FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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RACCONTI

Massimo Canetta




Sommario:

Frammenti
La gatta
Il tramonto
Le scarpe magiche
La promessa
Il tunnel
La cavalcata delle Valchirie



FRAMMENTI

Riflettevo.
La mia posizione, così stabile, così imperturbabile, era addirittura fastidiosa. Spesso notavo sguardi indispettiti diretti verso di me, anche di sfida. A volte qualcuno mi sorrideva, altre volte altri arrivavano persino ad allungare una mano verso di me.
Io non cambiavo mai il mio punto di vista. Ero freddo, ma costante, imperturbabile.
Agli occhi della gente non ero quasi mai ciò che essa voleva vedere, ma ciò che vedeva realmente. Io avevo una visione del mondo molto limitata, lo ammetto, ma chiara, pulita e, soprattutto, obiettiva, che non lasciava spazio a giudizi gratuiti.
Poi, un giorno, non so bene come accadde, tutto cambiò: fui costretto a cambiare i miei riferimenti e tutta la mia esistenza ne fu scossa.
Il mondo, ad un tratto, non era più come lo vedevo prima. Uno schianto, poi la mia vita esplose in centinaia di punti focali. Non c'era più il letto, nemmeno la cassettiera; ora vedevo chiaramente il soffitto, quell'arco sopra l'ingresso. Tutto era ora completamente diverso da come lo conoscevo io. Improvvisamente il terrore pervase tutti i frammenti del mio corpo, ormai sparsi, distanti gli uni dagli altri: il mio futuro era ben chiaro. Sarei stato ormai solo uno specchio rotto, gettato nella spazzatura e il mio mondo sarebbe stato per sempre buio e senza più speranza di riflettere. E fu proprio così.



LA GATTA

"Non ce la faccio, proprio," - quasi lo supplicava -"vai tu, dai. E' più forte di me.".
Questa storia della gatta lo stava assillando da più di una settimana. Dopo anni di torture: miagolii notturni, la fila sotto casa per settimane intere.
Basta. Era giunto il momento di finirla.
"Non ci riesco nemmeno io." - concluse seccato Giacomo -"Sai che esco tardi stasera. Questa storia mi sta davvero innervosendo.".
"Ma scusa io non me la sento di portarla. Sono una donna e solo l'idea di vedere la Pussy sterilizzata mi fa venire i brividi. E' un oltraggio alla sua condizione di essere femmina.".
"Adesso la mettiamo sulla morale, eh?" - sbuffò dall'altro capo del telefono -"Mi sembrava che la decisione non dovesse più venir messa in discussione. E' solo necessario trovare qualcuno che la porti, no?".
Ci fu qualche secondo di silenzio, poi Anna riprese a parlare, quasi un sussurro: "Senti, se ti va, provo a chiedere a Marco. Sai, dopo la scuola..."
Giacomo tentò di calmare la propria voce: "Ok, non c'è problema, dillo a Marco. Però spiegagli bene cosa deve fare, sai com'è fatto...".
"Sì, sì, glielo spiego io. Insomma non è più un bambino, forse è un po' sbadato, ma è sveglio e pieno di iniziativa."."Fa' come vuoi," - concluse Giacomo -"ci vediamo stasera. Ciao.".
Riagganciò.
Quando Marco tornò a casa, Anna gli spiegò che dovevano far sterilizzare la Pussy, perché era diventata un problema per il quieto vivere familiare. Marco alzò le spalle, mostrando un certo disinteresse per la cosa.
Marco mangiò in fretta, come al solito, guardando la televisione, ignaro di tutto ciò che stava nel piatto. Probabilmente - pensava Anna - non sentiva nemmeno i sapori di quello che mandava giù.
Anna lo guardò con gli occhi lucidi e gli consegnò la cesta con la gatta. Non ci fu nessuno sguardo tra Anna e l'animale, anzi, la Pussy cercava di evitare lo sguardo della traditrice, sperando di non vederlo mai più, mai più.
Marco uscì con la gatta e Anna non sopportò l'idea di stare lì, ad aspettare il ritorno della sua Pussy menomata, tradita nella sua femminilità. Uscì e si diresse al Centro Commerciale, per tutto il pomeriggio.
Qualche ora dopo tornò a casa ma non c'erano né la gatta né Marco né, tantomeno, Giacomo. La segreteria lampeggiava, indicando che c'era un messaggio. Riavvolse il nastro ed ascoltò: "Ciao mamma, sono io. Senti sono andato dal veterinario, ma era chiuso, c'era scritto che era di turno o una cosa del genere. Sono a casa di Stefano, chiamami.".
Anna sospirò e i suoi occhi sorrisero. Prese il telefono e chiamò a casa di Stefano. Rispose direttamente Marco.
"Ciao mamma, senti l'ho sterilizzata io: e' più di un'ora che sta bollendo, posso toglierla?".



