FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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RACCONTEATRANDO D'AFRICA

Leonardo Gazzola




INTRODUZIONE
di Maddalena Grechi


INTRODUZIONE
di Maddalena Grechi


Tre storie volte a sottolineare in modo diverso, l'unione tra culture apparentemente differenti. I testi qui raccolti raccontano miti e leggende d'Africa ma in essi ritroviamo Orfeo ed Euridice, l'universale conflitto tra ricchi e poveri, il mito dell'essere artificiale o l'ineluttabilità del fato; a dimostrare l'unità della specie umana e delle sue strutture mentali profonde. Questo messaggio l'autore cerca di trasmettere sia nelle sue opere che nel suo lavoro quotidiano. Regista nel gruppo Mascherenere, formato da attori africani e da una minoranza di europei, Leonardo Gazzola ha vissuto vari anni in Camerun dove ha compiuto ricerche sulla mitologia locale e sulle forme ancestrali di rappresentatività. A questi studi e al contatto continuo con l'ambiente africano, si ispirano le sue drammaturgie.
In "Medzoo M'Okos" ad esempio; è centrale il riferimento alle forme ed ai contenuti delle epopee dello "mvet", genere di letteratura orale tipico del Camerun meridionale e della Guinea Equatoriale. Dalla mitologia di queste zone tratta la figura degli Ekan, immortali tutori dell'ordine sulla Terra, che in "Medzoo M'Okos" vedono il loro potere messo in discussione dai Paria, uomini mortali che lavorano duramente la terra e che, stanchi di essere sottomessi e sfruttati, costruiscono una creatura artificiale (Medzoo) al fine di riscattarsi. Mimpimibegue, che ha rinunciato al proprio stato di immortale per vivere tra gli uomini, è una figura intermedia tra naturale e soprannaturale; saldamente legata alla terra ma allo stesso tempo capace di scatenare il tuono e di variare l'andamento della luna. Per la sua posizione medianica può guardare i fatti con lucidità ed obiettività: è lei che incita i Paria alla ribellione mostrando loro quanto sia iniqua la divisione della terra e del lavoro, è lei a costruire Medzoo e a programmarlo per combattere i capi e, nel finale dell'opera, è ancora lei che, rifiutandosi di distruggere Medzoo, rimprovera a Ekan e Paria la loro ingiusta quanto inevitabile sete di potere. Mimpimibegue, germe di consapevolezza e di giustizia, nonostante la sua forza sembra dover rinunciare a mediare gli estremi come dimostrano gli inutili sforzi di Ekan e Paria di trovare un accordo. Nel finale però si nasconde qualche speranza: gli attori chiedono al pubblico di tornare un'altra sera per dare alla storia una conclusione diversa.
Temi più leggeri in quanto rivolti ai ragazzi in "Aylù nel Regno dei Morti", forse la meno "africana" delle tre storie. Aylù, flautista che con la sua musica allieta il lavoro e la vita del villaggio, si innamora perdutamente di Edin, fanciulla che viene dal Regno dei Morti che solo i puri di spirito e coloro che hanno la gioia nel cuore, possono vedere. Il viaggio di Aylù per raggiungere l'amata non è dissimile da quelli degli eroi di tante fiabe europee; fatto di ostacoli da superare e di enigmi da risolvere. I personaggi e gli schemi narrativi sono tipici della favolistica di tutti i continenti: la prova d'amore, il genio, la strega, l'antropomorfizzazione degli animali. Ma nel Regno dei Morti alcune cose si capovolgono e particolarmente interessante è il risvolto morale che ne deriva. Tipicamente africano in questo testo è invece il modo di percepire il rapporto visibile-invisibile, realtà-sogno, mondo dei Vivi-mondo dei Morti. Questi opposti non si escludono ma convivono, non sono contraddittori ma complementari. Africana è anche l'importanza del ruolo rivestito dalla musica che accompagna il lavoro dei paesani; allieta corpo e spirito ed interviene, con il suo linguaggio universale, a pacificare conflitti e a placare sofferenze. Nel finale Aylù, ricominciando a suonare, sembra volerci dire che i sogni si devono vivere fino in fondo ma che forse la felicità si può trovare nella vita di tutti i giorni.
Se "Aylù nel Regno dei Morti", pur riconoscendo i pregi della sua prima messa in scena, è piacevole anche nella sua forma letteraria, forse di più difficile lettura sono gli altri due testi che trovano il loro pieno valore solo nella rappresentazione teatrale. In essi infatti vi è un continuo gioco di personaggi che si scambiano le parti il quale, se è molto facile da comprendere sul palcoscenico, diventa più complicato quando a creare l'immaginario del pubblico è solo la parola scritta. Questo è evidente soprattutto nel "Furgone Passeggeri". Alla fermata del furgone che da un villaggio perduto nella foresta porta a Mayangwa, ipotetica città dell'Africa centrale, si incontrano casualmente personaggi di origini diverse, ciascuno con le sue storie da raccontare, siano esse vissute o favolistiche. Il tempo morto dell'attesa si trasforma in veicolo di comunicazione e conoscenza reciproca. Le parole del narratore di turno si incarnano nel corpo degli attori che interpretano di volta in volta i personaggi delle storie raccontate. Il testo è un crescendo di intrecci narrativi: tutti raccontano e tutti interpretano gli ambienti e le situazioni cambiano sempre più repentinamente. A legare le diverse storie presenti nel "Furgone Passeggeri" è il concetto, senza confini geografici o etnici, di fatalità e più globalmente la poetica stessa del drammaturgo e regista. Traspare la capacità di effettuare sintesi fra storie culturalmente molto differenti: la fiaba della "Bella Addormentata nel Bosco" narrata dalla giovane donna europea, è inframmezzata dalle gesta dei fondatori della stirpe mandinga. Così ad un tradizionale rito di nozze africano, si affianca il cammino del principe che con il suo bacio risveglierà la principessa: la soluzione di continuità è, in certi momenti, sorprendente.
Tutto ciò in accordo con quello che l'autore pensa della propria esperienza artistica: che cioè essa rappresenti ciò che sta accadendo in Italia in questo particolare momento storico: un inizio di crogiolo di culture nel quale, da una parte le valenze e le ricchezze del teatro occidentale possono rigenerarsi nel contatto con forme artistiche extraeuropee, dall'altra queste ultime possono trovare in seno alla cultura italiana un canale di espressione che non sia legato (come le lingue inglese e francese) ad una colonizzazione ma ad un'ospitalità. Dall'incontro tra culture differenti emergono poi più chiaramente i valori archetipici dell'uomo, quelli che stanno a monte di ogni differenziazione culturale. Come dice Peter Brook: "Ogni cultura esprime una diversa pagina dell'atlante interiore ma la verità umana completa è globale e il teatro è il luogo in cui il puzzle si può ricomporre".*
Per concludere è importante ricordare al lettore che fondamentali, nella teatralità di stampo africano, sono i ritmi, i canti, la musica e la danza; elementi che inevitabilmente la povertà del linguaggio scritto non può rendere. Si cerchi allora in questa lettura di liberare quella grande facoltà che la cultura europea ha forse esageratamente represso tacciandola di irrazionale: l'immaginazione. Solo nell'integrazione delle parole con colori, suoni ed immagini i tre testi qui raccolti potranno rivelarvisi nella loro completezza. Buona lettura!

*: Peter Brook, "Il Punto in Movimento"


RISVOLTI (alla copertina del libro)


Leonardo Gazzola nasce a Milano nel 1963. la sua vita scolastica passa da Riyadh (Arabia Saudita), Algeri (Algeria) ed infine Quito (Ecuador) dove consegue la maturità francese. Dopo un anno di università a Johannesburg (Sud Africa) e relativa fuga dal regime di Pretoria nel 1982, decide di tornare in Italia dove si laurea in architettura nel 1986. Si trasferisce in Camerun, a Yaoundé dove insegna matematica e si forma come regista teatrale lavorando con i maestri del teatro camerunese. Porta a termine varie ricerche sulla mitologia e sulla rappresentatività Beti del centro-sud camerunese. Torna in Italia nel 1990 dove attualmente lavora come regista nella compagnia teatrale Mascherenere ed insegna espressione teatrale nelle scuole milanesi.




MEDZOO M'OKOS
(MEDZOO DELLA TEMPESTA)



1992





a Louis Tchio.


Medzoo M'Okos è stato rappresentato per la prima volta a Milano, nel teatro del PIME, il 3 luglio 1993. Le parti erano le seguenti:

Olomvet - Ntikat: Rufin Doh
Olondumdum - Ntibeba: Oumar Mamadou Ba
Olongol - Ntiyangue: Modou Gueye
Olominga - Ntiminga: Mary Koroma
Mimpimibegue - Ntitala: Madeleine Mbita Nna
Medzoo: Fabio Rossi

La regìa tecnica era di Chato Osio, l'organizzazione di Antonella Vitali e la messa in scena dell'autore.









PERSONAGGI



I Paria Gli Ekan


OLOMVET, con lo mvet - NTIKAT, che racconta

OLONDUMDUM, confusionario - NTIBEBA, cattivo

OLONGOL *, pietà - NTIYANGUE, aspetta

OLOMINGA, donna - NTIMINGA, nobildonn
MIMPIMIBEGUE, di tutto c'è bisogno - NTITALA, calma

La creatura,
MEDZOO


*: Il personaggio di Olongol balbetta. Per comodità di lettura abbiama scritto normalmente le sue battute. Le balbuzie sono affidate all'estro dell'interprete.


- SEQUENZA 1 -

In scena ci sono cinque trespoli con i mantelli ed i copricapi degli Ekan disposti in buon ordine con davanti i rispettivi sgabelli. Entrano in sala i Paria e si mescolano al pubblico. Si accende la luna.

OLOMINGA - Rufin! Cosa stiamo aspettando?
OLOMVET - Lo chiedi a me? Cosa ne so io.
MIMPIMIBEGUE - Se non lo sai tu che devi condurre la serata...
OLOMVET - Va bé, ma guarda quanti siamo. Siamo tre gatti.
OLONDUMDUM - Cinque, prego.
OLOMVET - Cinque, va bene. Cosa volete fare in cinque?
OLONGOL - Dobbiamo raccontare l'epopea di Medzoo.
OLOMVET - Siamo troppo pochi. Per una bella epopea all'africana bisognerebbe essere almeno una ventina.
MIMPIMIBEGUE - Ma non è così. Se parliamo dell'epopea di Medzoo dei popoli Béti della foresta, basta che suoni e racconti una sola persona: lo Mbomo-Mvet. E quello sei tu.
OLOMVET - (si guarda) Sì, sarò anche io, ma oggi non basta più.
OLOMINGA - Cominciamo almeno a spiegare come funziona.
OLOMVET - (rassegnato) Va bene. Allora cominciamo con l'imparare le formule di risposta ai narratori. Durante le serate dove si raccontano le storie, il cantastorie chiede l'attenzione del pubblico con una formula ed il pubblico risponde per significare al cantastorie che ha la loro attenzione. Quando dico: "Enghinghila é", voi rispondete: "E' wessé". Enghinghila é!
IL PUBBLICO - E' wessé!
OLOMVET - Enghinghila é!
IL PUBBLICO - E' wessé!
OLOMVET - Enghinghila é!
IL PUBBLICO - E' wessé!
OLOMVET - Bene. Questo si usa tra i Duala della costa camerunese.
MIMPIMIBEGUE - Dagli Eton non è così.
OLOMVET - Infatti. Gli Eton della foresta del Camerun centrale dicono: "Iku ndim" e il pubblico risponde: "Ndim", facile no? Iku ndim!
IL PUBBLICO - Ndim!
OLOMVET - Iku ndim!
IL PUBBLICO - Ndim!
OLONDUMDUM - Sì, sì va bene. Ma tutte queste formule non ci fanno un bel niente. Come facciamo con l'epopea?
OLOMVET - E' un bel problema.
MIMPIMIBEGUE - Abbiamo bisogno di due clan. I Paria e gli immortali Ekan. Noi siamo i Paria e... Noi faremo anche gli immortali.
OLONGOL - Sì, rappresentiamo un po' gli uni, un po' gli altri.
OLOMVET - Così ci sto. In quanto a me, consideratemi oggi come il narratore, il griot, il cantastorie, lo mbomo-mvet, il cantore, il menestrell...
OLONDUMDUM - Ooooh! Tutti questi solo per te? No. Personalmente propongo, dopo una matura riflessione della mia vasta intelligenza, di usare mbomo-mvet, visto che raccontiamo un'epopea delle tribù Béti. E siccome sei un paria come tutti noi, ti chiameremo Olomvet; cioè un paria che suona lo mvet.

Applausi ed approvazioni da parte di tutti. Olomvet intona il canto d'inizio al suono del suo mvet.

OLOMVET - In questo villaggio in mezzo alla foresta vivevano due clan.
I PARIA - (cantano)
OLOMVET - Il clan degli Ekan, immortali tutori dell'ordine.
I PARIA - (cantano)
OLOMVET - Il clan dei Paria, uomini mortali che per vivere dovevano lavorare.
I PARIA - (cantano)
OLOMVET - Ma l'ordine degli Ekan è ordine anche per i Paria?

I Paria finiscono la canzone dell'inizio ed intonano quella dei campi. Raccolgono i sacchi con i raccolti da portare agli Ekan e salgono in scena. Una volta depositati i sacchi, Olondumdum, Mimpimibegue e Olomvet si cambiano in Ntibeba, Ntitala, Ntikat. Gli Ekan non lasciano quasi niente ai Paria.

OLONGOL - Ma maestri del Palazzo-che-sfiora-la-terra! Avete preso tutto per voi. Ci avete lasciato pochissimo. Non basta per noi e per i nostri figli.
NTIKAT - Enghinghila é!
GLI EKAN - E' wessé!
NTIKAT - Tutte le dita della mano hanno forse la stessa lunghezza?
GLI EKAN - No.
NTIKAT - Lo scimpanzé è forse fratello del gorilla?
GLI EKAN - No.
NTIBEBA - Su che cosa ti stavi esprimendo, giovanotto?
OLONGOL - Dicevo eh, che dovremmo avere più... Provviste. E'... E'...
GLI EKAN - E'?!
OLOMINGA - E' nei patti che legano il vostro mondo con il nostro.
GLI EKAN - Ho! Ho! Ho! Ho! (risatina sprezzante)
NTIKAT - Ascolta figliola; chi sono stati i primi a calpestare questa terra che voi coltivate adesso?
OLOMINGA - Voi, potenti signori.
NTIKAT - Come puoi allora non capire che l'impronta del gorilla appartiene al gorilla?
OLOMINGA - Ma...
OLONGOL - Nobili signori! Siamo noi che abbiamo arato, seminato, custodito, mantenuto e raccolto. Voi avete aspettato riposandovi.
NTIBEBA - Questa poi. Figli di mio padre avete sentito?
GLI EKAN - Abbiamo sentito.
NTIBEBA - Se non vi lasciassimo coltivare le nostre terre cosa fareste tutto il giorno?
NTITALA - Cosa mangereste?
NTIKAT - Cosa raccontereste ai vostri bambini? Che avete oziato dall'alba al tramonto?
NTIBEBA - No. Dovreste piuttosto ringraziarci per avervi trovato un'occupazione.
GLI EKAN - Mh - hmmm! (approvazione)
NTIBEBA - L'ingratitudine degli umani arriva a certi livelli.
NTITALA - Veramente.
OLONGOL - Il problema è che...
NTIKAT - Ascoltatemi: pensate ad un corpo umano per esempio, costituito da una potente muscolatura; enormi bicipiti, pettorali imponenti, robusti polpacci. Ma cosa può valere tutta questa impalcatura se il cervello non la organizza?
OLONGOL - Ch... Ch... Ch...
NTIKAT - Noi siamo il cervello. Voi siete le membra.
NTIBEBA - E senza di noi, voi non potete fare niente.
OLOMINGA - Voi parlate bene. Ci confondete. Sento che non è giusto. Voi siete il cervello e siete la bocca che sa parlare. E' per questo che ci ingannate. Noi siamo solo le mani.
NTITALA - Esatto. Noi siamo la bocca, lo hai detto. si è mai vista la mano che raccoglie il mango lamentarsi perché è la bocca che lo mangia?
GLI EKAN - Ho! Ho! Ho! Ho! (risatina sarcastica)
NTITALA - Vedete bene che sono le leggi della natura.

I Paria Olongol e Olominga si ritirano dalla scena e si cambiano in Ntiyangue e Ntiminga.

NTITALA - E' veramente penoso dover sopportare in continuazione le lamentele di quelle nullità.
NTIBEBA - Per il Dio degli immortali Ekan! Finché io sarò qui in questa nobile tribù degli Engon-Zok, quei Paria non dovranno più aprire la bocca.
NTIYANGUE - Certo che il nostro ambiente non è tra i più propizi per portare avanti degnamente la nostra missione sugli uomini.
NTITALA - Già. Sempre lo stesso palazzo, sempre gli stessi campi e le stesse foreste. Che monotonia! Ntiyangue, ti avevo chiesto di riflettere su questo problema.
NTIYANGUE - Ho ascoltato il problema.
NTITALA - E...
NTIYANGUE - Adesso rifletto. Sento già nascere le idee.
NTIKAT - Quando un pollone di pianta mostra le sue foglie alla luce, bisogna annaffiarlo in modo che cresca e si sviluppi. Che le donne ci portino del vino per discutere come si deve l'idea del figlio di nostro padre.

Le donne escono per prendere il vino.

NTIYANGUE - Ben detto Ntikat.
NTIBEBA - Sarà un'idea da esaminare attentamente. Può portarci molto lontano.
NTIYANGUE - Certo.

Tornano le donne con il vino e lo distribuiscono.

NTIKAT - Al lavoro dunque.
NTIBEBA - Ecco il modo giusto per cominciare il lavoro. (tutti bevono il vino)
NTIYANGUE - Quando bevo questo vino, frutto della natura e dell'esperienza ancestrale, mi riconcilio con il mio corpo. E' come se il mio peso potesse sparire.
NTIMINGA - Ah, Ntiyangue; come mi piacerebbe sfidare le leggi della gravità. Fare sparire il mio peso e rendermi incorporea...
NTIKAT - E' un'idea interessante.
NTIYANGUE - Propongo di andare a mangiare e a riposarci. Tali riflessioni non possono esaurirsi in una sola seduta.
NTIKAT - Sì, abbiamo riflettuto abbastanza per oggi. La mia testa ha bisogno di riposo ed il mio ventre di cibo.
NTIMINGA - Se solo non fosse così... Umano curvarsi sulle pentole per preparare da mangiare...
NTIBEBA - Donne, è il vostro lavoro. Il nostro è di riflettere.
NTIYANGUE - Ma il suo problema ha forse una soluzione.
GLI EKAN - Mmmmmh?
NTIYANGUE - Non avete mai osservato le nubi? Se si potessero guardare e trasformare in pietanze prelibate. Farle scendere dal cielo...
NTIKAT - E' un'idea interessante. Bisognerà parlarne. Sì, sì, ne parleremo.

Buio mentre si sente la canzone dell'inizio.


- SEQUENZA 2 -

I Paria nella sala si contendono i pochi viveri dati dagli Ekan.

