FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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IL RISVEGLIO

Pikkio




Eccomi qua, nella mia camera, sdraiato sul mio letto, sotto le mie coperte, un trancio di quasi settanta chili di sangue, carne, ossa e nervi, soprattutto nervi. Faccio l'appello e apprendo che dovrei essere quello di sempre: due braccia, due gambe, un cuore, un cervello, un pisello e un mal di testa. Lancio distrattamente un'occhiata in giro e mi convinco che se spostassi la collina di vestiti da sopra la sedia forse potrei ritrovare la racchetta da tennis sparita misteriosamente durante i festeggiamenti per la vittoria ai mondiali di calcio del 1982. Inclino la testa di qualche grado e lo vedo per terra, immobile, lo sguardo vitreo e la solita smorfia disegnata sul viso. E' Ernesto. Grande amico, forse il più grande di tutti, il migliore. Ci conosciamo praticamente da sempre. La prima volta che ci siamo visti lui mi ha sorriso immediatamente, ed io per tutta risposta ho iniziato a piangere spaventato dalla sua stazza: era tre volte più grande di me. Lui non si è formalizzato ed ha accettato di dormire insieme a me, ed io devo avergli pisciato addosso già dalla prima notte, ma lui non me lo ha mai rinfacciato. Quante ne abbiamo fatte insieme, io ed Ernesto. Mio padre me lo ha regalato in uno dei suoi più riusciti momenti di pazzia, ma adesso che è rinsavito si chiede spesso come io possa essere ancora morbosamente attaccato ad un orso di pelouche, essere amico di un pupazzo. Errore. E' molto meno pupazzo di tanta gente che conosco, un grandissimo, un esempio da imitare. In ventisette anni non ha mai detto una cazzata. L' unico al mondo. Se sono giù, lui capisce ed in silenzio mi offre la sua spalla. Parla poco ma, cazzo, sa ascoltare. Il tic-tac della sveglia cattura la mia attenzione: sono le sette e sedici. Immediatamente penso che la mia vita sia piena di certezze, che poi è quello che ho sempre voluto. Una di queste è che se la mattina ti svegli presto e non riesci ad addormentarti più vuol dire che è Domenica o una festa comandata. Forse è Dio che vuole che vada a Messa. Oppure è Satana che vuole farmelo andare sul cazzo. Già, Satana, il Diavolo. Una volta mi ha chiesto come cazzo facessi a sperare ancora nell'aiuto di chi ha lasciato morire il figlio in croce. Gli ho risposto che se esisteva il Diavolo doveva esistere per forza anche Dio, e che se proprio dovevo confidare nell'aiuto di qualcuno preferivo chi non scorreggia zolfo in continuazione. Non ne ero troppo convinto, ma devo essere stato convincente perché si è incazzato e mi ha promesso, dopo le canoniche due scorreggie sulfuree, che mai e poi mai avrebbe fatto qualcosa per me. Dopodiché è scomparso ridendo in una nube di zolfo mista a merda mentre io lo salutavo con il dito medio della mano destra alzato e la mano sinistra, quella del cuore, che stringeva l'apparato riproduttivo tutto. Quando ho ripreso conoscienza ho sentito chiaro e nitido un forte odore di merda e per un po' non ho capito se era stato lui o mi ero cagato addosso. Poi ho alzato gli occhi verso il soffitti e ho detto: 'Adesso tocca a tè. Riguardo il soffitto di nuovo e chiedo: 'Novità?'. Non mi risponde. Penso che forse non mi calcola perché è arrabbiato con me. Ma perché? Ma che ho fatto? D' accordo, non sarò un perfetto Cristiano, ma a grandi linee i Dieci Comandamenti li seguo. Vabbé, non andrò a Messa, ma uno su dieci potrebbe pure lasciare correre. Vabbè, ma non desiderare la donna d' altri è una cazzata! Come se una donna possa essere di proprietà di qualcuno. Forse dò troppa confidenza. Allora rialzo gli occhi e dico: 'Lo so, siamo in tanti, non è ancora il mio turno e c' è una fila della Madonna, ma vorrei solo sapere se VI ricordate di mè. Niente, il silenzio. Penso un attimo e dico: 'Volevo dire, lo so che siamo in tanti, che ancora non è il mio turno e che c' è TANTA fila, almeno ditemi quanto c' è da aspettare.'