FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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RACCONTI

Federico Scarmoncin




QUO VADIS

"La filosofia da sempre cerca di rispondere a delle domande. Così noi la studiamo per vedere come i grandi pensatori hanno dato risposta a queste domande, che sono: da dove viene l'Uomo? Perché l'Uomo? Dove va l'Uomo? E solamente rispondendo a queste domande potremmo ritenerci dei veri uomini e ciò che più conta, sentirci uomini liberi. Per concludere, ragazzi, vorrei invitarvi già da ora a chiedervi dove state andando."
DRIIIIIIIIIIIINNNNNNNNNNN!!!!!!
Molte ore dopo....
"Promete, hai finito di studiare?"
"Si madre, ora vado a letto"
"Mi raccomando Promete, non pensare troppo ai discorsi del prof. di filosofia, lo sai bene che i filosofi sono tutti matti, resta ancorato alla vita di tutti i giorni."
"Uhmmmmm"
La luce si spense. Il buio avvolse nella sua uniformita ogni oggetto nella stanza. Promete disteso sul letto con gli occhi socchiusi dal sonno pensò tra sé e sé: "Interessante il discorso del professore; dove andiamo? E chi lo sa, il mondo intero ha perso la bussola, figuriamoci se io so dove sto andando, si cerca di sopravvivere, senza farsi troppe domande che rovinano l'appetito e la reputazione. Quella domanda però sembra interessante; potrei anche provare a darle una rispos..." E Hypnos, dio dei sogni, discese su di lui con le sue soffici ali, lo prese per mano e lo portò in alto, sempre più in alto, fino a perdersi nel bianco mare della luce lunare.
"Tu, uomo di carne, pallida ombra dell'essere, alzati" Promete apr gli occhi di scatto e vide in piedi sopra di lui un uomo basso, con la barba arruffata, avvolto in una toga stracciata, ma nei suoi occhi ardeva un fuoco meraviglioso. "O, ma che tu sei?! Il venerabile Joda?" (leggere con accento fiorentino).
"No! Buffone, marrano, vigliacco!- risponde il vecchio agitando le mani e pestando i piedi- Forse che tu non riconosci in me il più grande di tutti i filosofi, non vedi tu qui il teorizzatore dell'Idea et rex summae rationis?!"
"O Plato, grande tra i grandi; in principio era l'Idea, e da l venne il verbo e summo tra i filosofi ripercorse la strada e dal verbo tornò all'Idea, (Così che adesso noi stupiti ci domandiamo: dov'era l'idea dell'idea?) e da l al demiurgo (che prima non c'era, ma bello lo stesso). A dir la verita, sior Plato, me la immaginavo un pochetino diverso, decisamente il diavolo non Così brutto come lo si dipinge."
Promete si alzò: "Ordunque, Plato, ti concesso dirmi dove siamo e perché son qui; se la sapienza divina ti da potere di dirmelo?"
"Promete, Promete, figliuol caro, acciò che tu sappia ti dirò che tu sei sulla luna, specchio fedele e rovesciato di quanto accade sulla nostra beneamata Terra; rovesciato perché come disse Eraclito ogni cosa ha il suo contrario e nel polemos dei contrari a turno uno solo ne vince, ma non annienta mai l'avversario, Così tutto muta e tutto diventa. Hypnos, dio dei sogni, ti ha portato qui, affinché tu veda e conosca, ma più di tutto, affinché tu trovi la strada della tua vita. Orso dunque, la notte breve, ciò che ora, presto non sara; incamminiamoci nel vallone lunare." Il vecchietto cominciò a trotterellare tra le anguste rocce e Promete lo seguì: "Magister, ti prego, perché tocca a te accompagnarmi in viaggio?" "Comunemente sto, come cane da guardia, davanti al mucchio alto delle false interpretazioni; poiché devi sapere che ogni cosa che, per causa nostra o di Crono o di Fortuna, sulla Terra va perduta o travisata, tutta qua si raduna, Così io vigilo al mucchio dei pensieri incompresi e distorti che sulla Terra ora altro non sono che l'esatto contrario di ciò che s'intendeva dire; di tanto in tanto viene a trovarmi un mio grandissimo amico: Gorgia, lo conosci? Ti accompagno io perché guida sicura nella vita dev'essere l'Idea, o ideale, che forse meglio, e solo ragione può raggiungere l'Idea, così io ti accompagno."
