FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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RACCONTI ESOTICI

Alessio Saitta




Cuore Di Carta.


Tutto chiaro insomma, tranne che per il fattore scatenante, di cui ancora non si è trovata la causa.
Lui se ne stava sul suo divano. Non li vide entrare, non li udì frugare, non li sorprese a scavare. Cosa c'era nel fondo? Cosa fu, ch'essi trafugarono? Nella scatola delle matite trovarono un cuore di carta, incollato da mano insicura, e ritagliato da un F4. Niente cani, niente cavalli. Agirono da soli, poiché è oramai accertato che non vi fosse nessuno. Lui se ne stava sul suo divano: senza telecomando: SENZA! Ma allora come poteva cambiare canale alla TV? Lo Spettatore Medio, cambia canale almeno sette volte, nella stessa ora, ma lui no! LUI NO...Vorrebbero farci credere...
Comunque quelli, quando entrarono, ci camminarono sopra, al telecomando, rompendolo. Ma lui, lui neanche se ne accorse, o forse fece finta di nulla. Ma come potè seguitare a guardare, quando il suo cuore di carta, che era nella scatola delle matite, fu lasciato cadere sulla brace?
Subito s'incendiò, fluttuando su per la cappa, e ne rimase ben poco. Lui se ne stava sul suo divano, e per quanto riguarda il cuore, non vi fece proprio caso: era tanto che non l'usava; perciò infatti, l'aveva riposto tra le matite.
Comunque più tardi, del tutto inaspettatamente, anzi proprio per caso, essi vennero arrestati. Un Cane dell'antidroga. Proprio un Cane fu, ad operare l'arresto: difatti non potè leggergli i loro diritti, e così li rilasciarono, anche se era a tutti chiaro, in virtù delle mille, improponibili & improbabili scuse che inventarono, ch'eran proprio stati loro.
Comunque sempre negarono, ed a nulla valse il picchiarli, schiaffeggiarli, spaventarli, smerdarli, insultarli o supplicarli. Restavano sempre lì, calmi e sbirluccicanti nelle loro verdi divise, sempre aggiornate proprio all'ultima moda.
E poi a lui proprio non interessava, che gli avessero bruciato il cuore e spaccato il telecomando. Solo le matite, solo quello non poteva soffrire: ma non c'è una legge, che vieti di frugare nelle scatole delle matite. Libertà di frugare! Essi dissero ai giudici, che li lasciarono andare. Dove andrebbe il paese, se s'impedisse persino di frugare? Dove andremmo a finire, lasciando operare tali pesanti limitazioni, alla nostra libera capacità d'esperire?





Mostiverdone


- Non male, non male - Pensavo mentre cercavo di avviticchiarmi al mostiverdone portatile di mamma. Niente pile, niente fusibili: ci si domandava spesso come potesse stare in piedi da solo, quel mostiverdone. Stavo armeggiando lì attorno da più di dieci minuti e cominciavo a diventare ansioso. Piccole palle verdi attorno alla mia testa. - Devo avviticchiarmi - Pensavo - Devo farlo al più presto possibile.- un mostiverdone tondo e perfettamente liscio. Nell'emisfero superiore c'è una grata. Ancora un gioco di pulsanti.
Mosche nel pomeriggio afoso, controluce dei ghirigori nell'aria calda. Finalmente trovo la corda giusta. La tendo a me e la pizzico, estraendone un cupo suono lamentoso.
- Magnifico, magnifico.- Il suono si prolunga calmo mentre cerco la prossima corda. Dita ansiose sul lucido metallo. Ne sondo la superficie ne ispeziono le scanalature.
- Eccola! - Ho tra le dita la seconda corda. La suono ed il suono e stavolta più alto e più struggente. E si mescola alla precedente nota. I suoni del mostiverdone descrivono archi di sensuale emanazione. Sto cominciando a sciogliermi. Minuscoli centauri elettrici cavalcano le mie spalle. Occhi di ghiaccio cominciano a spiarmi. La terza è la più pesa delle note. Stupito resto ad ascoltare la nuova sgraziata frequenza, due note giuste ed una sbagliata.
- Sfiga.- E' il commento. Aculei immaginari si drizzano nell'attesa. Un leggero crepitio. Un Mostiverdone vivo che intende sognarmi. Ed ho una nota sbagliata nel campo speculativo. Scricchiola la volta ed il cielo sublima in un vago violetto. - Sono solo, adesso.- Il tattile esplode nelle scheggie dei colori che si allontanano. Ne odo il rimbombo echeggiare a distanza. Sono molto prossimo a diventare di piombo. Ma si avvicina una farfalla e mi si poggia sulla spalla.
- Fai male ad agitarti tanto sai? - Scuote le ali e mi copre d'una polvere bianca. Ha dieci occhi digitali. Ha dieci zampine bioniche. - Dovresti provare a dormire - Aggiunge la farfalla. Alzo una mano prendendo le misure. Ho tutto il corpo coperto di povere bianca. Non c'è più un sole a darmi un'ombra. Uccido la farfalla spremendola nel pugno. Quando lo apro ho il palmo bagnato di sangue.
Tutta la polvere, si tinge di sangue. Ho le membra pesanti adesso. Troppo pesanti per potersi muovere. La polvere si impasta nel sangue che comincia a coagulare. Invece che di piombo sto diventando di marmo. - Sta sorgendo - Mormoro tra me e me mentre ne contemplo il disco. La palla ha un colore azzurro metano e raggiunge in fretta lo zenit. Dovrei dire qualcosa dovrei avere un commento. Catafratto attendo nel sangue senza un cerimoniale, senza un'idea di quel che dovrei fare.
- Siano maledette le terze note! - E' l'unica frase che mi viene alle labbra. - Le terze frequenze, le terze corde del sublime mostiverdone. Siano maledette le terze corde! -
Mi sento stupido adesso, ma forse il Metano avrà apprezzato l'impegno. Un claustrofobico calore alle cosce. Esasperati scatti di pupilla su ogni notevole esperienza di spazio. Cos'ha più senso ormai? Non ho un fondo sul quale cadere, non ho parole su cui contare, non ho un fenomeno su cui orientarmi. Sono la tua polvere. La polvere che vortica sul termosifone e non si poggia mai.
Il sole azzurreggia sempre di più fino ad arrivare al bianco. Promana un manto di luce che estendendosi si esplicita in forme e panorami. I mille mondi del mostiverdone: gli infiniti mondi del, gli orfici mondi del.
Piano piano mi si riporta all'inizio. Nel sole del pomeriggio posso nuovamente muovermi. Come scrollandomi mi rimetto al lavoro. Mille insetti di ghiaccio, mille messaggi insensati. Sono ancora spiato. Attendono ancora che sbagli una nota. Ancora solo una nota. Il mostiverdone è sempre liscio ed è sempre al suo posto. Ed io ancora non sono riuscito ad avviticchiarmi per bene. E' tutto un coro di folletti, qui attorno. Tutto un vociare di minime entità.
Trovo di nuovo la prima corda. Di nuovo la suono, di nuovo il primo suono è giusto.
E così via.





