FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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OSSERVAZIONI SULL'ARTICOLO DI GIULIO LUGHI "IPERTESTI LETTERARI E LABIRINTI NARRA

TIVI"
Elisabetta Di Giuliomaria




Egregio Signor Lughi,
ho letto con molto interesse il suo articolo sugli ipertesti, e vi ho trovato alcuni Dipende forse dalla multiplanarità della loro struttura significante, che a sua volta veicola una quantità di significati non immediatamente "acchiappabili"? E che dire dei manuali di studio, o delle opere di consultazione come le enciclopedie? Secondo me, da questo punto di vista, qualunque testo, anche il più lineare e cartaceo che esista, è passibile di infinite letture (ben diverse dalle infinite letture da Lei proposte al punto c) di cui sopra).
L'ipertesto tenta di ricreare questa modalità non lineare del pensiero, con mezzi ovviamente di molto inferiori e limitati rispetto al cervello umano, ma con risultati sicuramente apprezzabili: a parte l'evidente utilità di avere a portata di mano schede bibliografiche, collegamenti storici, produzione letteraria e biografia di uno o più autori tutti insieme in uno stesso contenitore (cosa che mi fa risparmiare un sacco di tempo e mi fa bene ai nervi), mi sembra che le possibilità più stuzzicanti siano presenti proprio nel genere della narrativa tradizionale, ossia del romanzo e/o del racconto. Come viene modificato l'universo narrativo con l'uso della modalità ipertestuale? La modalità di intreccio reticolare (multidimensionale) dell'ipertesto ha veramente influenza sulla capacità di questo universo di dispiegare una molteplicità semantica che gli sarebbe negata da una struttura "lineare"? Se il romanzo che sto componendo su carta fosse un ipertesto, che cosa ci sarebbe di diverso in esso?

Domande molto stimolanti, secondo me, e alle quali non ho la pretesa di saper rispondere. Però, per esempio, in un certo punto del suo articolo, lei si esprime così: "Tuttavia non bisogna dimenticare che l'ipertesto è una classe virtuale di testi possibili,...". E' vero: l'ipertesto è veramente una classe di testi possibili, "virtuale" se Lei, con tale parola, intende la possibilità che ognuno di essi possa essere realizzato, con una percentuale più o meno alta di probabilità, e che ognuno di essi esista tuttavia, allo stato latente (virtuale, appunto), in una specie di limbo di tutte le realizzazioni possibili. Ma perché dare tale concetto per scontato, passandolo nelle retrovie di una discussione basata proprio su di esso? E' vero che l'idea viene ripresa più oltre, quando passa a parlare del legame tra ipertesti e labirinti; però mi sembra che essa andrebbe chiarita perché sta a far da sostrato a tutta una serie di importanti questioni.
A me sono venute in mente le seguenti considerazioni:
1) in tutti i testi, (iper e non) esiste una "lettura privilegiata" (una specie di visita guidata), rispetto alle molte possibili. Essa può essere - e in genere è - quella prescelta dall'autore nel redigere il testo, e non mi sembra una caratteristica necessariamente negativa; essa rientra pur sempre nella "classe virtuale di testi possibili" e fa parte, a mio parere, di uno dei diritti fondamentali dell'Autore: può non essere democratico, ma l'Autore non lo è mai. Egli è colui che crea le Regole, è il Tiranno nel rapporto Autore/Lettore. Tale lettura è probabilmente quella che ha la probabilità di realizzazione più elevata rispetto a tutte le altre. Tuttavia,
2) a dispetto delle intenzioni dell'autore e di quali modalità abbia messo in opera per indirizzare la lettura in un certo alveo (dopotutto, il bello delle regole è che possono essere trasgredite!), qualsiasi testo, da un certo punto di vista, è suscettibile di a) infinite letture, intese nel senso numerale dell'espressione; b) di infinite "letture" intese questa volta come interpretazioni, e questo è un altro paio di maniche, perché sposta il discorso su un livello più profondo. Mentre finora, infatti, ci eravamo attenuti al piano strettamente realizzativo dell'opera, alla sua dimensione - tanto per usare un vecchio termine - significante, il punto b) sposta la riflessione sul piano del significato dell'opera. Le commistioni dei due piani sono sempre piuttosto pericolose, destinate a generare confusione, e io mi permetto soltanto un'osservazione: dal punto di vista delle interpretazioni possibili (che chiamano in causa appunto il piano semantico dell'opera, per non parlare dell'universo del discorso del lettore, o della sua competenza), è ovvio che per ogni testo ne esiste un numero infinito: si tratta di una specie di "nube" interpretativa che avvolge il testo, formata da un numero infinito di punti, ognuno dei quali esprime la probabilità che una data interpretazione venga in essere o meno. Quindi, alcune interpretazioni sono molto probabili, altre mediamente probabili, altre ancora saranno altamente improbabili. Come nella funzione d'onda che determina la probabilità di esistenza della particella in un dato momento nell'universo, così, man mano che ci si allontana verso i bordi della nube, diminuiscono le probabilità di esistenza delle interpretazioni che occupano quei punti. Man mano che ci si avvicina al centro, le probabilità di esistenza aumentano. Questa idea mi ha stuzzicato, anche se non sono riuscita a svilupparla come vorrei.
Quel che vorrei notare qui, è solo che la molteplicità delle interpretazioni possibili è una caratteristica che riguarda non solo ogni testo, iper e non, ma ogni opera in generale. Infiniti sono i livelli ai quali un'opera può comunicare qualcosa, infinite sono le prospettive da cui si può osservare un'opera, infinitamente variabili sono infine le coordinate che definiscono la competenza del fruitore. Infiniti fruitori vedranno infinite opere, tutte diverse, e non solo: il medesimo fruitore vedrà opere diverse leggendo la stessa opera in momenti diversi. Per questo, forse, il mestiere di "critico" mi è sempre sembrato abbastanza privo di senso. E per questo non mi sembra che la molteplicità delle letture possibili, in ogni senso intese, sia un carattere fondante dell'ipertesto.

