FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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8 PROESIE IN PROSA

Eduardo Caianiello




Sulle tracce

Risulta impresa piuttosto complicata
consistere con se se sotto il culo
ti frigge un qualche fuoco.

E' complesso altresì riuscire a smascherare
della frittura il cuoco,
del fuoco, il sadico fuochista.

Me ne sto in giro (dice qualcuno)
con animo d'artista,
ma ad essere sincero
mi sento più un segugio, un bracco,
che tira dietro all'odore della preda
non per stanarne il Vero,
e metterlo nel sacco.

Seguo ogni segno e traccia, anche la più nascosta,
la più frammista di questi afrori marci,
la più esile e fina,
perché piuttosto devo trovare lei
(con dentro quel cuoco maledetto, e il suo apprendista):
la cucina.


La saccoccia

Avrei voluto portare via con me un po' di quella brace.

Ma non per la serata, per ricordare le due ore andate.
A me piaceva lei, lei proprio, la brace e la sua luce.
Dovevamo andare. A casa io e l'amico; a letto lei, l'amica.
Che stava ora spargendo tutti quei tizzoni come una mercanzia, nel vano del camino.
Li condannava a morte: quel gesto le serviva per farli spegner prima di quanto ci voleva se fossero rimasti tutti insieme in mucchio, nutrendosi l'un l'altro.
Erano abbastanza tuttavia, e riuscivano comunque, a quello scambio: la luce rosso vivo, o rosso cupo, o rosso evanescente dentro il nero, passava da uno all'altro senza salti, con la continuità di un'onda che si sposta, e si divide per moltiplicarsi, ma restando lei, la stessa dentro mille voci, mille sussurri tenui e silenziosi, sommessi, e noncuranti di quello che accadeva a noi, là fuori...

Avrei voluto portarne un po' con me, ma non potevo mica tenere una manciata di tizzoni così, dentro una tasca...o in mano...
Però mi piacerebbe...sempre un po' di brace nella mia saccoccia, e un po'di foglie secche e scricchiolanti...che portino con sé (non saprei come) il loro fruscìo asciutto, un po' di neve, e della sabbia, sempre calda...e ancora...un raschio di salsedine, e corteccia (dura di pino, o quercia, o levigata di salice, o di ontano) e resina, per pungermi l'olfatto, e pioggia, che mi piova però, dentro la borsa, e non che me la bagni come una bottiglia senza tappo. E il muschio? muschio secco e rasposo come del presepe...muschio infìdo e scivoloso, muschio spugnoso...

Troverei un inguacchio...quattro marciumi organici senza discernimento, impasto incomprensibile di foglie imputridite che crepitano ancora, ma di una sabbia umida di granelli neri poco più grossi del residuo più nero e polveroso di quei carboni inutili e inzuppati, senza più una luce. Colla resinosa ed indurita a incispare un'erbetta spelacchiata...la borsa bruciacchiata, zuppa e macchiata...non toccarti con quelle mani luride...ti sporchi la camicia...
Un po' come coi sogni la mattina...ho fatto un sogno...ma vallo a riafferrare.
Meglio lasciar stare, quel crepitìo di foglie, la voce della brace, la sua luce...la neve e il sale...

L'Uomo non è Natura.
Le borse, le saccocce, le ventiquattrore...è roba d'altro genere.
L'Anima è troppo grande, fugge via.

Non ci può stare.


Senza semi

Per fare le parole
necessita il dolore,
l'angoscia che ti strozza
l'angustia che ti spreme
e che ti strizza.

Le parole però
non sono la spremuta,
sono piuttosto
la polpa rinsecchita
che a fine spremitura
ti resta tra le dita.


SETTEMBRE

"Un segno di pace..."
Ossimori ad uso delle liturgie.

L'Anima nella quiete
rifugge ogni rimando.
L'idolatrato "accenno" di tanti certosini
non può che farla inqueta:
una promessa non mantenuta ancora.

Dietro la balaustra
che ha vinto sull' aurora
ginepri e pini
e scogliere e mare,
e il sole di una stagione andata,
in un feriale privo dell' ancheggio
di creme e di parei.

Resta in questo meriggio
solo spuma e silenzio,
e resta lei.
Mantice delicato,
dormiveglia assente
sulle punte insonni dei suoi seni.

