FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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BLU OLTREMARE

Marco Bega



~A tutti i miei professori di Italiano
A mia nonna Maria
A mia madre
A chi non mi ha mai tradito~


**"Girala e nevicherà"**

Angelo vagava senza meta con un andamento barcollante. Chiunque l'avesse visto avrebbe pensato che era ubriaco, ma non c'era nessuno nei paraggi che potesse vederlo. Anzi, a dir la verità non c'era proprio nessuno. Comunque Angelo non era ubriaco, anche se il suo cervello era ora in uno stato molto simile. In quella massa grigia tanto misteriosa albergava sovrana la confusione. I pensieri si susseguivano ininterrottamente seguendo un filo pressoché inesistente, svolgendosi su diversi livelli. Chiunque abbia una minima concezione informatica, avrebbe paragonato il suo stato a quello di un computer dotato di un sistema operativo multitasking. Mentre in "background" si svolgevano diversi pensieri, fantasie, ricordi tutti senza senso, l'idea che su tutte s'innalzava ispirato forse da un ultimo barlume di follia era quella del suicidio. Si, forse l'unica cosa sensata che c'era da fare era suicidarsi. I motivi di tale scelta, tanto drammatica quanto drastica? Era troppo doloroso rammentarli, troppo assurdi da crederci (ma come si può rifiutare di crederci nonostante che ci si sia immersi dentro?) troppo rimbombanti e complessi da essere seguiti in quello stato confusionale.
Non voleva ricordare. Ma vagando incontrò una cosa che lo convinse a ripercorrere le tappe di quello strano sogno (che purtroppo sogno non era) che aveva fatto. La cosa era una sagoma di plastica alta quanto un uomo di media statura, sul retro completamente bianca e sul davanti dipinta. Il disegno voleva raffigurare i lineamenti di un pupazzo di neve. Si sedette in terra e, un po' narrando un po' ricordando, iniziò la sua lenta agonia.
Quando quella maledetta mattina si svegliò, la sua prima impressione fu di smarrimento. Era in un ambiente del tutto sconosciuto, senza arredamento con le pareti bianche e, per quanto possa parere assurdo, senza alcuna fessura tranne quattro fori quadrati in alto. Inoltre c'era molta umidità nell'aria, ma un'umidità molto strana che non aveva mai trovato prima. Quando si provò a muovere trovò una resistenza assurda, come se l'aria che lo circondasse fosse molto densa. Si alzò in piedi e allora capì. Era immerso in acqua. Solo allora si accorse che non respirava. Questo fu il primo choc che fu costretto a subire e per la prima volta si affacciò l'idea che fosse solo un sogno. Poi cercò d'aggrapparsi alla razionalità che la vita gli aveva donato e di pensare a dov'era mai capitato. Ma nonostante tutta la buona volontà e la fantasia che poteva metterci, Angelo non riusciva a capire dove mai fosse capitato e come facesse a vivere immerso in acqua (acqua? Non era più tanto sicuro che fosse acqua). L'unica cosa sensata era tentare d'uscire da lì. Così s'avvicinò ad una parete e cominciò a studiarla. Non sembrava molto robusta. Così arretro per prendere rincorsa e tentare di buttarla giù a spallate. Ma quando provò a correre s'accorse che la resistenza del fluido era molto grande e non gli dava la spinta necessaria a sfondare la parete. Cozzò contro il muro ma non accadde niente. Allora cominciò a picchiare a mani nude contro la parete. La forza impressa da Angelo veniva diminuita sempre dalla resistenza del liquido ma con molta tenacia Angelo riuscì ad aprire una crepa nella parete. Ora, vinto dall'impazienza ed in preda ad una gioia isterica, si mise a colpire la parete con movimenti scoordinati e si ferì ad una mano. Ma nonostante tutto riuscì ad aprire un varco ed a scivolare fuori.
Lo spettacolo che gli si presentò fu allucinante. Il posto da dove uscì era una casa. O meglio, da fuori sembrava una casa. Dalla facciata dalla quale era uscito c'era dipinta una porta e cinque finestre, due al piano terra e tre al piano superiore. La finestra al centro era bucata come se fosse aperta davvero e somigliava a quelle finestre che disegnano i bambini. Fece il giro della casa ma questa gli si presentava tutta bianca come da dentro. Poi la sua attenzione si rivolse al paesaggio circostante. Vedeva altre due costruzioni simili a quella in cui era stato imprigionato, delle montagne e nient'altro. Il suo sguardo, in direzione opposta ai monti, si perdeva in una foschia innaturale. Ma questa non era l'unica cosa innaturale che c'era lì. Innanzi tutto la luce. Dalla parte dei monti era buio. Cioè non proprio buio. Semplicemente il cielo era blu scuro in una zona ben delimitata al di sopra delle montagne. Il resto del cielo era di un colore indefinito, illuminato da una fonte di luce sconosciuta visto che non riusciva a vedere nessun sole. In cielo non c'era proprio niente. Né un uccello né una nube né qualsiasi altra cosa. Come se fosse trasparente e da questo filtrasse un paesaggio esterno ma in modo deformato. Era tutto così assurdo che per poco non svenne. Cercava di ricordare cosa era successo, ma nella sua mente c'era il vuoto assoluto. S'era addormentato a casa sua e s'era risvegliato lì.
Doveva cercare di capire dove era arrivato, trovare qualcuno che potesse spiegargli che posto non era mai questo ma soprattutto fuggire da lì per tornare alla sua vita di sempre. Così s'incamminò cercando una strada. Il terreno era coperto di ghiaia bianca, o almeno questa era la cosa che le somigliava di più. Sembrava piuttosto plastica. Per prima cosa si avvicinò alle altre due case. Sia la prima sia la seconda erano senza entrate, con porte e finestre disegnate. Provò a chiamare per vedere se all'interno c'era qualcuno ma non ottenne nessuna risposta. Poi cominciò ad urlare, per vedere se qualcuno nei paraggi lo sentisse. Ma ugualmente non ottenne risposta. Gli balenò l'idea che non ci fosse nessuno. Iniziò a vagare senza metà. Non trovò né una strada né anima viva. Solo questo paesaggio monotono e ghiaia bianca. Tutto era così assurdo. Sicuramente se non avesse fatto qualcosa sarebbe impazzito.
Pensò che da su i monti avrebbe avuto una visuale migliore e avrebbe visto anche quello che c'era dall'altra parte. Magari avrebbe incontrato anche qualcuno. Così si diresse verso i monti. Il percorso fu abbastanza breve ma, in quel poco tragitto le assurdità viste finora si moltiplicarono. Non un sentiero, non un'altra costruzione, nessun segno che qualcuno fosse passato di lì, ma soprattutto nessun mutamento. La fonte di luce ignota forniva un'illuminazione sempre della stessa densità e sempre dalla stessa angolazione. Non tirava neanche un po' di vento. Sembrava tutto morto. Neanche la luna si dev'essere presentata così agli esploratori. Comunque giunse alle pendici dei monti. Anche questi sembravano di plastica. Angelo ebbe la certezza di essere capitato in uno scenario cinematografico. Cominciò a scalare i monti con una certa agilità. Il pendio non era sconnesso e inoltre presentava numerosi appigli. In un quarto d'ora arrivò in cima e fu costretto a subire un altro choc. Dalla vetta poteva toccare il cielo con una mano. Dietro ai monti non c'era proprio nulla. Ovvero, quello che dal basso sembrava il cielo e che veniva celato dai monti era attaccato alla cima dei colli e descriveva una volta. S'abbandonò ancora all'idea dello scenario e provò a sfondare il "cielo". Anche questo sembrava in plastica, ma molto più resistente di quella che formava le pareti della casa. Dopo mezz'ora di lavoro estenuante non era riuscito neanche a scalfire quella cupola sulla sua testa. Ma che scenario assurdo era questo? Tutto in plastica e con una copertura molto resistente, ma soprattutto riempito d'acqua? No, non poteva essere uno scenario, anche se lo fosse stato, come mai poteva vivere senza respirare? Che strano mondo aveva raggiunto? Forse era morto e questo era l'aldilà? O semplicemente stava sognando? Immerso in pensieri di questo tipo Angelo cadde svenuto. Si svegliò senza capire quanto tempo era rimasto privo di coscienza. Non aveva un orologio e il cielo non l'aiutava minimamente. Ruzzolò giù dalle montagne correndo in preda al panico, e sempre correndo, si allontanò da lì. Superò le tre case e poi rallentò il passo per riprendere fiato. Si sarebbe allontanato da lì camminando verso la foschia. Non vedeva nulla ma era sicuro che di là sarebbe uscito. Camminò a lungo prima di giungere dove non avrebbe mai creduto. Di fronte a lui si erigeva, anch'esso a cupola, un muro trasparente. Fuori di lì c'era un paesaggio ancora più assurdo, irriconoscibile. La confusione era enorme. Pensò che il vetro era deformante e che non riusciva per questo a riconoscere il paesaggio esterno. Forse da qualche parte c'era una via d'uscita. Così s'incamminò costeggiando la parete trasparente. Nulla. Arrivò fino alle pendici dei monti e non incontrò nulla. Poi fece dietrofront e, sempre costeggiando la parete arrivò alle pendici dei monti dall'altra parte. Fu in preda al panico prima, poi all'isteria. Cominciò ad urlare frasi senza senso e prima di svenire nuovamente disse:
"Ho fatto il giro del mondo non impiegandoci neanche un'ora."
Si svegliò ancora in preda al panico. La sua mente l'avrebbe abbandonato se non riusciva a capire in che situazione s'era cacciato. Si diresse verso la casa dove si svegliò per la prima volta. Magari aveva trascurato qualche particolare, forse non aveva notato qualcosa. Ma giunto quasi a destinazione la terra cominciò a tremare. Pensò che si trattasse di un terremoto e la cosa quasi lo consolò, visto che era prova che non proprio tutto era morto. Poi avvenne la cosa più sconcertante di tutte. La terra si capovolse e lui cominciò a cadere verso la cupola. Tutto rimaneva ben ancorato al suolo tranne quella strana ghiaia bianca. Poi la terra si capovolse di nuovo e lui precipitò giù. Lì a terra vide una cosa che gli fece capire tutto, ma era troppo assurdo così, lui che in tutta la sua vita precedente non ne ebbe mai uno, cadde a causa di un terzo svenimento.
Quando si svegliò era nello stato di confusione più assoluta. L'idea del suicidio si affacciò sempre più accattivante. Per lui non c'era più nulla da fare. Non sarebbe mai uscito da lì. Non gli importava come c'era capitato, né il perché. Sapeva solo che era capitato dentro di una di quelle palle che, quando le capovolgi, sembra che dentro nevichi. E non una qualsiasi. Quella era la palla di neve che gli regalò la nonna quando era bambino. Gli sembra quasi ancora di vederla, quando da bambino la girava e rigirava per vedere nevicare.
Così, seduto in terra vicino a quel pupazzo di neve di plastica, Angelo decise che era veramente ora di togliersi la vita. Aveva raccolto un frammento della parete che aveva sfondato, non sapendo per quale motivo, e da molto tempo se lo rigirava tra le mani. Lo prese e si tagliò le vene. Prima di perdere i sensi ricordò quando la nonna gli regalò quel misterioso oggetto.
"Cos'è nonna?"
"Come? Non lo sai? Prendila. Ora girala, e nevicherà" disse la nonna.


