FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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PIOGGIA

Michele Scasso




Era un giorno come decine di altri giorni; grigi, con quell'elettricità nell'aria che ti avverte che sta per accadere qualcosa. Deve accadere. Me ne stavo seduto sul letto a guardare fuori dalla finestra per riuscire a distinguere, anche senza gli occhiali, che cosa fosse la macchia scura che si stagliava sull'intonaco bianco della casa di fronte. Non poteva essere una scrostatura, perché il giorno prima non l'avevo vista. Presi allora il binocolo, e zoomando sempre di più ottenni il responso: era una farfalla (gigante, a dire il vero) arroccatasi con le sue sottili zampette su una piccola sporgenza della parete rustica.
Non si muoveva, ma restava lí come a prendere il sole, senza la minima preoccupazione per il fatto che il tempo fosse davvero precario.
Io non riuscivo proprio a comportarmi come la farfalla. In giorni così non riesco a combinare niente. Mi agito continuamente, non riesco a stare fisso in un posto. Di studiare non se ne parla, perché la luce elettrica mi farebbe scoppiare la testa, e la televisione sembra sempre troppo artificiale: i quiz paiono immersi in una atmosfera giallastra, tropicale, mentre i telefilm hanno sempre un colore che si aggira sul blu scuro. Le sit-com e le telenovelas sono invece pervasi da un'aura rosastra, e i telegiornali paiono scavati dentro una cavità d'acciaio cromato (con tutti quei tubi al neon, e i tavoli di plexiglass). Provare a leggere è senza profitto, perché ogni pagina sembra moltiplicarsi per cinque, ed ogni rigo diventa criptico, oscuramente velato dall'autore, come se di proposito avesse voluto mettere alla prova i suoi lettori. Che altro fare? Parlare al telefono con qualcuno? Ma chi? Già, perché di amici non ce ne sono poi molti, e, quando piove, sono tutti a recuperare le giornate di sole perdute a non far niente.
L'unico piacere che provavo, quel giorno, era di stare a guardare fuori dalla finestra, nella speranza che restasse tutto com'era, per non essere distratto dal flusso dei miei pensieri.
Le nuvole si muovevano lentamente, cariche di acqua da riversare chissà dove, e la mia mente tornò a quella mattina in cui conobbi B..
Non era prorpio così nuvoloso, ma l'aria era opprimente forse anche di più. I capelli sembravano avere ciascuno un piccolo diavoletto che li torturava, e minuscole scintille salivano e scendevano su e giù per la cute, come impulsi elettrici mancati.
Ero seduto su una panchina e guardavo in alto, strizzando gli occhi sotto gli occhiali da sole.
-Com'è che con questo tempo porti gli occhiali scuri?-
Lí per lí non mi venne fatto di rispondere, perché non avevo capito che era stato qualcuno a pronunciare quella frase. Stavo pensando proprio la stessa cosa, e quindi credetti di sentire la voce del mio io che, a volte, mi accade di sentire, a cui non do mai molta retta. Beh, e invece era là: era B..
All'inizio mi sentivo imbarazzato perché non è poi così normale portare gli occhiali da sole, anche quando non ci si vede un accidente; ma tutto questo era come divenuto un problema secondario.
Io stavo guardando quella ragazza senza saper che dire, e intanto pensavo che doveva essere uno strano tipo per cominciare un discorso con uno che neppure conosceva.
Lei invece non si sentiva minimamente a disagio, tanto che credetti fosse una mia vecchia amica, di cui non mi ricordavo più (tipo compagna di banco alle elementari, o simili).
Cominciai una frase ma non ne venni a capo, e fu lei che intervenne.
-Oh, non importa che tu ti tolga gli occhiali! Se ti dà noia la luce portali pure!-
Rideva.
-Sai, è che mi dicevo...chissà che starà mai facendo con gli occhi per aria e gli occhiali?-
Continuava a ridere, tanto che mi venne da ridere di rimando.
-Perché non ti siedi?- le dissi.
-Oh, si. Certo. Allora?- disse -Che ci facevi con gli occhi puntati in alto?-
-Le previsioni del tempo.- dissi.
E scoppiò a ridere di nuovo.
Non so se semplicemente aveva la risata facile, o se davvero avevo fatto una battuta divertente. Fatto sta che in quel momento mi sentii, per la prima volta in vita mia, veramente comico. C'era lei a darmene la certezza.
