FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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IL PROGRAMMA

Andrea Ridolfi




La sua era un'esistenza monotona, un lento succedersi di eventi previsti, di cose già fatte. La sua vita coniugale, priva ormai dei sentimenti che l'avevano animata nella giovinezza, si trascinava via stanca, giorno dopo giorno;non c'era più amore ormai, solo rassegnazione. Il lavoro poi era soltanto un contenitore di astio verso i suoi colleghi ed i suoi principali, e quando infine anche questo scemava rimaneva soltanto la noia ad occupare quelle ore, quei giorni, quegli anni. Si sentiva ormai privo di scelta, non avrebbe mai potuto, arrivato a quel punto, cambiare il corso di quella vita, magari invertirlo, farlo ricominciare da capo.

La pausa pranzo durava quarantacinque minuti, giusto il tempo per scendere in strada, sbranare un insignificante panino esposto in vetrina e ritornare su nel suo ufficio. Aveva imparato, nel corso degli anni, ad agire da automa sfruttando al meglio quei minuti per le sue esigenze.
Le strade erano piene di gente affaccendata nei propri affari, per la maggior parte casalinghe di ritorno con pesanti buste della spesa ma anche ragazzi all'uscita delle scuole e lavoratori che, come lui, andavano a sbrigare la formalità del pranzo, più un'abitudine che una necessità. Il bar all'angolo era ormai il luogo abituale per compiere tale rito.
Dall'altro lato del banco la donna coi capelli neri lo salutò stancamente come per anni aveva fatto ogni giorno e lui altrettanto stancamente contraccambiò. Poi finse per un paio di secondi di riflettere sulle varie opportunità che gli si offrivano dietro il vetro del bancone, scegliendo alla fine, come sempre, lo stesso tipo di panino senza sapore. La donna lo afferrò con l'aiuto di un tovagliolo di carta e fece per porgerglielo, ma nello stesso istante in cui lui allungava la mano per prenderlo, lei la ritrasse di scatto.
L'uomo la guardò stupito tenendo sempre la mano tesa sopra il bancone, l'altra lo fissava con gli occhi sbarrati come se fosse ipnotizzata.
- Cosa c'è? - fece lui senza però ottenere risposta. La donna lo guardava come una statua, sbarrando quegli occhi neri ed inespressivi.
Si voltò in cerca d'aiuto tra le altre persone presenti nel bar e notò allora con imbarazzo che tutte lo guardavano alla stessa maniera. Uno stimolo istintivo gli comandò di guardarsi per vedere se c'era qualcosa che non andava in lui ma la breve ispezione dei suoi indumenti non rilevò nessuna anomalia.
- Cosa c'è? - tornò a chiedere stavolta rivolto a tutti.
- Il tempo è scaduto - disse freddamente la donna dai capelli neri dietro al bancone - deve andare alla sfera di controllo e terminare il programma.-
Lui la guardò confuso:- Cosa? -
- Ora - aggiunse meccanicamente la ragazza pietrificata;gli altri, immobili ed in silenzio lo osservavano con sguardi vuoti.
L'uomo si guardò ancora attorno, frastornato, innervosito dal fatto di non riuscire a comprendere cosa stesse accadendo o forse, cosa fosse già accaduto. Barcollò, fu sul punto di perdere l'equilibrio, poi rinvenne ed indietreggiò verso l'uscita, dentro tutti continuavano a guardarlo. Una volta fuori, all'aperto, il panico lo investì. Una dozzina di persone sul marciapiede lo guardavano alla stessa maniera, imbalsamati con le loro buste in mano ed i loro zaini sulle spalle. Sulla strada due macchine erano ferme e coloro che le guidavano sporgevano curiosi le loro teste fissandolo dietro due paia di occhiali scuri. All'altro capo della strada, sul marciapiede opposto, una fila di bambini con la loro insegnante era ferma come se aspettasse l'autobus ma non c'era nessuna fermata lì. Guardavano lui.
Orrore.
