FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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UN PAZZO

Nicola Randone




8 Maggio 1992

Torno appena da Roma dove ho incontrato Marco che è rinchiuso in quella clinica ormai da tre mesi. Non credevo che avessi potuto trovare lo spirito e la forza necessaria per farlo ma avevo deciso già da tempo di andarlo a trovare. Quello che ho visto in quella clinica mi ha sconvolto parecchio: nelle celle di isolamento, quasi a mo' di esposizione, dalle piccole finestrelle, che probabilmente servivano agli infermieri per tenere d'occhio i malati, si scorgeva gente tremante accasciata per terra in preda a delle convulsioni, altri come morti, altri ancora che urlavano come provassero le pene dell'inferno, ma, cosa che forse mi ha turbata di più, attorno a tutta quella disperazione spiccavano sulle finestre dei tendaggi raffinati e sulle pareti la carta da parati luccicava di fregi dorati, per non parlare poi del mobilio e di tutto l'arredamento del salone "per i pazzi non troppo pazzi" che sembrava quasi voler compensare la tristezza e la disperazione che regnava in quell'ambiente, come se alla gente che viveva in quel posto interessasse tutto quello che gli stava intorno. Marco era in isolamento e indossava una camicia di forza, l'infermiere mi disse che era una precauzione nel caso delle visite, che insomma Marco non ne aveva alcun bisogno e che lo stesso isolamento era necessario per la buona riuscita della terapia cui era sottoposto. Dapprima lo vidi attraverso il vetro, poi, quando l'infermiere mi fece entrare raccomandandomi di non avvicinarmi troppo per evitare che si impaurisse, mi ci trovai davanti. Aveva l'aspetto e gli atteggiamenti di un folle: barba e capelli erano rasati alla perfezione, mi chiesi se avessero dovuto addormentarlo mentre ne rendevano piacevole l'aspetto fisico; gli occhi erano come immersi nella contemplazione di qualcos'altro a me invisibile, fissavano il vuoto; il suo corpo sembrava trascinato da una forza trascendente la mia comprensione, ondeggiava a destra e a manca lungo un perimetro tracciato da lui stesso sul pavimento con un gessetto e ripeteva una strana cantilena le cui parole suonavano pressappoco così "Sciogli le briglie dello spirito, lascia che si scomponga riconoscilo libero..."; più volte mi guardò di sfuggita, ma sembrava non riconoscermi. Non appena entrai desiderai immediatamente di fuggire da quella stanza-cella, non riuscivo a sopportare di vederlo in quelle condizioni, ma, non appena feci per voltarmi, mi chiamò per nome. La sua voce sembrava aver assunto la tonalità di quella di una persona normale: "Barbara, ti prego, non andar via". Dalla reazione dell'infermiere che si era subito precipitato a sollevare la cornetta del citofono credo per chiamare il medico capii che non erano certo frequenti dei momenti di lucidità. Mi sedetti vicino a lui e gli chiesi se si ricordava di me, disse: "Non sarò certo tanto folle da scordare il tuo viso dolcissima ragazza". Gli chiesi se volesse andar via da quel posto ma ebbi l'impressione che non avesse capito la mia domanda, forse non si rendeva conto di essere rinchiuso in una cella imbottita e di indossare una camicia di forza, forse viveva interiormente non curandosi di ciò che lo circondava.

