FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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EFFETTO PLACEBO

Paolo Viglione




Dal "Manuale Introduttivo di Medicina Generale", XI Edizione.

"...occorre poi tener conto, durante la sperimentazione di un nuovo medicinale, del cosiddetto "effetto placebo": si tratta di un fenomeno osservabile quando si somministra ad un paziente un prodotto del tutto inerte facendogli credere si tratti di un vero medicinale. Spesse volte si ottengono dei reali miglioramenti della sintomatologia. Questo sconcertante comportamento psicosomatico non deve essere sottovalutato: l'importanza e la portata dell'effetto placebo sono ben noti, ed a tal proposito si racconta - ma non si sa se sia vera - la storia di Anders Peterson..."


La situazione non sarebbe stata neppure troppo tragica, se Anders non fosse stato morso a tradimento dal cavoletto andalusino.
Ora il cavoletto lo fissava, gli occhi cisposi e pieni di odio nascosti tra le foglie semichiuse. Era caduto a terra di fianco al sentiero, quando Anders aveva scrollato la cesta dei campioni.
- Stronzo! - urlò il dottore al vegetale. Ma naturalmente sapeva che era tutto inutile: i cavoletti andalusini sono completamente sordi. E poi, quello era spacciato.
Gli amici, i colleghi, insomma gli altri cinque componenti della spedizione di Anders non ce l'avevano fatta: erano tutti morti, dopo essersi contorti urlando per qualche minuto. La tossina del cavoletto era del tutto innocua fino all'arrivo della primavera, ed Anders ed il suo gruppo avevano creduto di avere ancora molto tempo davanti a loro. Purtroppo Gibson, il cuoco, si era dimenticato quattro giorni prima di girare la pagina del calendario, e la primavera li aveva colti impreparati. Con un giorno di anticipo, al sorgere del sole, i cavoletti erano diventati cavoletti amari, assassini. Il primo era stato Simmons: non aveva i guanti prescritti dal regolamento, come tutti d'altronde, ed aveva tentato di avvertire gli altri urlando. Ma tutti e cinque erano stati morsi quasi contemporaneamente; e quasi contemporaneamente, mezz'ora più tardi, erano morti.
Anders era andato a prendere acqua alla sorgente, e questo l'aveva salvato. Era tornato al campo di corsa, alle urla dei suoi compagni, ma era troppo tardi: occorrevano almeno quattro ore di marcia per raggiungere la tenda-base e l'antitossina. Dopo un quarto d'ora di spasmi terribili gli ex compagni di Anders erano caduti in coma.
Lui si era chiesto che fare: l'elicottero del progetto sarebbe arrivato solo il giorno dopo, e rimanere a vegliare i malati era impensabile. Durante la notte i pendii andalusini diventavano riserva di caccia indiscussa delle carote carnivore multifilanti e dei coyotes.
Alla fine, verso le due del pomeriggio, aveva deciso di dar loro degna sepoltura benché fossero ancora in coma. Nessuno si era mai ripreso dopo un morso del cavoletto andalusino, e quindi non era inutile rimandare quel rituale.
Dopodiché si era avviato verso la tenda-base. Non poteva comunicare con la direzione del progetto per colpa delle montagne tutt'attorno alla valle, ma la mattina dopo sarebbe arrivato l'elicottero per riportarli a casa.
Ma ora c'era un problema ben più grave: era stato morso a sua volta da un cavoletto. Lo schiacciò con furia, mentre quello agitava inutilmente le foglie. Tutti i cavoletti amareggiati (ovvero già in grado di secernere la tossina mortale) schiattavano subito dopo aver morso la preda, visto che il morso stesso avrebbe dovuto rappresentare la fecondazione della cavolina andalusa e quindi il coronamento della vita di un cavoletto.
Gocce di sudore imperlavano la fronte di Anders. Doveva rimanere calmo: OK, era stato morso anche lui dal cavoletto, ma non avrebbe fatto la fine dei suoi compagni. Lui aveva ancora almeno venti minuti a disposizione prima di cominciare a star male, ed era a meno di duecento metri dalla tenda-base.
S'impose di non correre. All'altitudine cui si trovava non aveva molto fiato. Per di più il moto e l'accelerazione della circolazione sanguigna non avrebbero fatto altro che aiutare la tossina a spandersi nel suo corpo.
Mentre camminava a passo sostenuto e si malediva per aver riportato indietro la cesta per i campioni, riepilogava quello che avrebbe fatto appena giunto alla base. L'operazione era semplicissima: gli sarebbe bastato andare all'infermeria, aprire la cassetta sigillata dei medicinali, recuperare la scatola del digivarifosfetonil ed ingoiarne una pastiglia. Magari due, per sicurezza.
Il sentiero terminò bruscamente davanti all'ingresso della tenda. L'ora! Che stupido! Perché non l'aveva guardata subito? Cercò in tasca il cronometro, e lo fece partire. Dunque, aveva forse già perso tre - no, facciamo quattro - minuti lungo la strada. Aveva ancora un quarto d'ora davanti a sé. Una vita, in tutti i sensi.
Ebbe un moto di stizza, accorgendosi che perdeva tempo a far calcoli invece di aprire la porta, e lacrime amare di rabbia e panico gli salirono agli occhi. Si sforzò di ignorarle mentre inseriva la propria tessera nel lettore della porta. La mano gli tremava.
Stupido! Il digivarifosfetonil ti salverà. Funziona sempre. Beh, nel 99.4% dei casi, se non sbaglio. Stà calmo, calmo, calmo...
Si precipitò dentro la tenda, e poi via verso l'infermeria senza neppure richiudere la porta dietro di sé. Sarebbe stata una grave dimenticanza, ma in quel momento gliene importava ben poco.
Accese la lampada alogena vicina al soffitto. Ormai fuori era quasi completamente buio.
- Maledetto, stupido cavolo! - sibilò tra i denti, mentre metteva all'aria lo stipetto dei medicinali. Alla fine trovò la confezione del digivarifosfetonil, e si accorse di piangere di gioia.
Il digivarifosfetonil stimolava la secrezione di antitossina naturale da parte di una ghiandola del corpo umano, normalmente inattiva. Ne bastavano trenta milligrammi (di antitossina naturale, pari ad una pastiglia di digivarifosfetonil) per bloccare completamente l'azione del cavoletto andalusino.
Anders si accorse che la confezione era già stata aperta. Guardò dentro la scatola, e la vide vuota, a parte un blister quasi completamente usato. Sentì il sangue pulsargli nelle tempie. No, non era possibile che...
Prese il blister tra le dita, e quello gli cadde per terra. Con un moto isterico lanciò la scatola vuota contro la parete della tenda, dopodiché si buttò a terra, per recuperare il blister.
Nella confezione di plastica a bolle ed alluminio, rimaneva un'unica pastiglia.
Anders si ripulì gli occhi dalle lacrime, li sbattè più volte, ma ancora leggeva la stessa cosa: "Aspirina".