MIMPIMIBEGUE - Eccoli lì i vigliacchi, i pavidi. E' adesso che fate andare la bocca.
OLOMVET - Lasciaci perdere, Mimpimibegue. Siamo già stati abbastanza maltrattati oggi.
MIMPIMIBEGUE - Siete dei miserabili, non volete che tocchi le vostre piaghe che vi fanno male e vergogna. Preferite restare con le vostre croste purulente piuttosto che curarle.
OLONGOL - Non usare il tuo parlare da niversità. Ogni tanto ti metti a parlare come loro (indica il palazzo) e noi... Non capiamo più..
MIMPIMIBEGUE - Poveri imbecilli impregnati di fango e di piscia delle paludi mefitiche...
OLOMINGA - Basta Mimpimibegue! Non hai il diritto di insultare così i nostri uomini. Lavorano tutto il giorno, si rompono la schiena per portare ai nostri bambini quel poco di viveri che gli Ekan ci accordano. Di notte non riescono a coricarsi tanto hanno le ossa rotte.
OLONGOL - Con la siccità di quest'anno il lavoro è diventato più duro e le ore che si passano sui campi sono più lunghe.
OLOMINGA - Mio marito è talmente stanco che ormai fanno tre lune che non fa più correre le sue mani tra le mie cosce!
OLOMVET - Credi che sia piacevole per noi? Ma tu ci insulti, ti diverti ad umiliarci ancora di più.
OLOMINGA - Ah! Lasciala perdere. Cosa volete che capisca di queste cose? Dimenticate forse che tre uomini l'hanno ripudiata perché non ha mai saputo partorire? Siamo poi sicuri che abbia fatto di tutto per fare crescere il suo ventre? (sputa per terra) E si prende per una donna.
OLONDUMDUM - E' vero Mimpimibegue; non fare correre troppo la tua lingua. Fratelli: iku ndim!
I PARIA - Ndim!
OLONDUMDUM - Non dimentichiamo che non sono ancora passate dieci stagioni delle piogge da quando Mimpimibegue era là (indica il palazzo) con loro.
OLONGOL - Sì, non ha il diritto di...
MIMPIMIBEGUE - Pezzi di merda! O anche peggio! Quella almeno non parla per dire idiozie. Avete la stessa consistenza mentale della merda e non ne provate nemmeno vergogna. Come potete parlare di "uomini"? Questi li chiamate "uomini"? Siete dei maschi solo per via di quelle zucche che vi penzolano lì. Razza di buoni a nulla! Chi ha avuto l'audacia di ricordare che una volta ero immortale? Se adesso sono qui, se lavoro e soffro con voi, non è sufficiente per essere dei vostri? I giorni del Palazzo-che-sfiora-la-terra sono finiti per me, per sempre. Come volete sapere ciò che è giusto e ciò che è ingiusto? Io sola conosco la dolce vita del palazzo e la dura vita che noi Paria conduciamo. Ho detto noi! Sì, sono una paria; non ho mai potuto soddisfare l'uomo, è vero, questo mi ha permesso di prendere coscienza delle mie capacità. Tuono! O tuono! Non rispondermi se non dico la verità. (si sente il tuono) I vostri occhi da piccoli allocchi non si sono forse aperti fino a scoppiare quando vi ho mostrato i prodigi che la natura mi ha permesso di esercitare? Luna! O Luna! Smetti di illuminarci per qualche istante ed inchiodami sul posto questi vomiti di cane rognoso! (buio) Proprio non lo vedete che parlo per voi? Per noi? (luce) Come potete passare tutta la vita a lavorare perché gli altri si riempiano la pancia? Quando penserete a prendere in mano il vostro destino? Gli Ekan non sono niente senza di noi; che cos'è una terra senza le braccia che la coltivano? Siete poi così sicuri che è la loro terra che coltivate? Il progenitore del vostro antenato ed il progenitore dell'antenato degli Ekan di Engon-Zok erano la stessa persona. Questa è la terra dei nostri avi che loro, gli Ekan, non sanno più coltivare. E qualche parola ingannevole uscita da quelle bocche sazie di vino basta per farvi accettare la vostra condizione di... Paria. (silenzio) Non dite più niente adesso? (silenzio) Tocca a voi parlare. (silenzio) Siete nati nella merda e nella merda morirete. (si allontana furente dal gruppo dei Paria)

Con la coda tra le gambe i Paria intonano una canzone che Olomvet riprende con lo mvet.

OLOMVET - Eh, sì. Mimpimibegue la temibile aveva ragione. Una donna che le amarezze della vita da tempo avevano forgiato.
I PARIA - (cantano)
OLOMVET - Non misurava più le parole. Per lei era una debolezza dimenticata.
OLONDUMDUM - Abbiamo capito che bisognava fare qualcosa.
OLOMVET - Olondumdum! Lasciami finire. Sono un poeta e tu mi tagli l'ispirazione? (ricominciano a cantare) La superficie dell'acqua può essere liscia ma non si vede quello che succede in profondità.
I PARIA - (cantano)
OLOMVET - Gli Ekan non potevano immaginarsi che questi esseri insignificanti capaci appena di tenere una zappa...

Olondumdum aveva ricominciato a disturbare.

OLOMVET - Bene! Visto che non vi interessa, non dico più niente. (si allontana)
OLONGOL - Possiamo continuare noi.
OLONDUMDUM - Conosciamo la storia.
OLOMVET - Ah. Le vostre bocche non hanno la poesia della mia. (ironico) Dai, parlate.
OLOMINGA - La nostra lotta può fare a meno della tua poesia. Comunque ci siamo resi conto che dovevamo passare all'azione.
OLONGOL - Dici bene ma cosa possiamo fare? Gli Ekan sono immortali e investiti di poteri secolari. Le loro potenti parole ci schiaccerebbero.
OLOMVET - Inevitabilmente.
OLONDUMDUM - Dobbiamo comperare un'automobile!
I PARIA - Oooooh!
OLONGOL - Ecco. Non abbiamo soluzioni. Resteremo sempre dove siamo. E Mimpimibegue ci sgriderà ancora.
I PARIA - Ahi, ahi, aaaahi...
OLOMVET - Con tutto questo pessimismo non ne verremo mai a capo. Qui ci vogliono delle proposte.

Tutti i Paria si mettono a parlare contemporaneamente.

OLOMVET - Basta, silenzio. Silenzio! E quando dico silenzio vuole dire...
I PARIA - Silenzio.
OLOMVET - Parlate uno alla volta. Olongol, hai la parola.
OLONGOL - Ecco. Io propongo di bruciare...
OLONDUMDUM - Le tappe!
OLOMVET - (lo picchia sulla testa) Ma vuoi stare zitto?
OLONGOL - Dicevo che bisognerebbe bruciare tutti i campi degli Ekan così non avranno più niente su cui sfruttarci.
OLOMINGA - (ironica) Ma certo. E noi poi cosa mangiamo?
OLONGOL - Risolviamo un problema alla volta.
OLOMVET - No. Ragioni come Bëme il facocero che dopo aver fatto indigestione la sera del raccolto delle noci di palma, ha bruciato tutte le sue provviste per essere sicuro di non cadere più in tentazione. Quando ebbe ancora fame due giorni dopo, non aveva niente da mettere sotto i denti.
OLONDUMDUM - Potremmo allora incendiare solo la parte dei campi che corrisponde alla quantità di viveri che prendono gli Ekan e risparmiare una parte che corrisponde alla nostra piccola quantità.
I PARIA - Oooooh!
OLOMINGA - Andiamo piuttosto ad installarci al Palazzo-che-sfiora-la-terra.
OLOMVET - Per fare cosa?
OLOMINGA - Dobbiamo convincerli che non siamo degli idioti.
OLONDUMDUM - Andiamo in America!
I PARIA - Oooooh!
OLONGOL - Incrociamo le braccia. Non lavoriamo più.
OLOMVET - Giusto. Così gli Ekan non avranno più niente da mangiare.
OLOMINGA - E noi cosa mangeremo?
OLOMVET - E' vero il vento non si mangia.
OLOMINGA - Non funzionerà.
OLOMVET - Bisognerebbe minacciarli prima.
OLOMINGA - Ma non sappiamo parlare.
OLONGOL - Parlano meglio di noi.
OLOMVET - Parlerà uno solo di noi.
OLONGOL - Parlerò io.
OLOMINGA - Ma se non sai parlare.
OLOMVET - Bisognerebbe eleggere un rappresentante.
OLONGOL - Lo cacceranno via di forza.
OLOMINGA - E' vero, siamo anche mal nutriti.
OLONDUMDUM - Mandiamo un bufalo!
I PARIA - Oooooh!
OLONGOL - Mandiamo una donna. Non oseranno cacciarla.
OLOMVET - Hanno altri sistemi.
OLOMINGA - Io ho paura di andare.
OLOMVET - Oppure formiamo una delegazione.
OLONDUMDUM - E porteremo delle maschere!
I PARIA - Oooooh!
OLOMINGA - La nostra delegazione sarà solo un gruppo di individualità.
OLONGOL - Gli Ekan ci separeranno.
OLOMVET - Ci divideranno.
OLOMINGA - Ci spezzetteranno.
OLONDUMDUM - Ci sbricioleranno.
OLOMVET - Bisognerebbe poter riunire in qualche cosa tutti i nostri esseri.
OLONGOL - Qualcosa che ci contenga tutti.
OLOMINGA - Qualcosa che non sia divisibile.
OLOMVET - Qualcosa di incorruttibile.
OLONDUMDUM - Costruiamo una creatura artificiale!
I PARIA - Oooo... (fermata brusca - pausa)
OLOMVET - Che cos'hai detto?
OLOMINGA - Che cos'ha detto?
OLONGOL - Che cos'ha detto?
OLOMVET - Ripeti un po' quello che hai detto, Olondumdum.
OLONDUMDUM - (vantandosi) Hem... Hem... Ho detto... Giusto? Dicevo che! (pausa) Non mi ricordo più.
I PARIA - Oooooh...
OLOMVET - Però aspettate. Mi sembra che parlasse di una creatura...
OLOMINGA - Sì, di costruire...
OLONDUMDUM - Di costruire una creatura artificiale! Ecco! Sono io che l'ho detto!
OLOMVET - Una creatura artificiale che rinchiuda tutti gli attributi che ognuno di noi ha.
OLONGOL - Sì, sarà così l'unione di tutti noi ma unico, inseparabile.
OLOMINGA - Forte, potente, incrollabile.
OLONGOL - Invincibile.
I PARIA - Yaaaa!
OLONGOL - Ma... Siamo capaci di costruire un essere simile? (silenzio) Aaaay... Resteremo sempre delle nullità.
OLOMVET - E Mimpimibegue?
I PARIA - Ahi!
OLOMVET - Sciocchi! Non credete che sia tempo di fare appello ai suoi prodigi? Non ci ha sufficientemente ripetuto che è dei nostri?
OLOMINGA - Olomvet, non hai torto. Sicuramente i suoi prodigi ci aiuteranno.
OLOMVET - Andiamo a vedere Mimpimibegue, saprà fare delle nostre piccole e numerose fiamme un fuoco invincibile.
I PARIA - (approvano)

Buio.


- SEQUENZA 3 -

Grida di festa nell'oscurità - i cosiddetti "oyanga" - . Tamburi. Quando viene la luce, Ntikat sta suonando il tamburo per annunciare la nascita di un bambino. Entra Ntiminga con un cesto dove si suppone si trovi il neonato. Grida più forti. Qualche Ekan improvvisa il mimo della nascita. Applausi da parte degli altri Ekan.

OLOMVET - Un maschio è nato da uno dei degni figli della tribù di Engon-Zok. Simbolo della perpetuità del patto tra il cielo e noi immortali, riceverà il nome di Ekum; il ceppo dell'albero che, anche decapitato, rimarrà solidamente piantato nella terra.
NTIBEBA - Sì, il ceppo, per quanto forte possa essere la tempesta, resta immutabile.
NTIMINGA - Accetto con gioia questo nome, fratelli saggi e venerabili.
NTIYANGUE - Ekum, figlio di Engon-Zok, merita adesso un appellativo; il nome che sarà il motto che descriverà tutto il senso dell'azione verso la quale sarà chiamato.
NTIKAT - Gli ci vuole un appellativo di attualità.
NTITALA - Chiamatelo Pascal.
GLI EKAN - Eeeeh?!
NTIBEBA - Ntitala, cosa c'entrano gli uomini oltre il deserto?
NTITALA - E' attuale. E' il nome dell'uomo che hanno mandato alla città per fare progredire il paese.
GLI EKAN - Aka! (leggero disprezzo)
NTIYANGUE - Ne ho sentito parlare. Pare che sia lui che debba occuparsi di fare risplendere la nostra cultura.

Gli Ekan ridono fragorosamente. Ntikat chiama l'attenzione degli altri ed imita "Pascal".

NTIKAT - Accidenti. Ancora in ritardo... Ah, questi africani!
NTIYANGUE - Buongiorno Signor Pascal.
NTIKAT - Ah, eccoti finalmente.
NTIYANGUE - Stavo lavorando con degli amici, stiamo preparando un...
NTIKAT - No! No e no! Sono io che so come dovete lavorare. Voi non lo sapete.
NTIYANGUE - Ma siamo qui, no?
NTIKAT - Aaah... Ma non è possibile. Mi lamenterò al mio paese.
NTIBEBA - (arrivando, spaventato) No, no no... Faremo tutto quello che volete. Questo vi da fastidio? Possiamo mandarlo via. Ne troveremo altri. Eh? Ma non dite niente al vostro paese.
NTIKAT - Mmmm... D'accordo.
NTIBEBA - Grazie, grazie infinite. (a Ntiyangue) E tu sparisci, pussa via!
NTIKAT - Aaaah... E' difficile lavorare con degli africani.

Risate ed applausi di tutti gli Ekan.

NTIYANGUE - Ad ogni modo chi farà risplendere il nostro popolo sarà Ekum.
GLI EKAN - Sì!
NTIYANGUE - Bisogna perciò dargli l'appellativo di "Otong".
GLI EKAN - Giusto.
NTIKAT - Certo. Otong, il torrente che non teme la foresta, che non si lascia comprimere, che viola i territori lontani. Otong il torrente la cui esperienza si nutre ogni giorno dei diversi spazi percorsi. Otong la cui sorgente resta legata alla foce dall'acqua che vi scorre.

Grida selvagge e tamburi fuori scena. Gli Ekan si interrogano con lo sguardo.

NTIMINGA - Che cos'era?
NTIBEBA - Saranno i Paria. I loro versi sono sempre molto sgradevoli.
NTIMINGA - Oh, ma io ho paura. Quelle grida erano quasi spettrali.

Altre grida, ancora tamburi.

NTITALA - Che cosa significa?
NTIMINGA - Ho un brutto presentimento.
GLI EKAN - Oooooh...
NTIKAT - Non abbiamo niente da temere da quei Paria.
NTIMINGA - E quelle grida?
NTIYANGUE - Il cane che abbaia non morde. Lasciamo quei Paria alle loro grida di animali e andiamo a godere del riposo che ci siamo meritati.
GLI EKAN - Giusto.

Buio.


- SEQUENZA 4 -

Penombra. I Paria cantano una cantilena propiziatoria mentre posizionano in scena un'urna. Un tamburo scandisce i loro passi. Quando la luce si fa più forte, Olomvet prende la parola.

OLOMVET - In seguito agli incoraggiamenti di Mimpimibegue, i Paria si riuniscono una notte in gran segreto attorno all'urna secolare dei...
OLONDUMDUM - All'inizio, non poteva credere che avessimo deciso di fare qualcosa.
MIMPIMIBEGUE - Ovvio. Ma quello che mi ha più stupito è che dei disgraziati come voi abbiano potuto concepire un'idea simile.
OLONGOL - Chi sarebbero i disgraziati?
OLOMINGA - Secondo me Mimpimibegue ha apprezzato un po' troppo la nostra idea.
OLOMVET - Va bé, va bé, stavamo dicendo...
OLONDUMDUM - Ti perdevi a dire...
OLOMVET - Olondumdum! Non ricominciare.
OLONDUMDUM - Ma voglio raccontare anch'io, no?
OLOMVET - Ci siamo così riuniti intorno all'urna secolare...
OLONDUMDUM - Secolare.
OLOMINGA - Ma stai zitto.
OLONGOL - L'urna che vedete lì, è servita a un sacco di cose.
OLOMINGA - "Cose"? Olongol, parli come un cacciatore di porcospini.
OLONGOL - Bé, vi racconto lo stesso.
OLONDUMDUM - Olongol! Ma se non sai mettere una parola dietro l'altra.

Tutti i Paria si mettono a raccontare contemporaneamente. Non si capisce niente.

OLOMVET - Basta! Basta! Non rovinate questa atmosfera che si era creata: un po' misteriosa, lugubre, eccitante, quasi mistica... La penombra, l'urna secolare, i tamburi... I tamburi... Ho detto i tamburi! (tamburi) Ah, ecco.

I Paria ricominciano a cantare la cantilena di prima mentre si siedono in cerchio attorno all'urna. La penombra si è ricreata. I Tamburi chiameranno a turno i Paria che depositeranno nell'urna i vari attributi. Una specie di fecondazione collettiva. Mimpimibegue si mette in ginocchio dietro l'urna.

MIMPIMIBEGUE - Urna secolare, ecco il fango del grande fiume, l'instancabile Mengombo nel quale si bagnarono tutti i valorosi figli di questo popolo. Ritrova la tua forza generatrice di vita e tira fuori dalle tue viscere Medzoo, nostra creatura.

Si avvicina all'urna Olomvet con un pezzo d'osso.

OLOMVET - Ecco un frammento di femore di gorilla, il signore dei giganteschi alberi agiap dai quali si butta in caduta libera per impattare con le asperità del suolo senza lamento né dolore. Ricevi, urna, l'energia di questo femore.

Si avvicina all'urna Olongol con un pugnale.

OLONGOL - Possa questo pugnale dare a Medzoo l'invincibilità dei guerrieri di questo popolo che per anni si difesero con la sola forza di questo pugnale.

Si avvicina all'urna Olominga con una scure.

OLOMINGA - Possa Medzoo avere tutta la potenza e la forza che ha conosciuto questa scure con la quale i nostri antenati hanno strappato alla foresta il suolo dove ora sorge il nostro villaggio.

Si avvicina all'urna Olondumdum con dei fiori.

OLONDUMDUM - Tra gli Ekan ci sono troppe belle donne. Medzoo sarà amato e ammirato: le avrà tutte. Ecco, urna dei miei padri dei fiori dal profumo seducente.

Affranta dalle "fecondazioni" ricevute, Mimpimibegue si trascina addosso all'urna.

MIMPIMIBEGUE - Urna, o urna secolare. Urna che fece la prosperità del nostro popolo. Urna la cui provenienza e il cui destino sfuggono alla nostra conoscenza. Urna dei nostri padri della quale gli Ekan di Engon-Zok hanno dimenticato l'esistenza. Urna vecchia quanto il tempo, ascolta le mie volontà. Raduna tutti gli spiriti e che diano forma umana ai nostri attributi. Raduna tutti gli spiriti e che portino con loro la tempesta per dare la vita a Medzoo. Che venga la tempesta che genera la vita! Che venga la tempesta che smette solo per rinascere ancora e ancora! Oh, spiriti dei nostri padri! Che Medzoo non sia come la lucciola che brilla una sola notte. Cosa varrebbe un eroe effimero chiamato un giorno ad invecchiare e a morire? Bisogna che Medzoo esaurisca lo spazio, trascenda il tempo. Sarà e sarà sempre! Sì! Che venga la tempesta che non si esaurisce mai e che trasmetta a... Mio figlio l'immortalità.

Arriva la tempesta. Mimpimibegue entra in trance. Danza stregata dei Paria attorno all'urna tra tuoni, fulmini e ritmo indiavolato di tamburi. Fumo. Appare Medzoo, inerte. Mentre la tempesta cala, Mimpimibegue si trascina fino alla testa di Medzoo e gli da il soffio della vita. I tamburi scandiscono i primi movimenti di Medzoo. I Paria esultano.

Buio. Si sentono delle risate nell'oscurità.


- SEQUENZA 5 -

Gli Ekan sono in scena in un'atmosfera gioiosa .

