FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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PER NAVA: LA SCOMMESSA DI PASCAL E LE QUALITA' ESSENZIALI DI DIO

Massimiliano Griner




In un messaggio personale, Nava contestava la validità delle argomentazioni da me esposte in un breve testo, reperibile in Fabula BBS, contro la celebre Scommessa di Pascal. Questa lettera aperta intende essere una risposta alle sue critiche mediante nuovi argomenti.

Nella tua missiva sostieni che "un conto è l'essenza, aperta allo scavo della ragione, un conto è l'esistenza [di Dio], la cui dimostrazione è (e Pascal stesso lo sapeva) impossibile".
Devo dirti con tutta franchezza che non ho la più pallida idea di cosa tu intenda facendo uso della parola "essenza", e che personalmente preferirei fare a meno di questo concetto oscuro. Da quello che scrivi, comunque, sembra che l'essenza sia, inter alias, una sorta di dimensione accessibile alla ragione. E, sperando di non sembrarti importuno, neppure so con certezza cosa tu intenda con la parola "ragione". Sarebbe dunque meglio aggiornare la seduta, e riaprirla con una rigorosa ricerca sulla definizione di queste due parole. Credo che parte delle nostre incomprensioni, passate e future, traggano ragione di esistenza dal semplice e banale fraintendimento.
Tuttavia tu stesso, nelle linee successive, chiami in causa un esempio che sembra chiarire alcune cose. Ed è a questo che mi aggrapperò per desumere, in via meramente intuitiva, cosa tu intenda con le parole "essenza" e "ragione".

Scrivi infatti: "Prendiamo un triangolo. Io non sono sicuro della sua esistenza nella realtà fisica (sto cercando di immedesimarmi in Pascal giacché io sono praticamente certo della sua inesistenza nel mondo reale). Tuttavia posso elencarne le proprietà. Posso affermare con ragionevole certezza che se esistesse un ipotetico triangolo la somma dei suoi angoli interni sarebbe pi greca, che esso racchiuderebbe un'area di... insomma un bel po' di cose. Tutto questo senza esser sicuro della sua esistenza. In questo caso posso solo dire che non so se tale triangolo esiste ma che se esistesse certamente avrebbe queste proprietà. Simile ragionamento deve averlo fatto Pascal quando ragionava su Dio".

Se da un lato le tue parole mi aiutano ad avvicinarmi alla accezione che tu hai assegnato alle parole "ragione" e "essenza", devo altresì constatare che emergono nuovi problemi interpretativi. Teniamo intanto per fermo questo: 1) la ragione è uno strumento - quali che siano le modalità con cui opera - con cui possiamo scoprire dei fatti che non dipendono dall'indagine empirica. Esempi di fatti acclarati dalla ragione sono ad esempio:
a) la somma degli angoli interni di un triangolo equivale a pi greco; b) ogni triangolo ha tre lati;
c) Nava è un capitano di industria o Nava non è un capitano di industria, etc.

2) l'essenza è qualcosa come la vera natura di un oggetto, o l'insieme delle proprietà che gli sono necessariamente connesse de re: per esempio fa parte dell'essenza di un triangolo che la somma dei suoi angoli esterni assommi a due retti. Definire l'essenza in modo diretto, e non come classe delle proprietà necessariamente possedute da certi oggetti, sembra impossibile: per esempio non mi sentirei di dire:

l'essenza del triangolo è la centottantagradità della somma dei suoi angoli interni.