**La vita in una notte**

Il sole era ormai tramontato e anche gli ultimi barlumi di luce del giorno trascorso sparivano mentre cominciavano a sorgere le prime stelle. Era in arrivo una notte senza nuvole con il cielo sereno ma comunque molto fredda. Del resto era normale, poiché si era festeggiato l'arrivo del 1996 solo da un paio di settimane.
Ernesto era sul bordo della strada con il pollice rivolto verso l'alto, anche se su quel percorso passavano pochissime auto e quelle poche che passavano sembravano avere una gran fretta. Per lui non era né una novità né un gran danno. Dopotutto aveva bisogno di riflettere. Erano ormai cinque minuti che non passava alcuna macchina e sembrava che non ne dovessero passare più per un pezzo. Così si sedette ai bordi della strada appoggiandosi allo zaino e accese una sigaretta. Respirava a grandi boccate, un po' per rilassarsi, un po' per riscaldarsi. Erano ormai tre anni che conduceva questo genere d'esistenza e, tutto sommato, era una bella vita anche se a volte avrebbe voluto abbandonare baracca e burattini, come si suole dire, cercare un lavoro stabile, una casa e, perché no?, anche una moglie. Però erano solo momenti, in cui la depressione era forte e magari aveva freddo o fame, o tutti e due. A volte si chiedeva com'era iniziato il suo vagare, e, mentre gettava il mozzicone della sigaretta iniziò a vagare nei meandri della memoria.
Ricordava quella mattina di tre anni fa, aveva venti anni ed era molto risentito. Quando era uscito di casa era pieno di speranza e d'ottimismo ma quelle sensazioni ora erano del tutto sparite. Stava andando ad un colloquio di lavoro, il primo in cui il suo diploma da geometra servisse a qualcosa. Purtroppo, dopo un'attesa spasmodica e un incontro breve ma carico d'ansia, si senti dire: "Spiacente, ma lei non risponde alle nostre esigenze". Stava tornando a casa, pensava a come avrebbe reagito sua madre alla notizia e intanto si domandava cosa avrebbe dovuto fare per guadagnare qualche soldo. Quando rientrò in casa sua madre non c'era. Era molto strano. Era quasi mezzogiorno. Ernesto pensò che sicuramente aveva avuto qualche contrattempo. Così si sedette sul divano mezzo sfondato e si mise a guardare un po' di TV. Circa un'ora e mezza dopo rientrò Carla, sua sorella, da scuola. Frequentava la 2à media ma con scarsi risultati. Lei chiese della mamma ma lui ne sapeva quanto lei. Circa mezz'ora dopo entrambi erano molto preoccupati. Era mercoledì e la mamma aveva l'ultimo servizio alle undici e mezzo, ora erano le due. Circa dieci minuti dopo il campanello suonò. Era la signora del piano di sotto. "Ernesto, senti, ecco, c'è una telefonata per te. Chiamano dall'ospedale". Luisa, la signora, era una delle poche persone che nel condominio avevano il telefono ed era un'ottima amica della mamma. Ernesto si precipitò al piano di sotto. Aveva un brutto presentimento
oddio, oddio fa che non sia vero, fa che non sia così, oddio mio!!!
ma la sua parte razionale si rifiutava di crederci. Prese la cornetta e urlò: "PRONTO". Una vocina molto cortese e educata rispose dall'altra parte. Stette ad ascoltare per circa cinque minuti, poi, con un'espressione ebete sul volto riagganciò. Intanto Carla era arrivata al suo fianco ma lui se n'accorse solo quando lei le chiese cosa era successo. Lui tacque per un po', poi solenne disse: "La mamma ha avuto un incidente, un infarto".
La mamma aveva ormai quarantanove anni ma ne dimostrava almeno sessanta. Ugo, il papà di Ernesto, era morto quando lei aveva trentasei anni e dopo sei settimane lei avrebbe messo alla luce Carla. Da allora la sua vita fu molto difficile, doveva badare a due figli che erano del tutto dipendenti da lei visto la loro tenera età, e contemporaneamente doveva lavorare, a volte per molte ore di seguito. Per un periodo oltre a pulire appartamenti e scale di mattino, il pomeriggio per due ore doveva assistere ad un bimbo e di sera lavorava in un ristorante. I pochi momenti liberi che aveva doveva svolgere le attività domestiche. Molte volte anch'essa si domandava com'era finita così, visto che solo pochi anni prima, quando Ugo era vivo, non le mancava nulla. Certo non navigavano nell'oro, ma si erano tolti molti sfizi. Negli ultimi periodi si vedeva che era molto stanca, ma non rallentava il suo ritmo di vita. Certo ora i suoi figli erano grandi, Carla la aiutava nelle faccende domestiche mentre Ernesto ogni tanto trovava qualche lavoretto provvisorio, oltre al posto in pizzeria di sabato sera una settimana si e una settimana no. Molte volte i suoi bambini (per lei erano sempre due bambini, nonostante uno fosse un uomo già fatto e l'altra ormai era una signorinella) le avevano detto di riposarsi, almeno per un po', ma lei declinava questo genere di proposta pensando non solo che era ancora giovane ma anche che tutti e tre avevano bisogno del suo lavoro. Ma quella mattina, quando una forte fitta le penetrò il torace, pensò che questa volta avrebbe dovuto riposarsi per un bel po'. Non pensò certo che quella fitta fosse l'inizio di un infarto che, dopo un paio di minuti, la fece passare a miglior vita.
Da quando Ernesto appese la cornetta cominciò un lungo travaglio che per lui era molto doloroso ricordare. La corsa in ospedale, la madre morta in obitorio, il funerale, la lotta con le assistenti sociali per l'affidamento della sorella che non ottenne mai, lo sfratto. Da lì cominciò la sua nuova vita. All'inizio fu molto difficile abituarsi, si lasciò andare e per quasi un mese si trasformò in un barbone. Non aveva più nulla. Carla era stata mandata in un collegio a più di 200 Km da lì, non riusciva a trovare nessun lavoro, non aveva un posto per dormire, non aveva più di cosa mangiare. Poi si rese conto che così la vita non aveva alcun senso. E allora decise di partire, di cercare lavoro altrove, fuori da quella città crudele che non gli offriva più nulla se non amari ricordi.
Così quella mattina andò alla stazione ferroviaria. La ricorda come se fosse accaduto due giorni prima. Era la fine di settembre ma l'estate non voleva proprio cedere il passo all'autunno. Nel cielo splendeva un sole caldo e nessuna nuvola voleva creare un po' d'ombra. La gola era arsa, così bevve un sorso d'acqua alla fontanella della stazione. Si rendeva conto di essere in cattivo stato e, nonostante avesse indossato vestiti puliti, negli ultimi tempi non aveva fatto più una vera e propria doccia. Inoltre sul viso gli stava crescendo una barba un po' incolta, che in ogni modo avrebbe tolto una volta in treno. Quando il treno arrivò, lui si riempì di timore, sapendo che nel futuro non c'era alcuna certezza, ma salì ugualmente. Si chiuse nel bagno. Viaggio lì per chissà quanto tempo. Si addormentò anche. Quel treno sarebbe arrivato a Zurigo, ma lui doveva scendere molto prima, prima della dogana. Quando scese non sapeva di preciso in quale città era arrivato. Intuiva che fosse in Lombardia a giudicare dal tempo trascorso. Lesse sul cartello che era arrivato a Pavia. Lì trovò lavoro, un monolocale, conobbe molta gente ma senza mai avere un vero amico. Restò lì per quasi quattro mesi, poi perse il lavoro e decise di andarsene. Non che credeva di dovere trascorrere tutta la sua vita lì, ma neanche che sarebbe diventato un nomade. Da quel giorno girò quasi tutta l'Italia, un po' in treno, un po' con l'autostop, soprattutto negli ultimi tempi; aveva avuto molti lavori di svariato genere, tutti saltuari e poco gratificanti, aveva dormito in monolocali, alberghi da quattro soldi che somigliavano molto a dei casini, in ostelli, sotto i ponti, in stazioni, nelle parrocchie. Nell'estate che era appena andata via aveva trovato posto come cameriere niente meno che a Rimini, dove per un po' ebbe una vita "normale". Conobbe una ragazza di diciotto anni in vacanza con delle amiche e cominciò con lei un flirt basato su molte menzogne. Poi lei andò via, e poco dopo anche lui, poiché la stagione era finita.
Ultimamente pensava spesso a lei, sapeva che abitava a Roma e aveva il suo numero di telefono anche se non l'aveva mai chiamata. A volte pensava che andare lì sarebbe stata una sciocchezza, che lo aveva già dimenticato, ma altre volte si chiedeva se non ne valeva la pena provare. Sapeva che la capitale aveva molte risorse, e poi con lei era stato molto bene. Inoltre a Roma c'era sua sorella. Avrebbe dato tutto l'oro del mondo per rivederla. Ma erano solo idee.
Lui sapeva di essere un poco di buono e che difficilmente poteva cambiare. Anche se nello zaino portava il suo diploma piegato in quattro parti, credeva che non avrebbe avuto modo di usarlo. Spesso aveva lavorato ai limiti della legalità, a volte, quando i periodi erano proprio brutti, aveva commesso dei piccoli scippi, una volta sfondò addirittura la porta di una casa da villeggiatura, ma non era solo questo.
Ernesto ormai era diventato uno spirito libero, in un certo senso la sua vita gli piaceva, non aveva voglia d'avere alcun vincolo, anche se certe volte sentiva il bisogno di un po' di tranquillità, senza dover pensare a domani in termini d'ipotesi campate in aria, e soprattutto voleva di un po' d'affetto.
Intanto era sprofondato nella notte e una falce di luna splendeva nel cielo freddo di quella sera. Il suo alito si condensava in piccole nubi e lui si accese un'altra sigaretta. Ne erano rimaste solo altre due e chissà quando le avrebbe potute ricomprare. Da lontano luccicavano i due fari di un'automobile. Ernesto si rizzo in piedi e alzò pollice ma l'auto tirò dritta, così si rimise a sedere. La fame si fece sentire, ed era molto forte e allora estrasse dallo zaino un mezzo panino di due giorni fa. Ne strappò metà e l'altra metà la richiuse con cura. Per aiutarsi a mandare giù il pane ormai duro, e per riscaldarsi un po', fece un sorso di grappa della bottiglia che aveva acquistato circa due mesi fa, quando i soldi c'erano, e che ormai era agli sgoccioli, come lui del resto.
Nell'ultimo mese aveva girato cinque cittadine, ma nessuna di loro gli offriva niente. Ormai anche gli spiccioli che aveva accumulato erano finiti. Dall'ultima volta che si era lavato, se si esclude due sere fa presso una fontanella, era passata una settimana, così non poteva neanche rischiare di prendere il treno, perché se un controllore l'avesse colto ancora una volta a viaggiare senza biglietto e se lo avesse portato in questura, avrebbe passato guai seri, e un tizio nelle sue condizioni non evitava certo di attirare l'attenzione. Così faceva lo stop ma con pochi risultati.
Le altre volte che lo aveva fatto era stato caricato dopo poco tempo, massimo un paio d'ore. Stavolta la sua buona stella lo aveva abbandonato, visto che era lì da circa sei ore. Sperava tanto che qualcuno, magari qualche "disperato", si fermasse. Spesso chi gli forniva passaggi, tutto sommato, non stava meglio di lui. Erano persone che cercavano altri essere umani con cui sfogarsi, raccontare le loro storie di moglie traditrici, figli drogati, disoccupazione; fallimenti in ogni campo, comunque. Il mondo era pieno di gente che non se la passava bene. Poi c'erano anche quelli che stavano peggio. Nelle sue nottate sotto i ponti aveva visto molti barboni. Solitamente sono scontrosi, chiusi, poco inclini alla conversazione, ma alcuni di loro raccontarono volentieri ad Ernesto la loro storia. Storie orribili, storie di non-vita, storie di sopravvivenza nella giungla del XXà secolo che si avvia a cedere il passo al terzo millennio. Lui, al confronto, era fortunato, ma consapevole di poter diventare uno di loro da un momento all'altro.
C'erano stati periodi in cui anche lui, oltre a quello successivo alla morte della madre, si era ritrovato costretto a mendicare per strada per poter mangiare. E, quando era seduto agli angoli delle strade con un cappello rovesciato a lato, pensava a quanto potesse essere bello condurre una di quelle vite stereotipate, piatte, dove ogni giorno è uguale ma che comunque si mangiava tre volte al dì, l'appartamento era caldo quando fuori il termometro sfiorava lo zero, e, tra le altre cose, potevano permettersi di andare in vacanza una volta l'anno. Ma anche quella era una non-vita. Mentre i senzatetto si affannavano per sopravvivere, la gente "normale" si trasformava in robot soltanto per ottenere le cose che questa società t'impone di possedere per essere accettato.
E comunque lui s'identificava tanto con quella canzone dei Nomadi, "Vagabondo", ponendo la differenza che lassù non gli era rimasto alcun dio. Anzi, lui credeva che non fosse così solo per lui, ma per l'intero genere umano. A volte pensava che era come se Dio si fosse concesso una bella vacanza, e avesse lasciato gli uomini alla balìa di loro stessi.
Ormai la notte tendeva al mattino e tra poco meno di un'ora sarebbe stata l'aurora. Ernesto si rese conto che si era immerso nei ricordi e in pensieri filosofici che, per il momento, avevano poca importanza. Doveva decidere il da farsi ma era troppo stanco anche per pensare, così si abbandonò al sonno che lo corteggiava da molto tempo.
Si destò dopo un paio d'ore appena in tempo per assistere ad una meravigliosa alba. "Anche oggi è un altro giorno", pensò parafrasando la famosa frase. Si sentiva molto più ottimista della sera prima, ma ancora non aveva le idee ben chiare. S'incamminò lungo la strada immerso nei pensieri che erano il giusto continuo di quelli che gli avevano tenuto compagnia nella notte appena trascorsa.
Circa mezz'ora dopo passò un autotreno. Ernesto fece il segno dello stop ma con scarso entusiasmo. Il camionista, invece, rallentò e infine si fermò. Ernesto lo raggiunse di corsa. L'uomo aprì lo sportello alla sua destra e lo fece salire.
"Dove sei diretto, ragazzo?" gli domandò.
Ernesto rifletté un istante e poi timido domandò:
"Per caso passa nei paraggi di Roma?"


**Maria**

Maria era seduta sulla sua sedia come sempre. Erano ormai undici anni che la vecchiaia la costringeva a non uscire più da casa ma non soffriva di questo. La sua vita si svolgeva fra il suo letto e la sua sedia. Come al solito stava recitando le sue preghiere, con la sua coperta sulle gambe nonostante fosse Aprile ed i suoi orecchini d'oro a forma di goccia, quando le si sedette a fianco il nipote Marco. Marco in realtà era il suo bisnipote, figlio della figlia della figlia di lei, ma lui la chiamava nonna e lei "il suo nipotino". Marco abitava, insieme con la mamma, con lei sin dalla nascita. La mamma era andata ad abitare lì quando iniziò le scuole superiori visto che nel paese dove abitavano i genitori non c'era un istituto magistrale. La sua casa era molto piccola, appena 50 metri quadrati, ma Maria non ci faceva caso, visto che lei, in tempo di guerra, dormì con tutta la sua famiglia, ben sette persone, in una sola stanza e non capiva perché sua nipote si lamentasse tanto di questa casa. Marco era il frutto di un matrimonio finito male, visto che i genitori si separarono quando lui aveva otto anni. Loro erano andati a vivere a casa di Maria solo per un breve tempo ma, in seguito ad una serie d'avvenimenti, non si trasferirono mai e, quando il papà di Marco se n'andò, l'idea d'andarsene divenne solo un'illusione. Così Marco crebbe lì e, non godendo dell'attenzione dei genitori immersi nei loro infiniti problemi, si attaccò esageratamente alla nonna. Fu lei che lo cullava quando era ancora in fasce, fu lei che lo seguì nei primi anni arrivando addirittura ad insegnargli a leggere quando aveva appena tre anni, fu lei che lo seguì nello studio nei primi anni delle elementari. Inoltre Marco, per una strana lotteria genetica, aveva ereditato molto dal carattere della bisnonna. Così Marco si ritrovo con due mamme e Maria con un sesto figlio alla veneranda età di 76 anni. Ora lei n'aveva 86 e ad agosto n'avrebbe compiuti 87. L'anno prima aveva subito un intervento al seno. Aveva un tumore che secondo i medici le avrebbe dato sei mesi di vita ma era passato un anno ed era ancora lì viva e vegeta. Lei non ne sapeva niente, o almeno voleva far credere ai nipoti di non aver capito che aveva quel male oscuro.
Vedendo sedere Marco al suo fianco chiuse il libro di Massime Eterne e gli domandò se aveva finito i compiti. Lui le rispose affermativamente e cominciarono a parlare di scuola. Così, mentre parlava delle materie che aveva studiato il discorso scivolò sulla sua storia. Marco aveva già sentito questa storia, per intero o a pezzi, già milioni di volte ma non era stufato. Anzi, a dire la verità, si era seduto lì sperando proprio che le raccontasse qualcosa di suo.
"Ai miei tempi questo non si studiava", le disse la nonna, che era una donna istruita, "sai, io ho fatto la sesta elementare e, quando non sono andata più a scuola, le maestre sono venute a casa mia a parlare con mio padre per farmi finire le scuole, ma lui non ha voluto, sai come si pensava una volta. Non ha voluto neanche che io andassi a lavorare al comune, che ai tempi servivano persone che sapevano leggere e scrivere. Ma lui insisteva che le donne dovevano stare a casa a fare la calzetta e che quando mi fossi maritata avrei potuto fare quello che volevo, marito permettendo."
Maria era davvero una donna istruita. Tuttora ricordava tutto quello che aveva studiato, le poesie a memoria, le tabelline, la storia e la geografia, parlava italiano abbastanza correttamente, nonostante l'accento del suo paese le fosse ancora rimasto e, le rare volte che s'arrabbiava, cominciava a parlare in dialetto. Ma la sua cultura era molto più vasta dei sei anni di scuola.
"Già lo sai, io ho iniziato la scuola a quattro anni". Si, Marco già lo sapeva. E sapeva anche il perché. Prima di lei la mamma aveva avuto un'altra figlia che però morì appena nata. L'avevano chiamato Maria e, nata lei, l'avevano "rinomata", come diceva lei. Allora Maria insisteva sempre per andare a scuola, ma non aveva ancora l'età. Così, dopo aver portato all'esasperazione i genitori, questi l'accompagnarono al comune per vedere se era possibile iscriverla a scuola. Al comune si confusero con la sorella deceduta, che aveva due anni in più a lei, e la iscrissero a scuola che aveva appena quattro anni.
"Comunque mio padre non era un uomo cattivo. Si, il suo metodo d'educazione era molto all'antica ed il suo punto di vista molto ristretto, ma era orgoglioso d'avere una figlia istruita, l'unica dei sei figli ancora vivi che aveva avuto. Così volle che gli insegnassi a fare la sua firma ed ogni giorno mi mandava a comprare il giornale che io leggevo a lui e a mio nonno. Certo è stato meglio che mi abbia tenuto a casa. Sai, iniziata la guerra lui fu richiamato alle armi e io dovevo aiutare mia madre nelle faccende di casa. Poi, nel '17, quando dovevo fare ancora quindici anni, arrivò la Spagnola." La Spagnola fu una terribile epidemia che colpì l'Italia in tempo di guerra.
"Così mia madre morì lasciandomi cinque fratelli da accudire, visto che Tecla, la più piccola, morì una settimana dopo di lei. Aveva 39 anni e quando spirò le ultime parole che disse furono 'figli... figli...'. Fu seppellita nelle fosse comuni visto che l'epidemia aveva falciato quasi la metà degli abitanti del paese." Si asciugò una lacrima. Facendolo quasi non le caddero gli occhiali che, con un gesto rapido, Marco bloccò a mezz'aria. Aveva degli occhiali molto spessi che usava da quando era diventata vecchia anche se ora le servivano solo per l'occhio destro visto che sull'altro era ormai scesa una cataratta.
"Mio padre rientrò dalla guerra pochi mesi dopo in quanto fu ferito e, dopo qualche tempo, si risposò. Finita finalmente la guerra ci vennero ad annunciare che avevamo vinto. Ma vinto che cosa? Io avevo perso una madre, una sorella e mi ritrovavo con un padre invalido. Quando andavo a comprare il pane, lo pagavo cinque volte di più che all'inizio della guerra. Tanti ragazzi della mia età erano morti e loro mi venivano a dire che avevamo vinto. Rimasi altri cinque anni a casa, sopportando le ingiurie della mia matrigna che, una volta, rischiò di farsi sfasciare la testa con un mattone che mio fratello Antonio, l'unico figlio maschio, gli tirò contro perché aveva parlato male di mia madre." In realtà l'aveva chiamato figlio di puttana ma lei evitava sempre di dire parolacce. La matrigna era rimasta vedova a sua volta e aveva tre figli dal matrimonio precedente. Uno di loro sposò Emilia, una sorella di Maria.
"I miei fratellastri, tranne quello che s'è spostato mia sorella, non mi hanno più parlato. Comunque a vent'anni mi sposai con Ascenzo, il tuo bisnonno che non hai mai conosciuto. Mio padre non era contento di lui ma... poi me lo fece sposare nonostante non fossi maggiorenne." Maria rimase incinta prima del matrimonio per sposarsi con in suo bello, ma non amava raccontarlo, visto che la cosa faceva scandalo.
"Dal matrimonio nacquero cinque figli: Teresa, tua nonna, che l'ho chiamata così in onore a mia madre; Filippo; Sistilio, che è quello che sta in America; Angelo e Salvatore che era il più piccolo e che tutti chiamavamo Toto. A quei tempi ci stava Mussolini. I fascisti erano gente cattiva, ma se ti facevi gli affari tuoi non ti dicevano niente. Ascenzo era un socialista e così votava di fronte a tutti, perché le elezioni non erano segrete, e si rifiutava di vestire i figli da balilla, ma nessuno gli diceva niente. Era un uomo onesto e rispettato pure dai fascisti. Mai una volta che gli diedero l'olio di ricino. Lui non andava insultando nessuno. Sai, mio marito, prima di sposarmi era stato in America, poi la madre lo volle far tornare e dovette fare il contadino. Stavamo bene con il suo lavoro ma dopo gli venne l'ulcera. Quando l'estate lavorava gli s'infettava la ferita e non poté più lavorare. Così mi dovetti arrangiare io, facendo la sarta, a mandare avanti la famiglia. Poi venne la guerra. Cinque anni di sofferenze. I bombardamenti prima, i campi minati ma soprattutto i tedeschi. Quanto sangue fu versato. I miei figli non furono richiamati in guerra ma ne morirono ugualmente a causa sua. Filippo e Toto morirono per una mina. Angiolino per un tumore al fegato. Filippo era andato a cercare le scatolette che gli americani perdevano perché in quei giorni non avevamo mangiato e la fame si faceva sentire, insieme con Sistilio e Angelo. Camminavano in fila indiana. Davanti a lui ci stava Angelo e dietro Sistilio. Passarono per un campo per fare prima. Angelo passò sopra ad una mina ma questa non esplose. Quando ci passò invece Filippo... gli saltarono le gambe e un occhio. Morì di cancrena una settimana dopo Venerdì 17 Agosto, lo stesso giorno che sei nato tu. Diciannove anni appena fatti. Era un ragazzo d'oro. Le uniche bestemmie che diceva quando s'arrabbiava era 'Porco ladro' e 'Mannaggia Nerone'.
Poi fu la volta di Angelo, sempre in tempo di guerra. Gli si gonfiò tanto la pancia, e noi credevamo che stava ingrassando, ed era invidiato dagli altri fratelli per questo. Poi un giorno si lamentò così tanto che lo portammo in ospedale. Dopo una settimana morì di tumore al fegato dovuto all'acqua che bevevamo. Aveva undici anni.
Toto morì che la guerra era finita. Aveva otto anni e stava giocando con i cugini. Quel giorno il padre l'aveva portato in campagna invece di mandarlo a scuola come volevo io. Il cugino aveva trovato una mina. Salvatore gli disse di buttarla, che il fratello c'era morto con una bomba. Ma quello disse che stava là da anni, che non esplodeva. E la buttò in mezzo alle gambe di mio figlio. Questa esplose troncandogli le gambe. Morì dissanguato. Morirono uno ogni due anni dopo l'altro."
Piangeva sinceramente. Nonostante fossero passati quasi 45 anni, il dolore era ancora grande.
"Poi venimmo qua in questa casa", proseguì, "stavamo io e mio marito, i miei due figli rimasti e mio padre. L'Italia era una repubblica, io avevo votato, insieme alle altre donne, per la prima volta, al governo c'era De Gasperi e, dopo quattro papi e due re, stavo vedendo anche il secondo presidente della repubblica italiana. Ora che di papi ne ho passati sette, anche se credo che Giovanni Paolo II sarà l'ultimo, di presidenti otto e di governi solo Dio lo sa, ne ho di cose da raccontare. L'Italia è cresciuta da allora, ma non tanto da evitare a mio figlio di emigrare in America. Tua nonna, prima di tuo nonno, è rimasta vedova con la guerra d'Etiopia e per questo riceve una pensione, ma di certo non se la passa molto bene pure adesso. Certo al confronto di allora siamo tutti dei ricconi ma la sofferenza passata non ce la rimborsa nessuno. Tre figli non me li ridà nessuno.
Comunque da allora la mia vita non ha avuto grandi colpi di scena, tranne la morte di mio marito nel '67. Sono stata qui da allora, ho avuto la televisione per prima in questo palazzo grazie ai soldi che mi mandò Sistilio, ho visto il primo uomo sulla luna, ho visto questa città diventare da un paese di poche anime una città di centomila persone e, quando tua madre mi ha portato a fare un giro quando sono tornata dall'ospedale, ho visto che è diventata molto più grande di quello che immaginavo. Sei nato tu ed è come se avessi avuto un altro figlio. Adesso sono vecchia, non posso neanche fare le scale e ringrazio Dio che ci vedo ancora. Non ci sento da un orecchio e dall'altro ho bisogno di quest'apparecchio che spesso fischia stordendomi un po'. Denti me ne sono rimasti pochi ma, per fortuna, non devo ancora mangiare omogeneizzati. Per fortuna non sono ancora rimbambita e spero di morire lucida di mente come sono sempre vissuta. Non ho mai bestemmiato, tranne una volta in tempo di guerra per l'esasperazione, ma ho fatto penitenza per anni. Spero di morire in grazia di Gesù Cristo quando lui lo vuole. Oltre ai miei figli ho cresciuto tua madre, il cugino di tua madre Silvio e ora ho cresciuto te. Non ti vedrò da grande ma spero tanto che studierai e diventerai qualcuno. Ora, figlio, lasciami finire di fare le preghiere, che sto facendo il rosario all'anima di Filippo."
Così Marco s'alzò, soddisfatto d'aver sentito ancora una volta, seppur molto riassunta, la storia di sua nonna. Maria intanto aveva preso il rosario tra le mani e cominciò a sgranarlo. Mentre pregava ripensava ai suoi figli, morti così giovani, a suo marito e chissà quante altre cose. Non aveva ancora molti anni da vivere. Il 18 ottobre 1992 sarebbe morta, lucida di mente ma distrutta dal dolore. Sarebbe morta evitando che i nipoti la vedessero, assicurandoli che andava meglio e che potevano andare a dormire. Sarebbe morta lasciando nella casa che aveva abitato per tutti questi anni un vuoto incolmabile.