Quanto alla libertà che il lettore dell'ipertesto gode nel fruire del medesimo, non mi sento di condividere in pieno la Sua opinione, che a quanto pare coincide con quella di Eco (1993) da lei citata. E' ovvio che esistono opere a cui un rifacimento ipertestuale non farebbe altro che male, come nell'esempio riportato di Renzo e Lucia: io non credo che il modo corretto di pensare a una versione ipertestuale dei Promessi Sposi sia quella di lasciar decidere al lettore che cosa deve succedere a Renzo e che cosa a Lucia. Se però avessi a disposizione, nell'ipertesto, dei nodi che mi permettessero di mettere insieme, tanto per fare un esempio, tutte le battute di un singolo personaggio per una loro analisi linguistica, oppure delle schede storiche per mezzo delle quali potessi confrontare l'ambiente descritto con le cronache dell'epoca, ecc., avrei senz'altro sottomano un formidabile strumento di studio. Io non sto cercando di sostenere che testi cartacei e ipertesti SIANO la stessa cosa. Sto solo cercando di dimostrare che al di là di alcuni palesi limiti strutturali, che tuttavia non sono fondanti - ed è questo il particolare che mi interessa - testi cartacei e ipertesti contengono sostanzialmente le stesse possibilità di fruizione e sviluppo logico (...e illogico!) da parte del lettore. Certo, i Promessi Sposi vanno letti preferibilmente secondo un ordine di lettura strettamente sequenziale, ma è sempre possibile stravolgere tale ordine e ricavarne strutture - e significati - complementari e diversi rispetto alla lettura "privilegiata". E spesso questo tipo di operazioni conduce a scoperte molto interessanti.
Insomma, per quanto un testo sembri lineare e proponga - apparentemente - un unico ineludibile, pedissequo, prevedibile percorso di lettura, ce ne sono sempre senz'altro molti altri che io, quale fruitore, posso/non posso scoprire e che l'Autore, quale Creatore e Unico Artefice dell'Universo Narrativo, può avere/non avere previsto; questo non significa affatto che la maggiore libertà di scelta del percorso narrativo (concessami così apertamente dall'ipertesto) porti alla prevedibilità: un accidente del genere succede soltanto se il testo stesso è prevedibile: la magagna, se di magagna si tratta, sta nell'autore e non nel lettore, e nemmeno nella struttura ipertestuale. Sia che io abbia davanti a me un unico percorso di cui non vedo la fine, sia che mi trovi di fronte una serie apparentemente illimitata di bivi ed incroci, non so mai che cosa ci sarà dietro la prossima svolta. Certo, se l'autore mi fa capire subito chi è l'assassino, il pathos scemerà parecchio, ma la colpa è sua, dell'autore, non mia e nemmeno dell'assassino.
Non sono quindi d'accordo con la Sua affermazione che "la narrativa ipertestuale potrà difficilmente rispondere a esigenze di grande coinvolgimento, e difficilmente trascinerà il lettore nel vortice dell'intreccio, proprio a causa della sua costituzionale mancanza di linearità direzionale...". La capacità di coinvolgimento, quella di creare suspence e pathos nell'intreccio, di incollare il lettore alla poltrona, deve trovarsi nell'autore, e non può essere affidata interamente al mezzo di veicolazione del testo, così come deve trovarsi nell'autore la capacità di analizzare i caratteri dei personaggi, di approfondirli psicologicamente, ecc.
Certo, di fronte al cambiare delle modalità di comunicazione, deve cambiare - a volte radicalmente - il modo di intendere il rapporto, triplice, "autore-opera-lettore" (ma questa, per inciso, è la grande sfida della nostra era, che coinvolge un ambito assai più ampio di quello importante, ma pur ristretto, della letteratura e della comunicazione tramite mass-media), e su questo argomento mi trovo sostanzialmente d'accordo con Lei: nell'ipertesto viene introdotta una componente di "casualità" dell'approccio molto più elevata che non in altri testi, dove in certi casi sembra essere del tutto assente (ma mai impossibile!); tuttavia, secondo me, si tratta di una casualità sempre apparente, frutto di un'accurata progettazione di una struttura reticolare anche molto complessa. E si arriva così (di associazione in associazione: la non linearità del pensare porta fecondità) all'"idea di un macrosistema di relazioni tra nodi testuali", a un "insieme di tutti i testi esistenti, e di tutte le loro relazioni": ciò, oltre a somigliare molto a una definizione della Rete, fa venire in mente la Biblioteca di borgesiana memoria. Questa mi sembra la possibilità più stuzzicante offerta dall'ipertesto(1): esso dissotterra, estrae, rende esplicita, porta alla luce, quella che è la caratteristica più emozionante di tutti i testi: nell'universo fabulatorio è in corso continuamente la creazione di qualche cosa di nuovo; è un universo in continua espansione e modificazione, fluttuante nella forma e nelle dimensioni, mancante di un centro, di un punto di partenza e di un