IL TRAMONTO

Era ormai tardi quella sera ma il sole ancora s'attardava, sospeso nel cielo rosso di fuoco, come se evitasse d'affondare nell'orizzonte.
Il suono del vento accompagnava dolcemente quella silente attesa e il cielo era terso, con le stelle che apparivano timidamente nell'imbrunire.
Una figura alta, snella, con un mantello nero si ergeva tagliando in due l'orizzonte, spezzandolo senza pietà. Teneva le braccia conserte e fissava il disco infuocato con gli occhi socchiusi, come se cercasse d'instaurare un rapporto d'intesa e ciò le dava un'aura di dominio su tutto ciò che le stava intorno.
I lunghi capelli neri coprivano le spalle e, seguendo il vento, a tratti s'arruffavano per poi ricadere sul mantello. Tutto questo silenzio durò molto tempo ma il sole stava ancora là, immobile, sospeso sul mare ed era sempre più tardi, sempre più impossibile che non fosse ancora sceso dietro l'orizzonte.
La nera figura stava immobile sulla terrazza che s'affacciava sul mare e sembrava che nulla, oltre al sole, potesse sfiorare i suoi pensieri.
Le onde s'accavallavano le une sulle altre, sempre più lentamente ed io stavo lì, incantato, a guardare quella scena inverosimile: sapevo che era troppo tardi perché il sole fosse ancora così alto, eppure pareva che il giorno avesse fermato il tempo, impedendo alle tenebre d'impossessarsi del cielo, ancora infuocato dal rossore del sole.
La gigantesca figura troneggiava, impetuosa, dominando la scena, immobile e silenziosa, affacciata a quella terrazza che dava sul mare.
D'un tratto una luce accecante fece scomparire tutto ciò che prima era illuminato dal rossore del sole sospeso sul mare: sparì il mare con le sue onde, sparì anche il cielo, infuocato e pieno di stelle che pulsavano nell'attesa d'apparire piene del loro splendore. Anche il vento si placò. Quella luce accecante rivelò la figura in tutta la sua forma. All'improvviso apparve molto più piccolo di quanto sembrasse con lo sfondo del cielo infuocato. Era in alto, lassù su un'impalcatura fatta di tubi metallici.
"Smontate pure lo schermo, così credo che possa andare. Riprendiamo le prove domani. Grazie a tutti e buona notte."
- scese dall'impalcatura e si diresse verso l'uscita del teatro, dando un leggero tocco ai capelli che, dolcemente, ricaddero sulle spalle coperte dal mantello nero.