Gli chiesi se gli mancava Ragusa e gli amici che aveva lasciato, mi ascoltava abbassando e alzando il capo, sembrava incuriosito dalle domande che gli rivolgevo come se fosse la prima volta che sentiva nominare parole come amici o Ragusa. Chiesi all'infermiere se poteva slacciargli la camicia di forza, lo anticipo' il dottore che fino a quel momento era stato per un po' in disparte ad osservare i nostri movimenti: "Proceda sig. Linguanti" disse rivolto all'infermiere, poi mi fece cenno di avvicinarmi "Piacere signorina, Eugenio Cavallo", gli strinsi la mano presentandomi a mia volta, "Mi faccia un piacere continui come aveva cominciato io la osserverò e la sentirò da una stanza vicina grazie all'aiuto di alcuni microfoni ben nascosti in questa stanza e di una telecamera che sta proprio lassù", e con la mano fece cenno verso uno specchio posto sulla parete appena sotto il soffitto. Acconsentii rivolgendomi poi verso Marco, libero finalmente dall'ingombro della camicia di forza. Sotto lo sguardo attento dell'infermiere mi avvicinai a lui e gli diedi un bacio sulla guancia. Lui contrasse la mano e me ne spaventai allontandomi di qualche metro, temevo che avesse potuto farmi del male. Sbagliavo, non fece altro che accarezzarsi la guancia che gli avevo baciato. Il suo volto sembrava tornato normale, non notai le evidenti alterazioni somatiche che mi avevano turbato in principio, per un momento dimenticai persino di trovarmi di fronte ad un folle. D'un tratto alzò lo sguardo verso di me e mi osservò con aria curiosa, poi si prodigò per venirmi incontro. Sul momento ebbi paura e con la coda dell'occhio notai che lo stesso infermiere si era messo in agitazione tenendosi pronto ad intervenire, ma quando mi fu vicino e allungò la mano per accarezzarmi i capelli subito mi tranquillizzai, i suoi occhi puntavano i miei e da essi traspariva una tristezza infinita, le sue mani non cessavano di accarezzarmi dolcemente. Improvvisamente mi abbracciò stringendomi forte al petto e scoppiò in un pianto apparentemente forzato. Senza dir nulla si calmò immediatamente e si allontanò da me di qualche passo, sembrava imbarazzato e confuso, chinava la testa e di tanto in tanto mi guardava di striscio. Gli chiesi cosa fosse accaduto e per quale motivo si fosse comportato in quel modo, rispose: "Ho sentito il bisogno di farlo, era da tanto che non ti toccavo. In questa solitudine non c'è altro che noia, né dolore né felicità, solo noia". Gli domandai dove si trovasse, rispose: "Non lo sai, è tutto un concentrato di colori. Ne puoi trovare di tutti i tipi, dal rosso al lilla, dall'amaranto all'arancione con sfumature di verde... di tutti i tipi". "Non c'è altro nel tuo mondo?", rispose: "Di tanto in tanto scorgo dei vermi variopinti che mi tengono compagnia, in quei rari momenti mi concedo completamente a loro aprendogli le porte del mio corpo". " Li inghiotti?", rispose: "Gli lascio via libera attraverso il mio esofago, se non lo facessi mi divorerebbero loro". "Cosa succede quando ti sottometti a loro", rispose: "Sogno di posti stupendi dove c'è tanto verde, sogno di te e dei tuoi splendidi occhi". "Che differenze rilevi fra questi sogni e la realtà", rispose: "Non so cosa tu voglia intendere con la parola realtà, ma capisco cosa vuoi sapere: che sensazione provo stando con te in questo momento rispetto a quando mi trovo a sognare. Quando sono posseduto dai vermi la tua immagine è evanescente, cerco di abbracciarti ma le mie mani passano attraverso il tuo corpo". "Se ritieni che ci sia questa fondamentale differenza fra il sogno e tale realtà... scusami, tale situazione... come puoi non riconoscere di essere fuori dalla dimensione nella quale dovresti trovarti, quella di questo preciso momento, ricordi come ci siamo conosciuti e dove?", rispose: "Io... non so dove, che senso ha la parola dove o la parola quando, qui tutto è immutabile e identico... ma". Mi apparve profondamente scosso, non poteva negare di conoscermi ma non riusciva a ricordare dove... dove era un concetto che aveva sicuramente dimenticato o escluso, come se nella memoria avesse conservato i personaggi e non i contorni. Gli menzionai i nomi di Fabio, Alessandro e Salvo; ricordava i loro volti