FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA PORTA

Carlo Mangolini




La porta era chiusa e per gli abitanti del villaggio avrebbe potuto essere così da sempre, nonostante le leggende assicurassero che un tempo era stata aperta. Comunque, qualcuno, il misteriose re lontano o l'attuale signorotto, che viveva in un castello circa 500 chilometri più a nord, sulle montagne, aveva dato ordine di chiuderla molti anni prima. Da allora, nessuno aveva tentato di trasgredire quella disposizione, perché si temeva la punizione di qualcuno, anche se le visite dei soldati per riscuotere le tasse si erano sempre più diradate. Di qua e di là dal muro la vita si era fatta via via più difficile e la popolazione si era alquanto impoverita, a causa di quella porta chiusa. Certo, quella porta, aperta, avrebbe fatto comodo a tutti. Era incassata, massiccia e nera, a metà di un muro lungo 80 chilometri, alto venti metri e quasi impossibile da scalare, oltre che proibito; il muro correva tagliando il villaggio da sud a nord, per cui, chi voleva raggiungere una delle due metà del villaggio doveva, necessariamente, aggirarlo, costretto a percorrere la strada parallela sui due lati, per circa quaranta chilometri dal centro, sia verso sud che verso nord. Era un liscio e ostile blocco di pietre nere squadrate e cubiche, spesso tre metri.
Perché fosse stato costruito era certo un mistero ancora più grande della porta chiusa; i più vecchi lo ricordavano, e avevano tramandato molte e contrastanti leggende circa la sua origine.
La porta era larga tre metri e alta cinque, in legno massiccio e annerito dagli agenti atmosferici, armata di cerniere d'acciaio brunito che la saldavano al muro lateralmente, mentre una coppia di traverse di rinforzo da due pollici si univano al centro. Dal muro superiore, quattro barre d'acciaio che si infilavano nel terreno garantivano una virtuale inviolabilità. Non c'era traccia di serrature, né di lucchetti.
Anche il nome del villaggio, Ecnavotsuol, era di origine indefinita; la spiegazione più plausibile era che fosse il risultato della fusione di due termini, Ecnavot e Suol, dei quali il secondo poteva significare patria, o qualcosa di simile, mentre il primo restava sconosciuto. Ecnavot poteva essere stato l'antico fondatore di quella comunità, o, addirittura, il costruttore del muro, che, tra l'altro, era proprio al centro della piccola pianura, all'interno di una valle cinta da montagne altissime, nevose per tutto l'anno, fatto che portava a dubitare dell'intenzionalità difensiva dietro la sua costruzione. Se l'enorme manufatto fosse stato eretto trasversalmente, insomma, si sarebbe potuto pensare al tentativo di chiudere la valle in un certo punto, da eventuali attacchi che venissero dal fondovalle, ma così, longitudinalmente e parallelo al fiume, che scorreva a circa un chilometro dal villaggio, sembrava perfettamente inutile.
Molto tempo prima, per riuscire a mantenere qualche rapporto commerciale o di semplice vicinato, qualcuno aggirava il muro, ma, col passare degli anni, le due metà del villaggio si erano organizzate una vita propria. Nella parte est era stata costruita una chiesa simile a quella rimasta nella parte ovest, e al di là si era edificato il nuovo municipio, esiliato a est. Entrambe le parti disponevano di spazio vitale sufficiente per sostentarsi; la campagna era fertile, a ovest avevano il fiume, a est una grande cascata che scrosciava dalle rocce sotto ai ghiacciai. Solo il suono delle campane delle due chiese ricordava agli uni che c'erano anche gli altri, e viceversa, senonché anche quel suono aveva acquistato a poco a poco il sapore dell'irrealtà.
Col trascorrere dei decenni, la vita al villaggio si era gradualmente allontanata dal muro, per avvicinarsi a est e a ovest all'acqua, e ognuno si era costruito una strada che raggiungeva il fondovalle. Del villaggio di Ecnavotsuol era rimasto il nome, ma, di fatto, le comunità erano diventate due, e, col tempo, avevano finito per diventare l'una la leggenda dell'altra.