. Ancora il silenzio. Allargo le braccia sconsolato. Uno sbadiglio storpia il mio viso, facendomi uscire una lacrima dall'occhio destro. Me ne stupisco molto. Mi chiedo come sia possibile che le mie ghiandole secernano ancora del liquido. Ero convinto di averle esaurite ieri notte. Già, ieri notte, la malinconotte. Il mio corpicino giaceva sì inerme su un letto, ma contemporaneamente il mio cervello sfrecciava a più di duecento all'ora sulla Roma-Civitavecchia a bordo di una Toyota Celica, alla quale era attaccata con gli abbaglianti accesi una Lancia Delta integrale turbo guidata dalla depressione e con i ricordi come navigatore. Eppure la serata non era iniziata male. Ero uscito con una assai carina che stranamente mi tampinava da tempo ritenendomi affascinante. La serata era proseguita con l'invito della tipa a proseguire la serata a casa sua dove, tra un bacio ed un bicchiere di vino bianco l'avevo chiamata con il nome sbagliato per tre volte. La voglia di morire era esplosa a preliminari iniziati, un secondo dopo averla chiamata di nuovo con quel nome e un secondo prima che i preliminari lasciassero il passo al sodo, esattamente nel secondo in cui la sua mano destra finiva una folle corsa nel vuoto contro il mio zigomo sinistro. Una figura di merda di dimensioni saurine. E la colpa è solo sua. Che sia maledetta lei ed il giorno che mi sono innamorato di lei! No, ma chi voglio prendere in giro, la colpa è mia, solo mia. Che sia maledetto io ed il giorno in cui ho pensato di essere speciale. Io non sono speciale, non ho mai fatto niente di speciale. Sono uno del mazzo, uno come tanti, magari simpatico, forse buono, forse troppo buono con me stesso, quasi sempre sincero. Spero che Dio sia sintonizzato sulla mia lunghezza d' onda emotiva, mentre una lacrima colma di dolore solca silenziosamente e dignitosamente una gota. Cristo, il cuore sta per scoppiare! Basta, devo reagire, devo pensare a qualcosa che mi tiri su il morale. Immagino l'esordio con la casacca biancoceleste in un Roma-Lazio. Chiudo gli occhi. Fuser mi passa il pallone nel cerchio di centrocampo mentre il quarto uomo espone il cartellone luminoso con i minuti di recupero: segna un minuto. Guardo un attimo il tabellone: zero a zero. Punto Thern, lo lascio sul posto, avanzo, entro in area, dribblo secco Aldair, tunnel a Petruzzi, sono solo davanti a Cervone, lo metto a sedere con una finta, tiro a botta sicura, il pallone è quasi entrato in rete, interviene Signori sulla riga e mi ruba il gol. Ma che pure i sogni adesso? Vengo svegliato da dei rumori sinistri provenienti dal mio stomaco. Ma ieri sera che cosa ho bevuto? E soprattutto quanto? Mi alzo faticosamente dal letto, mi infilo una pantofola, cerco disperatamente l'altra ma trovo una bottiglia vuota di Jack Daniels: ieri era piena... Forse l'ha bevuta Ernesto? L' altra pantofola non si trova, entro in bagno con una sola. Mi guardo allo specchio: ho una faccia terrificante, la barba incolta, due occhiaie spaventose. Nottetempo qualcuno deve avermi sostituito la lingua con una sciarpa in cachemire, mentre al posto dei capelli intravedo la sagoma di un paesaggio agreste. Mi faccio schifo. Mentre espleto la pratica cesso il cervello comincia a volteggiare come la Comaneci nel famoso esercizio a corpo libero che le valse 10 alle olimpiadi di Mosca. Penso che forse non sono integrato nella società. Forse non c' è spazio per chi come me non si arrende all'evidenza e continua a vivere rifiutando di adattarsi. Sono fuori dai canoni del duemila: non ho il telefono cellulare, non ho il computer, non mi piace ballare la Macarena, non faccio snow-board d' inverno e le immersioni d' estate, non vado a letto con chiunque sia disposta a farlo e odio chi lo fa, come odio la cattiveria, l'indifferenza e l'approfittarsi delle situazioni; amo i bambini perché ingenui e sinceri, il sole, il mare, gli animali molto più delle persone, giocare anche quando sò di perdere e parlare anche con chi non la pensa come me. Forse sbaglio. Forse stò diventando scemo, o forse già lo sono. O forse, tutto questo è solo un immenso incubo, e quando mi sveglierò riuscirò a sentirmi finalmente un uomo.



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