FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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RACCONTI EROTICI

Massimo Santini




Fano, 5 Agosto 1993

Carissimo amico, di seguito a questa mia brevissima troverai raccolti tutti i racconti che, come ti avevo anticipato, ho potuto acquistare da uno strano mercante di questa mia città. Devono essere appartenuti, così credo di poter arguire, ad un appassionato collezionista di narrativa erotica e pornografica; sono molto variati nel registro e nello stile e direi, senza tema di smentita, che siano stati raccolti nell'arco di ben più di una lunga vita. Abbi solo l'accortezza di non mostrarli ad altri: da alcuni studi che sto conducendo pare che i personaggi, in qualche modo che non mi è ancora chiaro, si raccolgano in un'unica "compagnia" della quale vivono ancor oggi riunite le progenie. Un poco li temo: che la follia con la quale sono stati generati sia ancora in loro? Abbi cura sempre di te, un abbraccio,

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Le dodici giornate di ***


Caro lettore, quello che ti appresti a leggere è il resoconto preciso di ciò che avvenne nell'anno MDCXCIII di nostro signore, nell'umbratile castello e sulle torride spiagge di una florida città il cui nome non m'è lecito dire. Affinché tu comprenda la mia figura, la quale è pure segreta, contentati di sapere ch'io fui spettatore attonito di quel serraglio di cui presto sentirai e che, per fortunosa sorte e magnanima intercessione del Marchese di ***, posso ora narrarti cosa i miei occhi e le sbigottite orecchie raccolsero nelle quasi due settimane durante le quali, celato sotto le mentite spoglie di servitore, fui costretto ad assistere a scene che fantasia umana non può (e non dovrebbe) immaginare. Nella noiosa primavera della città di cui sto narrando, un gruppo folto ed eterogeneo di giovani si interrogava sull'incombente estate, sui vizi per mezzo dei quali avrebbe superato l'ennesima prova dell'ozio e della vacanza. Essi decisero di ritirarsi nella reggia di ***, magnifico castello prospiciente al più limpido e puro mare che si possa immaginare. In tale affascinante luogo si votarono al piacere del corpo, decidendo di concedersi gli uni agli altri per soddisfare qualunque libidine o foia, per dar sfogo alla turpitudine ed alla voluttà.

Ecco un paio delle scene, avvenute all'alba del primo giorno del convivio, che riporto così come potei spiarle nascondendomi alla meglio dietro spessi arazzi.

Il risveglio della prima giovane di cui parlerò, la timida Elisa, fu allietato dalle tenere carezze con cui lentamente la spogliava il suo compagno. La luce, soffusa da pesanti tende damascate, illuminava l'ampia stanza colorando con mobili disegni le affrescate pareti e la pelle di lei, non ancora fatta scura dal sole. Egli agiva lentamente, ancora incerto del permesso, che pure s'erano accordati entrando nel castello, nell'incertezza gustando quel corpo che, per la prima volta, gli si disvelava per intero. Il soffio delle bianche lenzuola si tramutò in un fremito della carne di lei, le mani di lui immobili, premute sulle setose natiche, tremando per un attimo si scostarono e lei potè girarsi. Mostrava così il pallore di un seno che pareva disegnato e le labbra di Simone, che fino ad allora erano rimaste serrate a proteggere il silenzio di un tale incanto, dischiudendosi presero a gustare il sapore di quel luogo così segreto. Le palpebre di lei, ancora abbassate, si strinsero più ancora nella sorpresa e nel piacere, così ciecamente muoveva le mani verso il volto di lui e dal volto alla schiena già umida, fino ai pochi indumenti che ancora lo coprivano. Esser spogliato e rizzarsi furono, per il nodoso membro di lui, un solo gesto, un solo istante. Adesso gli occhi le si erano aperti e indovinavano la foia, il piacere e il calore che, senza nessuna via di scampo, presto le avrebbero attraversato il corpo. Allontanando con un gesto naturale l'ultimo lembo del lenzuolo che ancora la copriva, offrì ad un caldo raggio di sole i sui biondi e morbidi riccioli, selva di quel monte che sempre l'uomo vorrebbe scalare. Le mani di Simone carezzandole le esili caviglie ed avvicinandole al corpo, fletterono ancora un poco le sue lunghe alabastrine gambe, facendo di lei un tempio ancor più accogliente. Il caldo ed il piacere muovevan fuori da quell'antro un liquore si caro e necessario che, scendendo piano lungo il ventre dal seno dov'era rimasta, la bocca di lui non tardò a suggere avidamente. Elisa era certa del piacere che dandosi avrebbe avuto e perciò allontanò con un moto deciso la testa di lui da dove la sua voluttà, ora, chiamava altro. Attirandolo verso di se sentiva il suo corpo ossuto premersi sul ventre e poi sul seno, le sue anche attraversare le gambe dischiuse ed immote, il suo membro bussare a quella porta già aperta. I primi gesti dell'unirsi non furon sereni, poderosa la spada e minuta la guaina, ma presto, complice il sudorifero calore e l'umido piacere, il ritmo divenne regolare e profondo, come respiro di chi dorma beato. Ma essi non dormivan affatto, finalmente avvertiva lei un calore insistente, di vene e di carne, entrarle nel corpo e attraverso quello nell'anima e lui, proiettando ombre oscillanti e complesse sulle stoffe del baldacchino, provava un abrasione assai piacevole ed una stretta ben più cordiale di quella della mano. Ma non era che il primo giorno, l'esperienza aveva da venire e il piacere era ancora troppo desiderato per non svanire prontamente come era iniziato. Sotto le cadenzate spinte, Elisa provò tumultuoso un piacere che le sodava le punte dei seni come finissime ovette di allodola, mentre lui, nell'avvinghiarsi della presa distinguendo il piacere in lei già giunto, si diresse risolutamente alla fine. Abbandonò le immagini di campestri tenzoni con le quali si era trastullato fino ad allora, per non cedere subito, come vil marrano, all'assedio del godimento; emise alfine un gemito ed assieme un fiotto che fecero, su quel seno, tempesta e in quel monte, novello lago.


