FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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PIOVONO BACI. TENEREZZE MASCHILI E FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO.

Massimiliano Griner




Replica all'articolo di Michele Ridi dal titolo "grinerel".

"Totalità e assoluto non sono soltanto forme della categorialità del pensiero, ma possono essere anche una dimensione della pulsionalità dell'io, passione, scatto dell'anima, vita. (...) allora si potrà riflettere sul fatto che la crisi del soggettivismo fondante della filosofia contemporanea è crisi della soggettività che ha rinunciato a interrogarsi sulla validità del linguaggio simbolico e che ha preteso di trasformare la verità in validità, validità espressa attraverso l'enunciato di un giudizio evidente" (S. Zecchi, La bellezza, Torino, 1990, p. 137)

Dice il Ridi in "grinerel": "(...) Se è lecito a loro [Abbagnano, Heidegger, Vattimo] 'basare le proprie osservazioni relative ad un autore basandosi su edizioni distorte delle sue operé (sono parole del Griner), non vedo per quale oscura ragione non dovrebbe essere lecito anche a me!"

Bè, la risposta è semplice. Una delle premesse da cui muovo è l'assunto secondo il quale non possiamo avvalerci del criterio della "autorità". Sarebbe sviante motivare questo mio assunto, ma mi dichiaro pronto a farlo nel caso in cui mi sia richiesto apertamente. Seguire questa traccia ci porterebbe lontano dalla linea argomentativa che mi propongo di seguire. Il fatto che Heidegger abbia o non abbia dato importanza a La volontà di potenza, e così Vattimo, riguarda in modo diretto la biografia di Heidegger e di Vattimo, più che i contenuti de La volontà di potenza. Vi saranno certamente motivi pragmatici per seguire certe piste, certi percorsi, nel momento della propria formazione, ma, a meno che l'apprendistato non debba mai avere fine, verrà il momento in cui, affrancati dalla suggestioni del nome di Heidegger, o di chiunque altro, faremo uso esclusivamente delle nostre risorse: con Heidegger o senza Heidegger. Ma tornerò in seguito su questo punto.
Per quanto riguarda l'edizione usata dal Ridi nel suo editoriale, vorrei dire semplicemente questo. Nell'editoriale Ridi non ha precisato a quale edizione facesse riferimento. Non ha precisato di concordare con una interpretazione che attribuisce a Mazzino, sulla scarsa portata delle modificazioni e mutilazioni volute da Elisabeth Foerster-Nietzsche. Solo nella sua replica al mio "Piovono pietre" egli ha, giustamente, scoperto le proprie carte.
In questo senso, ignorando io a quale edizione e sotto quale interpretazione delle manipolazioni facesse riferimento, avevo tutto il diritto di mettere in discussione la pericolosità, e la illegittimità, del luogo su cui muoveva i suoi passi.
Supponiamo per un momento che io, citando "I protocolli dei savi anziani di Sionne", non menzionassi il fatto che, secondo accreditate ipotesi, si tratti di un falso. Anche se non mi dichiarassi mai apertamente a favore del loro contenuto, non sarebbe imbarazzante lasciare al mio lettore il compito di capire? non dovrei forse dichiarare la mia posizione personale davanti a materia tanto controversa?
Ridi invece ha citato un'opera sulla cui autenticità non esiste unanimità - mentre il fatto che essa sia stata almeno parzialmente manipolato è accettato dall'intera comunità degli studiosi. Era dunque suo compito fare preliminarmente chiarezza, indipendentemente dal fatto che il suo fosse "solo" un editoriale. In effetti, neppure concordo con una distinzione troppo ampia tra editoriali e, per esempio, articoli scritti appositamente per giornali specializzati. Vi sono differenze lecite, perché giustificate, e differenze non giustificate. La lunghezza appartiene al primo genere. Ma non la precisione, che si deve raccomandare sempre e comunque (moniti di Heidegger permettendo: ma questo lo vedremo in un secondo momento).
Per quanto riguarda la tesi secondo cui Elisabeth Foerster-Nietzsche abbia dato adito ad una immagine di Nietzsche facilmente utilizzabile come risorsa culturale dall'ideologia nazista, intendo affermare di non volere dire nulla in proposito. Sono già stato accusato di non conoscere Nietzsche, e dunque il mio declino all'offerta di trattare questo argomento non potrà nuocermi gravemente, anche se verrà attribuito all'ignoranza della materia. In verità, temo che questo argomento ci porterebbe lontano, e desidero trattarlo in altra occasione. Lungi da me in ogni caso quella volontà di "liquidare la 'Volontà di potenzà come il prodotto della ubris malata della sorella nazista di Nietzsche" che il Ridi mi attribuisce.
Io ritengo che La volontà di potenza non abbia risentito in modo grave delle manipolazioni, quanto del fatto che Nietzsche non l'avrebbe probabilmente pubblicata, se egli fosse rimasto in salute, dal momento che l'aveva già abbandonata, e parte del materiale era confluito in altre opere. Il modo in cui essa è stata riutilizzata in tempi diversi, ha però poca importanza ai fini del nostro discorso. Ma anche su questo ritorneremo in seguito.

Ad un certo punto di "Piovono pietre" ho manifestato con chiarezza la mia insoddisfazione per il modo vago con cui Ridi ricorre al vocabolario della nostra lingua. Egli ha fatto ricorso all'espressione "il senso delle cose", e ad alcuni termini come "arte", "istinto", e altri ancora. Prendiamo in primo luogo l'espressione incriminata utilizzata dal Ridi. Io mi sono limitato a chiedere ragione di questa espressione, di conoscere il modo in cui egli la utilizza. Supponiamo che io incontri un'altra espressione in cui la prima sia contenuta, ad esempio: "il fatto che mi è accaduto ieri mi fa dubitare del senso delle cose". Se Ridi non mi spiega cosa egli intende con la sua espressione, come posso operare quando ne incontro una simile che con la prima ha un certo grado di attinenza? come posso essere certo a priori che il significato a cui Ridi fa riferimento sia lo stesso a cui faccio riferimento io? Voleva egli alludere ad un ordine più o meno manifesto della realtà? voleva alludere a ciò che è il fine dell'esistenza umana?
Attenzione, le mie sono semplici supposizioni. Non intendo affermare che queste espressioni siano quelle con cui io traduco l'espressione criptica del Ridi. Lo invito solo a precisare, soprattutto nel nostro interesse di noi lettori, che cosa egli intenda.
Mi viene risposto che vi sono diverse giustificazioni al suo modo di fare ricorso al lessico:
"1) Esigenze di spazio
2) Volontà di non annoiare i miei lettori con un articolo troppo lungo e troppo pedante".

