fitta al cuore, o un trasporto immediato; poterle stare vicino senza il desiderio di stringerla. Ricordava anche quando la loro avventura si era conclusa: lei, neanche due mesi più tardi, aveva iniziato a trattarlo con un po' di distacco, e in capo a dieci giorni si erano lasciati da buoni amici: perlomeno così aveva detto Laura, e così aveva acconsentito a dire lui, in un moto di orgoglio che però aveva pagato nei mesi successivi, sentendosi dentro come uno strofinaccio strizzato tutte le volte che la vedeva, o che solo pensava a lei. Poi, a poco a poco, gli era passata, e aveva cominciato a rendersi conto di come lei non fosse stata, in fondo, la dolce ragazza che lui vedeva, di come avesse idealizzato quel primo, entusiasmante, fulmineo amore. Curiosamente, era stata questa successiva scoperta che aveva deposto la prima patina opaca sulla lucentezza dei suoi ideali amorosi, e non la fine improvvisa e, per certi versi, violenta, di quello che lui aveva, per un breve periodo, considerato come un grande, unico possibile, amore.


II

La giornata era fredda, con un vento teso da nordovest che aveva spazzato via le nubi e la foschia dei giorni precedenti. Ancora troppo freddo per sperare che fosse un annuncio di primavera, ma Carlo era contento di avere organizzato quella passeggiata.
La loro destinazione non si poteva proprio definire un monte, coi suoi 1300 metri, ma era ancora troppo presto per lanciarsi in gite più impegnative; inoltre non avrebbe trovato nessuno disposto a seguirlo, se la meta fosse stata più ardua di così. Invece, con la promessa di un panorama stupendo, e di un pranzo in rifugio altrettanto invitante, era riuscito a combinare una combriccola di una decina di persone.
In questo periodo faceva di tutto per muoversi in gruppo: si era accorto che tendeva ad isolarsi, ultimamente, e non gli piaceva l'idea. Doveva contrastare, per quanto possibile, quella pigrizia, quell'indolenza nei confronti degli altri. Anche perché sentiva che non era dovuta a chi gli stava intorno, ma ad un malessere suo proprio, che lo portava a chiudersi. No, non era una bella cosa. Dalla cresta si poteva spaziare con lo sguardo sia verso la pianura, in direzione di Milano, sia verso il lago e le Alpi, a nord. Tirava un'aria veramente gelida, ma non aveva ancora voglia di entrare al rifugio; il vento gli era sempre piaciuto, gli pareva potesse risollevargli lo spirito, come solleva le ali di un aliante, un'energia semplice e pulita, buona.
"Tra un po' si mangia". Era Roberto, che era venuto ad avvisarlo. "Bello qui, vero?", continuò, sedendosi accanto a lui. Carlo non gli rispose nemmeno, rimasero a guardare il pendio che scendeva verso il lago, e al di là, le montagne che ricominciavano a salire fino a perdita d'occhio; cime di montagne numerose, aspre e bianche come le onde increspate di un mare agitato: tutte simili, lo sguardo si smarriva, e all'orizzonte, unica vetta riconoscibile per la maestosità, il Rosa.
Sì, è bello qui, pensò, e fu contento che Roberto fosse lì con lui. Gli piaceva condividere questa sensazione di infinito, di sovrumano, con qualcuno che non aveva bisogno di parole per capire. Roberto era un amico, uno di quelli veri, come si dice; si conoscevano da quasi quindici anni, e in tutto questo tempo non ricordava un episodio, per lui difficile, in cui Roberto non fosse stato a portata di voce; di solito anche prima di essere richiesto era già presente, in mille modi diversi. Era una specie di grosso orso, con una voce da basso tuba che faceva vibrare le pareti delle stanze, quando rideva. E aveva un istinto di protezione, nei confronti di Carlo, sempre vigile. Carlo sapeva di non poter fare niente senza che lui se ne rendesse conto; se c'era Roberto in zona, non riusciva neanche a pensare, senza sentirsi allo scoperto. Gli voleva bene, e gli era grato per questa sua ingombrante presenza, che lo aveva sostenuto nei suoi momenti neri. Non si erano mai riusciti a spiegare da dove venisse quella loro affinità, quell'intesa immediata tra una specie di orso socievole, chiassoso e sempre spensierato (almeno all'apparenza) e una specie di lupo selvatico, abituato, suo malgrado, a convivere solo con se stesso, ormai quasi diffidente nei confronti dei suoi simili. Roberto, ridendo, sosteneva con tutti che Carlo giocava sempre al bel tenebroso perché si era rivelata una tecnica che funzionava con le ragazze; lo avesse detto qualcun altro, non gliela avrebbe fatta passare tanto liscia; ma sapeva che per Roberto era il modo di esorcizzare la paura che il suo amico si stesse allontanando lungo una strada che portava in luoghi dove lui non poteva arrivare. Gli voleva bene anche per questo.

