FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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PUPAZZO FATALE

Gero Mannella




Confesso che non ho mai avuto un feeling particolare per i pupazzi.
Sia che fossero di plastica o di gomma, di stoffa o di pelouche, non ricordo d'aver mai provato per loro la tenerezza che dovrebbero ispirare, o quant'altro.
Da piccolo li consideravo stupidi e insulsi, e preferivo senz'altro gli animali da cortile, che mi piaceva rincorrere, catturare, torturare.
Dei pupazzi mi intristiva e mi turbava l'assidua persistenza dell'espressione, l'assoluta immobilità e la totale indifferenza ad ogni scarto d'umore. Li vedevo ridere mentre ridevo, e li vedevo ridere allo stesso modo mentre piangevo:tutto questo non potevo sopportarlo!
Eppure, nonostante questa mia avversione, il parentame tutto (nonni, zii, compari, cugini e arcavoli) nel venirmi a trovare si faceva sempre un dovere di non presentarsi a mani vuote. Si affacciavano sulla soglia di casa tutti acchittati e profumati, con le loro facce di pupazzo (le chiamavo così perché da piccolo pronunciavo la 'C' come 'PUP'1) e tiravano fuori da un fagotto infiocchettato l"odioso orsetto, cagnetto, micetto, coniglietto, zoccoletta, paperetta, elefantino, coccodrillino, koalino, opossummino, ornitorinchino, e così via. Indifferenti alla mia faccia schifata cominciavano ad agitarmi il fantoccio sotto il naso, incoraggiandomi a prenderne possesso. E giusto per quieto vivere alla fine li accontentavo, prendendolo in mano e lasciandolo pencolare come fosse una busta della monnezza piena di resti di pesce marcio.
Ripetendosi questi regali con una frequenza esagerata vidi man mano accrescersi la fauna della mia culla d'esemplari nuovi, sempre sorridenti e ottusi, che vi s'insediavano senza invito piazzandosi un po' dovunque.
Il bello è che i detti parenti, persone accorte e meticolose ancorché numerose, non incorsero mai nel grossolano errore di regalarmi doppioni dello stesso animale. All'inizio, diciamo nel primo paio d'anni di vita, questo non dovette essere difficile;ma poi, col passare degli anni e col popolamento impetuoso della mia arca di Noè, di sicuro la scelta del nuovo esemplare da portarmi in dono cominciò a costare ore di fatica.
Conoscendo i miei polli non escludo che si riunissero in convegni zooselettivi prima di ogni visita al sottoscritto, per elaborare la nuova strategia regalizia;e in quella sede non sono certo che il novello spirito darwiniano destasse in loro letizia piuttosto che ambasce.
A distanza di molti anni posso ancora figurarmi quell'orda azzimata che fitta la Sala Congressi dell'Holiday Inn, e la impregna del fumo delle sigarette e dei rutti e borborigmi che l'acqua minerale lievemente addizionata induce.
Ancora vedo il nonno, presidente indiscusso di tali riunioni, che prende la parola, impugna il microfono e fa:
"SssssssA! SssssssA!... Prrrrova! Prrrrova!... SsssssssssssssA!!!...
Mi sentite tutti?!"
E dal fondo della sala zia Assunta che grida:
"Vooooooce!!!"
"Assunta!", fa il nonno, "l'hai messo l'apparecchio acustico?"
"No...", risponde quella abbassando gli occhi.
"E allora che cacchio vuoi?!... Vieni a sederti più avanti, no?!"
E mentre s'appressa alle prime file zia Assunta si giustifica a mezza voce coi vicini, dissimulando l'imbarazzo:
"Quello è fissato! A me l'apparecchio non serve... io ci sento abbastanza bene, ci sento... proprio così!... anzi ci sento benissimo!!... l'apparecchio!! tzè!... Quello è proprio fissato!... e poi quel coso si vede assai... una scatoletta nera sull'orecchio che pare uno scarafone... si! pare proprio uno scarafone!!!
Tzè!..."
"A proposito!!...", si scuote di colpo con un bagliore in volto, "...GLIEL'ABBIAMO REGALATO UNO SCARAFONE AL BIMBOOOO?"
"Si...", annuisce zio Alberto, "... glielo regalai io due anni fa per l'onomastico. Me lo schiacciò col piede appena lo ricevette. Credo si tratti del record di durata di un regalo:circa otto secondi..."
"Io gli feci uno splendido scarabeo nero...", s'intromette allora zia Elisa, la maestra, "quando glielo porsi ne illustrai il mito e la devozione di cui era stato oggetto presso gli antichi Egizi. E lui cosa fece? Approfittò della bocca aperta e me lo cacciò in fondo alla gola...".
E via di questo passo si sprecano di certo aneddoti e recriminazioni, finché il nonno non sbotta autorevole in un richiamo all'ordine del giorno, pestando con forza il martelletto di legno sul tavolo di mogano.
"Cazzo!", esclama poi sottovoce, "s'è scalfito il tavolo!!"
E indagando il danno con la mano si chiede perplesso:
"Come è possibile?!! Di che cacchio so' fatti 'sti martelletti di legno?"
"Di mogano...", chiarisce zio Matteo, l'ebanista, "... di mogano duro, per la precisione... questo è un Hotel di lusso..."
"E 'mbè? E il tavolo non è di mogano?"
"Si, ma di mogano morbido."
"Puàh! Che gabbia di matti, 'st'Hotel!!... Mi sa che il mese prossimo lo cambiamo...
Comunque mi raccomando, Mattè, acqua in bocca!!!...", ammicca al figliolo coprendo lo squarcio con la scheda zoologica della megattera.
E finalmente si volge alla platea.
"Orsù! Riordiniamo un po' le idee...
Tra i mammiferi sono ancora disponibili lontra, cercopiteco, tapiro, rangifero, amadriade, coyote, babirussa, marguai, mirmicofago, addax, e pochi altri. Tra gli uccelli sono rimasti corrione, podagro, stercoraro, sparviero, inambù, alzavola, caradrio, tetraone, e qualche altro rapace. Poi ci sono ancora dei pesci tropicali e parecchi invertebrati. Temo che potremo resistere al più un paio d'anni..."
"Non potremmo regalargli dei pupazzi di fossili?", propone saccente il cugino Alfredo, studente baccelliere di chimica organica, "... chessò, il dinornis..."
"Mmm, non credo... troppo duri...
Se prova a masticarli, o te li suona in testa?...", osserva dubbioso il nonno.
"C'è sempre la possibilità che venga discoperta una nuova specie, no?", s'augura zio Ciro, a cui piaceva anteporre la 'di' rafforzativa ai termini che lo consentono (quali scoperta, spregio, sfida, partenza, scesa, sconfitta, scioglimento, spepsia, splasia, fterite). Egli lavorava in una discarica diruta nei dipressi di Dijakarta.
Andando avanti di questo passo è facile immaginare come queste sedute costassero fatica ai convenuti, che ne sortivano alfine a tarda notte con l'attribuzione d'un animale a testa per il sottoscritto.
A mio nonno, che aveva visto parecchi film di Perry Mason, piaceva certamente chiuderle con una poderosa martellata sul tavolo di mogano, proclamando con voce possente:
"Signori! La seduta è sciolta!!".
E mentre il microfono urlava il suo "scriiiiiiii" sull'ultima sfilza di esse, il tavolo di mogano, costellato di crateri per la virulenza del martelletto di mogano, veniva opportunamente ricoperto dalle schede zoologiche dell'intera famiglia dei cetacei.

