FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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PARENTAL ADVISORY: PROFANITY

Massimiliano Griner




"Servi della gleba a testa alta,
verso il triangolino che ci esalta..."
(Elio e le storie tese)

"... ma chi sia iniziato di fresco e abbia goduto di una lunga visione lassù, quando scorga un volto d'apparenza divina, o una qualche forma di apparenza corporea che ben riproduca la bellezza, sùbito rabbrividisce e lo colgono di quegli smarrimenti di allora..."
(Platone, Fedro)


"SA, SA, SI, SO... SA! Prova microfono, prova microfono, SSA!" - ululeggia il Trippa. "Non sono qui... SA, SI! non sono qui per seppellire Cesare, ma per... per che cazzo siamo qui, Michele? SA, SA! prova microfono! SA!"
Michele strappa il microfono a Trippa.
"Per il concerto, per il con - cer - to, per il coNNNNcerto, SA!, non scordartelo Trippa! Colin, abbassa gli acuti!"
"Ehi, Michele... "
"Che c'è Trippa... SA!"
"Stasera, ti ricordi... "
"Cazzo c'è stasera?"
"La gara di torte, Michele, la gara delle torte"
Michele tiene il microfono tra pollice e indice. "Siore e siori, prova microfono, SI!, stasera in piazza alle ore 21 pioggia permettendo, concerto di Guillermo y los maricones, non mancate! prova SI, prova SA! prova microfono... e tu Trippa, vuoi mancare a questo atteso appuntamento per una fetta di torta?". Trippa arrossisce di brutto. Michele lo offende sempre, e lui poi mica se la sente di dirglielo.
"Sei forse il giudice di gara, Trippa? sei il giudice, Trippa? mi senti, culo di lardo?". Trippa è al colmo dell'umiliazione. Proprio in quel momento sta passando in piazza Deborah, i suoi capelli biondi, il suo profumo che Trippa ha tanto spesso seguito, nascosto, da erotico segugio. Deborah è il tipo di ragazza che fa venire voglia agli uomini di fare bambini (ehi, questa non è mia, è di Kurt Vonnegut, jr!).
Ha sentito la sua voce roca preannunciare il suo arrivo, parla con un'amica. Trippa non resiste, per la prima volta Michele non gli fa paura. Gli strappa il microfono.
"Si Michele, SI!, - urla Trippa con un nodo alla gola a Michele, ma guardando Deborah che sembra essersi accorta di lui - sono giudice di gara, stasera, giudicherò la torta migliore!". Michele guarda il Trippa, guarda Deborah, e scoppia a ridere. Trippa non se l'era mai presa ai suoi scherzi, e adesso la sua voce risentita quasi gli faceva piacere. "E bravo il nostro Trippa, giudice di gara ad honorem!", urla Michele dopo aver catturato gli occhi di Deborah, che si è fermata a guardare.

Un maggiolone Wolkswagen color pesca aveva fatto la sua comparsa nella piazza di Groni il pomeriggio del giorno prima. Guillermo - nome d'arte di Mauro De Antoni - era arrivato con i suoi maricones. Erano in cinque bei giovanottoni, alla partenza, e nel bagagliaio dovevano ancora stipare gli strumenti. Ma il maggiolone, che avevano comprato da un vecchio nostalgico di Lotta Continua a Milano, e poi riverniciato, sembrava non esaurire mai il suo spazio. Alla chitarra acustica c'era Giorgio, Alberto alla tastiera, Piero alla batteria, e Angelo al kazoo. Guillermo era il cantante, nonché leader dei maricones.
Convinto che essere gay doveva significare qualcosa di più che vedersi ridere in faccia dall'ufficiale di polizia dell'Ufficio Passaporti della questura, e spinto dal successo oltreoceano del gruppo tutto femminile delle Marlene and the Lovely Lesbians, Guillermo aveva fatto il gran passo. La strada della emancipazione sua e dei suoi amici gay sarebbe passata attraverso il rock. Certo, i navigli milanesi e la bassa Brianza non erano la bay-area. Il loro esordio, sulle false righe delle Lovely Lesbians, era finito a calci in culo: non appena, sulle note di "Cantami una canzone socialmente impegnata", Guillermo si era avvicinato a Giorgio, per mimare, sopra un assolo della batteria di Piero, una gentile inculata, sul palco era balzato un giovane rasato a pugni chiusi e aveva sferrato un cazzotto micidiale al cantante, mandandolo K.O. tecnico.