Da cento anni ormai la vita trascorre serena nelle due metà del villaggio, solo una guerra lontana ne ha turbato la tranquillità; molti giovani sono partiti verso nord, solo metà sono tornati, nessuno ha riconosciuto il vicino nell'esercito comune. Tuttavia, nessun esercito ostile ha invaso il villaggio, la guerra è rimasta una storia raccontata dai superstiti, qualche nome in più nei cimiteri delle due chiese. Poi, la vita si è rifatta normalmente dura.
Un mattino, però, gli abitanti della parte est si svegliano trovando una sgradita sorpresa: l'acqua, fino al giorno prima, scaturiva abbondante dalla roccia, da un'altezza di cinquanta metri, e si perdeva per circa tre quarti nel terreno, ma quella che si depositava nel grande buco ai suoi piedi poteva facilmente essere raccolta dai valligiani. Adesso, la cascata si è completamente modificata, causa una frana in alta montagna, e l'acqua sgorga molto meno abbondante, si è volta verso il fondovalle e ha trovato un letto naturale, formando un piccolo e nuovo fiume, ben più lontano dal villaggio. Non solo, ma l'acqua, bloccata dalla frana, si è subito trovata una nuova strada, prosciugando nello spazio di una notte anche il fiume che scorreva a ovest, che, data la leggera inclinazione della pianura, ne veniva alimentato. Quello stesso mattino, quindi, gli abitanti della parte ovest del villaggio scoprono che il fiume non esiste più. Visto che in tanti anni l'acqua del fiume era sempre stata abbondante, nessuno aveva pensato di costruire dei serbatoi di raccolta, e le sole scorte disponibili sono quelle domestiche. La situazione è molto grave, sia per gli uomini che per gli animali.
Quando gli abitanti si rendono ben conto di essere privi della cosa più importante per la sopravvivenza, molti pensano, e, questa volta, qualcuno dice, che al di là del muro si può forse trovare l'acqua.
Scavalcare il muro, abbattere la porta, aggirare la costruzione a nord o a sud, scavare una galleria, ognuno propone un'idea, perché la vita di ognuno è attaccata a quel filo di speranza.
Ma il muro è stato dimenticato per un tempo troppo lungo, e nessuno oggi possiede scale o attrezzi di scavo, inutili per le attività di tutti i giorni. Abbattere la porta o scavare gallerie? Con attrezzi in legno che sono utili solo ad aprire sottili solchi nella terra per deporvi i semi? L'acciaio è sconosciuto, e il legno si lavora con le affilate pietre del fiume. Le sole corde non possono reggere il peso di un uomo, né di un bambino, perché sono quelle per legare il grano, in fibra semplice.
I trecento abitanti, riuniti in assemblea, decidono di inviare due di loro verso nord ad aggirare il muro. Vengono scelti i più resistenti uomini del villaggio, li si rifornisce di un po' acqua, cibo e di un mulo che porti il carico. Dovranno percorrere, di certo, solo quei quaranta chilometri che li dividono dalla parte est, ma nessuno sa quanti altri ne dovranno fare, prima di incontrare soccorsi: sembra un'impresa disperata, perché a Ecnavotsuol resta acqua per un solo giorno.
Il sole allo zenith trova gli artigiani che raccolgono il meglio dei loro attrezzi e si avvicinano al muro. Iniziano a scavare una buca per tentare di sottopassarlo. Ma il muro prosegue sotto il terreno, e non si sa fino a quale profondità. I più agili tentano di scalarlo, ma desistono subito: la parete di pietra è troppo liscia, i blocchi, troppo ben squadrati e levigati. Non ci sono appigli di sorta, né attrezzi per crearli. L'ultima ratio vuole che qualcuno prenda la strada per il fondovalle alla ricerca di soccorsi occasionali, anche se quel percorso richiede sette giorni di viaggio tra andata e ritorno, ma solo se sostentati da rifornimenti e basi di appoggio lungo la strada. Comunque, un gruppetto parte.
A quel punto, qualcosa di insolito, dal sapore salato e polveroso dei ricordi si fa strada nella coscienza collettiva.
Cento anni di vita serena solo in apparenza sono trascorsi, ma il nemico era rimasto lì, baluardo ostile, acerrimo, instancabile, insensibile, in attesa di svelare il proprio potere, di approfittare della prima occasione per esercitarlo con crudeltà monolitica. E ancor più del muro, è la porta il vero nemico, poiché ne rappresenta l'essenza, la porta che non si può abbattere; persino i temuti soldati del signorotto sarebbero i benvenuti, oggi, perché potrebbero aggiungere le loro armi d'acciaio a quei disperati tentativi, ma sono trascorse solo poche settimane dall'ultima riscossione, e per molto tempo ancora non torneranno, non si può contare nemmeno su di loro. Intanto, le campane della chiesa suonano a stormo: si spera che gli abitanti della parte est odano il suono inconsueto e pensino che qualcosa non va. Ecco che i leggendari abitanti dell'altra parte sono improvvisamente diventati reali: uomini, donne, bambini come loro, e ci si sente già fratelli, prima ancora di conoscersi, nessuno ne dubita. Ma resta il problema di come comunicare. Non si può nemmeno lanciare dei messaggi scritti dall'altra parte; il muro è troppo alto, e poi solo il curato sa scrivere, e chissà qual è la situazione, di là.