Il respiro si fece di colpo affannoso, gocce di sudore già gli imperlavano la fronte, i muscoli cominciavano ad irrigidirsi per la tensione.
- Che diavolo avete da guardare? - gridò alle persone che aveva di fronte:una donna sulla cinquantina ed uno scolaro. Si volse di scatto verso gli altri alle sue spalle:- Che c'è? Perché mi guardate tutti? -
L'orrore più grande è quello di restare irrimediabilmente soli.
Sarebbe stato bello poter credere che fosse soltanto un sogno molto, molto strano.Ma era troppo reale e quella speranza venne meno ben presto. Di nuovo le gambe gli si fecero molli, guardava di continuo da un volto all'altro quei manichini che aveva di fronte;poi alzò di scatto gli occhi e le ossa gli diventarono acqua. Un uccello era immobile nel suo volo, fisso come in una fotografia, attaccato all'azzurro del cielo. Un breve urlo stridulo scappo' via dalla sua gola, un attimo dopo lo scolaro che aveva davanti parlò lentamente come già aveva fatto la donna del bar:- Deve andare alla sfera di controllo e terminare il programma. Ora.-
D'un tratto si mise a correre, a fuggire da quel posto. Corse più in fretta che poteva ma ogni volta che girava l'angolo ed imboccava una nuova strada una situazione identica alla precedente gli si presentava davanti. Tutti immobili, ogni persona o animale, tutti lo guardavano. Con un grido disperato corse ancora più veloce;la strada scorreva veloce sotto i suoi piedi. Le lacrime cominciarono a scendergli giù per le gote ed a deviare per la velocità verso le orecchie. Infine si accasciò al suolo sfinito, con i polmoni che si gonfiavano freneticamente ed il cuore che batteva sulle costole come un pugno.
Si trovava in una piazza con una fontana al centro, un luogo a lui familiare nel quale aveva trascorso momenti di insolita felicità. Ora quei momenti erano svaniti dalla sua mente. C'era molta gente in quel momento nella piazza e sembra superfluo ormai dire cosa essa stava facendo, sennonché tra tutti quei tronchi umani uno si mosse e venne verso di lui. Un uomo di circa sessant'anni con una corta barba bianca, vestito con giacca e pantaloni marroni e con un bastone da passeggio. Quando lo vide si tirò su in fretta anche se boccheggiava ancora e ringraziò Dio per avergli fatto incontrare finalmente un uomo apparentemente normale. Il vecchio era ancora a dieci metri quando il tale cominciò:- Dio mio può spiegarmi cosa stia succ...-
- Perché non è andato alla sfera di controllo?- lo interruppe l'altro.
- Cosa? Ma di che cosa sta parlando?-
- La s-f-e-r-a-d-i-c-o-n-t-r-o-l-l-o!- scandì bene il vecchio ormai giuntogli di fronte, - Il suo tempo è scaduto! Doveva terminare il programma due ore fa!-
- Io...io - disse impacciato l'uomo -...non so di cosa stia parlando.-
Il vecchio lo scrutò bene aggrottando le sopracciglia candide, guardò il suo orologio al polso e poi borbottò a se stesso:- Cielo fa che non sia un'altra crisi ti prego!- lo guardò con occhi pietosi - non mi dica che non si ricorda nulla?-
L'uomo fu di nuovo pervaso dal panico, riusciva a comprendere che qualcosa di grave era successo, che qualcosa in lui non andava più. Ma perché?
- Dio mio - sospirò affranto il vecchio, poi, dopo averlo preso sotto braccio con l'intento di accompagnarlo in un luogo disse:- Mi dispiace, ma lei deve capire che queste situazioni possono capitare a volte, certo ormai la nostra tecnologia ha raggiunto livelli altissimi ma, purtroppo, ancora non siamo riusciti ad eliminare queste anomalie.-
L'altro lo ascoltava distratto non capendo ancora nulla.
- Abbiamo avuto altri due casi come il suo - proseguì il vecchio - e non le nascondo che risolvere quei due episodi sia stato veramente molto...come dire... complicato. Mi ascolta?-
- Sì - fece l'uomo poco convinto.