MIGLIAIA


Migliaia: essi erano migliaia... e varcarono le porte e spalancarono i cancelli, ed irruppero tutti & tutti assieme, scoppiettando e strepitando, essi irruppero nel recinto.
"che ci fa tutta questa gente sulla mia terra?" pensò Barnes caricando il fucile. corse fuori nell'aia e sparò un colpo in aria, ma nessuno si scompose, anzi, essi adesso lo guardavano divertiti...
"oh oh, il vecchio Barnes s'è incazzato, ragazzi" Sentenziarono quasi all'unisono, con sorprendente uniformità di pensieri, "mi sa che stavolta si è proprio incazzato!".
d'altra parte era quasi estate, ed il sole mulinava lì attorno e tutti affascinava: Barnes e la moltitudine, Barnes e le migliaia.
migliaia d'occhi, migliaia di bocche, migliaia di sorrisi, migliaia di cavalli che li accompagnavano: migliaia, a furia di ripeterlo, quasi non aveva più senso: migliaia.
migliaia paia d'occhi si voltarono verso la grande quercia: il cappio ancora penzolava, logoro e robusto, ancora penzolava a causa della leggera brezza, odorante di sangue, di morte e di cavalli. già, perché migliaia d'essi, e ciò è lapalissiano, dovevano per forza cavalcarne migliaia, di cavalli... ed uno per il papà, ed uno per la mamma, ed uno per lo zio, forse in effetti erano anche qualcosa di più, che migliaia, di cavalli.
forse erano migliaia di sogni, di illusioni, di semplici raccapricci; chi avrebbe mai potuto intuirlo?
non loro, le migliaia, non Barnes, il solitario vecchietto col fucile, perennemente incazzato con la ferrovia, con le vacche ed i cavalli e -non da ultimo- con le migliaia di invasori che quotidianamente scacciava dalle sue terre.
ma ora c'era il sole, e Barnes quasi si commosse, a vedere tutte quelle migliaia accovacciate sul suo prato, che cucinavano fagioli e stufato, e che ridevano e lo guardavano, nel pomeriggio polveroso.
sparò ancora in aria, così, solo per vedere se qualcosa vi fosse, in procinto d'accadere, ma nessuno gli badò, ed allora si sedette e chiacchierò con loro ed accettò financo un piatto di fagioli ed una scodella di stufato.
e le migliaia avevano per lui migliaia di premure, migliaia di domande... era lui che non capiva, e non sapeva rispondere, era lui che non sentiva e non voleva parlare.
"vecchio Barnes, ti senti solo?"
"vecchio Barnes, che cazzo ci farai di tutta questa terra?"
ed infatti la sua terra, andava dal cactus al mare, passando per la grande quercia, ma lui, lui mai l'aveva vista tutta... sapeva che le sue vacche talvolta pascolavano in posti meravigliosi, dove l'erba era verdissima, a quanto poteva giudicare dai pochi fili stropicciati che ne vedeva nella stalla.
sapeva che le migliaia, amavano la sua terra, senza volerla possedere: essi amavano il percorrerla al galoppo, l'attraversarla, il sentirne il vento sibilare tra le orecchie dei cavalli.
sapeva, sapeva bene, che essi avevano acceso fuochi di bivacco, nelle regioni più intime, della sua verde terra di colline e di pinete e di anfratti e valli nascoste...
cosa poteva farci? egli solo li vedeva quando per caso, essi si accampavano vicino alla sua baracca: solo allora, egli solo, poteva tentare di scacciarli, ma tanto loro non se ne curavano, e lui, lui proprio non aveva voglia di sparare, se non in aria.
non si intimidivano, non si spaventavano!
eppure il fucile, il lucido metallo nero, spaventava i lupi, e gli indiani, ed i coyotes... perché non spaventava loro, le migliaia, che invece spaventavano lui?
egli così pensava, mentre tranquillamente sedeva con loro, a mangiare i fagioli amari ma ancora caldi.
con loro cantò e con loro mangiò, e con loro, ancora, passò l'intera nottata a raccontarsi storielle. sempre desiderava, però, di trovare un modo un giorno, di scacciarli.
essi non se ne curavano, però. essi sembravano anzi dire: "che accade, vecchio Barnes? forse non ti andiamo più bene? hai qualcosa da dirci? diccelo vecchio Barnes!"
ma non era questo, non era questo... egli avrebbe voluto, che un giorno sparando in aria, essi finalmente fuggissero come piccioni, in uno stormo di terrore, ed in fretta guadagnassero il cielo.
e così acconsentiva, a quelle serate allegre, condivise tra l'odio e l'amore della compagnia e sempre arrendendosi, sempre incazzandosi, sempre in fondo desiderando che un giorno il suo fucile, di tutto e di tutti avesse avuto ragione.
egli cordialmente, non poteva se non odiarli, e per quanto li odiasse, lo stesso non trovava niente di meglio, la sera, che sedersi con loro a mangiare, e chiacchierare, e sentire le migliaia di storie, che solo le migliaia, sapevano raccontargli.
così passò l'estate, e passò il sole e passarono i fiori, che silenti e molteplici, sino ad allora avevano coperto le sue terre, e passarono anche le migliaia, che non tornarono più, quasi fossero stati solamente un prodigio estivo, della sua terra sconfinata.
Passò l'autunno & poi passò l'inverno, ed egli si chiese, alla fine, dove fossero andati: se magari su altre terre, presso altri sconosciuti Barnes, oppure se fossero veramente, a loro tempo, appassiti insieme ai fiori estivi; ed alla fine smise pure di pensarci, pensando che tanto sarebbero tornati, sbocciati nuovamente come i fiori, nei prossimi nuovi giorni di primavera, essi così, naturalmente, sarebbero sbocciati.
Ed invece non vennero più e lo lasciarono solo, a lui, che ancora desiderava di scacciarli; e poi venne a sapere per caso che si erano spostate sulle terre di un altro, le migliaia, e con quest'altro dividevano lo stufato ed i fagioli... e seppe anche che ogni tanto, per divertimento, quest'altro usciva nell'aia sparando in aria, e le migliaia facevano finta di scappare, appena oltre il recinto... beh non sapeva spiegarselo nemmeno lui, ma gli appariva evidente che in realtà era geloso! mai lo avrebbe creduto possibile, eppure gli mancavano da morire, quelle migliaia...





