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PIOVONO PIETRE. OVVERO COME SI FILOSOFA CON IL MAGLIO SPAZIALE

Massimiliano Griner (Belfagor)




Un commento all'editoriale di Michele Ridi dal titolo "La via dell'arte", apparso in "Fabula Review", 2.


Allora, vi sono due personaggi che non devono assolutamente essere confusi. Il primo si chiama Friedrich Wilhelm Nietzsche, nacque a Roecken, nella Sassonia prussiana, nel 1844, e morì tra le cure del dottor Binswanger nell'anno 1900. La fama di quest'uomo è tale che non occorre spendere troppe parole per ricordarlo. Può essere utile però, per i nostri fini, ricordare che, quando egli era ormai gravemente malato, la sorella Elisabeth Foerster-Nietzsche, insieme con Gast, raccolse le ultime carte del fratello e le assemblò al fine di soddisfare le curiosità del pubblico europeo, ormai goloso delle opere del filosofo impazzito. Il librò che ne risultò venne intitolato "Das Wille zur Macht", "la volontà di potenza"; in esso viene compiuto il maggior tradimento dello spirito della filosofia di Nietzsche.

"Dopo aver composto numerosi frammenti, titoli, schemi di capitoli, Nietzsche rinuncia definitivamente a "La volontà di potenza" nel settembre 1888. Il materiale di essa è in gran parte confluito nel "Crepuscolo", nell'"Anticristo", ne "Il caso Wagner". Nonostante Nietzsche avesse rinunciato alla pubblicazione de "La volontà di potenza", la sorella di Nietzsche, Elisabeth Foerster-Nietzsche e Peter Gast pubblicarono nel 1901 e poi nel 1906 un'opera inventata, dal titolo "La volontà di potenza. Tentativo di una trasvalutazione di tutti i valori". Essa comprendeva frammenti scritti tra il 1883 e il 1888, arbitrariamente ordinati dai due con una serie di falsificazioni, tagli e aggiunte, al fine di dare al mondo l'opera più sistematica di Nietzsche" (Cazzullo, 1991: 2-3)

Esiste poi un altro personaggio, il cui nome è Friedrich Nietzche, senza la "s", che non va assolutamente confuso con il primo. In tutto e per tutto Nietzche assomiglia a Nietzsche, tranne che in un piccolo particolare: la visione del mondo. Ma vedremo che si tratta di una sottigliezza insignificante, almeno per Michele Ridi. Dimenticavamo: mentre Nietzsche nacque a Roecken, Nietzche nacque a Rocken.
Il Ridi fa ricorso all'opera citata, avvertendo, se non altro, che a causa di "edizioni distorte" essa si è prestata a fare da base involontaria dei totalitarismi del '900. Sarebbe curioso da parte di qualcuno basare le proprie osservazioni relative ad un autore basandosi su edizioni distorte delle sue opere. Si suppone che egli, accortamente, aggiri l'ostacolo facendo uso di edizioni non distorte. Ma qual è l'edizione non distorta a cui il Ridi potrebbe riferirsi?
Presumibilmente dovrebbe trattarsi di una edizione che rechi l'imprimatur dell'autore. Ma una cosa del genere non esiste: Nietzsche non fu mai nelle condizioni di poter giudicare "La volontà di potenza". Essa, come dicevamo, è un'opera spuria, che reca di Nietzsche solo il nome.
Ancora più curioso il fatto che, dopo la citazione di questa opera, il Ridi scriva: "Nietzche non utilizza un'esposizione canonica nell'espressione delle proprie idee: è visionario, profetico, parla per immagini (...) una scrittura sempre al confine tra affabulazione artistica e razionalità filosofica...". Quando, se vogliamo, una delle caratteristiche più eclatanti della falsità teoretica e compositiva de "La volontà di potenza" è proprio lo stile tradizionale utilizzato dagli estensori, ai quali non era ignoto che una scrittura totalmente aforismatica - quale quella a cui faceva ricorso l'ultimo Nietzsche - contrastava, come abbiamo visto, con la loro volontà di dare al suo pensiero una veste sistematica.
Ma spezziamo una lancia in favore del Ridi: probabilmente egli intendeva riferirsi ad opera diverse, precedenti; resta però da chiarire cosa lo spinga a riferirsi costantemente, e unicamente, proprio all'opera meno interessante, e meno autentica, di Nietzsche.
Ma questi sono appunti minori, potremmo dire "filologici": importanti, ma non decisivi.
Andiamo a vedere qualche questione di maggior rilievo teoretico.