LE SCARPE MAGICHE

C'era una volta una montagna, si' una grande montagna, con un piccolo buco. Qualcuno pensera' ad una caverna ma senz'altro esagera perche' era proprio un buco.
In questo buco viveva un piccolo uomo, molto piccolo.
Egli trascorreva le sue giornate scrivendo i suoi pensieri su di un diario. Li' sopra scriveva del mondo, dei suoi abitanti e, a volte, anche di questa sua piccola casa nella montagna. Un giorno, mentre scriveva i suoi pensieri solitari sul diario, qualcuno busso' alla porta. Impaurito si getto' a terra: lui, cosi' solitario non era abituato a ricevere visite e comincio' a tremare per l'emozione. Passato qualche secondo d'esitazione trovo' il coraggio e apri' la porta (sempre che la si possa definire una porta). Davanti a lui si trovava il solito paesaggio e, quindi, dedusse che il misterioso visitatore se ne fosse andato, ma proprio mentre stava per chiudere la porta noto', con la coda dell'occhio, qualcosa poggiato per terra.
Era un paio di scarpe da tennis e, guardandosi intorno furtivo, le prese e se le porto' all'interno. Rimase pensieroso, indeciso sul da farsi ma poi, visto che parevano della sua misura, decise di calzarle. Si guardo' i piedi: erano veramente bellissime, delle bellissime scarpe da tennis. Decise di provare un passo verso la porta ma, come si mosse, venne scaraventato fuori ad una velocita' spaventosa. Volo' per qualche minuto a circa dieci metri da terra finche', d'un tratto, atterro', non molto dolcemente, in un grande prato.
Col cuore in gola per lo spavento si guardo' intorno e vide erba e fiori a destra, a sinistra e pure davanti e di dietro. Non c'era nessuno, il sole era a picco sopra la sua testa e il caldo era insopportabile.
Una farfalla volo' vicino a lui e gli si poso' su di una scarpa."Ciao, piccolo uomo." - disse la bellissima farfalla.
Questi si alzo' terrorizzato e si guardo' intorno nervosamente."Stai tranquillo, non avere paura, sono solo una piccola farfalla, non posso farti del male.".
"Chi... Chi sa... saresti?" - balbetto' il piccolo uomo."Siediti che ti devo dire una cosa.". L'uomo si sedette ed ascolto'."Prima di tutto, muoviti lentamente perche' le scarpe che hai ai piedi non sono scarpe normali sono, diciamo cosi', un po' veloci, probabilmente te ne sarai gia' accorto.".
"Beh, effettivamente..." - l'omino sorrise ripensando al volo di qualche minuto prima. "Dunque... Queste scarpe sono scarpe magiche, create per permettere di raggiungere un posto, nel mondo, che sia il posto dei nostri sogni. Queste scarpe ti permetteranno di andare dove vorrai: nel posto che per te e' il posto piu' bello del mondo.".
Il piccolo uomo pareva perplesso, si gratto' il mento e sospiro'."Pensa, piccolo uomo: isole dei mari del sud, citta' meravigliose con donne incantevoli... Dovunque tu voglia andare, ma attenzione, questo e' un viaggio unico. Una volta espresso il tuo desiderio potrai raggiungere immediatamente questo posto meraviglioso, ma poi... PUFF... Le scarpe svaniranno e quindi non potrai scegliere un'altra volta. Scegli bene, mi raccomando, pensaci.".
Il piccolo uomo si concentro' qualche secondo e poi sorrise, il suo sguardo era eccitato: "Ecco fatto!" - esclamo' strofinandosi le mani -"Ho fatto la mia scelta. Grazie. Ora vado.". Si alzo' e mise le braccia conserte, poi esclamo' a gran voce: "Via, nel posto piu' bello del mondo.".
In un batter d'occhio il piccolo uomo venne proiettato nel luogo da lui desiderato. Si trovo' seduto a terra, si alzo' e vide che le scarpe da tennis stavano lentamente scomparendo. Alzo' gli occhi al cielo e sospiro': "E' fatta, ci sono.". Si volse e varco la soglia del buco, il suo piccolo buco in quella grande montagna dove giaceva ancora per terra il suo diario. Il posto piu' bello del mondo: la sua casa. 11.7.95 LA PROMESSA Era un pomeriggio assolato, faceva molto caldo; solo una leggera brezza, in riva al mare, scompigliava i capelli. Era un pomeriggio di venticinque anni fa, era il trenta luglio, me lo ricordo ancora come se fosse stato solo ieri. Io stavo lì, seduto sulla sabbia e osservavo quelle onde che agitavano il mare e portavano a riva il profumo pungente della salsedine. Due ragazzi erano seduti poco distante: lui aveva circa quindici anni e lei qualcuno di meno.