NTIKAT - Enghinghila é!
GLI EKAN - E wessé!
NTIKAT - Sono forte, sono potente, sono invincibile e... Sono stupido. Chi sono?
GLI EKAN - Medzoo! (risate)
NTIBEBA - E' proprio vero che un tronco d'albero può stare in acqua finché vuole ma non diventerà mai coccodrillo.
NTIKAT - Se noi siamo dove siamo e loro dove sono, non è certo per caso.
NTIYANGUE - Certo che no! Noi, con i nostri progetti che ponderiamo accuratamente, non avremmo mai potuto concepire una simile incongruità.
NTIKAT - Però bisogna ammettere che hanno avuto un'idea quasi non disprezzabile costruendo quell'essere infernale. Che vigore! Che resistenza! Ma anche... Che idiozia! (risate)
NTIBEBA - Quegli inetti si presentano a palazzo con la loro creatura dicendogli: "tocca a te".
NTIYANGUE - Il poveraccio non si muove e chiede: "a fare cosa?".
NTIKAT - Avevano dimenticato di dirgli cosa volevano da lui. (risate)
NTIBEBA - Ah, ma il meglio doveva ancora venire.
NTIYANGUE - Sì, quando i Paria hanno voluto spiegargli quello che volevano da lui.

Imitano i Paria.

NTIBEBA - Avanza!
NTIYANGUE - No!
NTIKAT - Apri prima il portone.
NTIBEBA - Ecco. Picchia!
NTIKAT - Ahi! Non su di me.
NTIYANGUE - Indietreggia.
NTIKAT - Fermati.
NTIBEBA - Distruggi questo.
NTIYANGUE - Avanza!
NTIBEBA - No!
NTIKAT - Non contro il muro!
GLI EKAN - Kpïm!
NTIBEBA - Rialzati.
NTIYANGUE - Cammina.
NTIKAT - Ma... Nell'altra direzione.
NTIBEBA - Vai al deposito dei fucili.
NTIYANGUE - E qui lui chiede: "che cos'è un fucile?". (risate)
NTITALA - Insomma. E' comunque riuscito ad impadronirsi delle armi.
NTIBEBA - Per poco. E' bastato che il nostro nobile Ntikat dicesse:
NTIKAT - Bene. Adesso restituiscicele.
NTIBEBA - Perché lo stupidissimo ci restituisca tutto.
NTIYANGUE - Bere il vino non è bere l'acqua del fiume.
NTIKAT - Appena capito che Medzoo eseguiva gli ordini da chiunque li ricevesse...
NTIYANGUE - Con calma, chiaramente.
NTIBEBA - Autoritariamente.
NTIKAT - Degnamente, come conviene a noi Ekan di Engon-Zok...
NTIYANGUE - Gli abbiamo ordinato di punire i Paria della loro audacia schiaffeggiandoli uno ad uno.
NTIBEBA - Poi gli abbiamo ordinato di buttare fuori quei miseri mortali dal Palazzo-che-sfiora-la-terra.
NTIKAT - Poi lo abbiamo utilizzato per fargli ricostruire il deposito che aveva demolito.
NTIYANGUE - E riparare...
NTIKAT - Le porte che aveva sfondato.
NTIBEBA - I muri dove era andato a sbattere.
NTIKAT - E lavare...
NTIBEBA - I tappeti che ci aveva sporcato.
NTIYANGUE - I divani che i Paria avevano toccato.
NTIBEBA - I vetri che le loro sudice mani avevano sfiorato.
NTIKAT - Adesso che ha finito, può tornare da dove è venuto.
NTIYANGUE - Sì, che se ne vada. E' troppo faticoso dirigere un tale cretino.
NTIBEBA - Certo. E' ancora meglio servirsi dei Paria che almeno hanno una parvenza di cervello.

Arriva Medzoo. Ntiminga e Ntitala si precipitano ad abbracciarlo.

NTIKAT - Ah, eccolo. Hai finito?
MEDZOO - Sì.
NTIKAT - Potete farlo ripartire. (le donne esitano)
NTIBEBA - Non avete sentito quello che ha detto Ntikat? Fatelo andare! (le donne esitano)
NTIKAT - Bene. Esci da questo palazzo e cammina fino a che ti stanchi.
MEDZOO - Sì.

Medzoo si libera delle donne e scende dal palazzo. Le donne lo guardano partire con tristezza.

NTIYANGUE - Ehi! E' un pupazzo. Gli uomini veri sono qui! (risate)

Buio mentre si sente la canzone dell'inizio.


- SEQUENZA 6 -

I Paria stanno massaggiando Olongol dopo le botte prese da Medzoo. Mimpimibegue è in disparte. Dal fondo della sala arriva Medzoo. I Paria, spaventati, si disperdono. Medzoo continua a camminare incurante dei Paria che chiacchierando e commentando tra di loro, cominciano a seguirlo. Finché Olondumdum si mette davanti a Medzoo che lo travolge.

OLOMVET - Medzoo, fermati. (Medzoo si ferma)
OLONGOL - Come hai fatto?
OLOMVET - Gli ho detto di fermarsi.
OLONDUMDUM - Pertinente intervento.
OLOMINGA - E adesso cosa facciamo di lui?
OLONDUMDUM - Pertinente domanda.
OLONGOL - Così non ci serve a niente.
OLONDUMDUM - Pertinente annotazione.
OLOMVET - (severo) Abbiamo capito.
OLONGOL - Per esserci utile non dovrebbe essere così stupido.
OLONDUMDUM - Pertinente osservazione. (gli altri lo guardano male) Cosa facciamo allora?
OLOMINGA - Ci vogliono delle proposte.
OLONGOL - Ma quali proposte? Abbiamo perso. Ci hanno ridicolizzato. Non ci resta più niente; tutte le nostre energie sono andate per la costruzione di Medzoo.
MEDZOO - Sono io.
I PARIA - Eh?
OLONGOL - Tutte le nostre povere energie per la costruzione di un deficiente che ci prende a sberle quando qualcun'altro glielo ordina.
OLONDUMDUM - Poveri noi.
OLOMINGA - E dobbiamo anche sbarazzarci di lui adesso.
OLOMVET - Perché? Proviamo a recuperarlo.
OLONGOL - Cosa vuoi dire Olomvet?
OLOMVET - Voglio dire che Medzoo...
MEDZOO - Sono io.
OLOMVET - Cioè, Med... Hem... "Lui" è ancora qui con noi e possiamo iniziarlo a qualche piccolo lavoretto cominciando con i più semplici.
OLONDUMDUM - Giusto. In fondo è ancora giovane. Oggi è il suo terzo compigiorno. Comincio: Medzoo, quando...
MEDZOO - Sono io.
OLONDUMDUM - Siii, lo so benissimo che sei tu. Quando ti si dice di picchiare, sai cosa devi fare?
MEDZOO - Sì.
OLONDUMDUM - Cosa?
MEDZOO - Questo. (picchia Olominga che si trovava sulla traiettoria)
OLOMINGA - Ma sei scemo?! Stai zitto. Sarà meglio che gli insegni io. Vediamo un po', Medzoo...
MEDZOO - Sono io.
OLOMINGA - Vai a prendere un secchio d'acqua.
MEDZOO - Sì. (si incammina)
OLOMINGA - A-ha! Ha capito. Visto? Cose semplici.
OLOMVET - Sì, ma non serve; Medzoo fermati. (Medzoo si ferma) Che impari a portare dei secchi, Olominga.
OLOMINGA - Ma è da lì che bisogna cominciare. Vai, Medzoo. (Medzoo cammina) Anche con i bambini si comincia così.
OLOMVET - Ma no. Fermati, Medzoo. (Medzoo si ferma) Olominga, non è un bambino. Torna qui, Medzoo. (Medzoo Torna)
OLONDUMDUM - Non bisogna dargli degli ordini contraddittori, Olomvet. Vai, Medzoo. (Medzoo va)
OLOMVET - Ma è Olominga che da... Medzoo, torna qui. (Medzoo torna) Degli ordini contraddittori.
OLONGOL - Contraddittori? Ma no. Medzoo, vai. (Medzoo va) Contraddittori a cosa?
OLOMVET - Ooooh! Medzoo, torna qui. (Medzoo torna)
OLOMINGA - No, vai Medzoo. (Medzoo va)
OLOMVET - Torna, Medzoo. (Medzoo torna)
OLONDUMDUM - Hei, che divertente! Medzoo, vai. (Medzoo va) Medzoo, torna. (Medzoo torna) Medzoo, vai! (Medzoo va) Medzoo, torna! (Medzoo torna) Medzoo vaaaaai!! (Medzoo va)
OLOMVET - E va bé.

Medzoo continua a camminare.

OLOMINGA - Ma dove va?
OLONDUMDUM - Medzoo, dove vai?
MEDZOO - Vado.
OLOMVET - Molto bene. Medzoo, fermati e torna qui. (Medzoo torna)E voi basta di dire scemenze.
OLONGOL - Si deve cominciare con dei lavori più da uomo, più adatti a lui. (tende a Medzoo un pollo ed un pugnale) Medzoo...
MEDZOO - Sono io.
OLONGOL - Sgozzami questo pollo.
MEDZOO - Tutti e due? Bene. (si avvicina a Olongol sgozzando il pollo)
OLONGOL - Come tutti e due?
MEDZOO - Tu, questo pollo. (si avvicina a Olongol brandendo il pugnale)
OLONGOL - Aaah! No! E' il tu... E' il pollo! Sono non io! Voglio dire... Aaaah! Basta, fermati, non fare più niente! (Medzoo si blocca) Ay!

I Paria, sconsolati, si allontanano da Medzoo, immobile, canticchiando un motivo che poi Olomvet riprende con lo mvet.

OLOMVET - Come foglie cadenti; portate, maltrattate, cullate dal vento. Le speranze di conquista e di redenzione,
I PARIA - (cantano:) Dei poveri Paria,
OLOMVET - Si dissipavano all'ombra di una creatura,
I PARIA - (cantano:) Incapace,
OLOMVET - Di fare germogliare la speranza che vi era stata piantata.
I PARIA - (cantano imitando il pianto)
MIMPIMIBEGUE - (arrivando) Non è piangendo che risolverete il problema.
OLOMINGA - Risolvere? Ma, Mimpimibegue, ecco che la nostra unica speranza è sprovvista d'intelligenza.
MIMPIMIBEGUE - Gli errori si pagano. Noi abbiamo già pagato il nostro.
I PARIA - Eh?
MIMPIMIBEGUE - Ho bisogno di uno di voi che vada a prendermi del materiale nel mio antro. (i Paria si allontanano facendo finta di niente) Ho detto che voglio uno di voi! (Olongol viene spinto avanti) Bene. Olongol; vai a prendere le cervella di tartaruga che tengo nella giara nera, ma fai attenzione a non metterci dentro la mano perché gli scorpioni vi fanno la guardia. A fianco della mia stuoia c'è un tumulo di ossa e vi troverai il cranio di mio nonno; portamelo e...
OLONGOL - Ma vuoi privarti di...
MIMPIMIBEGUE - Taci! Avvolgi il tutto in un vecchio sacco e stai attento a non toccare i feticci che penzolano dal soffitto. Non li sfiorare nemmeno. Solo io posso toccarli senza pericolo. Vai. (Olongol esita)
OLONDUMDUM - Non ti si chiede di riflettere, vai! (spinge via Olongol)
MIMPIMIBEGUE - Medzoo, vieni qui. (Medzoo arriva) Siediti. (Medzoo si siede e fa per rialzarsi) E stai seduto! (Medzoo sta seduto) Adesso lo facciamo dormire.

Arriva Olongol con il sacco. Mimpimibegue vi trova il materiale di cui aveva bisogno, fa dei segni sulla testa di Medzoo, infine, insieme agli altri Paria, canta una nenia per farlo addormentare.

MIMPIMIBEGUE - Concentrate tutte le vostre minuscole intelligenze su di lui. Ascolta e obbedisci, tu che sei il frutto di tutte le nostre volontà riunite. Tu che ormai avrai una coscienza e un'intelligenza. Tu esisti per combattere i capi. Caccerai gli Ekan dal Palazzo-che-sfiora-la-terra. Esisti per combattere i capi! Questa è la tua missione. Figli di mio padre, speriamo che tutto vada come lo desideriamo. Cominciamo. (tamburi)

Buio.


- SEQUENZA 7 -

Gli Ekan sono in scena, Medzoo e Olondumdum appena sotto.

NTIKAT - Enghinghila é!
GLI EKAN - E wessé!
NTIKAT - Enghinghila é!
GLI EKAN - E wessé!
NTIKAT - L'episodio che siamo sul punto di narrarvi riveste un'importanza capitale nell'equilibrio del nostro racconto.
NTITALA - Vi preghiamo quindi di averne la giusta predisposizione.
OLONDUMDUM - Cioè, è che è molto "vitalico" quello che vi diciamo adesso.
NTIYANGUE - Ecco. Ci tengono sempre a mostrare la loro goffaggine.
NTIMINGA - Sempre.

Olondumdum si accorge di essere fuori posto e si cambia in Ntibeba, salendo in scena.

NTIKAT - Insomma. Torniamo alla nostra storia.
NTIYANGUE - Credevamo che quegli inetti avessero rinunciato ad ogni azione vendicativa...
NTIKAT - Una volta constatato che la loro creatura non serviva assolutamente a niente.
NTIBEBA - Del resto ce ne eravamo sbarazzati avendo capito subito che con un idiota simile non sarebbero arrivati da nessuna parte.
NTIYANGUE - Per di più i Paria vi avevano sacrificato tutte le loro energie.
NTIBEBA - No. Era veramente impensabile che tornassero all'attacco.

Ntikat si trasforma in Olomvet e va vicino a Medzoo.

OLOMVET - Iku ndim!
IL PUBBLICO - Ndim!
OLOMVET - Iku ndim!
IL PUBBLICO - Ndim!
OLOMVET - Malgrado il cocente scacco subito, malgrado le nostre scarse possibilità, abbiamo trovato la forza per reagire.
GLI EKAN - Booof...
OLOMVET - Comunque non avevamo più niente da perdere e siamo tornati davanti al Palazzo-che-sfiora-la-terra.
NTIBEBA - Ancora accompagnati da quell'imbecille.
MEDZOO - Imbecille lo tieni per te e per i tuoi. Vi farò discernere meglio la differenza tra voi, sanguisughe mollicce e noi, forgiatori dell'avvenire.
OLOMVET - (esaltato) Vai! (si cambia in Ntikat e torna in scena)
NTIYANGUE - Va bé, va bé. Non è perché hai recuperato una sottospecie di cervello che ti devi credere il più forte.
MEDZOO - Io non credo, io sono il più forte. (sale in scena, reazione di paura da parte degli Ekan)
NTITALA - Aspetta, aspetta. Ragioniamo prima.
MEDZOO - Mi spiace. Niente dialoghi con voi.
NTIBEBA - Questa poi. Figli di Engon-Zok, avete sentito?
GLI EKAN - Abbiamo sentito.
NTIBEBA - Si è mai vista una simile barbarie? Da quando in qua si risolvono problemi con la forza bruta?
NTIKAT - Da quando in qua le parole ragionate e posate cedono il passo a un conflitto tra masse di muscoli?
NTIYANGUE - E' la ragione che distingue l'uomo dall'animale.
NTIKAT - Non vorrete che vi si indichi, nei secoli che verranno, per esservi comportati come degli animali?
NTIYANGUE - Non vorrete che questo villaggio resti famoso per gli energumeni che l'hanno popolato?
NTIBEBA - Non vorrete che ci si ricordi di voi come ci si ricorda della iena stupida e sanguinaria?
NTIKAT - No. Non vogliono questo. Sanno ragionare.
NTIMINGA - Siamo tutti degli esseri umani.
MEDZOO - Non tutti.
NTIKAT - Ma siii... Anche tu. A forza di stare nell'acqua il tronco d'albero diventerà...
GLI EKAN - Coccodrillo! A-ha! (approvazione)
NTIBEBA - Esaminiamo il problema.
NTIYANGUE - Con calma, c'è tempo.
NTIKAT - Sediamoci, Medzoo e parliamone. (Medzoo si siede)
NTIYANGUE - Possiamo finalmente parlare da persone ragionevoli.
NTIKAT - Noi crediamo che un essere così forte, così intelligente, così perfetto come te sia chiamato verso grandi destini. Giusto figli di mio padre?
GLI EKAN - Mh-hmmm! (approvazione)
NTIMINGA - Ti ci vuole dunque una vita confortevole, un ambiente degno del tuo rango.
NTITALA - Qui, nel Palazzo-che-sfiora-la-terra, troverai le condizioni ideali perché la tua eminente personalità possa sbocciare come si deve.
NTIKAT - Senza più pensare ad atti selvaggi come rivolte, vendette o cose del genere. (silenzio)
GLI EKAN - Eh?...
MEDZOO - No. Risolviamo il problema con io che vi massacro.
NTIMINGA - Cosa?
NTIKAT - Ma come?
MEDZOO - Ho detto: risolviamo il conflitto con una lotta. Voi obietterete che se vinco questo non vuole necessariamente dire che ho ragione. E' vero. Ma voi proponete di risolvere la diatriba parlando perché sapete perfettamente che parlate meglio di noi. Alla fine vincereste voi. Questo vorrebbe forse dire che la vostra causa era la giusta? Nemmeno. Vedete quindi che un metodo vale l'altro. In nessun caso saremmo sicuri che il vincente avrebbe ragione.
NTIMINGA - Sarebbe a dire?
MEDZOO - Sarebbe a dire che vista e considerata l'equivalenza dei metodi, scelgo arbitrariamente la forza e per voi saranno dolori. Difendetevi!

Buio. Grida degli Ekan. Rumori vari, altre grida poi silenzio. Si sente la canzone di addio al palazzo degli Ekan. Luce.

NTIKAT - La battaglia si svolse, intensa e breve. La battaglia si svolse, e in poco tempo...
GLI EKAN - (cantano)
NTIKAT - Prima che il sole inondi il villaggio con il suo torpore bruciante, la calma regnava di nuovo al Palazzo-che-sfiora-la-terra.
GLI EKAN - (cantano)

Gli Ekan vanno mestamente a prendere i loro trespoli e si incamminano nella sala.

NTIKAT - Abbiamo perso l'energia credendo di averla per sempre.
NTIYANGUE - Abbiamo vissuto con la certezza dell'incrollabilità del nostro potere.
NTIKAT - Al riparo dalla realtà.
NTITALA - Ahi, la realtà fa male.
NTIBEBA - Ahi, i sogni muoiono di giorno.
NTIMINGA - Ahi, addio alla forza che lega il cielo alla terra.
NTIYANGUE - Ahi, addio al Palazzo-che-sfiora-la-terra.
GLI EKAN - (cantano)

Gli Ekan appendendo malamente i loro vestiti sui trespoli, si cambiano in Paria e balzano in scena con grida di felicità esagerate. Alcuni Paria si mettono a suonare i tamburi, altri improvvisano una danza trionfale per Medzoo.

Buio.


- SEQUENZA 8 -

I Paria, tranne Mimpimibegue, sono in scena che bevono vino di palma e chiacchierano. Medzoo è in piedi . Entra Olominga con una pentola.