**Desideri**

Stava seduto in una sala d'aspetto ferroviaria fumando una sigaretta anche se era vietato. Intorno al lui c'era una gran confusione, bambini che facevano capricci urlando, altoparlanti difettosi che gracchiavano chissà quale annuncio, treni in arrivo e treni in partenza e, naturalmente, un incessabile chiacchierio. Ma ignorava tutto questo rumore. L'unica confusione di cui era cosciente era quella che aveva nella mente. Per lui c'era solo un desiderio che stava per realizzarsi. Se n'era andato. Andato via. Era tutto quello che desiderava. Pensava a quello che lo aspettava e fantasticava pieno d'ottimismo. Ma non era proprio felice. Dopotutto aveva abbandonato tutto quello che aveva finora realizzato, tutto quello che la sua breva vita gli aveva regalato. Era poco quello che gli sarebbe mancato, lo sapeva, ma sapeva anche che stava per non vedere più tutti i suoi amici, quei pochi che egli aveva eletto fra tutti i ragazzi della sua misera cittadina, gli unici che secondo lui non erano stati "inquinati" dall'atmosfera di quella stupida città. Anche loro desideravano andarsene, ma nessuno lo faceva. Si sentiva una specie di pioniere. Forse, dopo che l'avrebbe fatto lui, se ne sarebbero andati degli altri. Ma in fondo non si sarebbero comunque più visti. Era per questo che non aveva detto niente a nessuno del suo progetto. Se avesse dovuto salutare tutti quelli cui era affezionato, non gliel'avrebbe mai fatta. Si sarebbe arenato fra addii e lacrime, fra gli "aspetta qualche anno che vengo anch'io" e i "ed io che faccio ora senza un tipo come te?" e gli "mi mancherai" e chissà quante altre cose. Una volta sistematosi avrebbe scritto ad alcuni di loro e si sarebbe spiegato. Forse avrebbe lasciato anche un recapito e si sarebbero sentiti. Ma questo era dopo. Queste erano cose futili. Bisognava pensare a cosa fare una volta arrivati. Dove andare per cercare lavoro, cercare casa, farsi amici, trasferire ogni impiccio legale e, naturalmente, finire la scuola. Doveva non solo diplomarsi, ma prendere anche una fottutissima laurea, lui. Sarebbe diventato qualcuno, lui. Sarebbe stato autosufficiente, lui. Puro ottimismo giovanile. Beato lui. Quanti desideri. Era appena arrivato e già aveva la testa nel pallone. Io non avevo più desideri da... dal boato. Ero rimasto lì da ormai sedici anni. Apatico e pieno di dubbi. Ma questo giovane mi era simpatico. Volevo aiutarlo. Così quando lo vidi alzarsi, per la prima volta me n'andai da quella sala d'aspetto. Guardai la lista dei nomi scolpita sul marmo. Il mio nome era sempre lì, con la mia età scritta a fianco. Erano 16 anni che non festeggiavo più un compleanno. Ma non importava. Finalmente avevo qualcosa da fare. I desideri di quel ragazzo si sarebbero realizzati. Dopotutto io potevo influire molto sulla realtà. Si, quel giovane si sarebbe realizzato. Avrebbe avuto denaro in tasca e un posto dove dormire. Avrebbe finito la scuola e sarebbe diventato medico, come tanto desiderava. Sarebbe vissuto qui per chissà quanto tempo. Si mi era proprio simpatico.
Il ragazzo si sentì una sensazione strana addosso, ma non era proprio brutta. Anzi, era... era rassicurante. Come se avesse appena preso da un biscotto della fortuna il bigliettino con su scritto "Tutto quello che desideri si realizzerà". Sentiva il suo ottimismo crescere. Finalmente anche i suoi desideri si stavano per realizzare.


**L'ometto di circa quarant'anni**

Dovevo forzatamente stare sognando. Oppure ero diventato pazzo. Quello che accadeva non era possibile. Non solo era contrario ad ogni mio precetto, ma anche ad ogni credenza che un essere vivente avrebbe potuto avere. Già, vivente, perché sospettavo di essere morto, ma non aveva comunque senso. Ero in un bosco bellissimo, con uno strato di fogliame morto che, quando ci avevo camminato sopra, aveva emesso un rumore molto gratificante (già, vi sembrerà un aggettivo non idoneo allo scricchiolio delle foglie secche, ma è proprio la sensazione che mi aveva dato, gratificante), in compagnia di un tipo vestito in modo casual, con mocassini consumati, jeans scoloriti e una camicia a quadrettoni sbottonata, che dimostrava di avere 40 anni. Ma da quello che mi lasciava capire, ne aveva molti di più. Forse non si potevano neanche contare. Da quello che ne so stavo parlando con quello che gli uomini chiamano Dio. Lui non voleva essere chiamato Dio, né Padre, né Signore (mi disse che lo faceva sentire nobile e non lo era, già, mi disse proprio così. E del resto, per quello che ne dicevano i miei familiari era così. In fondo era figlio di falegname. O era il figlio quello?) Mi disse di non appellarmi a lui in nessun modo perché con tutti i nomi che gli avevano attribuito, proseguì scherzando, aveva crisi di identità.
Comunque sia, stavo seduto su un tronchetto d'albero con questo Tizio vicino a parlare del più e del meno. Già, non di cose di elevatissimo discorso tipo come va il mondo, chi siamo (e chi sei tu?), dove andiamo e da dove veniamo, della natura delle cose, delle idee e di tutto il resto che ha fatto parlare, scrivere e imbestialire i pensatori di tutti i tempi. Solo del più e del meno. Neanche un accenno di analisi della mia vita. Si parlava di quel sole autunnale, di musica, di arte, di bei posti dove passare le vacanze (anche se mi innervosiva quel suo sorriso che lasciava intendere: "Beh, l'ho creati io."), di donne (già), del vizio del fumare (mi confesso d'essersi pentito di aver creato il tabacco, anche se a lui non dispiaceva e, certamente, non correva rischi d'alcun genere) e di altre cose che si raccontano gli amici quando bevono birra e fumano una sigaretta, giusto per amore della conversazione. Andammo avanti per ore, finché il cielo non cominciò a rosseggiare e il sole sembrava sempre più una grande arancia.
Allora lui mi disse:
"Mi spiace ma adesso devo proprio andare"
Io tacqui
"Non mi chiedi niente?"
In effetti avevo tante domande da porgli, fra le quali mi chiedevo cosa sarebbe successo, ma non riuscivo a pronunciare un misero "e adesso?".
"Scommetto ti chiederai cosa succederà adesso."
Finalmente dissi:
"Hai vinto la scommessa."
"Non succederà niente, assolutamente niente."
Possibile che tutto sarebbe rimasto come prima? Ero pieno di dubbi.
"Dovremmo parlare di cose più importanti."
"Di cosa?" mi rispose lui.
"Di dove sono, per esempio, e cosa dovrò fare, e di infinite altre cose."
"Se sono infinite, non potevi capitare meglio, hai tutta l'eternità per discutere." E se ne andò. Lo incontrai altre volte, e discutemmo.
Adesso sto seduto nuovamente su quel tronchetto, da solo e scrivo. E, come tutte le cose che scriviamo noi che siamo Da Questa Parte, diverrà un sogno per uno di quelli dell'altra parte. Forse coloro che amministrano tutte le faccende oniriche ricorreranno allo stratagemma "sogni e non ricordi", forse colui che sognerà ciò, e potrebbe essere chiunque visto che non ho specificato un mittente, diventerà un profeta, un santone o forse un pazzo.
Spero che non accada niente di tutto questo, perché mi sentirei in colpa per avergli negato il piacere del dubbio e del primo incontro con Quel Simpatico Ometto di circa 40 anni.