Al Tiziano il concerto dei maricones poco interessava, per non dire niente. Era arrivato solo due settimane prima, ma il piccolo paese gli aveva già rotto i gioielli di famiglia al primo giorno. Con sé aveva portato un vecchio libro sfascicolato di poesie di Verlaine e gli Adagia di Erasmo da Rotterdam. Ma aveva scoperto presto che tempo per leggere non ce ne sarebbe stato molto. Anche se era solo giugno, alla "Pizzeria della Madonna", dove aveva trovato lavoro, il ritmo era sostenuto. Tiziano aveva fatto subito amicizia con Luigi, il pizzaiolo, un ragazzo di diciotto anni che nessuno aveva mai visto senza il camice sporco di pomodoro e farina.
Alle cinque de la tarde, solitamente, c'era però un attimo di pausa. Tiziano e Luigi si affacciavano alla porta e guardavano le rare macchine passare. Ogni tanto sfilava un coupé modello-figa-esornativa lato passeggero, e Tiziano e Luigi tiravano le madonne. Poi però arrivava regolarmente il Sozzi, il proprietario della pizzeria, e tirava lui le madonne. Ma contro Luigi e Tiziano.
Sozzi, un ometto calvo sui sessanta aveva un gatto per cui provava un affetto insano, che aveva chiamato, reminiscenza di ex-barman, Europeo Rosso, per via del suo bel pelo rossiccio e della sua razza. Sembrava fosse interessato più all'animale che alla conduzione della pizzeria. Infatti la padrona vera era la moglie, una rossa inflessibile sulla cinquantina che aveva messo da tempo gli occhi su Luigi.
Spesso, mentre lavoravano, Luigi e Tiziano si impelagavano in strane conversazioni. Tiziano era affascinato dalla genuina semplicità di Luigi, che aveva lasciato la scuola prestissimo, e che lavorava da quando Tiziano aveva cominciato l'università.
"Senti qua, Tiziano, me lo sai dire perché i figli dei ricchi sono sempre belli?"
"Cosa sono... i ricchi?"
"I figli dei ricchi, esatto, i danarosi... sai perché sono tutti belli?"
"Senti Luigi, non me la puoi fare questa domanda, d'accordo?"
"Perché non te la posso fare?"
"Perché non sono d'accordo che i figli dei ricchi sono tutti belli. Hai visto Berlusconi giunior?".
"Eh? e chi é?".
"Okay, lascia perdere. Dimmelo: perché i figli dei ricchi sono tutti belli?"
"Perché i loro padri hanno sposato delle strafighe, ecco perché!"
"Ah, è così, eh, ma pensa... - Tiziano trovava Luigi divertente - dai, spàrane un'altra!"
"No, adesso è il tuo turno, raccontami tu qualcosa."
"Io? e che vuoi che ti racconto... mica le so tutte le storie che tiri fuori tu... "
"Parlo di cose serie, raccontami qualcosa di serio... "
"Vuoi qualcosa di serio?".
"Si, qualcosa di... profondo, di... "
"La vuoi sentire davvero una cosa seria?"
"Certo, te l'ho detto!"
"D'accordo, allora tieniti forte... sai qual è la soluzione dell'enigma dell'universo?".
"Ehi, amico, io sono un pizzaiolo, che cazzo ne so di cosa è la soluzione dell'enigma dello... questa è roba per voi intelligentoni!"
"Te lo dico?"
"Spara!"
"La soluzione dell'enigma dell'universo è quarantadue"
"Cosa? quaranta... "
"Quarantadue"
"Quarantadue? fammi capire, la solu-"
"Quarantadue. L'ho letto in un libro"
"Tiziano? fanculo!"


Michele e Tiziano non si sopportavano: erano due persone agli antipodi. Tiziano era un fuoricorso di filosofia incattivito dai tempi, Michele si era appena laureato in economia e commercio magna with laude; Tiziano era timido, introverso, solitario e meditabondo, mentre Michele era espansivo, istintivo, pieno di vita, che glie fai alle donne. Il primo era arrivato a Groni in corriera, e grazie ad una anziana, piccola cara signora che aveva incontrato ne sapeva di più della cheratoplastica lamellare - una operazioncina a cui la vecchia signora era stata sottoposta - del suo medico di famiglia. Michele invece era arrivato a bordo della sua Barchetta, e appena giunto in paese aveva gettato le ancore nell'unico parcheggio rimasto nella affollata piazza del mercato. Era sceso sbattendo la piccola portiera, aveva inforcato i raiban sul naso abbronzato e, compiaciuto, si apprestava a conquistare Groni. Tiziano e Michele non si erano mai parlati; si era limitati, dopo i primi sguardi di riconoscimento reciproco, e di odio immediato, a lanciarsi occhiate micidiali l'uno al passaggio dell'altro. Ed era un bene, ci sembra, che non avessero avuto l'occasione di parlarsi, perché l'abisso epidermico che li separava si sarebbe allargato ancora, e probabilmente vi sarebbero franati dentro entrambi.
Anche i motivi per cui erano a Groni, non avrebbero potuto essere più diversi. Tiziano aveva trovato un lavoro dal Sozzi come cameriere, tanto per racimolare qualche soldo, sembrava, e poi si sarebbe visto. Michele aveva un vecchio, ricco Zio morente ritirato in una bella baita che non vedeva da diversi anni, e credeva - cosa che puntualmente sarebbe successa - che leccare il culo al vecchio che ormai barcollava al bordo del ring dell'esistenza avrebbe contribuito a farlo includere nel testamento.
Ma l'operazione "Prendi i soldi e scappa" non avrebbe mai potuto esaurire le energie apparentemente infinite di Michele, tanto più che il vecchio Zio passava ormai gran parte della giornata a letto, in una stanza oscurata dal pesante tendaggio che cadeva sulla finestra, in un silenzio scandito solo dal rumore di una pendola muraria. Michele non era il solo ad aver raggiunto con solerzia l'aureo capezzale dello Zio. Oltre a Bianca, un'infermiera professionista, la baita ospitava da qualche giorno anche Elisabetta, la cugina di Michele, che si era portata appresso, per usarlo come ariete, il suo ganzo, Antonio.
La sera, quando ormai il vecchio Zio dormiva e Antonio, dopo aver sbattuto il materasso per terra, onde non far cigolare empiamente il letto rumorosissimo, si sbatteva Elisabetta, Michele andava alla pizzeria dove si sbattevano Tiziano e Luigi.
Era in questo locale che aveva conosciuto il Trippa. Trippa, il cui vero nome ometteremo per ovvi motivi, aveva subito una delicata operazione chirurgica alla tibia, e adesso era qui in convalescenza. Trippa era un grassone, un vero culo di lardo: nella vita faceva l'aiutante di un odontotecnico, e nel tempo libero l'aiutante di un elettricista. Tiziano lo conosceva da anni. Era stato Trippa a trovargli lavoro dal Sozzi. Come tutti i grassoni, Trippa era patetico, ma anche tremendamente sensibile e indifeso. Un giorno aveva rivelato a Tiziano, prendendolo da parte, che stava preparandosi per un grande viaggio. Avrebbe attraversato gli States coast to coast, con la ragazza e un camper preso a noleggio. "Ma è fantastico Trippa, e quando parti?". "Beh, sai - gli aveva risposto il Trippa arrossendo - per adesso c'è ancora qualche piccolo problema: è che la ragazza non ce l'ho, dico ancora, e cosa più grave... non ho i soldi per noleggiare il camper."