Il passaggio angusto si apr e dianzi agli occhi di Promete apparve il quadro suggestivo e irreale del vallone lunare, costellato di mucchi altissimi di sfere colorate di diverse grandezze. Di fronte ad ogni monte stava, seduto o in piedi, un uomo, o una donna, meditando.
Un mucchio si ergeva, all'entrata della via, più imponente e alto di altri. "Magister Plato- disse Promete- dimmi tu, o se non sai chiedi, di che composto questo monte tanto puntato verso il cielo, e chi quell'uomo che allegramente banchetta con quattro foglie di salata e un bicchiere d'acqua." "Promete, sappi che costui un grande filosofo: Epicuro di Samo, ma ciò che so che vuoi sapere sara egli stesso a dirtelo. Epicuro! Ferma il tuo banchettare e spiega al mio giovane discepolo di cosa sei a guardia." Il grasso filosofo si interruppe e parlò: "Sappi che questo monte, ch'è tanto alto, fatto di piaceri vani e non duraturi, di cose che sul momento vuotano lo spirito d'ogni affanno e lo rendono leggero, ma poi lo appesantiscono oltremodo. Uscire dai limiti, assaporare il piacere dei sensi, ma il vero divertiemnto ciò che anche una volta passato lascia perenne il suo ricordo stampato nell'animo umano. Qui ci sono i divertimenti futili e sempre uguali dei giovani, che come sono vissuti, presto sono scordati. Guarda tu stesso." Afferrò da terra una palla e la lanciò nelle mani di Promete. "Avvicinala agli occhi e guardaci dentro." Promete guardò e vide giovani ballare e luci ruotare, in un piccolo ambiente tutto girare, nel buio e nell'afrore insieme sballare. Rilanciò la sfera al grasso filosofo.
Promete e Plato proseguirono attraverso il vallone.
Videro altri ed altri mucchi: a destra vedevansi due amanti piangenti e Promete chiese: "Chi siete voi, e che tendete?" Rispose la donna per prima: "Giulietta il mio nome, nata vicino Verona, Romeo il nome del mio compagno, anch'egli di Scaligera terra, fiera sorte ci fu avversa nella vita, ora facciamo da mastini al triste colle dei sospiri d'amore." Continua Romeo: "Non crediate, signore, che l'eta moderna abbia cancellato questo sentimento, ma quando l'innamorato capisce la vanita dei suoi tentativi di conquista, cade la forza e il coraggio, si offuscano le prospettive e altro non resta da fare che sospirare e piangere, ma vano, tardi." Avanzando nel vallone, sulla sinistra si fermarono ad un altro monte; dianzi al quale fieramente combattevano un moro, un cristiano, un ebreo e un pagano. "Magister Plato -chiese Promete- chi sono costoro e di qual mucchio si tratta?" "Promete, Promete, qui tutto raccolto il timore di Dio, che l'Uomo ha progressivamente perduto, ed ora tu puoi vederli gli uomini, come gli Ebrei nel deserto, fabbricarsi idoli d'oro e ricoprirsi di candide vesti, sepolcri inbiancati!" "Magister, la sulla destra della via: chi quell'uomo che ha due facce, e si pavoneggia da una parte e dall'altra, di che sta a guardia?" "Egli Giano bifronte, da una parte buono, dall'altra malvagio. Una faccia dice sempre la verita, la seconda sempre il falso. Difende la montagna immensa della sincerita. Chiedi lui qualcosa- "Giano, dimmi perché questo monte sì alto."
Rispose Giano bifronte: "Perché l'Uomo da tempo non più sincero, si pavoneggia di fronte agli altri, si mostra grande anche quando non lo, nasconde se stesso dietro la maschera dell'ipocrisia e preferisce restare solo piuttosto che svelare le proprie debolezze ad altri; Così questo monte raccoglie tutte le cose che per ipocrisia sono state nascoste. Ora lasciami prima che cambi idea e ti dica che l'unica verita il sembrare, poiché nessuno e tutto appare, Così che l'unica cosa che si vede per certa l'apparenza."
"Vieni Promete, proseguiamo nel nostro camminare, già la notte volge al termine e noi abbiamo ancora lunga la strada da percorrere."