Col passare degli anni i pupazzi che ebbi in dono dai parenti si fecero perciò sempre più ricercati. Tra gli ultimi ricordo una tenia (o verme solitario) di pelouche, e un certo numero di organismi monocellulari di polipropilene.
Laddove poi non trovavano la specie desiderata nei negozi di giocattoli, i congiunti s'ingegnavano in ogni modo per adempiere alla missione di cui erano stati investiti. Deplorevole fu il caso di zio Vittorio, il quale non avendo trovato il pupazzo del terribile batterio Jouvenalis, finì col regalarmene uno vero;l'infezione che ne derivò mi portò sull'orlo della tomba.

Si capirà dunque come quei pupazzi col tempo cominciai ad odiarli tutti.
Oltretutto, al di là della loro invadenza, non mi offrivano il benché minimo diletto:non camminavano, non saltavano, non parlavano, non odoravano;si limitavano ad ammiccare ebeti e complici di qualsiasi impresa puerile.
Da principio ancora m'era stato concesso di scegliere la loro compagnia tra le coltri della culla, e poi del letto. Ma in seguito il loro numero s'accrebbe a tal punto che dovetti accettarne nolente l'invasione tra lenzuola e cuscino. Di notte mi ritrovavo così i pelucchi della coda di un castoro in bocca, il becco di un martin pescatore in un occhio, la viscida sciarpa d'una murena attorno al collo, la scarica elettrica d'una torpedine a cui, preda del torpore, tendevo la pargoletta mano.
Di pupazzi traboccavano l'armadio e il comodino. Non era possibile camminare per la stanza senza pestarne a mucchi, né era possibile aprire la finestra senza subire l'assalto di quelli che giacevano appollaiati sul davanzale.
Col passare del tempo quella stolida ganga sorridente, d'un sorriso che ormai scorgevo derisorio, si moltiplicò senza più ritegno al punto da togliermi luce ed aria. E di lì a poco venne il triste giorno in cui il sovraffollamento superò ogni limite, ed io fui perciò costretto ad abbandonare la mia camera.
Furono gli anni in cui dovetti dormire all'addiaccio sullo zerbino davanti all'uscio di casa. Destino infame!
Ricordo che d'inverno soffiava la tramontana algida ed io vi giacevo accucciato e rinserrato in posizione fetale, mentre le ispide setole del beffardo "Benvenuti" mi carezzavano a sangue la livida guancia. E lì combattevo l'assideramento con le sole calorie dell'astio e della rabbia che mi ribolliva dentro al pensiero della turpe pupazzeria che bisbocciava nel tepore della mia stanza.
Non ricordo quanti anni dormii così accampato a causa della munificienza dei parenti, ma avverto ancora oggi l'eco di un odio profondo, di un istinto omicida che covai giorno per giorno.