"Ma cos'è il nichilismo?" domanda Ridi. Essere nichilisti, risponde, significa "smettere di credere nell'esisitenza di un 'sensò delle cose". Sembra molto chiaro. Eppure Ridi si guarda bene dal fornire una definizione di cosa egli intenda con "il senso delle cose". Sembra dare talmente per scontato che chiunque capisca cosa egli intende dire con questa breve espressione - "il senso delle cose" - che ogni richiesta di precisazioni risulta quasi scandalosa. Quasi come se un amico appena entrato in casa mi domandasse: "Ehm, Max, cosa intendevi con 'prendi una sedia e accomodatì?".
Purtroppo siamo abituati, nel linguaggio corrente, ad usare espressioni stereotipate che ci sembrano estremamente significative, delle quali ci siamo dimenticati di chiedere conto.
La parola "senso" ha molte accezioni. Molti usi. Devoto-Oli segnala come uno dei significati della parola "senso", quello che più sembra accostarsi alla accezione di Ridi, "congruenza con un ordine logico, con la verosimiglianza, e anche con la realtà effettiva e attuale". E come esempio del parlato cita: "oggi un simile progetto non avrebbe senso". Bè, questa sembra un'accezione chiara della parola "senso". Se non la conosco, potete insegnarmela, e dopo anch'io sarò in grado di farvi ricorso in modo significativo.
Disgraziatamente, il fatto che l'espressione che stiamo analizzando prevede anche l'occorrenza di una seconda parola, non ci è di gran aiuto, dal momento che questa parola è tra le più generiche che il nostro vocabolario contenga: "cose".
Ma in fondo, perché affaticarci tanto? è stato Ridi a fare ricorso a questa espressione per primo, e in un punto cruciale del suo scritto. Credo che l'onere di chiarire cosa intenda spetti a chi gioca in casa. O mi sbaglio? Per fortuna, poche righe dopo è lo stesso Ridi a venirci in soccorso. Precisa: "[i]l nichilismo come atteggiamento generalizzato è dunque la caduta dei valori, o meglio, della nostra fede nei valori". Il che fa pensare che Nietzche - non Nietzsche, attenzione alle lettere - pensi che, in definitiva, a franare è stata la fiducia nell'esistenza dei valori, non gli stessi valori. Qualche nuova informazione sul significato di "senso delle cose" ci viene dunque fornito. Nichilismo è:
1) "smettere di credere nell'esistenza di un 'sensò delle cose";
2) "la caduta (...) della nostra fede nei valori".
Se (1) e (2) sono equivalenti ("caduta dei valori" e "smettere di credere" sono espressioni sinonimiche, in quanto sono entrambe descrizioni del nichilismo) e se sono vere, allora possiamo dedurne al frase vera:
3) il senso delle cose è in qualche modo assimilabile ai valori.

"Un po' quello che è successo - continua Ridi - con l'affermazione del sistema copernicano, la terra è improvvisamente rotolata ai margini dell'universo, e con essa l'uomo". Un valore, tra i molti, uno dei sensi delle cose, era dunque secondo Ridi la centralità della terra. La credenza di essere, topologicamente, al centro dell'universo.
In realtà si potrebbe dimostrare che, storicamente, l'impatto del pensiero di Copernico in proposito fu marginale, come lo furono gli scritti di Niccolò Cusano prima e di Giordano Bruno in un secondo tempo. Fino a tutto il '500, predominante era la tradizione tolemaico-tomista: a questa derivazione della filosofia aristotelica era delegato il compito di spiegare la posizione topologica del pianeta Terra.

