FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA FALSA NOVELLA

Lorenzo Paolini




Prefazione

*

Questo non è un romanzo anticristiano.

Già immagino le polemiche che lo bolleranno come blasfemo, quindi metto subito le mani avanti per dichiarare che esso è frutto dello studio accurato e sistematico dei fatti, analizzati con rigida logica e depurati dai condizionamenti che tutti subiamo fin dalla nascita in tema di religione; condizionamenti che ci hanno sempre impedito di ragionare sui miti costruiti intorno alla figura di Gesù di Nazareth.

Intendiamoci: l'insegnamento fondamentale di Cristo è positivo, moderno, costruttivo. Distorto è l'uso che ne è stato fatto dalla sua morte in avanti. Questo libro cerca di analizzare i due principali momenti di mistificazione del grande messaggio dell'amore: quello che vide Paolo di Tarso in contrasto con il gruppo primitivo di discepoli, e l'altro, quello immediatamente successivo all'uscita dalla clandestinità, operato dai vescovi e legittimato da Costantino per motivi essenzialmente politici.

Qualcuno si chiederà se c'era bisogno di ragionare su cose ormai metabolizzate dalla nostra civiltà facenti parte del nostro immaginario e che in fondo ci fanno vivere meglio.

Ecco, questo è il punto.

La nostra società, per la prima volta nella storia, dopo i primi deboli vagiti illuministi, sta inseguendo i valori fondamentali della ragione e del rispetto della dignità individuale. La donna finalmente sta riassumendo il ruolo che le spetta e che era quasi riuscita a raggiungere al crepuscolo della civiltà romana. La scienza ormai intuisce che può essere lecito uniformarsi ad un'etica laica, meno oscurantista di quella cattolica.

Io credo che la maggior parte dei cristiani professi, magari inconsciamente, una fede che tende ai comandamenti di Gesù, ma che spesso devia da quelli della Chiesa, specie in materia di piacere, di vita di coppia, di successo, di realizzazione di sé.

Conoscere i fatti, per costoro, può servire ad alleviare i sensi di colpa seminati da una Chiesa che oggi sta assumendo in materia di aborto, divorzio, contraccezione, libertà sessuale, delle posizioni anacronistiche che rischiano di alterare l'equilibrio demografico ed ecologico del pianeta.

Siano quindi benvenuti presepi e musicals "superstar", se servono a dare calore e gioia come ogni favola che si rispetti, mentre senza alcuna angoscia siano rigettati confessionali e processioni, come simboli di un potere impositivo che tende ad obnubilare la ragione con una dottrina ottusa.

Quanto alla Fede, quella vera, beato chi la possiede! Ma essa dovrebbe riferirsi agli insegnamenti dell'uomo Gesù, non ai forzosi adempimenti di un apparato che fin dalla notte dei tempi ha dimostrato di avere come obiettivo soprattutto il proprio potere.

**

I lettori intuiranno che sono innamorato del mondo classico e dell'atmosfera razionale e priva di sensi di colpa che vi si respirò.

La ragione e la filosofia sono il pane dell'uomo e producono civiltà: nel cammino della storia, sia pure in relazione ad un tempo in cui il percorso era agli inizi ed il rispetto della dignità di qualsiasi uomo non era ancora un concetto assimilato, per oltre dodici secoli non vennero più raggiunte mete così avanzate nell'organizzazione, nel diritto, nella tecnica, nella politica.

Poi l'uomo e la ragione, educate dallo studio di ciò che avvenne allora, ripresero il sopravvento ed il cammino ricominciò.

Spero che i difficili momenti che stiamo attraversando non preludano ad un nuovo medioevo: ho sentito il bisogno di dare anch'io un modesto contributo affinché ciò non avvenga scrivendo questo libro.

***

Tarso ebbe la sorte di dare i natali a Paolo e sepoltura a Giuliano Augusto, poi detto "l'Apostata", i due massimi campioni della sfida tra l'antica e la nuova religione.

Sul sepolcro di quest'ultimo fu inciso questo epitaffio:

"Dalle rive del Tigri impetuoso Giuliano qui è tornato a riposare, a un tempo re buono e valoroso guerriero".

