FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
www: http://www.fabula.it/
email: staff@fabula.it







PETER PAN E IL PRETE

Carlo Raffaelli




- Vorrei un libro per il mio fi... insomma... per un bambino che fa la prima elementare. -
Seppur distratto da uno sciame di mamme che gli urlavano contemporaneamente negli orecchi una decina di titoli di libri diversi, fu incuriosito dall'incertezza del cliente che gli stava di fronte. Raoul, lo sguardo basso su di una montagna di cedole librarie, non aveva ancora visto il suo interlocutore, ma si chiedeva perché si fosse interrotto sulla parola figlio. Finalmente alzò lo sguardo: un uomo alto, robusto, di mezza età, i capelli d'argento facevano risaltare gli occhi di ghiaccio; era vestito di nero, con un rigido colletto bianco: un prete! Raoul non riuscì a non tradire il suo stupore.
- Raoul!! - lo chiamò Lauretta, la commessa della Libreria Peter Pan.
Raoul uscì dall'attimo di trance profonda in cui era piombato, ma ormai era irrimediabilmente turbato.
- "Lingua viva oggi" per la terza ce l'abbiamo? - gli sibilò nell'orecchio.
- Raoul!!! stai dormendo?!?! - ribadì ormai isterica Lauretta.
Era il periodo in cui iniziavano le scuole e tutti i genitori affollavano le librerie scolastiche alla ricerca dei libri di testo. Raoul si era preoccupato per tempo, aveva preso nota di tutte le prenotazioni, aveva sollecitato le case editrici, organizzato le spedizioni, insomma i libri c'erano per tutti. Nonostante ciò mamme e babbi, vocianti e nevrotici, riempivano la libreria disperando di trovare i libri di testo per i loro figlioletti. Era per Raoul e i suoi collaboratori il periodo più brutto e stressante dell'anno.
- Raoul, allora?? -
- Sì, Lauretta, ce l'ha Massimo di là, non importa che urli. -
- Ti incanti. -
Si voltò per guardare ancora quel prete. Sparito. Cercò con lo sguardo oltre la cortina di teste dei genitori impazziti. Niente. Eppure un uomo così alto si sarebbe dovuto vedere.
- "My funny English" per le Mazzini? chiese piuttosto cortesemente un signore sulla quarantina. -
- Eppure stava per dire mio "figlio" - rimuginava assorto Raoul. Un sacerdote padre. Ma com'era possibile? Non era possibile.
- Lo stress - convenne Raoul tra sé e sé - è la stanchezza che mi fa sentire certe cose, chissà cos'avrà detto quel prete, poi forse non era nemmeno un prete, era solo vestito di nero, ora va di moda, eppure...-
- "My Funny English", ha capito? ripeté il quarantenne deciso, ma non spazientito.
- Ah sì, scusi, glielo prendo subito - rispose Raoul finalmente rientrato in sé stesso. Si avviò nella seconda stanza della libreria quando sentì un urlo lancinante.
- Aaaaaaah! - il prete, riapparso, la faccia stravolta - l'hanno ucciso, l'hanno ucciso! - la figura massiccia del prete scendeva velocemente le scale che portavano all'ufficetto-magazzino in cui Raoul faceva i conti e in cui talvolta si rifugiava in cerca di un po' di tranquillità.
- Ma...chi? - fu quello che riuscì a dire Raoul, impietrito dalla paura.
- L'hanno pugnalato - urlò il prete con la faccia arrossata.
Il caos delle voci dei genitori si trasformò in un attimo di silenzio. Poi un parapiglia e un urlìo incredibili. Raoul, terrorizzato e quasi paralizzato, inghiottì un bel po' di saliva e cominciò a salire i gradini di legno; sbarcato sul soppalco la scena che non avrebbe mai voluto vedere: in terra un uomo bocconi, con un coltello piantato nella schiena.
- Lauretta, Massimo, venite! presto! aiuto! -
Non sapeva che fare. Accorsero i due commessi, insolitamente calmi. Cercò di superare il terrore, si avvicinò a quel corpo per estrarre il coltello. La lama era penetrata per intero nella schiena. Un colpo profondo sferrato da una mano sicuramente forte. Il manico era di legno chiaro, era uno di quei coltelli francesi, Opinel si chiamava, c'era scritto e c'era scritto anche un numero, 14, che indicava la grandezza. Lo impugnò.