OLOMINGA - E' pronto.
OLOMVET - No. No e no. Non si mangia nelle pentole. E' volgare; sono i Paria che mangiano nelle pentole.
OLONDUMDUM - Ignoratrice delle belle maniere.
OLOMINGA - (perplessa) Ah? Va bé... Allora senza pentola... (fa per versare tutto per terra)
OLONGOL - Eeeh?! Cosa fai?
OLOMVET - Ma sei scema?
OLOMINGA - Ma se me l'hai detto tu...
OLOMVET - Ti ho detto: "non nelle pentole"; non ti ho detto di versare tutto per terra. Le pietanze si servono nelle zuppiere.
OLOMINGA - Aaah... Nelle... Nelle?
OLOMVET - Zuppiere. Ce ne sono nella stanza qui a fianco. Molto belle. In quelle ci servirai i pranzi.(Olominga esce)
OLONGOL - Queste donne. Bisogna insegnare tutto sugli usi del palazzo.
OLOMVET - Credo che avremo bisogno di un cerimoniere per imparare tutte queste cose essenziali.
OLONGOL - Un cerimoniere?
OLOMVET - Io propongo me stesso. Sono pur sempre il più conoscitore di noi o no?
OLONGOL e OLONDUMDUM - Sssii... Sì, sì...
OLOMINGA - (entrando) Olomvet, è difficile portare qui la poppiera.
OLOMVET - Zuppiera!
OLOMINGA - Sì, quella lì. E' molto pesante.
OLOMVET - Bene. Medzoo, vai ad aiutarla.
MEDZOO - Sì. (esce con Olominga)
OLOMVET - Sento che il mio compito di cerimoniere sarà molto duro. Bisognerà insegnarvi tutto. (risate) Cosa? Anzi, per cominciare non rideremo più in quel modo. Imparerete a ridere in un modo più degno. Ripetete dopo di me: Ho! Ho! Ho! Ho!
I PARIA - Ho! Ho! Ho! Ho!
OLOMVET - Ecco. Questa era la risata di circostanza. (mormorii di approvazione) Adesso la risata ipocrita: Hééé...
I PARIA - Hééé...
OLOMVET - Bene. Ora la risatina inconfessabile: Hi! Hi! Hi! Hi!
I PARIA - Hi! Hi! Hi! Hi!
OLOMVET - Per un inizio può andare. Riprovate tutti e tre.
I PARIA - Ho! Ho! Ho! Ho! ... Hééé... Hi! Hi! Hi! Hi!
OLONDUMDUM - Siamo bravi, eh?
OLOMVET - Oh, ecco un'altra abitudine da modificare. Il vostro modo di parlare deve essere più raffinato. Noooobili frateeeelli. E' coooosì.
MEDZOO - (entrando con un vaso da fiori tra le braccia) Ecco per tutti.
OLONDUMDUM - Finalmente, cominciavo... (occhiata severa di Olomvet) Ehm... Volevo dire: cominciaaaavo ad aveeeere una faaaame booooia. (i Paria si mettono a mangiare)
OLOMINGA - Non è stato facile. Ho dovuto togliere la terra perché qualcuno ci aveva piantato dei fiori.
OLONDUMDUM - Aaaah... Ecco un modo di vivere che mi piace. Domani andrò al villaggio al di là del fiume e mi sposerò con sei donne. In un solo giorno. Mi laveranno nei liquori della città; l'acqua del fiume non vedrà più né la mia faccia, né la mia schiena. Mi serviraaaanno i miei cibi preferiiiiti nelle fattucchieeeere.
OLOMVET - Zuppiere!

Risate. Ntitala si avvicina al posto dove stanno mangiando i Paria.

OLONDUMDUM - Cosa vuoi?
NTITALA - Non mangiamo da ieri sera...
OLONGOL - Ah, vattene. Non c'è niente oggi.
NTITALA - Voi mangiate tutto. Bisogna tenere qualcosa per la semina, se no al prossimo raccolto né voi né noi avremo più niente da mangiare.
OLOMINGA - Ma lo sai che sei noiosa? Chi vi chiede di occuparvi di questi problemi?

Risate selvagge da parte dei Paria fino a che Olomvet li ferma per fare fare la "risata ipocrita".

I PARIA - Hééé... (Ntitala, delusa riparte)
OLONDUMDUM - Certa gente non sa stare al suo posto.
OLONGOL - Dovranno capirla. Adesso i capi siamo noi; vero Olomvet?
OLOMVET - (ubriaco) Yeah! (risate) Muf voialtri, silenzio. (canta e suona male lo mvet) Potere, potere, potere... (smette di suonare) Medzoo, vai a prenderci ancora del vino di palma.
MEDZOO - No. (silenzio)
OLOMVET - Come hai detto, scusa?
OLOMINGA - Medzoo, ti ha detto di andare a prendere del vino di palma.
OLONGOL - Non hai sentito?
MEDZOO - Ho sentito. Non vado.
OLOMVET - Ma per chi ti prendi? Devi ubbidire.
MEDZOO - Perché?
OLONGOL - Ma... Siamo i capi, noi.

Medzoo mima una confusione mentale e si avvicina minaccioso a Olongol.

OLONGOL - Ah, hai capito...
MEDZOO - Aaaah!! (assesta una botta tremenda a Olongol, poi Olominga - panico e grida tra i Paria, altre botte)

Buio.


- SEQUENZA 9 -

Ntitala e Ntikat appena sotto la scena. Nella penombra del palazzo entrano, timorosi, Olominga, Olongol, Olondumdum. Gli Ekan fanno per scappare ma Ntikat trattiene Ntitala.

NTIKAT - Aspetta, aspetta. C'è qualcosa di strano.
NTITALA - Strano? Ascolta, Ntikat. Andiamo via prima che il loro essere mostruoso ci riempia di botte.
NTIKAT - Proprio lui. Non vedi che non è con loro?
NTITALA - Ah, già. E dove...

Silenzio. I due clan si studiano.

OLONGOL - Cosa?!
NTITALA - Chi?! (silenzio - Ntikat si schiarisce la gola)
OLONDUMDUM - Dicevi?!
NTITALA - Dove?!
NTIKAT - (a Ntitala) Credo di avere capito. Osserva. (ai Paria, con ironia) Strano che siate così silenziosi questa sera.
OLONGOL - E allora? E' un nostro diritto.
NTIKAT - Ah, certo.
OLONDUMDUM - Ogni mese proclamiamo una giornata di economia. Oggi economizziamo le parole.
NTIKAT - Interessante. Anche Medzoo? (reazione di spavento da parte dei Paria) Ehi! Questo nome vi fa sobbalzare? Ma Medzoo (reazione) è il vostro eroe, il vostro salvatore.
OLOMINGA - Ma taci. E' che siamo un po' stanchi. Abbiamo lavorato molto oggi.
NTITALA - Ma voi non lavorate. Siamo noi che lavoriamo la terra.
OLONGOL - Volevamo dire il lavoro mentale. Abbiamo riflettuto molto.
NTIKAT - Vedo. E per riflettere vi strappate i vestiti tra di voi.
OLONGOL - Ma certo. E' una meditazione profonda.
OLONDUMDUM - Strappante.
OLOMVET - E fate partecipare Medzoo...

Entra Medzoo, furente e si butta gridando su Ekan e Paria. I due clan si ritrovano nella sala e Medzoo rimane solo sulla scena. Ntitala si cambia in Mimpimibegue e Olongol in Ntiyangue.

OLOMINGA - Ecco. Siete contenti adesso.
OLONDUMDUM - Non potevate stare zitti?
NTIYANGUE - Non potevate dirci che si era ribellato? Imbecilli!

Disputa verbale ricca di insulti. Ntikat diventa Olomvet e Olondumdum diventa Ntibeba.

OLOMVET - Basta! Silenzio! E quando dico silenzio, vuole dire...
I PARIA - (rassegnati) Silenzio.
OLOMVET - Riflettiamo su cosa si può fare.
NTIBEBA - Ah, questo è un problema vostro.
NTIYANGUE - Le vie del palazzo ci erano chiuse e lo rimangono. Che cosa cambia per noi?
OLOMINGA - Sapete che Med... (reazione da parte di tutti) Voglio dire "lui" va ogni notte a devastare le piantagioni ed il bestiame dicendo: "distruggo ciò che appartiene ai capi"!
OLOMVET - Quando avrà distrutto tutto, cosa mangeremo noi e voi?
TUTTI - Yéééé... (delusione)

Olomvet si cambia in Ntikat e Ntibeba si cambia in Olondumdum.

NTIKAT - Certo che potevate stare attenti.
OLOMINGA - E voi che ci avete sempre rifiutato una patata in più?
OLONDUMDUM - E' sempre così. Pochi hanno molto, molti hanno poco e qualcuno non ha niente. Se i qualcuno che non hanno niente potessero avere una parte del poco che hanno i molti che hanno poco e se i molti che hanno poco potessero avere un poco del molto che hanno i pochi che hanno molto... Molti problemi non esisterebbero. Ma pochi fanno molto, per non dire niente per migliorare un poco qualcosa di così semplice. ecco perché siamo dove siamo.
NTIYANGUE - Chi gli ha dato la parola?
NTIKAT - Ma il grande deve prestare l'orecchio al piccolo ed il piccolo al grande.
OLONDUMDUM - Esatto. Quindi bisogna fare un poco per migliorare molto... (tutti lo guardano male)
NTIYANGUE - Posso prepararvi qualche rimedio, ma per essere ben serviti, bisogna sapere aspettare.
OLOMINGA - Ma la situazione è grave. Rischiamo di perdere tutto aspettando.
NTIYANGUE - Ah, ogni albero ha la sua stagione.
NTIKAT - L'acqua calda non resta sempre calda.
NTIYANGUE - Poco alla volta crescono le banane. Cammina con la testa alta e le raccoglierai.
I PARIA - Eeeh??
NTIKAT - Non importa quanto sia lunga la notte, il giorno verrà.
OLOMINGA - Ma bisogna agire adesso!
NTIYANGUE - Chi ha lasciato entrare la pantera nel recinto delle pecore non può avercela con la pantera per averle divorate.
OLONDUMDUM - Il sole riscalda a volte e la capra bruca spesso.
TUTTI - Ooooh!
NTIKAT - Ascoltate, Figli della nobile tribù di Engon-Zok. Figli della terra dei nostri padri. Visto che non è possibile recuperare quella creatura...
OLOMINGA - Impossibile.
NTIYANGUE - Visto che non può più ragionare altrimenti...
NTIKAT - Visto che non possiamo vivere così...
OLONDUMDUM - Non vogliamo mica morire di fame.
NTIKAT - O è lui o siamo noi.
TUTTI - Sì!
NTIYANGUE - Una sola soluzione.
TUTTI - Una sola.
Olominga si cambia in Ntiminga e Ntiyangue in Olongol.

NTIMINGA - Peccato. Un essere così perfetto.
OLONGOL - Un essere che poteva fare da solo tutto il lavoro di un villaggio.
NTIMINGA - Un essere così, così... (sospira)
NTIKAT - Una sola soluzione.

Si sente un tuono fortissimo e si scorge un lampo dove si trova Mimpimibegue.

MIMPIMIBEGUE - Distruggerlo! Vero? Annientarlo, giusto? E così tutte le difficoltà saranno superate. La pace e la felicità regneranno nel nostro villaggio... Tutti, siete tutti dei miserabili che parlate solo perché avete una bocca. Distruggerlo! (ai Paria) Voi! Come potete accettare di distruggere colui che ci ha fatto respirare, fosse anche per qualche briciola di tempo, la nostra libertà, la nostra felicità? (agli Ekan) Forse che voi quando avevate il potere; avete fatto qualcosa per ridurlo, per trovarci un posto al sole? No. Avete attentamente evitato di farlo. E i vostri guerrieri? E la vostra potente parola che ci schiacciava? No... Non avete rinunciato a niente di tutto ciò. Eppure adesso ragliate come asini, fate dei bei discorsi e volete mettere tutti d'accordo! (diventa cattiva) Comunque non ci riuscirete. E' indistruttibile, invincibile, immortale. Vi schiaccerà come la zampa dell'elefante schiaccia con un solo passo delle migliaia di formiche. Poveri piccoli idioti! Non capite niente di lui: è dentro di me che sono passati i vostri attributi per generarlo, sono io che gli ho dato la vita... E' come... E'... E' mio figlio. (silenzio) Non capite niente. (pausa) Ma non capite proprio?! (silenzio) Non ucciderete mio figlio! (pausa) Perché?! (silenzio) Rispondete!! (si accascia lentamente per terra ed il suo corpo è scosso da fremiti - si sente il vento in lontananza, come un saluto - dopo un po', lentamente, fieramente, si rialza) Possibile. E' possibile distruggerlo. Ma nessuno di voi per quanto forte o astuto che sia può sperare di vincerlo. Quando la volontà crea, solo la volontà può disfare. (mormorii degli altri che non capiscono) Perché è stato creato?! Perché ha cominciato a comportarsi così?! Un rogo non si spegne mettendoci sopra dell'altra legna.

C'è un momento di imbarazzo. Ntikat diventa Olomvet e Olondumdum diventa Ntibeba.

NTIMINGA - Bé, facciamo qualcosa, allora.
OLONGOL - Sì, possiamo provare.
NTIBEBA - Pensiamoci insieme. Venite qui.
OLONGOL - Chi? Non siamo mica i vostri servi!
NTIBEBA - Avete sentito?
NTIMINGA e NTIBEBA - Abbiamo sentito!
NTIBEBA - E' veramente incredibile. Noi ci degniamo di collaborare e loro fanno dell'ostruzionismo.
OLOMVET - Eh?! Noi accettiamo di distruggere la nostra creatura e voi dettate ancora delle condizioni?
OLONGOL - E' il colmo.
NTIMINGA- Cosa?! Siete voi che avete creato quel mostro e siamo noi che accettiamo di aiutarvi.
NTIBEBA - Non dimenticatevi che senza di noi voi non siete nulla.
NTIMINGA - Siete dei miserabili!
OLONGOL - Chi è miserabile? Bastardi!

Disputa verbale ricca di insulti durante la quale gli attori si scambiano varie volte i vestiti. Non si capisce più chi è chi.

OLOMVET - Ho come l'impressione che in questo modo sarà alquanto difficile.
OLONDUMDUM - Molto impossibilmente difficile.
OLOMVET - E se ne discutessimo durante un'altra serata?
NTIMINGA - Il pubblico è già stufo.
OLOMVET - E' quello che credo. Che la gente se ne vada. Torneranno alla prossima luna piena e ne discuteremo.
NTIBEBA / OLONDUMDUM - Per questa sera il nostro racconto è finito.
OLONGOL - Come finito?
NTIMINGA - Puoi anche smettere di balbettare. Abbiamo finito.
OLOMVET - Ad ogni modo il nostro racconto è veramente finito. Tocca a voi terminarlo se non vi pare completo.

Gli attori cantando la canzone dei campi, prendono i loro trespoli, vi appendono cappelli e mantelli . Tornano in scena .


fine




AYLÙ
NEL REGNO
DEI MORTI









1993

per Antonella
gioia,
ferita,
ispirazione.

"Aylù nel Regno dei Morti" è stato rappresentato per la prima volta nel mese di giugno 1993 dall'Atelier di Teatro della Scuola Argonne di Milano. Per la regìa dell'autore e l'organizzazione della Scuola Argonne.

La distribuzione era la seguente:

il GENIO: Daniele Camiciotti
AYLÙ, paesano suonatore di flauto: Filippo Rigoli

i paesani amici di Aylù,

KUMPI: Domenico Pontari
EFFA: Marco Altieri
BAABA: Eliano Saglimbeni
TATO: Guido Alberti
POPP: Jacopo Casoni
l'AGNELLO: Marco Altieri
il LUPO: Jacopo Casoni
la STREGA: Guido Alberti

il 1° MORTO (o re dei Morti): Domenico Pontari
gli altri morti e i cinghiali: Marco Altieri
Eliano Saglimbeni
Guido Alberti
Jacopo Casoni

Buio. Musica di flauto, allegra ma con le note molto lunghe. Si aggiunge un ritmo di tamburo che scandisce la canzone del lavoro dei paesani. Luce. I paesani attraversano la sala cantando con zappe, badili, sacchi per la raccolta. Pantomima del lavoro campestre in mezzo al pubblico. Aylù ed il Genio sono dietro: l'uno suona il flauto, l'altro il tamburo. Quando il canto ed il flauto si affievoliscono, il Genio comincia a parlare.

GENIO: Eh, sì. E' veramente faticoso il lavoro nei campi... Ti spezza la schiena e ti indurisce le mani. Ma lascia libero il cuore. E' il nostro lavoro, la nostra vita. Come? Vi state chiedendo perché quel ragazzo che suona il flauto non sta lavorando? Ah. Perché non lavoro io? Bé, io sono il Genio; sono qui per raccontarvi la leggenda di Aylù nel Regno dei Morti. Sì, sì, leggenda. Ai tempi in cui la gente credeva ancora nelle leggende, ci credeva tanto... Tanto che taluni le vivevano veramente le loro leggende. E molto sottile era la barriera che divideva la realtà che si viveva da quella che si sarebbe voluto vivere. La leggenda che voglio raccontarvi stasera si svolge in un piccolo villaggio ai margini della grande foresta tropicale di Nimbuluh. Quello che suona il flauto si chiama Aylù e vi ingannate se pensate che lui non stia lavorando; Aylù suona il flauto e... Come diventa più leggero il lavoro quando è accompagnato dalla musica di Aylù!

Canti e musica di nuovo forti. I paesani finiscono il lavoro, salgono in scena e si spartiscono il raccolto. Baaba prende troppe patate.

KUMPI: Ehi, Baaba! Dove credi di andare con tutte quelle patate?

BAABA: Non rompere, Kumpi. Mi spettano di diritto. Ho lavorato più di tutti voi.

KUMPI: Nemmeno per idea. Tu dimentichi che alla semina ero io a tirare l'aratro.

BAABA: Ma non dire idiozie!

TATO: Tu non insulti il mio amico!

BAABA: Vai a quel paese, tu.

Scoppia una rissa. Aylù si mette a suonare il flauto. Poco a poco i paesani si calmano.

AYLÙ: Ma non lo sapete che le patate appesantiscono? E poi non si riesce a stare svegli durante le feste. Oltre che a rendere spesso il cervello di chi ne mangia troppe... (brontolii dei paesani) Kumpi, perché non ringrazi Baaba che si preoccupa di non intorpidirti il cervello? (timide risate dei paesani) Comunque Baaba, è inutile che tu ti sacrifichi per noi a mangiare più patate. Non ti vogliamo più torbido di così. (altre risate)

BAABA: Insomma, io...

AYLÙ: Ma sì. Facciamo così: tu il gesto generoso l'hai fatto. Adesso perché nessuno ne soffra più degli altri queste patate in più le mettiamo da parte per mangiarle tutti insieme. (approvazioni e applausi)

TATO: Le cucino io! Voi portate le foglie di zom e le noci.

EFFA: Sì, andiamo da Tato, che sa fare da mangiare.

KUMPI: Aylù, sei nostro ospite, naturalmente.

BAABA: A condizione che ci suoni qualcosa.

Aylù comincia a suonare mentre tutti i paesani si incamminano fuori.

GENIO: Bé, avrete capito. Il lavoro di Aylù non finiva lasciati i campi. Quattro note, due parole e soprattutto la sua presenza bastavano per ridare serenità all'intero villaggio. (suona il tamburo e balla) Anch'io sono contento. (ride) Ma... C'è sempre un "ma" se no che storia è? Aylù che viveva per dare tutto ai suoi amici non aveva ancora fatto i conti con i suoi desideri personali. (ride, balla)

Entrano ballando i paesani con pentole e bottiglie di vino. Mangiano, cantano danzano.

GENIO: E così accadde che... (ride, balla)

Non si sente più né musica, né canti. Aylù s'immobilizza guardando un punto nel vuoto in mezzo al pubblico. Gli altri continuano a ballare come prima.

AYLÙ: Avete visto? Ehi! Dico a voi! Guardate che splendore.

TATO: (distrattamente) Che cosa c'è Aylù?

AYLÙ: Come che cosa c'è?! La creatura più bella che la terra abbia mai portato. (tutti continuano a ballare) Mi ha sorriso! Ma guardate!

