FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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l'OMBRA

Massimo Fabiano




Mi ritrovai con la testa appoggiata alla sbarra del letto, a fissare qualcosa fuori dalla finestra. Sentivo il freddo tubo di ottone premere sulla mia nuca e la gelida brezza notturna insinuarsi sotto le coperte, e provocare brividi di freddo e di stupore sul mio corpo. Fissavo inebetito la splendida visione che la finestra della mia stanza e una straordinaria coincidenza mi stavano regalando, a me solo, nel momento della notte in cui i più son sognatori, troppo presto per andare al lavoro, troppo tardi per rincasare.
Ricordavo di aver chiuso bene quella finestra ma ora era spalancata, e il mio piccolo cantuccio caldo ed accogliente si mescolava alla fredda limpidezza di quella notte d'autunno. Non feci nulla, non mi alzai per chiuderla, solo mi strinsi un po' di più nelle coperte.
Il cielo era blu scurissimo, senza stelle, ma limpido come non l'avevo mai visto. Nessuna nuvola avrebbe osato corrompere quel cielo perfetto, e nessuna automobile quel silenzio irreale. Per molto più di un attimo non riuscii a capire dove mi trovassi; mi sforzai un poco per raccogliere le idee annebbiate da qualche ora di sonno; niente. Poco male, non me ne importava. Intanto vivevo rapito quel meraviglioso spettacolo che il cosmo mi stava dedicando. Il mio viso, contratto in un'espressione di puro piacere e sbalordimento, era illuminato da una forte luce giallastra e nel cielo una faccia sorridente occhieggiava con complicità; come una nonna che nasconde i dolci ai genitori, per poi darli ai propri nipotini.
Era una luna stupenda, immobile, anche se il suo lento camminare l'avrebbe fatta inabissare dietro i tetti di Milano.
Ecco dov'ero, mi ricordai. Il davanzale nascondeva parte di quegli scatoloni neri. I palazzi.
Non può essere Milano, non c'è una luna così a Milano. E intanto quella vecchia lampada era arrivata al centro della finestra. Il cielo terso, la luna, gli edifici scuri mi sembravano esistere da tempo immemorabile e io continuavo a osservarli con quella stupida bocca aperta. La luna non poteva essersi spostata. Era stata al centro della finestra fin dall'inizio ma non me ne ero accorto. Doveva essere così, era tutto troppo immobile, non aveva fatto nessun rumore.
Il sonno doveva avermi fatto qualche strano scherzo, perché vidi la signora luna tremolare nel cielo, come se un vetro smerigliato le fosse agitato innanzi.
Chiusi gli occhi, ma solo per cinque secondi, poi li riaprii e vidi ancora la sua luce fluttuare. In più ora tremavano anche i palazzi, ma non dappertutto, solo al centro della finestra, proprio nei dintorni della luna. Mi stavo proprio addormentando, ancora qualche secondo e avrei dimenticato tutto questo; il blu, il nero, il giallo, quel viso dolce e antico. Non volevo. Puntai le braccia e mi misi a sedere. Lo sforzo mi risvegliò dal torpore del dormiveglia. Ma la luna tremolava davvero, non a causa del sonno, e anche le ombre nere che nascevano dal terreno ora sembravano indistinte, senza contorni, o meglio, oscillavano anch'esse. E sempre solo in alcuni punti, non più al centro esatto di quel quadro blu ma un poco più in basso. Mi strofinai gli occhi.
Ora la luce proveniente da quell'astro solenne ed amico sembrava affievolirsi, ora riprendere vigore. Cominciai a vedere macchie scure apparire e scomparire, combattere contro quel chiarore giallo e creare nuove ombre, si ergevano nuovi palazzi che subito crollavano, tutti in religioso silenzio.
Pensai di avere delle allucinazioni, talvolta uno sforzo visivo le provoca, ma quel che accadde subito dopo confutò la mia ipotesi. Quelle macchie scure cominciarono a prendere consistenza. Ora non erano più così disordinate. Stavano assumendo una forma, alcune si radunavano al centro, nella direzione della luna, molte altre più in basso, poco sopra il davanzale. Incredibilmente, quelle ombre tremolanti e confuse avevano assunto una forma che mi ricordava quella di un uomo.
