FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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PERCHE' VIAGGI?

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Una rilettura di "In viaggio" di Emilio Capodeski.

Gli alberi, i pali della luce, le automobili, gli sfrecciavano davanti agli occhi, come risucchiati da una forza irresistibile.
Rapidissime le cose vicine, più lentamente quelle lontane, come a velocità media quelle in mezzo.
L'uomo distolse lo sguardo dal finestrino, anche perché il treno era ancora fermo in stazione, come a posarlo nuovamente sulla donna che dormiva.
Come sul sedile di fronte.
Di mezza età, i capelli accuratamente pettinati da un lato nel tentativo di coprire l'oasi alla sommità del capo, la donna indossava un abito. L'uomo anche: un classico grigio cocktail fra Gregor Samsa e il ragionier Ugo Fantozzi.
Era salito in treno, nello scompartimento già occupato dalla donna, carico di bagagli come se avesse dovuto stare via dei mesi (ci teneva ad essere sicuro di avere con se tutto ciò di cui avrebbe potuto immaginare di essere sicuro di voler avere bisogno).
Dopo aver issato tutti i suoi bagagli sul portapacchi, si rese conto dell'errore e li disissò. Poi riissò i bagagli sul portabagagli e issò i pacchi sul portapacchi. La donna diceva "Oh issa" ma si capiva che le scocciava.
L'uomo finalmente si sedette e lei riprese una lettura che aveva interrotto, non senza aver prima scosso vigorosamente il capo, una buona abitudine che nei luoghi angusti le provocava spesso violenti ematomi. La donna era ben messa: formosa e snella, grassa e insieme magra, bassa ma alta, la sua bellezza aveva la particolare intensità delle cose che hanno toccato l'estremo apice del loro sviluppo: come un infuocato tramonto, o come un brufolo-vulcano sulla schiena, gonfio e pronto da strizzare.
Lui la sbirciava di sottecchi.
Lei mangiucchiava dei biscotti.
Lui sforbiciava un giornaletto.
Lei sonnecchiava dirimpetto.
Egli ne trasalì.
Ora che ella dormiva poteva osservarla a suo piacimento. Ciocche di capelli neri le ricadevano addosso e sul pavimento del vagone ferroviario. Il capo arrovesciato rivelava la carne della gola e il collo affusolato, e questo lo preoccupo' un poco. Anche lui, ricordava, aveva desiderato arrovesciare il capo, una volta: due mesi al reparto ortopedia dell'ospedale del suo paese lo avevano dissuaso dal tentare nuovamente l'operazione.
Dietro le labbra socchiuse di lei rilucevano i denti, grandi e regolari, e oltre i denti si intravedeva come uno strano animale, che inizialmente egli scambiò per la lingua umida e palpitante, ma che ad un secondo sguardo si rivelò un Leptopelis Flavomaculatus, piccolo anuro appartenente alla famiglia dei racoforidi.
La scollatura della camicetta scopriva parte del seno pieno e sodo. Egli ne trasalì (amava trasalire, anche se a volte ne rimaneva congestionato) e dimenticò i suoi problemi, mentre il paesaggio, davanti al finestrino, si srotolava...
Si era ricordato di avvitare il cappuccio della stilografica? Sarebbe bastata l'acqua per i gerani? E' veramente possibile muoversi alla velocità della luce?
Esiste Dio?
Tutto questo ormai non aveva importanza rispetto alla prorompente evidenza di quel corpo rigoglioso e verdeggiante che giaceva relitto a pochi passi da lui. Il treno scivolava tra la pianura riarsa, tra bacinelle polverose e immote. Il sole alto splendeva nel cielo bianco e insomma faceva molto caldo. L'uomo guardava la donna e non riusciva ad aspirare. La donna sudava parecchio ed emanava un odore pungente che lo stordiva.
Improvvisamente, un simpatico neo piccolo e scuro che la donna aveva alla base del petto saltò fuori con un balzo dall'orlo della camicetta. Egli lo salutò con giubilo, ma il neo, che aveva altro per la testa, preferì andare a bere qualcosa al vagone ristorante.
Arrossendo come un peperone, l'uomo si sorprese allora ad immaginare che la donna si svegliasse, si sfilasse i vestiti, si spogliasse, lo guardasse, gli si gettasse addosso e gli parlasse totalmente al congiuntivo per ore e ore.