Parlavano a bassa voce, ma quella leggera brezza profumata mi portava lentamente agli orecchi le loro parole."Me lo devi promettere." - disse lui, accarezzandole il viso.
"Te lo giuro, fosse l'ultima cosa che farò." - rispose lei asciugandosi gli occhi.
Probabilmente - pensai - si stanno salutando. Luglio è ormai terminato e tanti rientrano nelle città o partono per altre destinazioni. Com'è triste lasciarsi: quel giorno avrei lasciato anch'io mia moglie e mio figlio per tornare a Milano e incuriosito continuai ad ascoltare.
"Saremo qui, dove c'è il cartello delle lezioni di nuoto. Ti prego promettimelo ancora." - anche lui piangeva.
"Sarà qui, tra venticinque anni, come oggi, accanto al cartello. Però io voglio essere qui anche l'anno prossimo e quello ancora, sempre con te."
"Anch'io lo spero, ma promettiamoci di essere qui tra venticinque anni, qualsiasi cosa accada." Che promessa affascinante. Quei due ragazzi si sarebbero rivisti dopo venticinque anni: una promessa vera, fatta non solo con lo slancio dettato dal cuore, sfiancato dal dolore, ma anche sapendo di doverla mantenere.
Venticinque anni: ma quante cose potranno accadere - mi dissi - in venticinque anni? Ero quasi commosso, continuai ad ascoltare, continuando a fissare le onde che s'infrangevano, bianche sulla sabbia bagnata.
"Io questi venticinque anni li voglio passare con te." - disse lei con la voce strozzata dai singhiozzi. "Anch'io, ma possono accadere tante cose nei prossimi giorni, nei prossimi mesi, anche nei prossimi anni, ma ti assicuro che tra venticinque anni, io sarò qui." - le accarezzò i capelli.
Lei scoppiò a piangere, questa volta a dirotto e non riusciva nemmeno più a parlare.
Ero affannato, l'emozione per quella promessa mi aveva colto all'improvviso e mi aveva lasciato quasi senza respiro. Lui si alzò, la prese per mano e l'aiutò ad alzarsi. Si abbracciarono, forte e si baciarono a lungo. Io rimasi lì, immobile, cercando di non guardarli. Lui le accarezzò i capelli e la guardò negli occhi poi, abbracciandola, andò via con lei e presero la strada che porta alla stazione. Io restai a fissare il mare, ad annusare quel pungente profumo di salsedine che il vento mi portava. Mi ricordo che piansi per l'emozione: chissà se avrebbero mantenuto la promessa - pensai - sarebbe stato bellissimo. Dopo qualche minuto mi alzai e me ne andai. Quel giorno partii per Milano, ritornai nel caldo torrido della città, senza quel pungente profumo nell'aria.
Passarono gli anni e con essi cambiarono molte cose.
Persi mia moglie, cambiò la mia vita, il mio lavoro, mio figlio crebbe e divenne un uomo e, col passare dei giorni, quella promessa sbiadì nella memoria e, lentamente, non me ne ricordai più. Ormai sono passati quei famosi venticinque anni e io me ne sono ricordato. A settant'anni sono qui, ormai solo, senza mia moglie e con mio figlio che ha la sua famiglia e la sua vita; eppure mi sono ricordato di quel 30 luglio di venticinque anni fa, come se fossi stato io a fare quella promessa e, sì, preso il treno sono partito per la riviera. Giunsi alla stazione che era pomeriggio, come venticinque anni fa. Mi incamminai, faticando sotto il caldo opprimente di quel pomeriggio assolato, come venticinque anni fa.
Quando raggiunsi la spiaggia cercai quel cartello in mezzo alla sabbia che indicava che lì si poteva imparare a nuotare: non c'era più. In un primo tempo pensai di non riuscire più a localizzare il luogo esatto ma poi ne fui certo: il cartello doveva essere stato proprio lì venticinque anni fa, lì dove ora stavano seduti, abbracciati, quell'uomo e quella donna: lei piangeva, perché si stava asciugando gli occhi con un fazzoletto e lui le accarezzava i capelli.
Non so se fossero proprio quei due ragazzi di venticinque anni fa, ma mi fa piacere pensarlo, credere che quella promessa sia stata mantenuta, nonostante il trascorrere degli anni e così, felice, voltai le spalle al mare e tornai verso la stazione, sotto quel sole opprimente, con quella leggera brezza che mi portava un pungente profumo di salsedine.