"Allora il prossimo sei tu, eh?" lo punzecchiò Carlo. Roberto si sarebbe sposato di lì a pochi mesi.
"Già, prima o poi tutti alla gogna", rispose; ma non riusciva a dirlo con tono triste neanche per scherzo. Per Roberto sposarsi era un sogno, un sogno per il quale, all'insaputa di molti, aveva dovuto combattere. La sua storia con Valentina durava da sei anni, ormai, ma non era mai stata facile. Prima le resistenze dei genitori di lei, che non vedevano assolutamente di buon occhio che la loro unica, preziosa, figlia avesse a che fare con quello che consideravano uno spiantato; era incredibile come ci fossero ancora genitori di quel genere, in circolazione; Roberto faceva il fotografo, era quello che aveva sempre desiderato, e adesso finalmente aveva trovato un posto sicuro, per una rivista di arredamento, che gli permetteva di avere uno stipendio regolare. Ma erano stati anni difficili, con il carico dei genitori anziani sulle spalle, e la necessità di raggranellare quattro soldi ovunque ce ne fosse la possibilità. Poi sua madre si era ammalata, e la situazione era ancora peggiorata, con suo padre incapace di provvedere alla moglie, sia economicamente che praticamente. Era andato avanti così per alcuni anni, troppo impegnato a sopravvivere per poter vivere. Poi sua madre era morta, l'anno dopo lui aveva trovato quel posto; ora le cose avevano cominciato ad andare meglio. Casa sua non era enorme, ma ci si poteva sistemare facilmente, anche con suo padre. E allora sposare Valentina era finalmente diventato un pensiero possibile. Era stata brava Valentina, a stargli a fianco per tutto quel tempo; Carlo la ammirava, così come ammirava lui. Gli sarebbe piaciuto essere simile a loro, forti, irruenti e così dannatamente positivi. Mah, forse ci si nasce, con certe qualità, così come si nasce con gli occhi azzurri o le orecchie piccole. Carlo, per fortuna, non aveva mai dovuto misurarsi con niente di più serio di qualche delusione amorosa, non aveva mai dovuto combattere con niente di più difficile di un esame universitario; a parte Laura. Ma Laura era un discorso diverso. Non aveva avuto niente contro cui poter combattere.
"Dai, lupo, che ci scolano tutto il vino", esclamò Roberto, dandogli uno strattone.
Rientrarono nel caldo del rifugio, tra la confusione di voci e di vapori che salivano dalle tavolate, e si sedettero col resto del gruppo. Gli era venuta fame, e attaccò con buona volontà il piatto di polenta che gli misero davanti. Gli altri amici sembravano già ben carburati, in quanto a vino. I visi rossi la dicevano lunga, su quello che avevano bevuto mentre lui era fuori, e anche le risate che si sentivano, per metà suonavano forzate dall'alcol. Gli piacque quell'atmosfera così fuori dal normale, quell'allegria esagerata, diffusa: anche Lucia aveva di nuovo perso l'aria da "signora", e per un attimo lui rivide la ragazza allegra con cui aveva passato le sere estive dei suoi diciassette anni. Come si dice? In vino veritas... Beh, forse era un po' esagerato, ma senz'altro un po' d'alcol aiuta. A volte anche troppo...