punto di arrivo, dove tutto può condurre a tutto, e dove tuttavia "tout se tient", in cui ogni nodo è in qualche modo collegato con tutti gli altri nodi. La tentazione - golosa - è quella di un paragone, forse un po' ardito, con le attuali teorie riguardanti il modello dell'universo, che lo descrivono curvo, in espansione e in continua crescita, una sorta di immane rete quadridimensionale - o multidimensionale secondo alcuni modelli - in cui tutte le particelle sono in relazione tra di loro, anche le più lontane. E' anche un modello abbastanza calzante di come - senza neanche rendercene conto - strutturiamo il nostro universo personale, quello che abbiamo dentro alla testa e che chiamiamo con molti nomi: visione del mondo, punto di vista, senso delle cose, impostazione di pensiero, ecc. E' il nostro universo, e ha la forma di una nebulosa di punti, connessioni, nodi, in continua modificazione ed espansione...
Andando avanti, nel punto 2.1, "La memoria del computer", Lei torna con mia sorpresa a un ordine di considerazioni che riguarda strettamente la modalità fisica di realizzazione del testo, saltando così di nuovo dal piano logico-filosofico a quello del medium; anche se le argomentazioni mi sembrano del tutto pertinenti, ritengo però che questo saltare da un registro all'altro non faccia un gran bene alla coerenza del ragionamento. Una cosa, infatti, è la struttura fisica del supporto, che se è in qualche modo determinante per l'aspetto che avrà il prodotto finito, resta tuttavia estranea ai significati che è destinata a veicolare; altra cosa sono i significati stessi. Sostenere che la fisicità del supporto è determinante per i significati che possiamo esprimere, sarebbe come sostenere che se avessimo quaranta lettere nell'alfabeto anziché ventuno, potremmo esprimere pensieri più profondi. Il mio professore di filosofia del linguaggio sosteneva spesso che se un linguaggio fosse costituito da due sole parole, "si" e "no", queste veicolerebbero tutti i significati possibili.
Tra l'altro, non sono del tutto convinta che quando leggo un indice analitico le pagine del libro non "saltino fuori" dalla rilegatura, come Lei si esprime (con un'immagine che mi è piaciuta molto), e si vadano a riordinare secondo un diverso criterio: in fondo, se decido di trattare un libro come un archivio di dati, e faccio su di esso una ricerca a chiavi (per es. tutte le occorrenze della parola "x"), poco importa come sia fisicamente strutturato il supporto cartaceo: quello che mi interessa sono le informazioni in esso contenute, che io riordino secondo il mio criterio personale. E' esattamente quel che succede consultando un archivio elettronico, solo che, a differenza che con il libro tradizionale, il processo è reso "trasparente" dalla tecnologia, e non ci sono segnalibri da spostare, foglietti che volano, volumi da andare a consultare, ecc. In tutti e due i casi, comunque, si fanno operazioni solo esteriormente diverse, ma tendenti allo stesso risultato. Il mezzo elettronico, con la sua particolare strutturazione che consente l'accesso casuale ai dati, rende sfacciatamente semplice un procedimento di estrazione e raccolta di informazioni che qualunque studente conosce benissimo.
Nel caso di un ipertesto, poi (tendo a ripetermi!), tale possibilità è ulteriormente semplificata e resa agevole dalla struttura volutamente priva di un ordine gerarchico, e fornita, per così dire, di "corridoi", "scale", "botole"... Diciamo che per il fruitore di un ipertesto è del tutto indifferente l'ordine (la struttura) secondo il quale sono effettivamente catalogati i dati. Ci penserà la macchina a ordinarli secondo le specifiche che egli le darà di volta in volta, creando un suo percorso che, in effetti, può essere sempre diverso. Tengo però a sottolineare che anche un testo "lineare" può essere trattato nello stesso modo, solo che nessuno lo fa perché risulta estremamente scomodo e dispendioso in termini di tempo e di energie (per es.: consulto l'indice, vado alle pagine che mi interessano, estraggo i dati, li riporto in ordine su un foglio, uso tali dati come base per ulteriori ricerche, vado in biblioteca a prendere altri libri, ripeto con essi l'operazione, ecc. Sono tutti lavori che ora la macchina fa per me, e la differenza sta tutta, soltanto qui).
Insomma, a me sembra che il problema sia quello di mettersi d'accordo circa il piano - o livello - della discussione: fisico, logico o semantico. Se parliamo della struttura fisica, è vero che "le memorie cartacee possono ospitare solo testi a struttura lineare", mentre "i supporti di memoria magnetica... consentono la gestione delle strutture a rete...", ma le differenze si fermano qui: se parliamo di struttura logica, ciò non vale più, per le ragioni che ho appena esposto. Se, infine, è del piano semantico che si tratta, allora la questione della struttura fisica non si pone proprio, e questa discussione può avere immediatamente fine. Il mio problema è che non riesco a capire su quale dei tre piani Lei intenda mantenersi.