Per quanto riguarda i primi due punti, voglio ribadire con fermezza un principio che credo lo stesso Ridi, in altri casi, è portato ad accettare incondizionatamente. Quando noi, che gravitiamo intorno al circolo telematico di Fabula BBS, scriviamo qualche linea, suppongo lo facciamo in vista di comunicare ad altri il nostro punto di vista in merito a qualcosa. Ho inteso precisare a chi mi riferisco perché non ritengo che sia così per tutti coloro che scrivono, e che questo principio venga disatteso più spesso proprio da coloro che scrivono di professione. Quando un appuntamento letterario diventa una scadenza fissa, come nel caso di un editoriale, è facile che questo principio cada in disuso. Se dobbiamo comunicare qualcosa, cercheremo di farlo nel modo migliore possibile. Con la maggior chiarezza possibile. Ma anche con la precisione necessaria. Perché se queste qualità mancano, la comunicazione non avviene, o avviene con molte interferenze. Ridi poteva essere più preciso e meno vago, se solo lo avesse voluto, anche nel breve spazio che aveva deciso di concedersi. E' per questo che non accetto la quarta motivazione da lui addotta - "Sto scrivendo non un saggio ma un editoriale" - salvo ridurla in modo da renderla compatibile con le mie aspettative, ma non più con quelle di Ridi. Egli è secondo me giustificato nella scelta del registro, a fare riferimento al suo pubblico. Ma non in quella dei contenuti, perché in questo caso, se il pubblico lo costringesse a modificarli, egli dovrebbe a mio parere abbandonare l'idea di scrivere, o cercare un pubblico che gli sia conforme. La terza motivazione - "Fiducia incondizionata nella capacità di chi mi legge di recepire il messaggio e magari anche di rielaborarlo personalmente" - mi sembra mischiare due cose che andrebbero separate. In primo luogo Ridi è libero di avere fiducia nella capacità ermeneutica di chi lo legge; questo fa parte del modo personale con cui egli si rapporta al suo prossimo, e in proposito, differentemente da lui, non ho nulla da dire. Ma che egli abbia o meno fiducia nel suo pubblico, non dovrebbe comunque esimerlo dal mettere in quello che scrive unicamente quello che intende effettivamente, se egli intende effettivamente qualcosa.
Il fatto che poi il pubblico possa rielaborare quello che l'autore ha scritto, è cosa del tutto diversa. Perché la rielaborazione possa avvenire, occorre che almeno sia avvenuta la comunicazione. Io non ho contestato al Ridi in via preliminare di avere troppa fiducia nel pubblico, o di non ammettere che il pubblico possa rielaborare personalmente quello che l'autore ha scritto. Ma di non avere comunicato alcuni contenuti, chiamiamoli Contenuti Mancati, che dava l'impressione di avere comunicato; e di conseguenza, di impedire una seria rielaborazione da parte dei suoi lettori. Io per primo.
La quinta motivazione, devo dirlo francamente, non l'ho compresa - "sto scrivendo non su Rudolph Carnap ma su Friedrich Nietzsche" - mentre la sesta la trovo fondamentalmente inadeguata. Ridi scrive infatti: "Sto parlando di arte e non di linguaggi L-determinati". Lasciamo stare i linguaggi L-determinati; si tratta solo di un'espressione scherzosa con cui Ridi vuole ironicamente rimarcare una mia supposta dipendenza da Carnap. Meglio avrebbe fatto, peraltro, a denunciare piuttosto una certa dipendenza da Quine, ma poco importa.
Vorrei rispondere che, indipendentemente da ciò di cui sta parlando, Ridi credo sia solito seguire certe regole, perlopiù implicite. E se non è solito farlo, ebbene, io credo dovrebbe farlo. Che egli si dedichi ad una delicata sfumatura espressiva di un Haiku, oppure agli sviluppi dell'aeronautica nella prima metà degli anni venti, è inteso che tenderà ad essere chiaro, rigoroso, preciso e diretto. Se poi il suo oggetto fosse un linguaggio formale del secondo ordine, il nitore espressivo dovrebbe essere solo per questo, per questa vicinanza con il regno della logica, maggiormente accentuato? Non ha forse Ridi, come chiunque altro, il dovere di esprimere in soldoni quello che intende senza appagarsi, come fanno alcuni, di espressioni che hanno solo l'apparenza di dire qualcosa?
Ridi probabilmente mi risponderà che in primo luogo il tipo di linguaggio dipende dal tipo di oggetto trattato. Che non si può usare il linguaggio di un ingegnere per parlare alla donna che si ama, e che non si può utilizzare un linguaggio formale per comporre un esametro. In secondo luogo, che non è corretto né giustificato pretendere, nella trattazione di alcuni argomenti, gli stessi requisiti che è lecito accampare nella trattazione di altri. Vi sono alcuni approcci con il mondo, per esempio guardare una rosa in un roseto e meditare sulla sua unicità - nessun altra rosa è quella rosa - in cui il ricorso all'esattezza non ha alcun motivo di essere.
Io non sono di questo avviso, e nel brevissimo appunto che ho inviato a Fabula Review, nell'ambito della "Inchiesta sulla scrittura", ho manifestato brevemente il mio punto di vista. Però domandiamoci che importanza possa avere la differenza tra le nostre posizioni. A mio giudizio nessuna, dal momento che il Ridi ha scritto un editoriale, e non una meditazione sull'unicità di una rosa. Di conseguenza non capisco perché dovrei applicare a quello che ha scritto un approccio diverso da quello che ho in effetto applicato. Egli sembra equivocare questo punto proprio là dove dice che il suo non è uno scritto su Carnap, ma su Nietzsche - frase che forse ora diventa più comprensibile. Ed io francamente non comprendo perché a chi fa oggetto di trattazione Nietzsche dovrebbe essere riservato, o dovrebbe potersi riservare, un trattamento diverso da chi fa oggetto di trattazione Carnap. Anche ammesso - ma non concesso - che sia giusto serbare approcci diversi per una frase di Der logische Aufbau der Welt e un aforisma di Also sprach Zarathustra.