-Io sono T.. Tanto piacere.- dissi in modo piuttosto convenzionale.
-Ed io sono B.. Anch'io provo un grande piacere nel conoscerLa.- e si rimise a sghignazzare (forse non sghignazzava, ma semplicemente si divertiva).
Io la guardai meglio, e vidi che non era brutta, anzi a dire il vero era abbastanza...piacevole.
-Mi va di passeggiare, e a te?- sbottò a un tratto, e si alzò dalla panchina, per guardarsi intorno, e cercare una direzione dove dirigersi.
-Vediamo dove ci porta il vento.- dissi, e ci incamminammo nel parco.
Io non ero solito condurre un discorso in quel modo, ma mi ritrovai come su una pista di pattinaggio, con tutti intorno che volteggiavano. E probabilmente non me ne importava di inciampare e cadere.
Di B. mi piacevano molte cose, come molte mi facevano irritare, ma il chiodo fisso nel mio cervello, mentre la luce nella mia stanza stava andando via, era il suo modo particolare di ridere.
Era un riso gioioso: anche nei momenti in cui era palese che mi stesse prendendo in giro, non potevo avermene a male, perché lei scopriva i denti in un modo così straordinario, e gorgheggiava sobbalzando, in un accenno di fragile follia, che mi inebriava di pura gioia. A lei l'elettricità nell'aria sembrava non importare. Anzi, credo proprio che non la sentisse. Per niente.
Continuammo a passeggiare per un po' ed io mi stavo davvero sciogliendo.
Ero arrivato a non sentire più i demoni attaccati ai miei capelli, e quasi non rabbrividivo più per quelle schegge di scintille, che mi correvno giù per la schiena.
-Quando il tempo è minaccioso io esco sempre fuori a vedere come va a finire.- disse a un tratto B..
-E di solito come va a finire?-
-Oh...quando esco io c'è da scommettere che piove.- e trattenne un risolino.
-Cosa sei, una specie di totem della pioggia, o cosa?-
-No. E' che quando sento che sta per piovere non riesco proprio a stare in casa. I piedi mi trascinano fuori.-
-Un po' come una sonnambula.-
-Precisamente.-
-Ma non sei in camicia da notte, con le babbucce ai piedi.-
-Beh no!- rise. -Sono sempre cosciente. Non so...credo di avere una sorta di sensitività. Non ricordo di aver passato mai l'inizio di un temporale in casa.-
-E quando piove durante la notte?-
-Non dormo, e quindi posso affacciarmi alla finestra e prendere un po' d'aria. Sapessi quanti raffreddori ho preso in questo modo! Ma che ci vuoi fare? Sarebbe come proibire al girasole di stare voltato dove vuole.-
Un'altra cosa stupefacente erano i suoi paragoni. Ne inventava di strabilianti. Riuscviva a mettere l'una di fronte all'altra due realtà assolutamente disgiunte, e a far si che non si potessero vedere se non legate insieme. Mi sembrava che ogni cosa, anche la più crudele banalità, divenisse un'idea geniale e nuova, mentre frusciava tra le sue labbra. Era davvero...beh si era fantastica.
Le nuvole sul rettangolo trasparente dei vetri stavano ancora incombendo, e il mio letto cigolava mentre cercavo di raggiungere un libro sul comodino.
Sfogliare libri è l'unica cosa che possa riuscirmi quando c'è aria da temporale. Non volevo certo guardare le figure, ma semplicemente vedere i caratteri scorrere sotto i miei occhi disattenti, come per ricordarmi che, in quel preciso momento, stavano nascendo e morendo riviste piccole e grandi, che qualcuno aveva appena digitato la parola fine ad una sceneggiatura di un film per la tv, trito e ritrito, che forse qualche attore di cinema, o teatro, stava cercando di impararsi la parte, o di entrare nel personaggio, studiando il copione, o che probabilmente un giornalista stava osservando il suo articolo pubblicato sul quotidiano fresco di rotativa, in qualche paese sperduto dove era l'alba, o che magari qualche studente aveva appena consegnato una relazione ad un professore, ed egli con pennarello nero stava segnando i punti salienti che non andavano, e che andavano perfezionati, e che centinaia di migliaia di persone, sugli aerei, sui treni, sugli autobus, sul metrò, per strada, su una panchina, in casa, al mare, in ufficio di nascosto al direttore, a scuola sottobanco o in biblioteca, stavano leggendo un libro, e tutto scritto con quel medisimo carattere che a me sembrava tanto ovvio e banale, semplicemente perché credevo di poterlo dominare, e padroneggiare, avendolo nella mia mano.