IL TUNNEL

E' caldo, molto caldo, soffocante. L'umidità rende l'aria irrespirabile. Però è importante che io continui, che vada avanti.
Li ho lasciati tutti là indietro: tutta la mia famiglia, e anche gli altri. tutti indietro, la mia vita è rimasta indietro, ma forse da questo mio insistere, da questa mia ricerca, dalla mia fuga può dipendere anche la sopravvivenza degli altri.
Laggiù è l'inferno, non è possibile resistere ancora per molto. L'unica speranza è questo stretto cunicolo che può portare alla salvezza. Quanto è stretto e ripido: l'aria pesante, poi, rende ancora più faticoso ogni mio passo. E' persino scivoloso e più di una volta mi è capitato di sputare anche l'anima per poter fare qualche passo e d'improvviso retrocedere del doppio in pochi attimi. Spesso mi devo fermare per riprendere fiato. E' davvero soffocante. In certi tratti il cunicolo è largo esattamente quanto me e mi devo appiattire pregando ogni dio conosciuto di farmi passare mentre tremo al solo pensiero di rimanere intrappolato senza speranza di poter fare il benché minimo movimento.
Vedo una luce laggiù in fondo e devo farcela, per me, per la mia famiglia, forse per tutti noi, per poter liberare tutti da questo inferno. Devo continuare anche se non sento più le forze.
Sono davvero esausto; mi devo fermare per l'ennesima volta.
Sento dei rumori, colpi regolari che provengono proprio dalla fonte luminosa, ora un gorgoglìo, ora la luce è sparita, ora ritorna. Forse comincio ad avere delle allucinazioni. Finalmente sono davvero vicino all'uscita del tunnel, ma non riesco a muovermi, sono semplicemente terrorizzato. Potrebbe esserci qualcuno dei loro, qualcuno dei"dominatori", come li ha sempre chiamati mio padre e suo padre prima di lui. Devo farmi forza, non posso fermarmi proprio adesso, proprio ora che sono giunto alla fine del tunnel.
Rimango in attesa ancora qualche minuto, finché non sento più nessun rumore. La luce è ancora lì, appena fuori dal tunnel.
Sono deciso: esco.
Appena messa fuori la testa mi guardo intorno: non c'è anima viva. Sono stato fortunato, non c'e' nessuno. Esco completamente dal tunnel e cerco un nascondiglio, per poter osservare meglio la zona, senza correre rischi inutili. Sono al sicuro; ancora qualche passo e potrò nascondermi in quell'anfratto e attendere che faccia notte. Un rumore improvviso. La porta si apre di scatto. Un bambino entra nella stanza.
"Papà, papà, corri, presto, uno scarafaggio." - strillò. Un'ombra sopra di me, la fine.
SPLAT!



LA CAVALCATA DELLE VALCHIRIE

L'assordante frenesia di Milano tuoneggiava in lontananza. Egli decise di sfuggirle sentendosi in cuffia la Cavalcata delle valchirie.
Socchiuse gli occhi. Desiderò che la musica, divenisse la luce della sua vita. Sognò che come per incanto ogni sua azione, ogni suo pensiero ne fossero accompagnati.
Guardò l'orologio: era tardi. Spense lo stereo, si tolse la cuffia e notò con stupore che la musica non smise. Continuava, sempre più imponente. Egli si volse verso lo stereo che però era spento. Com'era possibile che sentisse ancora la musica? Si coprì le orecchie. La musica imperversava. Era accaduto ciò che aveva desiderato: la musica era in lui. Ogni sua azione, ogni suo pensiero sarebbero stati impregnati di note.
Assaporò quel momento. Quale azione ne sarebbe stata degna?
Sentì la musica scaricargli nelle vene la forza di un guerriero. La testa cominciò a girargli. Ora la musica era altissima. Provò a parlare ma non sentì le parole. Gridò forte, ma non sentì nulla. Cominciava a mancargli l'aria. Corse sul terrazzo. Il volume aumentava. Si tenne la testa tra le mani. Guardò verso il basso e il corpo gli fremette in un accenno di vertigine. Respirò profondamente. La musica continuava in un crescendo spaventoso.
Improvvisamente capì quale azione sarebbe stata degna di un tale accompagnamento. Salì sul davanzale e con uno scatto improvviso si lanciò nel vuoto. La musica era in accordo con il movimento. Era una regia perfetta. La sinfonia raggiunse l'apice. Tutto, anche il finale rimase in perfetta sintonia.
Meraviglioso!




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