GENIO: Ma gli altri non potevano vedere la bellissima ragazza che aveva affascinato Aylù. E sì che era di quelle bellezze che vi lasciano il respiro a metà trachea e con gli occhi senza voglia di sbattere le palpebre per non perdere neanche un secondo di quella visione. Di quelle bellezze dietro alle quali si indovinano un'estrema dolcezza e un profondo sentimento. Una di quelle che... (guarda Aylù e gli dà una sberla) Che vi fanno ignorare tutto quello che vi succede intorno. (gli dà un calcio nel sedere) Di quelle che vengono prima di tutto e di tutti. Comunque vado a presentarvela. (balza giù dalla scena e va verso il punto che sta fissando Aylù) Eccola. Si chiama Edin. (pausa) Ah, volete sapere perché gli altri non possono vederla? E' semplice. Edin non è una creatura di questo mondo. Essa viene dal Regno dei Morti. Nel regno dove vivono, o meglio abitano, non posso certo dire che vivono, fianco a fianco quelli che sono passati sulla terra e quelli che non sono mai nati. Edin ovviamente appartiene alla seconda categoria, se no il suo passaggio su questa terra si sarebbe notato, non vi pare? E soltanto i puri di spirito, quelli con la gioia nel cuore, possono vederla. Non ne vale la pena? (pausa) Come? Non mi direte che neanche voi la vedete? (pausa) No, eh? (imbarazzato) Ehm... Ehm... Bé, ci sono eccezioni... Eeee... Non è detto che non siate dei puri, che non abbiate la gioia nel cuore. Non è detto che siate degli insensibili, dei buzzurri, dei viscidi personaggi. (si scalda) Non è detto che siate per forza degli orripilanti figuri, delle carogne!! (pausa, si calma) Ehm... Insomma... Può anche darsi che Edin non esista... Chi lo sa?

Si sente di nuovo la musica, di sottofondo.

AYLÙ: Se ne sta andando! (la segue con lo sguardo) Fermati, dolce creatura! Ti devo parlare. E' vero che mi hai sorriso? Fermati! (ai paesani) Aiutatemi! Cosa posso fare?! (finisce la musica e i paesani smettono di ballare)

BAABA: Tu ci prendi in giro Aylù. Là non c'era proprio nessuno.

AYLÙ: Ma vi assicuro...

TATO: Ma stai scherzando o hai veramente le allucinazioni?

KUMPI: Credo che tu abbia bisogno di riposarti.

EFFA: Sì Aylù, veramente. Tu non hai visto nessuno.

AYLÙ: Allora io...

GENIO: No, Aylù. Tu hai visto veramente quella creatura. E' solo che si tratta di Edin, la figlia che viene dal Regno dei Morti.

TUTTI: Ahi!! (paura)

AYLÙ: Genio, allora esiste. Dimmi dove posso trovarla. Devo parlare con lei assolutamente.

BAABA: Aylù tu sei pazzo. Lascia stare le ragazze dei morti.

POPP: Aylù, lascia perdere.

KUMPI: E' pericoloso.

EFFA: Aylù, vieni che è ora di dormire. (Aylù resta immobile)

POPP: Aylù, scantati!

AYLÙ: Devo rivederla. Genio ti prego, dimmi come posso fare.

GENIO: E' difficile arrivare nel Regno dei Morti e non è sicuro che alla fine tu possa rivedere Edin.

AYLÙ: Non importa quanto sia difficile. Dimmi, Genio; io tenterò tutte le strade possibili.

GENIO: Ti vai a cacciare in una brutta avventura.

AYLÙ: Non m'importa, dimmi Genio.

GENIO: Te ne pentirai.

AYLÙ: Dimmi!

GENIO: Farai pentire anche me.

AYLÙ: Dimmi!

GENIO: Può darsi che tu non possa poi tornare indietro.

AYLÙ: Dimmi!

GENIO: E non credo che...

AYLÙ: (scuotendo il Genio) Lascia decidere a me! Ti scongiuro, dimmi come faccio a rivederla.

GENIO: (rassegnato, sospira) L'avrai voluto tu. Il cammino che porta al Regno dei Morti si trova alla fine della foresta di Nimbuluh; ma non lo troverai se prima non giurerai davanti a te stesso e agli spiriti dei tuoi antenati, che rinneghi la tua vita presente fino a quando non avrai raggiunto il Regno dei Morti. Solo così nella foresta potrai incontrare le tappe successive per procedere.

AYLÙ: Lo farò.

EFFA: No, Aylù. Non rinnegare la tua vita!

KUMPI: Non lo fare.

POPP: Non sai a cosa vai incontro.

BAABA: Cosa t'importa di una ragazza che non si può nemmeno vedere?

AYLÙ: Amici, io devo andare a trovarla. Sento di avere le forze per farlo. (mormorii di diffidenza) E tornerò. Con Edin.

TATO: Oh, se lo dici tu...

AYLÙ: Genio, dammi le tappe successive.

GENIO: Quelle le devi scoprire tu. E le supererai nel modo che riterrai più giusto.

AYLÙ: Ma come farò a sapere quali sono?

GENIO: Te lo deve dire il tuo cuore. Se ci tieni a Edin, non ti farà sbagliare.

AYLÙ: Sono pronto. Domattina prima che si alzi il sole partirò per la foresta di Nimbuluh.

Buio.

Luce debole in scena. E' quel breve momento che precede l'alba dove si avverte la luce del sole che verrà senza vederla veramente. Entra Aylù con una lampada a petrolio in mano. Il Genio, che era coricato per terra si alza e si stiracchia.

GENIO: E così, prima che le luci dell'alba trafiggano il buio del villaggio, salutati i suoi amici, Aylù si mette in cammino per la grande foresta di Nimbuluh. (Aylù scende dal palco) Aspetta! Aspetta un attimo! (Aylù si ferma) Il giuramento. Se no non arriverai da nessunissima parte.

AYLÙ: E' vero. (esita un attimo) Giuro, davanti a me stesso e davanti agli spiriti dei miei antenati che rinnego la mia vita presente e passata. La mia vita non mi interessa più fino a quando non avrò trovato il Regno dei Morti per arrivare da Edin.

Si sente un fischio penetrante, lungo. Aylù si tappa le orecchie, poi silenzio.

GENIO: Ti voglio dare questa zucca magica. Ogni volta che avrai bisogno di aiuto ci potrai soffiare dentro e...

AYLÙ: Io non avrò bisogno di aiuto.

GENIO: Si ha sempre bisogno di aiuto. Prendi questa zucca e ci soffierai dentro quando ti troverai in difficoltà. Ricordati che la forza più grande è quella di sapere accettare l'aiuto degli altri.

AYLÙ: (dopo una pausa) Grazie Genio, me ne ricorderò.

Aylù prende la zucca e si incammina. Rumori della foresta. Dopo un po' che cammina si sente un ululato triste di lupo. Aylù si blocca e si guarda attorno. Altro ululato seguito da un belato molto deciso di agnello. Con precauzione Aylù si avvicina alla scena dove ora la luce consente di vedere un Lupo ed un Agnello che discutono.

LUPO: Ma è insensato! Che cosa c'entro io?

AGNELLO: C'entri, c'entri. Sei un lupo o no?

LUPO: Sì, ma...

AGNELLO: E non stiamo forse bevendo dallo stesso ruscello?

LUPO: Agnello! Ma è la prima volta che ci vediamo!

AGNELLO: Fosse anche la millesima, non cambia nulla!

LUPO: Ma cambia per me!

AGNELLO: Guarda. Chiediamo a quel passante di dirci chi ha ragione.

L'Agnello indica Aylù che istintivamente fa un passo indietro.

LUPO: Per me va bene.

AGNELLO: Avvicinati, amico e non avere timore.

LUPO: Noi non mangiamo nessuno.

AGNELLO: Questo resta da stabilire. Comunque avvicinati che abbiamo solo bisogno di un giudice.

AYLÙ: (salendo in scena, timoroso) Non so se potrò esservi utile. Ma posso sempre provare.

AGNELLO: Così, bravo. Allora, ecco quanto è successo: questo lupo ed io stavamo abbeverandoci a questo ruscello quando ho scoperto che lui con le sue luride zampacce mi insozzava l'acqua che bevevo...

LUPO: Ma non è possibile. Se io stavo a valle rispetto a dove bevevi tu.

AGNELLO: Questo è solo un dettaglio. Le tue zampe sono o non sono più sporche delle mie?

LUPO: (si guarda le zampe) Bé...

AGNELLO: Quindi insozzavi l'acqua!
LUPO: Ma non quella che bevevi tu! Amico viandante; questo Agnello mi vuole fare arrosto. Dillo tu che non sporcavo la sua acqua.
Aylù vuole parlare ma viene anticipato dall'Agnello.
AGNELLO: Forse non sporcavi la mia acqua ma l'altro ieri tuo padre ha fatto i suoi bisogni nel prato dove pascolava la mia famiglia. Per questo ti taglierò a fette e ti cuocerò a fuoco lento.
LUPO: Ma è impossibile. Mio padre non l'ho mai conosciuto. Giovanissimo è emigrato in un altra foresta.
AGNELLO: Oh, bé... Insomma! Allora sarà stato tuo... Nonno. (ad Aylù) Tu non lasciarti influenzare dalla sua parlantina.
AYLÙ: Io...
AGNELLO: Comunque. Da che il tempo è tempo i lupi hanno sempre mangiato gli agnelli con i più futili pretesti. Ci fu un lupo che accusava un agnello di intorpidirgli l'acqua che beveva mentre l'agnello si trovava più a valle rispetto al lupo. Il lupo finì per mangiarsi l'agnello.
LUPO: Ma io...
AGNELLO: Compreso di coda e di zoccoli! Inventando storie assurde di nonni e di padri. Quindi io qui ho il pieno diritto di mangiarti. Anche perché se non ti mangio io adesso, la prossima volta di sicuro mi mangerai tu. Giusto, nostro amico giudice?
AYLÙ: Bé, in effetti...
LUPO: Ma io non c'entro. Non c'ero. (solenne) Ti prometto che non ti mangerò mai.
AGNELLO: Non cercare di influenzare il giudice. (con grinta ad Aylù) Allora!? Ho ragione o no?
Lupo e Agnello mettono Aylù alle strette.
LUPO: Ti prego, non ha ragione.
AGNELLO: Deciditi!
LUPO: Non voglio finire arrosto...
AGNELLO: Muoviti!
AYLÙ: Aiuto! (si blocca, guarda la zucca, esita poi vi soffia dentro - ne esce un suono lungo e profondo) Aiuto!
VOCE DEL GENIO: Perché temi, Aylù? Ti stai avvicinando al mondo dei morti e le cose cominciano a capovolgersi.
AYLÙ: Cosa significa? E io cosa devo fare? Se l'agnello non mangia il lupo, domani il lupo mangerà l'agnello.
VOCE DEL GENIO: Perché continui a pensare come un vivo?
Aylù è smarrito, viene stretto in un angolo dal Lupo e dall'Agnello.
AGNELLO: E allora?!
LUPO: Ti prego, fai qualcosa...
L'Agnello lancia belati terribili, il Lupo degli ululati malinconici e sinistri; Aylù, continuando ad indietreggiare, perde l'equilibrio, cade ed il suo flauto gli esce di tasca. Istintivamente lo raccoglie, lo guarda, ha un attimo di esitazione ed infine comincia a suonare. Lentamente Lupo e Agnello si scostano da lui e si fermano ad ascoltare la musica.
AYLÙ: Agnello, sei sicuro che sia importante quello che succede nelle storie dei vivi? (belato dell'Agnello) E tu, Lupo, che domani passerai dalla parte di chi minaccia, continua a discutere, tanto qui la forza non conta. (ululato del Lupo)
Aylù si rimette a suonare e abbandona lentamente la scena mentre la luce cala e si sente l'ultima discussione tra Lupo e Agnello.
AGNELLO: Stavamo dicendo che la cosa giusta è che io ti tagli a fette.
LUPO: Nemmeno per sogno. Stai attento a non imbrogliare le carte.
AGNELLO: Bé, ricostruiamo la scena. Tu stavi bevendo qui...
LUPO: E tu... Un momento. Chi sta a valle stavolta?
AGNELLO: Mettiti tu, va.
LUPO: Humm... Toccherebbe a te.
AGNELLO: Ma così sarai tu a sporcarmi l'acqua.
LUPO: Certo. Così ti potrò fare un'accusa ingiusta.
AGNELLO: E bravo. Così poi mi mangi.
Le loro voci svaniscono nel
buio.
Musica e rumori della foresta. Aylù cammina tra il pubblico con la sua lampada. Risale in scena dove nel frattempo si è creata una luce azzurrastra. Rumore di un grande corso d'acqua che scorre. Aylù guarda verso il pubblico.
AYLÙ: Ehi... Che fiume! Si vede a malapena l'altra sponda. Di sicuro è di là il Regno dei Morti. E adesso?
Aylù guarda perplesso il "fiume" mentre silenziosamente, una vecchia cenciosa si avvicina alle sue spalle. Aylù si volta, la vede e sobbalza. Ghigno della vecchia che è una strega.
AYLÙ: Chi sei tu? E perché vieni alle mie spalle senza farti sentire?
La Strega ride, non risponde e si avvicina ancora di più ad Aylù.
AYLÙ: Cosa vuoi da me? Da dove vieni?
STREGA: (ride) Caso mai le domande le dovrei fare io visto che vivo qui da sempre e sei tu quello capitato qui. Perciò dovrei chiederti chi sei e cosa vuoi. Ma non te lo chiedo perché lo so già. Lo so già non perché me lo abbia detto qualcuno ma perché io so tutto. E così so che tu devi arrivare nel Regno dei Morti e per arrivarci devi attraversare questo fiume. A questo punto ti conviene darmi un bacio. Poi ti farò bere un decotto di mia preparazione. (si avvicina con una ciotola in mano) Vieni allora, così passerai il fiume.
AYLÙ: (facendo un balzo indietro) Tu sei matta! non ti avvicinare. il fiume lo attraverso da solo.
La Strega ride. Aylù fa per tuffarsi ma si blocca, incredulo.
AYLÙ: Dov'è finita l'altra sponda? (la Strega ride) Oh, no. Questo è un oceano. (la Strega ride, Aylù si volta verso di lei) Ne sai qualcosa tu? Brutta vecchiaccia disgustosa...
Silenzio. Aylù guarda la zucca, ci pensa un po' ed infine vi soffia dentro. Appare il Genio camuffato.
GENIO: Hai chiamato, Aylù?
AYLÙ: (spaventato) Ah! E tu chi sei? Non... Non lo so se ho chiamato. Tu... Tu vieni da questa zucca? (il Genio annuisce) Io devo attraversare questo fiume. Questo oceano. Non so più. Ma... Non ti ho già visto da qualche parte?
GENIO: Può darsi.
AYLÙ: Mi ricordi un mio carissimo amico. Ma non mi ricordo chi.
GENIO: Qualcuno sarà.
AYLÙ: Strano. E' come se la mia vita prima di adesso non fosse mai esistita. L'ultima cosa che ricordo è di avere parlato con un lupo e un agnello.
GENIO: Dicevi a proposito di quel fiumiciattolo?
AYLÙ: Fiumiciattolo? Ma se è un ocean... (si blocca sbarrando gli occhi verso il pubblico)
GENIO: (al pubblico) Nel frattempo il fiume del quale non si vedeva l'altra sponda, era diventato un piccolo corso d'acqua da attraversarsi con due o tre bracciate.
AYLÙ: Genio della zucca! Non ho più bisogno di te. Questo rigagnolo lo passo come voglio.
GENIO: Certo. E' bene però passare prima dal guardiano del fiume che separa il mondo dei vivi da quello dei morti.
AYLÙ: Va bene. Dove lo posso trovare?
GENIO: (indicando la Strega) E' lei. (Aylù sobbalza)
STREGA: (ridacchiando) Vieni, bravo giovane? Vieni a bere questo decotto che ti proteggerà dalle insidie del fiume. (si avvicina ad Aylù con la ciotola)
AYLÙ: No! Non mi toccare, sai! Mi spiace ma vado da solo.
Aylù fa per tuffarsi ma si blocca. La Strega ride. Il Genio si rivolge al pubblico.
GENIO: Naturalmente il fiume era ridiventato immane.
AYLÙ: Ho capito. Non ho scelta, vero?
GENIO: Sì che ce l'hai. Puoi sempre tornare indietro. Ma se il tuo cuore è così pieno di amore, perché dovresti disprezzare quella povera vecchia?
Aylù sospira, si avvicina alla Strega e la abbraccia. Buio. Quando torna la luce, la Strega non c'è più e la ciotola è per terra. Aylù si rende conto che sta abbracciando il vuoto.
AYLÙ: Dov'è? Edin! Ti ho sentita. Eri tu? Torna qui. Torna indietro con me! (deluso)
GENIO: Aylù, il fiume. Edin è di là.
AYLÙ: (si riprende) Sì, vado. (si ferma, beve dalla ciotola) Non è poi così malvagio. Ehi! il fiume è tornato piccolo. (si tuffa, felice verso il pubblico)
GENIO: Splash!
Buio.
Luce spettrale sulla scena. Musica inquietante fatta di suoni e di echi. Aylù sale in scena uscendo dal fiume, si scrolla l'acqua di dosso.
AYLÙ: Bé, eccomi qua. (pausa) Non c'è nessuno. (ha un brivido) Che freddo che ho preso nel fiume. (altro brivido) Brrr...
1° VOCE: Chi è il temerario che osa introdursi nel nostro Regno?
2° VOCE: Dice di tremare dal freddo.
3° VOCE: Forse non è il freddo.
1° VOCE: Forse non è poi così coraggioso.
AYLÙ: Chi siete? Dove siete?
4° VOCE: Tu sei qui.
3° VOCE: Nel Regno dei Morti.
2° VOCE: Chi speri di incontrare?
AYLÙ: Ma dove siete? Fatevi vedere!
1° VOCE: Aaah... Ci vuole vedere.
2° VOCE: Vedere...
3° VOCE: Vedere...
4° VOCE: Vedere...
5° VOCE: Vedere...
AYLÙ: (facendosi coraggio) Sì, certo che vi voglio vedere.
1° VOCE: Ma credi davvero che il primo venuto possa vederci così, solo perché lo desidera?
5° VOCE: Perché un vivo possa vederci, ci deve essere un motivo più che valido.
TUTTE LE VOCI: Più che valido.
AYLÙ: (facendosi ancora più coraggio) Ce l'ho un motivo valido. (inghiotte saliva)Sono venuto per vostra figlia Edin. Voglio portarla con me.
Brevissimo silenzio poi musica fortissima all'improvviso. I morti entrano in scena come in un vortice e circondano Aylù.
1° MORTO (o re dei Morti): Puoi ripetere per favore?
AYLÙ: Io... (ancora inghiotte saliva)
I MORTI: Puoi ripetere per favore?
AYLÙ: Sono venuto ... Perché voglio vostra figlia Edin.
Il 1° Morto emette un suono breve e deciso, poi con un gesto invita gli altri a radunarsi attorno a lui. I Morti confabulano tra di loro. Si rivolgono infine nuovamente ad Aylù.
4° MORTO: Ti rendi conto di quello che chiedi?
1° MORTO: Si viene forse nel Regno dei Morti per prendere moglie?
I MORTI: Nooo!
1° MORTO: Quando si viene nel Regno dei Morti?
3° MORTO: Quando si è...
I MORTI: Morti!
5° MORTO: Sei forse morto?
AYLÙ: Non... No. Almeno non credo.
1° MORTO: Ah. Non sai se sei vivo o morto.
4° MORTO: Però vuoi prendere moglie...
2° MORTO: Dai morti!
1° MORTO: Fratelli!
I MORTI: Mmmmh!
1° MORTO: Possiamo forse prendere in considerazione la domanda di uno che non sa nemmeno chi è?
I MORTI: No.
1° MORTO: Come farai a provvedere ad una famiglia?
3° MORTO: Impossibile.
AYLÙ: No, ascoltate. Io so benissimo chi sono. Io sono un vivo.
I MORTI: Aaah! (con disgusto e facendo gesti scaramantici)
1° MORTO: Faresti meglio ad andartene al più presto.
I MORTI: Al più presto!
AYLÙ: (esita) Va bene... Allora io... (si volta per andarsene, poi si blocca) Ma no! Non sono venuto fin qui per andarmene a mani vuote. Sono venuto per vedere Edin. (acquistando coraggio) E non me ne andrò senza di lei. (silenzio)
4° MORTO: Ma che pretenzioso.
5° MORTO: E cosa ti può far pensare...
2° MORTO: Che te la faremo vedere?
3° MORTO: Pensi davvero di meritartela?
AYLÙ: Non chiedo altro che di dimostrarvelo.
1° MORTO: Ah. Fratelli; siete tutti testimoni?
I MORTI: Lo siamo.
1° MORTO: Comincia a risolvere questo indovinello.
AYLÙ: Sono pronto.
1° MORTO: Indovinello!
I MORTI: (facendo burlescamente finta di non sentire)Eeeeh?!
1° MORTO: Indovinello!
I MORTI: (come sopra) Eeeeh?!
1° MORTO: Indovinello!!
I MORTI: (burlescamente come se avessero avuto una rivelazione) Aaaah!
1° MORTO: Chi pur avendo gli occhi sempre ben aperti, se piange, non ce ne si accorge?
2° MORTO: Ti diamo due possibilità.
AYLÙ: (dopo aver riflettuto invano, si accorge della zucca) La zucca magica!
I MORTI: Sbagliato!
AYLÙ: Cosa sbagliato?
1° MORTO: Ti resta una possibilità.
AYLÙ: Ma non era una risposta. Stavo solo chiamando il mio Genio.
3° MORTO: Ci vuoi forse insegnare il nostro mestiere?
2° MORTO: Se è così...
4° MORTO: Non hai più bisogno di noi...
5° MORTO: E ce ne possiamo anche andare.
AYLÙ: No. No, va bene. Mi resta una possibilità. Fatemi solo chiamare il mio Genio. (soffia nella zucca, appare il Genio) Genio, aiutami. Se non sciolgo questo indovinello non mi faranno vedere Edin.
GENIO: Non c'è motivo di allarmarsi, Aylù. (bisbiglia qualcosa all'orecchio di Aylù)
AYLÙ: (soddisfatto, ai Morti)E' il pesce. Ha sempre gli occhi ben aperti, ma se piange come accorgersene visto che sta nell'acqua?
I Morti si guardano e applaudono con un certo distacco.
1° MORTO: Bravo. Bravo davvero. (pausa)Peccato che ve lo abbia suggerito uno di noi. (burlescamente, ai Morti) Chi ha fatto la spia? (i Morti negano)
AYLÙ: Ma no. Sono solo io con il mio Genio che abbiamo trovato la soluzione.
1° MORTO: Quindi secondo te, io avrei mentito.
AYLÙ: Non ho detto questo.
1° MORTO: Ma lo hai sottinteso. A meno che non menta tu.
AYLÙ: Ma no.
1° MORTO: Allora stai dicendo che mento io.
AYLÙ: No...
1° MORTO: Ma sì.
AYLÙ: Noo!
1° MORTO: Mi contraddici. Insomma mi dai del bugiardo ancora una volta.
AYLÙ: Ma... Non lo so... Forse hai ragione.
1° MORTO: Quindi uno di loro mi ha tradito.
I MORTI: Allora siamo tutti dei bugiardi?!
AYLÙ: Insomma! non so più cosa dire, io!
GENIO: Calmati. Stanno solo cercando di confonderti.
AYLÙ: Io... Io non li sopporto più.
1° MORTO: Ti diamo un'ultima possibilità.
AYLÙ: (adirato)Come un'ultima possibilità?! Cosa ho sbagliato fino adesso?
I MORTI: (minacciosi) Eeeeh?!
GENIO: Calmati, ti ho detto.
1° MORTO: Hai copiato la soluzione dell'indovinello...
2° MORTO: Ci hai dato dei bugiardi a tutti...
3° MORTO: E chiedi anche...
I MORTI: Cos'hai sbagliato?
AYLÙ: (rassegnato) Datemi quest'ultima possibilità.
1° MORTO: Ecco. Prendi questo cesto di vimini e riempilo con l'acqua del grande fiume affinché noi ci possiamo lavare le mani prima di darti nostra figlia.
I MORTI: Mh-hmmm! (approvazione)
Aylù prende il cesto dalle mani del 1° Morto e scuote la testa scoraggiato.
AYLÙ: Ma è impossibile... (prova comunque ad attingere l'acqua del fiume, senza riuscirci) Come si fa? Esce dappertutto. (si dispera)
GENIO: E tu non farla uscire.
AYLÙ: E come... Ho capito! Genio, sei un genio! (prende un masso e lo posa nel cesto, poi adagia il cesto sul fondo del fiume - si rivolge ai Morti) Ecco, il cesto è pieno d'acqua. Potete lavarvi le mani.
1° MORTO: (dopo un attimo di smarrimento) In verità la tua saggezza è grande. E noi manterremo la promessa. Ti accordiamo nostra figlia Edin.
I MORTI: Nostra figlia Edin.
Aylù urla di gioia. Musica. Il Genio suona il tamburo ed Aylù il flauto. I Morti dopo un po', si lasciano contagiare e seguono il ritmo mentre Aylù balla felice.
1° MORTO: Solamente dovrai rispettare una condizione.
AYLÙ: E ti pareva. Quale?
2° MORTO: Quando tornerai al tuo villaggio troverai Edin che ti aspetta. Ma per i primi sette giorni non potrai pronunciare la parola "cinghiale" in nessun linguaggio o idioma.
3° MORTO: Se invece lo farai...
4° MORTO: Edin tornerà immediatamente qui da noi.
5° MORTO: E questa volta tornare qui non ti servirà a nulla.
I MORTI: Non ti servirà a nulla.
AYLÙ: Tutto qui? Cosa ci vuole? Per prossimi sette giorni non mi capiterà certo di dire cin...
GENIO: (mettendogli una mano sulla bocca) Sssst!
Buio.
Luci in scena. C'è solo il Genio vestito come all'inizio.
GENIO: E Aylù tornò al villaggio. Oh, com'è più corta e facile la strada del ritorno! Il fiume pareva un ruscelletto, la strega non c'era più, la foresta assomigliava a un boschetto ed il Lupo e l'Agnello sembravano non litigare più. Giunto al villaggio, recuperò la memoria della sua vita e... Meraviglia delle meraviglie; Edin lo aspettava davanti alla sua capanna. Che giorni di felicità furono per Aylù e per Edin quelli che seguirono. Facevano tutto insieme. Dal seminare nei campi al riparare il tetto della capanna. E così passarono sei giorni. Ma all'alba del settimo giorno; tutti i paesani erano andati a caccia e toccava ad Aylù sorvegliare i campi. Un lavoro noiosissimo, dove non succedeva mai niente.
Entra Aylù, stiracchiandosi e sbadigliando. Si siede di fronte al pubblico, con le gambe a penzoloni dal palco. Osserva il pubblico con aria annoiata. Improvvisamente musica fortissima e molto ritmata, irrompono in sala i cinghiali che devastano i campi in mezzo al pubblico. Aylù, spaventato, balza in piedi.
GENIO: Un'orda di cinghiali stava devastando i campi del villaggio.
AYLÙ: Devo avvisare gli altri. (suona il tamburo)
GENIO: Ed Aylù batteva sul tamburo: "Aiuto! Venite! I nostri campi sono devastati dai cinghiali!" (tamburo) "Aiuto! Venite! I nostri campi sono devastati dai cinghiali!"
La musica tace. Grido terribile di donna. Aylù si blocca e guarda verso la capanna.
GENIO: Ahimé. Nel momento stesso in cui Aylù batteva la parola "cinghiale" sul tamburo; Edin veniva richiamata nel Regno dei Morti.
AYLÙ: (correndo fuori scena)Edin! Nooo!!
I cinghiali spariscono.
GENIO: Eh, sì. L'avrete capito. I cinghiali non erano altro che i morti che venivano con il solo scopo di provocare la parola proibita.
Entra Aylù, affranto dal dolore, il Genio gli si siede accanto.
GENIO: Ahi, ahi, ahi... Andiamo male. Vedi Aylù, non è colpa tua. I morti lo sapevano fin dall'inizio che...
AYLÙ: Non m'interessa.
GENIO: Vedi, Edin apparteneva ad un altro mondo e tu hai fatto del tuo meglio per...
AYLÙ: Non m'interessa.
Il Genio allarga le braccia in segno di impotenza. Entrano trafelati gli altri paesani.
EFFA: Dove sono i cinghiali?
TATO: Aylù, dove sono?
POPP: Non vedo cinghiali, Aylù.
KUMPI: Sono già andati via?
BAABA: Non ci dire che li hai cacciati tu?
KUMPI: Da solo!
TATO: Aylù, c'erano davvero i cinghiali?
BAABA: Non saranno come quella ragazza... (il Genio gli fa cenno di tacere, poi fa capire ai paesani che Aylù attraversa un brutto momento)
TATO: Bé, rimettiamo in ordine il campo.
KUMPI: Popp, vai a prendere gli attrezzi.
POPP: Vado. Per fortuna quelle bestie sono andate via subito.
EFFA: Sì, non hanno fatto molti danni.
BAABA: Non ci vorrà molto a rimettere a posto.
TATO: Forza, forza. Al lavoro.
Il Genio dà il ritmo con il tamburo, ma manca chi suoni il flauto. Effa cerca di improvvisarsi suonatore di flauto con risultati penosi ma i paesani fanno finta di niente. Finché Aylù non balza in piedi, prende il flauto dalle mani di Effa e comincia a suonarlo. Il Genio aumenta il ritmo al tamburo e l'allegria si diffonde nuovamente tra i lavoratori che cominciano a cantare. Fanno il giro della sala finché risalgono in scena.