Avanzarono tra montagne di altezze diverse tutte guardate da uomini diversi per eta, religione, nascita; finché giunsero ad un monte altissimo cui nessuno era di guardia. "Di grazia, Magister Plato, perché questo monte non ha bisogno di cane?" "Mio buon Promete -rispose il filosofo- questo il mucchio dell'originalita, e si difende da sé, perché nessuno la vuole, si accontentano tutti della banalita e dell'indifferenza sulla nostra cara Terra. Si accontentano perché più facile vivere come vivono tutti, facendo le stesse cose e illudendosi di aver compiuto qualcosa di meritorio, la banalita, Promete, ha conquistato il nostro pianeta e distrutto i sogni. Vedi ragazzo quel monte laggio, persino più alto di questo? E' il cumulo dei sogni e dei desideri perduti, e mai realizzati, delle speranze distrutte. A guardia sta Gmorg, la bestia, servo dell'oscuro potere che avanza sul mondo, essa ben pasciuta, poiché si nutre dei sogni degl'uomini e ringhia con rabbia a chi s'avvicina per parlarle e di tutti pensa che vogliano sottrargli il cibo e l'monte; silensioza e solitaria sta, con lo sguardo rivolto al suo signore. Cresce forte il suo potere perché ricorda sempre: più facile dominare chi non crede in niente."
Proseguirono sulla strada pietrosa.
"Ah me sfortunato e sciocco, quale destino infame per la mia opera, ah mia la tristezza e mio il dolore."
"Magister Plato, chi costui che tanto lamenta i destini suoi?" "Parlagli Promete, poiché lo puoi, saprai da lui di Così sentinella e perché tanto piange." Chiede dunque Promete: "Uomo, che pari tanto grande nella tua toga maestosa e nel tuo portamento eretto, eppure sei triste, dimmi chi sei." "Io, giovane, sono Solone, legislatore d'Atene. Io feci le leggi e le feci perché fossero rispettate, ma tu vedi qui, dietro di me questo ammasso: la giustizia del mondo, che come vedi andata perduta, le stesse leggi che io scrissi sono girate in menzogne a forza di retorica, di burocrazia e di intrighi, ben lo sa questo il tuo maestro che sorveglia la massa delle fasulle interpretazioni. Ora sulla Terra giustizia non v' più; ma va ti prego, passa oltre che il tuo tempo stringe e lascia me al dolore."
La luce iniziava a farsi più pallida nel vallone lunare, l'alba terrestre si alzava lentamente sul Pianeta.
Puntato su di insolito colle, stava un uomo in armi romane, con il mantello di porpora e il portamento fiero e severo e tra sé diceva: "Così ci fa vigliacchi la coscienza; Così l'incarnato naturale della determinazione si scolora al cospetto del pallido pensiero. E Così imprese di grande importanza e rilievo sono distratte dal loro naturale corso: e dell'azione perdono anche il nome." Promete si volse verso di lui e chiese: "Chi sei tu che con tanta mestizia proferisci queste parole di tragedia, quale triste destino ti fa guardiano di questo colle."
"Cesare sono, romano condottiero d'eserciti. Non tanto del mio destino mi dolgo, ché grande rimasto il mio nome nei secoli, e ancora ai tuoi anni il nome di Cesare riverito con timore. No, non del mio destino sono triste, Ma di ciò cui sono a guardia. Queste sono le imprese ideate dagli uomini, ma per le colpe più svariate, non ultima la mancanza di coraggio, sono state lasciate incompiute e di queste si perso la traccia e la memoria, inutili vite le loro, cadute nell'oblio."
Il cielo già si scolorava quando giunsero presso un monte diverso dagli altri: non più sfere di vetro colorato, ma bussole ammonticchiate le une sulle altre. Seduto a guardia un greco vestito da marinaio, con la barba ben tenuta, lo sguardo forte, coraggioso e astuto. Disse il maestro: "Siamo giunti al mucchio del senso della vita. Qui sono radunate tutte le strade degli uomini e guardiano non poteva non essere Ulisse, che tanto cercò la sua via e la conoscenza di altre terre ed altre genti. Va, prendi da lui la tua bussola e ascolta ciò che ti dirò. Il mio tempo qui scaduto, devo tornare al mio infame cumulo, addio Promete."