ma non li associava alla parola amici. Viveva in sé e per sé, non esisteva altra realtà al di fuori di sé, pareva che si fosse rifugiato dentro la sua carne, non capivo neppure come avesse potuto riconoscermi all'esterno e non lo capiva neppure lui. Quando gli chiesi di ragionare su ciò che stesse sperimentando in mia compagnia dedusse che si trattava di un sogno con delle caratteristiche diverse dalle solite. Aveva rimosso completamente il concetto di realtà e nei momenti in cui cercavo di farlo ragionare con logica mi inventava dell'esistenza di diverse angolature di percezione. Aveva trasferito tutto ciò che non aveva cancellato dalla sua mente nel suo mondo, non si domandava se avesse potuto esserci una realtà differente, aveva incontrato delle persone nei sogni e lì si erano conosciute o forse erano sempre state presenti. Non riuscivo a spiegarmi cosa diamine gli fosse potuto accadere, quasi istintivamente mi inginocchiai e pregai Dio che lo liberasse da quella allucinante situazione. Al solo sentire nominare il Signore Marco si turbò profondamente, mi guardò con espressione delusa e mi disse: "Anche tu fai parte del complotto, tutti nei miei sogni pregano il signore, da te non me lo sarei certo aspettato, avevamo promesso di dirci tutto con onestà". Stupita gli domandai di quale complotto stesse parlando, si infuriò, mi accusò di averlo tradito e continuò: "Volete fregarmi ma non ci riuscirete, Dio non esiste e tutti voi lo sapete, solo non volete farlo sapere a me. Gli stessi atei, creati appositamente per sviarmi dal pensare ad una congiura, tralasciano nei loro testi delle riflessioni importanti che spiegherebbero ogni sorta di dubbio. Pensate che sia uno sciocco a non capire che è tutto un complotto ai miei danni, volete illudermi perché credete che non sia capace di affrontare il duro colpo... vi sbagliate, ho accettato tutto questo da tempo ed è inutile continuare questa ignobile farsa. Barbara, proprio da te non me lo sarei mai aspettato!". Si alzò e mi toccò come per constatare che fossi reale e spaventato si coprì gli occhi gridando: "Tu non sei reale sei un sogno... no, un sogno è reale, tu sei un sogno... non sei qui, sei un sogno... reale, cosa è reale...". Era confuso, sembrava che cominciasse a prendere contatto con la realtà, ad uscire dal proprio guscio. Si alzò, mi guardò con uno sguardo supplicante, come se desiderasse che lo aiutassi... c'era una parte di Marco in lui. Gli andai incontro, gli strinsi le guance con le mani e lo baciai con passione. Lo baciavo e gli gridavo che quella era la realtà, gli gridavo di venire via con me nella realtà, continuavo a baciarlo passandogli le mani fra i capelli e lungo tutto il corpo; d'un tratto si divincolò da me e ricominciò ad emettere quei suoni che udii quando entrai, cominciò a picchiarsi furiosamente il capo e si ficcò le dita fin dentro gli occhi. L'infermiere non tardò ad entrare, lo immobilizzò e gli fece indossare la camicia di forza; aveva gli occhi macchiati dal suo stesso sangue e il suo volto tornava ad assumere la fisionomia di quello di un folle. Non appena l'infermiere lo assicurò per bene mi venne incontro urtandomi, fu una fortuna per me che Marco non avesse una costituzione fisica robusta, sbatteva nelle pareti continuando a gridare come un forsennato; gli gridavo di smetterla, ero terrorizzata, l'infermiere dovette trascinarmi a forza fuori dalla camera, non volevo lasciarlo in quelle condizioni. Quando la porta imbottita si chiuse alle mie spalle e l'infermiere fece scattare la serratura, cominciai a piangere forte, dal modo in cui urlavo avrebbero potuto rinchiudere pure me se non avessero seguito i fatti. Senza congedarmi praticamente scappai dalla clinica e presi il primo treno per Ragusa, avevo bisogno di parlare col mio ragazzo. In treno fortunatamente sono riuscita a calmarmi, il mio colloquio con Marco sembrava quasi assumere le caratteristiche dell'irrealtà, cominciavo a sentirlo lontano. Non ho parlato a nessuno di quello che è successo. Devo nuovamente tornare in quella clinica e sono pronta ad affrontare il fatto; attualmente preferisco ricordare Marco com'era un tempo, le lunghe chiacchierate telefoniche, i suoi pensieri, il suo amore."