Poi l'infanzia finì, ed io cominciai ad acquistare una diversa coscienza del mio posto nel mondo, delle mie personali sofferenze e di quelle planetarie. In particolare crebbe nel mio animo un senso di solidarietà verso i bimbi diseredati, derelitti, infelici. E quando dei volontari dell'Unicef mi chiesero se avessi dei giocattoli per i bambini del Terzo Mondo quasi non credetti alle mie orecchie! Fuori di me dalla gioia li accompagnai sulla soglia della mia camera, l'apersi e li lasciai assalire dalla brulicante torma.
La stanza come la trovai dopo quella diaspora mi parve grande come una cattedrale. Tornai a respirare ed a vedere la luce.
Solo allora m'accorsi che la mia voce echeggiava rimbalzando da una parete all'altra, sì da produrre una teoria di sillabe sfasate. Se ad esempio esclamavo "Baccalà" l'eco rispondeva "Ba ba - cca cca - là là", e poi "Ba ba ba - cca cca cca - là là là", e via di questo andazzo, estinguendosi col passo di Fourier. Se per caso la detta parola era pronunziata da Ernesto, un mio compagno di giochi che 'ncacagliava peggio di De Vico, allora veniva fuori una sequenza di Ba-bà da fare invidia ai più zelanti pasticcieri. In tal caso Eco doveva fare gli straordinari nel contare e multiplare le omofonie, registrandole probabilmente da qualche parte per poi snocciolarle come un rosario.
Ernesto era il tipo che si incaponiva sulle labiali e mostrava un'insolita pertinacia nell'inseguire il compimento della frase, anche a costo di fare notte. Se pure disquisiva un solo quarto d'ora dava tanto di quel filo da torcere ad Eco, che questo a stargli dietro sudava come un maratoneta e bestemmiava ringhiando.
Eh, si! Infame mestiere quello di Eco:ripetere, ripetere, ripetere!
Potrebbe bluffare forse, ma l'onestà gli impone di scandire tutto, senza omissioni, senza sconti. Eppure anche all'interno di questa categoria professionale esistono delle eccezioni, a quanto si legge da certi miti delle antichità.
Un'eco disonesta ad esempio risiedeva nella valle di Ofnara, ed assisteva agli incontri di Ossimoro e Panaceo, due famosi eroi della Marvel antagonisti dell'Uomo Ragno. Pare che mentre quei due si scambiavano frasi colme di passione (erano due ricchioni), essa arronzasse di brutto la propria missione. Dopo aver esordito assistendo debitamente la formula di saluto iniziale (tipicamente "Zeus ti assista, o prode Panaceo!", "Grazie, altrettanto."), s'imboscava nel serrato fluire del dialogo strascicando di sottofondo brandelli di parlato avulsi dal contesto, giusto per attestare qua e là la sua presenza (ché tanto nessuno la stava a sentire). Così, mentre i due esprimevano con parole di fuoco i moti del proprio animo, essa monologava declamando il teorema di Dirac, i titoli di testa del Manifesto del Futurismo, l'ordine d'arrivo dei cavalli ad Agnano, o un pot-pourri dell'ultima Gazzetta Ufficiale.
E se per caso quelli si azzittivano, sospettando forse la frode o lo sfottò, essa salvava le apparenze agganciando pronta la loro ultima frase (tipicamente "Niente niente chest'eco ce stesse a pigghià p'o culo?"), e ripetendola stentorea col riverbero più attendibile. Dopodiché, per fugare qualsiasi dubbio residuo e per attestare la sua professionalità, ripeteva quella stessa frase (il cui idioma sorgivo era il greco antico) in greco moderno e in inglese.
Ma un bel giorno l'eco della valle di Ofnara si tradì.
Mentre l'idillio evolveva ricalcando un cliché ormai logoro nella letteratura omo e bisex, e l'eco dal canto suo era assorta nella lettura di alcune offerte immobiliari, di cui ripeteva di tanto in tanto uno stralcio ("Bivano termoautonomo ottimamente rifinito box auto cantinola"), Ossimoro, che era il più diffidente dei due, cambiò di colpo l'oggetto del suo eloquio, ed urlò a bruciapelo:
"qual è la capitale del Sudaaaaaan?"
"Khartoum!!", rispose subito l'eco sovrappensiero. Ed un secondo dopo si morse la lingua dacché realizzò il tranello in cui era caduta. Rossa in volto cercò immediatamente di recuperare credito ripetendo con voce instabile:
"qual è la capitale del Sudaaaaan? qual è la capitale del Sudaaaaan?...
... del Sudaaaaan? del Sudaaaaan?... daaaaan? daaaaan?..."
Ma ormai s'era abbondantemente e definitivamente sputtanata.
Diffusasi presso le alte sfere dell'Olimpo la voce della mistificazione l'eco di Ofnara fu punita da Zeus, che la trasformò in una chimera, metà elefante e metà plancton.