- Non lo toccare - disse calmo Massimo - dopo che Raoul l'aveva già saldamente in mano - ci saranno delle impronte. -
Raoul riaprì immediatamente la mano, maledicendosi per la sua impulsività. Il corpo senza vita era sempre lì. Raoul si chinò per vedere meglio, guardandosi bene, stavolta, dal toccare. Dalla tasca posteriore dei pantaloni si era sfilato il portafoglio: ne usciva una piccola foto. Era un bellissimo bambino coi boccoli biondi, gli occhi grandi, di un azzurro quasi glaciale, eppure dolcissimo; sul lato destro, in bella scrittura, si poteva leggere "Filippo, 5 anni e mezzo". Raoul rimase fermo, quasi sospeso sulle sue ginocchia, a pensare dove avesse già rivisto quegli occhi.
- Hanno ucciso Raoul...non è un cliente...no non è morto...andiamo via, ho paura - le voci si accavallano sempre più alte, la confusione indescrivibile. Raoul si rialzò, cercando il prete con lo sguardo.
Ora era solo col cadavere sul soppalco, i commessi a mezze scale, tutti gli altri, vocianti e sbigottiti, di sotto che lo guardavano. In mezzo a loro si stagliava l'alta sagoma del prete. Non sapeva che fare.
- Bisogna chiamare la polizia - urlò qualcuno.
- Ma chi è che è morto? - chiese un altro.
- Prima di chiamare la polizia chiudiamo a chiave la porta della libreria - affermò con aria sicura il prete - perché l'assassino non può essere che fra di noi. -
Un boato, un'esplosione di proteste:
- Ah di certo non sono io, ma come si permette, siamo padri e madri di famiglia, gente onesta, noi! -
Ma anche:
- È vero, quel sacerdote ha ragione, chiudiamo la porta! -
Raoul era frastornato, ma guardando quel prete la mente riandò lucidamente a pochi attimi prima e trovò il coraggio di chiedere, con un tono di insinuazione che certo non gli si addiceva:
- Ma lei padre che ci faceva su nel mio ufficio? -
- Avevo sentito dei rumori strani e sono salito a ved...-
- Ma che fa? accusa un prete di assassinio? ma si vergogni! ci dica lei piuttosto: che ci fa un morto nel suo negozio? le sembra una bella cosa? ci sono dei bambini. - fece una signora, forse una maestra.
- Ha ragione - fece eco qualcun altro - è una vergogna! -
Raoul aveva già perso l'insperato attimo di lucidità e sentiva già dei crampi allo stomaco.
- Beh, basta che mi dica come mai era qui su - disse timidamente.
- Glielo ha gia detto - continuò la maestra - aveva sentito dei rumo... -
- Giacomo, Giacomo - gridò preoccupata una bella signora mora, sulla trentina, con un bel bimbo biondo per mano - Giacomo, dove sei? -
Si fece avanti il prete, gli altri lasciarono spazio di fronte alla sua mole e al suo abito. Abbracciò caldamente la signora, con usata intimità.
- È quello su, porta via Filippo - le disse a mezza voce.
- Filippo, il bambino biondo della foto, certo, ma allora la signora è la moglie dell'uomo morto - pensava convulsamente Raoul, ma il prete che la conosce allora...
- Ma lei chi è? - chiese ancora troppo duramente al prete.
- Quell'uomo là sopra è mio fratello e questa è mia cognata. -
La quale, nel frattempo si era accasciata. La confusione era totale. Chi si affannava a soccorrere la moglie, chi cercava di distrarre il bambino.
- È suo fratello, come fa ad averlo ammazzato lui, e poi è un prete figuriamoci - disse uno dei clienti più calmi.
Raoul convenne e si pentì di aver solo per un attimo pensato che il prete... certo che gli occhi del bimbo assomigliavano a quelli del prete: era suo zio! Ma allora chi aveva...
- Lauretta - esplose improvvisamente Raoul - c'eri venuta tu l'ultima volta sul soppalco! -
Lauretta in un secondo fu tutta rossa in volto, poi bianca, poi viola, poi scoppiò in un grande pianto, mentre Massimo la guardava con aria impassibile e vagamente accusatoria.
- Raoul - singhiozzò - sei uno stronzo, come puoi pensare una cosa simile di me? -
- Bel datore di lavoro, accusare subito le povere commesse, e sì che è tanto buona Lauretta - esclamò indignata una vecchia cliente della libreria Peter Pan.