"Chiediamoci - scrive Ioan Couliano - se il sistema tolemaico-tomista poteva avere un'influenza psicologica equilibrante sull'individuo. La risposta è no, poiché questi apprendeva di trovarsi, in un certo senso, nella pattumiera del cosmo, nel suo punto più infimo. Nella cosmologia aristotelica, ciò che conta non è che la terra si trovi al centro dell'universo, ma che essa occupi il suo punto inferiore; che essa sia, per così dire, il polo negativo dell'intero cosmo e che in quanto tale non sicaratterizzi per una sovrabbondanza di essere, ma quasi per una privazione di essere" (Couliano, 1984: 298)
Non aveva forse insegnato Aristotele, tra le molte cose, che la terra è dominata dalla generazione e dalla corruzione, mentre il mondo superno era eterno e immarcescibile?
E non vi furono "contemporanei" di Copernico disposti a volgere le spalle al tomismo, come il cardinale de Bèrulle, autore del "Discours de l'Estat et des Grandeurs de Jesus" (1622), che vedeva nel Sole, centro dell'universo, lo stesso Gesù Redentore?
Allora, forse, l'esempio di Copernico non è dei migliori. Addirittura imbarazzanti quelli successivi: "la caduta di certezze che caratterizza la storia di questo secolo (si pensi alla teoria della relatività, alle geometrie non-euclidee) rende l'uomo simile ad un essere che cammina su un campo minato e si accorge dio avere in mano una mappa sbagliata, ogni passo è un passo verso l'ignoto".
Ho vissuto brevemente, l'ho ammetto, ed è la prima volta che mi capita di sentire descrivere delle grandi scoperte scientifiche come "passi verso l'ignoto". Potrei giocare con le parole, e, ignorando l'intenzione del Ridi, interpretare "passo verso l'ignoto" nel senso di "passo addentro l'ignoto che diventa, così, meno ignoto".
Ma le cose stanno altrimenti. Forse Ridi ha ragione. Non ci ha insegnato forse la teoria della relatività che _tutto è relativo_? (altrimenti perché si chiamerebbe così?). Almeno così sta scritto sui poster che raffigurano Einstein mentre fa le boccacce. E le geometrie non euclidee? non ci hanno forse insegnato che non esiste un unico modo di pensare alla geometria, quello a cui eravamo tanto affezionati? e il teorema di Goedel? dove lo mettiamo il teorema di Goedel?
L'uomo rimane di conseguenza inerte, come una ameba, sembra volere dire il Ridi, schiacciato dall'insostenibile peso del non senso. Ma per fortuna esiste un antidoto. Progettato dallo stesso Nietzche: egli "proponeva come superamento del nichilismo la tanto discussa teoria del 'Superuomo', (...) il 'Superuomo", non è altro che un uomo che ha il coraggio di accettare l'assenza di una scala dei valori, in pratica un uomo che reiterpreta il proprio tempo e la propria esistenza; nel paragone che abbiamo fatto poco fa, un uomo che butta via tutte le mappe e ricomincia a camminare guidato dall'istinto".
Il Superuomo di Nietzche però non si limita a disfarsi delle mappe su cui presumibilmente erano incisi i vecchi valori e le vecchie coordinate. Più che recuperare l'istinto, qualsiasi cosa questa parola voglia dire, Egli si trasforma in artista. Infatti, prosegue Ridi, "[d]alla lettura di alcuni passi della 'Volontà di potenzà si può trarre (...) la netta superiorità dell'atteggiamento 'artisticò verso l'esistenza rispetto a quello tradizionale". Anche in questo caso, Ridi si dimentica di precisare cosa intenda con "atteggiamento tradizionale verso l'esistenza". In effetti il panorama degli atteggiamenti verso l'esistenza sviluppati dall'umanità sembra presentare troppi possibili candidati perché Ridi se la possa cavare con tanta nonchalance.
Forse Ridi intende riferirsi alla visione scientifica del mondo, all'atteggiamento razionale, dal momento che qualche riga dopo accenna alla "prigione razionalistica"; che non è il Panoptycon di benthamiana memoria, cioè una prigione - un bagno penale - progettata secondo i dettami di una avveniristica architettura filosofica, bensì una metafora che allude alla razionalità, alla ragione, alla scienza.
"L'artista - prosegue Ridi - possiede la chiave per superare il nichilismo, nel comprendere la relatività dell'esistenza, egli afferma il proprio essere, e allora il vuoto di senso viene colmato dall'arte".
Ce l'abbiamo fatta. Ecco dunque il significato complessivo del pensiero di Nietzche. Il nichilismo ha abbattuto i valori. Copernico e Einstein hanno precipitato l'umanità nella "incertezza paralizzante", incertezza che costringe l'uomo occidentale ad una "accettazione dello stato di cose". Quali cose? ma come, che domanda! le cose. Quelle di "vedo gente, faccio cose".
Ma il Superuomo, l'artista, "un 'visionario illuminatò, un individuo in preda ad una 'ebberzza dionisiacà, ad un sommovimento interiore che lo rende improvvisamente partecipe di una Verità" - sono sempre parole del Ridi - consegna un messaggio di speranza: l'arte, capace di generare una cosa chiamata Verità.
Che cosa intenda Nietzche con la parola arte, ancora una volta non viene chiarito. Si tratta di qualcosa capace di "colmare un vuoto", dunque, evidentemente, una prassi generatrice di rinnovati valori. Nè viene chiarita, ma ormai ci siamo abituati, l'accezione della parola "Verità", che Ridi scrive addirittura con la lettera maiuscola. La "verità" con la iniziale minuscola è evidentemente troppo volgare per il Ridi che, nominando la Verità, è in cerca dell'Effetto sublime causato da una "ebbrezza dionisiaca", un "sommovimento interiore" dell'artista. Questa verità deve aver poco a che vedere con la accezione a cui facciamo riferimento noi comuni mortali, quella di verità come "rispondenza piena e assoluta con la realtà effettiva" (Devoto-Oli); o a quella, un po' meno grezza, ma non molto meno grezza, di Alfred Tarski.