Silvestro


Il gatto ritrasse le unghie e cominciò pigramente a stiracchiarsi, non trascurando comunque di guardarsi sempre attorno, controllando e sbirciando il territorio.
Con la zampina mosse un po' il passero, colpendolo da sotto e facendolo rotolare dolcemente, ora a destra, ora a sinistra: che schifo! sembrava pensasse... Sono belli, gli uccellini, quando cinguettano e gonfiano il petto, e le loro belle penne ordinate riflettono il sole ed anche l'ombra del largo fogliame del platano sul quale saltellano e fanno i nidi. Invece quando si riesce infine a catturarli, dura ben poco questo splendore delle penne, che tutte si arruffano & scompongono non appena essi uccellini muoiono: guarda lì; che ha di bello, adesso?
Lasciata da parte la sua preda, il gatto si mise a correre tra le foglie sul prato, strusciandosi sull'erba e soffermandosi ogni tanto a puntare altri, invisibili bersagli. il suo bel pelo nero, lucido metteva in risalto la perfezione della sua muscolatura, nell'esercizio del correre & sgommare & ripartire di slancio: appariva certo come un magnifico esemplare di gatto; atletico & dinamico.
Quando ogni tanto si fermava ad osservare qualcosa, i suoi occhi gialli brillavano dell'attenzione del suo sguardo.
Eppure anche lui, non è che fosse propriamente 'bellò, quando dondolava sospinto dal vento, impiccato allo stesso platano, attorno al quale aveva giocato & sonnecchiato, per tutto il pomeriggio. Il pelo arruffato e scomposto da sembrare bagnato, gli occhi spalancati ma per metà coperti dalla membrana, e le zampine contorte con le unghie inutilmente sguainate.
Ancora una volta, che fine ha fatto quella bellezza, che fu bensì criterio di scelta, per le rozze mani l'afferrarono, scegliendolo tra mille altri gatti, magari solo un po' più racchi?





IMPROVVISI


improvvisi gli uomini divennero lupi e si misero in caccia, in caccia di lui. era braccato, seguito, controllato, forse addirittura accerchiato. sapeva bene di emanare un qualsivoglia odore, e sapeva bene ch'essi avrebbero tanato ogni qualsivoglia odore. era fregato: era stato fregato fin dall'inizio.
decise di rifugiarsi nella foresta, ma la foresta non arrivava mai... meglio così pensò: probabile che nella foresta sarebbero stati più a loro agio, adesso ch'erano lupi; ripensò a quando erano stati iene, a quando erano stati struzzi.
una volta erano stati amici, lui e gli uomini, ma poi gli uomini avevano cominciato a trasmutare, e da allora, a poco a poco erano stati sempre meno uomini, sempre per meno tempo. perché lui non trasmutava con loro? perché era sempre l'unico a rimanere uomo? ripensò a quando era un cucciolo, e giocava con tutti gli altri a nascondino; si giocava all'inglese, che uno solo scappava e tutti gli altri lo cercavano: era ancora lo stesso, toccava sempre a lui, di scappare.
Decise di scavare una buca profondissima e di nascondercisi dentro; quando già aveva scavato via quasi mezzo metro di terra, gli venne in mente che non avrebbe potuto respirare senza un qualche speciale accorgimento, e quindi lasciò lì conficcata la pala ed andò subito a procurarsi un qualche speciale accorgimento.
Rientrò di corsa in casa e cominciò a frugare in tutti i cassetti. In un turbine di panni e cartacce ispezionò tutti quelli del comò e della scrivania: niente! Passò alla sala da pranzo: niente! Alla cucina... Ecco! trovò una busta piena di cannucce e cominciò ad infilarle una nell'altra per vedere quanto veniva in metri: dopo mezzora era ancora lì e ne aveva travagliosamente infilate otto: un metro e mezzo... circa.
Intanto molteplici paia d'occhi avevano già pattugliato il cinema e la ferrovia. Erano divisi in squadre. Avevano dei fischietti. Camminavano felpati in lunghe righe compatte, salendo le colline e discendendo le valli. Levavano il naso in aria ed il pelo era loro & lucido, sotto la luna piena, che quando spesso qualcuno si fermava ad affilare le unghie, ESSE, le unghie, brillavano azzurre e guizzanti, come pomelli di metallica malignità.
Lui, nel ripostiglio, aveva trovato maschera e bombole, e già che c'era prese anche le pinne e tornò alla sua buca, ove si vestì: indossando il respiratore non riuscì a sputarsi nelle mani, prima di impugnare la pala e ricominciare a scavare.
Si era seppellito da appena cinque minuti, che sentì la ronda passare sopra di lui... li sentì soffermarsi ed indugiare e ripartire, e benedisse il suo speciale accorgimento, e stette quieto per quasi tre ore (nelle quali ore i lupi trasmutarono in balene, e rimasero a boccheggiare & sbatacchiare la coda, sparpagliate sostanzialmente a cazzo, per tutto il territorio). Poi a lui finirono le bombole, la qual cosa lo portò a riconsiderare il fatto nudo & crudo, del suo essersi appunto seppellito!
Scavò con tutte le sue mani e con tutta la sua fretta, spingendosi su tutte le sue pinne, ma per quanti sforzi fece, non riuscì a trovare un varco, per uscire di sotto quelle balene ansanti che comprimevano il terriccio in un muro di sassi e conchigliette e cavallucci di mare fossili.
Come appunto anche lui divenne: fossile, a causa di un insulso quanto azzardato trasmutare incontrollato, da altro che da sé medesimi.
mentre gli altri, e dico gli altri, anch'essi divennero scheletri e carni sfatte, nel sole pomeridiano di un autunno inoltrato.