Nella stanza dirimpetto, dove la luce del sole non sarebbe entrata fino al pomeriggio, stava per officiarsi un rito del tutto simile. La frescura aveva concesso che dormissero ancora sotto le evanescenti coltri, quando lei, muovendo pigramente le braccia accarezzate dal profumato lino, indovinò le tracce del suo compagno. La possanza del corpo di Francesco, infatti, aveva scavato, nelle soffici piume del materasso, un orma profonda nella quale, trasfigurato dalla penombra, adesso lei lo contemplava. Quel petto glabro sembrava chiamare, con la più magica delle formule, la bocca e la lingua di lei che, cedendo all'incantesimo, gustarono presto il salato sapore di un corpo reso madido dalla calura. Il suo sonno pacifico sembrava opporsi al desiderio di quella silfide della voluttà che, senza perdersi d'animo, seguitava a cercare, sul corpo di lui, il segno del primo fremente cedimento. Ma poiché questo tardava, essa si risolse ad indagare dove, più nascostamente, gli indumenti di Francesco le celavano il piacere. Il fallo appariva ancora morbido e disteso, ignaro del suo immediato destino, quando le labbra di Alessandra lo scoprirono nell'umidità dei suoi panni. Una tal pugna non poteva non mieter vittime, ma questa volta, invece che dal cadere al suolo, la sconfitta fu segnata da un rizzarsi presto e poderoso. Labbra e mani combattevano adesso la medesima battaglia, ormai si destava il sereno dormiente e provava, inattesa rivelazione, un intenso piacere diffondersi dal centro del corpo verso tutte le membra ancora assopite. Fu facile, per le potenti braccia di lui, catturare l'esile corpo e portarlo, facendo in modo che non cessasse la sua opera si cara, a coprire il suo. In questo maniera (fu tristo destino?), labbra affatto più carnose di quelle del volto, vennero a trovarsi davanti agli occhi ancora increduli di Francesco. Con le mani nodose accarezzava adesso quelle natiche sode e, senza incontrare alcuna resistenza, le denudò completamente con un solo gentile gesto. L'alchimia degli odori e di quell'umidità che aveva preso a gocciargli sul volto, ordinarono alla sua lubrica lingua di iniziare a profanare quell'antro oscuro. Il muscolo carnoso si attardò allora sulle labbra coperte di scura lanugine, indugiò sullo sporgente grilletto carezzandolo tutt'attorno e, ubbidendo alfine, si fece dentro allo stretto pertugio. La bocca di lei, calda e capiente, ingoiava priva di ritegno quel fungo dalla testa vermiglia, che essa stessa aveva scoperto, in quel sottobosco di neri ed elastici peli. Le vene che lo segnavano sembravano esplodere per la pressione del piacere e della vigorosa suzione ed il corpo, di cui tale mazza era il centro, sentiva di dover restituire tutto il piacere che adesso provava. Francesco tormentava ancora con la vibrante lingua quella fessura, che molti nelle donne stimano la seconda per piacere ed importanza, quando, rendendo madide le dita col semplice condurle in quella terra di nessuno tra la sua bocca e le labbra tumide di lei, prese a stuzzicare con queste quel tondo che, dopo l'insegnamento di Sodoma, mai l'uomo seppe scordare. Subendo un attacco ad ogni porta, presto la cittadella non potè resister più ed Alessandra si abbandonò al fremito che dalla lingua, dal fallo e dalle dita di lui, sembrava trasferirsi ed amplificarsi in tutto il suo esile corpo. Egli percepiva chiaramente il segno dei seni appuntiti di lei sul muscoloso addome, sentiva stringersi il tempio di Sodoma attorno al tribolato dito e, in una frenesia convulsa ed eterna, la lingua catturata dalla stretta fugace del suo piacere. Cedette allora di schianto anche l'ultima diga ed un fiume di piacere proruppe dal suo corpo alla bocca golosa di lei e, per lui rinnovata sorpresa, ella mostrò di gradire a tal punto di quel nutrimento, da non lasciarne veruna traccia sui loro corpi ormai esausti.