**Storia di una vita mai vissuta**

Avevo tredici anni e questa era la prima vera marachella che non avevo mai fatto. Mia madre era fuori per una visita specialistica e allora mi misi d'accordo con il mio unico vero amico. Questo assicurò i suoi genitori che veniva a dormire da me ma in realtà dovevamo uscire a fare "veramente tardi".
Così staccammo il telefono di casa mia in modo tale che se i suoi genitori (e mia madre) avessero chiamato potevamo ben dire che avevamo messo il telefono fuori posto.
Erano poco più di due ore che girovagamo quando sentimmo in lontananza le sirene della polizia. Ci fermammo a vedere e costatammo che puntavano proprio verso di noi. In realtà accostarono a poco più di 200 metri da noi e si dirigevano verso un barbone che vedendoli arrivare provò a scappare. Naturalmente i due poliziotti lo raggiunsero e, invece che fermarlo, cominciarono a dargli manganellate a più non posso ridendo.
"Godono", mi sussurrò il mio amico. Già godevano proprio. Erano le dieci e mezza e già c'eravamo stufati della città "by night". Il barbone stramazzò al suolo e poco dopo arrivò un'ambulanza. Noi eravamo già diretti verso casa.
Ah, scusatemi ho dimenticato di presentarmi. Mi chiamo Stefano ed ho...avevo diciannove anni. Quello che vi ho raccontato è il mio ultimo ricordo felice. Ma cominciamo dall'inizio.
Ero il figlio di un ricco industriale ed abitavo, quand'ero piccolo, in una casa che tutti chiamavano "il castello". Tutti gli adulti mi domandavano se i miei mi viziavano ed io annuivo poco convinto. Tutti i bambini m'invidiavano ma non solo loro. La frase più ricorrente era: "Vorrei esser nato io al tuo posto". Tutti mi consideravano una specie di nato con la camicia solo perché avevo lo stesso cognome di mio padre. Già, mio padre. Egli era un uomo potente e rispettato, ma soprattutto ricco, "schifosamente ricco" com'era definito dai più reazionari. Ma mio padre era anche un uomo fine, educato, gentile e simpatico. O almeno così appariva. Infatti, quella era solo una maschera che indossava per trattare con la gente. Solo dentro casa mostrava la sua vera identità e sciorinava tutti i suoi difetti. Ma a me, infine, non ha mai fatto niente. Io ero solo "quel deficiente nato per sbaglio". Era con mia madre che sfoggiava tutta la sua crudeltà. La picchiava, la umiliava, la privava d'ogni piccola gioia. E la tradiva, portandosi le sue donne in casa e cacciandola, o peggio, facendo i suoi comodi di fronte a lei, obbligandola a guardare. Ma io non ci facevo caso. Il mio mondo era una stanza di trenta metri quadri piena d'ogni divertimento che mi comprava mia madre, la quale ogni tanto si rifugiava lì piangendo. Quando cominciai le scuole medie riuscii a sfatare il mito del bimbo viziato e mi creai un po' d'amici, ma soltanto uno davvero sincero, quello di cui vi ho parlato prima. Gli altri non osavano prendermi in giro, come i professori non osavano riprendermi. Tutti avevano paura che io lo riferissi a quell'uomo che avrei dovuto chiamare papà. Quando cominciai qualcosa, più o meno all'epoca di quella storia che vi ho raccontato con tanto disgusto, mi resi conto che avevo una madre oramai alcolizzata e un padre menefreghista, per essere buoni e perché non voglio usare altri aggettivi. Quando avevo quasi sedici anni mia madre morì divorata dall'alcool nonostante gli infiniti centri specializzati. Il giorno dopo i funerali di mia madre, per la prima volta mio padre iniziò un discorso con me. Forse era anche prevedibile, ma non crederete mai a quello che mi disse. Comunque io, già sconvolto dall'avvenimento, vissi tutto come un incubo e capii soltanto: "Queste sono le chiavi, questi sono due milioni, ne riceverai tanti ogni mese. O accetti o esci comunque da casa mia. Si o no?"
Senza convinzione annuii, come se avessi avuto più o meno otto anni e tutte le maestre del mondo mi avessero chiesto in coro se ero un bambino viziato.
"Bene." La voce di quell'uomo mi distolse dal mio incubo, "Ti accompagno a casa tua."
Così a quattro mesi dal compiere i sedici anni mi ritrovai a vivere da solo, con due milioni al mese netti, poiché mio padre pagava tutte le spese. No, non era terribile, come avrete pensato voi. Ma neanche "figo". Era innaturale. Così smisi di andare a scuola e piano piano abbandonai i miei vecchi amici. Cominciai a frequentare prostitute e feci nuove e strane amicizie.
Ricordo ancora quando cercai la droga per la prima volta. Lo spacciatore mi proferì uno strano discorso.
"Oh, ecco il figlio di papà che vuole la roba. Dimmi che vuoi, la neve? O ti basta un po' di fumo? O tu sei uno di quelli che vanno sul pesante e cerchi la gnugnia? Sai, voi ricconi siete i miei clienti preferiti. Comprate quantità esagerate e pagate anche di più. Credete che con i soldi possiate comprare tutto, anche la felicità. Non capisco da quale realtà vogliate fuggire, voi. I morti-di-fame avrebbero bisogno di sballarsi, non voi. Bando alle ciance. I soldi ce l'hai?"
Certo che l'avevo. Gli diedi mezzo milione e lui mi rifilò degli "assaggini" delle droghe che aveva, visto che neanch'io sapevo cosa volevo, non m'ero mai "fatto" prima. Il tipo m'insegnò come andava assunta la varia droga (credete sia facile prepararsi una spada? Non avete idea di quando sia falso.) e io con una settimana la provai tutta. Avevo pippato coca, fumato hashish, assunto LSD e m'ero iniettato una dose di eroina. Di tutte queste quella che m'era piaciuta di più fu l'hashish, visto che con l'LSD avevo avuto delle allucinazioni spiacevoli e l'eroina mi dava un effetto spaventoso. La coca, tutto sommato, non era malaccio. In seguito feci altri acquisti, sempre sostanziosi che consumavo da solo. Ma presto questo m'attiro gente intorno. Sapevo che erano solo approfittatori, ma io mi sentivo solo e acconsentii al loro gioco. Acquistavo praticamente tutti i tipi di droghe, anche quelle che non usavo, e le regalavo. Così casa mia diventò una specie di "drogalandia", una Amsterdam molto più fornita. Il mio giro contava sette persone ed insieme fumavamo e sniffavamo, anche se alcuni di loro si bucavano anche. Uno si buttava giù tanti pacchi di spade che morì d'overdose. Ma nessuno lo pianse, anzi. Alcuni di noi (me compreso) si accorsero della sua morte solo dopo qualche giorno, visto che era un tipo molto solitario e taciturno. Insomma alcool e droga non mancavano mai e passavamo gran parte del giorno con la testa nel pallone, mantenendomi lucido solo per quando veniva la donna delle pulizie. Non che avessi paura, tanto non avrebbe detto niente, ma un po' di pudore m'era rimasto. Quando ero lucido il mondo mi pareva uno schifo, mentre la mia vita sembrava una merda. Così mi sballavo di nuovo.
Ma la mia vita non era solo joint e righe. Avevo anche degli hobby: rapinavo negozi, picchiavo negri e barboni, incendiavo secchi dell'immondizia, distruggevo automobili e, naturalmente, giravo centrali di polizia dove, al sol sentire il mio cognome mi rilasciavano. Così diventai maggiorenne senza essere mai stato minorenne. Quando mi resi conto che avevo diciotto anni erano passati due mesi dal mio compleanno. Non me ne fregava niente. Ero circondato di donne che facevano a capellate per me. Da soggetti che mi avrebbero difeso in ogni situazione. Ero il capo. Ero quello che dava la roba. Ero circondato di bambini viziati. Annui poco convinto. Un giorno mi resi conto che non avevo più soldi. Neanche due lire. Ma soprattutto neanche due grammi di fumo.
Così mi recai da mio padre. Dovetti aspettare un bel po' per parlargli. Quando mi ricevette, senza tanti convenevoli mi chiese cosa volevo. Altrettanto senza convenevoli gli domandai dov'erano i miei soldi. Mi rispose, senza mai chiamarmi per nome, che quel mese avevo compiuto diciotto anni e lui non mi doveva niente. Non solo si era scordato quando ero nato, ma anche come mi chiamavo. Io insistetti e alla fine mi concesse:
"Va bene, Carlo, ti manderò ancora i tuoi soldi basta che non ti fai più vedere."
Gli chiesi se poteva procurarmi un'auto e lui mi lanciò le chiavi della sua SAAB, dicendomi che era da cambiare, aveva sei mesi.
Andai via dicendogli sei parole:
"Fanculo. Addio. Chi cazzo è Carlo?"
Per quell'uomo ero uno che rompeva da tenere lontano. E non poteva neanche farmi fuori. Il mio cognome avrebbe spiccato su tutte le prime pagine dei giornali.
Dopo quel giorno la mia vita scorse via tranquilla. >> passato più di un anno da quel giorno. Oggi è successo un altro colpo di scena.
Stavamo girando con la "vecchia" SAAB di mio padre più fatti del solito. Il tramonto era passato da quello che mi sembrava un mese. Sbandai. Finii fuori strada. Presi una botta tremenda. Svenni. Ma prima di perdere i sensi sentii:
"Lasciamoli qua 'sti due. Se ce becca la pula so cazzi acidi."
Ho ripreso conoscenza non so quanto tempo dopo. >> ancora buio. Accanto a me c'è un cadavere. Io sono paralizzato dalla vita in giù, ho perso litri di sangue e mi fa male tanto la testa. Sono oramai rassegnato all'idea di morire. La macchina è rovinata. Dove sono i miei amici? Ero così felice con loro. Ora dove sono? Mio padre che fa? Quando la pula ci troverà il caso sarà archiviato solo a leggere il mio cognome. Scemo che sono. Scrivo la storia per parlare del mio cognome, che la dice lunga, e neanche lo scrivo. Ma la mia storia dice il vero. Il vero su mio padre. Ma nessuno lo saprà mai. Mio padre lo impedirà. E il suo cognome l'avrà vinta. Ora sto morendo. Vi prego, sulla mia tomba scrivete solo Stefano. Addio, mondo fottuto, vado da mia madre.

Il giorno dopo le prime pagine dei giornali riportavano la notizia della morte del figlio del noto industriale. Nessun accenno alla persona trovata vicino a lui e nessun accenno ai risultati dell'autopsia. Il ragazzo aveva sbandato per un colpo di sonno dicevano i giornali. Il corpo fu trovato, per ironia della sorte, da quell'amico della prima marachella mentre aveva ancora questi fogli in mano. Ora è seppellito enorme tutta sua. Sulla porta è scritto a caratteri capitali solo Stefano. Il padre si suiciderà una settimana dopo.

Ma dovete sapere ancora una cosa. Stefano aveva appena preso la maturità classica e stava per iscriversi a giurisprudenza. Stefano non si era mai drogato né era mai stato con una prostituta. La madre non era morta a causa dell'alcool ed il padre non l'aveva mai cacciato da casa. Tutta la storia era un miscuglio di realtà e fantasia prodotto dal delirio di una mente ormai in fin di vita.


**Coincidenze**

Molti si giravano a guardarla mentre passava. Portava dei pantaloncini neri molto corti e molto aderenti che mostravano tutte le belle forme che la natura le aveva regalato e una T-shirt bianca con una scritta sul retro e un'altra sul davanti arrotondata da un bel e prominente seno. Le scritte avevano i caratteri colorati uno diverso dall'altro e la scritta sul retro dichiarava:
"Nobody can decide for you."
Mentre l'altra proclamava:
"Take your life as is."
Lidia non era infastidita dagli sguardi ma neanche lusingata. Secondo la sua personale filosofia questo era insignificante: se volevano guardare guardassero, se ciò li soddisfava perché negarglielo? A lei non ne comportava nulla. Ma in questo momento, rispettando appunto la sua filosofia, non stava pensando a questo. La sera prima aveva fatto bisboccia con la sua combriccola ed era andata a letto molto tardi. Così quando la sveglia suonò alle nove e mezza lei la ignorò completamente e continuò a dormire di buona lena. Fortunatamente alle undici meno un quarto un tizio che cercava il dentista Filetti sbagliò numero e la svegliò. Doveva andare a Vienna ad incontrare un suo pen-friend con il quale corrispondeva da ormai tre anni e che non aveva mai visto se non in foto. Il treno le partiva alle undici e trentacinque e doveva ancora finire di preparare i bagagli. Così senza fare colazione cominciò ad ammucchiare gli ultimi vestiti nel suo fedele zainone con il quale aveva girato mezzo mondo. Terminate tutte le operazioni necessarie scese in strada e salì sulla macchina. Girò la chiave e... niente. Riprovò tirando l'aria ma l'auto non dava segni di vita. Provò ancora e più a lungo ma udì solo il lento e pigro tossire del motore che immediatamente si spense. Scese imprecando.
"Certe parole non stanno bene in bocca ad una signorina" l'ammoniva sempre la mamma ma lei non aveva mai dato molto credito ai consigli materni. Comunque la stazione non distava molto da lì e decise, scartando la possibilità di prendere un bus o un taxi, di andare a piedi. Così carica di valigie procedeva a passo spedito verso la stazione dei treni. Lidia aveva ventisei anni e finora aveva sempre fatto di testa sua. Aveva una laurea in storia e filosofia ma c'era giunta solo da poco. Uscita dal liceo aveva deciso di fare teatro ma delusa s'era iscritta a lettere con indirizzo moderno. Al terzo anno aveva cambiato e scelto la facoltà di filosofia dove s'era laureata con 110 e lode presentando una tesi su Karl Marx. Fortunatamente aveva trovato i professori giusti. Da sempre era una ragazza che amava stare fuori dalla norma. Vestiva in modo particolare, specie da adolescente, fino al punto di portare undici orecchini da una parte e tredici dall'altra, più uno al naso naturalmente. Frequentò i ragazzi più "scapestrati" e scoprì che a volte erano molto meglio di quelli normali. Fece anche molte esperienze con hashish e marijuana: fumando la vita le sembrava migliore. Poi smise di fumare (anche se qualche canna ogni tanto se la concedeva, giusto per rilassarsi) e cominciò una vita più tranquilla. Capì, a malincuore, che a fare "l'alternativa" non cambiava neanche una virgola di questa zozza società e, per di più, ci rimetteva.
Quando arrivò alla stazione erano le undici e trenta. Doveva arrivare al binario dodici, ma aveva cinque minuti più quel margine di ritardo che le FS ti garantiscono sempre. Così attraversò di corsa il sottopassaggio e, mentre risaliva, vide il treno partire. A nulla valse corrergli dietro. Per la prima volta nella storia delle ferrovie italiane un treno partì con quasi tre minuti d'anticipo.
Si informò sui prossimi treni per Vienna. L'unico diretto sarebbe partito solo a mezzanotte meno venti. Altrimenti avrebbe potuto procedere usando una serie di treni che facevano scalo in quasi tutte le principali stazioni per correre dietro a coincidenze che avevano tempi molti ristretti.
La scelta non fu difficile. Lidia, che era molto assonnata e anche digiuna, decise che avrebbe fatto colazione al caffè della stazione e poi di corsa a casa.
Così si recò al bar dove prese un caffè ed un toast. Quando fu il momento di pagare Lidia fece una scoperta sconcertante. Di solito lei non usava la borsetta. Indossando spesso i jeans metteva le chiavi di casa nella tasca anteriore destra e quelle della macchina in quella sinistra. Il portafogli, da uomo, era affidato alla tasca posteriore. Se faceva abbastanza freddo da portare un giubbotto, custodiva in una tasca di questo il pacchetto di sigarette, altrimenti lo metteva nell'altra tasca posteriore dei jeans, esattamente come fanno alcuni camionisti. Quando però non portava i jeans affidava questi oggetti ad una borsetta di dimensioni molto ridotte, quelle necessarie per contenere un portafogli, due mazzi di chiavi, un pacchetto di sigarette e, naturalmente, un pacchetto di preservativi. Quando aprì la borsetta notò quindi immediatamente che mancava qualcosa. Quel qualcosa erano le chiavi di casa. Bella fregatura. Il tempo di far aprire la porta da un fabbro e già sarebbe dovuta andare via. Così l'unica cosa da fare era aspettare in stazione. Avvertì il suo pen-friend del contrattempo e andò ad aspettare nell'apposita sala che passassero dodici ore. Andò armata di parole crociate e di un tascabile che aveva acquistato in edicola che riportava 53 poesie di un famoso poeta italiano di questo secolo, ma non gli servirono a nulla. Quasi subito cadde addormentata.
Dormendo fece uno strano sogno. C'erano molti suoi amici, alcuni dei quali neanche si conoscevano fra loro che facevano un baccano della miseria ridendo e scherzando. Molti s'erano appartati e fra le coppiette c'erano anche i suoi primi due ragazzi che si baciavano fra loro. Non che avesse nulla contro l'omosessualità, ma vedere il ragazzo che le aveva dato il primo bacio e il ragazzo con il quale aveva perso la verginità baciarsi fra loro non era molto gratificante. Fra le coppiette c'era anche una delle sue migliori amiche, lesbica convinta (e con la quale aveva anche avuto la sua prima e unica esperienza omosessuale), che baciava con ardore un ragazzo. Più in là c'erano addirittura i suoi genitori che amoreggiavano davanti a tutti. Da una parte c'era un gruppetto seduto in circolo che si passavano canne di smisurate dimensioni, di gran lunga superiori a quelle di un sigaro cubano sia per lunghezza sia per diametro che in vita sua non aveva mai visto e che, naturalmente, non credeva realizzabili. Altrove c'era gente che aveva visto prima di addormentarsi in sala d'attesa che sedevano con i bagagli fra le gambe. Poi cadde un bicchiere in terra e si ruppe facendo un frastuono del diavolo. Sembrava quasi un boato. Allora molte persone cominciarono ad urlare.
"Ma cosa avranno mai da urlare, s'è solo rotto un bicchiere." Pensava lei. Poi su tutte s'alzo una voce che diceva:
"State calmi e seduti e non vi accadrà niente. Se farete quello che vi dirò io uscire da qui tutti sani e salvi. Parola d'onore."
Ma le persone continuavano ad urlare e correvano da una parte all'altra, così qualcuno fece cadere un altro bicchiere...
Così Lidia si svegliò e si ritrovò nel caos più totale. Lo spettacolo che gli si presentava era più sconvolgente dei suoi due ex che si baciavano.
In piedi di fronte all'ingresso della sala d'attesa c'era un uomo di statura media, molto emaciato in viso, con una folta barba e capelli tagliati corti neri. Aveva un paio di jeans sbiaditi e una maglietta bianca con su disegnato il simbolo della pace. In mano, a raffigurare la più grande contraddizione, stringeva un fucile a pompa. Nella sala c'era ancora qualcuno che correva da una parte all'altra in preda al panico, ma molti s'erano già seduti. Alcuni s'erano svegliati a causa del frastuono come lei ed altri stavano assurdamente ancora dormendo.
"State calmi." continuava a ripetere l'uomo, "State calmi non ho intenzione di farvi nulla, se non ne sarò costretto." E dicendo questo sparò il terzo colpo in aria. Ora tutte le persone sedevano. Molti erano in preda al pianto, altri avevano lo sguardo nel vuoto come inebetiti, altri sbattevano le ciglia cercando di capire cosa accadeva, uno addirittura sbottò a ridere, emettendo quel suono tipico e sgradevole di chi ride in preda all'isteria.
Intanto però alle spalle dell'uomo, dietro le porte, erano arrivati gli agenti della polizia ferroviaria. Uno di loro aveva già estratto la pistola e stava mirando. L'uomo, senza voltarsi, esclamò:
"Fossi in te non ci proverei. Se mi spari certamente m'ammazzi, ma io porterò con me almeno uno di loro."
Alcuni cominciarono ad urlare, altri chiedevano spiegazioni, non essendosi accorti dei poliziotti.
"Voglio solo parlare con questi signori nella sala e vi assicuro che non gli farò niente. Anzi, se volete ascoltarmi anche voi, ve ne sarò grato." Dicendo questo l'uomo si spostò camminando lateralmente per portarsi dietro al muro vicino alla porta. Da lì poteva tenere sotto controllo sia gli ostaggi che i poliziotti.
Qualcuno da fuori gli gridò: "Mettiti in un punto che possiamo vederti." Ma l'uomo di rimando rispose che non serviva, tanto, se avesse voluto, avrebbe potuto fare fuori qualcuno anche sotto il loro naso.
Così i poliziotti tacquero, aspettando i rinforzi, e l'uomo cominciò a parlare:
"Mi chiamo Giulio Rossi e vi assicuro che non è un nome falso. Ho trentanove anni compiuti da pochi mesi e mi ritrovo disoccupato, senza casa, cornuto e senza sapere dove sono finiti i miei due figli. Ora, fatto questo piccolo preambolo, c'è qualcuno che abbia il sospetto che la mia storia sia noiosa?" Nessuno parlò.
"Io non voglio che abbiate paura di dire quello che pensate. Se vi avessi detto che chi abbia il sospetto che la mia storia è noiosa potrà uscire, non avreste risposto tutti?" Molti annuirono. L'uomo cominciava a conquistarsi un po' di fiducia.
"Vi assicuro che uscirete tutti vivi di qui, se quelli là fuori non mi creeranno grane prima che finisca di raccontare la mia storia. Anzi, vi assicuro che quelli che lo vorranno, più in là, potranno uscire ancora prima che io finisca di narrare. L'unica cosa che vi chiedo è un po' d'attenzione e di fiducia. So che è chiedere troppo, neanch'io mi fiderei di un uomo con un fucile in mano che tiene in ostaggio quarantadue persone, ma non consideratemi un pazzo qualsiasi. Pensate che avete avuto la fortuna di essere capitati nelle mani di un pazzo speciale. Forse non vi sarà di grande consolazione ma io ho sempre pensato che, se tanto devo essere derubato, è meglio che lo faccia un tipo che assomigli a Diabolik o ad Arsenio Lupin."
Lidia pensò a quanto era particolare questo tizio. Prima aveva percepito che c'era qualcuno alle spalle che voleva farlo fuori e senza perdere la calma lo aveva fatto desistere. Si, poteva bluffare, come il discorso che era più adatto ad una persona in un salotto che sorseggia un drink poteva essere preparato, ma in questa stanza c'erano davvero quarantadue persone più lui, e questo non poteva essere stato preparato. Davanti a lei c'era un soggetto molto interessante e lei, per quanto assurdo possa apparire, si fidava più di lui che di tutti quei poliziotti che ronzavano impotenti dall'altra parte del muro.
"Tutto iniziò due anni fa," proseguì l'uomo. "Ai tempi lavoravo presso l'ospedale di... va bene, non ha importanza, al reparto di chirurgia. Erano solo cinque anni che lavoravo, anche se avevo finito l'università undici anni prima, con la laurea in medicina con 110 e lode e due specializzazioni ottenute entrambe con il massimo dei voti. Avrei voluto aprire uno studio tutto mio appena finito gli studi, ma i soldi che accumulai per questo mio progetto li dovetti spendere per sposarmi, visto che la mia ragazza era rimasta incinta. Comunque, dopo sei anni che mi arrangiai con lavori che chiunque poteva fare, riuscii ad entrare in ospedale. Ma vi parlavo di quello che era accaduto due anni fa. Sapete i medici non hanno orario, specie se sono giovani, e a me capitavano molti turni di notte e quando c'era un'urgenza, ero sempre il primo ad essere chiamato. Io volevo fare carriera, per poter arrivare a guadagnare uno stipendio che mi permettesse di mettermi in proprio e quindi non mi rifiutavo mai. Devo ammettere quindi che avevo trascurato la mia famiglia. Un anno prima mia moglie, per cercare di farmi un po' riunire alla famiglia, si fece mettere incinta a mia insaputa, ma neanche questo secondo figlio, che poi era una bellissima femminuccia, mi fece distogliere dal mio lavoro. Così mia moglie, sentendosi trascurata, cercò consolazione da un altro uomo. Io cominciai a sospettare, sapete, Luisa, mia moglie appariva diversa ed un uomo se ne accorge. Comunque non dissi nulla e mi immersi ancora di più nel lavoro per non pensarci. Anzi, mi illudevo che se avessi raggiunto il mio scopo e mi fossi messo in proprio avrei avuto molto tempo da dedicare alla mia cara Luisa e l'avrei potuta riconquistare. Ma una mattina tornando dal lavoro, non trovai mia moglie in cucina come al solito. Sapete, non guadagnavo abbastanza da mettermi in proprio ma comunque sufficientemente da aprire un mutuo con la banca che mi permettesse di acquistare una villa tutta nostra su tre piani più il rustico nel piano interrato. Era strano che non c'era ancora niente sul fuoco, ma d'altronde ero rientrato mezz'ora prima del previsto. Forse era ancora a letto. Ma il letto era stato già rifatto, o almeno così pensai. In realtà non era stato neanche disfatto ma io questo lo seppi solo dieci minuti dopo. La cercai in tutti e cinque i bagni della casa. Poi vidi nella camera dei bambini, in studio. Uscii anche in giardino a chiamarla, nonostante erano le sette di un mattino di Febbraio. Non c'era. Pensai che forse era successo qualcosa e cercai un biglietto all'ingresso. Non trovai nulla. Poi mi balenò l'idea del comodino. Lì mia moglie teneva sempre un paio di libri da leggere prima di andare a dormire ed bloc-notes vicino al telefono. Feci le scale due a due ed afferrai il blocchetto. Sulla prima pagina c'erano scritte queste parole."
L'uomo posò il fucile a terra e cominciò a frugarsi fra le tasche. Chiunque nella sala l'avrebbe potuto affrontare e probabilmente averla vinta. Ma nessuno lo fece. Certo, se l'avesse visto un poliziotto avrebbe raggiunto i pascoli del cielo prima del tempo.
"Ecco, l'ho trovato. Il biglietto dice:

Caro Giulio,
io sono stufa della nostra relazione. >> come se io fossi la tua domestica e non tua moglie. Per te esiste solo il tuo lavoro. Così mi sono decisa. Ho conosciuto un uomo d'oro che mi vuole davvero bene. Forse non avrà il denaro che hai tu, ma almeno non mi trascura. Andiamo a vivere all'estero. Non tentare di rintracciarmi. Ti lascio Claudio e Lidia, sperando che gli dedichi più attenzione di quello che hai fatto a me. Non dirgli la verità, non per ora. Inventati una balla, digli che sono morta.
Mi raccomando, abbi cura di loro.
Con affetto
Luisa

Tutto qua. Undici anni di matrimonio conclusi con un biglietto." E l'uomo cominciò a piangere.
Intanto fuori s'era radunato un esercito. Il traffico ferroviario era stato deviato per consentire ai poliziotti maggiore campo d'azione. Secondo le ricerche effettuate dalla polizia, quell'uomo era davvero Giulio Rossi e quello che aveva detto finora era tutto vero. Prima d'allora era stato incensurato, tranne che per un paio di multe per eccesso di velocità. >> strano come un uomo in apparenza normale possa farsi girare il boccino fino al punto di minacciare una cinquantina di persone con un'arma micidiale come quella che aveva in mano.
L'uomo s'asciugò le lacrime. Ancora una volta si era presentato vulnerabile ad i suoi ostaggi ed ancora una volta nessuno ne aveva approfittato.
"Senta, io dovrei andare in bagno." Disse una signora d'età ormai avanzata.
"Se vuole vada. Anzi, se qualcun altro vuole andare fuori vada pure." Rispose con un filo di voce l'uomo.
"Crede che ci facciano rientrare?" Domandò un'altra signora.
"Francamente non lo so, anche se credo proprio che non lo facciano." Ribadì l'uomo.
"Davvero possiamo uscire?" chiese un ometto.
"Ho detto di si, è forse sordo?"
Così uscirono la signora che doveva andare in bagno e l'ometto. Prima d'andarsene la signora disse che era molto spiacente di andare via, ma alla sua età controllare i bisogni della natura era sempre più difficile.
"Spiegarlo ai bambini fu difficilissimo, specie a Claudio. Aveva quasi undici anni e riusciva a capire che era assurdo che la mamma, che la sera prima stava benissimo, era morta all'improvviso, che il cadavere fosse stato trasportato via di notte senza che se ne accorgessero e che non potevano vederlo. Poi fui costretto a raccontargli la verità quando mi chiese quando sarebbero avvenuti i funerali. Entrambi i bambini rimasero scioccati dall'avvenimento. La più piccola ancora non sa la verità, almeno credo. Dovetti prendere un'aspettativa dal lavoro, innanzitutto perché ero distrutto, ma anche perché i bambini avevano bisogno che gli stessi accanto. In ospedale spiegai la storia e loro furono molto comprensivi. Comunque dopo sei mesi che non mi presentai più a lavorare, mi richiamarono dandomi un "ultimatum". Certo lo misero in tono gentile tipo: capiamo la sua situazione bla bla bla ma se non è in grado di ripresentarsi a lavoro, dovrà dare le dimissioni. E come mandavo avanti la famiglia? Così mi ripresentai a lavorare. Spesso scoppiavo a piangere anche durante le visite ai pazienti, gettando nell'imbarazzo i colleghi, ma furono sempre molto comprensivi. Mi evitarono persino tutti i turni di notte. Ma quando tornai ad operare fu l'inizio della fine. La prima operazione che feci andò bene. Neanche un po' di tremore alle mani. Sembrava che operassi addirittura meglio di prima. Ma la seconda... proprio mentre incidevo il paziente scoppiai in una crisi di pianto e, a causa dei singhiozzi che mi scuotevano, per poco non lo uccisi. Così fui costretto a rassegnare le dimissioni. La mia vita andava a rotoli. Ma non avrei mai immaginato quello che ancora mi aspettava. Una mattina ricevetti una raccomandata dall'albo dei medici. Volevano sottopormi ad un esame per dimostrare che ero ancora idoneo ad esercitare la professione. 'Che sciocchezze,' pensai, 'certo che sono ancora idoneo.' Ma quando mi presentai all'esame ero tutto nervoso, agitato, teso e naturalmente, nella parte più importante, scoppiai nuovamente a piangere. Così venni radiato dall'albo professionale dei medici. Tutti i miei studi andati via come foglie d'autunno insieme alla brezza. L'unica cosa che sapevo davvero fare, e che mi piaceva fare, mi veniva negata. Non sapevo più come fare per mandare avanti la famiglia. Ricordai il sollievo che la bottiglia mi aveva dato appena "morta" Luisa. In realtà m'ero sbronzato solo due volte, ma adesso ne avevo davvero bisogno tanto che passavo tutti i giorni ubriaco. Così non notai neanche la lettera che la banca mi aveva mandato dicendomi che erano sei mesi che non pagavo l'ipoteca sulla casa e che, se entro tre mesi non avessi pareggiato la mia posizione, avrebbero legalmente sequestratomi la casa. Passarono i tre mesi. La lettera finì nell'immondizia ancora chiusa e quando si presentò la finanza per intimarmi a lasciare l'abitazione entro una settimana, ero come al solito ubriaco. Così non solo mi sloggiarono, ma mi tolsero anche i bambini, che ai tempi avevano uno dodici e l'altra quattro anni. Furono dati in affidamento a chissà quale famiglia ed io è un anno che non li vedo. Da allora abito a casa di mia madre dove cerco disperatamente lavoro. Assurdamente è più facile trovare lavoro per uno con la terza media che per un ex medico. Che senso ha più la mia vita? Sapete, tutta questa messa in scena in realtà era solo una scusa per dare un senso alla mia morte."
Così s'infilò la canna del fucile in bocca e posò le dita sul grilletto.
A questo punto fu Lidia ad intervenire, nel modo più sensato possibile. A dire la verità aveva considerato già l'ipotesi che l'uomo volesse suicidarsi. Era un tipo troppo pacifico e sensibile per fare una strage solo per vendicarsi delle sventure che aveva vissuto. Mentre tutti gli altri guardavano ammutoliti (e fu una fortuna, se qualcuno avesse urlato sarebbe successo l'irrimediabile) lei piano gli disse:
"Aspetta. Permetti che mi presenti. Mi chiamo Lidia, proprio come tua figlia."
L'uomo, ascoltando queste parole si estrasse l'arma dalla bocca. Poi disse:
"E cosa dovrei aspettare? Sono senza futuro e, anche se ora non lo facessi starei nella... nella... si, nella merda più di prima. Adesso per il mondo intero sono solo uno squilibrato."
"No. Non è vero," rispose la ragazza che aveva dimenticato che sarebbe dovuta andare a Vienna per incontrare il suo pen-friend,"la gente capirà perché l'hai fatto. Ti faranno ridare gli esami per la riammissione all'albo, potrai riavere il tuo lavoro, magari in proprio, non possono negare le tue capacità. E riavrai i tuoi bambini. Potrai magari risposarti, avere una nuova famiglia. Ti prego, non lo fare."
L'uomo stava per ribattere ma le parole gli morirono in gola. Fuori lo stavano intimando con il megafono:
"Rossi, vieni fuori disarmato e con le mani in alto e non ti sarà fatto nulla. Altrimenti fra un minuto esatto irromperemo là dentro. Hai capito?"
Giulio guardava Lidia negli occhi, come per chiedergli cosa doveva fare.
"Su, esci e vedrai che non accadrà niente."
L'uomo esitava. Sapeva che tutte le promesse che Lidia gli aveva fatto erano irrealizzabili, ma si fidava di lei. Intanto Lidia s'era alzata e le era andata vicino.
"Rossi, ti rimangono trenta secondi per decidere."
"Dai, usciamo fuori insieme mano nella mano." Gli consigliò la bellissima ragazza.
"No, uscirò da solo." E detto questo posò a terra il fucile e s'avvicinò alla porta.
"Metti le mani bene in vista"
E Giulio alzò le mani camminando.
"Stai fermo dove sei"
E Giulio si fermò. Poi scoppiò a piangere. Ingenuamente si mise una mano in tasca per cercare un fazzoletto.
"Tira fuori la mano dalla tasca"
Ma Giulio non l'ascoltava neanche. La sua testa era a sua moglie, ai suoi due figli, alla casa che con tanti sacrifici aveva quasi acquistato.
"Tirala fuori di lì"
Ma lui continuava a frugare.
"Tirala fuori o sparo!"
Giulio finalmente capì. Allora estrasse velocemente la mano dalla tasca impugnando un pacchetto di fazzoletti di carta. Ma gli agenti non videro cosa aveva in mano e, senza sapere neanche il perché, Giulio si ritrovò con diciannove proiettili in corpo, dei quali due alla testa, tre ai polmoni ed uno al cuore.
Da dentro s'udì un urlo:
"NOOOOOOOOOO." E da lì corse fuori una donna. Partirono due colpi. Uno la raggiunse ai polmoni, l'altra le forò la carotide. Lidia spirò sul colpo.
"Cessate il fuoco! Cessate il fuoco!"
Ma era troppo tardi.
"Ma si può sapere perché cazzo avete sparato?" urlò l'uomo che finora aveva parlato al megafono.
"Pensavamo fosse una complice." Si giustificarono gli agenti tesi come corde di violino.
Due persone erano comunque morte, due persone che, in modo diverso erano innocenti. La colpa di uno fu quella di lavorare troppo e per una serie di coincidenze si vide costretto a fare una pazzia. La colpa dell'altra fu quella di, per una serie di coincidenze, perdere un treno e capitare lì.