L'ulteriore accusa che mi viene mossa e di non capire che "il linguaggio ha diverse funzioni ma soprattutto infinite sfumature. Se così non fosse non solo il linguaggio artistico (con le sue metafore, iperboli, ossimori, etc.) non avrebbe più alcun valore in quanto non denotante in modo univoco, [e] lo stesso Nietzsche non meriterebbe di essere letto"; inoltre di non riuscire a comprendere "quanto sia suggestivo un linguaggio in cui il significato è estremamente più ricco del significante; per [Griner] un simile linguaggio è semplicemente non significativo".
Intendo sorvolare sul concetto che "il linguaggio [ha] infinite sfumature": ne avrà sicuramente molte, certo moltissime, probabilmente almeno dieci alla ventiquattresima, ma sicuramente non in numero infinito. Suvvia, non lasciamoci prendere dal delirio di onnipotenza! Non siamo niente male, come Homo Sapiens sapiens, ecco tutto.
Intendo invece smentire risolutamente l'accusa di assassinio dell'arte. L'unico punto su cui si può basare, è il fatto che io abbia maltrattato la citazione di Carlo Dossi. In realtà, se la famosa citazione di Dossi con cui si apre Fabula Review è in se stessa, a giudizio del Ridi, un oggetto artistico, e lo è in virtù del suo essere un centrato, efficace, vigoroso, ben riuscito ossimoro, allora io non nego una concezione dell'arte in cui hanno rifugio simili espressioni. Non trovo quell'ossimoro particolarmente felice, ma non ho alcun motivo di pensare che il mio gusto debba diventare metro di giudizio per tutti.
Mi si può ribattere che non l'espressione stessa è artistica (benché anche felice, almeno per alcuni) - oltre al fatto che verte sull'attività artistica, dandone una definizione - ma che l'arte, o almeno l'attività da cui essa scaturisce, è ciò che la citazione dice essere, e cioè un "razionale delirio". In questo caso intendo ribadire la mia tesi secondo cui questo nome proprio degenerato è terribilmente intrattabile.
Ridi ritiene invece che questa espressione abbia molti significati. Dal mio canto, senza un briciolo di ironia, mi auguro che almeno non siano contraddittori tra loro. A meno che Ridi non voglia stabilire che il principio di non contraddizione è sospeso nella regione che ospita i significati della citazione di Dossi. Ma esaminiamo più da vicino i significati che Ridi fornisce, mediandoli da Nietzsche (probabilmente quelli più importanti): "1) l'arte è una forma di comunicazione che si avvale di un linguaggio non pienamente riducibile al logos. Il linguaggio dell'arte non deve essere semplicemente comprensibile, anzi, il suo fascino risiede proprio in questo suo essere un paradosso evocativo sempre aperto a una plurivocità di significati. 2) l'arte è insieme delirio e ragione. E' delirio in quanto il suo nucleo genetico è l'istinto, la passione; è ragione in quanto non è mero istinto senza regola ma è anche struttura formale. L'artista è colui che traduce il delirio in forme e che consente la trasposizione della passione dal piano solipsistico del soggetto a quello oggettivistico della forma. Nell'arte vi è quindi armonia fra un principio oscuro e sensibile (il dionisiaco) e un principio formale e razionale (l'apollineo)"

La prima cosa che viene in mente, devo dirlo con franchezza, è come mai Ridi non abbia fornito queste definizioni dell'arte - che fornisce ora a ridosso di Dossi - nel suo stesso editoriale. Anche se illustrare il significato dell'ossimoro di Dossi non era compito del suo editoriale, lo era certamente quello di fornire una spiegazione chiara di cosa egli intendesse per "arte", in Nietzsche come in lui, dal momento che nelle medesime pagine le aveva attribuito una funzione importante.
In secondo luogo mi domando come egli, che ha dimostrato di conoscere bene il pensiero di Nietzsche, possa ricorrere con tanta precipitosità alla dialettica tra apollineo e dionisiaco per definire l'arte. Anche in questo caso, come quando ci confrontavamo con La volontà di potenza, stiamo attraversando un campo minato. In una delle opere tarde di Nietzsche, se non erro proprio ne Il caso Wagner, Nietzsche afferma con chiarezza che le tesi enunciate in La nascita della tragedia, con particolare riferimento alla celebre contrapposizione tra Dioniso e Apollo, erano degli espedienti retorici, dei meri strumenti propagandistici, che aveva usato nello scontro colossale che lo contrapponeva ai suoi nemici. Egli ammise che non vi erano affatto i presupposti filologici sufficienti per introdurre quelle entità spirituali con cui aveva risistemato e reinterpretato la storia dello spirito greco. Dioniso e Apollo sono invenzioni di Nietzsche. Felici invenzioni, ma invenzioni.
Intendo precisare questo punto, perché mi sembra essenziale. Ridi aveva scritto che, per esempio: "la lettura heideggeriana di Nietzsche sarebbe assolutamente inconcepibile senza questa tanto deprecabile raccolta di frammenti", e questo chiama in causa il rilievo da dare al momento filologico. Cosa significa "lettura heideggeriana di Nietzsche"?
Intanto diciamo che o:

1) quello che ha scritto Nietzsche nella "deprecabile raccolta di frammenti" (ma evidentemente la stessa cosa vale per chiunque altro e per qualunque testo), non ha un solo significato, ma molteplici: Heidegger ne ha fatto emergere uno, forse il più decisivo (!): questo è ciò che intendiamo con "lettura heideggeriana";
oppure
2) quello che ha scritto Nietzsche nella "deprecabile raccolta di frammenti" (ma evidentemente la stessa cosa vale per chiunque altro e per qualunque testo), è una raccolta di proposizioni, e ciascuna di esse, in relazione alle altre, ha un unico significato: Heidegger ha ritenuto che le considerazioni di Nietzsche si prestassero ad ulteriori speculazioni, e muovendo dai suggerimenti di Nietzsche ha sviluppato ulteriori considerazioni: questo è ciò che chiamiamo "lettura heideggeriana".