Ad Ece Cedae


Dapprima era come piccolina, ma poi si allargava, si allargava. Avrebbe potuto inghiottire ogni cosa. Ogni emozione, ogni masturbazione. Era come se fosse una questione di echi. Tutto un gioco di. Smog verdastro e fucsia. Però non è neanche giusto parlarne in questi termini, in quanto altra è la discrezione, altra è la circostanza. E insomma lei lo trattava da cani e lo faceva scopare pochissimo. Diceva che così poi rendeva molto di più. Lei, nel frattempo, tanto aveva altri maschi a disposizione. Ci teneva moltissimo ad averli sempre tutti efficienti. Li teneva tutti in fila in un'unica stanza, lui compreso. E li passava in rassegna ogni mattina.
Ma tutto questo adesso non aveva più molta importanza. C'era stato un tempo, certo, in cui questo era tutto per lui, ma adesso non era più così. Neanche sapeva esattamente perché, neanche gli interessava in fondo.
Ricordò certi odori e certi luoghi. Ricordò il sapore di certe giornatine. Forse era meglio così. Forse era meglio davvero.
Lentamente si staccò di dosso tutta quella pelle, facendo attenzione a non stracciarla. Poi la ripose nell'armadio. Tanto lo sapeva che prima o poi l'avrebbe buttata, ma non voleva farlo adesso. Lo avrebbe fatto in seguito: che fretta c'era?
Scartò una lametta nuova e si mise davanti allo specchio. Piano piano cominciò a staccare i capelli, incidendo lungo una linea tutto intorno all'attaccatura e tirando con dolcezza man mano che la lametta tagliava. In tutto ci mise una decina di minuti. E quando ebbe finito restò a guardarsi nello specchio per un po': con il suo stesso scalpo nella mano destra e la lametta stretta tra pollice e medio della sinistra; con la cute tutta insanguinata e con tutti i tessuti muscolari allo scoperto: NUDO finalmente. Quasi si sentiva a suo agio. Non fosse stato che per altre mille sopraggiungenti piccole paranoie, che di lì a poco lo portarono a strapparsi anche le unghie, sia dalle mani che dai piedi.
E subito dopo c'era un'orchestrina blues, ed un vecchio maestro di danza che pretendeva d'insegnargli a suonare il violino elettrico. Ed ogni volta che sbagliava un accordo gli bucava i polpastrelli con uno spillo.
Lui sopportava & assecondava. Tanto alla fine non avrebbe vinto nessuno, come al solito. Tuttavia si oppose quando il maestro disse che adesso si faceva sul serio: avrebbe arroventato lo spillo adesso! Cercò subito una via di fuga, e la trovò proprio sotto i suoi piedi. Candidamente decise di lasciarsi sprofondare. Abbandonandosi in cerca d'un fondo.
Qualunque cosa avrebbe potuto ferirlo adesso. E la pelle ancora stentava a ricrescere. Nonostante avesse usato tutta la sua attenzione nello staccare quella vecchia, lo stesso in alcuni punti il lavoro non era venuto affatto pulito. Lo sapeva, che in quei punti non sarebbe più ricresciuta; mai più. Però era un tipo paziente, questo bisognava riconoscerlo. attese tutto un inverno e tutta una primavera. Attese che i laghi sgelassero; attese che le donne andassero di nuovo in amore. Giorno dopo giorno anche i capelli ricrescevano, stavolta castani. Con un grosso sforzo di volontà, in ultimo, cambiò il colore dei suoi occhi, portandoli dal marrone all'azzurro. Si schiariva. Sperava in un senso. Cantava, in un altro.
E per ultime ricrebbero le unghie. Più lucide stavolta; più affilate. E quasi contemporaneamente nacque tutta una serie di nuovi pensieri più spinti e più audaci. Molto più audaci, di prima. Non sapeva se fosse un caso, non sapeva se fosse un bene.
Comunque trovò lavoro in un drive-in. Lucidava le borchie delle vetture durante il film, e vendeva i gelati durante l'intervallo. Non era il massimo delle sue ambizioni, ma ci alzava 250
alla settimana. E poi poteva spiare le coppie che scopavano, mentre lucidava le borchie, e poi c'erano molte ragazze che se gli regalava il gelato, si esibivano in eccitanti pseudo-fellatio, sporgendosi smorfiose dal finestrino, proprio & solo per lui. Proprio & solo per lui. Era una delle cose che amava fare.
Spesso alla sera quando se ne stava davanti allo specchio a lisciarsi di gelatina i suoi nuovi capelli, gli sembrava di intravedere ancora qualche pagliuzza di marrone nei suoi nuovi occhi. Questo lo faceva stare male; lo faceva tornare a socchiudere l'anta dell'armadio, per poter sbirciare ancora una volta la sua vecchia pelle, ripiegata & riposta, pietosamente sottratta alla tentazione di patetici sentimentalismi. Poi decise che accadeva troppo spesso. Che stava divenendo una pericolosa debolezza. Infine si sorprese, una sera, con le guance rigate di lacrime invisibili, mentre srotolava la vecchia pelle per vedere se in caso avesse ancora potuto. Così si decise a disfarsene: accese il fuoco nel camino e poi ve la buttò sopra pezzo a pezzo. Molto lentamente. Quasi con religiosità. E quando ebbe finito si sentì diverso: più leggero.
Dopo un po' si accorse che i suoi pensieri si facevano sempre più semplici, sempre più ingenui avrebbe detto, se solo adesso fosse riuscito ancora a pensarlo con sufficiente chiarezza. Poco alla volta si liberò di ogni timidezza e d'ogni ritegno; andava contento a lavorare, godendo ora in modo molto più pieno dei suoi trastulli, abbandonandosi ad elargizioni di gelati, ed a nuovi giochi sempre più audaci e sempre più costosi.
E forse alla fine esagerò, fatto sta che un giorno i conti non tornarono e qualcuno gli venne a riferire che il padrone voleva vederlo.
E non appena lo ebbe visto il padrone lo prese e lo accartocciò, frantumandogli tutte le ossa. Poi lo gettò nel cestino della cartastraccia. Poi diede fuoco al cestino ed uscì dalla stanza.
Lui, quando infine fu certo d'esser cenere, aspettò se ci fosse qualcos'altro che dovesse accadere. Aspettò ed aspettò ed infine vi fu una finestra, che spalancata dal vento, permise alle ceneri e quindi a lui stesso, di mischiarcisi, al vento.
Fu un modo come un altro di evadere ancora. Solo questo. Non fu il vento ad arrivare, né fu lui a chiamare il vento.
Fu solo un modo come un altro.