Barbara, studentessa di lettere, non riusciva a spiegarsi le cause dell'improvviso cedimento mentale di chi era stato, per lunghi anni, il suo più caro amico oltre che il suo amante. Aveva preso l'abitudine di annotare i dialoghi dell'amico su una vecchia agenda che conservava ancora vergine dai tempi del liceo.

"5 Settembre 1992

Ti scrivo da Roma, mi ci trovo per motivi di studio; recentemente sono tornata nella clinica che ospita Marco. Dopo essere entrata mi sono premunita di chiedere del dottor Cavallo, colui che si occupa del suo caso e che ha assistito all'esperienza del mese scorso. Il dottore non si è fatto attendere molto, non aveva certo dimenticato la mia fuga improvvisa dalla clinica tuttavia, molto diplomaticamente, ha evitato l'argomento. Abbiamo parlato a lungo del suo caso, mi ha detto che la mia visita aveva risvegliato in lui qualcosa di nascosto e che, se mi fossi tenuta a disposizione, la terapia sarebbe stata sicuramente più efficace. Nessun altro, al di fuori di me, gli aveva causato quel cambiamento; evidentemente aveva tagliato i contatti con la realtà eccetto che con quella che mi riguardava. Solamente c'era qualcosa che non mi convinceva, dei tasselli che non combaciavano, il suo atteggiamento e le sue stesse riflessioni non sembravano il parto della mente di un folle; un pazzo, per le assurdità che possa dire, non si lascia sbilanciare, nel senso che non tiene in considerazione eventuali obiezioni, e tanto meno riflette su ciò che gli si dice. Marco sembrava confuso, incerto, come se stesse, nonostante tutto, continuando a cercare, solo in maniera differente. Il medico mi avvisò di non assumere l'atteggiamento violento della volta precedente, lo shock di trovarsi improvvisamente di fronte alla realtà avrebbe potuto compromettere seriamente la sua guarigione. D'improvviso mi sentii addosso delle responsabilità da non prendere alla leggera; solo ed esclusivamente dal mio comportamento sarebbe dipesa la guarigione di Marco. Il medico mi consigliò di andare per gradi nei ragionamenti, evitando quelle brusche conclusioni che il suo intelletto non era ancora in grado di accogliere, teoricamente avrei dovuto abbattere gradualmente quell'insieme di sensazioni che si era costruito assecondandolo nel momento in cui avessi intuito che stava per scattare il meccanismo di difesa. Mi ritrovai nuovamente all'interno di quella stanza, Marco era immobile in un angolo e mi fissava... "Sei tornata mia diletta" disse "hai desiderio di possedermi come la volta precedente!", incuriosita gli domandai di quale desiderio parlasse, non rispose direttamente alla mia domanda, sembrava non aver dato peso neppure alla sua frase: "Ho avuto la breve sensazione che qui tutto fosse identico a se stesso, in fondo ho cercato sempre questo. Poi arrivi tu e mi fai delle domande che non ho mai udito nella mia immutabilità, mi baci e provo delle sensazioni mai provate... chi sei?", per un attimo credetti che fosse tornato alla ragione, gli risposi di essere la ragazza che aveva conosciuto anni prima in una piccola città e che si era tanto interessata a lui: "Tu sei l'ideale, il sogno... ", lo interruppi: "Ma il sogno, come tu stesso hai affermato la volta precedente, è realtà.", rispose: "Non il tipo di sogno di cui sto parlando, realtà in fondo è una sensazione della nostra mente, un rifugio al buio che ci circonda, i vermi sono l'illusione e da essi scaturisce l'allucinazione che ha i contorni e le caratteristiche dei sogni, realtà è sogno. Tu sei la proiezione ideale del mio intimo desiderio di fondere sogno con realtà". No, non era affatto coerente in quel ragionamento, dava ai sogni caratteristiche di realtà non avendo la minima idea di cosa fosse la realtà; comprendeva il significato della parola illusione, ma era come se quella stessa illusione avesse potuto fondersi con ciò che gli stava intorno. In condizioni normali non avrebbe certamente fatto un ragionamento del genere, non avrei potuto fare nulla per richiamarlo alla realtà, dal profondo del suo inconscio egli desiderava staccarsi da quel mondo, lo dimostra il fatto che mi abbia riconosciuta in una realtà diversa dalla sua nonostante il suo ego intransigente si rifiutasse di accettare una realtà diversa da quella che stava vivendo. Non sono neppure certa di quello che sto scrivendo, tutto è confuso e non sono certo un'analista per capire cosa nasconde il suo cuore di così terribile da costringerlo a fuggire da questo mondo: la mia realtà. Quando gli domandai in che maniera mi vedesse mi rispose che poteva cogliere, in ogni porzione del mio corpo, l'infinito, adducendomi come spiegazione che ogni cosa si estendesse e si riducesse all'infinito. Si era forse liberato dalle catene dei sensi nella sua follia, forse la sua mente scorgeva unicamente la realtà invisibile che sta dietro ogni singola cosa. Mi venne improvvisamente alla memoria una frase di Blake: Se le porte della percezione fossero purificate, ogni cosa ci apparirebbe come in realtà è, infinita. Aveva varcato realmente quelle porte e non era più riuscito a trovare la strada per uscirne? Quando mi congedai da lui mi recai dal dottore che trovai nello studio intento ad elaborare in termini di psicanalisi tutto ciò che Marco aveva detto. Gli spiegai ciò che pensavo al proposito e mi lusingò dicendomi che la mia non era certamente una teoria da scartare ma che la scienza psicanalitica aveva già risolto un caso del genere anni prima. Secondo il medico Marco era affetto da una forma di malattia mentale che causava una rimozione a livello inconscio di ogni esperienza dolorosa creando in sua vece una realtà presa a prestito dalla personale esperienza. Ciò avrebbe spiegato la presenza dei vermi che in passato assimilava ad uomini e che gli davano la possibilità di aprire una finestra sul mondo reale. L'unica cura efficace sarebbe stata quella di somministrargli gradualmente pillole di realtà approfittando di me, unico tramite fra il suo mondo e il nostro. Tutto quello che mi disse il dottore filava perfettamente, mi chiedevo tuttavia se il mondo di cui Marco parlava fosse il parto della sua mente oppure ciò che realmente esiste attorno a noi, la realtà invisibile. Egli riusciva a vedermi secondo le caratteristiche di quel mondo e in tal caso non sarei potuta appartenere alla realtà "reale" ma a quella che sta dietro le porte. Perché allora non riusciva a vedere le altre persone... forse fingeva di non vederle poiché per lui non avevano importanza o forse per non essere seccato da uomini che non potevano capirlo, forse per il "complotto"!! Ero davvero cosi' importante per lui, solo con me si degnava di parlare? Eppure le sue parole davano spesso torto al mio ragionamento, a volte sembrava mentire o semplicemente non riusciva a capire realmente ciò che gli stesse accadendo. Certamente la sua mente non era uscita illesa da quel trapasso, certi suoi ragionamenti erano sconclusionati e privi di un qualunque aggancio alla logica (il complotto), il suo stesso comportamento non era mai uguale, spesso era preda di crisi e i suoni che emetteva non lasciavano dubbio sul fatto che non fosse totalmente normale. Non so se tutto ciò che sto dicendo si basi su dati o esperienze di tipo scientifico, forse sto pensando in maniera troppo contorta e poco professionale; la teoria del medico comunque non mi convince granché. Domani tornerò da lui per continuare la terapia che ha proposto il dottore.