fine




FURGONE PASSEGGERI











1994


alla mia "grande sur" Raffaella.

"Furgone Passeggeri" viene creato dalla compagnia Mascherenere per la stagione 1995 e contemporaneamente viene allestito "Le Car" la sua versione in francese.

Per la regìa dell'autore, con la seguente distribuzione:

NGONO, giovane donna africana: Madeleine Mbita Nna
STELLA, giovane donna europea: Audrey Sadleir
il VECCHIO, cantastorie e filosofo africano: Rufin Doh
l'AUTISTA, conducente di furgone passeggeri: Samba Sow
NGONO, giovane donna africana aspetta accanto ad un segnale di fermata di autobus seduta su di una vecchia panca circondata dai suoi bagagli. Nella penombra, un VECCHIO con degli occhiali suona la sua chitarra in sordina. Dal pubblico arriva trafelata STELLA, una giovane donna europea. Si guarda attorno.

STELLA: Mi scusi, signora, è qui la fermata del furgone per Mayangwa?

NGONO: Quando passa, sì.

STELLA: Perché è già passato?! Oh, no! Lo sapevo che non dovevo dilungarmi così... E adesso non passerà più? Vero? Eh? Oh, Dio mio sono inchiodata qui fino a... Fino a... Quando passa il prossimo furgone?

NGONO: Quello di oggi deve ancora passare.

STELLA: Davvero? Ah, meno male. Mi sarei agitata per niente.

STELLA si siede accanto a NGONO e aspetta. Le due donne non si guardano ma ogni tanto STELLA lancia un'occhiata furtiva in direzione di NGONO. Qualche schiarita di voce da parte di STELLA che NGONO apparentemente ignora. Tutto ciò finisce per mettere STELLA a disagio.

STELLA: Devo tornare di fretta a Mayangwa, sa? Per fortuna che il furgone non è ancora passato.

NGONO: (annuendo) Mmmh-hm.

STELLA: Perché c'è mio zio che sarà all'aeroporto tra breve; torna a casa e non sa che rientro anch'io. Così facciamo il viaggio insieme, se no domani mi toccherà fare il viaggio da sola.

NGONO: (molto vagamente interessata) Mmmmh...

STELLA: Ma arriverà questo furgone o no? E' in ritardo mi pare. Oh, speriamo che non sia troppo in ritardo. Devo assolutamente arrivare all'aeroporto in tempo...

NGONO: Lei è molto agitata signora. Il furgone arriverà, si calmi.

STELLA: Sì, ma quando? Quando? Oh, se lei sapesse quello che mi capita...

NGONO: Che cosa le capita, signora?

STELLA: E' che... Ma non mi chiami signora, per favore.

NGONO: (con un piccolo riso) Come vuole. Come si chiama?

STELLA: Stella. E tu? Eee... Credo che possiamo darci del tu, no?

NGONO: Mi chiamo Ngono. Maria Antonietta Giuseppina Pompadur Ngono.

STELLA: (con un piccolo riso) Carino.

NGONO: Ekié. Il mio nome la fa ridere? Il mio nome ti fa ridere?

STELLA: Ma no, sorridevo così. Io...

NGONO: Mio padre aveva imparato la storia di Francia a memoria a scuola. Ne era molto fiero. Ma hai ragione di ridere.

STELLA: Be', fa bene ridere ogni tanto. Ho una tale disperazione in me.

NGONO: Che cosa ti succede?

STELLA: E' che... E' che... (s'interrompe, sospira, singhiozza)

Il VECCHIO suona la chitarra. Lo si distingue meglio adesso. Sorride guardando STELLA. Anche NGONO la guarda e non può trattenere una piccola risata.

NGONO: (si rivolge al VECCHIO nella sua lingua dicendo che per i bianchi tutti i pretesti sono buoni per piangere)

VECCHIO: (sorridendo) Non capisco. Non sono di qui. (continua a suonare e quando i singhiozzi di STELLA si fanno più deboli:) Mentre il re Dô-Samo si sbellicava dalle risate con tutti i suoi sudditi per la scelta del valoroso cacciatore Moké Dantouman, Sogolon la brutta, Sogolon la gobba con gli occhi esorbitati che l'imbruttivano ancora di più, piangeva piano piano l'offesa ricevuta che nessuno poteva capire.

STELLA: Come?

VECCHIO: Asciuga le tue lacrime che nessuno può leggere, figlia mia, e raccontaci la tua storia.

STELLA: Ho conosciuto Oumar all'università. Eravamo buoni amici... Io non ho pregiudizi sugli africani, ero contenta di avere un amico del vostro paese...

VECCHIO: E poi un bel giorno ti ha detto: (mimando gesti romantici) "Stella, sei veramente molto bella e molto intelligente, ti amo profondamente."

STELLA: Più o meno... Ma come lo sa?

VECCHIO: (Sorridendo come ad un bambino che si protegge) Il tuo sguardo mi attraversa come una freccia e i miei sensi si confondono. Non mi deludere...

STELLA: Ehm... Sì. E gli ho detto: ho un gran bisogno di evadere, di andare altrove, di respirare la mia libertà. Portami da qualche parte.

VECCHIO: (ingenuamente) Andiamo in camera mia?

STELLA: No... Dicevo: andiamo da qualche parte lontano... Portami a Venezia, per esempio.

VECCHIO: (prendendo STELLA sottobraccio) Ah, Venezia, il sogno degli innamorati... Sì, ti porterò, Venezia, Venezia...

NGONO: (interrompendoli) E com'è andata a Venezia?

STELLA: Sono stati dei giorni meravigliosi. Il mondo mi apparteneva. Sentivo che eravamo fatti l'uno per l'altra e... (ricomincia a piangere)

NGONO: Eppure non sembra una storia così triste.

STELLA: Poi Oumar è dovuto ripartire per l'Africa. Avevamo detto che ci saremmo sposati. Ho lottato con la mia famiglia... (sospira)

VECCHIO: (imita un bianco) Ci hai pensato bene, bambina mia? Perché sai, tua madre ed io non abbiamo pregiudizi, ma... (si rivolge a NGONO) Vero tesoro?

NGONO: (capisce il gioco) Sì, non abbiamo niente contro il tuo africano ma... Hai pensato che è di una cultura diversa dalla nostra? (STELLA fa per parlare)

VECCHIO: Sì, lo so. I sentimenti, la passione... E' l'amore che conta. Ma di cosa parlerete? Bisogna avere degli interessi in comune.

NGONO: E come educherete i vostri bambini? Lo sai che "loro" non hanno la stessa concezione di famiglia che noi.

STELLA: Basta! Non capite niente! Non volete capirmi! Io lo amo e ci sposeremo!!

NGONO ed il VECCHIO si guardano fingendo l'indignazione.

STELLA: E sono partita. Solo mio zio mi ha aiutato. Mi ha offerto il biglietto aereo e mi ha accompagnato fino a Mayangwa. Stasera torna a casa e... E adesso devo tornare con lui! Oh, e questo furgone che non viene! E' incredibile... Non c'è una cosa che funzioni in questo paese! Mio Dio!

VECCHIO: (suonando la chitarra) Eh, figlia mia, il sole si alza anche domani.

STELLA: (molto nervosa) Ma l'aereo si alza stasera!

VECCHIO: Puoi tu dirmi se la sabbia del deserto finisce stasera? E se le onde del mare si fermeranno dopo la partenza dell'aereo?

STELLA ricomincia a piangere piano piano ed il VECCHIO racconta suonando la chitarra.

VECCHIO: Mentre il re Dô-Samo si sbellicava dalle risate con tutti i suoi sudditi per la scelta del valoroso cacciatore Moké Dantouman, Sogolon la brutta, Sogolon la gobba con gli occhi esorbitati che l'imbruttivano ancora di più, piangeva piano piano per l'offesa ricevuta che nessuno poteva capire.

STELLA: (alzando la testa) Non si fermi. Continui a raccontare, la prego.

VECCHIO: Sei tu che devi continuare a raccontare. Non ci hai detto perché hai deciso all'improvviso di ritornartene questa sera.

STELLA: No. Ma non voglio più parlarne. Chi era Sogolon la brutta?

VECCHIO: (suonando la chitarra) Sogolon la brutta, Sogolon la gobba.
Madre di Sundiata il conquistatore,
Sogolon la donna bufalo, Sogolon la donna pantera.
Madre del fondatore dell'impero del Mali.
Da Niani a Timbuktu,
fino alla grande acqua senza l'altra riva.
Sogolon altrettanto brutta che preziosa,
Sogolon all'origine del più vasto impero dell'Africa Nera.

NGONO: Lei viene dall'Africa dell'ovest?

VECCHIO: Hai già sentito parlare della storia della madre di Sundiata?

NGONO: Vagamente. M'interessa. Lei è maliano?

VECCHIO: Diciamo che sono un africano che conosce questa storia.

NGONO: Noi ascoltiamo.

VECCHIO: Erano due cacciatori, due fratelli. Il maggiore si chiamava Moké Moussa ed il più giovane Moké Dantouman (va a prendere STELLA sottobraccio e recita la parte di Moussa) E' mai possibile che un bufalo solo minacci un'intera regione e tutto un popolo! Il popolo di Dô!

STELLA: (sta al gioco, recita Dantouman) Vuoi provare ad abbattere il bufalo di... Ehm... Di Dô? Ehm... Molti cacciatori ci hanno provato ma sono tutti morti.

VECCHIO: Se hanno fallito, deve essere perché è noi che il bufalo aspetta.

STELLA: Be', è una possibilità. La nostra vita deve pur servire a qualcosa.

VECCHIO: E i due fratelli si misero in cammino per Dafolo, capitale del regno di Dô. Non senza aver prima consultato il loro indovino.

NGONO: (recita l'indovino) Riuscirete a condizione di avere il favore di una vecchia signora disprezzata da tutti, all'entrata di Dafolo.

NGONO suona il tamburo cantando una strofa allegra. Il VECCHIO e STELLA mimano un marcia sotto il caldo.

VECCHIO: Quando finalmente arrivarono vicino alla città, al di là degli arbusti che nascondevano le prime case di Dafolo... Un torrente! Con una allegra folla di donne che lavava la biancheria.

STELLA: Andiamo a fare il bagno!