Beh si quel pomeriggio ero veramente sconfortato, e non avevo un Tiffany dove recarmi, per sentirmi di nuovo vivo, nonostante la vita ce la mettesse tutta per darmi una morte di noia e quotidianità.
Tutto stava perdendo interesse, e mi rendevo conto che non era poi una bella cosa. Mi sembrava di essere Alice, spersa nel bosco della dimenticanza, e non avevo voglia neppure di muovermi, benché avessi assunto una scomodissima posizione, che mi costringeva a stare tutto attorcigliato, con un gomito sotto le costole, e l'altro che pendeva fuori dal letto.
Speravo ardentemente di addromentarmi, per avere qualche chance di far qualcosa, almeno nel sogno, ma ero vigile, e il mio cervello stava cerando cose a cui pensare. Non che non avessi pensieri in capo, ma duravano meno di una frazione di secondo, richiamati subito da altri, in una catena talmente fitta che nemmeno Joyce avrebbe saputo districarla.
La luce elettrica era saltata già da un po' e non c'era più neppure la possibilità di andare a rimbecillirsi con la televisione.
Forse sarei dovuto uscire, e prendere un po' d'aria. E aspettare che piovesse per liberarmi di tutta quella matassa di inedia che mi si avvolgeva attorno.
B. invece non era minimamente annoiata o sconfortata. Camminava tranquillamente come se ci fosse stato il sole più splendente. Forse sapeva semplicemente che i piedi l'avrebbero portata dove volevano, finché non fosse iniziato a spiovere.
-Non hai freddo?- le chiesi. Aveva solo una camicietta leggera.
-No. Prima che stia per piovere non ho mai freddo. E' solo dopo che comincio a rendermi conto che non sono vestita adeguatamente. D'altronde tu hai gli occhiali da sole. Sembreremo dei tipi ben strani!-
Non c'era la più piccola traccia di vergogna o di imbarazzo nella sua voce. Solo il suo riso indescrivibile.
Camminava con le braccia quasi aperte ad accogliere i passanti nel parco.
-Non sarebbe meglio se, mentre chiacchieriamo, ci incamminassimo verso casa tua? Se il temporale ti sorprende fuori, ho paura che piglierai una bella infreddata.-
-Fa parte del gioco.-
-Come sarebbe a dire?-
-Che è il rischio che devo correre. E poi se arrivassimo sotto casa e non fosse ancora piovuto dovrei andarmene a giro un altro po', e sarei divisa tra il desiderio di tornare in casa e quello di assecondare i miei piedi.-
-Potremmo fare dei giri intorno all'isolato.-
Mi guardò in un modo così strano, che pensai che fosse pazza. Aveva le lacrime agli occhi!
-Cosa...che hai? Stai male? Ho detto...ho fatto qualcosa?-
Non ricevetti risposta.
Si asciugò le poche lacrime che erano riuscite ad uscire, e riprese a sorridere.
-Continuiamo la nostra passeggiata?- chiese.
E ci avviammo verso la fontanella dei pesci rossi.
Non avevo ancora notato i suoi cappeli, bellissimi, di un castano spruzzato di rosso. Non erano lunghissimi, ma erano mossi in modo sorprendente, senza un verso stabilito, come dei piccoli serpentelli di crine che si muovevano a seconda delle correnti d'aria, leggeri come fiocchi di cotone.
La vasca dei pesci rossi era protetta da una balaustra di ferro battuto, e, da una sorta di montagnola di rocce, sorgeva l'ugello della fontanella. Non funzionava. L'acqua era di un verde stagnante, e i pesci scuotevano piano la coda, sapendo che non potevano andare tanto lontano.
Un bambino con la pistola ad acqua faceva il tiro al bersaglio con una ranocchietta adagiata sulla montagnola, e che stava lentamente emergendo dall'acqua. La madre lo chiamava continuamente, e solo dopo averlo preso per un braccio, ed aver somministrato una buona dose di rimproveri, lo trascinò via, lasciandoci soli a contemplare quel mondo acquatico in miniatura.
-Beati loro!- disse ad un tratto B..
-Mica tanto. Se ne devono stare tutto il santo giorno dentro questa vaschetta, senza un minimo ricambio d'acqua e...-
-Non so se vorrebbero fare a cambio con noi.-
La guardai, ma lei non fece mostra di accorgersene. Era appoggiata alla balaustra, e le piccole lance con cui terminava la stavano quasi trafiggendo.