Tornò con la mente al capodanno di quando aveva ventidue anni. In quella grande casa di campagna, di proprietà dei genitori di Valentina, si erano trovati in molti, per festeggiare. E ognuno aveva ritenuto gentile provvedere a fornire un paio di bottiglie, quindi è facile immaginare come si fosse sviluppata la serata. Fino alla mezzanotte era stata una festa tranquilla, mentre qualcuno ballava e a tavola giravano piatti di lenticchie e cotechini, in onore delle più classiche tradizioni. Lui aveva bevuto un po' troppo, non da stare male, perché l'alcol lo reggeva bene, ma senz'altro quanto bastava a scioglierlo un po'; un po' di meno sarebbe stato meglio. Dopo la mezzanotte erano usciti sul prato tutti quanti per vedere i fuochi d'artificio che si sollevavano dal vicino paese; il giorno prima aveva nevicato parecchio, e tutta la campagna veniva illuminata dallo scoppio dei petardi e dai loro riflessi sullo sfondo bianco. Era stato lì in giardino che era successo: non aveva ben chiaro che cosa, ma, probabilmente sotto l'effetto del vino, doveva aver detto qualcosa che era suonato molto offensivo alle orecchie di un tal Luca, mai visto prima né, fortunatamente, dopo. Quello che aveva ancora ben presente era che si era preso un gran pugno in faccia, e si era ritrovato per terra, a fissare il suo sangue che gocciolava dal naso a macchiare la neve, ancor prima di capire cosa fosse successo; in compenso la sbronza gli era passata all'istante. Dopo di che questo Luca aveva raccolto rapidamente la sua roba, e se ne era andato, senza dare spiegazioni a nessuno. Aveva un bel dire lui, che non lo sapeva, perché si era beccato quel cazzotto; non gli volevano credere.
Comunque adesso era lì, in bagno, a tamponarsi il naso; gli veniva anche da ridere, a pensarci, ma gli faceva troppo male.
"Come va? Si è fermato?"; Laura entrò in bagno e afferrò un altro asciugamano, visto che quello che aveva lui oramai era tutto macchiato, e non si riusciva a capire se l'emorragia si fosse fermata o no.
"Stai indietro con la testa, appoggiati alla mia spalla"; Carlo non chiedeva di meglio. Erano mesi che languiva in silenzio per quella ragazza; lei era un'amica di Valentina, le avevano conosciute insieme, lui e Roberto; tra Roberto e Valentina era stato un vero colpo di fulmine; tra lui e Laura anche, ma a senso unico, a quanto pareva. Laura non aveva mai dato l'impressione di essere molto interessata a Carlo, mai un atteggiamento oltre quello che si poteva definire di cordiale simpatia. E lui ovviamente aveva preso a struggersi in silenzio, dandosi dello scemo, e sentendoselo dare anche da Roberto, per la mancanza di iniziativa. Ma si era preso una bella cotta, e aveva una gran paura di fare passi falsi, di compromettere con una mossa avventata qualunque possibilità futura. E così si era messo tranquillo, cercando di cogliere in lei dei segni di interesse, che però non c'erano mai stati.
"Ti fa molto male?", gli chiese. "Abbastanza; soprattutto all'orgoglio", cercò di scherzare. "E poi non ho ancora ben capito cosa ho fatto di sbagliato; ma forse è meglio se evito di andarglielo a chiedere", sorrise.
Lei gli voltò le spalle per riporre l'asciugamano ormai inutile, visto che il sangue si era fermato.
"Temo che sia stata colpa mia", disse, senza guardarlo negli occhi, con tono neutro.
"Tua? e perché?" si incuriosì Carlo. "Beh, è da parecchio che Luca mi fa il filo.", continuò, sperando bastasse. "E io che c'entro?", insistette lui. Su certe cose non era mai stato molto rapido a capire.
"C'entri, c'entri. Perché stasera lui ci ha riprovato, e io gli ho detto che non mi interessava".
"E si doveva proprio sfogare con me?"; continuava a non cogliere il nesso.
"Per forza, perché visto che insisteva gli ho detto che io, cioè che tu...oh, cavolo, ma ti devo proprio spiegare tutto? Datti una svegliata, no?", concluse stizzita.
Beh? Stava diventando nervosa anche lei? Per un momento sorrise al pensiero di prendersi un altro pugno, questa volta da lei, senza capire perché. Svegliata? Che svegliata? Ma vuoi dire che...
Oh diavolo, che fesso! Ora aveva capito cosa intendeva; che lui le piaceva, e da come lo guardava ora si sarebbe anche detto che le piaceva molto. Come aveva fatto a non notarlo prima? Ora glielo vedeva scritto in faccia, negli occhi, nei gesti, anche sulle labbra. Che scemo che era stato.
Gli venne una voglia pazzesca di baciarle subito, quelle labbra. Si chinò in avanti e la baciò delicatamente.
"Ahia!", maledizione, il naso faceva un male cane. Beh, chi se ne fregava del naso.
Due ore più tardi si erano conquistati una delle numerose camere della villa, e ci si erano chiusi dentro, ad ogni buon conto. Per lui era la prima volta, in passato si era anche preoccupato di essere strano, a ventidue anni non aver mai fatto l'amore, ma non gli importava più niente ora. Adesso si sentiva veramente felice, coricato con lei sotto il sacco a pelo, aperto come un lenzuolo; era felice e nervosissimo, tanto nervoso che non riuscì a combinare nulla. Assolutamente nulla. Non gli funzionava proprio, era desolante, e si sentiva imbarazzatissimo. Quella volta fu lei a salvare la situazione: "non ti preoccupare, non importa, sto bene così, adesso". Gli si strinse contro e cominciarono a parlare, di tante cose: del perché non si fossero capiti prima ("io aspettavo solo che tu mostrassi un po' di interesse", si difendeva lui; "bravo scemo, sembravi impagliato, da tanto che te ne stavi sulle tue; cosa dovevo fare, violentarti in pubblico, per farti decidere?"), dei propositi del nuovo anno, degli amici in comune, del pugno sul naso che si era preso, cominciarono a ridere, e ad un certo punto il nervosismo gli era passato, e fu tutto bellissimo, e intenso e dolce e unico.
Se non era essere innamorati quello.

Lo era. Anche adesso sapeva bene che lo era. A cinque anni di distanza poteva ancora sentire i brividi che lo scuotevano quella sera, mentre la teneva fra le braccia. Poteva ancora percepire il profumo dei suoi capelli, e la morbidezza delle labbra. Se si concentrava, non faticava a risentire la sua risata, con quel sorriso contagioso che le nasceva dagli occhi. Non faticava a rivedere i suoi movimenti, i suoi gesti teneri, il suo modo di farlo sentire desiderato, voluto, necessario. Si riusciva ancora a struggere nel ricordo di certi particolari dei loro momenti insieme, quando lei si accoccolava accanto a lui indossando i suoi maglioni enormi, o quando andavano a festeggiare un esame passato in un bar del centro. Quanti momenti....

"Ahia!", il calcio era arrivato da sotto al tavolo. Alzò lo sguardo e nella confusione della compagnia trovò gli occhi di Roberto che lo fissavano, severi: "lo so a cosa stai pensando" dicevano, "smettila adesso, non ora!"; più che un ordine era una supplica.
Sì, lo sapeva Roberto, che lui stava pensando a Laura, se ne accorgeva sempre, quando gli capitava. Ma lui non riusciva a non cadere nei suoi ricordi, di tanto in tanto. E poi non voleva dimenticare, smettere di pensarci; erano stati insieme quasi tre anni, e ne erano passati quasi altri tre, da quando lui, una mattina, aveva aperto il giornale e aveva letto che Laura era morta in un incidente stradale.