Alle cinque del pomeriggio, quelli che tentano di scavare la galleria sono distrutti dalla fatica e hanno le mani insanguinate. Non sono ancora riusciti a vedere la fine sotterranea del muro, e la buca è già profonda cinque metri. Altri gruppi partono per il fondovalle, faranno da appoggio ai primi durante il ritorno, ma acqua non ne portano, non ce n'è più che per chi lavora, per i bambini e le donne. Sperano di trovarne lungo la strada.
Le pozzanghere nel letto del fiume vengono rapidamente prosciugate e, alle otto di sera, gli animali levano i primi lamenti della sete. L'oscurità che avanza precipita gli abitanti di Ecnavotsuol nella disperazione.
Armati di grosse pietre affilate, gli ultimi uomini validi si scagliano sulla porta colpendola con foga, inutile. A questo punto il parroco ha un'idea, e ognuno si chiede come non sia venuta in mente a lui: bruciare la porta. Donne e bambini corrono per il villaggio alla ricerca di fascine e, in breve tempo, una catasta di legname viene ammucchiata a ridosso della porta. Un tizzone ardente accende la pira e la porta comincia a bruciare, tra grida di esultanza. Il fuoco ha un'azione lenta, perché il legno è impregnato dell'umidità delle piogge dei giorni precedenti. Del resto, si spera anche nella pioggia, che riempirà almeno le buche sul fondo del fiume e tutti i contenitori di legno e tela cerata che sono stati posti all'aperto. Ma, per il momento, il cielo è sereno, e le stelle cominciano a brillare. Verso le undici, la sconvolgente notizia: lo strato di legno della porta è bruciato, ma la porta ha un'anima di robusto acciaio. Nulla da fare, rimarrà chiusa. Non resta che aspettare il ritorno dei gruppi di soccorso.
Gli abitanti non tornano nemmeno alle loro case. Nel piazzale della chiesa si radunano quanti sono rimasti al villaggio, in un silenzio rotto soltanto dai gemiti dei bambini e delle bestie.
A notte avanzata, quando la sete brucia ormai le gole e la febbre divora i più deboli, ad un tratto si ode la campana del villaggio a est che batte frenetica i colpi di risposta. Uomini e donne si animano improvvisamente, rinasce la speranza nei cuori, ma poi ci si rende conto che loro hanno capito, sì, ma come potranno venire ad aiutarli?
Mentre un leggero chiarore annuncia l'alba, gli abitanti intuiscono che il gruppo che ha tentato di aggirare il muro non tornerà, o, quantomeno, non tornerà prima di un paio di giorni, così come quelli che sono partiti per il fondovalle. A Ecnavotsuol non possono aspettare tanto.
Le menti si proteggono dalla realtà correndo al passato, rivisitandolo con occhi diversi, riscrivendo il presente; gli abitanti capiscono che nonostante la durezza della vita da contadini e pastori, i raccolti a volte scarsi, le liti e le rivalità per affari di famiglia o di terra, in fondo hanno vissuto di leggende. Perché le due cose più importanti erano state sempre lì, presenti e date per scontate, e dimenticate nella loro importanza. Il fiume e il muro. Leggende, quasi favole, cose da raccontare compiaciuti: il fiume, che veniva dal nulla e andava nel nulla, perché nessuno si era mai preoccupato di esplorarne l'intero corso; e il muro, anch'esso venuto dal nulla del tempo, impenetrabile perché nessuno aveva mai provato seriamente ad aprirvi un passaggio.
E ora questi due avvenimenti, incredibilmente reali: il fiume, scomparso, il fiume che li avrebbe distrutti, il muro che li teneva prigionieri e soprattutto quella porta, che avrebbe potuto significare la salvezza. Sempre più deboli nel chiarore di un limpido mattino, gli abitanti del villaggio pensarono al tempo perso nel raccontarsi favole inutili, nell'ubriacarsi o nel divertirsi cantando, d'estate, dopo raccolti e mietiture, quando ci sarebbe stato il tempo per chiedersi spiegazione di tanti perché, di cercare un senso perduto tentando di risolverli. Si resero conto di aver vissuto in un piccolo paradiso colpevolmente ingenuo, come bambini, colorando i problemi di affascinanti misteri, senza mai decidere per la concretezza.
Ora non c'era più tempo.
Le leggende sarebbero rimaste tali, nessuno avrebbe più tentato una spiegazione: per Ecnavotsuol era la fine. Non restava che prendere con sé l'ultima riserva d'acqua e scendere a fondovalle, senza più pensare di ritornare. Le vecchie case, ornate e ritoccate da generazioni, dovevano essere abbandonate, per sempre. I ricordi sarebbero rimasti lì e il tempo, a poco a poco, avrebbe distrutto ogni traccia del villaggio e della sua precedente vita. Bisognava addentrarsi in un mondo nuovo, ma cosa li avrebbe aspettati?
Pochissimi tra loro erano andati oltre il fondo della valle, e le cose che avevano raccontato ai compagni non avevano entusiasmato nessuno. E ora in quelle cose il destino li gettava, violentemente, nel breve arco di un giorno e una notte.
Sorse abbacinante nell'aria limpida e rarefatta sopra ai ghiacciai, il sole, e vide l'ovest di Ecnavotsuol, privo di vita: le case vuote, un largo fiume secco e sinuoso dal fondo denso di fango, lontano circa un chilometro da un alto e lunghissimo muro.

Fine

collaborazione redazionale, integrazioni e aggiunte eseguite a cura di Massimo Vassallo, 1995, con il pieno consenso e l'approvazione dell'Autore.



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