-Ogni tipo di vita ha i suoi inconvenienti. Loro non possono camminare, non possono decidere quando vogliono andare in un posto, perché non hanno semplicemente dove andare.-
-Ah, ma non è per quello. Certo sono molto sfortunati, ma hanno un grande privilegio.-
Aspettai che mi dicesse qual era, ma non disse niente.
-Allora? Quale sarebbe il privilegio?-
-Che non devono uscire dal loro elemento per sentire la pioggia su di loro.-
Cominciavo seriamente a preoccuparmi. Avevo pensato che fosse soltanto una ragazza un po' strana, ma in quel momento ero quasi sicuro che fosse pazza. Io...forse la comprendevo, ma non potevo credere che stesse proprio dicendo quello che stava dicendo.
-Cosa c'è che ti fa male?- sussurrai, forse a me stesso.
-Io...- cominciò, ma improvvisamente sorrise e smise di parlare.
Continuava a sorridere sempre di più, fino a che non scoprì i denti bianchissimi.
-Senti?- mi disse.
Io tesi l'orecchio, e cercai per quanto mi fosse possibile di allungare la mia tromba d'eustachio, di protendere la coclea fino al massimo della sua estensione, e di far scricchiolare il meno possibile le mie scarpe sulla ghiaia.
Ora B. aveva le lacrime agli occhi, ma dalla gioia, ed io non capivo che cosa fosse che la faceva gioire in un modo così meraviglioso. Mi sforzavo, facevo tutto il possibile, ma...niente.
-Ma dove?- chiesi disorientato, guardandomi intorno.
-Là- disse, e vidi il suo indice puntato verso il cielo.
Pioveva. A grandi gocce, rade e silenziose.
Il parco si era svuotato, e gli alberi sembravano aver perso tutta la loro linfa perché erano così grigi... quasi azzurrastri, e l'acqua della vasca, le stesse panchine,...tutto era grigio.
B. aveva cominciato a piroettare in tondo, senza guardare a dove andava, col viso rivolto verso l'alto, per prendere più gocce di pioggia possibile.
-Dai, andiamo! Avevi detto che appena fosse cominciato a piovere...- dissi, ma non finii.
Mi guardò e cominciò a ridere gioiosamente. E ad un tratto non capii più se stava ballando o se correva, perché andava talmente veloce che non riuscivo a starle dietro, e a trovarla tra gli alberi. Correva, correva veloce, ed io dietro a suggerirle di fare quella cosa, o quell'altra. Ma lei non mi sentiva (o non mi voleva sentire), e mi lasciava indietro.
-Hai visto? Vedi?- urlava, e ormai era un vero e proprio acquazzone, i miei occhiali da sole erano tutti bagnati. Non avevo pensato che potevo toglierli: ero come in trance.
Mi stavo bagnando tutto, così ero corso via sperando che lei mi avrebbe seguito. Mi ero riparato sotto una pensilina degli autobus, ma lei non c'era.
Avevo sentito a malapena delle urla, o dei canti, provenire dal parco, ma si erano confusi coi rumori delle auto in fila ai semafori, e con lo sciabordio della pioggia sull'asfalto.
Avevo preso un autobus, e forse ero andato a casa.
Non riuscivo proprio ad addormentarmi. Una sorta di disagio mi aveva all'improvviso preso tutto: la posizione che avevo assunto ormai mi stava stretta e dovevo andare urgentemente in bagno.
Mi alzai mezzo dolorante e fissai la finestra e il grigio fuori di essa.
Pioveva.
Il vialino che conduceva alla casa era completamente allagato, e il pluviale della casa di fronte, che terminava con una catena, sciabordava acqua in un coppo già stracolmo.
Mi accorsi che i vetri erano già tutti bagnati, e mi affrettai a chiudere le persiane.
Forse la luce era tornata, e da lì a poco la mamma avrebbe chiamato per la cena. Chissà che ore erano? Chissà se B., in quel momento, stava gironzolando per la città, inzuppandosi tutta di pioggia e di felicità?
Ad un tratto, ancora con lo sguardo fisso ai muri gocciolanti della casa di fronte, credetti di aver capito B.. Ma la pioggia è così imprevedibile, che non è possibile capirla.
Comunque non ho più rivisto B..



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