III

Era così che lo aveva saputo. La sera prima lui l'aveva lasciata andare a casa presto, perché non gli piaceva pensarla in giro da sola, anche se in macchina; poi era tornato a casa sua ed era andato a dormire. Intanto la macchina di Laura era stata investita da un grosso autocarro, e lei era morta durante l'inutile corsa dell'ambulanza verso l'ospedale. Mentre lei lottava per vivere, lui se ne stava andando tranquillamente a dormire. Carlo non se lo era mai perdonato, questo. Doveva essere lì, con lei.
"Non dire scemenze, come facevi a prevedere, chi sei, Mandrake?" aveva continuato a ripetergli per mesi Roberto. Non gli importava se non poteva saperlo, lui doveva esserci, e basta. Non sopportava l'idea che, negli ultimi istanti della sua vita, Laura fosse stata sola.

Quella mattina era andato a lavorare alle otto e mezza, come faceva da quasi otto mesi, da quando era stato assunto in una grossa libreria in centro, come commesso. Forse la sua laurea in lettere era un po' sprecata, ma era difficile trovare un posto, in quel periodo, e comunque a lui quel lavoro piaceva. Prima dell'apertura c'era giusto il tempo di sfogliare velocemente il giornale: nella pagina di cronaca, prima ancora di leggere, aveva visto il piccolo riquadro con la fototessera che conosceva bene, quella della patente, dove lei indossava un maglione a collo alto e aveva un'aria buffa. Aveva capito subito, la foto più grande, con la macchina rovesciata, e senza mettersi a leggere dall'inizio era andato a cercare subito delle parole che potessero ridargli respiro; scorse velocemente il testo, cercando la parte importante, dove si diceva come stava: "...deceduta durante il tragitto verso l'ospedale..."; si accasciò sulla sedia, senza reazioni, facendo passare continuamente lo sguardo dalla foto grande, alla foto piccola, al testo dell'articolo, come per rendersi conto, per cercare di capire cosa significasse veramente quello che c'era scritto.
Ma come era successo? "...l'autotreno sbandava invadendo la corsia opposta...", forse doveva fare qualcosa, "...lo schianto proiettava la macchina contro l'edificio...", forse telefonare a qualcuno, i genitori, ecco, sì, i suoi genitori, "...nonostante i soccorsi immediati...", chissà dov'era lei adesso, in quale ospedale, "...deceduta durante il tragitto...", andare là, ecco, doveva andare là, vederla, non sentiva niente, non provava niente, solo vuoto, e confusione, "...Laura Clerici, di anni 24.".

"Devo andare via" disse soltanto; si alzò barcollando e uscì, senza sentire nemmeno gli altri commessi che lo chiamavano. Aveva bisogno della macchina, adesso, la macchina; sì, ma dov'era? A casa, ecco, a casa, non la prendeva mai la mattina; doveva andare a casa ora, la macchina era là. O forse un taxi, sì un taxi: quasi si buttò sotto per fermare il primo che passava. L'autista stava per urlargli qualcosa, ma appena lo vide in faccia, e sentì che voleva andare all'ospedale, stette zitto e partì. "Si sente male?", chiese.
Chi, lui? "No, no, vada, in fretta, per favore". Gli pareva che fosse qualcun'altro a parlare. Sul sedile c'era il giornale del tassista: Carlo lo aprì e cercò l'articolo con la notizia, ancora non aveva capito bene, non ci credeva veramente, cercava una spiegazione; rilesse l'articolo da capo, il tempo di arrivare all'ospedale. Pagò con una banconota grossa, per essere sicuro che bastasse e non aspettare il resto, e corse dentro l'edificio. Quando arrivò nel corridoio della camera mortuaria lo fermarono, e gli dissero che non avrebbe potuto vederla. Neanche i genitori, li avevano fatti entrare, e ora avevano già chiuso la bara. Adesso cosa doveva fare? Cosa? Scappo' via da quel posto di morti, e tornò a casa. Andò in camera, staccò la foto di Laura, della sua Laura, dal muro e la appoggiò sul giornale aperto sul tavolo, proprio sull'articolo dell'incidente. Poi, finalmente, riuscì a piangere.

Due giorni dopo c'erano stati i funerali: Carlo ricordava la folla in chiesa, i genitori di Laura come due fantocci seduti sulla panca di fronte alla bara. Lui non era riuscito a sedersi con loro, era rimasto in piedi, nella navata laterale, dietro una colonna, e quando era stata portata fuori l'aveva accompagnata camminando con lei, dieci metri a lato. Poi il cimitero, la bara deposta nella fossa e la copertura; non c'era nemmeno stato il tempo per preparare la lapide, solo una targa provvisoria col nome. Ricordava che Roberto aveva tirato fuori dalla tasca un piccolo raccoglitore di fotografie di plastica; era quello che conteneva le immagini delle loro vacanze estive; ne aveva estratto due foto di Laura, una in primo piano, dove lei sorrideva mordendo un bastoncino da gelato, e una in gruppo, Laura, Carlo, Roberto e Valentina. Poi le aveva appoggiate alla targa e si era tirato indietro. Dopo un poco le persone avevano cominciato ad andarsene, ma lui non ce la faceva, aveva l'impressione di abbandonarla, di tradirla, quasi; Roberto non si era mosso, e non aveva insistito per portarlo via, come gli altri: aveva solo aspettato senza parlare, anche quando erano rimasti soli; non gli diceva niente, ma gli ricordava che lui apparteneva ancora a questo mondo, a loro, per quanto sembrasse crudele e insensato: quando alla fine uscirono anch'essi dal cimitero e risalirono in macchina Roberto disse solo: "mi sono portato il sacco a pelo, stasera mi fermo da te".