ANNEBBIAMENTI CIRCOSTANZIALI


<< La banca è circondata! La clientela si getti a terra ed il personale alzi le mani! Ripeto, la banca è circondata! Siete sotto tiro, siete TUTTI sotto tiro!>>
La voce amplificata dal megafono portò l'orrore all'interno della struttura: le file pietrificarono, gli sportellisti impallidirono, il direttore si alzò di scatto dalla sua poltrona e si affacciò alla finestra: era proprio vero! << Entro trenta minuti voglio che venga fuori il capo-cassiere con tutte le armi contenute nell'edificio! Ripeto: con TUTTE le armi!>>
L'uomo parlava dalla torretta d'un blindato, tutt'attorno a lui erano allineati i tanks e gli elicotteri. Dietro stava schierata la cavalleria, ed in ultimo l'artiglieria. Sembravano fare sul serio... "Forse è proprio la volta buona", pensò il direttore.
<< Sappiamo che avete quindici M16, due M60 ed un totale di ventotto pistole, là dentro: vogliamo tutta questa roba qui fuori entro ventotto minuti!>> Disse l'uomo in torretta. E poi restò lì ad aspettare, spavaldamente eretto in piena vista.
<< Il conto è esatto>> Commentò all'interfono il capo delle guardie << che dobbiamo fare? >> Chiese poi.
<< Resistiamo!>> Rispose con tranquillità nel microfono il direttore; poi si voltò, caricò la carabina e tornò alla finestra. Inquadrò la fronte dell'uomo col megafono nel mirino ad infrarossi. "Sempre così!" pensava "Si presentano tutti spavaldi con i loro eserciti sconfinati, e poi si fanno liquidare così: stupidamente! Mai che se ne fosse presentato uno serio! Con eserciti più piccoli magari, ma motivati; mai! Una volta fatto fuori lui, se la daranno tutti a gambe, come al solito! Neanche questa è una situazione da 'ultima risorsà... Peccato"
Stava per premere il grilletto, quando improvvisamente gli esplose una domanda nel cervello: MA PERCHE' NO?
<< State all'erta ma non prendete iniziative>> Ordinò allora al capo delle guardie tramite interfono. Poi frugò un attimo nel cassetto e ne estrasse un paio di occhiali da sole. Se li mise canticchiando.
Intanto al pianoterra c'erano tutti i clienti stesi sul pavimento e tutti gli impiegati con le mani alzate. Non si sentiva volare una mosca. Solo ogni tanto un colpo di tosse. Le guardie erano accucciate sotto le finestre ed accanto alle vetrate, imbracciavano gli M16; quelli con gli M60 si stavano sistemando all'ultimo piano, pronti ad uscire sul tetto.
Fuori c'erano i tanks che puntavano i cannoni con leggeri ronzii elettronici, e gli elicotteri che roteavano le pale ed ondeggiavano nell'aria. I cavalli brucavano le aiuole e gli artiglieri fischiavano alle belle donne, in giro a fare commissioni a quell'ora del mattino.
Si udì dapprima un rombo sommesso, durante il quale tutte la porte si chiusero, automatiche ed ermetiche; poi un fischio crescente, ed infine un boato fortissimo! La banca aveva decollato; dopo appena ventidue secondi entrò in orbita.
Il direttore, apprezzato lo spettacolo, sorrise. Aveva sempre desiderato, di poterlo premere quel pulsante.