Il cuore allora prese a rullargli impazzito nel petto. Poi la donna si riscosse e nel movimento, la gonna salendo, si denudò le gambe, che lo colpirono con la violenza di un pugno!
Era eccitatissimo: se si chinava un poco, allungava il collo, poggiava un gomito su un bracciolo e con il piede faceva perno contro il soffitto del vagone, poteva intravederle le mutande fra le cosce divaricate. Al pensiero del termine "divaricate" però svenne, perché non era preparato.
Non sapeva capacitarsi di quanto accadeva: lei si stava esibendo, come se gli si porgesse, quasi come se, ora che lei dormiva, il suo corpo seguisse una propria volontà, quasi forse come se si fosse proposta di sedurlo, addirittura come forse quasi se!
Fu allora che quella idea assurda prese forma nel suo cervello: scalare il K2 in pigiama, con solo una scorta di frozen daiquiri!
Poi tornò in sé e decise di toccare la donna che aveva di fronte.
Voleva affondare le mani nella carne morbida di lei, sentirne tra le dita la consistenza e la qualità, esplorarne le anse, le pieghe e i rilievi, gli avvallamenti e le grotte naturali, ricche, ne era sicuro, di minerali sconosciuti.
Si alzò, ma nella foga di uno slancio eccessivo perse l'equilibrio e, sfondando il finestrino, cadde dal treno.
Raggiunse il treno di corsa, alla stazione successiva. La donna c' era ancora, addormentata e sola. Il desiderio si riaccese in lui: voleva toccarla. Si, voleva disperatamente toccare la donna. Protese la mano verso di lei, fino a sentire una sottile peluria che gli vellicava i polpastrelli: era l'avambracciolo di lei, di velluto, che pendeva scompostamente dal sedile.
Stava per vellicarla anch'egli quando una opportuna resipiscenza lo trattenne. La porta dello scompartimento si aprì di scatto ed entrò il controllore, che gli pinzò violentemente il biglietto.
L'uomo scrutava il controllore, cercando di capire se si fosse accorto di qualcosa, ma nulla traspariva dal volto impassibile di questi. Solo, prima di uscire, gettò un'occhiata alle gambe della donna, per poi tastarle a due mani fino alle zone più intime, tranquillo e a lungo, mentre lo fissava negli occhi.
Uscendo, non contento, il controllore gli tirò una secchiata di acqua gelida.
Il nostro uomo per lo spavento ritornò in se, sommerso dalla vergogna e dal disgusto per se stesso. Come aveva potuto abbandonarsi ad un impulso così basso e riprovevole?
Si sentiva sprofondare in un vortice gorgogliante di lingue di fiamma. Il diavolo venne a prenderlo sotto forma di sua madre che, quando ci voleva, non disdegnava l'uso della cinghia.
Sgomento, vomitò addosso alla donna una buona quantità di catarro e liquidi gastrici, poi insinuò la sua gamba fra quelle di lei. Una scarica di piacere lancinante e di dolore delizioso gli attraversò il cervello, quindi, spossato e col fiato mozzo, si ritirò.
La donna allora finalmente si svegliò ed ignara dell'accaduto prese a stiracchiarsi. Inarcò la schiena, sollevò le braccia, arrovesciò e quindi scosse vigorosamente il capo, si allungò in punta di piedi, stirò i glutei e infine, mentre il treno giungeva in stazione, si esibì nel triplo mortale che le aveva donato il bronzo ai mondiali di Oslo.
La donna scese poi dal treno balzando e attraversò i binari.
Nello stesso istante un ragazzo alto e robusto, che portava una canottiera e dei bermuda, uscì nudo da un bar, sventolando anche la mano.
La donna gli sorrideva, e il ragazzo si chinò su di lei, sfruttando quell'unico movimento per baciarle il collo, afferrarle la borsa, rifarle il trucco e tagliarle i capelli all'ultima moda. Le fece anche un caffè corretto.
L'uomo, naso a vetro, li guardò allontanarsi, meditò sulla triste riuscita della sua vita e decise di scrivere un piccolo racconto ambientato in treno, che cominciava così: "Il rumore, nella piccola stazione presa d'assalto dai turisti, era addirittura assordante....". Ma questa è un'altra storia.




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