"Cameriere! due birre alla spina! subito!". La voce, e il tono, di Michele era inconfondibile. Era appena entrato nella "Pizzeria della Madonna" con Trippa. Ormai mancavano solo tre ore al concerto dei maricones. Bande di giovani arrivavano dai dintorni.
Le voci degli avventori erano sovrastate dal televisore. Il signor Cesare, lo zio di Trippa, sedeva al solito tavolo d'angolo. Leggeva l'ultimo libro di Pino Rauti, interrompendosi di tanto in tanto per bere un sorso di Paddy. Ogni tanto scuoteva la testa: era infastidito dalla moderazione dell'autore.
Mentre Tiziano si mordeva la lingua e andava a spillare la birra, nel maxi-schermo si agitava un grosso, impressionante corpo muliebre, che con le mani aveva prodotto un imbuto per amplificare ancora di più la voce.
"Quel tipo non lo sopporto. Mi domando cosa succederebbe se gli versassi la piscia dell'Europeo Rosso nel bicchiere...". Luigi conosceva bene l'avversione di Tiziano per Michele.
"Chi, Michele? quello lo beverebbe senza fiatare, te lo dico io. E' un gran paraculo. Comunque puoi fare quello che faccio io in questi casi."
"Cioè?"
"Puoi sputare nel bicchiere... però ricordati di farlo prima di riempirlo, se no si vede".

Uno degli avventori era Don Maurizio, il parroco di Groni. Stava discutendo animatamente con il farmacista, Lorenzi. "Senta, padre, le sue argomentazioni mica mi convincono... il preservativo non è mica naturale anche lui?"
"Come sarebbe a dire 'naturale'? come fa a dirmi una cosa simile! se il Signore avesse voluto che gli uomini usassero questi arnesi, queste cose, ce li avrebbe fatti con già indosso, mi spiego?"
"Ma lasci stare, padre, lasci stare... il motore diesel, cos'è, per lei?"
"Come sarebbe, cos'è?"
"Il diesel, padre, il diesel... non l'ha fabbricato l'uomo? quindi è una cosa naturale, giusto? gli uccelli usano le ali, noi che le ali non ce l'abbiamo, le costruiamo. Mi sono spiegato?"
"Ma no, ma no, cosa mi dice... Dio ha messo l'amore, quello fisico, dico, tra l'uomo e la donna perché generassero la prole, e quegli affari lì degradano l'amore coniugale. Altro che diesel, mi faccia il piacere, signor Lorenzi". Lorenzi si stringeva le tempie con le mani. Avrebbe voluto trovare un argomento con cui confutare Don Maurizio, ma gli venivano in mente solo esempi come quello del diesel.

"Ehi Trippa, l'hai vista quella? sembra Rossy de Palma".
Trippa non capiva: "Chi? e chi è?"
"Ma 'ndo vivi, Trippa? quella con il nasone, dei film di Almodòvar... laggiù! e guarda!". Con la destra Michele prende la fronte di Trippa e l'orienta giusto.
"Cazzo che naso! mitico!"
"Quella al coca-party non l'invitiamo mica, eh! e non guardare in bocca alla gente!"
"Coca-party? che coca-party?"
"Si va be', un'altra volta".

Mentre arrivava il secondo giro di Budweiser, e mentre la signora Lorenzi, a duecento metri di distanza, aiutava l'amante ad infilare un profilattico, la cicciona catodica riprendeva a sputare rabbia e rancore.
"Maronnaaaa, dottore, maronnna... che coraggio che c'hai, pure mi rispondi, pure! lazzarone! lo vede dottore, a niente serve, a nienteee!"
Un tale con una giacca rosa-shocking, quello che la cicciona aveva chiamato dottore, cercava a stento di contenere l'ira della donna.
"Be', ma vede, signora Maria, anche suo marito ha il diritto di replica...".
"Ma che diritto, dottore, che diritto... che questo nemmeno quando viene a letto si lava...".
"Ma non me lo dica!" - "Eh si che glielo dico, dottore... lo sapevi che glielo dicevo, lo sapevi! puzzando, a letto vieniii!"
"Meeeeentiiiiii! mentiii! stai mentendo, stai!". Adesso era l'uomo che aveva messo le mani ad imbuto.

Mentre Trippa guardava la TV, rifocillandosi di patatine e innaffiandosi generosamente l'ugola di Budweiser, Michele ripensava tra sé e sé agli ultimi quindici giorni, da quando era arrivato a Groni. Il bilancio sembrava positivo. Lo Zio era agli ultimi. Il suo vecchio cuore stava per fermarsi per sempre. Era riuscito Michele a conquistare le simpatie dello Zio in extremis? Elisabetta non era stata neppure un'avversaria passabile. Non trovava le parole giuste, era fuori luogo. Quella ragazza dalla pelle diafana, quella studentessa di conservatorio, con quelle insignificanti tettine prima-misura, e il suo violino, non poteva preoccuparlo. Antonio era pressoché inesistente. Michele poteva ammettere di aver trovato la strada in discesa.
Aveva fatto amicizia con Colin, un ragazzo californiano in vacanza che si era offerto come tecnico del suono per il concerto dei maricones.
Colin era di Oak View, vicino a Santa Barbara, e lo avrebbe ospitato volentieri qualche giorno, quando Michele avesse voluto andare a trovarlo. Avevano organizzato in due giorni un concerto di musica rock che il comune di Groni aveva promesso da due anni. Teresa, la madre, gli aveva appena spedito il telegramma che aspettava. Alle selezioni per animatori turistici era arrivato primo. Di lì a due settimane sarebbe stato nell'Oceano Indiano, a organizzare intrattenimenti per vogliose quarantenni americane e per timidi signori giapponesi brizzolati.
Ma ancora qualcosa mancava. Nei ritagli di tempo di quelle giornate impegnative, Michele aveva conosciuto Michela. Michela era una ragazza attraente. Non aveva la spregiudicata sensualità di Deborah, ma la sua bellezza era certo superiore. Aveva qualcosa di delicato, di pulito, di semplice, che misteriosamente attraeva Michele. Affacciandosi al bagno mentre si radeva, Michele l'aveva vista pettinarsi e appuntarsi una spilla sui capelli, prima di stendere il bucato nel giardino vicino. Michele si era innamorato immediatamente. Non era tipo da mezze misure. Prima di lasciare Groni doveva assolutamente trapanarla.