Alcuni giorni dopo questi incontri così candidi ebbi modo di assistere, sulla soleggiata spiaggia, a questa affollata unione...

Ginevra, esausta per la pariglia della trascorsa serata, giaceva, grondante di fresca acqua, all'ombra delle stoffe che li erano state stese nei giorni precedenti, per ripararsi dal cocente solleone. Il suo corpo denudato ricordava ancora gli assalti e gli insulti della precedente notte mentre una mano, scivolando su quell'acqua dal seno verso il centro del corpo, cercava di evocare le vestigia del piacere. Le dita sottili si insinuavano flessuose tra riccioli imperlati di trasparente acqua e aprivano, come volessero farvi entrare il mondo intero, le gonfie ed arrossate labbra. Li campeggiava, recante tracce di morsi ancora, quella propaggine carnosa e sensibile che alcuni chiamano delle donne il fallo. I polpastrelli impietosi presero a tormentarlo, mentre l'acqua non era più il solo umore che ivi albergava. Ella gemeva, nei suoi occhi l'immagine dell'uomo della precedente notte, quando avvertì piano soffice carne farsi dentro a quel luogo. La sua mano discostandosi avrebbe voluto indovinare il volto di lui ma, effervescente sorpresa, le sue dita affondarono in capelli troppo lunghi per esser quelli d'un uomo. Le mancò il coraggio per spalancare le palpebre, di certo non per provare un piacere tanto raro, e così carezzando quella testa la cui lingua la stava lambendo, cominciò, da se stessa resa cieca, a palparsi il minuto seno. I corvini capelli di Valeria si confondevano, sparsi, sulla bronzea carne di lei. Ella si era silenziosamente inginocchiata per godere dei gesti di Ginevra, di un rito così consueto, eppure, sconfessato dalle pudiche fanciulle. La sua lingua chiedeva di partecipare ad un sacramento somministrato con tanto ardore e non seppe trattenersi. Adesso provava, per la prima volta, l'acidulo sapore di donna che molti uomini avevano già trovato in lei nei giorni passati. Nella sua spalancata bocca, Ginevra avvertì presto l'indizio di un secondo testimone. La forma inequivocabile di una verga colò all'interno di quel corpo già sconvolto dalle muliebri attenzioni di Valeria. L'impressione di soffocamento, più forte del pudore, le fece spalancare gli occhi che non poterono scorger altro di un villoso mantello. Con un repentino gesto, lasciando Francesco di stucco, si sottrasse dalle cure di entrambi. Non potendo più cavalcare tale dama, egli rivolse il suo sguardo al prorompente seno di Valeria, nel quale, con un balzo equino, infilò la sua puntuta asta. Ella, non obiettando al cambio che così aveva avuto, cominciò a dimenarsi mentre, con le capienti mani, rendeva più serrata la presa. Ginevra, evaporata con l'acqua anche l'ultima stilla di pudore, si avvicinò alla tremante schiena di lui segnandovi un sentiero di morsi dal collo verso le lanute natiche. Tra queste, aiutandosi con ambo le mani, mise alla luce il pertugio più segreto dell'uomo e in questo, memore delle cure di Valeria, fece penetrare la sua curiosa lingua. La figura, forse per eccesso di lubricità, mutò spontaneamente in assai strana guisa: Francesco, prono sulla rovente sabbia, sentiva la sua asta accolta in più rovente usbergo, mentre poteva sol vedere di Valeria il ventre e, verso il cielo, il seno ch'era stato così ospitale. Esse lo cavalcavano entrambe, Ginevra stringendo in se l'arma che prima aveva assalito la sua compagna e questa, volgendo le terga alla prima, custodendo tra le ginocchia, scottate dall'arena, il capo mormorante di lui. Dissetato in questo modo, che ogni uomo anelerebbe a provare, non senza attardarsi nel piacere, egli in fine dissetò, come fontana d'estate, le due brave amazzoni. Ginevra, raggiunta la vetta del godimento, quando fu colma di fiotti, testimonianza di piacere, abbandonando la presa lasciò che colassero sul petto di lui dove entrambe, con bocche ancora avide, si ristorarono con così viril ambrosia.