Plato svan e Ulisse si fece avanti a Promete: "Vuoi prendere la tua bussola? Sciogliere le vele del destino dovunque portino la barca? Ricorda: Dare un senso alla vita può condurre a follia, ma una vita senza senso la tortura dell'inquietudine e del vano desiderio, una barca che anela al mare eppure lo teme." "S Ulisse, voglio la mia bussola." "Prendila Promete, tua, gettala per terra con forza ed essa ti indichera la rotta da seguire, ma bada a te Promete, sempre occorre la moderazione."
Promete prese la bussola nella mano e la scagliò con violenza sulle pietre del vallone.
DRIIIIIIIIIIIIIIIIIIINNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNN.
Promete si svegliò di soprassalto al suono della sveglia mattutina.
"Promete, ora di andare a scuola, sbrigati, il caffelatte già pronto."


AGONIA

A causa di divergenze politiche tra i vari Paesi scoppiata una guerra terribile di cui le principali protagoniste sono gli Stati Uniti d'America e l'Unione Sovietica. Nei paesi alleati dell'URSS gli Usa sbarcano quasi ogni giorno centinaia di marines, nel tentativo di abbattere le resistenze nemiche sulla costa e penetrare nell'interno del Paese. Il combattimento estenuante, molti marines sono già caduti sotto le artiglierie dei russi, che ora si apprestano a far uso delle loro famosissime Katiusce.
Non mancano comunque i fanti, i russi aspettano al varco i marines statunitensi; e la battaglia che dura già da diversi giorni non sembra volersi spegnere grazie anche ai rinforzi continuamente mandati dalla marina americana. C'è un ragazzo di 18 anni la tra le file, ormai disperse, degli americani, avanza oltre un cespuglio e davanti a lui, come per magia, compare un soldato russo; il ragazzo non fa a tempo ad accorgersene; il russo si gira di scatto; l'americano non ha ancora alzato il mitragliatore che il russo impugnato come un fulmine il propio Kalascnikov lo punta e spara. Al ragazzo parve una lunga e interminabile raffica che usciva dalla bocca infuocata del fucile, fu invece solo un secondo poi il ragazzo sent un atroce e continuo dolore mentre il suo fianco destro si bagnava velocemente del sangue rosso che iniziava a sgorgare. Il ragazzo si strinse una mano al fianco, poi stringendo i denti si lasciò cadere a terra e l'elmetto verdastro scivolò dalla testa; nella caduta lasciò andare il mitragliatore che ancora serrava nella mano, e poi respirò profondamente per un paio di volte, infine gli sembrò di stare finalmente meglio. Solo allora si accorse che era stato colpito, qual'era l'effettiva natura di quel suo lancinante dolore al fianco. Cap che in pochi minuti il suo cuore avrebbe cessato di battere. Impallid, diventò rosso e poi viola, ora, come da piccolo aveva paura, paura sempre della stessa cosa, il buio, si ricordò di sua madre che andava a consolarlo quando restava da solo al buio: - Carooo, dove sei, vieni la cena pronta. - - Sono qui mamma ma buio, ho paura, vieni a prendermi - - Ora vengo caro, aspettami -. Il bimbo ud appena il lieve rumore dei passi di sua madre, che entrava e accendeva la luce; era quello il suono che amava ascoltare fin da quando aveva tre anni, il leggero scalpiccio dei passi di sua madre che andava da una parte all'altra della casa. Sua madre si piegò su di lui e lo accarezzò, lo prese in braccio e se lo strinse al cuore consolandolo; ma questa volta sua madre non sarebbe venuta a consolarlo e allora si ricordò delle parole che suo padre gli disse a sei anni: - Tu non devi avere paura del buio, gli uomini non hanno mai paura del buio, hai capito?.- E per dimostrare ciò che aveva appena detto si alzò e spense la luce nella stanza accanto; poi vi entrò, vi stette per circa mezzo minuto e ne usc . Il bambino si girò allora verso la madre che gli sorrideva mentre con un mestolo girava la minestra per la cena. Neppure suo padre sarebbe venuto questa volta a infondergli coraggio. Il dolore non lo sentiva quasi pio, ma si mise ugualmente a piangere, e mentre le lacrime gli sgorgavano dagli occhi stanchi pensò all'ultima volta che aveva pianto; era stato un giorno uggioso del secondo anno di scuola elementare, aveva tentato di difendere una sua amica da quattro ragazzi del quinto anno, lo strinsero in cerchio e poi il loro capo lasciò partire un pugno che il ragazzo neppure vide, poi tutti e quattro iniziarono a riempirlo di calci e di pugni. Il ragazzo cadde a terra e i "bravi" continuarono, - Dai Mark pio forte, pio forte!! Poi se ne andarono, lo lasciarono