Io credo che solo la seconda accezione sia compatibile con le nostre credenze più generali, mediante le quali ci ambientiamo nel mondo. Scartando la prima ipotesi, che prevede una incomprensibile, almeno per me, compresenza di molteplici letture di uno stesso testo, non resta che la seconda.
Voglio parare immediatamente le accuse che mi verranno fatte di non essere in grado di comprendere le cose più elementari. Non sto negando che, prendendo un testo nella sua interezza, e facendone il soggetto di predicati descrittivi, non si possano generare interpretazioni diverse. Anzi, non c'è nulla di meglio, per generare dispute infinite, che trattare Giulio Cesare, o La volontà di potenza, o quello che volete, come soggetti tout court. Io credo invece che l'unità minima di significato che dovremmo usare è un'altra: per esempio, le singole frasi di senso compiuto.
["Methinks there is much reason in his saying, etc...", detto dalla plebe del discorso di Antonio, è miglior soggetto di Julius Caesar in una espressione del pensiero di Shakespeare riguardo la plebe ondeggiante].
La volontà di potenza, insomma, è solo un nome proprio con cui riferirsi, prendendole tutte insieme, alle argomentazioni che esso contiene. In questo senso, l'espressione "lettura heideggeriana" di Nietzsche non può che significare un corpo di considerazioni (almeno parzialmente) originarie, rispetto al pensiero di Nietzsche, e in parte (ma solo in parte) la loro riproposizione adattata alle esigenze dei tempi in cui Heidegger scriveva. A questo punto, poiché ritengo di aver spezzato il filo rosso che si suppone unisca Nietzsche ad Heidegger, la questione della autenticità del testo su cui si applicò Heidegger viene meno. Esiste naturalmente una relazione tra le lezioni di Heidegger e il pensiero di Nietzsche, ovviamente! ma non è una relazione di "inverazione": non è una relazione mediante la quale Heidegger fa parlare il vero Nietzsche. In quanto l'espressione "il vero Nietzsche" si riferisce propriamente solo agli scritti autentici, autografi, etc., di Nietzsche.
Quindi, quando Ridi sostiene che La volontà di potenza è un'opera determinante, e che non a caso ad essa si sono dedicati alcuni tra i maggiori filosofi del nostro secolo, io rispondo che questo non ha nulla a che vedere con l'autenticità dello scritto. Un opera può essere determinante anche senza essere autentica. Gli scritti che si richiamano ad essa sono in tutto e per tutto originali.
Pertanto ribadisco che La volontà di potenza è una opera spuria; nondimeno, chiunque la può prendere per quello che è, e farne la base delle proprie riflessioni. Anche Ridi. Ma da qui a ritenere che in essa emerga l'autentico Nietzsche, ne passa.
Cosa impedisce a me e a Ridi di andare d'accordo? nella fattispecie che egli ami richiamare una certa immagine di Nietzsche su cui basare le proprie argomentazioni sull'arte. Che in definitiva sono quello che, credo, interessa ad entrambi. In fondo, che cosa Nietzsche abbia detto realmente, mi lascia del tutto indifferente, quando non sono espressamente costretto ad occuparmi di problemi storiografici.
Resta il fatto che Ridi non si limita, né Heidegger, a dire: "chiunque abbia scritto queste parole sull'arte ha tutta la mia approvazione, siano esse o meno di Nietzsche" (anche se probabilmente, ora lo farà). Infatti, che quelle parole siano di Nietzsche, e non del servo di Nietzsche - se mai ne ha avuto uno - è determinante all'interno di un artificio retorico: la chiamata in causa della autorità, in questo caso addirittura profetica.