Nulla è promesso: Tutto
è già qua,
soltanto per se stesso.
Rimanda a una risacca che già c'è,
che ora m'accompagna
sul legno sverniciato
di due remi
che raspano le mani.

Senza saperlo dire,
respira il vento
dentro il mio ansimare:
m'alita nella mente
che un alitare esiste...
che soffia solamente
per lenire il mio labbro

inciso

dal sale di Settembre.


La mia sigaretta

La sigaretta se ne sta appoggiata
proprio sull'orlo del mio posacenere,
di coccio blu.

Il fumo via si spande,
nelle sue volute, sempre più larghe e rade,
nell'aria che mi circonda oziosa
(unavia l'altra, la stanza se ne impregna).
Fisso la pagina pensosa
in pausa di riflessione e ritmo,
e prendo questa amante tra le dita,
senza però guardarla.
Così, senza saperlo, la porta
la mia mano alle mie labbra.
Aspiro, a la riappoggio dove stava prima.
Soltanto, un po' più corta.

Eccola lì di nuovo a liquefarsi...a involversi nei rivoli...sinuosa...
Adesso però comincio a fare anch'io la stessa cosa...
Senza sapere
che mi sto godendo questo mio piacere
(sono troppo concentrato nel dovere),
sfiato fuori il fumo che ho tenuto nell'attimo fuggente
in cui la riposavo.
Dalla bocca e dal naso, con la maestria alternante dell'esperto,
fino all'ultimo di una raffica di sfiati,
più convinto di quelli precedenti.
Si va avanti così, io e lei,
silenti ed affiatati
fumando,
ognuno nel suo modo.

La mia sigaretta è una canna di fucile.

Che il proiettile sia lì lì a partire,
è intuibile da quel brillìo fumante proprio sulla punta.
Finché rimane là, è una parte del mondo.
E il mondo è grande e diluente nella dispersione.
Quanti colpi si sprecano, in questo modo ignaro:
anche ad impegnarsi
proprio non c'è questione
di riaverlo,
il fumo che non s è sparato.
Se ne va nel Tutto senza nessun dove
che ci permetterebbe d' inseguirlo,
per riordinarlo in canna attenti, questa volta,
che non si sdilinquisca via di nuovo,
perdendosi nel Nulla dell'Altrove.

Ho sparato ancora.

Quel brillìo più intenso proprio sotto il naso,
quel rosso-brace senza più il suo fumo
faceva da pendant al suo tipico amaro
che si spargeva in bocca.
Il mondo e il mio palato
si sono accorti insieme del colpo
ormai sparato.
Mi è bastato tendere le guance
e tutto quel disperdersi sinuoso si è messo sull'attenti
per introdursi (in fila indiana)
dentro la precisione netta, di una sigaretta.
Che soddisfazione...ho raccolto il disordine del Cosmo
ottenendone l'ordine più esatto
che l'uomo abbia pensato: quello di una retta.

(Non sono certo molto originale...
tanto spesso il caos dell'universo non se ne va disperso,
per risolversi in canne di fucile).

Adesso però anch'io ce n'ho una mia, di retta...
(...mi permette di chiamarla così, gentile signorina?...
La sto osservando, sa, nel suo vago sorriso
che è già un poco...
in pizzo lì seduta con la sua borsetta,
ogni tanto sperduta nel minio della brace che le avvampa in viso,
(e come (vedesse...) l'imbelletta...)
Vedo che anche lei ha il mio brutto vizio...
gradirebbe del fuoco?...).

E' quanto dire...la mia Retta mi fa palpitare: nel cuore e nelle arterie...
Con lei...raccolgo l'entropia dell'Universo (come tanti amanti usano fare)
per succhiarmela dentro
fino al più ansimante alveolo polmonare...
Mi entropizzo anch'io...ridendo
del paradosso che mi stia servendo
di una signorinella pallida, così ordinata in quel suo fumare...

...Che insomma mi eredito il Bailamme oncologico del mondo,
metto in connessione due casini...
utilizzando l'ordine euclideo di un passaggio esatto come il primo assioma.

Come chi si spara.

O chi,
dopo una vita di miliardari sperperi di seme,
utilizzi la retta (la più esatta)
di quel suo fucile
per arrivare finalmente a segno,
e generare ancora

(che ironia)

miliardarie occasioni
d'Entropia.