mezzo morto nel campetto, si levò un gelido vento da nord, il ragazzo si alzò, la sua amica era inginocchiata in fianco a lui; il ragazzo risal il dosso che portava sulla strada e se ne andò con i capelli al vento, il corpo ricoperto di lividi e gli occhi gonfi di pianto. Anche stavolta egli stava per andarsene, con gli occhi gonfi di pianto e il corpo ricoperto di lividi, il sangue gli sgorgava sempre dalla ferita sul fianco. Iniziò ad avere freddo. Pensò all'ultima volta che aveva avuto freddo: era un giorno soleggiato di dicembre, aveva allora tredici'anni ed era andato a sciare con la sua famiglia; faceva fondo, andò avanti, pio di suo padre; la neve bianca delle montagne rocciose ricopriva tutto, egli non si accorse che un metro pio avanti la neve cedeva, ci passò sopra. Il mantello di neve che ricopriva la trappola cedette in un sol colpo, precipitò in un buco e un mucchio di neve gelida lo ricoprì; egli se la scrollò di dosso alzandosi in piedi e volse la testa all'inso per guardare l'uscita che si trovava un paio di metri sopra di lui. Suo padre era ancora molto indietro, avrebbe dovuto aspettarlo e farsi tirare fuori. Si sedette per non farsi prendere dal panico. Aspettò per circa dieci minuti, suo padre non sembrava voler arrivare, provò un nuovo sentimento, non era paura, ma angoscia, la neve intorno gli fece freddo, un freddo intenso. Si sfregò forte le guance e le mani, ma il freddo era sempre molto forte; toccò la neve gelida, un brivido gli corse veloce lungo la schiena e si alzò in piedi per cercare di scaldarsi. Non vi riusc, restò l ancora una mezz'ora; poi suo padre arrivò e lo trasse in salvo, lo portò ad un rifugio dove si riposò. Anche stavolta si sarebbe riposato, per l'ultima volta. La luce negli occhi iniziò ad appannarsi, chiuse gli occhi, per un'attimo non pensò pio a nulla, respirò di nuovo e pio profondamente e gli sembrò di stare meglio. Pensò poi alla sua ragazza che lo aspettava in America, e che al suo ritorno dalla guerra avrebbero dovuto sposarsi. Pensò al dolore che avrebbe provato nell'apprendere la sua morte; si ricordò di quando conobbe per la prima volta la sua ragazza: era quello un giorno piovoso di ottobre, lui era uscito per una breve passeggiata, venne sorpreso da un acquazzone quando era ancora troppo distante da casa per mettersi a correre sotto la pioggia. Si rifugiò quindi, sotto un chiostro in un parco, dopo qualche minuto giunse anche lei a ripararsi dalla furia del cielo; per un po' si scrutarono da sotto gli occhi, e infine lei iniziò a parlare:- Chi sei?- - Chi sei tu piuttosto. - - Io mi chiamo Lucy, e faccio il secondo anno superiore nella tua scuola, ti ho già visto l -. - Scusa, io sono Jim, il resto lo sai. - Fu in quel chiostro che si conobbero per la prima volta, poi una serie di fortunate coincidenze e di alcuni incontri portò ad un rapporto pio stretto. Jim si ricordò della iniziale diffidenza; sorrise per qualche secondo e poi il male tornò a farsi sentire pio acuto; respirò di nuovo rilassò i muscoli tesi. La guerra che si svolgeva intorno a lui gli parve una festa, poi il combattimento si allontanò da lui per qualche secondo. Ricordò le feste di famiglia a cui partecipava da piccolo: era la festa dell'uno novembre, c'era tanta roba da mangiare, tante persone pigiate in un ambiente un po' stretto; un atmosfera calda e piena di fumi riempiva la sala; poi a sera giungeva il momento del commiato, i saluti, gli arrivederci, poi la stanza vuota, l'atmosfera fredda, silenziosa, come rarefatta, alla fine delle feste lo pervadeva immancabilmente un senso di desolazione e di silenzio che non riusciva a spiegarsi, gli mettevano sonno questi sentimenti e lo prendeva un indescrivibile calma. Per questo quasi gli dispiasse che la guerra si allontanasse, che lo lasciasse l da solo, a morire. Questa indescrivibile calma lo colse anche quest'ultima volta; non pensò pio a nulla; respirò ancora profondamente; si appoggio ad un masso e rovesciò la testa all'indietro; spirò. Passò di la un colonnello, lo vide, si chinò su di lui e gli strappo' dal collo le piastrine militari; si alzò e se ne andò via pensando tra sé e sé:- Accidenti! Ecco un altro numero da cancellare dal libro dei numeri. - I pensieri di quel ragazzo durarono solo pochi minuti, quanto si può pensare in pochi minuti, ma nessuno pensa. Perchési capisce di aver vissuto solo quando stai per morire? Ma agli altri della tua vita non importa, tu per loro, sarai sempre un numero.