Non così il mio Eco, lo ripeto, che era un modello di probità e virtù.
Tuttavia anche Stakhanov si sarebbe scoraggiato di fronte a certi eccessi del mio amico Ernesto! Il giorno in cui s'impuntò a parlarmi della serendipità Eco raccolse in fretta e furia le sue cose e quatto quatto sgusciò via, lasciando per sempre la mia stanza.
Oggi Ernesto fa il testimone di Geova. Lo trovi appostato agli incroci che sosta sotto i platani vestito d'ombra e scaglie di sole. Si leva allo scalpicciare d'un passeggere e lo investe mostrandogli l'ultimo numero di "Svegliatevi!", su cui campeggiano quattro o cinque pronostici sulla Fine dei Tempi, ed una inedita esegesi della colonna Totip della settimana scorsa. S'appressa mostrando il fascicolo e in forma di saluto (un sintetico "Salve") principia a sillabare "Sa sa sa sa...".
Il passeggere è in genere un tipo paziente, aperto a recepire il verbo in tutte le sue sillabe, disposto ad invecchiare e incanutirsi in piedi sulle onde ansiose di quel declamare, intorbidendo pian piano lo sguardo dietro gli spessi occhiali. Così rimane immobile abbagliato dal sole, vestito di chiaro, che da lontano è una chiazza luminescente che versa sudore e smagra nella pozzanghera ai suoi piedi.
Alla fine, quando il sole rosseggia declinando in lontananza e l'esortazione a svegliarsi ombreggia anacronistica sul fervido fascicolo, il nostro amico risolve la sillaba finale del saluto d'esordio. Il passeggere allora, essiccato ma pronto di riflessi, ricambia e s'allontana lesto.

D'altra parte la balbuzie va letta tra le righe.
E' un invito a riflettere per chi parla e chi ascolta. E' un bagno d'umiltà per la verbosità tracimarola e sterile. E' lo sfoggio talvolta d'eteroclite membra di un'enimmistica facile. E' un tempo sincopato nel vociare furente o sommesso del diuturno barcanozzeppolo2. E" il segno di un"emozione che muove col respiro, e ad esso s"appoggia, barcollando entrambi in un vulcanico foxtrot.
E tu partecipi accorato a quell"evento, e dal guscio d"estraneo ti sporgi in avanti.

Queste storie di balbuzie a quanto pare s"intersecano con quelle dei pupazzi e dei traumi infantili. Il filo segreto che collega pupazzi e balbuzie, lo si sarà capito, è la zeta. Prossimamente rivelerò i rapporti che intercorrono tra pupazzi e canizie (ora non mi va).
Ad ogni modo spero che le vicende sin qui narrate abbiano evidenziato come l'acrimonia che nutro per quei fantocci da trastullo sia profonda e inestinguibile. Tanto più che, finita l'overdose infantile, ancora l'insidia d'un qualche sporadico pupazzo si palesa nei giorni correnti.
Ancora fino a poco tempo fa, quando ai semafori s'appressava alla mia macchina il pupazzaro marocchino agitando uno stupido pelouche, mi trincerano dietro ai finestrini e mi fingevo assente e preda di gravi pensieri. E mentre quello agitava ammiccante il pupazzo davanti al parabrezza, io gli facevo di no col tergicristallo e lo invitavo con uno sguardo di ghiaccio a desistere. E quando quello tempestava di pugni il cofano per richiamare la mia attenzione su quel coso insulso, io fingevo con la più altera delle indifferenze di leggere il giornale che posava sul sedile al mio fianco. Mentre poi l'incauto cominciava a forzare la portiera con un grimaldello urlando "Solo Cincomilaliraaaaaa!!!", nel mio intimo non potevo non rallegrarmi della solidità della chiusura centralizzata della mia fortezza a quattro ruote. Allorché però il saraceno ricorreva ai lacrimogeni, i cui fumi inalavo renitente dalle prese d'aria del cruscotto, il mio spirito stoico veniva meno e s'annegava in un fazzoletto bianco, simbolo di resa e ricettacolo di lacrime, al punto che calavo il finestrino, accoglievo piangendo il peloso, ottuso, stolido fagotto stringendolo al cuore d'una morsa omicida, e maledivo altresì i semafori sincronizzati a testa di cazzo.
Il pupazzo, è ovvio, lo davo al primo bamboccio che incontravo al semaforo successivo, che intendeva lavarmi i vetri con dell'acqua rancida o, più proficuamente, vendermi i fazzolettini per gli occhi arrossati. E quello ogni volta lo accoglieva con un sorriso in cui scorgevo più ambiguità che riconoscenza. Per la verità col passare del tempo mi venne forte il sospetto che il fanciullo cedesse poi nuovamente il pupazzo al vicino di semaforo, che me lo rifilava per altre cinquemilalire la volta successiva.
Il sospetto divenne certezza quando scopersi sul pupazzo i segni evidenti della strozzatura a cui lo sottoponevo con rabbia ad ogni riacquisto.
Non sono aduso fare i conti in tasca altrui, tuttavia credo che quel consorzio semaforico, dacché m'avvidi tardi del circolo vizioso, abbia fatturato svariati milioni sul mio pupazzo.