6 Settembre 1992

La situazione è complicata, Marco è coinvolto in qualche sporco imbroglio, riporto testualmente le parole scritte su di un foglietto che mi ha lasciato prima che andassi via:

"Cara Barbara, scusa se ti ho sconvolta con le scene di questi giorni, purtroppo sono costretto a fingere di essere pazzo, ti scrivo su questo foglietto perché la stanza è piena di microfoni. Ti racconto tutto dal principio: qualche anno fa ho scoperto un'attività di traffico di stupefacenti che mio zio sosteneva con la copertura di un negozio di pesca; ingenuamente ne ho parlato con mio padre credendo che mi avesse potuto aiutare a smascherare l'attività criminale di mio zio ignorando che persino lui era suo complice. La stessa sera, al ritorno dal lavoro, trovai mio zio a casa insieme a mio padre; mi minacciarono, poi mio zio disse a mio padre che sarebbe stato meglio levarmi di torno, uccidermi capisci? C'era qualcosa di grosso in ballo, mi chiedevo se dietro la stessa attività di traffico non ci fosse qualcosa di più grosso ancora. Mio padre convinse mio zio ad aspettare con la scusa che avrebbe potuto convincermi ad entrare nel giro, nonostante fosse un criminale probabilmente non se la sentiva di uccidere suo figlio. La notte seguente venne a trovarmi di nascosto nel posto dove mi avevano rinchiuso, mi suggerì di unirmi a loro, se non l'avessi fatto probabilmente sarei stato spacciato. Fu allora che, ricordandomi di quel tale dell'antichità che si fingeva pazzo per non essere condannato a morte, simulai la follia. Fui piuttosto convincente, cominciai a blaterare frasi senza senso e per rendere tutto più convincente sbattei la testa contro un traliccio che mi stava dietro. Dopo che il mio viso si ridusse ad una maschera di sangue mio padre mi fermò. L'indomani convinse mio zio a risparmiarmi visto che nella mia follia non ero in grado di ricordare nulla. Mio zio non era completamente sicuro, disse a mio padre che aveva degli amici a Roma in una clinica psichiatrica, se fossi guarito ne sarebbe stato informato, se stavo fingendo sarei stato controllato, in nessuna delle due ipotesi avrei potuto fuggire o allontanarmi senza il loro consenso. Aiutami, ti prego... "
Marco deve essere liberato e solo io posso farlo, la porta della sua stanza è chiusa da un semplice chiavistello e dall'esterno posso aprirla. Libererò Marco e insieme denunceremo questi uomini terribili."