L'ULTIMA NOTTE DI SHERERAZADE

No, le piccole babbucce arabe della principessa non facevano rumore, scivolando leggere sui marmi colorati e sui tappeti del leggendario palazzo del sultano di Baghdad. Contorti cunicoli attraversavano torri e posti di guardia, dove assorte sentinelle scrutavano il deserto da centinaia di anni e aspettavano il nemico o l'attimo eroico, che non sarebbe mai venuto. Porte segrete conducevano in bui ripostigli dove avventurieri coraggiosi erano rimasti intrappolati e drogati dal luccichio dell'oro e dalla morbidezza dei tessuti. Scale pericolanti dopo saloni dorati scalavano il cielo e minareti altissimi protendevano le loro dita adunche glorificando l'Altissimo fattore dell'universo Allah e Mohammed suo profeta. Botole minacciose precipitavano nel mondo sotterraneo ove migliaia di condannati scavavano con le mani la loro strada verso la liberta e costruivano la loro città sotterranea.
No, Shererazade non faceva rumore camminando rapida con la mente attanagliata dai pensieri, con gli occhi fissi nell'infinito e colmi dell'azzurro del mare. La lunga tunica copriva le forme eleganti della ragazza che teneva testa al terribile destino delle mogli del sultano.
No, il suo passo non faceva rumore e il suo canto d'usignolo profumava l'aria delle città affannate di mestieri e commerci, ladri e soldati; il suo canto si levava al cielo, traversando il deserto cercando avventurieri e pirati, carovane e uomini avvolti in pesanti mantelli con il volto coperto per proteggersi dalla sabbia, nomadi eroici e profeti disarmati.
Gli occhi soltanto spuntavano dagli abiti di lana grezza, arrossati dal vento e dalla sabbia, i piedi affondavano e il piccolo cavallo di razza araba dietro di lui scrollava la testa e sbavava per il caldo.
Il sole già alto nel cielo indicava la via da seguire. Lo sguardo fiero e severo sognava la città che stava cercando. La città con le case basse e dipinte di bianco, con la piazza rotonda, la città senza poverta e senza ricchezza, nessun minareto né posti di guardia, ma magazzini per il grano, la città dove avrebbe trovato la donna che gli era stata promessa nei suoi sogni. Sognava la piccola casa ai margini del bosco di palme dove avrebbe potuto crescere i suoi figli e accogliere gli amici in visita, lontano dalle ipocrisie dei mercati, dai palazzi d'argento e sangue, lontano dalla superstizione come dalle scienze esatte, lontano dalle verita proclamate come dalle religioni coercitive.
Già aveva viaggiato per miglia e miglia, navigato sugli oceani e per sconfinati deserti, aveva conosciuto Paesi e villaggi, e li aveva lasciati, aveva visto nazioni e città, ma in nessuna di queste aveva trovato il luogo che andava cercando; sempre insoddisfatto era ripartito per pianure, boschi e torrenti.
Per prima aveva visto Copiosa, la città dell'abbondanza: arrivando da lontano non si vedono torri e colonne, perché tutte le case sono basse e dipinte di bianco e c' una grande piazza rotonda al centro, non ci sono governanti e si coltivano vigneti e ulivi e ogni bene di dio, si allevano vacche, tori e maiali cos grassi che tutto ciò che si produce deve essere dato alle bestie ed essere impiegato per produrre ancora e cos sebbene si produca molto gli abitanti sono poveri perché tutte le loro risorse devono essere reimpiegate e non possono mai goderle.