La rampa

C'è un cartello piantato in mezzo al mare.
Se ne sta ritto a venti metri da dove son seduto.
Dice "Corridoio di lancio".
Io me ne sto accucciato sopra un mucchio di alghe semiseccate al sole, accanto al mio pontile di legno consumato, lungo due biciclette al massimo, e mi fa un po' ridere una simile espressione.
Forse c'è stata un'asta a Cape Canaveral, il sindaco avrà avuto degli agganci...
Chi mai vorrà lanciarsi, e verso dove, da questo porticciolo largo come una vongola verace, che offre delle rampe, certo, ma per un bimbo o a sforzarsi due, che si turano il naso prima di tonfare un metro e mezzo sotto.
Se proprio non è stata solo una faccenda di tangenti, allora prima o poi vedrò questo decollo...
Ma è d'autunno adesso, e qui non c'è nessuno...solo gusci di barche con la pancia al sole, oppure a sciabordare indisturbati. E non mi sembra proprio che quel tipo, in piedi su quello scoglio controsole, abbia in progetto, posata la sua lenza, di salire in orbita.
Prenderò allora quel cartello come il detrito di qualche guerra andata, come un residuato, e le mie alghe invece, questo pontile cotto di sole e sale, e quella lenza ritta in contemplazione, prenderò tutto questo non come una premessa per saltare.
Piuttosto, come la mia destinazione.



Tertium datur

Non è affatto vero
che ad ogni stato d'animo
s'intrinsechi un oggetto,
come quanti pretendono
parlando d'intenzione.

Neanche è per nulla vero
che esista in alternativa
solo un nientificarci dall'esterno,
che ci renda oggetti
d'una nobilitante deiezione.

Tertium datur, almeno nel mio caso:
la mia disperazione.

Niente mi ha gettato in nessun luogo:
dispero senza oggetto
e senza la forza di un'interrogazione.

Il mio sguardo nel vuoto
non si costruisce
nel rapporto noto
di colui che guarda
e del guardato.

Mi dispero in autarchia integrale:
non c'è nulla fuori,
ma neanche dentro,
a farmi male.

Resta questo dolore a realizzare
tutte le aspirazioni di teologie passate:
nutre sè di se stesso
affogandomi nella sofferenza.

Abusando oltre ogni limite

della mia pazienza.



Shhh...

Zitto...shhh...silenzio...
si devono sentire solo
i tuoi passi sulla neve...
Anche l'affanno: tiello per te,
devi poterlo sentire
solo tu.
Cammina a passo a passo, e tieni
il tuo respiro,
pure quello,
solo tra naso
e orecchie.
Non vedi tutt'intorno?
C'è gelo.
Gelo alberi
e neve.

Non li vedi loro,
come stanno zitti
e come quel loro respirare immenso
se lo sono portati dentro
per esser più silenti
in mezzo a questo immenso freddo
senza voce?
Non li vedi
come sanno stare senza movimento
sotto il peso moltiplicato
di tutta quella neve su ogni ramo?

Tu non hai radici,
e l'immobilità
puoi viverla soltanto
nel rispetto di chi ora
te la sta ordinando.

E allora erra,
ma mi raccomando,
senza errare...
Un piede dopo l'altro sulle tue racchette
appresso a tutto quel vapore
dalle tue narici.

Bada...
non aprire la bocca,
se non è protetta...
il gelo ti può invadere
fino a dove mai t'aspetteresti...


Shhh, silenzio...
cosa hai visto, un movimento?
Sarà stato
il guizzo di una lepre bianca.


Non puoi muoverti
guizzando come lei...
Non puoi stare immobile e maestoso
come una betulla...
Il tuo silenzio e la tua vita
devi tenerli stretti
nell'arranco affannato
che ti violenta il petto.

Bada...
se cominci a correre
impazzito dietro a quella lepre,
o se ti fermerai anche solo un poco
per dare retta alla disperazione
bada...
in entrambi i casi
la fine sarà quella:
la differenza
starà solo nel posto
dove ritroveremo il tuo corpo di ghiaccio.

Dunque bada...
bada di trovare
il ritmo più corretto
per il tuo affanno che non puoi evitare,
per il tuo arrancare
verso quell'orizzonte di bianco
e gelo puro.

E allora zitto:
qui non sei voluto,
dunque tieni solo per te
il tuo fiato lamentoso.

Continua,
continua ad errare...ma bada,
a non sbagliare.

Shhh...zitto...



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