Ecco perché in fondo non stupisce la citazione di Carlo Dossi con cui si apre lo scritto del Ridi (e con cui chiudo il mio): "L'entusiasmo artistico è un razionale delirio". Devo dire, con tutta sincerità, che questa frase, e in particolare l'uso desuèto dell'aggettivazione, mi hanno riportato a deliziose letture di infanzia. In una delle loro mirabolanti avventure, Asterix e Obelix si recano in Britannia, e finiscono per impratichirsi della lingua e dei costumi locali. Così, al momento dell'usuale redde rationem con le truppe romane colà dislocate, Obelix, in preda all'eccitazione, urla all'amico:
"Asterix, stanno arrivando le romane legioni!".
Ma questo non è che folklore, e il Ridi merita una attenzione ben maggiore. In fondo è consustanziale al suo modo di ragionare, e a quello di Nietzche, l'apprezzamento che egli sembra avere per questa espressione. "Razionale delirio" è un ardito accostamento di termini che le regole semantiche ci inducono a tenere separate. Ardito ma non significativo: diciamo, pseudo-significativo. Una frase che sembra dire qualcosa, e qualcosa di importante, dato che si tratta di un predicato relativo ad un soggetto come "l'entusiasmo artistico", ma che in realtà nulla dice. Al pari delle espressioni del Ridi dense di termini senza chiara denotazione che abbiamo testè esaminato, la proposizione del Dossi è solo un piacevole accostamento di parole, vorrei dire di suoni. Nessuno è in grado di dire cosa sia un "razionale delirio", o un "pietoso cinismo", o un "severo calembour", per il semplice fatto che l'uso significativo di queste, come di tutte le parole della lingua, sottintende delle regole di formazione che non possono essere ignorate. Fa parte della significatività della parola "delirio" il fatto che non la si deve accostare all'aggettivo "razionale". Non si deve non vuol dire che non si possa. A patto però di modificare il significato delle parole mentre le stiamo usando.
Sento già qualcuno rimproverarmi: "non essere testardo, hai capito bene quel che intendeva Ridi, o Nietzche, o Dossi. Non cercare il pelo nell'uovo. Anche se il linguaggio non è perfettamente adeguato a descrivere certe cose, tu hai capito benissimo il senso, e questo è quello che veramente conta".
Ebbene, non accetto affatto questa obiezione. Se anche fosse vero che io ho intuito vagamente quello che il Ridi intendeva comunicare, ciò non significa che quello che ha scritto sia intelliggibile. O significativo. Tutto ciò che ho intuito è la vaga idea di aver intuito. Credo di aver intuito che la citazione del Dossi abbia un significato. Ma non appena mi interrogo seriamente su quale mai esso sia, non so rispondere. Perché non posso rispondere e, nello stesso tempo, salvare le regole con cui comunico efficacemente con gli altri. Ripensandoci, la frase di Dossi un significato, seppure indiretto, lo ha. Ci dice che certe violazione di certe leggi semantiche producono effetti quantomeno interessanti, dovuti proprio all'accostamento di cose non accostabili, o non accostate. In alcuni casi, questi accostamenti producono effetti esilaranti: nella commedia cinematografica inglese "Antonia e Jane" una delle due protagonisti aveva uno zio ebreo antisemita (e in aggiunta, era minoritario anche come antisemita, nel proprio paese, la Gran Bretagna!). Ma fino a quando si tratta di provocare l'effetto comico, queste violazioni della semantica (in quest'ultimo esempio, delle aspettative culturali del pubblico) sono auspicabili. Il problema nasce nel momento in cui queste espressione pretendono cittadinanza nel regno delle espressioni significative, accanto a espressioni come "il gatto è sul tavolo", "il cognome di Ridi comincia con la lettera r", "F = ma", etc.
E questo è francamente intollerabile.


Bibliografia minima
-Cazzullo, Anna (1991) Nietzsche e il nichilismo, Milano, Cuem.
-Couliano, Ioan P. (1984) Eros e magia nel Rinascimento, Milano, Il saggiatore




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