Ad ogni modo, a parte questo incidente, la vita successiva all'esodo dalla mia camera di quei fantocci fu una vera rinascita.
Quella vecchia camera, che mi parve cattedrale quando sgomberai la ciurmaglia, si restrinse di nuovo ai miei occhi col passare degli anni e con l'aumento di ingombro che la crescita mi causava. Così la vidi progressivamente trasformarsi in chiesa, e poi in cappella, fino a sentirla piccola al pari d'un confessionale, e da ultimo della grandezza di un talare.
Da anni erano ormai cessati gli incubi notturni cagionati dagli animali impupazzati, ed io non potevo che gioire di questo!
Chi si ricordava più di quando mi svegliavo di soprassalto nel mezzo della notte, vittima delle coalizioni spontanee che si formavano in quel serraglio! Porcospino e riccio di mare associati per pungolarmi, piovra e boa in sodalizio per soffocarmi, squalo e tigre alleati per divorarmi, elefante e colibrì a braccetto per schiacciarmi (il colibrì faceva il tifo).
Ormai i miei sonni, liberati dall'oppressione di quelle consorterie inanimate, avevano assunto il respiro dell'ultima veglia e, seppure intrisi di languori, di risentimenti o di paure, alloggiavano per lo più simulacri d'esseri umani, vivaddio!
Nel peggiore dei casi, ma sempre meglio dei pupazzi dalle facce monoespressive e dalle immote membra, si presentavano sul palcoscenico certe marionette snodabili dalle facce di cicisbei. Queste si movevano del moto dei tarantolati, saltavano, si rincorrevano e battibeccavano tra di loro lasciandomi spettatore attonito e curioso, ma di certo non oggetto di scherni o torture.
Io mi sentivo a mio agio in questi nuovi sogni. Esse stavano per fatti loro, incuranti della mia presenza e affaccendate in vicende incomprensibili, e mi offrivano lo svago discreto che uno studioso austriaco di sogni ha chiamato tranzenueterfeggalenbreuchtielingottenuchmannendorf3. Se volevo andarmene me ne andavo:esse non pungevano, non mordevano, non leccavano, non puzzavano.
Insomma quelle esperienze oniriche mi avevano finalmente affrancato dall'incubo pupazzesco. Ed anche nella vita diurna le caricature di animali dalla gestualità sommaria avevano ceduto definitivamente il posto alle creature vive, calde di soffio ed ansima, o lucide e frenetiche, che abitavano la mia casa e il circondario:cani, gatti, canarini, pescetti, tartarughe, galline, pulcini, conigli, ed orche domestiche.
D'altra parte, finita l'età della puerizia, si è senz'altro meno a rischio d'incorrere tuo malgrado in un fantoccio;e in ciò consiste il vero pregio della crescita.

