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ERA PERFETTA. MOMENTI DI SIMULAZIONE

Franco Profondo




Aveva immesso tutto di lei. Non solo la griglia del suo viso è stata digitalizzata ma anche alcuni movimenti complessi: come si muoveva il viso quando parlava, come si spostavano le labbra, come si alzavano le guance, come gli occhi e il naso e come tutta la mimica del viso accompagnava le parole che diceva. Anche le espressioni sentimentali senza voce sono state registrate su videofilm e poi digitalizzate: le più svariate forme del sorriso, espressioni che la mostravano allegra o arrabbiata, pensierosa o spensierata, seria, triste, perfino l'essere presa da sé stessa è stato captato ed anche quel speciale momento che era solo per lui e che esprimeva affetto e forse amore. Sullo schermo ha ridotto i colori perché sui monitor a colori usati comunemente sono troppo acuti e sembrano quasi kitsch. Con colori un po' più decenti il suo volto sembrava più onesto, gli occhi possedevano il blu marino e i capelli lunghi e lisci non prendevano più così tanto quel color oro biondo ma più il loro colore tenue ma naturale. Il vero era, stranamente, più bello.
Naturalmente ha anche registrato la sua voce. Ha separato le sue parole in mezze sillabe, cioè tagliate in mezzo alle vocali, e così gli bastavano un numero ristretto di suoni per sintetizzare un'infinità di parole e frasi: in questo modo semplice ma geniale poteva far parlare la sua simulazione virtualmente di ogni cosa. E' perfino riuscito a modulare la voce che varia la melodia e il colore di essa a seconda del contenuto della frase, esprimendo così diverse forme di insistenza, sentimenti inclusi.
E adesso parlava veramente con lui. Era quasi come se l'avesse davanti a se su un videotelefono.
Questo perché ha collegato tutti i dati con un programma di dialogo, una rielaborazione del mitico software di psicoanalisi ELIZA. L'ha tradotto in italiano, trasportato su Smalltalk transumano e l'ha riempito di modi di dire dotandolo di una sua propria capacità di costruire frasi.
Il sistema accetta, ovviamente, l'immissione tramite la sua voce con un microfono, per riuscire a creare un vero dialogo, questo però è stata la parte più facile del progetto. Molto più complesso si è dimostrata la sincronizzazione tra i movimenti digitali del viso e dell'emissione sintetica delle mezze sillabe, perché la sua mimica doveva corrispondere con il contenuto di tutta la frase e non solo con quello delle parole o magari solo con quello delle mezze sillabe.
Naturalmente ha dovuto disporre l'hardware con processori grafici supplementari per arrivare ad un movimento in tempo reale. La meta era quella di avvicinarsi alla realtà il più possibile: e questo con una velocità di movimento naturale. Ha dovuto usare qualche trucco nel software per le immagini in movimento per non permettere che la potenza di calcolo richiesta raggiungesse l'infinito. Così l'immagine ad alta risoluzione non veniva aggiornata in tutti i punti ma venivano ricalcolate solo le parti in movimento.
Ora poteva stare seduto davanti allo schermo, chiamare INGRID.COM, aspettare due minuti buoni affinché tutto il programma venisse caricato ed inizializzato - e poi parlare con lei. E lei rispondeva, faceva autonomamente domande, conversavano. Un sistema con capacità di apprendimento che da immissione ad immissione disponeva di dati sempre maggiori e che poteva variare i dialoghi di volta in volta.
In quel momento però non fu capace di parlare con lei. Stava solo seduto lì e fissava l'immagine. Il suo sguardo sembrava quasi cieco e vuoto mentre lei gli sorrideva dallo schermo, un sorriso fissato, ma sempre un sorriso. In fondo tutto il progetto era solo un test. Un test preparato per otto mesi e che doveva dimostrare quanto un computer possa simulare la realtà. Un test alquanto riuscito.
Quella mattina dopo l'ultima di innumerevoli notti passate a lavorare, aveva finito. Da ora i dialoghi sembravano reali come non mai, era realmente lei che appariva sullo schermo.
L'aveva chiamata, fiero e liberato, perché venisse da lui nell'Istituto per vedere per prima la simulazione di se stessa. Si è preparata in fretta, era contenta ed è corsa fuori di casa piena di aspettative volendo attraversare la strada per arrivare alla fermata del bus sull'altro lato della strada. Non ci è mai arrivata sull'altro lato della strada.
Glielo avevano appena detto al telefono. Un'auto l'aveva presa, un'autista assonnato che prima non ha visto e poi ha reagito in ritardo. Un destino che non le ha lasciato neanche l'ombra di una chance. E' morta ancora sulla strada per l'ospedale.
Non c'era più, mai più.
E la cosa più terrificante era che poteva lo stesso vedere ogni giorno il suo sorriso: poteva chiacchierare e scherzare con lei. Parlava, domandava e rispondeva. Tirava su il naso e faceva le rughe in fronte, si scuoteva i capelli dal viso e aggrottava le sopracciglia. E parlava con tutto il calore programmato che aveva. Da qualche parte esisteva ancora; in quella macchina c'era ancora qualcosa di lei, però qualcosa che, pur essendo così reale, era solo una simulazione - che non capiva le sue lacrime.




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