La gara di torte dell'alta borghesia

Ormai anche le ultime torte erano state disposte accuratamente sul tavolo, sopra una graziosa tovaglia rossa. Ogni torta era stata amorevolmente deposta su un piatto di argento, una bandierina con un numero era stata conficcata sulla sua superficie, e una fettina era stata già spiccata da ciascuna, in modo da facilitare la degustazione dei giudici.
La giuria era composta da tre giurati. Come sappiamo, uno di loro era proprio Trippa. Senza l'influenza di donna Giovanna, la madre, membro del locale Lions Club, che della gara di torte era stato promotore, Trippa non sarebbe mai stato scelto. Gli altri erano l'avvocato Dominioni, 275 di massima, sessantaquattro anni, principe del Foro di Milano, e l'ingegner Bianchetti, padre di Deborah nonché dirigente di medio calibro della filiale italiana della Previti Letal Weapon Lmt. Bianchetti recentemente era stato protagonista di una fortunata trova. Si trovava a Parigi per lavoro e per caso aveva rinvenuto in un hotel il Barbour dimenticato da Michele Serra, che adesso campeggiava come trofeo di guerra nella sede milanese del Lions.
Ma Trippa non si faceva vivo. Donna Giovanna aveva mandato le due sorelle gemelle di Trippa a cercarlo, ma ancora non tornavano. E come avrebbero potuto trovarlo, in quella ressa di giovani che affollava Groni ormai da diverse ore? in quel tripudio di musica macha che si irradiava oltre le piazza, dentro le case del piccolo centro storico, contenuta a stento dalle mura dell'hotel che ospitava la gara del Lions?
Nel frattempo, qualcun altro era alla ricerca di qualcun altro. L'affollamento della piazza principale di Groni era una vera occasione tutta d'oro per Sozzi, che non faceva che aprire e chiudere il cassetto della cassa. In una sera come quella, l'assenza di uno dei due camerieri balzava agli occhi come lo stemmino della pace sul passamontagna di una testa di cuoio. Quando Sozzi aveva capito che Tiziano si era silenziosamente defilato, era riuscito a trovare una frazione di tempo per interrogare Vito, l'altro cameriere, e poi Luigi, che in una nuvola di farina infornava e sfornava a ripetizione pizze tirolesi cosparse di wunster. Né l'uno né l'altro avevano saputo dire qualcosa - il primo perché nulla sapeva, il secondo, complice, perché nulla voleva dire - ma a Sozzi era rimasta l'idea che i tre si fossero messi in combutta per rovinarlo.


Guillermo è salito sul palco in un tripudio di applausi, per poi ritirarsi e lasciare spazio ai suoi. La piazzetta è straordinariamente gremita, ci sono almeno duemila persone. Nella folla ci sono anche Antonella, una commessa quindicenne di una jeanseria di Domodossola, e Mirella, coetanea, sua collega. Moriranno sulla via del ritorno, temerarie autostoppiste, su una Golf GTI guidata da un giudice conciliatore fatto di Ecstasy. Ma questa è un'altra storia, che ci guarderemo bene di raccontare.
Ha iniziato a suonare un bellissimo assolo per kazoo Angelo, e presto Piero ha preso ad accompagnarlo facendo frusciare la sua batteria. Poi ecco le prime note della chitarra acustica di Giorgio e la romantica tastiera di Alberto. Ecco apparire di nuovo Guillermo sul palco, e la sua bella voce vellutata srotola le dolci parole di "Il mio Maso sta diventando vecchio", una canzone che Guillermo aveva scritto coricato a letto, in un caldo pomeriggio settembrino, usando come appoggio per il pentagramma la schiena di un amico, in un attimo di abbandono:

Un lungo sonnacchioso sguardo
settembrino alla foto
che dal carcere mi hai mandato
Ha venticinque anni,
il mio Maso, e sta diventando vecchio
Per fortuna dentro il Maso
è relativamente giovane:
oh bloster, giovane bloster,
giovinezza immutata di Maso:
è dentro, l'adolescente brillante
e sbarazzino
Ora forse le ragazze non
lo vorranno più, quel vecchio Maso
Già le sento, quelle sgualdrinelle
senza cuore:
"Era carino, ma ora è solo un vecchio Maso...

Refrain:

Maso, io ti amo ancora, Maso,
oh Pietro, no, non farci caso!

Colin aveva in pugno la situazione. Aveva disposto le sofisticate apparecchiatura di amplificazione al centro della piazza, al riparo di un ombrellone giallo e di alcune transenne recuperate dal vice-sindaco. Intorno a lui la folla si pigiava, ondeggiava, spingeva e incitava i maricones con applausi e fischi. Michele lo raggiunge a fatica fendendo la folla, che subito si ricompone.
"Io andrei..."
"Cosa tu hai detto?"
"I'm going to your chamber, Colin!"
"OK, no urlare! ci vediamo poi!"
"Ciao!"
"Michael!"
"Si?"
"Divertìti!"