L'essenza, almeno dalla descrizione che tu ne fai, sembra essere un nome collettivo di proprietà che la ragione riconosce in alcune cose: quelle appunto accessibili alla "pura" ragione, senza alcuna indagine empirica. Chiariti questi due punti, si aprono immediatamente nuovi interrogativi. Non mi riesce di afferrare se con "realtà fisica" (in cui non sei certo se esistano o meno triangoli), tu intenda la stessa cosa di "mondo reale" (in cui dichiari non esistere cose come triangoli).
In ogni caso, le cose devono stare così:
1) i triangoli si trovano nel "mondo fisico" o (esclusivo) si trovano nel "mondo reale";
2) (i triangoli appartengono al "mondo fisico" o (inclusivo) al "mondo reale") o (esclusivo) esiste un terzo regno dove hanno sede.
Dal momento che tu neghi che i triangoli esistano nel "mondo reale", e dubiti che esistano nel "mondo fisico", credo che tu stia sposando la tesi (2).
Infatti i triangoli devono pur esistere, da qualche parte. Altrimenti avremmo lo strano caso di entità con cui trattiamo quotidianamente - certo i matematici li trattano quotidianamente - senza che esse esistano, e in nessun senso della parola "esistere"!
Si può ribattere che anche di entità come "Ulisse" o le "Sette città d'oro di Cibola" trattiamo tutti i giorni, senza che entità del genere esistano. La qual cosa infatti richiede che, almeno in un senso della parola "esistere", esse esistano davvero. Suggerisco di trattare i triangoli con non minore delicatezza.
Credo che possiamo tranquillamente concordare nel fatto che i triangoli esistono. Dici di essere certo che i triangoli non esistono nel "mondo reale". Ma che cosa tu possa intendere con "mondo reale" dato che in esso non possono comparire triangoli, proprio non lo so. Forse hai fatto tua la definizione di Popper del "mondo reale", secondo la quale appartengono al "mondo reale" solo le cose che sono alla portata delle nostre mani, che sono qui-alla-mano: come i tavoli, le sedie, la consolle del computer, i disegni raffiguranti triangoli, etc.
Sono invece sicuro, e penso che chiunque possa esserlo, che nel "mondo fisico" non esista alcun triangolo. Infatti la parola "triangolo" non compare mai in nessun testo di fisica. O se vi compare, vi compare solo metaforicamente. Sicuramente non vi compare nello stesso modo di come vi compare la parola "neutrino" o "quark".
Certo nessuno può impedirci di usare la descrizione definita "mondo fisico" per designare qualcosa di molto più banale, come: la totalità delle cose che esistono, includendo signori londinesi con la bombetta, neutroni, vacche e disegni di triangoli. Ma do per scontato che con "mondo fisico" intendiamo il mondo visto dal punto di vista della attuale fisica teorica. Che nel suo vocabolario teorico non contiene né bombette né vacche. né triangoli, naturalmente.
Con questo naturalmente non intendo dire che non esistono in natura configurazioni triangolari: ma se esistono, esse appartengono al campo della chimica, della geologia o della geometria. Non della fisica.
Probabilmente tu sostieni che in natura (sia essa chiamata "mondo fisico", sia essa chiamata "mondo reale" - ma si tratta di concetti molto diversi, come abbiamo visto), non esistono oggetti perfetti come i triangoli idealizzati della geometria.
Di fatto è vero che qualsiasi triangolo del "mondo reale" è molto imperfetto. Per esempio le rette che lo compongono dovrebbero avere una sola dimensione - la lunghezza - mentre è noto che in ogni raffigurazione fatta a mano con una matita ne hanno senz'altro tre (anche se ne vediamo solo due, la terza, lo spessore, possiamo avvertirlo in alcuni casi con il tatto). Un triangolo raffigurato con un AutoCAD, ad esempio, sembra già una raffigurazione migliore. Riesci a trovare qualcosa come la profondità delle rette, nella raffigurazione che compare sullo schermo?
In realtà però, quando trattiamo di triangoli, e ci aiutiamo facendo uso di rappresentazioni convenzionali, non è delle rappresentazioni che trattiamo, ma proprio dei triangoli. Se infatti trattassimo delle rappresentazioni, non dovremmo forse dire che le loro rette sono tridimensionali, che non sono perfettamente rettilinee, etc.? Quelle che sono le imperfezioni delle nostre rappresentazioni, diventerebbero tout court le caratteristiche dei triangoli. Credo che chiunque convenga che, inter alias, uno degli scopi della geometria sia trattare i triangoli ideali, e che essa ci riesca abbastanza bene; inoltre, che non rientra neppure minimamente nei suoi interessi lo studio della simbologia convenzionale e imperfetta con cui raffiguriamo i triangoli.
Ma cosa si autorizza, da qui, a negare che i triangoli ideali esistano? sicuramente non sono oggetti del "mondo reale", nel senso che non posso afferrarli, rigirarli, pesarli e usarli per schiacciarci un pisolino sopra. Ma lo stesso vale per molte altre entità, come un piano perfettamente liscio, l'amore per il quieto vivere, la proprietà di essere-cafoni, e così via. Con questo non intendo assimilare l'esistenza dei triangoli ideali a quella di figure leggendarie come "Dick Tracy", o entità bizzarre come "il vetro di legno": vi sono differenze notevoli che non possono essere trascurate. In primo luogo i triangoli ideali godono di proprietà che potremmo, con le tue stesse parole, definire "essenziali": un individuo dotato di grande acume potrebbe ricostruire da solo, ex novo, la geometria euclidea: Bertrand Russell a tredici anni aveva già scoperto autonomamente alcune dozzine di teoremi della geometria piana, facendo uso di quella che con le tue parole possiamo definire "ragione". A ciò si aggiunga che i tentativi di indicare le origini empiriche, sintetiche, dei concetti primitivi della geometria sono tuttora inconclusivi o scarsamente convincenti.
In secondo luogo i triangoli e le loro proprietà sono immergibili, come elementi costitutivi, all'interno di teorie fisiche, di progetti ingegneristici, di attività di agrimensura, etc.
I triangoli ideali hanno dunque sia varie proprietà a priori, sia un utilizzo pratico, contenutistico, che ne svela ulteriori proprietà interessanti. Nulla del genere accade con entità come "Ulisse": non solo esse sono prive di qualsiasi proprietà a priori, ma neppure hanno alcuna utilità in seno ad altre attività estranee al loro campo di pertinenza (nella fattispecie, la letteratura epica). Per esprimermi in modo più chiaro: grosso modo, se introduciamo alcuni concetti della geometria ai corpi più pesanti dell'aria scopriamo l'aerodinamica. Mentre l'inserzione del concetto "Ulisse" non ha alcun valore esplicativo in nessun contesto (tranne che alla definizione delle parole crociate: "Padre di Telemaco". Ma questo non è un valore esplicativo). In conseguenza a queste riflessioni, credo sia chiaro che i triangoli ideali esistono, e svolgono un ruolo estremamente importante. Come tutte le cose che esistono, i triangoli ideali hanno delle proprietà che possono essere scoperte e analizzate. Credo altresì di aver confutato i tuoi assunti che 1) i triangoli ideali non esistono e,
2) ciononostante le loro proprietà sono elencabili.
In realtà infatti:
3) i triangoli ideali esistono e,
4) le loro proprietà sono elencabili.