Dopo pochi anni tale iscrizione venne cancellata, così come venne distrutta per sempre ogni traccia del suo trattato "sui Galilei" che i contemporanei descrissero come un'opera acuta, informata, obiettiva.

In quegli anni sparirono tutte le altre testimonianze protocristiane non conformi alla dottrina dei "Padri della Chiesa": poi, come sempre, la storia cominciò ad essere scritta dai vincitori.

La figura di Giuliano fu sistematicamente screditata e demonizzata e la sua opera del tutto demolita.

È buffo pensare che si trattava di un uomo buono e giusto, teso alla contemplazione di un Dio unico, pura essenza e amore assoluto, che mai perseguitò i suoi avversari, fu leale con gli amici e visse in castità e frugalità fino ad una morte socratica: praticamente in nulla differente, nella sostanza, dall'ideale del sacerdote cristiano.

La sua vicenda umana dovrebbe farci riflettere sulla differenza fra religiosità individuale e pratica di una religione, e metterci in guardia sui pericoli derivanti dalle esaltazioni mistiche di qualsiasi matrice.

Roma, Dicembre '92

Note bibliografiche

Questo è un romanzo storico e non dovrei pubblicarne una bibliografia dettagliata. Tuttavia sento il bisogno di chiarire che i fatti descritti nel libro sono rigidamente conformi agli eventi accaduti come ci sono stati tramandati da Ammiano Marcellino, da Giuseppe Flavio, da Eusebio di Cesarea, da Luca, da Paolo di Tarso, da Giuliano stesso.

Naturalmente ho tenuto presenti le opere fondamentali su Giuliano di Gore Vidal e di Jacques Benoit-Méchin e spesso ne ho prelevato alcune intuizioni: mi sono permesso di fare ciò perché si tratta di opere di saggistica il cui contenuto ho voluto diffondere presso un pubblico più incline al romanzo.

Per quanto attiene alla civiltà classica mi sono riferito principalmente alle opere storiche su Roma di Mommsen, di Gregorovius, di Gibbon, di Pareti, alla Storia Augusta ed a quella miniera di informazioni sul quotidiano romano che è "Società e Costume" di M.A.Levi.

Per il mondo ebraico ho consultato la "Storia degli Ebrei" di Solomon Grayzel, per la storia della Chiesa " I Papi" di Claudio Rendina, mentre sui rapporti fra Cristianesimo e mondo romano ho fatto mie le decisive conclusioni di Marta Sordi, specie sulla natura qualitativa e quantitativa delle persecuzioni.

I personaggi, a parte Lucio Cornelio e Galla Saluzia, sono quasi tutti realmente esistiti, incluso Saluzio, e di essi ho cercato per quanto possibile di riprodurre figura e carattere.

Il "Fuoco Greco" fu una potente e segreta arma dell'esercito bizantino e sembra sia stato perfezionato a Costantinopoli tre secoli dopo gli eventi narrati. Mi è sembrato plausibile immaginare che un suo fortuito e poco controllabile precursore sia stato scoperto e applicato non metodicamente già nel quarto secolo da un uomo moderno, laico e illuminista quale mi è piaciuto immaginare Lucio Cornelio.

Quanto alla datazione, per rispetto al lettore, ho adottato il calendario Gregoriano, anche se all'epoca dei fatti narrati era in vigore, ovviamente, quello Giuliano che partiva dalla data della fondazione di Roma.

Se gli "Atti di Tommaso" sono ovviamente frutto di fantasia, è peraltro certo che dovettero esistere altre testimonianze di contemporanei sulla vita di Gesù e sulle lotte che dilaniarono la sua Chiesa nei primi quarant'anni di vita. Tali testimonianze sono oggi scomparse, filtrate da un primo periodo di fanatica rivalsa seguito all'ascesa di Costantino e poi dal buio del Medio Evo.

Tutte le considerazioni sui Vangeli e sugli Atti degli Apostoli sono state dedotte confrontando sistematicamente tali testi unitamente alle epistole di Paolo e Pietro e sottoponendo il tutto ad una rigida operazione di logica analitica.