Per quanto riguarda ciò che attiene le due definizioni in sé, riscontro ancora l'abitudine del Ridi di sopravvalutare la facoltà di comprensione dei suoi lettori. Incurante del fatto che io, uno dei suoi lettori - l'unico che gli ha risposto, almeno al momento - lo abbia pregata di rendere manifesto quello che intende, egli ricorre ad una terminologia oscura e indistinta. Egli parla di un linguaggio, quello dell'arte, che non è "pienamente riducibile al logos". A costo di apparire insolente, mi sento costretto a chiedere nuovamente maggiori lumi. In caso contrario sarò costretto ad integrare con la mia immaginazione il senso latitante, e probabilmente incorrerò in errori che il Ridi non sarà, io credo, disposto a giudicare "frutto della mia rielaborazione personale".
Qualsiasi cosa sia il logos, io sarei pronto ad accettare la tesi della irriducibilità ad esso dell'arte non appena egli mi mostrasse come un qualsiasi segmento dell'arte non possa "incastrarsi" nel logos. Non occorre che egli mi fornisca un criterio altrettanto rigoroso quanto quello, metrico, grazie al quale sappiamo che una sferetta del diametro di 3cm non può passare per un foro di una lamiera del diametro di soli 2cm.
Sarebbe sufficiente che egli mi mostrasse che tra il logos e l'arte (o un prodotto dell'arte) stanno tra loro come le particelle subatomiche e l'indice Dow Jones. A nessun fisico viene ragionevolmente chiesto di spiegare come mai i movimenti di borsa non possono essere "ridotti" ai movimenti delle particelle subatomiche, nonostante gli agenti di cambio, i loro clienti, gli speculatori, etc. siano senza alcun dubbio corpi fisici. A Ridi spetta il semplice, ma doveroso onere, di argomentare in favore della irriducibilità che lui stesso ha chiamato in causa.
La seconda parte del primo punto enuncia una tesi francamente molto onerosa, e in verità non comprendo per quale motivo il Ridi, definendo l'arte, debba pagare un prezzo tanto alto. Probabilmente egli non è turbato dalle conseguenze che, di rimbalzo, si faranno vive altrove. Nella fattispecie in campo semantico. Egli scrive infatti che il "linguaggio dell'arte non deve essere semplicemente comprensibile, anzi, il suo fascino risiede proprio in questo suo essere un paradosso evocativo sempre aperto a una plurivocità di significati".
Io non intendo affatto negare il fascino di ciò che è misterioso. E' senza dubbio un'importante componente della psicologia umana il provare attrazione per ciò che è incomprensibile, distante, evocativo di altro da sé, segreto. Ma dal mistero all'enigma corre un gran passo, e se Ridi intende chiamare in causa componenti enigmatiche, prenda sulle proprie spalle l'onere di giustificarle.
Davanti alla "Allegoria della Lussuria" del Bronzino, ad esempio, ho provato la sensazione di trovarmi faccia a faccia con qualcosa di misterioso. Dietro un uso sapiente di una allegoria complessa, vedevo celarsi qualcosa che non ho mai finito di comprendere del tutto. Ma non mi sognerei mai di definire enigmatica l'allegoria. In essa non è inscatolato, sigillato, alcun contenuto che non possa emergere, a patto che si sia disposti a riflettere a lungo, e in alcuni casi anche a documentarsi. In quanto alla bellezza che ho ravvisato nel quadro, e che mi ha fatto sostare nei suoi paraggi a lungo, per vederlo da tutte le inclinazioni, essa attiene più alle mie caratteristiche idiosincratiche, che all'arte del Bronzino.
In un certo senso, la sensazione da me provata davanti alla allegoria, è senz'altro attualmente irriducibile alla attività delle microstrutture del mio sistema nervoso. Ma lo è anche il colore giallo della buccia di una banana, o il dolore provato chiudendomi un dito nella portiera dell'auto. Cose che sembrano però avere maggiore attinenza con le neuroscienze, che con l'arte. Se la definizione di Ridi si può tradurre con "il linguaggio dell'arte non deve essere immediatamente comprensibile, ma lo diventa solo in un secondo tempo", allora io non ho nulla da obiettare. Se egli intende dire che la comprensibilità, nell'arte, non è la prima cosa che si cerca, posso ancora concordare. Ma se "il paradosso evocativo" rimane "sempre aperto ad una plurivocità di significati", allora ho la netta impressione che egli voglia istituire un oggetto artatamente enigmatico, e di questo gli chiedo ragione. In effetti l'espressione "plurivocità di significati" sembra alludere - dico sembra, perché non sono affatto sicuro che si possa associare un'unica intensione all'enunciato di Ridi - al fatto che l'arte riesce non tanto a veicolare molteplici proprietà di molteplici oggetti, quanto molteplici proprietà dello stesso oggetto.
Ridi si sta forse limitando a dirci che l'arte è in grado di mostrare molteplici sfaccettature della medesima cosa? non lo credo. Infatti anche il linguaggio comune, dell'uomo di strada, è in grado di fare lo stesso, salvo quando oggetto della comunicazione sono oggetti di enunciati viziati dalla quantificazione verso l'interno di contesti opachi.
Sembra che Ridi voglia indicare nel linguaggio dell'arte un mezzo adatto a scoprire molteplici proprietà all'interno del medesimo oggetto, senza la preoccupazione di salvare il principio di non contraddizione. Principio la cui salvaguardia, ammettiamolo, non è poi così incombente come si afferma spesso. L'arte, prosegue Ridi, è "insieme delirio e ragione" ed è delirio "in quanto il suo nucleo genetico è l'istinto, la passione". Non si dolga il Ridi se continuo a chiedere conto delle sue affermazioni. La parola "istinto" è stata talmente abusata, forzata, stravolta - e non tutte queste operazioni conducono a esiti rinnovatori - che è diventato necessario accordarsi intorno ad una definizione di massima. Esiste una disciplina in cui il termine "istinto" gode di una definizione rigorosa (rigorosa non significa eterna, come qualcuno vorrebbe farmi dire): l'etologia. E contrariamente a quello che si crede, esiste un uso della parola "istinto" anche in relazione al soggetto "uomo", anche se nella nostra specie esso gioca evidentemente un ruolo meno decisivo che nell'Orso baribal.
Con questo non intendo dire che Ridi non possa creare una nuova accezione della parola "istinto", associando ad esso termini come "passione" e "delirio". Il linguaggio comune accetterebbe questo accostamento: potremmo dire, senza tema di essere fraintesi, all'uomo di strada: "tanta era la passione di y per il marito, che, presa dal delirio a causa del tradimento subito, lo pugnalò con un gesto d'istinto".
Si tratta sicuramente di parole che appartengono, nella loro accezione comune, ad una unica famiglia. Dal momento però che pugnalare il marito e dipingere "Dèjeuner sur l'herbe" sembrano prassi distinte, descrivere la seconda con le stesse parole della prima richiede perlomeno un aggiustamento semantico. Aggiustamento che sarebbe a portata di mano, se il Ridi non insistesse chiamando in causa "un principio oscuro e sensibile", in contrasto ad un principio oggettivo, la forma, che in misura della sua oggettività non desta problemi interpretativi.
E' l'oscurità del principio, la sua intrinseca oscurità, a destare le maggiori preoccupazioni sul suo effettivo statuto epistemologico. Un oggetto intrinsecamente oscuro, non riducibile a qualcosa di non oscuro, è un oggetto sigillato, ermetico. Come il sancta sanctorum di Gerusalemme, una volta dissigillato e violato, il "principio oscuro" si rivelerebbe vuoto, ma ancora la sua vuotezza, solo apparente, sarebbe il prezzo pagato dai miscredenti che, avendolo violato, sono ancor meno di prima ammessi alla sua visione. Un oggetto del genere è qualcosa che semplicemente non può avere detrattori.
Voglio precisare, a scanso di equivoci, che non ho da fare alcuna osservazione in merito alla visione dell'arte enunciata dal Ridi. Non gli ho chiesto come la sua visione si concilii con particolari problemi interpretativi legati all'arte incarnata, all'arte allo stato di prodotto. Non gli ho chiesto di indicarmi il lato sorgivo, "oscuro e sensibile" de La tempesta, o dell'Apollo del Belvedere, il loro lato formale, e l'armonia dei due momenti. Non ho sottoposto alla prova dei fatti la sua teoria. Mi sono limitato ad analizzarne la forma logica. Forma logica a cui deve soggiacere ogni discorso significativo.