I quattro minuti che seguirono non edificano certo la figura di Anders come uomo dal sangue freddo: il dottore urlò, sbattè la testa contro il muro, pianse a dirotto e fece a pezzi quasi tutto quello che gli capitò sotto tiro. Il suo cronometro segnava ormai dodici minuti che, sommati ai tre o quattro iniziali, riducevano la sua distanza dalla pazzia e dalla morte ad un valore facilmente conteggiabile sulla punta delle dita.
Quando il cronometro passò a tredici, Anders ebbe un momento di lucidità. Pensò all'effetto placebo.
Sapeva, l'aveva letto da qualche parte, che dei pazienti infarciti di pillole allo zucchero e convinti di assumere digivarifosfetonil avevano spremuto psicologicamente le proprie ghiandole fino ad ottenere quindici o sedici milligrammi di antitossina. Se l'avevano fatto loro...
Si sedette a terra, appoggiando le spalle alla parete della tenda. S'impose di non guardare il cronometro. Dunque, ragionò, l'effetto placebo esiste ed è provato. Perché non usarlo? Quei pazienti hanno prodotto da soli l'antitossina, senza l'aiuto del digivarifosfetonil. Perché non dovrei riuscirci io?
Certo, si disse subito dopo, anche quindici milligrammi di antitossina non mi darebbero la certezza che...
Si riscosse da quei pensieri. Aveva bisogno di positività, totale ed assoluta! La mente batte il corpo uno a zero. Quindici milligrammi sarebbero probabilmente bastati a farlo rimanere vivo fino all'indomani, fino all'arrivo dell'elicottero.
Si concentrò sull'antitossina. Doveva produrne, produrne un sacco ed una sporta. Cercò di stimolare mentalmente le proprie ghiandole, e gli venne voglia di andare al bagno.
Piantala! Hai pochissimo tempo!
Vero, e quindi si concentrò ancor di più.
Smise dopo meno di un minuto. Si sentiva idiota.
Certo, i pazienti ci riuscivano, ma loro erano convinti di aver assunto il digivarifosfetonil, lui invece sapeva di non averlo neppure trovato, lui sapeva che sarebbe morto, lui sapeva che sarebbe impazzito...
Si riprese dal pianto pochi secondi dopo. Aveva avuto un'altra idea: lui sapeva! Ecco la chiave! Quegli stupidi dei pazienti, quelle caviette umane, loro non sapevano. Lui sì.
Lui sapeva, lo sapeva scientificamente, che l'effetto placebo esiste. Lui sapeva che se solo avesse creduto di aver assunto il digivarifosfetonil, allora sarebbe stato proprio come averlo ingerito. Ma se sapeva questo, sapeva anche che per produrre l'antitossina naturale non era necessario usare il digivarifosfetonil! Lo sapeva in modo certo, scientifico, provato! Non c'era alcun auto-inganno, in questa sua convinzione!
Rise forte. Il suo cronometro segnava ormai diciotto minuti.
Aveva bisogno di un catalizzatore, però. Si stese per terra e raggiunse il blister e la pasticca di aspirina. L'aprì e la mise in bocca.
Sentiva di avere il mondo tra le mani, si sentiva potente.
- Questo è il mio digivarifosfetonil - disse in tono solenne, con la bocca piena di schiuma.
In quel momento si voltò ricordandosi istantaneamente di aver lasciato la porta del rifugio aperta, mentre una sensazione calda gli saliva per il corpo. Si rese conto in quel momento di essere un uomo morto: stava fissando negli occhi una carota carnivora multifilante.