La stessa oscillazione la ritrovo successivamente, a proposito, per es., delle considerazioni svolte in 3.1 - "Tipologie di testi e ipertesti". Già il solo accostamento degli ipertesti ai labirinti (che in sé non ha niente di eccepibile), fatto precedentemente, spostava - con uno scarto piuttosto fastidioso - il punto di vista su un livello puramente filosofico: il labirinto, come anche da Lei giustamente notato, è una figura archetipa, soggiacente, della quale è in effetti dato riscontrare tracce anche nella strutturazione di un testo, di qualunque tipo, e anzi, aggiungo io, nella strutturazione dello stesso pensiero umano, a causa della non linearità di entrambi. Va da sé che il linguaggio - o meglio, ciò che chiamiamo lingua - non fa altro che rispecchiare questa non linearità del pensiero, e tenta anzi di riprodurla: ecco allora "i casi in cui affiora nel testo il gioco delle anticipazioni, dei flash-back, delle digressioni". Tutto bene. Solo che un momento fa stavamo parlando della struttura fisica della memoria ad accesso casuale!
D'altra parte, lo stesso ordine di considerazioni sulla non linearità del pensiero (e del tempo, e dello spazio...) viene da lei espressa molto efficacemente nelle pagine successive, anche se io non limiterei il paragone soltanto agli "eventi comunicativi non organizzati, non spaziali, dispersi" rappresentati dall'incessante martellamento dei media di comunicazione. E' vero che nella strabordante marea di informazioni che ogni giorno minaccia di soffocarci, diventa sempre più difficile ed essenziale estrapolare le informazioni che ci interessano, distinguere le vere dalle false, quelle utili da quelle inutili, e bisogna anche avere il coraggio di buttare via quella che è soltanto ingombrante zavorra. Direi che il problema odierno non è più tanto quello di sapere di quali informazioni si ha bisogno, quanto di quali non si ha alcun bisogno. Il prezzo che paga chi non ci riesce, è una vera e propria spersonalizzazione, con la perdita delle coordinate, lo stravolgimento delle sei direzioni del mondo. Ma, se si approfondisce un attimo questa considerazione, io vedo che essa è applicabile a qualunque istante della nostra esistenza: in ogni momento ci troviamo di fronte a una decisione da prendere, a un bivio, o meglio a una miriade di sentieri da imboccare, i quali conducono tutti a destinazioni ignote (molto probabilmente diverse, ma forse poi sono le stesse, i sentieri, oltre a biforcarsi, a volte si intersecano... e il problema si complica ancora). Di tutte le decisioni possibili (che sono di numero infinito), soltanto una verrà presa, e quindi soltanto una, delle infinite possibilità di esistenza, verrà attualizzata. E questo ci avvicina ulteriormente al "Giardino dei sentieri che si biforcano" borgesiano, da lei citato, dove, appunto, diverse possibilità si attualizzano simultaneamente, conducendo all'affascinante paradosso dell'incontro di mondi paralleli.
Mi dò un'occhiata intorno e vedo che siamo ancora sul piano filosofico. Bene, tanto per sapere dove siamo.
Per concludere, mi trovo perfettamente d'accordo con le sue perplessità circa la morte dell'Autore, il quale rimane pur sempre uno dei tre elementi chiave perché esista quello che si può chiamare Universo Narrativo: Autore, Testo, Lettore. Aggiungo che, dopotutto e nonostante tutto, mi piace pensare all'Autore come Artefice, Destino, Voce fuori campo, colui che crea il suo universo fabulatorio - narrando una storia(2) - che il Lettore deve esplorare, cercando di capire le regole del gioco, cercando di percorrerne i sentieri, con la paura di smarrirsi, prendendo decisioni, tornando indietro, dipanando il suo filo di lana per non perdere il segno. Ed effettivamente, di fronte all'idea della improbabile nuova responsabilità di cui si vorrebbe investire il Lettore, quella cioè di prendere in mano le redini del suo destino lasciando decidere a lui ciò che fino a ieri era imperscrutabilmente riposto nella mente dell'Autore, provo un po' di fastidio, come se venissi privata del mio fondamentale diritto di non sapere come andrà a finire. Non vorrei, insomma, dover paventare, più che la morte dell'Autore, quella del Lettore. Ma poi, riflettendoci bene, mi accorgo che il pericolo non esiste: nel momento in cui, infatti, il lettore diventa anche autore, siamo di fronte a un gioco diverso, che però non intacca il rapporto Autore-Testo-Lettore: i ruoli non perdono la loro peculiarità, il Lettore è salvo e così anche l'Autore. Il fatto che per per un poco i due decidano di scambiarsi i ruoli non cambia il fatto che quando uno legge, E' lettore, e quando scrive, E' autore della storia. Che i due ruoli vengano occasionalmente rivestiti dalla stessa persona, è un particolare del tutto ininfluente.