Flutti per canotti caldi


La seconda cassa, mollata di schianto sul pavimento, era finta in pezzi. Fortuna boia, una bottiglia soltanto si era fracassata, la puzza di birra, con quel caldo da cammelli, arrivava veloce come un calcio in pancia. Le donne reggevano bene, si erano lavorate un paio di bottiglie e adesso, gola sfondata di una vacca, si erano fiondate sulla seconda cassa. Oziavano stravaccate sul letto di Mauro, tanto quello chissà che giri stava facendo, e gli bevevano tutta la sua sacrosanta roba. Mica si fa, senza neanche aspettare, che cazzo. Chiara era ribaltata con la testa all'indietro sul bordo del materasso, si stracciava il vestito di dosso che le si era appiccicato tra lo schifo sudore e quella birra maledetta. Era lunga che pareva una candela, mezzo nuda con tutta la mercanzia di fuori, sarebbe stato uno sforzo cane mettere quella plasticità sulla tela, c'aveva lavorato metà pomeriggio, poi gli mancava un colore, merda!! Non avrebbe mai trovato quello che cercava, era da due ore che non si faceva vivo. Intanto la seconda girava fra quel casino e sollevava le tele appoggiate al muro per spiarle, se l'avesse beccata sai quante botte, era geloso del mestiere, della fatica nera che costa stringere una donna intera su di una stoffa piatta e indurita di gesso. Lavoro infame. Intanto Maria spiava, che facesse pure, bastava lasciare tutto com'era, anche questo abbozzo di Chiara. Era strano vederla dipinta, sembrava più bella, meno... Su quella coperta sudicia, i seni dritti verso il soffitto e le gambe scomposte, gli colava il sudore dalla fica, aveva l'aria di esser roba da bere, chissà. Con la lingua, che non voleva svegliarla, assaggiava quella stanchezza e quel caldo che veniva giù a gocce, era buono, poco ma mica male. Allargava con le dita e ciucciava, piano piano, la mano libera era salita verso una tetta che cominciava a tremare. Era troppo sbronza per farla smettere, Chiara mugugnò qualcosa ma Maria, la bocca piena, non rispondeva. Strano spettacolo, anche per chi mastica la verità con gli occhi, Mauro era inchiodato sulla porta a mani vuote. Stava al cinema, manco aveva pagato il biglietto, "Orgetta lesbo tra modelle bevute", roba da fare un baffo. Pareva che la birra gli finisse nel cazzo, stava duro sotto i calzoni che pareva una pistola, un dito puntato contro quelle maledette che non volevano farlo lavorare in pace. Cercavano una punizione esemplare, l'avrebbero avuta: estrasse l'arma e la infilò con destrezza tra le mutande e la passera di quel culo prono sul letto, quella non faceva neanche un verso, alla faccia della sete! Se la stava spassando a fare un pochino dentro e fuori quando a tradimento Chiara si alza, resta a guardarli intontita e si lancia su un'altra birra. Per resistere dassola all'attacco, Maria si era accucciata sul letto, le gambe sotto il corpo e la faccia nel cuscino ma, caldo ladro, a momenti non gli va giù il respiro, scatta e Mauro se la trova seduta sopra. Adesso prudeva all'ubriacona, rimasta senza la sua cagnetta. Sistematasi sulla faccia, gli premeva il culo sul petto mentre lui con la barbetta gli grattava poco sotto il posto dove la linguaccia faceva da cazzo. Era da matti, si divertiva da farsi venire un colpo. Roba che a momenti gli veniva, quando la bimba piena di birra e di lingua, facendo in tempo appena a tirarsi indietro, cominciò a fargli piovere addosso la sua acqua calda e odorosa di malto. Si alzava lentamente e continuava a pisciargli addosso, lo inondava sul petto e giù nel materasso, gli inzuppava la schiena fino al culo. Una pisciata da non credere, era almeno un minuto che Chiara lo indorava, prima a fiotti bollenti, poi, tentando di fermarla con la mano, a getti e spruzzi, fino agli schizzetti nervosi e pelvici delle ultime goccine. Da restarci secchi! E'in queste occasioni che si misura la distanza dall'arte al mestiere. Egli si liberò da Chiara e mise Maria su un fianco. Con un dito fradicio cominciava a spingere attorno al culo di lei, lentamente attorno al muscolo poi un poco dentro. Quello rispondeva strizzando e scuotendosi, adesso gli si stringeva attorno al dito che stava cercando qualcosa. Raccolse un pennello da terra, con il manico lungo e sottile, lo infilò assieme al dito e raggiunse una profondità maggiore. Trovata! Maria non poteva resistere e si lasciava andare piano, gli scendeva lungo le budella lentamente, adesso il buco era libero e Mauro l'aveva sistemato due dita fuori dal bordo del letto. La lasciò per un secondo mentre cercava la tavolozza nel disastro del pavimento. Chiara si era rimessa in posa, mostrando un intuito insospettabile, visto il fiume di birra che si era bevuto. Quando trovò quel pezzo di legno il miracolo si stava già compiendo, il suo sospirato marrone arrivava, ce n'era già un poco a farsi vedere per terra ma lui, cazzo, voleva soltanto colore puro: gli aveva sistemato l'aggeggio sotto il culo e prendeva con le mani tutta quella benedetta cacca che usciva. Maria rideva convulsamente in faccia alla modella: sarebbe stata ritratta con la sua merda, che premio infinitamente più dolce d'una mela dorata per la puttana vanità femminile!