È certo che a differenza di altri Apostoli, nulla ci è pervenuto su Tommaso l'incredulo, se non quanto Eusebio di Cesarea ha scritto di lui trecento anni dopo la sua morte.

Quanto ai Vangeli, è fortemente sospetto il fatto che nei tre "sinottici", cioè quelli di Luca, Marco e Matteo, non si parli di Tommaso che per citarne il nome fra quello dei dodici, mentre l'unica testimonianza dell'episodio che dà il titolo a questo libro è in Giovanni (20,24) il cui Vangelo, profondamente diverso dagli altri, venne scritto da solitario e ben trentacinque anni dopo i primi tre, quando sia Pietro che Matteo erano morti da un pezzo.

Infine, come il lettore certamente presto capirà, non riesco a considerare il potente vescovo Eusebio, biografo e panegirista di Costantino, scrittore di una fondamentale Storia della Chiesa e di una non meno fondamentale Storia dei Martiri, se non come un teste di parte, e neanche al di sopra di ogni sospetto.

Parte Prima

1.

L'agosto del 358 (il millecentodecimo dalla fondazione dell'Urbe) non recava grandi auspici per gli uomini di buona volontà.

Le province meridionali della Gallia, opulente ed operose roccaforti di civiltà e valori romani da oltre due secoli, dopo la pace seguita all'ascesa al trono imperiale di Costantino il Grande e la breve guerra che aveva messo ordine nella successione dei suoi figli, avevano vissuto un trentennio di prosperità.

Negli anni `40 Costante, l'Augusto[1] di Occidente, malgrado fosse giudicato superbo, taccagno e bigotto ed avesse perseguitato ebrei e pagani non meno di quei confratelli cristiani che avevano il torto di non condividere le sue stesse sfumature interpretative sui rapporti fra il Padre, il Figliolo e lo Spirito Santo, aveva avuto il merito di ricacciare Franchi e Alamanni al di là del Reno, assicurando all'Impero altri dieci anni di pax romana.

Le città si arricchivano di monumenti ed infrastrutture, le industrie ed i commerci fiorivano, così come le zecche imperiali, i trasporti ed i divertimenti.

Poi nel 350 ad Augustodunum una rivolta di "teste di cuoio", le legioni scelte degli Joviani e degli Herculani che volevano che fosse il loro comandante, il barbaro romanizzato Magnenzio, ad essere Imperatore, aveva provocato l'assassinio di Costante, e la dura campagna repressiva di suo fratello Costanzo, Augusto d'Oriente.

Ad abundantiam, le legioni romane del Danubio avevano deciso che anche il loro comandante meritasse la carica (forse in virtù del fatto che andava a letto con Costanza[2], sorella dei due) ed aizzarono molte tribù di Germani del Reno contro Magnenzio. Approfittando della guerra civile fra le truppe romane, nel 350 le tribù germaniche, che fino ad allora non avevano osato varcare il Reno, strariparono in Gallia spargendo ovunque rovina e desolazione.

Lo scontro decisivo fra le fazioni romane (i galli di Magnenzio ed i bizantini di Costanzo) avvenne a Mursa[3] e costò 60.000 morti.

Mentre i Germani devastavano la Gallia, Magnenzio, dopo vani tentativi di riorganizzare un contrattacco, si asserragliò a Lugudunum, dove non ebbe migliore idea di quella di suicidarsi nel 353.

Fu a Mursa che il giovane tribuno Lucio Cornelio Faberiano, uno dei pochi romani in campo ad essere nato e vissuto a Roma, ebbe il battesimo del... ferro, comandando uno squadrone di cavalleria leggera che si distinse a tal punto da fargli meritare una corona vallaris e nove falere[4].

In quell'occasione Lucio Cornelio aveva sperimentato un paio di sue idee per macchine belliche che si erano rivelate un ausilio sostanziale alla carica della cavalleria, al punto da consentire a quest'arma, da sempre relegata nell'esercito romano a ruoli ausiliari di fiancheggiamento e comunicazione, di assurgere alla dignità di unità da sfondamento. Qualche anno dopo, combattendo i Franchi che avevano occupato Colonia, oltre ad altre decorazioni aveva ottenuto anche una bella ferita da taglio ad una coscia, che gli aveva procurato un'ottima fama fra i suoi cavalleggeri ed una lunga licenza di convalescenza che lo aveva riportato nell'Urbe.