Mentre Tiziano prendeva nascostamente il largo con la macchina di Luigi, il cielo si faceva sempre più cupo. Si udirono i primi rombi ancora lontani di tuoni antipatici. Ma il clamore della musica dei nostri, il battito di migliaia di mani, copriva ancora il temporale, che si faceva annunciare da impietose raffiche di vento tiepido.
Colin sapeva il fatto suo, e la presenza di Trippa al suo fianco era del tutto superflua. Ma gli altri non lo sapevano, e forse, vedendo quel grassone vicino al biondo surfista, avrebbero pensato che lui pure, serviva a qualcosa, che anche lui era parte di quell'insieme così gradevole di bellezza e tecnologia. O almeno così lui pensava.
E siccome ogni tanto i miracoli accadono, quella sera non era il solo a trovare che il vecchio grassone era un fantastico ragazzo. Anche Deborah, la bella bionda dalla voce roca, indotta forse dalle amiche a bere più Budweiser di quanto potesse reggerne, trovava Trippa fantastico.
Le prime gocce di pioggia si staccano casualmente, come da un panno mal strizzato steso al sole. Ma poi fioccano più rapide, si raddoppiano, si moltiplicano, cadono a grappoli, a scrosci, a catinelle, insomma impazza l'acquavento. Rimbombano vicini tuoni. E' un parapiglia, un fuggifuggi generale.


Tiziano e Michele e Trippa e
Bea e Anna e Michela e Deborah vanno a letto

Trippa è al colmo della felicità. Sente la piccola mano morbida di Dedorah tirarlo verso sé, invitarlo ad affrettare il passo. Qualcuno lascia come loro la piazza di corsa, sotto la pioggia intensa, ma Trippa non se ne accorge più. L'acqua rimbalza con gentilezza sulla cappa di vetro della boule de neige che lo circonda con Deborah, una dolce musichetta si diffonde nell'aria bagnata. Lui è il grosso ippopotamo innamorato che danza aggraziato sul perno del caramelloso carillon.
Deborah lo trascina verso il bosco, verso la radura, dove se ne sta nascosto, per metà interrato, un vecchio cabinotto dell'acquedotto. La pesante porta di lamiera era stata forzata dagli infoiati di Groni alleati con gli infoiati forestieri. Trippa crede che quello sia il luogo esclusivo del loro amore. In realtà nelle belle sere d'estate i ragazzi fanno la fila per usare il capanno. Deborah stessa c'è venuta diverse volte, e quando dico venuta capite cosa intendo. E non sempre con lo stesso ragazzo. Ma Trippa tutto questo non lo può neppure immaginare. Gentile pachiderma di tempi andati.
Se non fosse che ora, come un tarlo dannato, un pensiero incomincia a preoccuparlo. Le ultime note degli instancabili maricones arrivano dalla piazza quasi deserta. Guillermo ama giocare al superuomo. Continuerà a suonare sotto la pioggia, per la pioggia, per il cielo generoso. E sferza i suoi, ormai fradici, a continuare come nulla fosse.
"PUMP UP THE VOLUME, COLIN!".

Trippa sente il sangue pulsare alle tempie. "Cazzo, cazzo, cazzoooo! quando è stata l'ultima volta, cristo, quando è stata?". Trippa si spreme le meningi, aumenta il passo per non perdere Deborah che ormai corre verso il bosco, ma proprio non gli riesce di ricordarsi quando è stata l'ultima volta che si è pulito l'uccello. "OK, calma, stai calmo Trippa, vediamo di fare mente locale... quando ci si pulisce l'uccello? dopo aver pisciato, giusto? Allora, dove hai pisciato l'ultima volta? in pizzeria, giusto, quindi non ti sei lavato. Allora prima, la volta prima... quando è stato?".
Trippa non aveva dubbi: il suo uccello doveva essere in condizioni pietose, ed era troppo tardi per rimediare. Illuminato dai lampi, il capanno si avvicinava sempre più.

Ai carabinieri di Groni il superomismo di Guillermo non sembrava un motivo valido per continuare a suonare in una piazza ormai semi-deserta battuta dall'uragano. Solo un gruppo di ragazze tedesche, avvolte da un enorme scialle di lana abbastanza grande da tenerle tutte coperte, resiste strenuamente, ostentando abbronzati piedi nudi. Colin, obbedendo a Guillermo, aveva dovuto alzare ancora il volume degli altoparlanti, per lottare vanamente contro il fragore dei tuoni e della pioggia.
L'appuntato Fedeli già non aveva visto di buon'occhio i maricones al loro arrivo, ma adesso gli stavano proprio sui coglioni. Insieme al carabiniere semplice Piomelli aveva raggiunto Colin, il tecnico del suono.
"Spenga quest'affare, prego!"
"OK, TAKE HEED, DONT'YOU TALK BIG WITH ME, RIGHT?"
"CHE CAZZO DICE QUESTO, MA SPEGNI QUEST'AFFARE DI MERDA!" - Fedeli spintona Colin, che ruzzola malamente a terra. In un attimo Guillermo getta il microfono, scende dal palco con un balzo e aggredisce Piomelli, che nel frattempo ha sparato un calcio nel fegato, andato a vuoto, al tecnico del suono. Guillermo manca clamorosamente Piomelli, e prende una storta alla caviglia. Piomelli ricalibra il calcio e lo molla con precisione al singer dolorante, mentre le nocche della mano destra di Fedeli si abbattono sulla guancia sinistra di Colin, che ha temerariamente abbassato la guardia. I maricones non stanno a guardare, e si gettano nella mischia in difesa del loro malcapitato leader insieme con le tedesche inferocite; una di loro afferra con tutte le forze l'enorme scialle fradicio d'acqua e lo scaglia in faccia a Piomelli che, centrato in pieno volto, cade travolto dal peso.
I carabinieri stanno per avere la peggio, ma nella piazza irrompe un nugolo di colleghi con facce poco raccomandabili, armati di strani, vibratili manganelli gommosi. Alla loro vista, la piazza si ripopola incredibilmente di forestieri che non amano la pioggia, ma sono ansiosi di menare le mani.