Caldo schifo! Con quattro birre ghiacciate nella pancia era già la seconda volta che inondava quel lurido cesso da spiaggia. E'che così non poteva mica continuare, schifa estate, o, questa volta, ci lasciava le sospirate cuoia. Al sole, poi, pareva non ci fossero altro che cazzi e questo, credetemi, non l'aiutava davvero a rilassarsi. Stefania avrebbe dovuto fiaccarsi altro che di birra, per non incollare gli occhi su tutta quella carne che indovinava gonfiarsi sotto gli aderenti costumi. Con quelle tette che continuavano a gocciare sudore, poi, era una maledetta lotta, infilarsi sotto la doccia voleva dire muoversi ma, pigrissimo culo, non se ne parlava nemmeno. Il freddo le avrebbe drizzato due chiodi che rischiavano di bucarlo, il suo dico, di costume; però a pensarci quel bel manzo laggiù forse c'avrebbe buttato gli occhi... Si trascinava in spiaggia solo quando il sole rompeva le pietre, restava incollata su quel lettino a godersi lo spettacolo di maschi mezzi nudi, quasi sola con loro, aspettando l'occasione di farsi fottere o, se andava male, di farsi una bevuta a sbafo chiusa in un capanno con un cazzo tra le labbra. Pareva che buttasse niente bene oggi, giorno schifo. Con le gambe piegate ed un poco aperte era la fotografia della voglia, attendeva la preda come una tagliola pronta a intrappolare il primo coglione che si fosse avvicinato. Era una macchina troppo collaudata per non colpire: il manzo che era stato puntato cominciava a stare scomodo sulla plastica appiccicosa del suo lettino e, con una frequenza ormai inequivocabile, buttava l'occhio tra le cosce di lei più che sul volto. Quando fu abbastanza vicino da sentirne l'odore, porco caldo che avrebbe fatto puzzare anche un gelsomino, ella allungò certa l'esperta mano. Non avrebbe sperato in una pezzatura così generosa, sotto la tela elastica e bollente, strizzava tra le dita una cappella pulsante e umida. Il resto dell'aggeggio non tardò a fare capolino dall'elastico, gli occhi di lei prendevano le misure di quel trapano che l'avrebbe aggiustata, forse un poco, pure rotta. Giorgio non faceva parole, l'aveva pescata qualche giorno prima uscire dietro un paio di culi da un gabbiotto e non aspettava altro che il suo turno. Pensava che sarebbe stato duro, con quel caldo, lavorarsela ben benino ma, fanculo al rispetto, gli fregava solo di riempirla: al diavolo chi arrivava per primo alla meta! Per portarsi avanti col lavoro gli mise quel paio di dita in bocca e, presi un paio di morsi e quanta saliva bastasse, infilò la mano sotto gli slip arrendevoli di lei che, allacciati da tanta padrona, cedettero di un botto proiettando di fuori due cicce labbrone sudate. Se non fosse che voleva infilzarla, di mano non andava nemmeno male, ma quando mai avrebbe avuto la spiaggia così vuota! La spinse indietro e gli si mise sopra, quella protestava un poco per il peso ma il cazzo compensò presto il fastidio. Pompava lento, con il sudore che gli grondava dalla fronte, quando sentì un fottuto calcio nel culo. Era uno dei due uomini del giorno prima, rompeva le palle perché non era stato avvisato, che cazzo, doveva mettere fuori i manifesti prima di fottersela? Giorgio fu costretto a sistemarsi di schiena, non prima di esserselo fatto succhiare a dovere per poterglielo ficcare agevolmente tra le chiappe, mentre quello scassaminchia di Flavio prendeva la mira tra i sussulti per colpirla davanti. La godona era tutta una scossa tra quei due arnesi, sudava maledettamente da ogni poro ma, tra lei e i due compagni, si respirava un solo pungente odore di sesso e rabbia. Ottimo richiamo per il terzo serpente che, non vedendo altra fessura, si infilò, ancora un po'molliccio, a farsi scaldare dall'alito rovente di lei. Estate benedetta! Godeva senza sosta da un buon quarto d'ora, s'era fatta una bevuta da Paolo che a momenti soffocava, e gli colava un poco di quel liquidaccio appiccicoso dalla passera, ma quello che lavorava di sotto non accennava a smettere e gli altri due, respirando a fatica, stavano per tornare all'attacco. S'era messa carponi, sopra il lettino, e Giorgio continuava a fare dentro e fuori da quel bucaccio, Flavio aveva preso il posto di Paolo e lei succhiava come se volesse prendersi l'anima da quell'affare attaccato al corpo di lui. Paolo intanto le aveva levato il reggiseno e se ne stava accucciato ad asciugarle le poppe con quasi tutto un capezzolo in gola, con la sua grossa mazza che stentava a riprendersi da sola. Stefania aveva mestiere, questo è sicuro, perché riuscì ad allungare una mano e a trovare l'aggeggio, ragguardevole per dimensioni anche se per nulla sodo, e a menarlo stingendolo e lisciandolo, sguainandolo e toccandone il sensibile contorno della cappella. Tanta perizia fece di quella salsiccia un duro bastone che presto, non accontentandosi della mano soltanto, faceva puntare, al corpo da cui si alzava, lo sfaticato Giorgio che stava per arrivare. Quando finalmente i suoi schizzi gommosi si sparsero sulla schiena fradicia di lei, senza perdere inutile tempo, Paolo prese il posto del compagno. Egli preferiva la fessa al tondo, bagnò la mano e si accarezzò la punta del trapano. Questa faticò non poco ad entrare, furono forse i colpi di reni insistenti e nervosi che, dopo aver vinto anche l'ultimo attrito, scossero a tal punto tutto il corpo di lei da anticipare il goal di Flavio e da farle sboccare un po'di quella robaccia dal naso. Adesso restava Paolo soltanto ma, grazie alla stretta bagnata da qualche stilla di sacrificale sangue, furono pochi colpi a separarlo dagli altri. Non c'era molto da dire, i tre cazzi fecero ritorno nei loro costumi e la fiaccata provocatrice, raccolti i suoi resti, trascinò il suo pigro e colante culo sotto la gelata doccia.