La notte era abbastanza chiara, fu facile per Barbara entrare nella clinica da una finestra lasciata aperta sul retro. Non fu certo facile per lei non avendo alcuna esperienza di irruzione abusiva in proprietà privata ma, nonostante la mancanza di esperienza, riuscì ad eludere il guardiano che sonnecchiava raggiungendo presto l'area delle celle. Si guardò intorno per accertarsi che non vi fosse nessuno, poi alzò con la massima cautela possibile il chiavistello che bloccava la porta. Velocemente entrò nella stanza e vi trovò Marco che giaceva sull'angolo, lo scosse leggermente, lui si svegliò, aveva un espressione curiosa in volto, come sorpresa. Barbara non se ne curò, lo abbracciò sussurandogli che lo avrebbe liberato e portato con sé, poi lo prese per mano. Si alzarono entrambi, Barbara lo invitò a stargli dietro, fermandosi sulla soglia della porta diede un occhiata veloce e gli fece segno con la mano di seguirla. Non ebbe il tempo di fare un passo oltre l'uscio che si sentì afferrare alla gola da una presa potente, cercò di urlare ma un altra mano aveva già provveduto a serrargli le labbra in una morsa terribile. Barbara si sentì profondamente sciocca
eppure le psicosi sono una patologia molto diffusa fra i malati di mente - avrebbe scritto in quella sua agenda se fosse sopravvissuta. Marco la tratteneva in una stretta che quasi la soffocava, sentiva le labbra frantumarsi sotto la trazione di quella mano. - Ci sei cascata puttana! - gli bisbigliò all'orecchio - tutti voi volete la mia morte, credete che non lo sappia?! Sono andato troppo oltre -. Barbara, troppo terrorizzata per valutare le parole appena udite, fece un ultimo sforzo per liberarsi, graffiò la faccia di Marco procurandogli un dolore tale da costringerlo a lasciare la presa alle labbra, poi gridò; si sentì del rumore nel corridoio, forse il guardiano che, svegliatosi all'improvviso, aveva fatto cadere la sedia. Marco si girò verso la porta, avvertì il passo pesante e accelerato del guardiano che accorreva,

- Puttana - gridò. Con gli occhi iniettati di sangue, furioso, le piantò le mani al collo e cominciò a stringere, a stringere sempre più forte. Barbara si divincolava disperatamente cercando di sfuggire alla morte, intanto i passi del guardiano si facevano sempre più vicini ma questo sembrava non interessare Marco che continuava a stringere con tutta la forza che aveva in corpo. D'un tratto un secco rumore di ossa rotte, il manganello del guardiano si era abbattuto sul cranio dell'assalitore. Prima di svenire Barbara poté vedere solo il volto di Marco che si accasciava sul suo. Al risveglio si ritrovò in un letto, istintivamente cominciò a gridare e subito il dottore della clinica la raggiunse. Fu dura spiegare alla polizia cosa ci facesse con un pazzo pericoloso in quella clinica in un orario fuori dalle visite, tuttavia, dopo aver chiarito le cose, gli fu concesso di andar via. Tanti i pensieri che si accavallavano nella sua testa, non poteva fare a meno di pensare ai momenti che aveva trascorso con lui, all'affetto che aveva saputo regalarle e all'amore con cui l'aveva sempre ricambiata. Raggiunse presto l'uscita della clinica, piangeva lacrime amare, teneva il volto basso. Immersa com'era nei suoi pensieri attraversò la strada senza accorgersi che era appena scattato il rosso per i pedoni, qualcuno dall'altra parte della strada gridava - Signorina, signorina... il rosso -. Si sa, a Roma le strade urbane in certi tratti sono come le piste di Formula 1,era destino che sopraggiungesse una macchina. Lui, una fretta dannata, era in ritardo sul lavoro, non poté far nulla per evitarla, non servì neppure frenare, fra le grida poté udire il corpo della donna sbattere prima contro il paraurti per poi trascinarsi sotto la macchina dilaniandosi fra il fragore dei copertoni, lei poté solo accorgersi di quanto ingiusta fosse la vita e di quanto balorda potesse essere la morte.



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