SOFFICE & GALLEGGIANTE


Lo trovarono mentre galleggiava rapito. Proprio non aveva saputo trattenersi, come la maggior parte dei sondaggi spiegava, era virtualmnte impossibile, trattenersi. L'ottantacinque percento della popolazione mondiale andava matta per il galleggiare.
Quando lo afferrarono nella sua mente riaffiorarono domande taglienti come alabarde spaziali: CHE ORE SONO? AVRO' SPENTO IL GAS?
Annaspava sgraziatamente tra le braccia dei suoi inseguitori; dicono che fosse come se ancora stesse galleggiando... Era difficile trattenerlo a terra, che sempre tendeva a tornare a mezz'aria. Non si sa come facesse, ma fu un caso che destò un certo scalpore, non era usuale che qualcuno continuasse a galleggiare anche dopo essere stato riacciuffato.
Lui si voltava, rivolgendosi a se stesso. Si dava a volte del lei, a volte del voi. Talvolta arrivava ad inchinarsi al suo proprio cospetto: mentre passava si faceva la riverenza. E la rifaceva pure un'altra volta.
Tutto gli sembrava bello e galleggiante; era tutto aggraziato e galleggiante, soffice e galleggiante. Tutto di un quasi cangiante. Non c'era nulla di male... Non c'era più nulla di male: elementare e galleggiante.
Ancora una domanda, per favore: DOVE HO MESSO LE CHIAVI?
Quando infine riuscirono a legarlo, se lo portarono dietro come un palloncino, ma subito sorse un problema: la gente risultò oltremodo incuriosita dal quel tizio che rideva & sospirava & galleggiava, agganciato in cima al filo, ed alla piccola scorta dei gherri si aggiunse ben presto un corteo di vecchiette col carrello della spesa e di signori col cane, e di tate coi bambini e di studenti segaioli a passeggio.
Lui salutava, salutava... Non è che guardasse o che in qualche modo potesse avere realmente coscienza di quello che stava accadendo, epperò si dice che salutasse, e pare anche che facesse domande: è agli atti, vedete? Sta scritto proprio qui! "Rivolgeva alla folla strane domande con tono imperioso, ad esempio DI CHE SEGNO SIETE? o anche, e questa a più riprese QUALCUNO HA UN CERINO?"
Chissà a che pensava, perso nel suo galleggiare. Comunque la folla aumentava costantemente di dimensioni, ed alla fine dovettero adottare la soluzione di chiuderlo in un sacco e coprirlo con un telone: adesso sembrava una specie di fantasmone, ma dava certamente meno nell'occhio.
A lui, tanto, a questo punto andava bene tutto, e difatti di li a molto poco attaccò la musica. Era come se tutti i più grandi fossero risorti attorno a lui, per intrattenerlo & trastullarlo di accordi ed assoli; altro che perfezione digitale, altro che pompa suprema! Si trattò di qualcosa di ineguagliabile, poiché non era una sola musica, ma erano tutte le musiche che simultaneaneamente erano sempre tutte, ed erano sia all'inizio che alla fine, sia all'assolo che al suo pezzo preferito: tutto quanto & tutto quanto nella stessa nota.
Insomma si cercò di tenere nascosto l'accaduto, perché quando c'è uno che arriva proprio al fondo, e ci si trova benissimo... Capirete, non è certo un bell'esempio, può addirittura essere pericoloso. Però ormai l'avevano visto tutti, e nei giorni seguenti sembrò che nessuno si preoccupasse più di quello che faceva o di come lo faceva... Tanto per male che possa andarmi, sembravano tutti pensare, mi beccheranno a galleggiare, come quel tizio in cima alla corda, che sembrava tanto contento...
Ma naturalmente a nessuno, riuscì più di ripetere la cosa, e quando li catturavano cadevano a terra di schianto e si rialzavano stupiti, disperati & delusi non riuscivano a fare a meno di piangere, ed i giudici ne risultarono inteneriti. E così a poco a poco la cosa rientrò, senza neanche troppi danni, in fin dei conti.
E lui lo tennero nascosto per un po', sinché fu possibile resistere alla rabbia di vederselo lì, galleggiante & gongolante; ma soprattutto sinché fu possibile resistere alla continua tortura delle sue stupide domande: QUEL POSTO E' OCCUPATO? MI POTREBBE FARE ACCENDERE? PER FAVORE, DOV'E' IL BAGNO? E poi, quando non fu più possibile, lo tumularono in un pozzo.
POSSO FARE UNA TELEFONATA URBANA?