Ma poi un giorno s'insinua come nemesi nell'allegro fluire di giorni e di promesse uno scheletro che arriva dall'età fanciulla, e tu ripiombi in un'angoscia che credevi lontana anni luce.
Cosa è successo, dunque, da deprimermi tanto?
Mesi fa la mia morosa mi regalò per il compleanno un pupazzo pendulo a foggia di pappagallo, di quelli che s'appendono per un sottile filo di nylon allo specchietto della macchina e ti sorridono con una faccia di pupazzo4.
Quando me lo donò accompagnandolo con un bacio avvertii il sapore agrodolce della passione e della nausea che si fondevano. Feci una smorfia forzata di gradimento, che male s'accostava al lampo gioioso del suo viso, e dichiarai tra i denti che "l'avrei sempre portato appeso in macchina" (sic!5). Nello stesso istante pensai che i miei futuri spostamenti li avrei fatti in bicicletta o in pullman.
Tuttavia non potei dar seguito a tale proposito poiché la mia vecchia bici, già ruginosa e impervia, di lì a poco si rese un blocco pressocché inamovibile e fu riposta nel solaio. A nulla erano valsi gli ultimi tentativi di rianimarla. Quando la trascinavo in città cigolava, rugliava e sfrigolava costringendomi ad una lotta impari contro l'inerziale surplace, a lei sì congeniale. Se poi la parcheggiavo incatenandola ad un lampione, al mio ritorno constatavo che i ladri, di cui la città pullulava, in luogo della bicicletta avevano preferito rubare il lampione.
Il ripetersi di questo evento ad ogni parcheggio aveva prodotto l'oscuramento di interi viali, e mi aveva esposto ad una diffida delle autorità dal parcheggiare ancora quel rottame in giro.
Quanto ai pullman preferii desistere dal frequentarli dacché m'accorsi che il comune aveva dotato tutti gli autisti di mascotte di pelouche. Esse dondolavano la testa obliqua in una smorfia circospetta e arcigna nei confronti di chi, come me, perseguendo l'oblio come impronta esistenziale, scordava di obliterare il biglietto (che scordava di acquistare).
Così vennero meno i succedanei, e diedi perciò seguito alla promessa fatta alla morosa, convivendo con l'esotico pendaglio da forca.
Ce l'ho ancora davanti agli occhi, ingombrante, goffo e vistoso al limite del ripugnante:il becco giallo oro, il capo blu elettrico, il busto rosso carminio, le zampe arancio pallido, la coda verde bruno. Sin dall'inizio quei colori hanno avuto per me l'effetto di un cazzotto nell'occhio, giusto all'altezza dell'arcata sopraccigliare destra, ogni qualvolta entrava di sbieco nel mio campo visivo mentre guidavo. Quella sagoma così invadente, così oppressiva turbava la mia disposizione d'animo, distoglieva di continuo la mia attenzione dalla strada e il corso dei pensieri che sempre s'affastellano appresso al turbinio di macchine nel traffico urbano. E a tal punto quell'ipnotico, malefico pencolare gravava sull'animo e sui pensieri da causarmi ogni volta un'emicrania e lo sprofondamento nello spleen più buio.
Si! Quell'uccello del malaugurio aveva preso a suggermi energia e gioia di vivere! Ed io chissà per quanto avrei dovuto subire quel concubinato, per tener fede alla promessa fatta.
Cosa avrei potuto fare per disfarmi del fantoccio ed al contempo non urtare la sensibilità di colei che me l'aveva regalato?
L'estate scorsa il sole aveva cominciato a surriscaldarlo, con ciò infondendo al mio cuore l'allegrezza per la speranza d'una futura termofusione. All'uopo evitavo di montare il parasole quando lasciavo la macchina in sosta sotto la canicola, con le lucertole che si crogiolavano sul cofano rovente, incrociando le zampe anteriori sotto la testa, e rimirando dagli occhiali da sole quel curioso volatile sotto vetro.
L'effetto serra, è vero, si ritorceva anche su di me al rientro nella trappola di latta, allorquando i tizzoni ardenti del volante imprimevano le stimmate alle palme. Ma nulla valeva la voluttà di un fumigante uccello tropicale che si rosolava in un altoforno!
Lo vedevi che strabuzzava gli occhi, cacciava segnali di fumo dalla testa, socchiudeva il becco spugnoso, intorcinava i rostri delle zampe. Eh, si! La stagione torrida lo avrebbe liquidato, ed io sarei tornato a respirare.
Quella era la mia speranza, l'anelito della mia esistenza corriva, il sugo in cui intingere il pane dei verdi anni.