VECCHIO: (trattenendo STELLA) Questo fu il loro primo istinto, ma notarono una vecchia donna sfatta, vestita di stracci, che lavava un tessuto a brandelli.

NGONO si mette in posizione per recitare la vecchia mentre i due "cacciatori" si scambiano uno sguardo complice.

VECCHIO: Che fai, madre?

NGONO: Lo vedi bene. Lavo la mia biancheria. (raccatta il suo tessuto e si allontana)

VECCHIO: (a STELLA) Dividiamoci i compiti. Io vado in città ad annunciare il nostro arrivo al re, tu occupati della vecchia.

Il VECCHIO si apparta a suonare la chitarra. STELLA si siede accanto a NGONO e le lancia delle occhiate furtive. NGONO mima l'afflizione. STELLA tira fuori dalla sua sacca un panino e l'offre a NGONO che lo mangia voracemente. STELLA sorride.

NGONO: Grazie. Non mangiavo da ieri sera. (sospira) Sei venuto a tentare la sorte contro il bufalo di Dô?

STELLA: Cioè...

NGONO: Cioè cosa?! Non lo negare. (pausa) La tua generosità mi ha vinta.

STELLA: Ah.

NGONO: Sì, vinta. Mi chiamo Dô-Kamissa, sorella del re Dô-Samo. Per anni mi sono vendicata contro mio fratello Dô-Samo che mi ha privato della mia parte di eredità alla morte di nostro padre solo perché ero donna. Per anni ho ucciso centinaia e centinaia di cacciatori e distrutto quantità di terreni coltivati. (STELLA la guarda incuriosita) Sì, il bufalo di Dô, sono io. E ti accorderò l'onore di abbattere il bufalo visto che la mia ora si avvicina e che ti sei mostrato così gentile.

STELLA: Io...

NGONO: A una condizione! Quando il re Dô-Samo, per ricompensarti, ti darà in sposa una delle donne del suo regno; dovrai scegliere quella che sarà seduta a un balcone ai bordi della piazza delle feste. E' la figlia del re e si chiama Sogolon. Non ti puoi sbagliare: è una ragazza brutta, brutta e gobba, più brutta di quanto la si possa immaginare. I suoi occhi sono esorbitati e nessun uomo in buona salute potrebbe prenderla come sposa. E' lei che sceglierai.

STELLA: Lo farò.

NGONO: (tirando fuori degli oggetti dalla sua bisaccia) Tieni. Ti lancerai dietro tutti questi oggetti quando ti inseguirò sotto forma di bufalo nella pianura dell'Outaramba. Ma non dimenticare il patto.

Il VECCHIO suona il tamburo mentre racconta.

VECCHIO: Moké Dantouman, tutto contento, raggiunse in città il fratello maggiore Moussa.
(tamburo)
Moké Dantouman e Moké Moussa si diressero verso la pianura dell'Outaramba.
(tamburo)

NGONO trova un vecchio manubrio di bicicletta e se lo mette in testa per fare le corna. Il vecchio suona delle note sinistre sulla chitarra.. STELLA si ferma vedendo NGONO minacciosa.

VECCHIO: Alla vista del bufalo, Moké Dantouman sentì un furioso desiderio di abbandonare l'impresa; mentre suo fratello maggiore, me stesso, Moké Moussa... Che vergogna! Era scappato ad arrampicarsi su di un albero.

Il VECCHIO suona delle musiche appropriate mentre il "bufalo" si rende conto della presenza del "cacciatore". Il "bufalo" carica, il "cacciatore" fugge. Uno dopo l'altro, i tre oggetti della vecchia signora cadono. I due primi mettono il "bufalo" in difficoltà; il terzo lo lascia inchiodato al suolo da una forza misteriosa. Il "cacciatore" si ferma, guarda il "bufalo", esita un po', poi tende un arco immaginario o improvvisato e finisce il "bufalo". Il VECCHIO smette immediatamente di suonare mentre NGONO si accascia al suolo e si avvicina a STELLA. NGONO non si muove e STELLA la guarda smarrita.

VECCHIO: Taglia le sue corna. Le porteremo al re per provare il nostro successo.

STELLA: E'... E' morta?

VECCHIO: Tagliagli le corna, fratellino e muoviamoci, Dô-Samo ci aspetta.

STELLA, meccanicamente va a raccogliere le "corna" ed in questo istante NGONO balza su gridando. Reazione da parte di STELLA che si spaventa. Le due donne ridono. Il VECCHIO suona il tamburo cantando le lodi di Moké Dantouman. STELLA e NGONO improvvisano una danza assieme fino a che il VECCHIO va a prendere STELLA sottobraccio e NGONO si siede al tamburo.

VECCHIO: Ed ecco i due cacciatori arrivare sulla piazza delle feste. E la folla li acclama! (tende l'orecchio) La folla li acclama! (qui può improvvisare un gioco con il pubblico per vedere se risponde o no) Bene. Ecco arrivare il potente re Dô-Samo e sulla piazza delle feste si fece un grave silenzio di rispetto. (guarda il pubblico) Questo riesce molto meglio... Ecco quindi arrivare il re Dô-Samo circondato dalle sue quattro consorti.

NGONO rulla il tamburo mentre il VECCHIO si guarda attorno. STELLA ricomincia a piangere.

VECCHIO: Cosa ti succede ancora, figliola?

STELLA: E' che... E'... (sospira) E' per questo che torno in Europa.

VECCHIO: Per via del re Dô-Samo e delle sue quattro consorti?

STELLA: (sempre sospirando) No; per via di Oumar e delle sue due mogli.

VECCHIO: Ah.

STELLA: Lui... Quando sono arrivata al suo villaggio mi ha chiesto se volevo essere la sua terza moglie. (scoppia in singhiozzi)

NGONO: Eh, la poligamia! Gli uomini dicono che è un'usanza tramandata dai nostri padri... Hai fatto bene ad andartene. Anch'io rifiuterei un matrimonio poligamico. E' vero che con una o due co-mogli il lavoro è meno e quando partorisci tuo marito ti lascia tranquilla per un po'... Ma non vorrei dividere mio marito con un'altra donna. Uh! No. Sarebbe terribile: mio marito potrebbe raccontare le mie storie alle altre... No, no. Hai fatto veramente bene a partire. Non piangere più, hai fatto bene.

STELLA guarda NGONO con un'aria persa asciugandosi le lacrime mentre il VECCHIO ricomincia a recitare.

VECCHIO: All'arrivo del re la folla ammutolì.

Entra l'AUTISTA del furgone.

STELLA: Eccolo!

AUTISTA: Scusatemi signorine e signori. Voi aspettate il furgone per Mayangwa?

NGONO: Sì.

STELLA: Sta arrivando?! Dov'è?!

AUTISTA: Ma guarda. Il furgone è in panne lontano nella foresta. Abbiamo mandato un ragazzo a cercare il pezzo di ricambio. Io sono l'autista; vengo a dirvi di avere pazienza.

STELLA: Oh... Ma fino a quando?

AUTISTA: Non so neanche, eh? Bisogna aspettare che arrivi il pezzo. Poi lo ripariamo.

STELLA: Ma deve pur sapere...

VECCHIO: Ecco il re Dô-Samo che accoglie i due valorosi cacciatori! (fa mettere l'AUTISTA su di uno sgabello mentre NGONO si va a mettere in fondo alla sala)

AUTISTA: Ehi! Avete la follia?

VECCHIO: Il re invitò i due cacciatori a scegliere una sposa tra tutte le ragazze del regno radunate sulla piazza delle feste.

AUTISTA: (che ha capito il gioco) Valorosi cacciatori, potete scegliere la donna che vi piace di più su questa piazza delle feste. (il VECCHIO gli dice qualcosa all'orecchio) Per ringraziarvi di averci liberato dal bufalo! (si volta verso il VECCHIO) Bufalo?

Il VECCHIO suona un'aria misteriosa mentre STELLA va ad esaminare le donne del pubblico. Infine si dirige verso NGONO in fondo alla sala che mostra un'orribile smorfia per sembrare più brutta possibile. STELLA sceglie NGONO e l'AUTISTA scoppia a ridere.

VECCHIO: Mentre il re Dô-Samo si sbellicava dalle risate con tutti i suoi sudditi per la scelta del valoroso cacciatore Moké Dantouman, Sogolon la brutta, Sogolon la gobba con gli occhi esorbitati che l'imbruttivano ancora di più, piangeva piano piano per l'offesa ricevuta che nessuno poteva capire. Ma la scelta era fatta. Moké Dantouman aveva rispettato la parola data alla vecchia Dô-Kamissa. Sogolon la brutta ormai avrebbe avuto un marito!

Il VECCHIO suona un ritmo di festa sul tamburo e l'AUTISTA improvvisa una danza sulla panchina nella quale trascina anche STELLA.

AUTISTA: Ma guarda! Devo andare. (si avvia, poi ritorna sui suoi passi, prende la mano di STELLA) Balla molto bene, signorina. (esce)

STELLA: Faccia presto!

VECCHIO: Eh, sì. Come passa presto il tempo quando si viaggia in compagnia di una donna. (camminano)

STELLA: Hai visto come rideva il re? Non è certo stato molto cortese.

VECCHIO: Avrei creduto Dô-Samo più intelligente.

STELLA: Ditemi. E' un'abitudine della gente di Dafolo di essere così scortesi verso gli stranieri?

NGONO: Ma perché insultate così la mia famiglia e il mio popolo? Il re è quello che è. E' stato un po' ridicolo ma non mi spetta e spetta ancora meno a voi di giudicare mio padre. E la gente si è messa a ridere per la vostra scelta: il che è assolutamente normale. Avete scelto la ragazza più brutta del reame e, a parte noi tre, nessuno ne sa il vero motivo.

STELLA: Non ti arrabbiare, Sogolon...

NGONO: No. Non vi seguo più. Non è bene parlare male delle termiti quando si è seduti su di un termitaio.

VECCHIO: Calmati, Sogolon. Non pensiamo veramente quello che abbiamo detto sul tuo popolo. Era per prenderti in giro. (NGONO fa per dire qualcosa) Adesso ci fermiamo per la notte.

I tre si sdraiano come per passare la notte. NGONO verso il fondo della scena mentre STELLA ed il VECCHIO restano davanti a chiacchierare.

VECCHIO: Credo che adesso ti spetti di coricarti con tua moglie.

STELLA: (ironica) Ma sei tu il maggiore. E' sicuramente un'usanza tramandata dai padri che il maggiore debba prendere moglie prima del secondogenito.

VECCHIO: Ma il vincitore del bufalo di Dô sei tu.

STELLA: Ooooh... Abbiamo rispettato le usanze fino adesso, ora non faremo in maniera diversa.

VECCHIO: E va be'. (si alza e va sdraiarsi accanto a NGONO) Ma appena Sogolon sentì un altro corpo vicino al suo, fece intervenire il suo doppio: era bufalo, trasmesso da sua zia Dô-Kamissa e pantera trasmesso dalla famiglia di suo padre! (cerca di accarezzare NGONO) Ahi! Sogolon aveva sfoderato qualcosa come dei pungiglioni acuminati... Impossibile avvicinarsi. Non è che Moké Moussa fosse sprovvisto di doppio, anzi, aveva lui stesso dei grandi poteri stregoneschi ma... (mimo di lotta tra i due senza che si tocchino) Il suo doppio si rivelò molto meno potente di quello di Sogolon. (si lascia andare, sfinito; poi si avvicina a STELLA) Niente, mi senti, niente è stato possibile. Tutta la notte ho lottato senza successo! Sei tu il vincitore del bufalo. Usanza o no, credo che sia il tuo dovere di farne tua moglie.

STELLA: (alzandosi) Ebbene, andrò da lei la prossima notte!

Camminano mentre NGONO suona un ritmo al tamburo.

VECCHIO: Quella notte fu Moké Dantouman che cercò di aver ragione di Sogolon. (suona la chitarra)

STELLA "Dantouman" si avvicina a dove è sdraiata NGONO "Sogolon" che fa dei movimenti con le mani. "Dantouman" rimane come ipnotizzato: cerca di avvicinarsi varie volte ma è sempre deviato. "Sogolon" osserva e fa dei gesti ogni tanto. "Dantouman" finisce per crollare a terra, sfinito.

STELLA: (trascinandosi verso il VECCHIO) Ma crede di poter andare avanti così?

VECCHIO: (trattenendo a stento una risata) Anche tu?

STELLA: Quella ragazza ha la testa piena di sortilegi.

VECCHIO: Ad ogni modo sarà prudente non tentare più niente. Vedremo cosa ci sarà da fare durante il nostro viaggio.

STELLA: Ma quale viaggio? Ecco l'autista che ritorna. La sua faccia non mi dice niente di buono.

AUTISTA: (entrando) Eh, amici miei...

STELLA: Ho capito. Il furgone non viene, giusto?

AUTISTA: Signorina, non deve arrabbiarsi...

STELLA: Viene o non viene?

AUTISTA: Adesso viene. E' il pezzo che non andava bene.

STELLA: E allora?

AUTISTA: Il ragazzo è andato con la bicicletta per cercare l'altro pezzo.

STELLA: (guardando l'orologio) E...

AUTISTA: Partiremo al più tardi questa notte. Sicuro.

STELLA: Oh, no! Lo sapevo! (si dispera) Ho perso l'aereo. Non ce ne saranno più. Il furgone non passerà più. E' finita... Ma cosa ho fatto per meritarmi tutto questo?! E adesso cosa faccio? Porca troia! (pausa) Scusate. (sospira)

NGONO: (andando a sedersi vicino a STELLA) Non fare così. Quando saremo in città domani mattina ci daremo da fare per trovare un posto sul prossimo aereo.

STELLA: Domani mattina? (pausa) Tra l'altro in tutto ciò io dove vado a dormire?

NGONO: Non ti preoccupare. Quando saremo in città troveremo. Anch'io devo cercare. Potremo chiedere a mia cugina...

STELLA: Ma no... Cercherò un albergo. (pausa) Ma credevo che tu abitassi a Mayangwa. Vai a vendere la tua merce in città?

NGONO: No.

STELLA: Il ritardo del furgone non sembra preoccuparti troppo. Cosa vai a fare a Mayangwa?

NGONO: Vado a prendere mio figlio.

STELLA: Con tutto questa roba? (indica i bagagli)

NGONO: E' per mio zio. Glieli devo offrire perché mi lasci mio figlio.

STELLA: Ma come...

NGONO: Eh, non vuole darmelo. Allora lo compenso.

STELLA: Aspetta un attimo. Non capisco. Tuo zio ha tuo figlio a casa sua e te lo ridarà solo se glielo compri?

NGONO: Comprare! Sì... Lo compenso.

STELLA: Ma perché? Perché?

NGONO: Da quando ho rifiutato di continuare a lavorare per lui, si è tenuto Towa come risarcimento.

STELLA: Ma non può! Non deve essere permesso!

NGONO: Ah. I miei genitori sono morti e mio zio era il mio tutore quando è nato Towa. Ero minorenne.

STELLA: Ah, e...E... Non potevi stare attenta? Anche tuo zio, poi. Poteva seguirti un po' meglio se era il tuo tutore.

NGONO: Il mio tutore! (sospira) Ma avrò il mio bambino. Non importa come ma avrò il mio bambino.

STELLA: Ma perché tuo zio ci tiene assolutamente a che tu lavori con lui? Non può assumere qualcun'altro?

Il VECCHIO e l'AUTISTA distolgono la testa con un verso di disapprovazione.

STELLA: Ma perché? Che cos'era questo lavoro così complicato che dovevi fare?

NGONO: A voi piacciono troppo le domande.

STELLA: Ma voglio capire, è assurdo.

VECCHIO + AUTISTA: (disapprovazione) Eéééé...

NGONO: Quando avevo quindici anni mio zio mi ha preso con lui, mi ha dato un tetto e mi pagava anche qualche divertimento. Poi, un giorno ha cominciato a presentarmi un suo amico, poi un altro amico. Poi gli amici degli amici. Poi dei vecchi colleghi di ufficio. Come credi che sia nato Towa?

STELLA: (dopo un silenzio) C'era una volta in un grande castello di un regno molto antico; un re e una regina che non avevano mai avuto figli. La loro tristezza era grande e il re andò a chiedere aiuto a tutte le fate del regno. Molti anni passarono ancora senza risultato... Poi, un bel giorno la regina si rese conto che aspettava un figlio. Dopo qualche tempo diede alla luce una bambina. Il re e la regina, colmi di gioia, organizzarono un banchetto in onore di tutte le fate del regno.

AUTISTA: Ma guarda! Tutte le fate sono state invitate?

STELLA: Sì... Cioè, no. Avevano dimenticato una vecchia fata che da molti anni non si faceva più vedere e che si credeva morta o vittima di un sortilegio.

Il VECCHIO tira fuori dalla sua bisaccia dei bastoni di manioca e delle arachidi, dispone tutto sulla panca e invita gli altri a servirsi. NGONO e l'AUTISTA si servono ma STELLA resta in disparte.

STELLA: Ma quando il banchetto era in pieno svolgimento, ecco arrivare la vecchia fata. (recita la vecchia fata - reazione di sorpresa da parte degli altri tre) Non mi aspettavate, suppongo.

VECCHIO: (recita la regina con un foulard in testa) Ma al contrario, al contrario. Il vostro posto è qui, con noi. (all'AUTISTA) Caro, date l'ordine che si serva da mangiare alla nostra invitata.

STELLA: Non siate ridicoli; vedo benissimo che i posti sono contati e che il mio non c'è.

AUTISTA: (recita il re) Ma no, insomma. Sedetevi e fateci l'onore della vostra compagnia.

STELLA si avvicina al "tavolo" e assaggia la manioca, la trova cattiva e con una smorfia bofonchia qualcosa.

STELLA: Alla fine del banchetto, tutte le fate cominciarono a fare i loro doni alla piccola principessa. (recita le fate che, una dopo l'altra si avvicinano al paniere di NGONO dove si immagina che si trovi la neonata) La piccola principessa sarà di una bellezza splendente! ... La nostra principessa avrà l'intelligenza dei saggi più rispettati! ... Possederà una grazia ammirevole in tutto ciò che farà! ... Saprà danzare meravigliosamente! ... La piccola canterà come un uccello del Paradiso! ... Potrà suonare alla perfezione ogni strumento musicale! ... (adesso recita la vecchia fata) Bene. Tutti questi doni sono perfettamente inutili. La mia presenza in questo castello è indesiderata e la mia persona è offesa dall'offerta di questi piatti orribili procurati all'ultimo momento. Non resterò un minuto di più a questa corte; ma prima di andarmene, ecco il mio regalo: quando la principessa sarà in età di fidanzarsi, si pungerà con un fuso per lana e ne morirà. (si allontana con una risatina sinistra tra il silenzio generale e la "regina" scoppia in lacrime)

NGONO: No piangete, mia buona regina. Non temete, mio buon re. Sospettavo un cattivo regalo da parte della vecchia fata e mi sono nascosta per avere la possibilità di rimediare ai suoi misfatti. E' vero che i miei poteri non possono battere i suoi ma... Quando vostra figlia sarà punta dal fuso, non morirà: cadrà in un sonno profondo che potrà durare fino a cento anni; fino a che un principe coraggioso verrà a risvegliarla dal sonno. Mio buon re, la vostra discendenza sarà così assicurata.

STELLA: Il re diede comunque l'ordine di proibire in tutto il regno l'utilizzo dei fusi per lana... Sperando di annullare così la maledizione della fata cattiva.

AUTISTA: (approvando) Mh-hmm! E' proibito. E' proibito utilizzare dei fusi per lana. E' più che proibito. Articolo reale, codice penale, lettera B. E' anche moltissimo proibito.