FRONTE OCCIPITALE


Quando i due uomini suonarono, Mario andò ad aprire: essi si presentarono << Io sono il sergente Spark e questo è il mio addetto; siamo qui per il generale Mario: è lei il generale Mario? >>
<< Si, sono io... >>
I due uomini scattarono sull'attenti; il sergente disse in tono marziale << Allarme Rosso, Signor generale! Si è aperto un nuovo fronte proprio venti minuti fa! Abbiamo incarico di condurLa sul posto al più presto, Signor Generale! >>
<< Al più presto quanto? >> Chiese il generale << Al più preso al più presto >> gli fu risposto.
E fecero presto davvero, che difatti il fronte era proprio lì vicino: appena voltato l'angolo.
<< Così questo sarebbe il fronte? >> Pensava Mario. << Me lo aspettavo... Che so... Diverso? Forse appena un po' più ampio. Un po' più degno della mia attenzione. E poi guardate che disordine! Che sporcizia!>>
<<Ma vi pare un fronte, questo? Vi pare dignitoso?>> Esclamò improvvisamente il generale.
Il sergente e l'addetto si scambiarono un'occhiata interrogativa; poi il sergente scattò avanti di un passo e battè i tacchi.
<<Ci è stato assegnato questo, Signore. E' l'unico che abbiamo, Signore!>> Rispose urlando.
<<Ti ho forse chiesto se ne abbiamo un altro, sergente?>>
<<No Signore, effettivamente no, Signore! >>
<<E adesso rispondi, sergente: ti pare dignitoso? >>
<<No Signore! >>
<<No signore cosa? >>
<<No che non mi pare dignitoso, Signore! >>
<<Ah beh! >>
Il generale mosse nervosamente qualche passo lì attorno ed infine estrasse il binocolo. Scrutava l'orizzonte. Forse riusciva a guardare sino al mare.
<<Si vedono dei gabbiani laggiù >> Disse ad un certo punto << Com'è che si vedono dei gabbiani?>>
<<Dove c'è il mare c'è i gabbiani, Signore >> Azzardò l'addetto al sergente. <<Tu dai risposte semplici, soldato. Come si trattasse sempre di domande semplici. >>
<<Non capisco, Signore >>
Il generale Mario si fermò e sbuffò sonoramente, accennando all'addetto al sergente.
<<Venga qui un momento, le dispiace? >>
L'addetto si portò a circa due metri da lui, proprio di fronte a lui.
<<Ancora un passo, venga proprio QUI! Coraggio...>>
L'addetto obbedì, e non appena fu a tiro il generale gli agguantò le palle. <<Com'è che si vedono i gabbiani? Eh? Figlio di mignotta! Com'è che si vedono i gabbiani?>> Cominciò all'improvviso ad urlare, mentre gli spappolava i testicoli nel pugno.
L'addetto svenne quasi subito. Quando il generale abbandonò la presa, si accasciò come un sacco vuoto, rimanendo accartocciato in una buffa posizione. << Mi segua sergente >> Disse poi incamminandosi verso il fronte.
Il sergente lo seguì e camminarono circa cinque minuti, nel fango e nel sangue della prima linea. Poi, quando cominciarono ad udirsi i primi spari, si acquattarono sotto un cespuglio.
<< Mi dica, in tutta confidenza, chi è il nemico? >> chiese a bruciapelo il generale Mario. Il sergente tossì.
<< Naturalmente ci sono i crucchi, Signore... e poi i musi gialli & quelli rossi... ed anche qualche muso nero! Formano un enorme branco tutto sotto le colline, e non smettono mai di sparare da questa parte. Pare che abbiano parecchi cani, Signore.>>
<< Chi li guida?>>
Il sergente tossì ancora, ma stavolta si vide benissimo che lo faceva apposta per vincere l'imbarazzo.
<< Leader ignoto, Signore...>>
<<Bene! Ecco qualcosa da fare, finalmente! Dove sono i suoi uomini, sergente? >>
<<Sono tutti qui Signore, tutti sotto la botola >> rispose indicando il terriccio davanti ai suoi piedi << Pronti ad eseguire ogni Suo ordine!>>
<<Bene. Ne mandi due in esplorazione. Voglio sapere chi è il loro leader!>>
Il sergente sollevò la botola. Mille occhi preoccupati, emersero nello spiraglio di luce che tagliava il buio denso del bunker. Il Sergente ne indicò due paia.
<< Tu e tu! Venite fuori!>>
Quelli vennero fuori tenendosi per mano. Si fermarono incerti e poi uno alzò un dito ed indicò prima lui stesso e poi il suo compagno.
<< Noi?>> Chiese con un filo appena di voce.
<< Voi, sì! Proprio voi due...>> Rispose il sergente <<Andate avanti e scoprite qualcosa. Scoprite chi è il loro leader, se potete, e poi tornate a riferire!>>
Quelli partirono: appena superato il cespuglio si buttarono a terra e cominciarono a strisciare.
<<A proposito del suo addetto >> Disse poi il generale al sergente << Sarà meglio, molto meglio che se ne cerchi un altro>>
Il sergente storse la bocca: stava per dire qualcosa...
<< Che c'è?>> lo anticipo' il generale.
<< Nulla Signore>>
<< Tanto quello era completamente idiota...>>
<< Certo Signore!>>
Poi se ne stettero lì per un bel po' di tempo. Il generale che batteva nervosamente il piede, ed il sergente che pareva inamovibile, ma tra sé e sé canticchiava i ritmi suscitati proprio dal battere del suo superiore. Come quando si è in treno. Tum-ta-ta-tum-ta-tum-tum.
Poi il generale si fermò. Guardò il cielo e si passò una mano tra i capelli.
<< Dove cazzo sono andati a finire?>>
<< Devo mandare qualcuno a vedere, Signore?>>
<< Ecco, bravo. Manda qualcuno a vedere >>
Il sergente risollevò la botola del bunker.
<< Tu!>> Ordinò nel buio.
Ne uscì un ragazzo alto e muscoloso. Un colosso biondo.
<<Vai a vedere dove si sono cacciati i tuoi camerati!>>
Il colosso saltò il cespuglio e si allontanò correndo velocissimo, con falcate lunghe e regolari. Era poderoso, irrefrenabile, bellissimo mentre correva.
Dopo appena dieci minuti era già di ritorno.
<< Trovati, Signore!>>
<< E dove sarebbero?>>
<< Proprio qui dietro, Signore: sono morti. Li ha freddati un cecchino mentre si facevano una canna sotto un faggio.>>
<< Sicuro che siano morti?>>
<< Sicuro, Signore!>>
<< Sicuro che fosse un faggio?>>
<< Sicuro, Signore!>>
<< Sicuro che stessero facendo una canna?>>
<< Sicurissimo, Signore!>>
<< Una canna di cosa?>>
<< Prego, Signore?>>
<< Di nero? Di marocchino? Di afgano?>>
<< Non saprei dire, Signore. Comunque ho qui la canna, Signore.>>
<< Fai un po' vedere... >> Disse il generale Mario allungando una mano fornita d'indice e medio divaricati.
Quando la canna gli fu passata la rigirò per un attimo tra le dita, poi estrasse l'accendino e l'accese. Diede un paio di tiri e si sollevò un paio di volte sulle punte dei piedi.
<< Nero!>> Sentenziò con apprezzamento << Si metta a verbale che si fermarono a fumare del nero!>> Continuò a dire tra un tiro ed un altro.
Quando arrivò al filtro buttò la canna per terra e la spense con una rapida rotazione del tacco.
<< Precisione, ci vuole, in queste cose...>> Fu udito mormorare il generale Mario.
<<Almeno la mattina non è andata sprecata del tutto>>
Concluse in ultimo mentalmente.