Dopo oltre un anno passato a Roma fra avventure galanti, festini piccanti, corse al Circo, cerimonie ufficiali e banchetti mondani, (un anno nella primavera del quale era avvenuto l'avvenimento più raro del secolo, e cioè la visita dell'Augusto al Senato di Roma) era stato richiamato in Gallia al quartier generale del Cesare Giuliano, che si era insediato da poco e già stava facendo grandi cose.

Quando suo padre, nel tablinum[5] dell'elegante domus di famiglia al Pincio, aveva commentato sarcasticamente la notizia del suo prossimo imbarco per Massilia[6], Lucio Cornelio aveva assunto un'espressione solenne.

- Ma caro Padre, come puoi criticare la mia scelta di servire Roma ed il nostro Imperatore? Proprio tu, che dovresti spingermi a farlo, che dovresti esserne fiero?

- Lucio Cornelio, smettila! Ti conosco troppo bene: la verità è che dapprima con la scusa della filosofia, poi con quella della Patria, stai continuando a schivare le tue responsabilità. Io ho quasi sessant'anni ed i nostri interessi richiedono con urgenza un altro occhio ed un'altra mente che se ne occupi. I tempi sono cambiati: gli antichi, quattro secoli fa, non potevano concepire il potere e la ricchezza se non legati alla politica e ad un cursus honorum pienamente svolto ed iniziato con un decennio di vita militare. Oggi questo non serve più a niente: il potere politico non sta più a Roma, il Senato non conta nulla ed ha perso sia la dignità che le attenzioni dell'Imperatore. Mille volte mi hanno offerto una carica senatoria e mille volte ho rifiutato: una volta per entrare in Senato chiunque avrebbe sgozzato sua madre, ricorrendo ad ogni bassezza pur di procurarsi le terre senza le quali il Censore non avrebbe potuto accertare il reddito minimo necessario per ottenere la carica.

Oggi le industrie e le navi della nostra Taberna Faberiana rendono cento volte più di quel minimo e fortunatamente a Roma nessuno ha tanto potere per insidiare con trame politiche la nostra posizione.

Dai retta a me, figliolo, stai alla larga dalla Corte: è talmente lontana che non ci serve negli affari, ma se ti avvicini troppo e ti fai notare potrebbe scottarti!

- Ma Padre, con una posizione potente nell'Esercito Imperiale potremmo migliorare le nostre quote di forniture di carri, di armi e di rifornimenti...

- Balle! Non riusciamo neppure a produrre in quantità decenti quello che ci viene chiesto da tutte le Province! Non ci servono nuove commesse, ma nuove tecniche! Hanno bisogno di noi. L'Impero è talmente vasto che dobbiamo trovare la soluzione ai problemi della produzione ripetitiva, ottimizzando il lavoro degli schiavi integrandolo a quello delle macchine e trasportando i prodotti nel modo più sicuro e veloce. Con il dono che hai per il disegno potevi riuscire un novello Vitruvio... e invece eccoti imbarbarito in mezzo a cavalli puzzolenti e germani sanguinanti! Ma che parlo a fare?! Vai, segui la tua stella... però ricorda che l'Imperium è maledetto: a parte pochi grandi, nessun Augusto, da secoli, è morto di morte naturale!

L'introverso e lugubre Costanzo II era ora l'unico Imperatore, ed aveva riunito sotto il suo scettro Oriente ed Occidente, cosa che, anche se affascinante sulla carta, doveva essere una bella gatta da pelare considerando la vastità dei territori da controllare e la scarsa disponibilità dei Germani a nord e dei Parti ad Oriente a starsene tranquilli a casa propria.

