FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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PRIMO AMORE

Mara (Marcella Contarella Chiovaro)




La ragazzina si fermò a comprare i boni-duri. Verdi, celesti, rosa, bianchi e gialli. L'odore di zucchero filato e cannella riempiva il portico davanti al liceo classico, attirando mosche e ragazzi. Un tonfo e un pacco di libri, fermati da un tirante di gomma azzurra, cadde davanti a lei. Un balzo e i bono-duri si sparsero sul selciato.
"Scusa, te li ricompro."
Un ciuffo biondo, due occhi azzurri. Era lui.
"Non importa." Voce roca, incantata come lei.
Tornò a casa volando. Via Guido Monaco le scorreva ai lati come un film. La pellicceria, il teatro Petrarca, le Poste, l'edicola. Alt! C'è l'incrocio. L'albergo, le panchine, piazza degli alleati. Attenzione: le macerie. Via Petrarca, il portone, le scale fresche e scure, campanello, "Ciao mamma.", la sua stanza. Apri la porta. Chiudi la porta. In salvo.
"Scusa te li ricompro." La sua voce, i suoi occhi e il sapore dei boni-duri sulle labbra. "Amore." pensò felice "Non aver fiato è amore. E questa voglia di abbracciare il mondo." Lame di luce filtravano tra le persiane chiuse. Protese la mano ed ebbe sul palmo il pulviscolo lucente.
***
"Non me lo vuoi far vedere o te lo sei inventato."
"Ma non c'è, ti giuro che non c'è."
Forse non c'era davvero. Era uscito dalle sue storie segrete.
"Eccolo, è lui."
"Ma quello è Franco. Aspetta ora lo chiamo."
"Guai a te."
Quasi gridò arrossendo e tirò via l'amica per un braccio, cuore a tamburo e gambe senza forza.
A casa aprì la scatola dei sogni. Ciuffo biondo, occhi azzurri, dolce sapore, voce calda, un sorriso, pulviscolo argentato e un nome: Franco. Lo scrisse su uno scudo, lo incise in uno stemma, lo arabescò di gemme e di colori.
***
"............. e la notte dell'anno 800, a Milano, Franco fu incoronato imperatore."
La risata scrosciante dei compagni. Lei voleva sparire e sprofondare. E la Forzoni, con la voce roca, capelli mozzi, basco, sigaro spento in bocca: "E' stato un lapsus." disse divertita "Puoi andare a posto tu. Venga la Ducci."
Imperatore della luna. Principe del vento. Il suo ritratto sul margine dei libri. Nell'Odissea Ulisse col suo volto. Corradino di Svevia e, a Sapri, Pisacane.
***
"C'è festa al palazzone." e la mamma rientrò.
Dalla terrazza si udivano voci e risa. Musica e parole.
"Rosamunda tu mi fai soffrir"
"Rosamunda tu mi fai morir."
Alzò gli occhi dal libro, oltre il cortile, il ciliegio, il palazzone, la strada, il balcone di fronte, la musica, i ragazzi e lui affacciato con la sigaretta tra le dita.
"E' grande." pensò angosciata "Va al ginnasio. Balla con le ragazze. Non mi vede."
"Besame, besame mucho." faceva la canzone.
***
Un tavolino, i libri. Lui studiava al balcone. Lei studiava in terrazza, come sempre, accoccolata sul tappetino rosa, contro il muro. Lui si alzava, rientrava, ritornava, studiava, si affacciava. Lei sognava che le facesse un cenno di saluto. Oltre che piccola, si sentiva invisibile.
Fu presa dalla rabbia e la follia. Corse in casa a prendere uno specchio. Lui alzò gli occhi abbagliato dalla luce. Finalmente la vide.
"Ciao." le disse.
Attraverso la strada, il ciliegio, il cortile, la terrazza, la raggiunse la voce divertita. Lei felice e pentita, scappo' via.
Ritrovò nella scatola dei sogni la storia, che cresceva lentamente. Ciuffo biondo, occhi azzurri, dolce sapore, voce calda, un sorriso, pulviscolo argentato, un nome: Franco. Imperatore della luna, principe del vento, Ulisse, Pisacane e Corradino. Fumo e musica, specchi incantati e "ciao".
***
Camminava orgogliosa con due compagne, gonna a fiori e camicetta rossa, i capelli ondeggianti. Il primo reggiseno, rigido e rosa, le spalline tirate, le incideva la pelle. Ecco era grande. Una battaglia vinta con la mamma e non più trecce, al passo con le amiche.
Era estate. Se lo trovò davanti all'improvviso.
"Ciao Franco." gli sorrise radiosa.
Si fermò sorpreso. Parve vederla per la prima volta.
"Fermati" disse lui "Come ti chiami?"
"Marina." ed il suo nome le sembrò nuovo come la sua voce.
"Allora ciao Marina, ci vediamo."