Ma la via del Destino non passa per il vicolo dei Desideri.
Né invero lo incrocia, né tampoco lo lambisce6. Deh, mala sorte!
Così il mio fantasticare si sopisce in un vaniloquio, in un sordo rancore che estendo a tutta la specie dei pappagalli, compresi i pisciaturi.
A guardarlo mi accorgo che il sole l"ha persino ingrossato e gli ha dilatato ed allungato la corda di nylon. Sicché il tetro pendaglio, forte della sua tempra d'acciaio e dell'abbagliamento dei colori, della ruvidità del becco e della rapacità dei rostri, comincia ad oscillare come un tergicristallo rovesciato lungo la mia visuale, col lugubre passo del pendolo dell'inquisizione evocato da Poe.
La sua sagoma, quando muove dalla mia parte, mi si para davanti agli occhi per intera, paffuta e torva, togliendomi ogni volta il controllo della strada. Ed alla volta successiva sembra ancora più grande e ancora più lenta a sgomberare il campo.
Non so perché mi viene da pensare, piangendo, a Galileo, alla torre di Pisa, alla mia bella vita che rischio di lasciare per colpa d'un fantoccio d'uccello tropicale. Al cuore che s'affoga sulla corsia di sorpasso ad ogni pencolata pregna di colori, tra i quali sempre più risalta il triste, presago rosso.
Quando s'accosta i rostri mi rigano le nocche delle dita di ferite. Gli artigli s'affondano via via di più nelle mie carni di giovine fuggiasco dall'inganno del Fasullo, come per trascinarmi in un teatrino d'automi e d'ombre semoventi. E ad ogni oscillazione il becco curvo si conficca e si ritrae dall'occhio destro, di cui è vano scudo la palpebra sottile, dal quale viene giù una rosea miscela di lacrime e sangue.
Il piede a tavoletta sull'acceleratore è solo una contrazione, un argomento di potenza ormai già postumo.

L'ultima volta che la faccia del pappagallo mi si è presentata davanti agli occhi era enorme, occupava l'intero lato guida del parabrezza, ed aveva il ghigno funesto di un killer.
Dopo un secondo mi si è parato davanti un capodoglio d'acciaio, con un radiatore al posto dei denti, ed un sordo, straziante muggito vibrato per l'aria e per le coronarie.
Per me quel ruglio era il campanello del Purgatorio.
Ho sterzato d'istinto nel verso che divergeva dal pappagallo. Ho tagliato la strada al cetaceo ed ho volato oltre il guard-rail.

Il burrone che accoglie questi miei ultimi barlumi di ricordi e di vita mi accorgo essere il ricetto di Eco, l'amico della stanza d'infanzia sfollata dai pupazzi. Mi riconosce, mi si appressa e mi fa le feste;ma subito dopo un tremolo di turbamento gli attraversa la voce.
"Non hai mica portato quel tipo che 'ncacaglia?"
Gli faccio di no con la palpebra buona.
Mentre mi accingo ad esalare l'anima, immerso nella pozza di sangue amaranto in cui alcuni organi fanno zuppetta, dispenso Eco dall'imitazione in nome della nostra vecchia amicizia.
"Sei sicuro?", fa lui, "... guarda che l'esalazione dell'anima è il mio cavallo di battaglia!"
"No", gli confermo in un'ultima contrazione della palpebra.
Poi, come nella migliore tradizione moribondesca, vedo sfilare davanti agli occhi del sonno eterno tutti i pupazzi della mia vita:il coniglio, il leone, il papero, l'elefante, il cavallo, il tapiro, il paguro, il cercopiteco, l'ameba, e tutte le altre facce di pupazzo.
Vedo mio nonno che fracassa il tavolo di mogano col martelletto di mogano, e gli zii che urlano i nomi di nuove specie.
E vedo infine la mia morosa che mi regala il mio killer con gli occhi colmi di passione (la morosa, non il killer). Ed io che le prometto bla bla...
Bah! Tutto sommato era meglio una cravatta...

1 Ad esempio la cacca la chiamavo pupapuppupa.
Mi persuasero poi a chiamarla pupù.
2 Non mi veniva la parola.
3 Letteralmente "springofio".
4 Ancora per una volta, riprendendo l'uso infantile, pronuncio la "C" come "PUP".
5 E anche sigh!
6 Tra l'altro mi pare che è isola pedonale.


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