Ho finito. Se ho fatto confusione, Le chiedo perdono. Il mio intento era solo quello di avviare uno scambio di opinioni su un tema che mi appassiona. Come considerazione generale aggiungo soltanto che l'interesse per le sue osservazioni viene qua e là inquinato dal confondere continuamente i diversi piani o livelli di discussione: struttura fisica/materiale del supporto, struttura logica del medesimo, struttura del significante, struttura semantica, sostrato di considerazioni filosofiche soggiacente. Tutti questi piani si intersecano senza una netta distinzione, e ciò a volte confonde le idee. Per il resto, spero che Lei voglia replicare a queste mie considerazioni, fosse anche soltanto per dirmi che ho scritto un mucchio di cretinate.

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Note


(1) Non è che il testo "normale" non abbia questa possibilità. Ce l'ha, solo che, come accennavo prima, resta per così dire in embrione, implicita, nascosta, non evidente. Se così non fosse, del resto, a Borges sarebbe mai venuta in mente la "Biblioteca Totale"...

(2) Chissà perché, mi viene in mente che in quasi tutti i popoli del mondo esistono racconti sulla Creazione dell'Universo secondo i quali essa avvenne tramite la parola, tramite la narrazione di una storia, e il mondo non sarebbe altro che una storia infinita, iniziata tanto tempo fa, che si sta ancora raccontando e che nessuno sa come andrà a finire.

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Micro-Bibliografia

- A proposito di eccesso di informazione, come prevenirla e come combatterla, consultare lticolo di Franco Prattico: ": "Per contrastare il 'rumore' c'è un'arma naturale, l'oblio", su Telèma n. 4, primavera 1996, edita dalla Fondazione U. Bordoni. Sullo stesso argomento, e anche per quanto riguarda il mezzo di trasmissione delle informazioni, sulla stessa rivista c'è un'interessante intervista ad Umberto Eco: "Le informazioni sono troppe. Imparate a decimarle, subito". In realtà l'intero numero - monografico - è in qualche modo pertinente con alcuni degli argomenti trattati nel mio articolo e in quello di Lughi. Il titolo è: "Informazione telematica: Verità o Caos?" suona quasi come una dichiarazione di guerra...



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