Psicopatia


L'appuntamento Ivan l'aveva deciso per il primo pomeriggio. Era fresco autunno e le foglie, seccate dalla tramontata estate, giacevano agonizzanti sul suolo. Non poteva ignorarle lungo il suo cammino, talvolta si chinava per toccarle, come ad accertarsi che non soffrissero o avessero ancora qualcosa da dire. La porta, certo, doveva aprirla. La chiave stava nelle sue mani e lui era immobile, rispecchiato nel vetro smerigliato dell'insegna. Doveva aprirla, infilò la chiave, un tintinnio di vetri, era aperta. Il passo più difficile era stato compiuto. Adesso preparava sereno i ferri, sistemati uno di fianco all'altro sul tavolinetto, scaldava l'acqua e avvicinava tutto l'occorrente. In una calma innaturale. "Mi prenderò cura di te", le uniche parole con le quali la accolse, appena entrò dalla porta fermandosi proprio sulla soglia, così come le aveva chiesto di fare. Lentamente prese il suo maglione, conducendola per mano, la mise a sedere sulla poltrona. Questa era il centro di tutto: l'aveva scoperta alcuni mesi prima, in una scalcinata bottega da barbiere della provincia; le aveva fatto capire che doveva farlo, il ferro laccato di bianco, il poggiatesta di cuoio segnato dall'usura, il poggia piedi con la striscia di gomma nera. Era il centro di tutto, sarebbe stata il loro ultimo tabernacolo. I suoi gesti, il suono delle forbici, erano ipnotici; i capelli cadevano a piccole ciocche sul pavimento di consumate piastrelle. Quando fu coperto e biondo, egli la baciò teneramente sulla fronte. "Perché mi fai questo?", fu la prima delle domande a cui ella non ebbe risposta. "Perché mi fai questo?", un affilato rasoio finiva la paziente opera delle forbici fino a quando, coprendola ancora di baci, la contemplò completamente calva nell'argento sottile dello specchio. Qual'era dunque la malattia infame, la perdita, lo smarrimento? Carezzava dolcemente la pelle resa sensibile dall'affilata lama, dopo quella le candide labbra e gli occhi, che chiudeva con quel gesto traboccante di lentezza e tensione. Ella capì che doveva togliersi la camicia e, quasi staticamente, le dita di lui fecero scivolare i bottoni all'indietro nelle asole. Fu turbato nell'avvertire l'immediato calore della pelle di Paola dove avrebbe creduto altra stoffa. Rimase per un istante incerto ad osservare il seno rotondo palpitare assieme al respiro agitato ed assieme sospeso di lei. Ora le muoveva il braccio sinistro in modo che la mano sfiorasse la spalla destra passando dietro la nuca; in quel modo scopriva la rada peluria che, tenerissima e quasi trasparente sul seno, si faceva via via più consistente sotto il braccio. La lama del rasoio, che non aveva mai abbandonato, lasciava al suo passaggio pelle liscia come seta. Quando ebbe finito anche coll'altro braccio posò la lama e prese dallo scaffale, coperto di anonime boccette, una capiente bottiglia di unguento canforato. Versandosene soltanto poche gocce sulle mani, carezzò tutta la pelle esausta, della testa e delle braccia, il seno lattiginoso e quella che, del torace, non poggiava sul sedile di cuoio. Nell'odore opprimente della canfora Paola indugiò coi profondi occhi sul volto sereno di lui, "Parlami della colpa, non tacere il dolore". Neppure questa volta egli dischiuse le labbra. Preparava, invece, in una bacinella di ferro smaltato, una schiuma bianca e