Del resto la cristianissima casa di Costantino era molto giù di effettivi dopo che, appena morto il cristianissimo Imperatore (che già aveva fatto eliminare per adulterio sua moglie ed il figlio primogenito di cui essa era matrigna) i suoi tre cristianissimi figli avevano fatto arrestare e sgozzare nelle segrete del palazzo di Costantinopoli tutti i parenti maschi del padre, ed anche qualche femmina, per paura di avere concorrenti nella successione.[7] Fu per questa carenza e per il disperato bisogno di qualcuno che gli desse una mano che Costanzo riciclò gli unici due familiari superstiti, i cugini Gallo e Giuliano, a suo tempo risparmiati per non raggiunti limiti di età. Quindi, riprendendo un uso che era stato inaugurato da Diocleziano, (cioè quello di scegliere mentre era vivo e vegeto i suoi successori e, col titolo di Cesari, piazzarli come fiduciari a guardia dei punti "caldi" dell'Impero), nominò dapprima Gallo Cesare d'Oriente, lo maritò alla turbolenta sorella Costanza, che certamente non era più di primo pelo e infine lo spedì a metter ordine alle frontiere di Siria, Palestina e Persia. Non fu una scelta felice: mentre il Cesare, ben coadiuvato dalla moglie, tiranneggiava le Province (e dovette farlo in modo veramente eccessivo, perché tiranneggiare le Province con classe era ordinaria amministrazione), iniziò anche a tramare contro l'Augusto: che pensò bene di convocare Gallo a Mediolanum per spiegazioni, ma poi, anziché riceverlo lo fece decapitare in Istria, giusto a metà strada.

Non gli restava che dare fiducia all'altro cugino il ventiduenne e timido Giuliano, che fino ad allora aveva dedicato tutto il suo tempo a servir messa ed ai libri di filosofia.

Convocato a Mediolanum il povero ragazzo (Costanzo doveva avere una mobilità straordinaria, perché in quegli anni pendolava forsennatamente tra Costantinopoli, Aquileia, Mediolanum, Sirmium[8] sul Danubio, Naisso in Asia Minore ed aveva trovato il tempo perfino di visitare la decentratissima Roma), lo tenne per qualche giorno sulle spine, senza neanche riceverlo. Poi, anziché decapitarlo (cosa che il poveretto si aspettava visti i tempi, i precedenti e la fine che aveva fatto il fratellastro) lo aveva invitato ad una cena privata con sua moglie ed Elena, l'altra sorella (che pare fosse piuttosto bruttina) comunicandogli che lo nominava suo Cesare d'Occidente e suo futuro genero. Dopodiché il ragazzo, armatosi di buoni propositi e di molto entusiasmo, era partito per la Gallia, convinto di dover assolvere i suoi compiti al meglio;

Ma la politica è spesso molto più complicata di quanto l'entusiasmo dei giovani non possa far prevedere, e quindi erano cominciati i problemi.

2

-Ti sta bene, Lucio Cornelio!

Lo stallone grigio aveva iniziato a zoppicare vistosamente, ed il suo cavaliere stava smontando, mentre il placido, grasso segretario di mezza età che gli era accanto, comodamente seduto dentro una carruca[9], aveva iniziato a brontolare in greco. Lucio sembrava preoccupato, ma non più di tanto.

- Taci, Menandro, lasciami vedere...

Si accostò alla zampa anteriore sinistra e afferrò con mano sicura lo zoccolo, ripiegandola all'insù. Poi alzò gli occhi precipitosamente, mostrando nella mano un chiodo a cinque punte.

- Cos'è successo, Lucio?

L'ufficiale che aveva parlato montava un superbo stallone del tutto identico a quello che si era azzoppato e si era avvicinato, chinandosi a guardare.

-Un tribolo! Si è infilato fra la forchetta ed il ferro ed ha ferito il fettone. Niente di grave, Deimos se la caverà con qualche giorno di riposo, ma... speriamo bene per noi!

Menandro ricominciò immediatamente.

-Qualche giorno di riposo?! Ma se dobbiamo essere a Lugudunum[10] entro la prossima settimana ed a Lutetia[11] prima delle idi di settembre[12]? Te lo avevo detto che avremmo dovuto viaggiare leggeri, usando il cambio di cavalli della Posta Imperiale. Ma tu no, cocciuto come quando eri bambino... Il signorino si è dovuto portare i suoi cavalli preferiti, i suoi schiavi personali... persino la sua poltrona e la sua vasca da bagno! Se i tuoi antenati avessero fatto lo stesso, oggi Roma sarebbe scomparsa dalla carta geografica!