All'inizio fu solo buio. Poi si ricordò di aprire gli occhi, e venne la luce. Stava fissando il soffitto candido di una stanza, ed era ancora vivo. VIVO! Girò lentamente la testa su un lato, ed una fitta lancinante gli trapanò il cranio.
- La carota carnivora multifilant...?
- Non sopporta l'odore dei, ehm, rifiuti organici umani - gli sussurrò una dolce voce femminile all'orecchio. - Ora dorma.
Anders svenne.


Una settimana più tardi era in grado di ricevere visite ed aveva ricevuto il permesso di sorbire le sue orripilanti pappette stando seduto nel letto. Nel pomeriggio del suo primo giorno di visite venne a trovarlo Mernon, il direttore del progetto "cavoletto andalusino".
Mernon era vistosamente a disagio, e si rigirava nelle mani la scatola - inutile e fuori luogo - di cioccolatini.
- Allora, sono vivo - disse Anders, per venirgli incontro.
- Eh sì - commentò Mernon sorridendo sollevato. - Eh già.
Passò una mezz'ora di silenzio.
- Un miracolo - disse poi il capo progetto, tutto d'un fiato.
- Lo sa?
- Del digivarifosfetonil?
- Sì.
- Già.
- Beh...?
Dopo dieci minuti passati in contemplazione delle proprie scarpe, Mernon alzò gli occhi e rispose: - Davvero un miracolo.
Anders non era molto soddisfatto dall'atteggiamento del suo capo. - Quanta antitossina hanno prodotto le mie ghiandole? - chiese, senza aspettarsi che Mernon conoscesse la risposta.
Quello, invece, la sapeva: - Sedici milligrammi.
Anders alzò gli occhi al cielo. - E tutto da solo! Grazie all'effetto placebo! I medici, qui, sono davvero sconcertati - ridacchiò, ma subito la mascella prese a fargli un male terribile.
Mernon riabbassò gli occhi al suolo. - Eh sì, - commentò. - In effetti il potere della mente sul corpo...
Il resto della visita, una mezz'ora ancora, passò nel silenzio più completo. Alla fine Mernon tolse il disturbo borbottando un "auguri" e gettando quasi la scatola di cioccolatini ai piedi di Anders.


- Non gli ha detto nulla, vero? - chiese il medico a Mernon.
Il capo progetto, appena uscito dalla stanza di Anders, lo guardò di sbieco. -
Beh, che ha prodotto sedici milligrammi...
- Sì, sì. Quello va bene. Ma il resto?
- No.
- Bene - il dottore sorrise, sollevato. - Sa, prima o poi glielo diremo. Ma se venisse a scoprire ora che si è sbagliato a leggere la scritta sul blister, credo che la cosa avrebbe un effetto negativo. D'altronde ha solamente confuso la scritta "digivarifosfetonil" con la scritta "aspirina". Non un errore, ecco, comune... Ma può ben capitare a tutti!
Mernon sorrise elusivo, senza manifestare alcun interesse per le parole del dottore.
- D'altronde - continuò quello senza arrendersi, - spero si renda ben conto che in pratica l'effetto placebo c'è stato comunque: il dottor Anders ha portato la produzione di antitossina da trenta milligrammi a sedici, pur sotto lo stimolo del digivarifosfetonil! Un risultato straordinario, anche se indesiderabile date le circostanze. Fortunatamente, però...
Mernon svoltò in un corridoio a sinistra, lasciando il dottore a metà della frase.


...questo aneddoto dimostra all'allievo come l'effetto placebo abbia portata straordinaria, e vada attentamente preventivato nell'eseguire esperimenti che aspirino a possedere validità scientifica.1

1Nota alla XVI edizione: L'episodio riportato acquista valore maggiore considerando la scoperta, avvenuta in tempi recenti, che il digivarifosfetonil non ha alcun potere medicamentale.2

2Nota alla XXII edizione: L'episodio riportato acquista valore ancor maggiore considerando la scoperta, avvenuta in tempi recenti, che il cavoletto andalusino non è affatto velenoso.




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