IV

Laura lo stava aspettando, probabilmente era spazientita per il suo ritardo. Carlo non lo faceva apposta, ma la puntualità non era proprio il suo forte. Per fortuna non era ancora andata via, Carlo la vide in fondo alla strada. "Laura!", gridò, per farla voltare. Lei si girò, lo vide e lo salutò agitando il braccio. Carlo iniziò a correre verso di lei, sorridendo. Mentre correva guardava avanti, verso Laura, e stranamente invece che avvicinarsi, lei si faceva sempre più piccola, più distante. "Laura!", urlò ancora, ma lei non si mosse, continuava solo a salutarlo, ma intanto lui la vedeva allontanarsi; prese a correre più forte, ma inutilmente: ora anche i muri delle case che costeggiavano la strada sembravano allungarsi in una prospettiva interminabile, e lei sempre più lontana, e lui sempre più veloce e disperato. Poi aveva cominciato a sentire quelle mani che lo trattenevano, non vedeva di chi fossero, ma erano tante, doveva divincolarsi perché non lo bloccassero, perché non gli impedissero di correre. Oramai Laura era un puntino lontano, irraggiungibile, che continuava a salutare con il braccio: le mani erano sempre più numerose, più forti, non riusciva a liberarsi: e poi quel rumore assordante, che rimbombava nella testa, sembrava un campanello....
Carlo si svegliò di colpo, sul divano. Il campanello! La porta, c'era qualcuno che suonava. Si mise a sedere sul divano, respirò profondo, si alzò e si diresse verso l'ingresso.
"Arrivo", disse, girando la serratura.
Roberto entrò in casa con una grossa busta in mano.
"Ti ho riportato le foto, le avevi lasciate a casa mia; come mai non rispondevi? Stavi dormendo?", gli chiese.
"Centro!" annunciò Carlo, sfregandosi le mani sul viso; "comunque oramai sono sveglio: ti va un caffè?"
"Volentieri", rispose l'altro. Carlo caricò la caffettiera e la mise sul fuoco; tirò fuori le tazzine dalla credenza e le dispose sul tavolo.
"Stasera, dopo cena, ci vediamo da Antonio e Lucia, allora", spiegò Roberto.
Oddio, l'invito di settimana scorsa, si ricordò improvvisamente Carlo. Non ne aveva troppa voglia: l'idea di doversi preparare, vestire, uscire, attraversare la città: non stasera, no, per favore.
"Non so se vengo, sono piuttosto stanco", provò a giustificare. Roberto lo guardò un po' interrogativo: "ma sei ti sei appena svegliato, dai, non fare il lupo solitario come al solito", cercò di scherzare.
"Veramente, non ho molta voglia", insistette.
"Carlo", riprese Roberto, "non credi che dovresti sbatterti un po' per tirarti fuori? Sì, insomma, è questo periodo, lo so, ma non lasciarti andare troppo, eh?".
Carlo ripensò per un attimo al sogno che stava facendo; no, stasera non aveva proprio voglia; per la prima volta gli diede fastidio che Roberto avesse capito subito quale fosse il problema. Insomma, non poteva essere che non avesse semplicemente voglia? Doveva per forza giustificarsi, o ammettere che non voleva uscire perché pensava a Laura, e si sentiva triste? Decise che lui stasera non sarebbe uscito, e basta!
"No, non vengo. Salutami gli altri", concluse.
"Salutateli da te, se vuoi!" urlò improvvisamente Roberto; "Cristo, Carlo, non sono il tuo messaggero né il tuo ambasciatore, e non ho nessuna voglia di spiegare un'altra volta a qualcuno che non potevi uscire!"
Ma perché si arrabbiava? Cosa c'era da urlare?
"Se ti senti infelice e perseguitato sono fatti tuoi, ma non contare su di me se vuoi qualcuno che ti dia spago. Laura è morta da quasi tre anni, e sarebbe il caso che tu te ne facessi una ragione, ormai".
Ma che ne sapeva lui? "Laura, non c'entra, non ho voglia di uscire e basta. E piantala di rompere", mentì.
"Senti Carlo", continuò, senza più urlare, ma con la voce alterata, "se devi prendere per il culo qualcuno fallo pure, ma non provarci con me. So benissimo quello che ti passa per la testa quando hai quella faccia, e se vuoi far finta di niente, peggio per te. Ma io te lo dico: devi piantarla di rinchiuderti qui dentro, non ti serve a niente, né può servire a lei, ormai. Il mondo è là fuori, che tu lo voglia o no, e non ci sono scelte possibili, nessuno te le ha date, né te le può dare; quel mondo è l'unica cosa che hai a disposizione, non esiste nient'altro; non puoi continuare ad ignorarlo, devi deciderti. Stasera non vuoi vedere nessuno? Bene, cazzi tuoi. E domani? Domani sarà uguale, e il giorno dopo ancora, perché niente cambierà in casa tua, e tu non vedrai ciò che cambia fuori. Se vuoi continuare a commiserarti, se questo è il modo in cui vuoi finire, fallo; ma non chiedermi di aiutarti e di proteggerti mentre lo fai." Roberto si alzò, si diresse verso l'ingresso e uscì di casa sbattendo la porta.