A questo punto non possiamo che estendere le nostre considerazioni al termine "Dio". Scritto con la maiuscola ha la forma grammaticale di un nome proprio, ma abbiamo anche occorrenze che iniziano con la minuscola, "dio", o perifrasi di significato equivalente, come "essere perfettissimo". Si tratta di differenze non minime. Scritto con l'iniziale maiuscola, "Dio" esiste allo stesso titolo di "Betty Boop", o di "Telemaco". Scritto con la minuscola, "dio" esiste allo stesso titolo di cose come il triangolo isoscele ideale (anche se, come Kant ha mostrato nella Dialettica Trascendentale, non ha senso tentare nei riguardi di un tale concetto una speculazione a priori paragonabile a quella con cui investighiamo i concetti matematici).
La perifrasi "essere perfettissimo" e simili creano ancora meno problemi.
Bertrand Russell ha mostrato mirabilmente come trattare le descrizioni definite. E nel caso preferissimo rivolgerci ai suoi detrattori, non troveremmo in nessuno di loro la tesi secondo cui tale perifrasi comporta implicazioni ontologiche. Quindi è certo che, in almeno un senso dell'esistere, dio esiste. E con questo?

Ma veniamo ora più da vicino al pensiero di Pascal che costituisce l'oggetto del nostro interesse.
"[Dio] - prosegui nel tuo messaggio - certo non può essere finito, poiché altrimenti non sarebbe perfetto (io non credo che Pascal abbia plagiato queste argomentazioni dalla Bibbia bensì dalla ragione che sia per gli ispiratori del libro sacro, sia per Pascal aveva indicato la stessa direzione), inoltre deve aver creato l'uomo per amore etc... Queste proprietà di Dio sono necessarie. Rimane il dubbio impenetrabile della sua esistenza. Pascal sosteneva che se Dio esiste deve necessariamente avere queste proprietà, altrimenti non se ne fa nulla".
In proposito devo osservare che condivido con te l'idea che il dio di cui parla la teologia occidentale deve godere alcune caratteristiche irrinunciabili, senza le quali sarebbe solo un simulacro della divinità. Ho qualche dubbio invece in merito alla possibilità di applicare un aggettivo come "infinito" in relazione a oggetti che sono estranei a quel dominio in cui l'infinità è stata trattata con il dovuto rigore, e cioè la scienza matematica.
Come principio-guida, diffido sempre dalle applicazioni metaforiche di concetti al di fuori del campo di loro pertinenza. Le frasi costituite in deroga a questo principio possono sembrare significative, senza esserlo realmente, a causa delle associazioni che comunque attivano in chi le usa e le ascolta.