Le strade di Domodossola erano ormai deserte. I fari della citroën di Luigi spazzavano le strade bagnate. Un temporale si preannunciava. Tiziano si ricordava di averla vista laggiù, in quel vicolo stretto, dove davano i sudici retrobottega dei locali di Viale Roma, quando era andato a fare scorta per la Pizzeria.
Era seduta ad un muretto basso, bosco di chioma bionda, tra i due incisivi aveva un piccolo spazietto grazioso, evidenziato dalle labbra rosso-fragola; un piccolo neo settecentesco le ornava la guancia destra. Le sue grosse tette erano contenute con difficoltà da uno scollatissimo prendisole rosa.
"Ciao"
"Ciao, io mi chiamo Bea. Allora, vediamo, sono cinquanta con la bocca, settantacinque scopare, cento entrambi, centocinquanta in albergo, trentacinque supplementari per ogni mezz'ora successiva ai primi quindici minuti... poi, vediamo, fammi pensare... per quaranta ti posso insultare pesantemente, per settantacinque ti posso cagare addosso, per..."
"Ferma! aspetta! non ho capito quasi niente... potresti ricominciare? No! lascia perdere... non è per questo che sono qui..."
"No, aspetta un attimo, anche parlare e basta ti costerà ugualmente caro..."
"Accetti VISA?"

Anna era l'ex ragazza di Tiziano. Lo aveva lasciato, inconsolabile, qualche mese prima, curandosi poi di far perdere le proprie tracce estive. Tiziano non era però il tipo da mollare alle prime difficoltà. Scartata non senza tormento interiore l'ipotesi di suicidarsi ingaggiando un conflitto a fuoco gratuito con i carabinieri, aveva deciso di cercare Anna. Erano bastate alcune sapienti indagini incrociate presso le amiche di Anna, per scoprire che la ragazza aveva trovato rifugio nella "Casa di Gesù Cristo Dominatore dell'Orbe Terracqueo", un collegio estivo di caste fanciulle, governato con nerbo dalle suore dell'ordine omonimo.
Finalmente capiamo perché Tiziano aveva cercato lavoro a Groni, a venticinque minuti dalla collina boscosa dove sorgeva, riparata, la "Casa". La vecchia citroën avanzava scoppiettando lungo la ripida stradetta collinare. "Sei sicuro di non volere un pompino? guarda che ti costa davvero meno, sai?"
"Pagare ti ho pagato, adesso ascolta cosa dobbiamo fare..."

Giunti al viottolo che costeggia la "Casa", Tiziano si inoltra nella stradetta, allontanandosi dal portone principale.
"Cosa stai facendo? Ehi, la porta era quella!"
"Non crederai mica che possiamo entrare dalla porta principale? ma non vedi come sei vestita?"
"Perché, cosa c'è che non va nel modo in cui vesto?"
"Niente, Bea, lascia perdere..."
Tiziano ferma l'auto. Trattori non ne passeranno, a quell'ora di notte. Tiziano e la ragazza scendono. "Te la senti di scavalcare il muro? non è alto"
"OK, dammi una spintarella, però".
Trascureremo di descrivere le sensazioni di Tiziano quando, facendo scaletta, sentì l'intero corpo flessuoso di Bea scivolare longitudinalmente lungo il suo. La ragazza, in cima al muro, lo aiuta a salire. Un balzo, e sono dentro.
Il giardino molto ben curato della Casa è illuminato da lampade sapientemente direzionate, che diffondono luce azzurra. Le vetrate del salone principale sono illuminate. Si sente della musica. Bea e Tiziano salgono in piedi sul primo cornicione e sbirciano furtivamente all'interno.
Un ottetto aveva appena terminato di esibirsi. Si alza da una delle panche della prima fila un giovanottone massiccio con occhiali alla Peter Sellers, e raccoglie gli ultimi applausi del pubblico. "Grazie, grazie ancora, signore, grazie, troppo calorose. Il nostro ottetto "Stabat Mater Formosissima" si esibirà adesso nell'esecuzione di un brano di Liszt che mai orecchio umano ha udito prima. Io, e nessun altro, l'ho rinvenuto a Bayreuth nello stipo segreto di un cassettone appartenuto a Cosima Wagner. Non vi dico i costi umani di lasciare in gran fretta e segretezza la Repubblica Popolare con questo prezioso reperto, che ho portato con me infilato in una cannula di vetro, a sua volta infilata... be', signore, immaginate voi dove! Il corpo umano non è poi così ampio e ricco di anfratti come si potrebbe supporre, e come alcuni desidererebbero, AH AH AHA! Al mio rientro in Italia ho trascritto immediatamente il testo, ed ora, per la prima volta, ecco che questo inedito lisztiano può essere finalmente eseguito ed udito! Signore e signore, di Franz Liszt, "Peccantem me quotidie"! Un applauso calorosissimo!".
"Dio, che pallosi, ricominciano!"
"Non preoccuparti Bea, non dovrai ascoltarli a lungo".
Tiziano ha riconosciuto Anna tra il pubblico. Accanto a lei ci sono, per combinazione, due posti liberi. "Bea! vieni, dobbiamo entrare". "Ma se abbiamo scavalcato! ci beccheranno subito!".
"No, ormai siamo dentro, crederanno che abbiamo l'invito".