"Stronzo!", pensò Carlo.
"Stronzo!", ripete a voce alta, battendo la mano sul tavolo. Ma che cosa voleva saperne lui, di come si sentiva, di cosa provava, di ciò che voleva dire avere quel pensiero fisso in testa. Roberto e i suoi pensieri sempre positivi, le sue frasi fatte, il suo buon senso ad oltranza.
Il caffè era uscito tutto, nel frattempo, sporcando la cucina a gas. Carlo lo spense e tornò in sala, furioso.
Furioso con tutto e con tutti: con chi non capiva, con Roberto e la sua saggezza, con Laura che se ne era andata, lasciandolo lì, anche con Dio, se esisteva un Dio: "...non osi l'uomo dividere ciò che Dio ha unito"; gli vennero in mente le parole del prete al matrimonio. E lui, Dio, se c'era, perché aveva osato dividerli? Con che diritto?
Si accasciò sul divano, tremava di rabbia, e di rancore, verso una vita ingiusta, sbagliata, che gli chiedeva di sopportare dei dolori che non meritava, e che gli stava portando via tutto. Anche gli amici, gli ultimi.
Non capiva Roberto che lui non ce la faceva più? Che non trovava più nessun senso? Aveva dato tutto quello che credeva di poter dare ad una persona che amava, e tutto era svanito in pochi attimi, lasciandolo vuoto di tutto. E in quei due anni lui era a malapena riuscito a rimettere insieme una sembianza di vita, un'apparenza, un'immagine esterna che ricopriva il nulla di cui si sentiva composto. Davvero non riusciva a capirlo questo, Roberto? Si sentì stanco, e si distese sul divano; rannicchiandosi chiuse gli occhi, cercando nel buio e nel torpore un po' di pace. C'era qualcosa in quello che Roberto aveva detto, che gli girava nella mente, ma non riusciva a fermare il pensiero; cos'era? "...non ci sono scelte possibili, nessuno te le ha date.."; ecco sì, era questo: la scelta che non poteva fare, il finto bivio. Non poteva decidere, niente e nessuno gli aveva dato questa facoltà: poteva solo subire. Ma poteva ancora decidere in che modo subire. Roberto, forse, non stava sbagliando del tutto...glielo avrebbe detto...
Si addormentò di nuovo, esausto, questa volta senza sognare.