soffice che cresceva naturalmente di volume. Con il pennello di soffice setola depositò un lieve strato di quella sulle sopracciglia di lei, massaggiò coi polpastrelli quella delicata e chiarissima pelle e, seguendo un istinto che gli era irrinunciabile, asportò quell'ultima peluria dal volto di lei. Ora voleva che si alzasse; con una sola mano, mentre con l'altro braccio l'attirava a se, fece scivolare all'indietro i bottoni dei pantaloni di lei che caddero inanimati al suolo. Ivan si appoggiò in un abbraccio pieno di fiducia ed attesa al suo corpo esitante, la mano dell'unguento ne percorreva la schiena mentre il petto era premuto contro i vestiti di lui. Dovette allontanarla quando si rese conto che ella avvertiva, attraverso la sottile stoffa dei pantaloni di lui e delle sue mutandine, il suo sesso che iniziava a prendere forma. Per quell'unione materna era un'insulto troppo grave. Inginocchiandosi fece scendere anche l'ultimo velo che la copriva. Di nuovo era seduta su quella sedia; egli baciava, serrando in una smorfia le palpebre, la lanugine incolore e quasi infantile che proteggeva la seconda bocca di lei. "Potresti mai cibarti di me?", furono le sole parole di Ivan dall'inizio del rito. Con il medesimo pennello prese a cospargere quel luogo che recava ancora, nei fremiti, i segni dei suoi baci. Il piacere di quei gesti, così innaturali e svuotati da ogni senso, spinsero Paola ad afferrarsi rabbiosamente ai braccioli della sedia e ad infliggersi coi denti profondi segni nelle tremanti labbra. Sapeva di non poter, in nessun modo, emettere un suono, non doveva, assolutamente. Ogni movimento del rasoio si tramutava in un morso tra il piacere e il dolore. Tornava lentamente bambina, ingigantita caricatura di un feto o di un lattante, folle combattimento con un tempo ora definitivamente fuoriuscito da lei. L'opera era ultimata, Ivan, fermo con le gambe tese ed impercettibilmente allargate, beveva quella reincarnazione di se stesso, di ogni essere mai vissuto. La poltrona accoglieva il primo simbolo, il più importante tra tutti. Con pochi gesti fu, davanti a lei, senza più alcun vestito. Paola non provò affatto stupore nel constatare il corpo di lui ossessivamente depilato. Nude le affusolate gambe, il torace ampio e disegnato, il capo fino ad allora coperto da un cappello, il volto di tenerissima pelle, il membro spogliato e infantilmente glabro. Egli la cospargeva d'unguento, inclinando al contempo la sedia, cospargeva se stesso e sfregava il suo corpo contro quello di lei. Erano uniti, il fallo nudo penetrava la nuda bocca al centro del corpo di lei, la pelle cosparsa d'unguento spargeva, per calore e sfregamento, un soffocante odore di canfora. Le mani di lei affondavano le unghie nella carne premuta sul suo corpo, infliggevano al suo avversario un dolore infinitamente dolce che egli ricambiava spingendo sempre più a fondo, desiderando allo spasimo di tornare nell'utero primitivo dal quale era stato cacciato. Perse i sensi, le narici dilatate nella ricerca d'ossigeno, la testa reclinata all'indietro e il corpo intero cosparso dalla follia, dalla sete di Ivan. Quando riprese coscienza egli dormiva, sereno sul volto un sorriso di bambino, col capo appoggiato alle accoglienti svestite labbra, soltanto un poco dentro quella verità dove aveva disperatamente tentato di ritornare.