Una ragazza molto minuta, elegante, con i capelli biondi a spazzola e gli occhiali dorati sottili, che spesso veniva scambiata, senza che la cosa le creasse disappunto, con una nota scrittrice friulana, aveva smesso di prestare attenzione al brano di Liszt. I suoi occhi, che fino ad un attimo prima erano tutti per la violinista dell'ottetto, ora avevano trovato rifugio un po' ovunque sul grazioso corpo di Bea, che sedeva al suo fianco. Accanto a quella dolce visione, appena giunta da chissà dove, c'era anche il ragazzo arrivato con lei, ma i due non sembravano avere molta intimità. La ragazza allarga lentamente le gambe, fino a quando il suo ginocchio ossuto e nudo non incontra quello di Bea.
"Che cosa ci fai qui?"
"Sono stato invitato. Questa è la mia nuova ragazza".
"Dove l'hai trovata? è un po'... strana, un po' appariscente, forse..."
"A te cosa interessa? chi sei per giudicarla?".
"Shhh! abbassa la voce! mi avevi detto che io ero l'unica, e che lo sarei rimasta. Dimentichi?".
"E' vero, era così, anche dopo che mi hai lasciato. Poi però ho incontrato Bea, e le cose sono cambiate... cosa vuoi farci...".

"Michela, aspetta..."
"Che cosa, amore?" Michela ha appena lasciato controvoglia le labbra di Michele, e connette decisamente male. Era appena riuscita a superare l'imbarazzo di stare sola con una ragazzo nella camera prestatagli da un amico.
"C'è una cosa che vorrei chiederti... ma non so, non so se è il momento"
"Dimmi, dimmi amore"
"Ecco, io vorrei che, insomma, non so come dirtelo... credo che entrambi, prima di apprestarci a questo passo, dovremmo essere sereni, l'una nei confronti dell'altro, capisci?"
"Veramente no..."
Michele estrae dalla tasca dei jeans un foglio formato A4. Per sbaglio, estraendo il foglio gli cade di tasca anche una scatoletta di cartoncino con dentro sei preservativi à poi. Michele sorride, Michela arrossisce.
"Ecco, guarda questo".
Michele porge il foglio a Michela. La ragazza lo guarda con curiosità.
"Certificato di avvenuto consenso? e cosa significa?".
"Be', è semplice, firmando questo documento, diciamo così, certifichiamo che eravamo consensuali, capisci?".
"Insomma io dichiaro che... che ho fatto l'amore con te... di mia spontanea volontà?".
"Be', se vogliamo vederla così...".
"Che non mi hai stuprato! è così?"
Michela ha perso completamente l'espressione dolce che aveva quando la sua lingua, secoli prima, ispezionava il cavo orale di Michele. Si alza dal letto e non trova di meglio che affacciarsi alla finestra. Michele sente che la sicurezza abituale lo sta abbandonando. Ha perso il controllo di Michela?
Non riesce a crederlo. Si alza di scatto e la raggiunge. L'abbraccia con forza da tergo.
Michela tenta di resistere, ma è solo un tentativo formale. Michele le sta già baciando il collo con avidità. Michela lo ferma. "Dammi". Michele recupera il contratto. Michela lo firma con espressione assente.


Il testamento dello Zio

Nella stanza immersa nel silenzio, era comparsa la Morte. Sedeva in un angolo, su una vecchia sedia primi novecento, ricoperta di prezioso broccato color singhiozzo di pesce, con espressione mesta. Solo lo Zio poteva vederla. Una figura smilza, immota, avvolta da un manto nero, con in mano una grossa falce senza più filo. Persino in queste circostanze, lo stereotipo predominava! chi lo avrebbe detto.
"Zio - dice Elisabetta con un filo di voce - hai qualcosa che vuoi dirci?"
"Aprite la finestra... e venite tutti qui... vicino a me"
Antonio raggiunge la finestra prima di Bianca, scosta le tende e spalanca le ante. La luce artificiale di un lampione entra e si abbatte senza remissione sulla faccia incavata dello zio.
"Valerio Massimo, in una delle sue pagine più belle, racconta di una anziana matrona giunta alla soglia dei novantacinque anni. Ella ha vissuto con intensità rara, ha succhiato il midollo della vita... oltre che molti cazzi, intendiamoci, per riuscire nella vita, ma questo è un altro discorso... ma la sua strada è stata cosparsa di eventi felici, di unioni feconde, di incontri; non ha disdegnato le lettere, ha studiato la geografia dell'Impero... o della Repubblica? bah, sorvoliamo... ha cosparso il suo corpo di oli del lontano Oriente, ha sposato un senatore, ha visto le sue figlie dare alla luce quelli che sarebbero diventati orgogliosi guerrieri e magistrati romani. Ora che le resta ancora da vedere? che cosa ancora non ha vissuto, che cosa ancora le può mancare? allora raduna a sé i parenti, figli, nipoti, amici, e dopo aver rievocato la propria vita, avvicina alle labbra una coppa di cicuta e con dolcezza va incontro alla morte per propria mano.
Ebbene, figli miei, vi voglio dire che quella di Valerio Massimo è una cagata pazzesca. Mai come in questo momento, mai come ora che sento il cancro invadere quella parte di me che ancora vive, e agogna alla vita, ho desiderato vivere, sono stato un solo tremito, una sola tensione alla vita!"
"Zio... " Elisabetta non riesce a trattenere il pianto.
"No, Elisabetta, non piangere... se non lo faccio io... dove è Michele?"
"Non lo so, zio, non lo so proprio, doveva esserci... "
Antonio è stupito. Ma come? non erano d'accordo di rivelare al vecchio che Michele era uscito con una ragazza? che si era imboscato da qualche parte? Perché Elisabetta taceva? se n'era forse dimenticata?
"Betta, ma come... dovevamo dirglielo, così ci eravamo risolti!"
"Dov'è Michele, Antonio? dimmelo, se lo sai"
"Be' - cercando in Elisabetta approvazione, che lei gli negava abbassando gli occhi - lo abbiamo visto uscire tutto agghindato, è andato a prendere la vicina, li ho visti io, uscivano insieme!"
Lo Zio sorrise, a fatica ma sorrise. Non che il vecchio non si fosse reso conto della bassezza di Michele. Niente affatto. Era malato, il cancro lo stava divorando, ma era perfettamente lucido, come sempre. Il vecchio si era battuto tutta la vita con un ferro di cavallo nel guantone, a volte corrompendo l'arbitro perché non ci frugasse dentro, a volte colpendo avversario e arbitro insieme, e in Michele aveva ormai riconosciuto il migliore erede che la sorte gli potesse dare.
"Troverete le mie ultime volontà nel secondo cassetto dello mia scrivania, nello studio. Le chiavi le ha Bianca. Ora ti prego, Elisabetta, suona per me. Come ieri".
Elisabetta va nella sua camera, prende il violino e ritorna. Bianca piange sommessamente, Antonio è inespressivo, come sempre. Le note di un valzer irlandese si diffondono dolorosamente nella stanza.