-Ecco, iniziamo col dire che lei non è affatto nel luogo in cui crede di essere, lei non è in questa piazza, non è in questa città, non è in questo paese e... - indugiò per trovare le parole più adatte - non è su questo pianeta.-
L'uomo volse lo sguardo sbarrando gli occhi, sentiva la follia che cresceva in lui ma indugiava ancora ad abbandonarvisi del tutto.
- So che sembra ridicolo detto così ma è la realtà:lei in questo momento è su Antican, dove è sempre stato.-
- Che diav...-
Ma quello aveva già ricominciato:- Vedrà che tutto le sembrerà più chiaro col passare del tempo, mi creda, è una situazione temporanea. L'importante per adesso è che comprenda una cosa:tutto quello che finora ha visto, ha fatto e vissuto non era "reale", solo una finzione, un programma appunto, da lei attentamente scelto.-
Erano usciti dalla piazza, sempre camminando appaiati, ed avevano imboccato una piccola via quasi bloccata dalle automobili ferme.
- Le avverto che lo choc sarà grande quando il programma verrà terminato e lei ritornerà nei suoi veri panni. Si ricordi allora quello che le ho detto:questa vita non ha significato è un...gioco!-
- Un...gioco? - sussurrò l'uomo - ma...cosa significa? Come è possibile? Tutto quello che ho fatto nella mia vita era...-
- Soltanto un programma - disse pronto il vecchio - le abbiamo fornito un pacchetto di ricordi standard, una famiglia convenzionale ed un lavoro tranquillo, proprio quello che ci aveva chiesto signor Oulean.-
- Mi chiamo Giunti, Giovanni Giunti -
- Oh quel nome fa parte del programma, Oulean ecco come si chiama realmente -
La tentazione di rimettersi a scappare era forte nell'uomo.Quello che diceva il vecchio non aveva il minimo senso di razionalità per lui. Ma dopotutto, tutto quello che aveva intorno non era più razionale. Quelle persone immobili, quegli animali pietrificati innaturalmente, tutto ciò era ormai molto lontano dalla razionalità. Per cui il sospetto che le cose dette dal vecchio fossero vere cominciò a ivenire predominante nella sua mente. E con esso la paura e la confusione aumentò.
L'uomo si fermò di scatto:- Ma la gente? Il mondo intero?-
- Tutto finto, fa tutto parte del "viaggio", abbiamo costruito virtualmente un pianeta, l'abbiamo chiamato "Terra" e gli abbiamo dato una storia antica ed una contemporanea. Niente di tutto quello di cui è a conoscenza esiste davvero;niente di tutto quello che crede essere avvenuto si è mai verificato. Gli antichi greci, i romani, Napoleone, Hitler, niente, tutto inventato dai programmatori. Il programma signor Oulean è talmente reale che purtroppo, anche se raramente, capita che colui che lo gioca è poi convinto di trovarsi nella realtà. Questo è il suo caso;lei aveva diverse scelte a disposizione, diverse vite, ha scelto di trascorrere in questo universo virtuale un paio d'ore.-
- Un paio di ore?-
- Sì, nella realtà questa sua vita ha avuto questa durata.-
Svoltarono di nuovo, l'uomo sempre sottobbraccio al vecchio. Quest'ultimo restò zitto per un po' ed il caos mentale dell'altro aumentò ancora finché riuscì a chiedere:- Chi è lei allora?-
Il vecchio rispose prontamente, come se aspettasse da tempo quella domanda:
- Oh io sono soltanto uno dei programmatori, mi sono connesso di corsa dopo aver saputo quello che era successo. Non si può far durare il programma oltre quanto è consentito, c'è un limite. Dobbiamo sbrigarci.-
L'uomo aveva perso totalmente il senso dell'orientamento e del passare del tempo finché senza accorgersene si trovò di fronte ad una sfera nera, grande come un pallone da calcio, che galleggiava in aria all'altezza del suo petto. C'era un piccolo tastierino numerico sulla sfera. Il vecchio estrasse dalla sua tasca una piccolo foglio e glielo mise in mano:- Digiti questi numeri, è il codice per terminare il programma.-
L'uomo esitò, poi lentamente compose due delle dodici cifre e tornò a fermarsi.