Insegnare, questo era l'imperativo. Massimo era rimasto con il suo allievo nella stanza ad aspettarla per più di un ora; il piccolo non sapeva esattamente cosa sarebbe accaduto, il suo maestro era stato abbastanza laconico, aveva accennato ad un'amica, niente più. Mentre attendevano aveva steso sul letto un panno bianco, chiarissimo, aveva spiegato che sarebbe servito per mettere in evidenza qualcosa; l'alunno non era mai stato attento come in quel giorno, sapeva che l'attendeva qualcosa di nuovo, di completamente diverso. Era vestito con una canottiera leggera e un paio di pantaloncini da mare, settembre in arrivo non aveva ancora portato con se il fresco dell'autunno. Massimo si guardava attorno nervosamente, controllava che non mancasse nulla, ma non poteva neppure tradire l'argomento della lezione, era l'ultima e la più inattesa. Quando il campanello risuonò ebbe un sussulto, "Vai ad aprire, Marchino"; entrava dalla porta l'oggetto della lezione: sola, stupita, sottomessa. Qual'era la forza che la costringesse non fu mai chiaro, neppure quando tutto fu finito; ella non avrebbe mai creduto di poter arrivare a fare una cosa del genere, ma era in sua completa balia. "Il suo nome è Chiara", l'unica presentazione che venne fatta. Massimo l'accompagnò verso il letto dove la fece sedere. "Oggi conoscerai l'ultimo motore, il fatto che ci distingue da ogni altro essere vivente, l'unico valore", condusse il piccolo vicino al letto e appoggiò la sua mano esitante sulla gamba liscia di lei. Gli occhi chiari guardavano quella mano di bimbo, sembravano avvertire il calore che si propagava da quella curiosità al loro corpo. Egli spogliò paterno Marco dalla canottiera, il suo corpo esile ed infantile restava immobile davanti a quello di lei, prese una mano della donna e la posò su quel torace nudo che respirava ritmicamente. Massimo baciò la mano, il braccio e il volto di lei; vicino alle labbra, vicino al collo proteso, dove la stoffa della camicia celava il resto. Condusse l'altra mano di lei verso la bocca del giovane allievo che stentò ad aprirla, quando ebbe accolto le dita di lei egli le ritrasse e le abbandonò su quel ventre minuto e glabro. Chiara aveva compreso ogni cosa, mollemente lasciò scivolare le dita sotto i pantaloncini, indovinava nei gesti agitati di Marco il pudore bambino che cercava di schernirsi. Massimo lo spogliava anche di quell'ultimo indumento, in una breve, muta protesta e lei, le dita ancora umide, accarezzò il piccolo segno della sua mascolinità. Quello si era pigramente ingrandito, inesperto ancora, non aveva nemmeno conosciuto la mano del corpo suo, nemmeno s'era mai bagnato nella notte. Era Chiara, adesso, che veniva privata dei suoi corti pantaloni attillati. Si era dovuta alzare, abbandonando l'amante bambino, gli aveva volto le spalle ed ora mostrava candide natiche a quel volto curioso. Massimo la piegò lentamente sul bordo del letto, le allargava un poco le gambe e mostrava quello spettacolo profondo ed oscuro al piccolo discepolo. Calandosi i pantaloni mostrò poi presto un vessillo assai più imponente di quello di lui, appena indagato. Marco guardava assopito nella folta peluria di lei, con le mani che mancavano di pudore allargava ancora le natiche e cercava il segno che voleva celarsi, nascosto dentro il corpo. Le sue piccole dita conoscevano quel nudo buco che gli stava davanti agli occhi, lo misuravano entrandovi un poco, ma nulla sapevano di quel gonfiore che sembrava venire dal davanti dove mancava, sorpresa modesta, quello che eretto stava ora tra le sue gambe. Allontanando le giovani mani, Massimo introdusse adagio il suo membro rigido e liscio in quel luogo profondo e misterioso, l'alunno attento e la donna gemente, senza muoversi affatto, le mani aggrappate alla bianca stoffa del letto. Con movimenti tranquilli, di chi conosce, a tratti almeno, il futuro, egli entrava ed usciva davanti agli occhi affamati di Marco, preparando per lui una nuova sorpresa. Una schiuma bianca, calda e copiosa, usciva infatti violenta dal membro che lui, per favorire miglior comprensione, aveva appoggiato sull'arcuata e limpida schiena di lei; fu da quell'acquasantiera che ella raccolse, prima di girarsi sul dorso, il prezioso liquido con cui battezzò il piccolo, eretto fallo del suo più giovane amante. Massimo lo sollevò da terra, mise quel corpo leggero sopra quello di lei, lasciò che si abituassero per un poco l'uno al calore dell'altra. Pareva un abbraccio di madre ed assieme di sposa, le mani di quel figlio volevano aprire e conoscere le labbra ignote e il misterioso alveo che esse chiudevano. Fu Massimo a condurvi il fallo glabro del suo allievo, aprì ancora un poco la carne di lei e vi premette dentro quel minimo segno di uomo che ella aveva sporcato del suo seme. Le prime spinte furono mosse dalle braccia di lui che muovevano il leggero copro di Marco su quello sconvolto ed assieme accogliente di lei, ma presto, la lezione era prossima al termine, fu lui da solo a fare di Chiara la sua prima e indimenticata amante. Perché il rito fosse completo, che anche lei finisse nel piacere, Massimo fece del suo dito un secondo amante e teneramente, per non disturbare quell'unione così innocente, rientrò con quello nel buco che l'ormai cresciuto allievo aveva compreso per primo. Massimo uscì dalla stanza lasciando quei corpi assopiti uno dentro l'altro, sfamati, soli, bagnati. Aveva di nuovo generato un mostro, un altro uomo era pronto per fuggire dalla squallida vita.




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