BA-NA-NA


C'ero cascata di nuovo: non ci potevo credere! Ero sempre più arrabbiata! Ed era stato tutto così evidente sin dall'inizio... uno morto non può certo scrivere una lettera. Come un pollo fritto non sbatte le ali; come d'altronde c'è anche chi possa amarne moltissimo una singola penna.
Proprio perché reagiva così, se avessimo visto la fine vicina nella sua stanza illuminata a giorno, di sotto le coperte non sarei riuscita a dormire, e quella vista sarebbe penetrata nel mio cervello comperato da così poco tempo - e di seconda mano pergiunta - che ancora non sapevo usarlo.
Ero armata di fucile e di pistola a tamburo; i miei altri amuleti di medicina erano andati perduti nel Fiume della Polvere: ero del tutto scoperta da quel punto di vista, e non mi sentivo certo in gradi sfidarli, dicendolgli che non avrei saputo che farmene di loro, una volta morti. Nè erano conigli né erano tacchini.
A volte ci sono delle strane notti. Si sentiva un rumore forte e subito dopo scoppiò un gran putiferio: aveva tirato con tutte le sue forze il guinzaglio, tanto da costringerlo ad alzarsi sulle gambe posteriori. Però benché paonazzo, camminava con una tale determinazione che sembrava volesse proprio spezzare il buio. <<Le cugine restano cugine per tutta la vita>> Dissi improvvisamente, ma intanto non ci credevo.
Che non le vada di traslocare? Avevo pensato quando lui mi aveva chiesto sue notizie... Così trattenni il respiro, mentre dall'ingresso arrivava il rumore dei geta* della gente che andava e veniva dalla festa.
<<Tic, tic, tic, tic, tic, tic,>> Diceva l'oggetto.
Sicché si concluse che la cosa di medicina poteva servire per scoprire dove ci fossero dei soldati. Ce l'aveva lungo il suo scudo, e non ce lo avrebbe certo fatto toccare. Così bisognava per forza fidarsi di lui. <<Ecco qua uno scalpo di tipo nuovo>> dissi allora ad uno che era con me. Spellai un lato della faccia e metà del mento, e sollevai l'inconsueto trofeo. Per un attimo mi sentii sollevata, ma poi si cominciò a riparlare delle cose di medicina, e si diceva che questo Whiskey spiegava perché i soldati impazzissero e sparassero l'un contro l'altro, invece che addosso a noi.
Lei, a meno che non piovesse, si mordeva le labbra ed aveva un che di prezioso ed immacolato: una sacrosanta cosa. Faceva a brandelli le tende e rovesciava tutti i libri sui tatami**, era immobile ma era terribile, come di ghiaccio, e si immerse senza cambiare minimamente.
<<Sai, gli esseri umani vengono a conoscenza in continuazione di cose nuove, e poco alla volta cambiano. E' inevitabile, poi, che ne dimentichino o che ne eliminino qualcuna. E tutto perché hanno troppe cose da fare.>>
Tutte le donne in condizioni di farlo, appena poterono si gettarono nella corrente del Mississipi coi loro piccoli sul dorso, ma prima che giungessero dall'altra parte, parecchie di loro annegarono o furono uccise a fucilate. Intanto le vecchie e tutte le altre che non avevano potuto imitarle le piangevano, e sembravano non tacere mai. Sembrava che avrebbero urlato pe sempre. Io però vi assicuro che se verrà il nostro messia, noi non faremo alcuno sforzo per imporvi la fede in lui: e riguardo a tutta la faccenda, bisogna dire che avevamo anche una Vergine Maria, che adesso è del pari in prigione.
Invece loro sembravano non ascoltare affatto. Noi eravamo lì con il vestito della guerra e del pianto, mentre loro usavano maniche grandi come staia, per cui pareva che avessero tre corpi con sopra una testa sola. Lei forse all'inizio era stata una di quelle.
Emetteva una luce pallida, ma forse pobabilmente questo non le avrebbe impedito di prendere il cibo dalle mie mani fino alla morte.
Loro potevano schierare in campo diecimila cavalieri, ma qualcuno di questi già digiunava e si mortificava finché non cadeva in una specie di sogno ad occhi aperti, e tra questi c'era It-si-ka-ma-hi-di, lo spirito di quello che si limitava a seguire con l'udito, salvo sull'esiguo spiazzo appena sufficiente a contenere i suoi piedi.
C'era questa distesa unica di astri molto ben curati, e quando infine avevo sporto la testa, era enorme, non una di quelle che dopo mi avrebbe fatta piangere ogni volta, come in un sogno, come una piccola lampadina bianca, come se stessi osservando qualcosa che non apparteneva a questo mondo. Come se in realtà il sangue colasse dentro la lampadina bianca.
<<E tutto perché hanno troppe cose da fare>> Questo proprio non potevo levarmelo dalla testa: era tutto lì attorno: tutto lì attorno!
Quindi il 12 agosto, alle prime ore del mattino, li passai quasi tutto in rassegna, ma erano solo quattro gli spiriti che il nostro uomo di medicina riusciva a capire. Scomparivano sotto i nostri occhi. Un caotico miscuglio di rumori ci calava addosso dall'alto, e dove prima stavano, adesso non c'era più nessuno. C'era solo da stare ad aspettare, in un certo senso.
Illuminata dalla luce che lei stessa portava, aveva già gli occhi colmi i lacrime.
<<La mia vecchia dice che ti farà mangiare di quel sashimi***>> Mi disse quasi con un certo affetto.
Poi tutto si fece bianco. In quella insenatura coperta di sassi c'erano delle case fantasma con porte e finestre sbarrate. C'era anche la casa del dottore. E così, a piedi nudi, scesi le scale ed andai di sotto.
<<E tutto perché hanno troppe cose da fare>> Provai subito a dirgli. <<C'è qualcosa che si può fare?>>

* Tradizionali zoccoli di legno. Su una base piana e rettangolare sollevata da terra da due regoletti trasversali, sono inseriti due cordoni di seta o di velluto che formano l'infradito.
** Stuoie imbottite di paglia compressa e rivestite di giunchi intrecciati. Sono fissate su una cornice di legno e ornate da un bordo di passamaneria.
*** Pesce crudo tagliato a fettine che prima di essere mangiato viene intinto leggermente nella salsa di soia cui possono venire aggiunti vari aromi.




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