In ogni caso devo dissentire dalla interpretazione del mio breve scritto, secondo cui, "Il fulcro della [mia] dissertazione è l'apparente contraddizione fra la precisione con cui Pascal conosce gli attributi di Dio e l'ignoranza sulla sua esistenza". è vero che avevo messo in evidenza la mossa di postulare alcune proprietà prima ancora di accertare l'esistenza dell'ente di cui erano predicate. E credo che le linee di questo mio secondo intervento contribuiscano a chiarire la mia posizione, e il perché io credo illegittimo un simile metodo.
Tuttavia il fulcro di quell'articolo era piuttosto una confutazione della validità della celebre scommessa di Pascal. Prima di procedere oltre, sgombriamo il campo da alcuni equivoci.
Credo che tu mi abbia frainteso quando scrivi che "[r]iguardo alla questione se sia meglio credere che non credere e se credendo si perdano molte esperienze e molti piaceri non saprei che cosa dirti. Dipende da moltissimi fattori e specialmente dall'individuo...".
Io non ho mai inteso paragonare la vita di un credente con quella di un non credente, né ho inteso affermare che il credente perda esperienze e piaceri. La mia posizione è piuttosto che un confronto tra due modelli di esistenza diversi non può essere mai realizzato per il semplice fatto che non esiste un metro di misura con cui paragonarli. Se esistesse, non si tratterebbe di reali modelli di esistenza distinti.
Questa non è una mia opinione, ma qualcosa in cui chiunque non può che concordare. Infatti la parola "piacere", per esempio, denota almeno in un caso cose diverse nella vita di un credente e in quella di un non credente. Almeno in un caso - nulla toglie che in molti altri casi essi possano naturalmente trovarsi d'accordo.
Se con le parole "[è] l'eterno problema dell'interpretazione, che dipende dal substrato inconscio e conscio dell'individuo con cui si tenta di comunicare", intendi affermare che non si può applicare lo stesso metro per giudicare vite diverse, allora possiamo essere d'accordo.
Resta il fatto che Pascal invita il non credente a "scommettere" che Dio esiste. Nel caso che Dio esista, la fede viene premiata con l'immortalità. Nel caso non esista, nulla è andato perso. Viceversa, chi scommette che Dio non esiste, nel caso Dio esista, ha perso il paradiso (e forse ha guadagnato l'inferno), mentre nel caso non esista, nulla ha perso. A conti fatti, osserva Pascal, scommettere su Dio si rivela comunque vantaggioso. Un po' come se all'ippodromo qualcuno ti offrisse di puntare i suoi soldi su una accoppiata, e ti garantisse l'incasso in caso di vittoria.
La mia obiezione era molto semplice. Trascuriamo per semplicità le indubbie forzature implicate dalla scommessa. Ad esempio non vedo cosa possa garantire che Dio non salvi chi ha scommesso che Dio non esiste. Il finale del "Faust" di Goethe, in cui l'eterna misericordia di Dio chiama a sé l'anima di Faust, che Faust aveva sacrilegamente venduto al diavolo, dovrebbe perlomeno metterci seri dubbi.
Il punto determinante era: cosa significa, fuor di metafora, "puntare tutto" su Dio? Bè, ad occhio e croce non dovrebbe essere molto diverso dal puntare tutto su un altro essere umano, con cui per esempio ci apprestiamo a dividere una esistenza. Certo "puntare tutto" non può ridursi ad "alloggiare" nella propria mente l'espressione "Dio esiste". Mi sembra francamente troppo poco. Che ne diresti di un pirata che per tutta la sua criminosa esistenza ripetesse tra sé "Dio esiste", senza per questo cessare di terrorizzare i sette mari?
meriterebbe la vita eterna? E che pensare di un Dio che assegnasse la vita eterna solo a coloro che si sono limitati ad "alloggiare" in qualche maniera le parole che significano la sua esistenza?
Qui non possiamo chiamare in causa l'argomento del diverso metro di misura per diverse esistenze: Pascal propone infatti la scommessa ad ogni uomo, indipendentemente dalla sua predisposizione alla religione o alla sua avversione. Se ammettiamo, come mi sembra ragionevole, che puntare tutto su Dio significhi sposare risolutamente e senza riserve la vita di un "buon cristiano" - qualunque cosa possano significare queste parole - è evidente che chi è già versato alle cose della religione troverà molto meno sgradevole attenersi a certi principi di chi non lo è affatto. In questo senso diremo, in virtù del principio del diverso metro, che il primo è felice, mentre il secondo non lo è; che la vita terrena del primo vale la pena di essere vissuta, e quella del secondo, no, e così via. Queste considerazioni dovrebbero mostrarti con tutta evidenza che io non penso affatto che la vita del credente sia necessariamente più povera e meno degna di essere vissuta di quella dell'ateo. Ma resta il fatto che comunque la vogliamo intendere, fatte anche le dovute specificazioni, la scommessa di Pascal resta onerosa. Il principio dei diversi metri di giudizio ci dice che è onerosa per almeno un individuo, per esempio per un individuo estremamente dedito ai piaceri della carne, che non sono compatibili con la "vita di un buon cristiano". E aggiunge che non sarà onerosa per almeno un individuo, nella fattispecie quello a cui sono estranei i piaceri carnali. Naturalmente possiamo immaginare una scommessa fatta per indurre gli uomini a credere in un dio la cui religione magnifica i piaceri carnali, per vedere immediatamente la situazione ribaltarsi.
Ma se la Scommessa di Pascal diventa onerosa, smette di costituire un argomento significativo. Infatti gran parte della sua forza consisteva nel proporre una scommessa particolare in cui, al massimo, non si perde. Essa è invece una scommessa come tutte le altre. Chi perde, perde qualcosa.




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