Stetti a guardare la trasformazione, impotente, passando dalla calma contemplazione di ciò che stava al di là del mio davanzale, ad un vago terrore, retto dalla sola speranza che quella fosse un'illusione.
Potevo vedere il busto e la testa di quella "cosa". Le braccia non si vedevano ancora perché le ombre di cui era composta continuavano a scambiarsi di posto e a giocare. Dopo qualche secondo le macchie ridussero il loro ondeggiare, potei vedere allora chiaramente le braccia e le mani, mentre non potevo vedere nessun dettaglio sul suo viso. Quell'uomo era nero, e la luce passava attraverso il suo cranio.
Venne avanti, o almeno così mi sembrava. Attraversò il davanzale ed entrò nella mia stanza. Potevo scorgere le sue gambe, perché erano un poco illuminate dalla luce riflessa della mia unica alleata.
Ero ben sveglio, e sudavo. Allo stupore iniziale si sostituì presto la paura allo stato puro. Il terrore che qualcosa di orrendo ti sarebbe capitato, e che qualcuno a cui hai fatto un torto fosse ritornato dall'oscurità per vendicarsi.
Ma non rimasi lì a guardare. Con uno scatto mi alzai dal letto e corsi verso l'angolo della stanza. Mi rannicchiai contro le due pareti e mi sedetti per terra. La stanza era ormai gelida ma non tremavo per il freddo. Nascosi il viso fra le ginocchia. Qualsiasi cosa fosse successa, io non volevo vederla.
Che cosa stupida da fare, lo so, ma la mente umana, se sottoposta a certi stimoli, reagisce in modo molto strano, lontano da ciò che noi persone "normali" definiremmo come "ragionevole". Prendete un calmo e rispettabile scienziato e mettetelo in una situazione in cui rischia la vita o qualcosa di ben più terribile e lo vedrete agire come una scimmia impazzita, saltare di qua e di là senza scopo e alla fine magari mostrarvi un sorriso isterico per qualche settimana a causa dello shock ricevuto. Perciò non crediate che voi avreste reagito meglio di me, perché certe situazioni dovete proprio provarle e poi mi direte.
Per un po' non successe nulla. Sentivo solo il pulsare frenetico delle arterie del cranio ma non riuscii a sopportare per molto quel silenzio. Perché quella cosa non mi assaliva? Perché non farla finita subito? Sollevai la testa dal quel nascondiglio rassicurante e guardai verso la finestra ma mi pentii subito di averlo fatto. L'ombra era vicinissima. Ora il suo contorno era molto più netto e l'assurda mancanza di una faccia e di uno spessore la rendeva ripugnante. Per qualche istante si potevano vedere gli oggetti della stanza attraverso quel corpo informe, quando il gioco delle oscurità lasciava qualche spazio vuoto. Tutto mi sembrava troppo irreale, mi chiesi se ancora una volta non stessi sognando. Dio quanto lo avrei desiderato!
Le sue gambe nere quasi sfioravano le mie, mi fecero ribrezzo e mi alzai in piedi, per evitare fino all'ultimo quell'incubo mostruoso. Potei vedere distintamente il suo braccio destro alzarsi. Lentamente, molto lentamente le ombre molli risalirono il suo "corpo". Si avvicinava con quel braccio proteso verso di me, ero paralizzato, e se quella cosa immateriale avesse voluto (o potuto) soffocarmi non avrei nemmeno reagito.
Ma ci fu un dettaglio che notai subito prima di svenire, e che anzi ne fu proprio la causa e che mi permise di trovare un senso a tutto quello che mi era capitato in quella notte allucinante. Ebbene quando quell'ombra maledetta protese la sua mano verso di me vidi in essa qualcosa di strano. Si intravedevano alcuni dettagli che adesso non saprei riconoscere ma sono certo che quella mano aveva quattro sole dita e che le mancasse il dito mignolo.
Potrei aver visto male ma allora non riuscirei a spiegare il fatto che il giorno dopo i miei genitori mi abbiano trovato riverso in una pozza di sangue proprio di fronte alla finestra spalancata. Un grumo di sangue rappreso si trovava dove prima era il mignolo della mia mano destra.
Non sono pazzo, credetemi, quel dito non l'hanno più trovato.




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