**Homo sapiens**

Salve, io mi chiamo Felix. So che è un nome curioso per una persona, ma il fatto è che io non sono una persona. Io sono un gatto. Questo nome me lo mise la mia padroncina. Già. Ricordo ancora quando mi vide per la prima volta. Io stavo dietro la vetrina di un negozio di animali insieme ai miei due fratelli e ad un altro gatto. Quando ci vide la bimba cominciò a giocare da dietro al vetro con noi, muovendo il dito a destra e a sinistra. Poi la mamma le disse che dovevano andare ma lei, naturalmente, non voleva muoversi da lì. Convinta la bambina, le due se ne andarono. Tanti bambini passavano di lì insieme alle loro mamme e si mettevano a giocare con noi, ma poi non li vedevamo più. Ma una settimana più tardi la bimba tornò accompagnata sempre dalla mamma ed entrò in negozio. La mamma si mise a parlare con il signore che ci portava da mangiare e poi questo, insieme alla bambina si avvicinarono alla nostra gabbia. Il signore che mi portava da mangiare chiese alla bimba quale voleva.
"Quello!" esclamò la bimba puntando il suo ditino verso di me. Così il signore mi prese e mi consegnò nelle braccia della bimba, che cominciò a strapazzarmi.
"Sa, l'aveva visti la settimana scorsa e gli erano piaciuti così tanto che mi disse che ne voleva uno. Io credevo che era uno di quei suoi capricci passeggeri e che il giorno dopo se ne sarebbe scordata. Ma il giorno dopo me lo ridesse, e quello dopo ancora. Poi cominciò ad assillarmi. E l'assicuro che è una vera professionista in questo. Così, visto che fra cinque giorni è il suo compleanno, alla fine ho ceduto. Pensi che ha rinunciato alla case delle bambole per il micio.
Tornando a noi, non è che è pericoloso? Non la graffierà?"
E cominciarono a discutere sulle mie necessità, sul veterinario e i vaccini, sulla cassetta per i bisogni e la gabbietta per portarmi a spasso. Così la mamma della bimba oltre a me acquistò un'infinità di accessori che il furbo signore le propinò. Vissi felice con loro. La bimba mi faceva anche molti dispetti, ma mi riempiva di coccole. Anche la mamma e il papà della bimba s'erano molto affezionati a me. Dopo nacque il fratellino della bimba e le cose cominciarono a cambiare. I genitori dei due bambini avevano cambiato atteggiamento con me e mi impedivano di avvicinarmi al nuovo arrivato. Dicevano che aveva una malattia, mi pare che si chiami asma, e che il mio pelo lo faceva star male.
Arrivò l'estate e, come i due anni precedenti, arrivò il giorno in cui i genitori della bimba accatastavano i loro vestiti in delle strane scatole. Così io m'avvicinai alla mia gabbietta aspettando il momento che m'avessero messo dentro e portato in quella strana casa che viaggiava.
Quell'anno dovevano andare in vacanza dalla nonna della bimba che voleva vedere il nuovo nipotino. Io c'ero già stato due anni prima e la nonna della bimba non era stata molto carina con me, che a quei tempi non ero più un cucciolo ma non ero diventato ancora un gatto adulto.
Poi s'avvicinò il papà della bimba e capii che era arrivato il momento di entrare nella gabbietta, così alzai la coda e miagolai.
"No, Felix, quest'anno no, quest'anno tu rimani a Roma." Non che avessi capito quello che mi stava dicendo, ma ebbi comunque un brutto presentimento. Tutt'oggi, se uno mi si avvicinasse dicendomi: "No, Felix, quest'anno no, quest'anno tu rimani a Roma." Io scapperei a gambe levate.
Così facendo mi prese, nello stesso modo che mi prese quel signore che mi dava da mangiare e in quello in cui ogni persona che un po' si intendeva di gatti m'aveva finora preso, si quel modo che non fa male ma ti fa sembrare tanto un prosciutto appeso a stagionare, e mi condusse alla porta. Poi mi fece scendere giù. Io gli mandai di rimando un miagolio e lui mi disse: "Ciao." Dicevano sempre "ciao" quando qualcuno se ne andava. Allora capii quali erano le sue intenzioni, (lo capii per istinto naturalmente, noi gatti siamo intelligenti, ma non tali da fare ragionamenti complessi) e provai a rientrare. Lui mi spinse fuori con un piede, dolcemente, e mi disse nuovamente "ciao." Mi ritrovai così di punto in bianco in mezzo ad una strada. Le ultime parole che sentii dire ai miei ormai ex padroni furono:
"Cara, ma è proprio necessario?"
"Non insistere, ne abbiamo già parlato a lungo. Un viaggio nella stessa macchina di Flavio non lo può fare. E poi a mia madre non piace. E non piace più neanche a me. Era una palla al piede, una scocciatura."
Non sapevo quello che dicevano, ma sapevo che si riferivano a me. Non li vidi mai più. Trascorsi molte notti lì, fuori dal portone, nell'attesa che tornassero, ma poi decisi di andare via da quel luogo che mi faceva sentire così... così triste. Già, voi non lo sapete ma anche i gatti provano delle emozioni e dei sentimenti. Anche noi siamo contenti, delusi, tristi, amareggiati e amiamo, odiamo, ci innamoriamo e tutta una vasta gamma di sentimenti, alcuni dei quali, ci scommetto, voi non conoscete neanche.
Vagai per le strade e, per ironia della sorte, giunsi al Colosseo, centro di tutti i gatti randagi della capitale, richiamato dalle urla di una gatta in calore. Quegli infami m'abbandonarono non solo totalmente incapace di procurarmi il cibo da solo, che fortunatamente, avendo solo tre anni come avrete già capito, imparai alla svelta, ma anche castrato. Così non conobbi mai il piacere della carne e mi fu molto dura farmi accettare dagli altri maschi e considerare dalle femmine. All'inizio la mia nuova vita fu un inferno. Se penso che la mamma della bimba aveva desiderato farmi togliere chirurgicamente le unghie mi vengono i brividi. Infatti, grazie a loro e a i miei denti sono riuscito a sopravvivere fino ad oggi. A proposito, adesso sono un gatto di quattordici anni, sono il più vecchio del Colosseo e tutti gli altri gatti mi rispettano. In undici anni si sono succedute ventidue generazioni, e tra cinque settimane giungeremo alla ventitreesima. I gatti con cui dovetti lottare per essere accettato sono tutti morti, come sono morti i loro figli. Ora sto per morire anch'io. Non sono più abile a procurarmi il cibo come una volta e, come sapete, i gatti non eccellono per altruismo. Così devo aspettare qualche vecchia signora che mi porti il cibo che devo spartire con gli altri. Inoltre, ecco, non so come spiegarvelo, sento che sto per morire.
Sapeste quante cose ho visto in questi undici anni di vita da randagio. Da non crederci. Ma fra tutte questa è la cosa che mi è rimasta più impressa. Ascoltate.
Stavo gironzolando alla ricerca di qualcosa da mangiare. Ai tempi ero molto abile a trovare il cibo ma in quel periodo, stranamente, scarseggiava. Topi non se ne vedevano da un pezzo, ma erano sparite anche lucertole e gli altri animaletti simili. I bidoni dell'immondizia erano tutti ben chiusi e le rare buste depositate ai piedi di questi non contenevano mai niente d'appetibile. Così mi spinsi fino ai fori per cercare qualcosa da mangiare. C'erano due ragazzi. Un ragazzo e una ragazza. Questi prima si stavano baciando con ardore, poi senza nessun motivo, cominciarono a litigare. Poi si misero ad urlare e, ad un tratto, la ragazza tirò un ceffone al ragazzo. Inspiegabile, vero? Ma la cosa più buffa è che dopo i due ragazzi ricominciarono a baciarsi. Così, come se non fosse successo niente.
Perché v'ho raccontato questa storia? Non lo so. Ne ho viste di cotte e di crude, specie di notte, ma questa riassume in modo esemplare le stranezze degli uomini. Ho visto uomini uccidere altri uomini senza ragione, ho visto uomini uccidere dei miei amici senza che fosse accaduto nulla, ho visto uomini cadere in strada ed essere acciaccati dalla folla noncurante, ho visto uomini alla deriva, cacciati dal branco per chissà quale motivo. Ma queste sono stranezze rare. Vi vedo tutti i giorni chiusi nelle vostre strane case viaggianti, sbranarvi fra di voi, vi vedo mangiare fumo per poi risputarlo fuori, vi vedo affluire in questa vecchia costruzione a migliaia ogni giorno con strani aggeggi appesi al collo. E in quei tre anni che ho abitato con voi, ne ho viste di stranezze. Da parlarne per ore. Noi gatti siamo molto più civili di voi.
Comunque la storia che v'ho raccontato rimarrà per me il più grande mistero. Noi o litighiamo o amoreggiamo. O ci odiamo o ci amiamo. Voi riuscite a fondere le due cose insieme.
Così, prima di morire, ho voluto dedicarvi questo pensiero. Anche se mi fossi messo a miagolare a squarciagola non m'avreste capito comunque. Ed il solo miagolio non mi sarebbe bastato ad esprimere tutto questo. Vi dedico questo pensiero, che voi non saprete mai. Forse, se vi sforzaste un po' a capire i gatti, la vostra vita sarebbe migliore.
Addio, strani compagni di viaggio sul pianeta terra.


**Africa e ritorno**

Caro Luigi,
sono ormai passati cinque mesi da quando sono arrivato qui. Il tempo lo conto grazie alle venute di Samuel, l'uomo che ogni due settimane controlla come me la passo, mi porta le sigarette, mi consegna le tue lettere e ritira le mie. Il tempo qui è tutto uguale e non mi accorgo proprio del passare delle stagioni. Se i miei conti sono esatti, lì da te dovrebbe fare un freddo boia. Qui invece c'è un caldo soffocante. Questa volta rinuncio alla mia solita "novità zero" perché una novità c'è stata.
Come t'avevo già detto, spesso una scimmietta veniva a farmi compagnia, elemosinando un po' di cibo. Ora la scimmietta si è completamente trasferita qui da me. Penso che non trovi più i suoi genitori. Fatto sta che ormai è diventata la mia compagna. L'ho chiamata Titti. So che non è un nome adatto ad una scimmia, ma chiamarla Cita mi sembrava un po' troppo banale. >> molto intelligente e si è lasciata ammaestrare a perfezione. Forse è un po' dispettosa ma di molta compagnia.
A parte questo, tutto procede come il solito. Il giorno vado a caccia ma, a dir il vero, mi limito solamente a raccogliere le piante che ho imparato a riconoscere come commestibili. Quando il sole tramonta per lasciarmi alle prese con dodici ore precise di tenebre, mi ritiro sotto la mia tenda per scrivere alla misera luce di una lampada ad olio il mio diario o le lettere per te.
Proprio come avevo sperato, la mia apertura mentale si è ampliata a dismisura, il mio modo di essere si è totalmente modificato, ma, come t'ho detto in ognuna delle mie lettere, ne parleremo (e lo constaterai) al mio ritorno.
Si, ti ripeto ancora che sono convinto di rimanere qui, che non ho preso nessuna malattia strana, che non soffro la solitudine e che starò attento a non farmi sbranare da qualche belva. Fratellone, sai che quando mi convinco di qualcosa sono irremovibile ed è perfettamente inutile che a tutte le lettere che mi scrivi mi domandi di tornare alla civiltà. Sai che tornerò, ma devi avere pazienza.
Lì da te come va? Tutto a posto? Novità dal mese passato? E in famiglia? Marta e i bambini stanno bene? E tu, vecchio bambinone, come te la passi? Scrivimi presto.
Tanti saluti a te e a Marta e bacioni a Daniele e a quella lazzarona di Giovanna.
Tuo fratello
Alessandro

Caro Alessandro,
sono molto contento di sentirti dire che tutto vada bene.
Comincio a convincermi che davvero l'Africa ti faccia bene. Non ti ho mai sentito ragionare così positivamente. Comunque sono ancora molto preoccupato per te e, a costo di sembrare petulante, ti invito nuovamente a stare attento.
Qui le cose sono sempre in ebollizione, ma in realtà non cambia niente. I politici si agitano, i mercati crollano, qualcuno ammazza qualcun altro, qualcun altro ancora preferisce suicidarsi e nel farlo si porta all'altro mondo moglie e figli, la Parietti ha scritto un libro ma rimane esclusa da San Remo, i giornali si scannano a suon di regali e regalini, tutto ben condito di una trentina di secondi di pubblicità, naturalmente. Ed ora le previsioni del tempo.
Abbandoniamo il sarcasmo e torniamo a noi. In famiglia va tutto bene. Giovanna ha l'influenza ma le passerà, Marta si lamenta sempre del suo lavoro che non riesce a conciliare con i lavori domestici e il tempo libero mentre Daniele è sempre la solita peste. A me le cose vanno come il solito. Mi alzo tutte le mattine alle sette, vado al bagno, mi faccio la barba, faccio colazione con un solito caffè amaro e vado al lavoro. Sto in ufficio aspettando la pausa caffè, torno a lavorare aspettando l'ora di pranzo per tornare ancora una volta al lavoro aspettando le cinque. Arrivate le cinque mi incanalo a bordo della mia vecchia Uno in un traffico pazzesco, dopo un'ora arrivo a casa (e tu lo sai che casa mia dista dall'ufficio solo un paio di chilometri) mi infilo le pantofole, guardo un TG tipo quello che ti ho descritto prima, vedo il film in prima serata e poi vado a dormire. Quando la mattina dopo mi sveglio, prima di cominciare la solita routine, sono più contento pensando che la domenica s'avvicina. Arriva la domenica e mi stanco ancora di più. Mai una volta che possa ascoltare le partite in santa pace. Ogni volta c'è Marta che vuole andare da qualche parte, i bambini che vogliono il gelato nonostante che siamo in Febbraio e fuori s'aggirano i pinguini con cappotto e sciarpa, e magari viene pure mia suocera a farmi visita. Senza contare amici e conoscenti che scocciano sempre. E il lunedì sono ancora più distrutto del sabato, ma continuo a sperare nella domenica.
Forse ti vengo a fare visita nel cuore del continente nero.
Ora ti saluto, perché le mie dita si sono stancate di pigiare i tasti di questa vecchia macchina da scrivere.
Stammi bene, fratellino.
Luigi

Caro Luigi,
arrivando la tua lettera è passato un altro mese. Samuel è arrivato con un giorno di ritardo (me l'ha detto lui, altrimenti non me l'accorgevo.)
Sono rimasto un po' preoccupato per quello che mi scrivi. Non t'avevo mai sentito così scontento di tutto e di tutti. Cosa accade, fratellone? Tu, quello sempre in linea con il sistema e senza grilli per la testa, ti sei forse accorto che c'è qualcosa che non va? Oppure, e mi pare più probabile, mi hai celato qualcosa nella tua lettera?
Se hai qualche problema dimmelo, non potrò far niente per te, ma almeno ti sfogherai.
Qui le cose vanno come al solito. Ultimamente piove più spesso del normale e sono due giorni che non esco dalla mia tenda se non quando chiama la natura. Domani, pioggia o non pioggia uscirò per andare a caccia. Se non era per Samuel che oggi m'ha portato qualche cosa da mangiare, avrei dovuto digiunare. Ho un po' di scatolette nella tenda, ma non voglio usarle. Titti sta sempre qui con me, nonostante lo scarseggiare dei viveri. Credo che mi si sia affezionata, e anch'io mi sono affezionato a lei. Mi piacerebbe tanto vedere che faccia hai ora. Mi manchi, fratellone. Mandami tue notizie al più presto e salutami tutti.
Alessandro.