Lei allungò il passo, raggiunse le sue amiche, ma il cuore le tremava.
"Ci vediamo." le cantavano in cuore le parole. "Ci vediamo." e il sole era più caldo.
***
Quella sera lei andava in bicicletta, come ogni sera, per sgranchirsi un po', dopo lo studio. La bicicletta nera di famiglia. Un'Atala da uomo con la canna, pesante da portare su e giù per la rampa di scale. Potente e fiera. Con due colpi di pedale si volava in fondo a Via Petrarca.
Da una sporta, infilata sul manubrio, spuntava il naso nero di Cirillo. Il pelo bianco, lungo e arruffato gli copriva gli occhi. "Ba- bau" potenti lanciati ad ogni fermata. Adorava farsi portare in giro in bicicletta.
Dall'angolo dietro il fabbricone, nero e sberciato, Franco le si affiancò. Per l'emozione lei perse il ritmo della pedalata. Sbandò violentemente. Franco afferrò il manubrio e impedì la caduta. Cirillo emerse dalla sporta inviperito, abbaiando con furia a quell'intruso.
Una cagnara. La gente numerosa della sera, si voltava a guardare, lei prese a ridere. Rideva forte piena di allegria, per la sorpresa della sua presenza. Rideva per la gente ed il "ba-bau" e la magia della mano di Franco sulla sua.
"Dai finiscila." disse un po' seccato.
Ma era una risata irrefrenabile.
"Ci guardan tutti. Non fare la bambina."
A questa uscita, ferita nell'orgoglio, lo spinse via. Riprese l'equilibrio, saltò in sella ed in due pedalate fu lontano. Capelli sciolti, il reggiseno rosa, non era una bambina, era già grande e se voleva ridere, rideva.
Ci vollero tre giri della piazza, o quattro o cinque, non lo ricordava, per smaltire la rabbia, quella sera. Poi rimase il ricordo della mano di Franco sul manubrio, di quella stretta, che l'aveva fer mata a evitar la caduta e tutta l'emozione e l'allegria da riporre ben bene nella scatola.
***
C'era vento il cielo era già cupo. La gonna le volava. A passo svelto andava alla Coldiretti, al palazzone, secondo piano - non il terzo: Franco - a portare al papà dei volantini. La salita era lieve, l'aria piena di pioggia e odore di fiori disfatti.
Passando dal garage, la chiamò la Luisa. Lei non volle fermarsi, sperava in altri incontri. La salutò veloce agitando una mano, combattendo col vento e i volantini, che sgusciavano via.
Alzando gli occhi alla svolta in cima alla salita, Franco era lì, fermo sullo spiazzo a guardar lo spettacolo. Non sorrideva, ma le tese la mano e lei lasciò la gonna, che salì a scoprirle le gambe per il vento. Divenne rossa e cercò di lasciarlo, ma lui la trascinò veloce nel portone.
Era buio e l'atrio del palazzone era pieno di calcinacci e vetri rotti. Gli ingressi, al pian terreno, senza porte, per la guerra recente.
"Vieni." le disse con la voce roca.
Lei lo seguì, tra tramezzi crollati, finestre vuote senza infissi e vetri. Un odore di polvere e di marcio pervadeva la stanza quasi buia, in fondo al corridoio. A un tratto ebbe paura del luogo e della voce ignota, ma era Franco e lo amava. Aveva un golf azzurro, gli occhi azzurri. Era l'imperatore della luna.
Lui l'afferrò, la baciò con violenza a morsi, a succhi, senza dire parola. E da vicino, gli occhi erano gelidi e grigi. Ansimando, le brancicò il seno, le sollevò la gonna, tenendola stretta con un braccio per non farla scappare.
In silenzio, suo padre era di sopra, così vicino, oddio, così lontano, lottò con tutte le sue forze. Offesa, disperata, calpestata, si liberò e corse via, tra le macerie, il portone, la strada. Amore e volantini sparpagliati tra terra e calcinacci.
Corse su per le scale, il campanello, "Ciao mamma." a testa bassa e piena di vergogna. Andò in bagno a lavarsi, il cuore un sasso. Lo specchio le inviò una nuova immagine. Il volto duro, lividi sul collo, uno sguardo allagato senza incanti.
In terrazza la Gina nel vederla, esperta, capì alla prima occhiata. "Ti porto un fazzoletto con l'aceto.' disse ridendo "Vedrai che vanno via." E parlava dei lividi sul collo.
Passò così la notte senza sogni, a guardare il soffitto tra le ombre, la scatola svuotata e calpestata e quel suo primo amore svaporato nell'acre odore dell'aceto scuro.



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