- Cosa accadrà dopo?-
- Dopo? Lei tornerà ad essere quello che è sempre stato ed a vivere la sua vera vita.-
- Vera vita - ripetè l'uomo. Poi d'un tratto, inspiegabilmente, scoppiò in una risata fragorosa:- Un gioco! Dio mio quarantasei anni di sofferenze!- Qualcosa nella sua mente si era rotto, forse per sempre, e il vecchio l'aveva capito. - E magari- continuò - ho anche pagato per giocare questo programma!-
- Venticinquemila rajn - disse prontamente il vecchio.
- Venticin...ah! - continuò a ridere - voglio vedere che faccia fa mia moglie quando le racconto che sogno ho fatto, Dio mio ah!-
Ma nemmeno lui credeva a quelle parole. La follia ormai aveva prevalso.
Digitò in fretta gli altri numeri e non si accorse che intanto il vecchio accanto a lui scuoteva lentamente la testa affranto. Digitò le ultime due cifre ancora con un largo sorriso in faccia senza neanche sentire le ultime parole del vecchio, già lontane, già deboli.
- Lo choc sarà grande stia attento.-
Poi tutto svanì in una nebbia propagatasi in meno di un secondo e poi sostituita dall'oscurità.


Si ritrovò istantaneamente seduto su qualcosa di morbido e con in testa un casco pesante. Annaspo' per qualche secondo, poi tentò di toglierselo ma non ci riuscì. A quel punto qualcuno lo aiutò sfilandoglielo lentamente. Di colpo la luce lo abbagliò e solo dopo qualche decina di secondi potè aprire finalmente gli occhi. Si trovava in una strana stanza con uno strano soffitto che emanava una tenue luce blu e davanti a lui aveva...
- Oh Cristo santissimo!- gridò saltando in piedi sulla grossa poltrona sopra la quale era stato seduto. Un urlo di orrore proruppe dalla sua gola e non riuscì a fermarlo. La cosa che gli stava davanti, un'incredibile unione di squame, arti più o meno lunghi e viscidi ed una serie di zanne appuntite venne verso di lui tendendo due grossi tentacoli.
- Dannazione!- urlò più forte che poteva mentre perdeva l'equilibrio e cadeva a terra. In quel momento ebbe la piena consapevolezza di essere completamente diventato pazzo:le sue gambe non c'erano più, due orribili zampe verdi avevano preso il loro posto, il suo busto era identico a quello del mostro che aveva di fronte, cioè scaglie e pelle squamosa, le braccia erano due tentacoli sinuosi e viscidi. Urlò ancora disperato. Allora la cosa che era con lui nella stanza disse con apprensione:- Accidenti Len non mi riconosci? Che ti è successo?-
L'altro emise un nuovo urlo lungo finché la voce gli si spense.
- Quel maledetto gioco - lo rimproverava l'altro agitando un tentacolo - te lo avevo detto di non farlo, ci si sente male dopo hai vis...-
L'ex uomo ora mostro aberrante scattò di colpo in piedi, barcollando sulle sue nuove gambe, cominciò a muoversi goffamente nella stanza per prendere le distanze dal suo simile. Poi raggiunse quella che sembrava la porta di accesso alla stanza. Per un istante provò ad aprirla agitando inutilmente in aria il suo tentacolo destro, quindi deciso la buttò giù con una spallata. Fuori c'era il tramonto di due stelle, una strada che costeggiava la casa ed una specie di disco volante atterrato. Stava per cominciare a correre quando dal disco si aprì un portello. Ne emerse una creatura simile a quella che aveva visto ma meno grossa, leggermente più slanciata. La cosa lo vide. Le fauci si allargarono mostrando zanne sporgenti in un sorriso infernale. Un rivolo di saliva schiumosa colò lungo il busto della creatura mentre diceva con una voce rauca e profonda:
- Ciao tesoro.-


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