Epilogo

L'epilogo di questa curiosa vicenda vogliamo lasciarlo, almeno in parte, alla fantasia della lettrice e del lettore. In particolare è loro compito figurarsi i molteplici amplessi con cui si chiuse la celebre e indimenticata notte in cui i maricones si esibirono a Groni.
Anna condusse Tiziano nella sua stanza. Tutte le suore erano nella grande sala comune ad ascoltare il complesso, e nessuna di loro notò niente di sospetto. In fondo, tra di loro una certa intesa sessuale non era mai mancata. Era il resto a fare terribilmente difetto. In una stanza vicina la biondina dagli occhiali rotondi era riuscita a nascondere Bea. Suora Manjuma, una bantu a cui erano sempre delegati i lavori meno gradevoli della Casa, le aveva viste salire, ma pensando di far dispetto alla odiata madre superiore, si guardò bene dall'aprire bocca.
Michela e Michele si accoppiarono lungamente, facendo ricorso a sei diverse posizioni plastiche, e Colin, per non disturbarli al suo rientro dalla scazzottata, si accampo' nella minuscola stanza da bagno del piano. Era già abbastanza fradicio da non trovare poi così sgradevole l'idea di dormire in una vasca, ed inoltre gli sembrava un ottimo posto in cui nascondersi.
Le due sorelle di Trippa non riuscirono naturalmente a trovare il giurato fuggiasco, che fu sostituito dal signor Cesare. Dal canto suo, Trippa riuscì a risparmiare le temute, dolorose ispezioni igieniche, saltando del tutto i preliminari, oggigiorno così di moda: in ogni caso non avrebbe resistito a lungo. Il capanno vide così la prima esperienza sessuale di Trippa, e la prima delusione di Deborah, che ancora non aveva conosciuto, fatto strano e degno di nota, l'imbarazzante fenomeno della ejaculatio precox.
Guillermo e i maricones vennero condotti in questura, insieme a parecchi altri forestieri, dai carabinieri, e denunciati per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. Il giorno successivo vennero condotti a Domodossola, dove un pretore paterno e comprensivo li condannò, per direttissima, ad un mese di carcere con la condizionale. Disgraziatamente il tastierista, dopo aver asciugato la fronte, si accese distrattamente una sigaretta di hashish, tirando un sospiro di sollievo per la mitezza della condanna. Il pretore, trascinato fuori dalla grazia di dio, dispose l'arresto immediato per tutto il complesso.
Come era prevedibile, il testamento dello Zio si sarebbe rivelato estremamente favorevole nei riguardi di Michele, a cui sarebbe andata la casa di Groni, ma ad Elisabetta, che aveva saputo far muovere non sappiamo quali corde nell'animo dell'anziano morente, furono poi lasciati alcuni gioielli della moglie, di un certo valore.
A Michele, il giorno successivo la sera del concerto, non restava che partire. Pensò a lungo come avvertire Michela, a cui aveva lasciato credere che la loro fosse una storia bella e importante, quali parole usare. Poi gli venne in mente che forse un semplice foglio di carta A4 piegato a metà sarebbe andato a meraviglia. Scrisse: "parto per la Ile de la Réunion, ciao", e chiese al fedele Colin di consegnarlo alla ragazza, non appena la vedesse. In fondo non aveva fatto così anche Ingmar Bergman con Liv Ullmann?
E Tiziano? che fu del nostro Tiziano? rivestendosi, Anna si accorse di trovarlo altrettanto insopportabile di qualche mese prima, quando lo aveva lasciato. Si domandò se avesse sbagliato nel dargli l'illusione che tra loro qualcosa ancora c'era. Ma poi sgombrò rapidamente la mente da simili remore. Una scopata, concluse filosoficamente, non la si nega a nessuno.


Avvertenze Doverose

I fatti narrati non sono, se non in parte, frutto della fantasia dell'autore: solo i nomi sono stati deliberatamente alterati per salvaguardare persone realmente esistenti. Mi sono invece preso qualche libertà con i tempi dell'accadimento dei fatti.
La canzone Il mio Maso sta diventando vecchio vuole essere un sincero tributo al poeta statunitense Richard Brautigan. Cantami una canzone politicamente impegnata è un bellissimo titolo - che non intendo usurpare - per una canzone, canzone che ebbe il suo breve momento nella New York degli anni '40. Ethel Greenglass era solita cantarla, per l'incanto delle colleghe di lavoro e del futuro marito, Julius Rosenberg.
La citazione del brano di Elio e le storie tese è tratta dalla canzone "Servi della gleba?", dal disco Italyan Rum Casusu... La citazione del Fedro di Platone è tratta dalle Opere complete, pubblicate in Italia da Laterza. La "Pizzeria della Madonna" è il nome di un locale autentico di Siziano, in provincia di Milano. Michele Serra ha parlato del proprio Barbour ne "Il calendario del popolo" di Cuore - Settimanale di Resistenza umana, n. 225.
Bea esiste e lavora in Viale Roma, a Domodossola.
Barchetta, GOLF GTI e VISA sono marchi registrati rispettivamente da FIAT AUTO, Wolkswagen e Deutsche Bank.
[Tutti diritti riservati in tutto il mondo, esclusa l'Africa Equatoriale ex-britannica, il Giappone e la Repubblica Popolare di Cuba].



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