Verso la fine della sua replica a "Piovono pietre", il Ridi si domanda che cosa io pretenda mai da lui. Intendo precisare che il mio interesse in questo momento non è affatto chiarire cosa abbia detto Nietzsche dell'arte e dell'istinto. né intendo che Ridi mi fornisca le definizioni dei termini da lui usati facendo ricorso al suo dizionario. Anche se un ricorso puntuale al dizionario non è affatto una pratica inutile. Quello che mi interessa è il pensiero di Ridi relativamente alla funzione dell'arte nel mondo in cui viviamo noi: così lontano dal festival di Bayreuth, o dalla Valle Engadina. Che egli poi abbia con sé, nel definire l'arte e i tempi nostri, l'autorità di Nietzsche, o di Heidegger, non potrebbe importarmi di meno.
Che quanto il Ridi riporti appartenga o meno allo spirito di Nietzsche, è dunque materia di interesse filologico. Ciò che mi preme è sottolineare un uso del linguaggio che, essendosi sottratto a regole - regole di natura convenzionale, in parte, e in parte empiriche - produce enunciati pseudo-significativi. Esaminiamo la parte finale della risposta di Ridi.
"Perché verità con la v minuscola non va bene? (...) Parlare di arte come verità con la v minuscola sarebbe non solo un paradosso, ma addirittura un vero e proprio errore dal momento che per Nietzsche non esiste la verità ma solo tanti punti di vista: 'Non c'è contrasto tra un mondo vero e un mondo apparente: c'è un solo mondo e questo è falso, crudele, contraddittorio, seduttore, senza senso.' ("La volontà di potenza") Se c'è in Nietzsche un'unica "verità" questa è proprio la falsità intrinseca e costitutiva del mondo. Vorrei sottolineare che quando Nietzsche parla della menzogna del mondo come unica "verità" non a caso utilizza le virgolette, presupponendo che la verità come categoria logica non esista. In conclusione l'arte è proprio una prassi capace di generare una cosa chiamata Verità (...) perché la menzogna e la volontà di mascherarsi sono i suoi caratteri costitutivi"

Sembra che Ridi voglia affermare che secondo Nietzsche non esiste la verità, che scriviamo con la minuscola, mentre esiste la Verità, che scriviamo con la minuscola. Che cos'è la verità? se esistesse, dice Ridi, "sarebbe non solo un paradosso, ma addirittura un vero e proprio errore", in quanto esistono "solo tanti punti di vista" e "la verità come categoria logica non esist[e]". Bè, ma in questo caso, non sono forse due verità, nell'accezione comune della parola, che:
1) "esistono molti punti di vista"; e
2) "se quella cosa chiamata verità esistesse, sarebbe un errore" (ammesso che siate in grado di comprendere che cos'è quella cosa che, esistendo, è un errore).
Cosa direbbe Nietzsche - o lo stesso Ridi - se qualcuno affermasse che 3) "non esistono molti punti di vista";
4) "se quella cosa chiamata verità esistesse, non sarebbe un errore"? Sarebbe egli d'accordo? manifesterebbe il proprio disappunto? O liquiderebbe (3) e (4) sostenendo che si tratta solo di punti di vista tra tanti altri? Che cos'è invece la Verità? il fatto che il mondo è "intrinsecamente, costitutivamente falso, crudele, contraddittorio, seduttore, senza senso". L'arte, essendo menzogna (positiva) e mascheramento, attinge così alla natura reale, menzognera, delle cose, la Verità. Ed è questo concetto dell'arte che Ridi propugnava.
Io credo che all'origine di questo pastiche linguistico esista un grosso fra intendimento. Quando, citando Nietzsche, il Ridi scrive: "Non c'è contrasto tra un mondo vero e un mondo apparente: c'è un solo mondo e questo è falso, crudele, contraddittorio, seduttore, senza senso", e contestualmente nega che la verità, con la minuscola, esista, sembra confondere, forse deliberatamente, il concetto "verità" con quello di "teoria".
Nietzsche, sostenendo che non vi è una distinzione tra un mondo vero e un mondo apparente, sta implicitamente affermando che questa distinzione esiste, seppure su un piano diverso. Il mondo apparente è quello che appare a chi ignora che la distinzione vero/apparente è falsa, mentre il mondo vero è quello che si manifesta a chi conosce la falsità di quella distinzione. E affermare che questa distinzione è fallace, avanzare questa teoria contro i metafisici, significa credere nella verità dell'enunciato: "la distinzione dei metafisici è fallace". Oltre a credere nella verità dell'enunciato "il mondo è falso, crudele, seduttore, etc.".
Dunque la Verità, cioè il disvelamento della menzogna del mondo, è una teoria del mondo - una Weltanschauung - perfettamente compatibile con il mantenimento in uso del concetto tarskiano di verità, ideologicamente neutro. Non vedo come potrebbe essere altrimenti, perché solo si possa almeno immaginare di essere d'accordo con le tesi avanzate da Nietzsche (trascuriamo la possibilità di essere in disaccordo, che non è prevista dall'etichetta di questo pensatore). Direi anzi che le affermazioni nietzschane citate acquistano significato, ed elevato significato politico e culturale, proprio quando, e se, le si spoglia dal loro fascino sapienziale e mistagogico.