Per un anno aveva dimorato a Pinnacolia, conquistato dalla bonta dei suoi abitanti. Un gruppo di saggi governa la città e i suoi abitanti sono gentili e pii, tutti i giorni glorificano l'Alttissimo che ha dato loro tanta dolcezza nei cuori e dona loro la Mana cresciuta nel deserto per sfamarli. Tanto sono pii che una dopo l'altra hanno eretto centinaia di chiese con minareti e pinnacoli svettanti nel cielo e cattedrali cos maestose che 1000 uomini non potrebbero circondarne una sola dandosi la mano; ma le colonne, le guglie, vetrate dipinte, i contrafforti delle torri sono cos alti da oscurare il sole e le sue strade sono buie come la notte e nel nero di pece non si puote vedere il sorriso di un fanciullo. Per questo se ne era andato, preferendo il sole del deserto che incendia di rosso il tramonto fino all'orizzonte infinito e pio in la.
Aveva vagato sugli oceani duellando con i venti delle tempeste e guardando negli occhi il Signore del mare. Un giorno era stato attirato dalle luci di una città costiera: i fuochi si innalzavano cos in alto che illuminavano di bagliori la notte e tutti lavoravano e fremevano e migliaia di macchine stridevano e scienziati operosi facevano esperimenti in boschi tranquilli e quando sbagliavano qualcosa il bosco scompariva dalla faccia della terra, ma loro non si scoraggiavano, -in nome del progresso- dicevano e cercavano un nuovo bosco per ricominciare. Altri sacerdoti gridavano nelle piazze e ringraziavano di essere nati a Positivia, la città dove regna l'ordine e la ragione. Tutti lavoravano ed erano operosi e il sole si copriva di fumo nero e denso, finché solo i fuochi degli altiforni rischiarono le strade e il freddo metallo gelò il cuore degli uomini. Anche da l se n'era andato; abbandonando i magnifici futuri e progressivi per il vento del deserto che sferza il viso e secca la gola.

Al centro del deserto incontrò un'altra città, anzi un vero palazzo, chiamato Poteria. Non ci sono né case basse né piazze, ma tutti vivono in un unico grande palazzo e il sovrano, uomo giusto, governa su tutti, conosce e decide giustamente per ciascuno dei suoi sudditi. Grazie a centinaia di informatori, anticipando i loro desideri e le loro richieste impartisce ordini ai propri ministri affinch a tutti sia affidato il compito che pio essi desiderano. Nessuno può sfuggire allo sguardo curioso e benevolo del grande sovrano, né imbrogliarlo, né negare la sua infinita bonta e straordinaria giustizia. Non rimase lì a lungo e ripartì per gli spazi sconosciuti dove nessuno avrebbe potuto raggiungerlo e realizzare i suoi sogni senza il suo permesso.
Su di una montagna scoscesa, aggrappata a bastioni di roccia trovò Ferocia, una città controllata dai soldati, che combatte contro innumerevoli nemici e mai trova pace. Ossessionato dal timore dei traditori, dal pericolo delle spie, vive il popolo sospettanto di tutti e a tutti cercando il sospetto nel fondo dell'anima; l'aria risuona di lamenti di madri e di mogli e di padri che spronano i figli alla vendetta contro il nemico che gran torto li f. Gran richio viene al forestier che passar vuole poiché entrando non sa se uscir potra o se sara condannato come nemico della città.
Tante città e Paesi aveva visto viaggiando, ma mai aveva incontrato la città con la case basse dipinte di bianco e la donna che gli era stata promessa nei sogni. Avrebbe vagato ancora inquieto, cercando fino alla fine del tempo, per terre e mari fino alla fine dello spazio e dopo di lui un altro partira con lo stesso sogno nel cuore ed un altro ancora e ancora un altro.
Il sultano di Baghadad ammansito dal canto di Shererazade, con gli occhi pesanti dal sonno si accocolò sulle gambe della princiessa e si addormentò che già il sole inondava di luce i tetti dei palazzi, le sentinelle ligie alla disciplina militare si davano il cambio, fra sé aspettando il nemico dal deserto e sotto le finestre, Baghdad riprendeva la sua frenetica attivita.



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