V

"Ma dove mi hai portato?" chiese Carlo, ridendo.
Roberto gli passò un braccio attorno al collo e gli sibilò nell'orecchio: "in paradiso, fratello!". Sì, era sbronzo, non c'erano dubbi.
Erano anni che Carlo non partecipava ad una festa di carnevale, e non l'avrebbe fatto neanche quell'anno se Roberto e Valentina non fossero venuti a prelevarlo di peso. La festa era in casa di Valentina, e c'era così tanta gente che nonostante le dimensioni della villa si faceva fatica a muoversi.
Non è che Carlo odiasse le feste in assoluto, o non sopportasse le persone, ma i ritrovi a scadenza fissa, come carnevale, o capodanno, in cui si respira quell'aria particolare di "divertimento ad ogni costo", finivano sempre col rattristarlo. Sino ad ora però si stava divertendo, sia perché la percentuale di ubriachi stava crescendo rapidamente, e sia per lo spettacolo di Roberto che cercava di convincere gli ultimi arrivati, ancora ignari del suo stato etilico, della necessità di preservare il verde in città eseguendo iniezioni di clorofilla ai platani.
L'unico neo per ora era il pensiero che Valentina, ultimamente, cercava di mettere a "profitto" queste feste. Strano che ancora non...
"Scusa Carlo, ti posso presentare una mia amica?". Appunto.
"Ciao, Sonia". Però, carina: le proposte di Valentina miglioravano col tempo.
"Io sono Carlo, piacere".
"Sonia si è appena laureata in lettere, come te", puntualizzò Valentina, come se quel fatto li accomunasse indissolubilmente. Carlo apprezzava i tentativi di Valentina, che negli ultimi mesi si erano fatti più frequenti, di fargli conoscere le sue amiche, nella speranza, nemmeno tanto velata, che lui si decidesse a farsene piacere qualcuna.
Apprezzava questi tentativi perché sapeva che erano fatti in buona fede, e perché Valentina era l'amica di Laura, e Carlo sapeva quanto anche lei avesse sofferto quando era morta: non riusciva perciò ad accusarla di ipocrisia o insensibilità. Però gli dava abbastanza fastidio questo "proporgli" delle ragazze, quasi come si propone un modello di automobile ad un acquirente esigente. Ma in fondo era una festa, lui doveva imparare a lasciarsi andare, e il modello di stasera sembrava particolarmente interessante. Però a Valentina non gliela poteva dare vinta così: si chinò verso di lei e le bisbigliò in un orecchio: "ma sei sicura che ci sta?". Come risposta ottenne subito una gomitata nel fianco e uno sguardo da congelare un pinguino.
"Scusate un attimo", rispose, prima di allontanarsi.
"Lettere anche tu. allora", sentenziò Sonia, "e adesso che fai?" "Lavoro in una libreria, a Milano".
"Oh, e ti piace? Intendo, non ti sembra un po' sminuente, per uno che ha fatto lettere?"
Ma dove l'aveva pescato, Valentina, questo bell'esempio di tatto e diplomazia?
"No, mi piacciono molto i libri, anche come oggetto, intendo; inoltre il lavoro è molto più interessante di quanto possa sembrare. Mi piace proprio, insomma."
Non sembrava convinta. In compenso, quando per pura gentilezza Carlo le chiese di cosa trattasse la sua tesi, attaccò con una descrizione del suo lavoro di laurea così dettagliata che pareva la stesse leggendo. Carlo non potè trovare niente di meglio da fare che continuare ad assentire, procurarsi un bicchiere di vino, offrirne uno a lei ("grazie non bevo"; oddio, pure astemia!) e mettersi l'anima in pace.
Nel frattempo erano arrivati sul terrazzo ("qui c'è meno confusione", aveva detto lei, con aria complice) e la tesi sembrava ancora lunga a finire.
Nel giardino della villa le cime dei pini dondolavano dolcemente, rischiarati da una falce di luna. Al di là della vetrata gli ospiti continuavano a festeggiare, ballare, bere: a Carlo parve una sorta di incoscienza collettiva, un desiderio di scordarsi di se stessi assolutamente fuori luogo. Perché stordirsi? Perché scordarsi di sé? Che senso aveva rinunciare a sentirsi se stessi, anche solo per un breve momento?
Tornò a concentrarsi su Sonia. La guardò attentamente: era molto attraente, i capelli a caschetto, le labbra sottili che scoprivano, sorridendo, i denti bianchissimi; le mani ben curate, quelle di una persona che ci tiene al proprio aspetto, che lo cura con attenzione. Carlo aveva nostalgia delle mani di qualcuno che lo accarezzassero, di sentire un altro corpo stretto al suo, di poter sfiorare i capelli di una ragazza. Ogni tanto sentiva nel corpo questa mancanza, questo vuoto concreto.
Si accorse che anche Sonia aveva smesso di parlare, e ora lo fissava, le labbra appena socchiuse: "perché no?", si disse. Si avvicinò a lei, appoggiata alla ringhiera, e le fece scorrere un braccio intorno alla vita. Lei non fece niente per scansarlo, anzi, a sua volta lo cinse con le braccia, e si lasciò baciare. Non la baciò una seconda volta, però. Si staccò da lei di scatto, "scusa, non intendevo, devo aver bevuto un po' troppo; veramente, scusa"; poi si voltò e si allontanò veloce.
Uscì dalla villa e si diresse verso il parco, arrabbiato con se stesso e dandosi del cretino. Era confuso. Sonia lo aveva attratto, anzi, no, lui aveva deciso che lei lo attraeva, e si era comportato di conseguenza. Ma non funzionava, non funzionava proprio: per quanto ne avesse voglia, sapeva che non poteva andare.
Con Sonia avrebbe potuto facilmente farsi passare certe malinconie, passare qualche bel momento, ma era senza sugo, e sapeva che la tristezza che lo avrebbe aggredito dopo, quando si fosse trovato tra le braccia una ragazza che aveva scelto solo per placare una malinconia fisica, sarebbe stata peggiore di quella che provava adesso, rinunciando ad una facile soddisfazione. Si sedette sulle grosse beole del vialetto e cercò di riflettere. Non si era certo comportato bene, nei confronti di Sonia: per quanto l'avesse catalogata subito come una ragazza un po' insignificante, almeno per quanto riguardava la presonalità, non meritava di essere presa in giro; nessuno lo merita, perché nessuno è insensibile agli atteggiamenti degli altri.
Sentì dei passi alle sue spalle: era Valentina. Aveva un cappotto, troppo grande per essere il suo, gettato sulle spalle: doveva essere uscita di corsa.
"Come va?", gli chiese, sedendosi a fianco, "ti ho visto uscire di fretta; tutto bene?"
"Sì, bene; sono solo stato un po' scortese con la tua amica, scusami", disse Carlo.
"Oh, non ti preoccupare, Sonia va matta per i tipi che la trattano male. Probabilmente sta già frugando la casa per stanarti", rispose lei, con un mezzo sorriso.