Un accusa grave che mi viene fatta in "grinerel" è quella di ammazzare l'arte, o meglio, la letteratura (le altre arti, che non si avvalgono del linguaggio delle parole, non vengono per fortuna colpite dai miei colpi ciechi). O meglio ancora, data la pretesa inconsistenza delle mie tesi, che evidentemente non possono fare breccia in altri individui, di averla ammazzata nel mio mondo privato.
Ritengo di aver già parzialmente risposto a questa accusa, ma dal momento che si tratta di una accusa grave, non intendo sottovalutarla. Inoltre sono stato accusato di aver condotto un attacco contro una persona. Accusa altrettanto grave, da cui intendo "discolparmi".
Dal momento che questo articolo è dedicato all'arte e al modo in cui si debba intenderla, e soprattutto ai modi in cui non si debba intenderla, vorrei poter mettere da parte la mia persona. Che io ami l'arte, o desideri vivere in un mondo in cui essa non ha più alcun ruolo, poco importa ai fini della nostra discussione.
Scrive Ridi: "[p]er Griner tutto ciò che non è linguaggio logicamente determinato è semplicemente o farsa o puro nulla semantico. A questa stregua ogni figura retorica sarebbe una tremenda violazione delle leggi della semantica. Visto e considerato che:
1) la letteratura è colma di ossimori e consimili 2) Griner trova queste cose 'francamente intollerabili'
Allora
3) Griner trova 'francamente intollerabile' la letteratura in generale".

Il fraintendimento grave consiste nel fatto che, come ho già ricordato, Ridi non distingue, come io faccio, il linguaggio con cui parliamo dell'arte e il linguaggio stesso dell'arte. Il che francamente è molto strano, dal momento che lui stesso sembra propugnare, tendenzialmente, una distinzione tra linguaggi diversi, avvisandomi che non ha senso ridurre, come egli ritiene che io faccia, tutte le forme del linguaggio a una sola, quella dei linguaggi formalizzati.
Quindi, o esiste (1) un unico linguaggio, che si declina in funzioni apparentemente diverse, una delle quali è il la letteratura - questa è la mia tesi - oppure (2) esistono linguaggi diversi, che appartengono a piani diversi. Nel primo caso non si può rimproverarmi di assoggettare allo stesso sguardo, quello logico, qualsiasi forma di espressione linguistica. Nel secondo, siamo costretti invece a separare in modo deciso l'espressione artistica da quella di cui si avvale, per esempio, la critica letteraria, o l'ingegneria nucleare.
Ridi sembra propendere per il secondo corno.
In questo secondo caso, io concedo senza remore alla letteratura di fare ricorso a figure retoriche, metafore, espressioni contraddittorie, etc.; ma non ho motivo di concederlo alla critica letteraria. Posso concedere a Melville di dilungarsi per lunghe e suggestive pagine sul fatto che la balena è un pesce, ma non ho alcuna intenzione di dare il mio assenso alla frase "il capodoglio non è un mammifero, bensì un pesce". Dal mio punto di vista, secondo cui esiste un unico linguaggio, le affermazioni di Melville relative al carattere della balena ricadrebbero nello stesso calderone in cui vi sono già le proposizioni dello zoologo. Dunque affermo che le tesi avanzate da Melville relativamente al fatto che la balena è un pesce non sono convincenti, che comporterebbero onerosi e svantaggiosi riaggiustamenti nella articolata tassonomia delle scienze naturali, etc. Questo non significa che l'attuale tassonomia rispecchi l'ordine che Dio ha dato alle specie create: ma che le considerazioni di Melville non sono abbastanza potenti per generare un riaggiustamento.
Naturalmente non mi è mai passato per la mente che lo scopo di Melville in quelle pagine fosse davvero quello di rifondare la zoologia. E' solo il percorso che sto seguendo che mi ha imposto di farlo. In questo senso, chi credesse al secondo approccio sarebbe favorito. Il problema di accostare Melville allo zoologo neppure si pone, dal momento che la letteratura e la zoologia sono su due piani distinti.
Egli afferma che secondo il mio pensiero "ogni figura retorica sarebbe una tremenda violazione delle leggi della semantica". Bè, anche questo non è naturalmente accettabile. Non vedo come si possa dedurre da quanto ho scritto in "Piovono pietre" che io ritenga che una litote, per esempio, o una metonimia, siano violazioni della semantica. Anzi, se qualcuno mi dicesse: "non bello, non ricco, coraggioso ancor meno o il legno prende il largo, sono tremende violazioni della semantica", io gli chiederei immediatamente cosa intenda per semantica, dal momento che l'accezione che lui e ed io attribuiamo a questa parola è senz'altro diversa.
Affermare inoltre che, da mio punto di vista, "tutto ciò che non è linguaggio logicamente determinato è semplicemente o farsa o puro nulla semantico", è una forzatura. Io stesso, commentando la citazione di Dossi, avevo sostenuto che essa, seppure in modo indiretto, aveva una intensione. Una importante intensione.
Prendiamo un esempio ancora più ardito, che mi consenta di mostrare l'ampia tolleranza del mio modo di vedere il problema: "Il colore delle calze di una donna non è necessariamente simile a quello dei suoi occhi - scrisse Max Morise - Ciò ha fatto dire ad un filosofo che è inutile nominare, come i cefalopodi abbiano più ragione dei quadrupedi di odiare il progresso" (dal primo manifesto surrealista).
Questa frase è "francamente intollerabile"? Si e no. Si, se qualcuno si facesse avanti pretendendo che essa si riferisca, nel suo complesso, ad una motivazione che abbia influenzato in qualche modo il pensiero dei cefalopodi (naturalmente è vietato prendere solo la prima proposizione, dal momento che la seconda è strettamente legata alla prima). Ma esiste qualcuno che possa fare questo?
No, nel caso la si prenda nel verso giusto. Il nostro Morise non aveva affatto in mente "cefalopodi", "progresso" e "quadrupedi". Quasi qualsiasi altro termine avrebbe potuto svolgere un ruolo analogo all'interno di queste due frasi. Morise voleva combattere la significatività. E per farlo, si affidava ad una frase non significativa: dunque dobbiamo correggerci: egli intendeva combattere una certa forma di significatività per aprire ad un'altra. E fin qui, tutto bene.
Quando però André Breton, all'interno dello stesso testo, scrive: "mi prende una gran voglia di considerare con indulgenza il fantasticare scientifico, così sconveniente in fin dei conti, sotto tutti gli aspetti", non sta forse egli riferendosi alla scienza? non sta forse egli raccontando qual è la sua opinione personale della scienza? Quando però, poche righe dopo scrive: "se l'uomo volgare stima molto quelle che, propriamente, sono ricerche di laboratorio, è perché terminano con la costruzione di una macchina, con le scoperte di un siero, cose alle quali si crede direttamente interessato", non sta egli sostenendo cose che riguardano la collettività in generale? non sta sostenendo che la scienza è cosa volgare, estranea ai veri interessi dell'uomo (almeno dell'uomo secondo Breton)? non sta sostenendo, in compagnia degli operazionisti, che la scienza non conduce alla verità delle cose? non sta chiedendo a tutti di avallare con l'assenso uno stile di vita, un pensiero, una proposta etica?
Questi esempi volevano illustrare, non so con quanta efficacia, che la supposta dispersione della significatività è solo uno slogan ideologico destinato a non realizzarsi mai. Si vede in definitiva che la pretesa sferetta che non avrebbe dovuto passare attraverso il foro, vi si adatta, magari provocando una certa frizione con l'orlo del buco, ma vi si adatta: e che la pretesa irriducibilità sembra, almeno al momento, scongiurata.