Caro Alessandro,
ti assicuro che non mi è successo nulla che non ti ho detto. La pura e semplice verità è che mi sono un po' scocciato della vita che vivo. So che avrei dovuto accorgermene prima, ma, come si dice, meglio tardi che mai. Forse avrei dovuto dar retta a te, quando mi dicevi che la vita va vissuta e non recitata. Ecco, per la prima volta in vita mia, mi sembra proprio che io la mia vita la stia recitando. Costretto, non so bene né da cosa né da chi, a fare quello che tutti si aspettano che io faccia. Io voglio bene a mia moglie e ai miei bambini, un bene da morire, ma a volte penso di fare un colpo di testa e sparire dalla circolazione. Così, di punto in bianco. A te non sembrerà una pazzia (o forse sì?) ma ad una qualsiasi persona cosiddetta normale lo sembrerebbe. E lo sembra anche a me, che tanto normale non sono più.
Forse avrei bisogno davvero di "ritrovare me stesso" come hai detto tu prima di partire.
Stai attento, fratellino. Tanti saluti anche da parte di Marta.
Luigi

Caro Gigi,
non so più cosa pensare di te. Io ho cambiato molto il mio modo di vedere la realtà, ho una diversa opinione su molte cose, anche la mia fisionomia è cambiata ma tu sei un'altra persona di quella che ho conosciuto. Sono sette mesi che non ti vedo e immagino come sarai diventato quando tornerò. Sinceramente non so se essere preoccupato di quel che ti accade o se rallegrarmene. Guarda che anche per un folle come me l'idea di abbandonare baracca e burattini mi sembra una grande stronzata. Forse l'idea di venirmi a trovare è meno cattiva, ma vedi di valutare bene quello che fai. Ricorda che hai una famiglia e che anche loro ti amano. Io qui me la passo bene. Ha smesso di piovere e Titti è cresciuta di dieci centimetri. Ma non credo che ti interessi molto, quindi ti lascio dicendo una cosa che non credevo di dirti mai:
stai attento.
Alessandro.

Caro Sandro,
non ti illudere, non verrò a trovarti. A dire il vero credo che quello che ho detto nelle precedenti lettere siano solo, come hai detto tu, stronzate.
Ho soltanto passato un periodo di crisi momentanea che ho superato brillantemente. Non me ne vado mica in giro per le foreste, io. Ho la testa sulle spalle, io. Capito fratellino?
Le cose qui vanno tutte bene (...)

Dal diario di Alessandro:

Sono passati tredici mesi da quando sono giunto qui, giorno più giorno meno. Finalmente credo che sono pronto per tornare alla vita di sempre, alla cosiddetta civiltà. Appena arriverà Samuel mi farò portare al più vicino aeroporto. Sono una persona nuova, più matura e più sicura e "con la testa a posto", almeno credo.
L'unica cosa che mi dispiace ora è Titti. Lasciare l'Africa mi riempie di nostalgia già adesso, ma abbandonare Titti mi sembra impossibile. Ho valutato l'idea di portarla con me, ma il suo mondo è qui, fra gli alberi libera di fare quello che vuole. Ma vedo che anche a lei le mancherò. Non so come, ma sono sicuro che ha capito che sto per andarmene. Ha un atteggiamento strano, malinconico, triste. Inoltre è più affettuosa del solito. Le regalerò la mia catenina con il ciondolo che tanto la incuriosisce. Domattina stessa la metterò al suo collo. Sono curioso di vedere come reagirà.
A proposito di curiosità, già mi immagino come troverò mio fratello. Superando quella crisi sarà diventato ancora più rompiballe. Con il suo buonsenso da buonpensante. Mi viene da ridere già ora. Povero Gigi. Forse se il primogenito fossi stato io, sarei stato come lui.
Per oggi basta così. Domani forse scriverò l'ultima pagina di diario.

Dal diario di Alessandro:

>> venuto Samuel. Ho fatto i bagagli. Addio Titti. Addio Africa.

Alessandro tornò a casa. Al suo ritorno le cose erano cambiate, non di tanto, ma al punto di stupirlo. Anche se era stato tenuto aggiornato e la sua memoria era buona, a lui sembrava di essere arrivato in un altro mondo. Ma il fatto che più lo scombussolò riguardò il "fratellone" Luigi. Quindici giorni dopo il suo rientro Luigi partì. Destinazione: Africa.

Caro Alessandro,
sono qui da quasi un mese. Da Samuel, che è un ragazzo simpaticissimo (non credevo anche" loro" fossero così simpatici) mi sono fatto portare nello stesso posto dov'eri tu. Pensa, ci sono ancora i segni dei paletti della tua tenda. Io non sono bravo a fare il campeggiatore, così la tenda me l'ha montata Samuel. Naturalmente non sono bravo neanche a fare il cacciatore, così le provviste me le porta sempre il nostro amico Samuel. Ma visto che le scatolette non sono molto buone, credo che dovrò imparare. Ma c'è una cosa che desideravo dirti.
Sai, fratellino, ieri è venuta a farmi visita una scimmia con una collana al collo con un strano ciondolo che mi è molto familiare. Non è che tu ne sai qualcosa?
Credo di sì, visto che quando l'ho chiamata Titti s'è avvicinata. Ora ti saluto perché voglio abbassare la fiamma del lume per paura che finisca e, come sai, ho paura di dormire al buio. Scherzo, fratellino!
Tuo, Luigi.

PS: saluti da Titti!


**Follia**

Guidava a velocità pazzesca immerso nei suoi pensieri senza neanche vedere cosa diavolo accadesse su quella strada. Continuava a procedere sulla corsia di sorpasso ignorando tutti gli altri veicoli. "Che andassero a farsi fottere." pensava raramente quando qualcuno di loro abbagliava per ammonirlo. Continuava a vivere nella sterminata terra dei suoi pensieri, sul confine che divide le riflessioni dalle fantasie. Immaginava situazioni e gli regalava proseguimenti Kafkiani, pescando a casaccio nel suo subconscio che gli propinava immagini prese a prestito da film o libri, riciclate da qualche sogno di gioventù ormai dimenticato o create fresche fresche mescolando le recenti paranoie. Come uno scrittore cerca disperato l'ispirazione lui inseguiva assolutamente situazioni pazzesche da veder nascere e morire, solamente per svagarsi un po'. Era arrivato almeno alla ventesima assurda follia, ma la qualità delle ultime era piuttosto diminuita. Niente a che vedere con la sua preferita, che era stata la terza o la quarta, in cui lui immaginava di essere giunto, beh non sapeva dove con precisione, in un luogo dove camminava su una strada stranissima percossa da un vento fortissimo. Ad un tratto l'asfalto cedeva il posto ai sassi e lui, invece di tornare indietro, proseguì. Ma la cosa più buffa è che si mise a camminare sulle mani. Cosi dopo aver proceduto per circa un chilometro con questa strana andatura, giunse in un posto dove tutti ballavano. Rimase lì fino alla mattina bevendo del vino squisito. Era bellissimo. Le uniche cose che non capiva era perché tutti lo chiamavano Lacio Drom e perché gli veniva in mente la melodia di una canzone della quale non ricordava più le parole. Strano, eh!
Era cosciente che, se avesse raccontato queste cose a qualcuno, lo avessero preso per pazzo. Non che tacesse differenza, lui era pazzo! Che pensassero ciò che vogliano. Era un pazzo autentico lui! Le persone normali non girano certo con una corda nel bagagliaio. Né con nove scatole di barbiturici nel cruscotto. Ma soprattutto non hanno quella lettera sul sedile del passeggero Al solo pensiero rabbrividì. Certo le persone normali non scrivono lettere del genere. Poteva solo essere un pazzo.
All'improvviso piantò entrambi i piedi sul freno provocando un'inchiodatura della macchina e lo strombazzamento di tutti gli automobilisti che lo circondavano, senza contare la sfilza di insulti dell'automobilista napoletano che lo seguiva, avendo creduto che gli era toccata la stessa sorte di un moscerino. Ma lui non si accorse di tutto questo (o meglio, l'ignorò) e, affacciandosi al finestrino, cominciò a chiamare:
"Ehi tu, ragazzo! Ragazzo, ehi! Sei sordo, forse?"
"Dice a me?" rispose un ragazzo. Al ciglio della strada c'era un ragazzo che, fino a prima dello sconquasso accaduto, teneva il pollice rivolto verso l'alto.
Intanto l'automobilista napoletano continuava a scegliere fra la vasta gamma di insulti che il suo dialetto gli metteva a disposizione, pensando che se non si fosse mosso da lì entro trenta secondi sarebbe sceso e, quant'è vero San Gennaro, gli avrebbe fatto "na faccia tanta".
"Si dico proprio a te! Non vuoi un passaggio?" prosegui il tizio rivolto all'autostoppista.
"No, grazie, di solito non accetto passaggio dagli sconosciuti!" ribatté il ragazzo, cercando di declinare l'offerta di quel tipo che sicuramente era ubriaco.
"A si? Di solito aspetti che arrivi qualche tuo amico a caricarti? Vedi di saltare sopra!"
Il ragazzo, che aspettava da quasi un'ora ed divorato dal freddo, pensando che quel tipo sarebbe andato incontro a dei guai se non si fosse mosso da lì (e sicuramente non si sarebbe spostato fino a quando non fosse montato) aspettò che sulla prima corsia non passasse più nessuno e l'attraversò diretto verso la macchina tipo.
Montò sopra e fu subito accolto (la un rassicurante tepore. Fortunatamente, nessun vapore d'alcool. "La solita fortuna" pensò il ragazzo l'unico che mi carica ha una rotella fuori posto." "Dove sei diretto ragazzo?" domando l'uomo interrompendo i suoi pensieri.
"Dove va lei, signore." Rispose prontamente I 'autostoppista.
"Non credo proprio che tu abbia voglia di venire dove vado io. Scegli un posto che sia raggiungibile da questa strada che ti ci accompagno. Porta in molti posti questa strada. Allora?"
"Ci sto pensando, ma scusi, signore, lei dov'è diretto?", domandò il ragazzo insospettito.
"Non te lo posso dire. Non ora almeno. Come ti chiamo, ragazzo?"
"Ernesto." Rispose l'autostoppista.
"Bene, Ernesto, io sono Carlo, ma, per favore, chiamami Lacio Drom."
"Lacio Drom? Ma, perché? >> il titolo di una canzone..."
"A si? Non lo sapevo. Io, beh, diciamo che me lo sono sognato." Rispose l'uomo.
"Fa dei sogni piuttosto strani lei, eh?" "Puoi dirlo forte!" ribadì l'uomo.
Ernesto ebbe l'istinto di gridare "FA DEI SOGNI PIUTTOSTO STRANI LEI, EH?" ma pensò che c'era già un folle in quell'auto e due erano davvero troppi. "Ma guarda un po' te se tutti a me devono capitare. 'Sto tipo si sogna i titoli delle canzoni che non conosce... mamma mia!" riflette amaramente Ernesto.
"Sei cattolico ragazzo?" gli domandò 'Lacio Drom'.
"No, io non credo in alcuna religione. Per quanto riguarda Dio, beh, ho le idee un po' confuse. Comunque sono stato educato al cattolicesimo da bambino." Credeva di essersi salvato dalle follie di quest'uomo grazie ad una conversazione spicciola.
"Allora sai anche che esistono dei peccati mortali." Lo incalzò l'uomo.
"Si, lo so, ma credo che i cosiddetti "peccati mortali" siano cose che comunque non si debbano fare, anche non credendo. Pensa all'omicidio, forse se non credi sei autorizzato ad uccidere una persona? Lascia perdere la legge e che ti mettono in galera se lo fai, non sei comunque giustificato ad uccidere anche se non esistesse una legge."
"Si ma se uccidi una persona, a parte che dopo qualche anno esci comunque dalla prigione, puoi sempre pentirti, grazie alla confessione, ed essere perdonato da Dio. La confessione è una grande cosa, se sei davvero pentito. Ma, se prendi l'altro grande peccato mortale, il suicidio, non ti puoi certo confessare dopo. Anche se sei pentito, come lo dici a Dio? Non ti riceve affatto dopo che l'hai fatto. Ti spedisce dritto dritto all'inferno. Quindi dovrebbe essere impossibile uccidersi e a farla franca. >> assurdo, no? Uno ammazza un tipo e magari, dopo che si è pentito, se la cava con qualche secolo di purgatorio. Uno che decide di farla finita senza fare del male a nessuno deve farsi l'eternità all'inferno. Una fregatura, no?"
"Questo tipo è tutto suonato" pensò Ernesto annuendo. "lo per canto mio non sono contrario al suicidio. Penso solo che chi scelga questa strada come rimedio ai suoi problemi sia solo un codardo che non ha coraggio di affrontare i guai che gli sono capitati o che, peggio ancora, s'è procurato." Spiegò Ernesto. "Per cui, non solo io non ho questo genere di problema, ma non commisero certo un suicida. Né lo condanno, però!"
"Dici bene, tu. Certamente la tua vita è stata rose e fiori, e puoi permetterti perfino di girare l'Italia come un vagabondo, tanto papà paga."
"Fosse vero!" Pensò amaramente lo sventurato Ernesto.
"Invece io non ho più niente da fare qui. Questo è diventato l'inferno per me. Perciò ho deciso che voglio scappare da questo pianeta. Ho anche mandato una lettera alla NASA per vedere se ci sono esperimenti di colonizzazione di qualche pianeta, ma non mi hanno risposto. Non posso fare il razzostop, no? L'autostop si può fare ma il razzostop proprio no."
"Oddio mio, questo è proprio uscito di senno! Dio proteggimi tu!" pensò allarmato lo sfornato autostoppista.
"Senta, ehm, Lacio Drom, se ho capito bene vuole suicidarsi per sfuggire all'inferno che c'è sulla Terra, no? Ma scappare da un inferno all'altro non è una stupidata?"
"E infatti è per questo che non l'ho ancora fatto. Stavo cercando qualche cavillo nella legge che regola l'aldilà. Ho pensato anche di convertirmi a qualche religione che non considera peccato il suicidio, ma oltre ad essere difficile sia trovarla sia convertirsi, non m'andava proprio di tradire il Dio che ho pregato e servito per tutta la vita. Potrebbe offendersi e mettere una cattiva parola con il mio nuovo Dio, no? Sai una cosa, ragazzo? Lassù fanno tutti comunella. Si mettono d'accordo anche se si fanno concorrenza fra di loro. Cosa credi, una mano lava l'altra anche in paradiso." Farneticò, ed è proprio il caso di dirlo, l'uomo.
"L'ho sempre sospettato anch'io." Assecondò Ernesto.
"Bravo, ragazzo! Sei un figlio di papà ma diventerai un uomo di mondo. Continua così. Lo sai che mi stai proprio simpatico?" disse battendogli una pacca sul collo che per poco non lo fece sbattere contro il parabrezza.
"Ehm, anche lei lo è!"
"Dammi del tu per favore, ragazzo. Ti potrei essere padre ma non farmi sentire vecchio."
"Va bene, Lacio Drom. Come hai deciso di fare quindi?"
"Ho trovato una soluzione che ti farà rimanere strabiliato. Sei pronto ad ascoltare? Però prima li devi giurare che non dirai a nessuno quello che ti racconterò!"
"Giuro, non ti preoccupare. Sarò una tomba."
"Bene. Il problema era nel comunicare a Dio che mi sono pentito. Per chi sta sulla terra l'unico modo è rivolgersi ad un prete è confessarsi, sperando che quello ti assolva. Ma soprattutto bisogna essere veramente pentiti. Ora, io sono già pentito di quello che farò, ma come faccio a dirlo ad un prete? Se mi confesso prima di fare il peccato il prete mi assolve di tutti i peccati commessi, ma non di quello che devo fare. Mi dirà che se lo faccio sarò dannato in eterno. Dopo non mi posso confessare, dirai tu? Invece si, ragazzo!"
Intanto la strada passava sotto di loro. Avevano fatto sicuramente più di 100 km. Era passata poco meno di un'ora da quando l'aveva caricato, ma 'Lacio Drom' procedeva a più di centotrenta chilometri orari e la strada era sgombra senza tracce di traffico. Intanto il sole cominciava a tramontare.
"E mi potresti spiegare come?" chiese rassegnato Ernesto, che ormai sperava solo che il tizia non decidesse di farla finita andandosi a schiantare con la macchina mentre c'era ancora lui a bordo.
"Semplice. Hai visto quella lettera che ho tolto dal sedile dove stai seduto tu adesso? Appena sei entrato, ricordi? Quella lettera mi risparmierà l'inferno. Non dico che andrò in paradiso, ma almeno il purgatorio ce l'ho assicurato. Magari una decina di secoli, ma so aspettare."
"Aspetta, prima di spiegarmi che c'entra la lettera mi dice perché hai pazienza di aspettare un millennio se non di più, e non di aspettare qualche decina d'anni prima di morire di morte naturale? Magari, se sei fortunato, anche meno. Potresti addirittura morire domani. Pensa che colpo di fortuna!" canzonò Ernesto, che, grazie al sarcasmo non impazziva.
"Ahimè, non credo proprio. Godo di ottima salute e ho una specie di protezione contro gli incidenti d'ogni tipo. E poi è meglio un secolo in purgatorio che un altro giorno qui. Comunque torniamo alla lettera. Sai cosa c'è scritto lì? Beh, te lo dico io. Lì c'è la confessione di tutti i peccati che ho commesso fino dal mese scorso, ultima volta che mi sono confessato, fino a domani mattina. Spero di non commettere altri peccati. Firmata e controfirmata. >> tutto in regola. Addirittura ho scritto un ventina di Ave Maria e una decina di Padre Nostro, più un Gloria al Padre, pensando ad un'eventuale penitenza. in più, sto pregando continuamente. Stanotte dirò una decina di rosari. >> una furbata, no?"
"Si, molto. Ma mi toglie una curiosità? A chi la spedisce la lettera?" domandò il ragazzo.
"Spedire? No, ragazzo, non hai capito. Se io arrivo nell'aldilà che non sono stato ancora assolto, mi spediscono all'inferno. Io devo essere assolto subito dopo il suicidio per salvarmi. E quindi non posso affidarmi alle poste. La lettera dev'essere recapitata di persona."
"Non avrà intenzione di suicidarsi in chiesa, no?" Domandò sempre più stupito Ernesto.
"Ma no, sciocco. Il prete non mi assolverebbe. Dev'essere un'altra persona a consegnarla per me."
"E chi ti asseconderebbe in questa tua follia?" si lasciò scappare Ernesto, ma l'uomo non raccolse I accusa.
">> stato un terribile dubbio per me. Mi ci sono arrovellato il cervello per una settimana. Poi ho trovato la soluzione. Casualmente. Per me si tratta di un gesto divino. Dio vuole che io lo vada a trovare. E per questo che mi ha inviato te."
"Io?" urlo il ragazzo. Non sapeva più cosa pensare.
"Si, proprio tu. Ecco cosa devi fare. Quando sarà..."
"No, non hai capito. Io non voglio entrarci in questa faccenda. Potrei ritrovarmi nei guai e ne ho già tanti che di certo non ho voglia di cercarne altri." Sbraitò Ernesto, furioso.
"Ma quali guai? Hai tutto dalla vita. E poi c'è papà che paga..."
"Ma quale papà paga. Piantala con questa storia. Io sono orfano di padre e di madre. Non ho nessuno al mondo e giro con dodicimila lire. E settecento lire spicce elemosinate ad un tipo in un bar. Capisci?"
"Oh, mi dispiace figliolo, non lo sapevo. Dovresti suicidarti anche tu..."
"Ma suicidati tu, che io alla mia vita ci tengo!"
"Va bene, non ti alterare. Comunque tu hai un debito con me. Ti sto dando un passaggio e certo dodicimilasettecento lire non bastano a pagarlo. Neanche se mi dessi tutta la tua roba. E poi non vorresti mica non esaudire l'ultimo desiderio di un condannato a morte."
"Lei non è condannato a morte. S'è condannato da solo." Gridò con tutto il fiato che aveva in gola il ragazzo.
"Ma non capisci? E un segno di Dio. Tu eri lì da un'ora che aspettavi che io ti dessi un passaggio."
"lo non aspettavo te! lo aspettavo una persona con tutte le rotelle in testa che gentilmente mi portasse in un qualsiasi posto abitato dove cercare lavoro."
"Ragazzo, io sono un possibile dannato. Se tu non farai ciò che ti dico mi vado a buttare contro lo spartitraffico a centotrenta chilometri orari. Sai che frittata? Tanto, se devo andare all'inferno come suicida e basta, tanto vale che ci vada anche come omicida. Giusto ragazzo?" sorrise freddamente l'uomo. Era la persona più cinica che Ernesto avesse conosciuto. Ma di un cinico strano. Un cinico bacato.
"Bene, hai vinto. Che cosa devo fare?" lo assecondò Ernesto, pensando che avrebbe buttato lettera appena sceso da quell'auto dimenticandosi di quel folle.
"lo domattina mi suiciderò alle otto. Per leggere la lettera ci vuole una ventina di minuti. Ma considerando i possibili contrattempi, il tempo di chiamare il prete, spiegargli la situazione e tutto il resto, tu devi chiamarlo verso le sette, massimo sette e un quarto. Ma comunque non farmi assolvere prima delle otto. Ma lo devi fare. Non pensare che io non lo saprò mai. Poi ti spiego cosa ti accade se non lo fai. Comunque sei tutelato sia per l'istigazione al suicidio sia per l'omissione di soccorso. Nella lettera ho scritto che io volevo suicidarmi già prima che incontrassi 'ambasciatore' e che se tu avessi avvertito la polizia per salvarmi, anche se non sai dove mi ammazzerò, io mi sarei comunque ucciso su due piedi. Ho scritto che tu non potevi comunque fare nulla. Ora veniamo alla parte più ingegnosa. Cosa accade se tu non fai ciò che ti ho detto? Semplice, andrai a trovare della gente che ho mandato in villeggiatura. Sai cosa facevo prima di scegliere questa via? Ero un avvocato. Ed avevo molte conoscenze. Presso un notaio che aveva studiato con me ho depositato una lettera. Stasera lo chiamerò per dargli i tuoi dati anagrafici, che dopo mi darai insieme ad un documento, altrimenti sai già cosa accadrà. Nell'altra lettera c'è scritto che il tipo che dirò stasera al notaio mi vuole spingere al suicidio. Il notaio consegnerà la lettera alla polizia il giorno seguente la mia morte a meno che...."
"A meno che?"
"A meno che il tipo insieme con un sacerdote che dichiarerà d'aver letto la lettera di confessione non gli si presenteranno lo stesso giorno del mio suicidio."
"Sei un folle! Come è folle il tuo notaio. Come sono folli le cose che stai dicendo."
"Tu dici? Beh spiegalo alla polizia perché un noto avvocato senza problemi si sia suicidato. Tu coi sei un vagabondo a quanto ho capito. A chi pensi che crederanno?"
"Tu bluffi." Provò il ragazzo.
"Allora guarda la mano. Quanto ci punti sopra? Io ho puntato i tuoi prossimi vent'anni di libertà. Hai una posta che possa coprire?"
"E se non riuscisse a convincere il prete?" "Affari tuoi! Sii convincente e non t'accadrà niente. >> nel tuo interesse."
"Secondo me questo è un peccato. Finirai lo stesso all'infemo." Azzardò Ernesto.
"Non ti preoccupare, ragazzo. Mi sono già confessato di ricatto. Ma comunque se dovesse andare storto qualcosa verrei comunque condannato di suicidio e dovrò passare l'eternità all'inferno. Lì non danno riduzioni di pena, sai?" "Hai vinto 'Lacio Drom'. Sappi comunque che quella canzone non ti si addice per niente. Forse quando dice che c'è 'Festa nella tua testa'..."
"Bene ragazzo. C'è un paesetto a cinque chilometri da qui. Ci sono stato una volta ed è un bel posto per morire. Dammi un documento."
Ernesto fece così e in cambio ricevette il biglietto da visita di un notaio. Per il resto del percorso non dissero una parola. Sembrava di essere impazzito. Era tutto così... folle.
Arrivarono al paesetto. Cinquanta case si e no. Una chiesa, un comune e basta. Nient'altro. Un paese insignificante per la morte di un essere insignificante.
Le cose andarono come aveva desiderato 'Lacio Drom'. Emesto contattò un prete e con questo andarono dal notaio. Non ebbe guai con la polizia. Il suo nome non venne neanche fuori, come nessuno seppe mai la storia della lettera. Il prete, dopotutto, era bloccato dal segreto del confessionale. Il paese fu in subbuglio. Nessuno si spiegò perché quello straniero avesse deciso di impiccarsi nel loro paese.
Alle otto 'Lacio Drom' penzolava appeso ad un ramo di un albero secolare. Nonostante l'assoluzione del prete, quando l'osso del collo si spezzò, 'Lacio Drom', o meglio conosciuto come avvocato Carlo Frezzi, si ritrovò ugualmente "faccia a faccia con la porta della paura, senza lacci senza cintura" Un folle alle prese con la sua ultima follia.