VECCHIO: Farako Maghan Kegni, re del Manden, il cui vero nome era Maghan Kon Fatta era l'ultimo discendente di una dinastia molto antica. Il suo totem era il leone ed il primo antenato della dinastia fu uno schiavo ciadiano di nome Bilali. Tenuto in cattività a Yaoundé, si era riscattato alla Mecca al servizio di Bubakar Sidiki, fedele compagno del profeta Maometto - che Allah onnipotente riempia di pace lui ed i suoi compagni - e furono i discendenti di Bilali che vennero ad installarsi nel Manden. Un giorno il re Kon Fatta ricevette la visita di un indovino-cacciatore dalla terra di Dô. (si rivolge all'AUTISTA) Ti saluto, re del Manden e saluto la tua corte. Sono originario di Dô. Il mio re si chiama Dô-Samo. La caccia all'antilope mi ha condotto qui e ti ho portato la tua parte. (offre al "re" un pezzo di carne dalla sua bisaccia)

AUTISTA: (prendendo la carne) Uaï! Grazie. (ne offre un pezzo a STELLA) Ne vuole un po', signorina?

NGONO: (recitando la moglie del re) Ti ringraziamo e siamo contenti d'incontrare qualcuno così rispettoso delle nostre tradizioni. Ma gli abitanti di Dô sono i più competenti nelle predizioni. Perché non ci faresti partecipe della tua scienza?

AUTISTA: Esatto. Se la tua scienza è del livello della tua carne...

VECCHIO: (dopo aver mosso dei sassolini) I cauris hanno parlato. Oggi il tuo spirito è turbato da due pensieri: hai paura di essere invaso e ucciso da un re più potente e desideri assicurare la tua discendenza con la nascita di un figlio straordinario.

AUTISTA: Sì? Sì, ma...

VECCHIO: Per Allah! La donna che verrà accompagnata da due cacciatori, dovrai sposarla. Essa ti darà un figlio che si imporrà a tutti i paesi della savana ed estenderà fino all'acqua salata il regno dei Manden.

AUTISTA: Non è che capisco molto le tue storie di Allah ma farò come dici tu. Sono sicuro che la tua predizione si realizzerà.

STELLA: In effetti quando la principessa raggiunse l'età di sedici anni, andò a curiosare in una vecchia torre del castello dove viveva una donna molto anziana, che era già vecchia all'epoca in cui nacque la principessa, completamente sorda, che filava la lana e che, per via della sua sordità, non aveva mai sentito parlare della proibizione del re.

NGONO si alza e cammina verso lo sgabello dove si è seduto l'AUTISTA con un cappello da donna e fa finta di filare.

NGONO: (principessa) Che cosa fa, mia buona signora?

AUTISTA: (vecchia signora) Buon giorno. Certo, con tutta la polvere che c'è.

NGONO: Le ho chiesto che cosa sta facendo.

AUTISTA: Eh... Da molto... Da quando mia sorella non c'è più.

NGONO: Noo. Le chiedo che cosa fa!

AUTISTA: Sì, sì, sempre qui.

NGONO: (scoraggiata) E come si chiama?

AUTISTA: Lo vede; filo la lana.

NGONO: Chissà da quanto tempo che fa questo lavoro...

AUTISTA: Ma certo che puoi provare a filare, non è mica complicato. Guarda, si fa così...

Mentre la "vecchia signora" mostra alla "principessa" come filare, il VECCHIO suona qualche nota sulla chitarra. La "principessa" si punge e cade svenuta. Reazione di paura da parte della "vecchia signora" . Tamburo. Mimo del panico attorno a NGONO stesa per terra. Il VECCHIO smette di suonare.

VECCHIO: (a NGONO) Alzati, Dantouman. Proseguiamo il nostro cammino.

STELLA: Hep...

VECCHIO: Credo che Sogolon sia una donna con un destino troppo importante per noi.

STELLA: Un attimo...

VECCHIO: Eccoci vicini al regno Manden di Maghan Kon Fatta. Ci faremo ricevere dal re.

STELLA: Ma ero io che facevo Dantouman.

VECCHIO: Cambiamo. Fai Sogolon adesso, ti va?

STELLA: Ah, bé... D'accordo. Sì, sì, va bene. (mima Sogolon)

I tre camminano ed arrivano davanti a l'AUTISTA che recita il re del Manden.

NGONO: Mansa, veniamo dal lontano paese di Dô, dove mio fratello maggiore Moké Moussa ed io, Moké Dantouman abbiamo liberato gli abitanti dal bufalo che da tanto tempo li aveva terrorizzati. La giovane persona che ci accompagna si chiama Sogolon Condé: è una delle figlie del re Dô-Samo. Siccome è una principessa, l'abbiamo giudicata degna di essere tua sposa.

AUTISTA: (a parte) La predizione dell'indovino! La giovane donna accompagnata da due cacciatori. E' lei che mi darà il figlio straordinario che aspetto. Ma guarda com'è brutta! (ai "cacciatori") Voi due. Sedetevi e bevete qualcosa.

VECCHIO: Il re prendeva tempo. Chiese ai cacciatori di raccontare come avevano fatto per vincere il bufalo di Dô. Chiacchierò e fece chiacchierare; in realtà aveva già deciso che Sogolon la gobba doveva essere la madre del suo straordinario figlio.

AUTISTA: Voi due siete i miei ospiti. Starete a Niani per tutto il tempo prima della celebrazione del mio matrimonio con Sogolon.

NGONO: Aspetta... (al VECCHIO) E' così nella storia?

VECCHIO: Più o meno ma...

AUTISTA: Ma! Ma! Ma guarda! Sono il re o no? Allora decido che i cacciatori siano miei ospiti fino al giorno del matrimonio. E la principessa punta dal fuso invece; ordino che la si metta a dormire nella più bella camera del castello. Che nessuno sia autorizzato ad entrarci! (pausa) Oh, insomma!

STELLA: La fata che aveva trasformato la predizione di morte in una predizione di sonno si recò al castello e con un colpo di bacchetta magica... (il VECCHIO comincia a suonare qualche nota alla chitarra) Toccò le serve, le damigelle d'onore, gli ufficiali, i cuochi, gli uscieri, i paggi, le guardie, i cavalli nelle scuderie, i grossi cani da guardia ed infine la piccola cagnolina da compagnia della principessa. (La luce si fa più debole con del riflessi verdastri) Non appena toccati, tutti si addormentarono dello stesso sonno della principessa perché si svegliassero assieme a lei e fossero così pronti a tenerle compagnia o a servirla non appena ne avesse avuto bisogno. Anche le pentole sul fuoco nelle cucine si addormentarono; lo stesso fuoco si addormentò... (si rende conto del cambiamento di luce e diventa timorosa) Poi, sempre per magia della fata; una moltitudine di arbusti, di rovi, di rampicanti, di alberi d'ogni specie, venne ad avvolgere il castello e in poco tempo... (guarda in cielo) Cosa... Cosa sta succedendo?

VECCHIO: E' la notte africana, figlia mia. (si possono sentire dei grilli e degli uccelli notturni - NGONO accende una lampada a petrolio) Cade così. Mentre si parla. Il tempo di una frase; che sia la posizione della nostra foresta? O la naturale verbosità degli africani? Non vogliamo saperlo. Ma sappiamo che qui quando cominci una frase fa giorno e quando la finisci è già notte.

STELLA: Fa notte... Fa notte... Non partiremo prima di stanotte, lo sapevo.

AUTISTA: Signorina, vado subito a vedere se il ragazzo ha portato il pezzo giusto. (esce)

STELLA fa per dire qualcosa ma ci rinuncia perché l'AUTISTA è uscito troppo in fretta. Il VECCHIO e NGONO cominciano a mormorare avvicinandosi a STELLA, seduta sulla panca.

VECCHIO: Intanto, si preparava il matrimonio di Sogolon. Il giorno prima del matrimonio, Sogolon passò la giornata con le sue compagne di età di Niani. (mimano dei giochi tra ragazze) Poi, la sera, fu condotta dall'anziana griote Tountoun Manian dalle vecchie signore che la prepararono per il bagno rituale.

NGONO prende STELLA per la mano e la conduce verso il fondo della sala. Lentamente la sveste mentre le mormora delle frasi all'orecchio a turno con il VECCHIO.

NGONO: Sappi, Sogolon, che la vita è doppia...

VECCHIO: Se il neonato non è un maschio, è una femmina...

NGONO: Se qualcuno è vecchio, è perché è stato giovane...

VECCHIO: Il contrario della vita, è la morte...

NGONO: Il contrario della salute, è la malattia...

VECCHIO: Il contrario della ricchezza, è la povertà...

NGONO: Nel matrimonio ci sono dei giorni belli e dei giorni brutti...

VECCHIO: Offrirai il tuo spirito ed il tuo corpo solo a tuo marito...

NGONO: Ma a lui, li devi offrire pienamente...

VECCHIO: Se bevi l'acqua e miele con tuo marito...

NGONO: E' naturale che tu accetti di bere l'acqua e fiele con lui...

VECCHIO: Ma non temere, Sogolon...

NGONO: Dio e la tradizione assicurano i tuoi diritti di sposa...

VECCHIO: E Allah solo è la verità...

NGONO: Non ha uguale...

Durante le ultime battute, NGONO ha tirato fuori dai suoi bagagli un magnifico tessuto "pagne" con il quale riveste STELLA. Il VECCHIO comincia a suonare il tamburo e NGONO a cantare una canzone. Si forma così un piccolo "corteo nuziale" che attraversa la sala. NGONO davanti, che batte le mani invitando il pubblico a partecipare, STELLA in mezzo, avvolta nel suo tessuto ed infine il VECCHIO che da il ritmo con il tamburo. Tornano in scena.

VECCHIO: Al calare della notte, finalmente la giovane sposa arriva davanti alla stanza del re Maghan Kon Fatta.

AUTISTA: (entrando) Amici miei...

Il VECCHIO e NGONO lanciano delle grida di gioia. Spingono dolcemente "Sogolon" verso il "re".

AUTISTA: Volevo... Volevo dire... E' molto bella così, signorina...

STELLA: Io...

STELLA si siede sulla panca e l'AUTISTA si siede vicino a lei cercando di abbracciarla.

VECCHIO: Ma nel momento che Kon Fatta volle far valere i suoi diritti di marito, i sortilegi che Sogolon aveva mostrato a Moké Moussa e a Moké Dantouman, si mostrarono questa volta al re.

STELLA punta il suo indice verso l'occhio dell'AUTISTA che si scosta bruscamente. Varie volte cerca di avvicinarsi di nuovo; STELLA glielo impedisce ogni volta.

VECCHIO: Invano il re invocò il suo doppio - era pur sempre uomo-leone! - Il doppio di Sogolon era nettamente più potente del suo.

Alla fine l'AUTISTA si arrende e STELLA si alza con una piccola risata.

VECCHIO: La vergogna del re era grande. E quando il griot cominciò a cantare le sue lodi, non lo interruppe solo per rispetto al costume.

Il VECCHIO suona la chitarra e canta una lode a Maghan Kon Fatta.

AUTISTA: Ma guarda, sento le tue parole, griot. Ma niente, sentimi bene, niente è stato possibile. Questa giovane donna che ho appena sposato, è un genio o un mostro? Ho invocato il mio doppio senza poterla dominare; i suoi aculei da porcospino si allungavano quando volevo abbracciarla.

VECCHIO: Lo sapevi che non era una donna come le altre. Perché non sei venuto a consultarmi prima di tentare la tua prima notte di nozze? Dovevi aspettare...

AUTISTA: Aspettare? Quanto tempo vuoi fare aspettare una ragazza speciale come questa?

STELLA: Cento anni sono passati da quando la bella principessa si era punta con il fuso e che dormiva nel suo castello incantato ricoperto di densa vegetazione. Delle strane leggende circolavano nel villaggio vicino su quel castello. Gli uni dicevano che era la dimora di un orco che vi attirava i bambini per mangiarli, altri dicevano che le fate l'avevano scelto come luogo per preparare i loro incantesimi al riparo dai curiosi e altri, storie ancora più inverosimili. Gli abitanti del villaggio non sapevano più a chi credere.

AUTISTA: Ti credo, griot, dimmi quello che devo fare.

VECCHIO: Ho meditato a lungo sulla disposizione che hanno preso i sassolini quando li ho lanciati durante la tua prima notte con Sogolon.

AUTISTA: E...

VECCHIO: Maro-Maro, la neutralità, si è trovato tra Kumadissé, l'uomo, e Diaransé, la donna.

AUTISTA: E...

VECCHIO: La punta di Maro-Maro è rivolta dalla parte opposta di Baabaa, fare paura.

AUTISTA: E...

VECCHIO: Per tirare fuori Sogolon dal suo atteggiamento neutro, bisogna terrorizzarla.

AUTISTA: (impugnando una sbuccia-banane) Certo! A me la mia spada! E si vedrà chi è l'uomo qui!

STELLA: Ma un giorno il figlio di un re si trovò a cacciare il cervo nel bosco vicino al castello incantato. Il giovane principe, incuriosito dal vedere un castello avvolto in tutta quella vegetazione, chiese informazioni agli abitanti del villaggio. (il VECCHIO passeggia tra il pubblico facendo domande) Ricevette, ovviamente, una serie di risposte assurde finché si decise di interpellare un contadino che non aveva ancora aperto la bocca.

VECCHIO: (recita il principe e si rivolge a NGONO) Ho-là! Brav'uomo! Cosa si nasconde dietro questa immensa muraglia verde?

NGONO: (recita il contadino) Principe. Cinquanta anni sono passati da quando mio padre mi raccontava che dietro questa fitta vegetazione si trova un castello nel quale dovrebbe esserci una meravigliosa principessa addormentata. Ma... Fino adesso nessuno ha avuto il coraggio di avventurarsi in questa foresta per verificare.

VECCHIO: E' me che aspetta!

STELLA insegna all'AUTISTA una vecchia canzone popolare europea, mentre il VECCHIO mima di farsi largo tra la vegetazione.

STELLA: Ma come per incanto, i rovi e gli alberi si aprivano al suo passaggio e si richiudevano dietro di lui. (ritornello della canzone) Penetrò in un grande cortile; tutte le guardie erano in piedi, alabarda in mano, che dormivano della grossa. (ritornello della canzone) Passò attraverso le cucine dove cuochi e camerieri erano addormentati sulle pentole o sui piatti di portata. (ritornello della canzone)

L'AUTISTA e STELLA continuano a cantare ed il VECCHIO si avvicina a NGONO che si è stesa sulla panca e s'inginocchia vicino a lei. La "principessa" vede il "principe", sorride e si siede.

NGONO: Sei tu mio principe? Ti ho atteso a lungo.

STELLA: Il principe, affascinato da queste parole, ma ancora di più dalla voce della principessa, cadde perdutamente innamorato.

VECCHIO: (ironico) Sì, perdutamente. Ma intanto gli abitanti del castello si erano svegliati.

Tamburo. Mimo del risveglio delle guardie, dei cuochi, ecc......

VECCHIO: E mentre tutto il palazzo faceva festa credendo consumato il matrimonio del re Kon Fatta; il re si precipitava nella stanza di Sogolon con la spada sguainata.

AUTISTA: (con lo sbuccia-banane in mano corre verso STELLA) Sogolon! Sogolon! Non avrò scrupoli. Il momento degli scherzi è finito!

VECCHIO: Ma il re gridava forte e minacciava terribilmente.

AUTISTA: (sforzandosi di gridare) Se continui con i tuoi sortilegi, io...

VECCHIO: Urlava!

AUTISTA: Ti sgozzerò come un pollo!

VECCHIO: Più forte!

AUTISTA: Aaaah! Aaaah! (fa girare lo sbuccia-banane sopra la testa di STELLA)

STELLA: (cadendo in ginocchio) Pietà! Pietà di me!

AUTISTA: Io...

VECCHIO: Ma il re non smetteva di minacciarla.

L'AUTISTA continua a gridare in modo goffo e a minacciare con lo sbuccia-banane. STELLA continua a chiedere pietà.

VECCHIO: Ma il re voleva finirla con questa storia di sortilegi: quale era il totem di Sogolon?

STELLA: Pietà! Pietà!

AUTISTA: E qual è il tuo totem-antenato?

STELLA: Il bufalo e la pantera. (grida di paura)

AUTISTA: (sorpreso) Ah... Di cosa? E... Smettila di gridare! (STELLA smette di gridare) Ormai rinuncerai alle tue pratiche stregonesche nel mio letto!

STELLA: Sì, ormai sarò tua.

Ancora qualche urlo timido da parte del "re" e dei lamenti da parte di "Sogolon". Poi, lentamente l'AUTISTA si avvicina a STELLA e l'abbraccia. Cerca di baciarla.

NGONO: Ehi! Lascia la bambina degli altri!

AUTISTA: Ma... Stiamo facendo la storia di Sogolon, no?

NGONO: Muf! Taci. Dicci piuttosto se il furgone è riparato. Non vedi che fa già notte?

STELLA sorride, mette due dita sulla bocca dell'AUTISTA che stava per parlare e dolcemente gli dà un bacio. L'AUTISTA rimane perplesso.

AUTISTA: Eeee... Il furgone non può più partire. Ma guarda. E' il motore che è andato. Bisognerà aspettare il furgone di domani che viene da Boli. Sarà meglio che torniate a casa per stasera. (reazione degli altri tre)

VECCHIO: Amico mio. C'è solo lei (mostra NGONO) che abita da queste parti. La mia piccola bambina qui (mostra STELLA) deve rincasare a diecimila chilometri in questa direzione. Ed io stesso... Seguo la mia strada ma non sono di queste parti.

NGONO: Vorrei tanto potervi ospitare per questa notte ma...

STELLA: No, non ti preoccupare. Non vogliamo disturbare.

NGONO: Non è questo. E' che ho venduto la casa. Non ce l'ho più. (silenzio) E' per avere più liquidità per riprendermi Towa.

VECCHIO: (dopo un silenzio) Eh, bé. Credo che la notte sarà fresca e ci vorranno delle coperte. (tira fuori dalla sua bisaccia una coperta e la offre a STELLA)

STELLA: Per me? Ma non so se...

NGONO: Anch'io ne ho. Ne ho altre. Ce n'è per tutti.

Tutti e tre finiscono con il tirare fuori varie cose mentre cantano la canzone di STELLA. Ecco apparire delle coperte, una stuoia, dei vestiti, una pila... Fino a formare un piccolo accampamento accogliente. L'AUTISTA esce e ritorna con una pentola di cuscus. Si mettono a mangiare tutti e quattro.

NGONO: E cos'è successo dopo la prima notte di nozze di Sogolon?

VECCHIO: La notte stessa in cui Sogolon decise di cedere a suo marito, concepì. Nove mesi dopo nasceva il futuro imperatore del Mali; Mari Diata chiamato anche Naré Maghan Diata o Sogolon Diata più tardi conosciuto sotto il nome di Sundiata. Bambino dal triplo nome e dal triplo totem: il leone, il bufalo e la pantera. Avrebbe creato il più vasto impero dell'Africa Nera: da Niani e Timbuktu fino al grande fiume salato di cui non si vede l'altra sponda.

Il VECCHIO comincia a cantare e poco a poco gli altri lo seguono. Quando la canzone si affievolisce, la luce si abbassa sempre di più, il VECCHIO, NGONO e STELLA si preparano per dormire. L'AUTISTA si dirige verso l'uscita.

NGONO: E la bella principessa che dormiva?

STELLA: Sposò il principe che l'aveva svegliata e mise al mondo due bambini. La prima, una bambina pura e limpida come la nascita del giorno fu chiamata Aurora. Il secondo, un bambino radioso come l'astro del cielo, fu chiamato Sole.

NGONO: La bambina Aurora e il bambino Sole.

VECCHIO: La bambina Aurora e il bambino Sole. Domani, l'aurora ci sveglierà.

NGONO: Domani, andremo a Mayangwa.

STELLA: Sì, il sole si alza anche domani.

L'AUTISTA esce in punta dei piedi mentre NGONO spegne la lampada a petrolio.








fine



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