Credo che, volgendo il mio articolo alla conclusione, sia opportuno che io specifichi in positivo, grosso modo, cosa io intenda per arte. L'arte è senz'altro produzione di significati, valori, teorie, suggestioni. E' creatività e espressività. L'arte produce bellezza e l'arte proclama delle verità. E' questo, e molte altre cose. Ma questi compiti vengono svolti anche da altre attività dell'uomo, che, in fondo, non sono molto diverse dall'arte. Nella scienza - che non è solo un laboratorio illuminato al neon dove si squartano ratti per estrarne serio - come nell'arte - che non è il pittore che si porta a letto la modella - c'è spazio per la creatività, la ricerca del significato, la creazione della bellezza, l'uso dell'inventiva e della fantasia.
Il fatto è che l'epoca in cui viviamo ha aperto interessanti prospettive per la soluzione di problemi che un tempo non eravamo neppure in grado di inquadrare efficacemente: "ci sono stati - osserva un pensatore americano - grandi misteri: il mistero dell'origine dell'universo, il mistero della vita e della riproduzione, il mistero dell'evoluzione teleologica della natura, il mistero del tempo, dello spazio e della gravità: queste non erano solo aree di ignoranza, ma di completo sconcerto e meraviglia. Noi non possediamo ancora le risposte finali a nessuna delle questioni di cosmologia e di fisica delle particelle, di genetica molecolare e della teoria evoluzionistica. Ma sappiamo come ragionare su esse". Io credo sia questo momento storico a favorire l'estremizzazione del ruolo dell'arte e il risorgere dell'irrazionalismo, che ha caratterizzato il '900 europeo. Il prezzo delle credenze di Hitler nell'esoterismo di Ludwig Klages e di M.me Blavatski è stato di appena cinquantuno milioni di morti. Consoliamoci pensando che avrebbe potuto essere anche molto peggio. Inutile dire che mi sento molto più vicino all'interpretazione che del nazismo ha dato Giorgio Galli, che a La dialettica dell'lluminismo (ma di questo potremo parlare un'altra volta).
Filosofi legati a una concezione tradizionale della filosofia, poeti, artisti e uomini politici hanno visto in qualche modo minate le ragioni della loro stessa esistenza. Non c'è da stupirsi se alcuni abbiano esaltato tutto quanto è irrazionale, sperando di costruire una nicchia in cui trovare scampo, quando l'avvento di un nuovo mondo a cui non erano preparati li avrebbe sovrastati. Camus scriveva che la scienza non serviva: egli era in grado di apprendere di più dalle soffici linee delle colline e dalla mano della sera. Se egli si fosse limitato a dire: "non provo alcun interesse per le questioni scientifiche, trovo più consono al tipo di uomo che sono assaporare la bellezza di un paesaggio, e la sensazione che mi da una tiepida serata africana", ebbene, chi mai avrebbe potuto biasimarlo?
La mia avversione è dunque per l'irrazionalismo, non certo per l'arte. In definitiva, se vogliamo, l'immagine dell'arte propugnata dal Ridi è estremamente minoritaria. La maggior parte della letteratura dei nostri giorni non ha di queste pulsioni rivoluzionarie. Forse Ridi rimpiange la letteratura di George. Non so tuttavia quanti si unirebbero sinceramente ai suoi rimpianti.

Concludendo l'articolo con cui ha voluto rispondere alle accuse sollevate in "Piovono pietre", Ridi ha affermato che avrebbe potuto essere maggiormente indulgente nei confronti dei miei svarioni, se solo io non fossi stato tanto arrogante e villano nella mia replica. Il tono generale delle sua risposta, il fatto che il Ridi sembri essersi offeso, o perlomeno risentito dalle mie parole, mi hanno indotto a scrivere quest'articolo in una forma diversa. Con questo non intendo affatto rinnegare il modo con cui mi sono espresso nei riguardi dell'editoriale "La Via dell'Arte". La mia aggressività era giustificata dalla intrinseca pericolosità dell'irrazionalismo professato dal Ridi. Irrazionalismo che deve essere demistificato.
Semplicemente, avendo compreso che il Ridi si sarebbe infastidito se io avessi nuovamente utilizzato con lui espressioni meno che rispettose, e avendo stima del mio avversario, ho preferito tenere conto dei suoi suggerimenti. Mi auguro dunque che questo compromesso stilistico non pregiudichi il suo senso critico, e non lo porti ad una eccessiva indulgenza nei confronti dei miei nuovi svarioni.
In particolare, mi auguro che egli intenda rispondere alla mia accusa di avere proposto uno stereotipo, facendo di Copernico colui che ha fatto rotolare l'uomo fuori dal centro dell'universo e che giustifichi la sua affermazione che la razionalità è una prigione.

[P.S. Manca ancora il terzo errore. Il Ridi lo trovi, per favore. Dal quarto in poi, mi assumo piena responsabilità!]


Nota: il testo originale è stato scritto in formato doc per Word. La conversione in formato txt comporterà la perdita di alcuni accorgimenti grafici. In particolare avevo usato la convenzione di scrivere in corsivo i titoli delle opere citate, e con lo stesso metodo ho fatto alcune sottolineature. Dal momento che non possono sorgere equivoci di sorta, non ho rimediato con altri accorgimenti alla perdita di quelli non supportati dal formato txt. Grazie.




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