- Già - rincarò la dose un grasso signore con forte inflessione dialettale - magari è stato lui! -
Prima che Raoul sfilasse il coltello dalla schiena del cadavere e glielo lanciasse in mezzo agli occhi, fu colto da un'altra maldestra intuizione. Scese con calma le scale, appoggiò una mano sulla spalla di Massimo e lo condusse al piano terra. Poi, guardandolo dritto negli occhi, gli disse:
- È vero, Lauretta è salita solo una volta, ma tu ci sei stato per almeno mezzora sopra. L'hai accoltellato tu! -
Massimo non perse la calma:
- Senti Raoul, capisco che sei stravolto e la situazione è veramente grave, ma io non sono stato; non ho nessun motivo per ammazzare chicchessia; non conosco quell'uomo e poi... e poi... a me i coltelli fanno paura. -
Mentre sentiva montare la nuova marea di proteste per aver accusato anche l'altro commesso, Raoul si scusò con Massimo, anche se non l'aveva pienamente convinto. La situazione era talmente assurda che poteva essere stato chiunque a ficcare nella schiena dell'uomo quel coltello. Già, il coltello. Ora la gente era salita nell'ufficio per vedere la scena. Prese un foglio di carta, deciso a sfilare il coltello dal corpo, senza lasciare altre impronte. Le gambe gli tremavano, gli spasmi della colite gli spaccavano lo stomaco: si aprì un varco fra i presenti, rivide il corpo steso, stava per chinarsi ed estrarre il c...
- Il coltello, chi l'ha preso? -
- Nessuno, io no, ce l'avrà levato lei. -
A Raoul parve inutile giustificarsi, ma i suoi occhi andarono subito ad incrociare quelli del prete, quelli azzurri, quelli di ghiaccio, quelli tanto simili a quelli del bambino. Il sacerdote ricambiava il suo sguardo con fierezza, Raoul dovette abbassare il suo per primo. Si chinò, perse quasi l'equilibrio per la tachicardia che lo stava assalendo, trovò la forza di guardare il volto del cadavere: era un uomo coi capelli neri, gli occhi castani, doveva aver avuto massimo 35 anni, non particolarmente bello, al di là dello sfiguramento della morte. Il bimbo invece sì che era bello; il suo pensiero andò a lui, che aveva perso il padre, o perlomeno il marito di sua madre, gli si strinse il cuore... ma insomma, che stava pensando? Riguardò il cadavere, mentre gli altri attorno a lui urlavano e si agitavano, e lo riconobbe. Era un cliente, non abituale, ma di tanto in tanto si faceva vedere. Era una persona gentile, ma l'ultima volta che era venuto, già. La sua mente si illuminò di nuovo: già, l'ultima volta che era venuto aveva avuto una discussione piuttosto accesa con Massimo. Ecco! Si girò di scatto e trovò proprio gli occhi di Massimo che già lo guardava impassibile. Ma no! non si uccide per una banale discussione, certo che Lauretta c'era andata davvero sul soppalco, e il coltello? dov'era finito? Non ci capiva più niente. Stava quasi per vomitare. Riuscì a trattenersi. No, era il prete la persona a cui doveva pensare, perché poi tutto il suo turbamento era iniziato prima che fosse scoperto il cadavere. Quando il prete si era quasi tradito dicendo per il mio "fi". Figlio, certo, figlio voleva dire, gli somiglia anche a quel bimbo, altro che al morto! Il bimbo biondo, con gli occhi di ghiaccio, Filippo. Filippo? ma forse...ecco voleva dire Filippo, il mio Filippo, suo nipote. Ma lo avrebbe potuto dire, e invece si è quasi mangiato la lingua. Certo gli somiglia e così avrebbe avuto anche il movente, certo. Amare la bella signora mora e sbarazzarsi del terzo incomodo, anche se era suo fratello, tanto un prete è insospettabile; solo io che sono uno stronzo posso pensare che abbia una relazione con sua cognata, ci faccia un figlio e ammazzi suo fratello. C'è da andare all'inferno solo a pensarle certe cose!
E mentre Raoul era sopraffatto da questa valanga di pensieri che gli schiantavano il capo, lo stomaco, il cuore e anche qualcos'altro, sentì in lontananza un suono che aggravò, se possibile, il suo stato confusionale: la sirena della polizia.
Uaaaan, Uaaaan. Il suono si avvicinava rapidamente e con esso, inesorabilmente, pensava ancora Raoul, i poliziotti. Che casino: già stressato dal periodo scolastico, un morto nel negozio accoltellato con un coltello che non si trova più e che ci ha anche le sue impronte, mannaggia la miseria, e ora anche i poliziotti, ma vaffan...
- La polizia, la polizia, sta arrivando, hanno fatto bene a chiamarla, ma chi l'ha chiamata? -
- Già, chi l'ha chiamata? - pensò Raoul.