**L'ultimo Orizzonte**

Ancora una volta sto seduto sulla riva contemplando l'andirivieni del mare. In questo splendido cielo estivo con le sue stelle appese che cadranno quando arriverà Lorenzo, brilla meravigliosa un'incantevole luna piena, che più che formaggio sembra una moneta d'oro appena lucidata. Il mare canta il suo lamento, riposandosi dalle fatiche giornaliere inflitte dai bagnanti irrispettosi e sordi al suo canto. Credo che anche lui, come me, aspetti impaziente l'arrivo dell'inverno.
Solo quando è inverno il mare sussurra le sue dolci parole a chi le sa ascoltare. E chi mai non è rimasto incantato al momento del tramonto, quando china all'orizzonte la palla rovente entra in contatto col mare, quasi per placare l'ardore del suo lungo cammino? Chi, da su un molo, non è mai rimasto incantato dagli schizzi delle onde irrequiete? >> cosi dolce il risveglio, non è vero? Quasi ci si domanda: "Ma a cosa stavo pensando?" ma sappiamo che la risposta non è importante. In qualche parte di noi stessi il nostro travaglio interno in qualche modo s'è calmato, forse solo per un attimo. In qualche modo abbiamo ascoltato le dolci parole consolatorie del mare che, come una madre amorevole con il proprio bambino, ascolta i nostri guai e ci consiglia per il meglio. E se mai avete avuto la fortuna di passare una notte d'inverno, a dispetto del freddo, sulla spiaggia, magari con un falò acceso, non vi siete forse ritrovati in quell'atmosfera così irreale, un po' mistica, un po' inquietante, dove l'introspezione è più facile e più bella?
Ma ora è estate, purtroppo. A quest'ora gli ultimi invasori stanno andando via. E siamo nel bel mezzo della settimana. Chissà cosa accade qui di sabato. Povero mare, stremato da queste creature incoscienti! Accendendo una sigaretta non si incontra quella difficoltà così gradita che comincia ad insinuarsi già alla fine di ottobre. Il vento che tira è un vento caldo, stanco. Non somiglia affatto a quel vento possente che soffia in Gennaio, quel vento gelido che ghiaccia il volto e le mani ma che intanto pulisce tutto quello che tocca. Ora è il mare ad aver bisogno di te, lo si vede dolorante e lamentoso, ma mai ti chiede aiuto. Rimane li, superbo maestoso, disponibile ad ogni tua domanda. Ma è evidente che soffra. Già, la cosa più vecchia che ci sia, che sembra avvicinarsi l'eternità. E la più grande che un uomo possa vedere e toccare, tanto grande che al tentare di immaginarlo tutto nel suo insieme, viene spontaneo associarlo a quello strano concetto di infinito. Ora è sofferente.
Comunque è sempre bello osservarlo. Ma è anche difficilissimo. Vedere ogni sua sfumatura, all'aurora e all'alba, al mattino e al tramonto, fino a sera in ogni stagione dell'anno da ogni possibile angolazione diventa un'impresa che per noi piccoli esseri richiede una passione unica. Bisogna dedicargli la nostra intera ed insignificante vita per poterlo conoscere sotto tutti gli aspetti del suo carattere.
Chi ha visto il mare quando piove a dirotto e sotto irrequieto lui urla di rabbia? E quando a volte con la sua furia distrugge tutto quello che incontra? E chi ha visto il mare calmo e sereno, appena increspato da una brezza primaverile? Com'è diverso, non è vero? Chissà dove vanno quei gabbiani che svolazzano allegri appena sull'orlo quando il mare si infuria? Loro capiscono quando il mare sta per perdere la pazienza. Se vi capita di vedere una giornata serena e con poche onde ma non avvistate neanche un gabbiano, state certi, c'è brutto tempo in arrivo. E chi mai non è rimasto affascinato quando nelle prime ore del pomeriggio si rimane su un molo in compagnia di un paio di pescatori?
Ma la cosa più bella è sicuramente stare seduti sulla riva del mare, scegliendo magari un tratto dove non c'è nessuno con una birra in mano e nell'altra una sigaretta. Solo allora, guardando magari il sole tramontare, o la luna sorgere, o vedere che alle spalle si affacciano le prime luci del nuovo giorno, o semplicemente guardando le bianche nuvole correre per il cielo o quelle scure abbassarsi per promettere la pioggia, si può ascoltare il canto del mare. Nessuno può insegnarti la sua lingua. La devi imparare da solo. Come quando da neonato ascoltavi le parole dei tuoi genitori senza capirle, dovrai fare con il mare. Con la pazienza solamente imparerai il suo antico linguaggio. Ma vedrai, lui ti aiuterà a capirlo. Lui vuole parlare con noi e cerca disperatamente qualcuno che ancora sappia capirlo. E allora confidagli i tuoi segreti più intimi, quelli più angoscianti, i tuoi problemi, i tuoi progetti, le tue speranze e tutto quello che vuoi dirgli. Lui ti risponderà dolce come mai nessuno ti abbia mai risposto prima. Ti prenderà per mano e ti condurrà verso la soluzione dei tuoi guai. E quando cercherai le parole giuste per ringraziarlo ti accorgerai che non esistono parole per farlo né che lui voglia essere ringraziato. La sua ricompensa è che tu abbia parlato con lui e che lui ti abbia aiutato. Lui ama amare. Ed essere amato. Amalo e lui ti amerà. Ricordalo per sempre.
Il mio orologio segna un'ora impossibile. Mi sembra un attimo che sto qui invece secondo il mio orologio dovrei già essere a casa. Non fa nulla. Fra cinque minuti comincerò a salutare il mare con calma. Con molta calma. Sapete, quando sarò vecchio ricorderò ancora questi attimi. Per sempre ricorderò quei giorni in cui con una birra e un pacchetto di sigarette appena comprato venivo qui, quando tutte le altre persone neanche si ricordavano più di lui, come se finito agosto il mare sparisse per tornare il prossimo giugno, e mi sedevo sporcandomi jeans e le scarpe di sabbia umida rimanendo fermo per ore ed ore senza fare niente. E mai una volta che mi sia annoiato. Ore a fumare sigarette consumate dal vento e a bere un'unica lattina di birra che ormai sapeva di sabbia. Ore a pensare e pensare, cercando risposte a domande che non ne hanno, fischiettando motivi antichi di cui non mi ricordavo neanche più le parole, ricordare avvenimenti insignificanti avvenuti anni prima e chissà quante altre cose. Lo ricorderò per sempre e custodirò il ricordo con gelosia.
Ma ora devo proprio andare. Ehi, fratello mare, ci vediamo. Tornerò qui più in là, quando la stagione starà per finire. Cerca di resistere, anche per me non è facile, sai? Spero che le cose ti vadano un po' meglio. Davvero! Come al solito non so come sdebitarmi per tutto quello che hai fatto per me. Si, lo so che non fa niente per te, ma per me è importantissimo. Va bene, fratellone, tornerò a farti visita. Ci vediamo...
Così, quando la luna si è già avviata per la parte discendente del suo tragitto, sto scavalcando le dune coperte da chissà quale miriade di specie piante per poi girarmi come al solito per lanciare l'ultimo sguardo a quella che non è solo una massa informe d'acqua. >> così bello nella sua vasta gamma di colori, quasi dipinti con l'olio del più grande degli artisti. Ma è li, vicino all'orizzonte che il mare si fa davvero bello. Quando le condizioni sono quelle giuste tu rimani lì incantato ad osservarlo e lui, maestoso, superbo, reale e affascinante come non mai ti mostra orgoglioso le sue mille sfumature di Blu.


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