Rimasero entrambi in silenzio per qualche minuto. "Manca molto anche a me", disse Valentina. Carlo sorrise; era questa sensibilità timida che gli faceva voler bene a Valentina: questa capacità di girare dolcemente intorno al nocciolo delle cose, senza forzare mai la mano. Non era necessario che Valentina lo dicesse, Carlo lo sapeva, ma era per permettergli di parlarne. Non si fece pregare.
"Valentina, tu credi che certe persone siano, come dire...insostituibili? Cioè, per esempio, tu cosa faresti se..." Carlo non continuò la frase, non gli piaceva quello che stava per dire.
"...se dovesse succedere qualcosa a Roberto?" finì lei.
Riflettè per un momento, fissando gli occhi per terra; poi rialzò la testa.
"Non lo so", rispose, "proprio non lo so".
"E' una cosa che mi sono chiesta molte volte, dopo la morte di Laura; ed è una cosa che mi chiedo tutte le volte che ti vedo fissare il vuoto. Ma non trovo una risposta, riesco solo a sperare con tutte le mie forze che un fatto del genere non avvenga mai. Non ho consigli da darti, istruzioni da seguire, nemmeno ti so dire in che cosa potresti avere fiducia. Riesco solo ad essere abbastanza maldestra da presentarti le mie amiche, come se potessi risolvere tutto con uno scambio di persona; in fondo non so nemmeno perché lo faccio: a volte credo di farlo perché mi sento in debito con te."
Carlo la fissò incuriosito.
"Sì, in debito: noi quattro ci siamo conosciuti insieme, e tutte le volte che penso a te e Laura non riesco a fare a meno di pensare che io e Roberto siamo stati fortunati; allora mi sento in debito, quasi in colpa, perché a noi le cose sono andate bene, fino ad oggi. Lo so che non dovrei dirtele queste cose, ma sapessi la paura che sento, certe volte, quando ti vedo così, come ora. E' la paura che se succedesse a me non ce la farei, non so come hai fatto tu, sei stato forte a tirare avanti, ma i primi mesi anche Roberto aveva paura. Non parlavi più, Carlo, sembravi un'ombra che respira, non riuscivamo nemmeno a farci capire da te: cercavamo di starti vicino, ma tu non reagivi a niente, qualsiasi cosa facessimo non ci prestavi attenzione, non ci vedevi: eravamo trasparenti, inutili, ti vedevamo sparire nel buio e non potevamo fermarti. Poi le cose sono cominciate a migliorare, piano; mi ricordo ancora la sera che ci hai telefonato a casa di Roberto, per chiederci se potevi venirci a trovare: erano mesi che tu non ci cercavi Carlo, mesi in cui ti dovevamo sempre stanare per vederti; quando ho riattaccato quella sera mi è anche venuto da piangere, pensa che scema. E adesso sembra quasi come prima. Lo so che non lo è, ma lo sembra, non è già molto? Adesso si esce, si ride, si pensa a domani; non so fino in fondo che cosa hai ancora dentro, Carlo, ma sei vivo, senz'altro ferito, ma vivo; e non lo sei stato per molto tempo.
Ci sei mancato in quel periodo, tanto: era come se vi avessimo persi tutti e due. Forse è anche per questo, che ti presento le mie amiche: non vogliamo perderti di nuovo, faremmo qualunque cosa per tenerti con noi. Scusami se a volte esagero; e scusami se ti ho detto tutte queste cose, adesso: forse non avrei dovuto, ma avevo bisogno di sfogarmi, e volevo che tu sapessi quello che penso."
Aveva gli occhi lucidi, ora.
Carlo la guardò per un momento, mentre lei si soffiava il naso. Ripensò a ciò che gli aveva detto, e si rese conto di come a volte avesse sottovalutato quello che Valentina provava: anche lei pensava spesso a Laura allora, non solo lui; non era una sua morbosità, quella di continuare a ricordare quegli anni passati; a volte si era sentito addirittura malato, nel timore di essere incapace di superare la perdita di Laura, di rimanere legato indissolubilmente a dei momenti senza futuro. Quante volte si era ripetuto, negli ultimi mesi, che doveva dimenticare? Che era l'unico modo di sopravvivere? Ed ogni volta sentiva che con questi pensieri tradiva Laura, e ne soffriva ancora di più. Si dibatteva nel dubbio, in quella che gli pareva la scelta necessaria tra il morboso desiderio di continuare a vivere con Laura nella memoria, e l'istinto di vita che lo spingeva, provocandogli dei sensi di colpa enormi, a cercare di dimenticare; allora la paura di scordarsi di Laura lo prendeva, e sentiva la necessità di mantenere vivo il ricordo, e cadeva nuovamente nelle angosce di una spirale che gli pareva infinita.
In quel moemnto però si sentiva meno solo, grazie a quello che Valentina gli aveva detto. Non sapeva ancora se le persone erano insostituibili, ma senza dubbio erano uniche e irripetibili. Gli si schiarì il pensiero, e si rese finalmente conto che lui Laura la aveva nel sangue, la sentiva nel proprio respiro; se pensava a lei aveva la sensazione concreta e irrinunciabile di vicinanza, di intimità.
Non sapeva dove questo poteva portarlo, ma almeno aveva capito che non doveva temere di scordarsi di Laura: non era possibile, non sarebbe stato possibile neanche se ci avesse tentato con tutte le sue forze.
Laura sarebbe sempre stata con lui. Questo pensiero gli fece provare un sollievo enorme, poteva cercare di capire cosa doveva fare di sé senza preoccuparsi di mantenere, custodire, accudire la memoria di chi aveva amato: semplicemente, non se ne sarebbe mai andata, mai più; fino a quando lui avesse respirato, lei sarebbe stata con lui.
Probabilmente un giorno si sarebbe innamorato di nuovo, sarebbe tornato a sentirsi eccitato e nervoso per qualcun'altra, avrebbe colmato il vuoto che lo soffocava, ma ora sapeva che perché questo avvenisse non era necessario che lui scordasse Laura. E quando fosse avvenuto non sarebbe stato un tradimento. Non doveva scegliere tra passato e futuro, tra gioia e dolore, tra una sofferta sopravvivenza e una dolce, letale, malinconia infinita; c'era spazio per tutto, per continuare ad amare Laura senza rinunciare ad amare la vita: sentiva la nuova energia scorrergli nelle vene.
Non sarebbe stato facile, anzi, le prove sarebbero state ancora molte, e difficili, ma adesso voleva vivere, lo aveva deciso; e per riuscirci non doveva rinunciare a niente e, soprattutto, a nessuno; niente gli avrebbe mai tolto tutto ciò che Laura era stata per lui.
Si rialzò, e tese una mano a Valentina per aiutarla a rimettersi in piedi.
"Sai cosa mi ha dato la forza di resistere, nei primi mesi?", le chiese.
Lei lo fissava, muta.
"Sentire che c'era qualcuno, come te e Roberto, che mi rispondeva anche quando non avevo nemmeno la forza di gridare aiuto."
Poi, insieme, rientrarono in casa; la festa nel frattempo non si era fermata.




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