Uaaaan, Uaaaan, sempre più vicina. Raoul non ce la fece più e cominciò a vomitare sul pavimento di legno del soppalco, a pochi centimetri dal cadavere. Uaaaan, Uaaaan. La sirena della polizia era sempre più vicina. UAAAAN, UAAAAN. Finalmente erano arrivati. Si rese conto che per un attimo aveva chiuso gli occhi. Li aprì: la luce filtrava dalle persiane. Era solo nel letto. Le lenzuola erano fradice di sudore. Del suo sudore. La sveglia ticchettava. La guardò: erano le 11.15; riguardò la finestra, il pulviscolo dell'aria era dorato da un bel raggio di sole. Era mattina. Incredulo si alzò: le 11.15 di che giorno? Incerto nei suoi passi cercò il telecomando della TV, l'accese, Tom&Jerry; si rincorrevano sullo schermo, premette il tasto TLV: Domenica 11 novembre. Si accasciò sulla poltrona più vicina, si passò una mano forte sulla fronte sudata. Un sogno, solo un sogno. Il periodo scolastico era finito da un pezzo, fra poco semmai avrebbe dovuto pensare al Natale. Si buttò all'indietro, la nuca oltre lo schienale, guardò il soffitto decorato con foglie d'ulivo intrecciate: mai gli parve così bello. Era solo. La sua donna era partita al sabato per andare a trovare sua madre, che abitava in un'altra città. UAAAAN, UAAAAN: il suono della sirena sempre più forte, quella polizia che non arrivò mai. UAAAAN, UAAAAN, UAAAAN: ma era DAVVERO il suono della sirena della polizia. Si affacciò alla finestra: il suono sempre più forte, un vocìo di persone, ma nella piazza nessuno. Si vestì alla svelta e scese in strada. Dietro l'angolo il commissario Bortoluzzi e due agenti stavano accompagnando sulla loro auto il creativo dell'agenzia di pubblicità che aveva sede a due passi da casa di Raoul. Che poteva aver fatto?
- Come mai lo arrestano? - chiese Raoul a uno dei curiosi lì vicino.
- Era il mostro dei fax - rispose l'altro con sicurezza.
- Nooo, fece incredulo Raoul. -
- L'hanno colto in fragrante - disse un'anziana signora.
Negli ultimi tempi la città era stata terrorizzata da un individuo che spediva anonimi fax inquietanti, che narravano storie sanguinose e terribili. Finalmente dopo lunghe e insolite ricerche avevano trovato il colpevole.
Una scena penosa: il pubblicitario in lacrime e manette, la folla che lo insultava, il commissario, vecchio compagno d'armi dell'arrestato, triste del successo della sua indagine. Raoul quel copywriter, come diceva di sé, lo conosceva appena; buongiorno, buonasera, qualche aperitivo al bar vicino alla libreria, ma gli era sempre sembrato una brava persona, seppur stravagante, ma come del resto spesso sono le persone creative. Ma la felicità profonda per l'aver scampato la brutta avventura di quello che era stato un terribile incubo ormai lo pervadeva, nel cuore e in tutto il corpo. Una rilassatezza che raramente aveva provato, un piacere profondo, totale. Tornò verso casa. Mise distrattamente una mano nella tasca dei pantaloni, sentì un aggeggio lungo e duro. Sembrava un coltello. Un brivido glaciale lo percosse come una frustata. Poi sorrise tra sé e sé.
- Dev'essere il nuovo segnalibro della De Agostini - si rassicurò.
Estrasse l'aggeggio. Era un coltello. Un Opinel. Chiuso. Guardò il numero: 14. Non l'aprì, per non sapere se era sporco di sangue. Lo gettò tranquillamente nel primo cestino che vide. Era una splendida domenica di novembre. La grande piazza con i platani risplendeva. Era felice. Si gustò quella radiosa mattinata, quel tepore, quella sospensione magica del tempo, quella dolcezza dell'aria che accarezzava la sua pelle, quella splendida stagione di metà autunno che i libri di scuola chiamano "estate di S.Martino" e ringraziò Dio di esistere. Più avanti, sulla panchina tra le foglie secche, si intravedeva una figura vestita di nero, alta, i capelli d'argento. Raoul fece finta di non vederla. Tornò a casa.
Si rituffò nel letto. E dormì ancora un pochino.
Così, dolcemente.



ATTENZIONE!
Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore.
L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti della banca dati e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne al circolo.
L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.