Mentre il grasso greco continuava a lamentarsi, il giovane tribuno, lanciate le redini al suo servo, aveva iniziato a ispezionare il sentiero, guardando prima in terra, poi tutt'intorno a sé.

-Attenzione... fermatevi tutti! Qui ci sono altri chiodi. Menandro, fa girare le due carruche e discendi il sentiero fino al bivio che abbiamo superato poco fa. Prendi con te dieci uomini, i servi ed i cavalli. Inoltrati nei boschi, salendo quanto più è possibile, e fermati in un luogo sicuro. Io resterò qui col resto degli uomini e cercherò di bloccare la strada. Ti raggiungerò appena possibile, seguendo le tue tracce.

Il greco era rimasto a bocca aperta, non sapendo se era più importante tergiversare o sbrigarsi. Venne spinto sulla prima carruca già girata in discesa da Decio Silano, il giovane prefetto del Genio amico di Lucio che viaggiava con loro e che era appena smontato dall'altro stallone, mentre i legionari si erano disposti su due file.

-Vale Menandro! Ci vediamo presto... e stai attento al carico, senza curiosare. È un segreto militare: se non riuscirai a difenderlo, distruggilo col fuoco!

Appena i carri furono spariti, una serie di urla selvagge, accompagnate dal rumore del legno dei calzari sui ciottoli e dai battiti di aste sugli scudi, dietro la curva a monte annunciarono l'attacco.

- Eccoli. Hanno capito che non saremmo andati oltre quindi si muovono loro: vogliono i carri, non noi. Dal rumore che fanno sembrano in molti. Fai accendere le torce, dobbiamo usare la testa ed evitare le mischie.

Dieci uomini su due file difendevano i tre metri di larghezza della strada, ognuno circondato da cespugli secchi appena tagliati. Cinque uomini si erano arrampicati sul lato destro, fra gli alberi, altri cinque erano appostati sul lato sinistro, fra i cespugli del dirupo.

All'improvviso l'orda fu in vista: scendevano correndo ed urlando, completamente nudi fatta eccezione per gli orridi elmi ornati di ossa e teschi di animali, dipinti di azzurro, le lunghe capigliature e le barbe al vento.

- Una banda di Alemanni. Saranno un centinaio. State tutti fermi fino al mio cenno. Guarda, Decio Silano, mi sembra che dietro alla polvere ci siano delle figure familiari: gallo-romani! Sarebbe interessante saperne di più...

La massa urlante dei barbari correva di carriera, ed in discesa: quando i primi furono a quindici passi i romani, che finora li avevano attesi immobili, incendiarono i cespugli e balzarono di lato.

In un attimo le fiamme si alzarono ed il fumo coprì ogni cosa. I barbari, incapaci di frenare l'impeto si precipitarono in mezzo al rogo e vennero presi alle spalle dai veterani che ne sgozzarono facilmente una cinquantina. Quindi, tra il puzzo della carne e dei capelli bruciati, e quello soffocante del fumo si iniziò a combattere corpo a corpo.

Quando aprì gli occhi Lucio Cornelio si accorse di avere la testa strettamente fasciata. Tentando di sollevarsi fece una smorfia di dolore, poi vide su di sé i volti anneriti e distrutti di Decio Silano e quattro o cinque dei suoi. Anche il prefetto, benché agile e saldo come una roccia, sembrava molto provato.

-Per gli Dei, Lucio... te la sei vista brutta! Un giavellotto ti ha colpito l'elmo quasi spaccandolo in due ma, a parte la botta, hai solo qualche graffio. Ti abbiamo difeso contro una decina di barbari, poi siamo riusciti a metterli in fuga. Ottanta ne hanno lasciati sul terreno! Cosa facciamo?

-Dobbiamo muoverci, cercare Menandro con i carri e trovare un rifugio sicuro. La Gallia, da quando Costante è stato assassinato è un posto scomodo per la gente civile.

Seppelliti i morti, si incamminarono lungo la discesa, sperando di arrivare ai carri prima dell'imbrunire, accompagnati dal chiarore dell'incendio che saliva verso l'alto.

3.

Dopo aver lasciato i carri ben nascosti in un boschetto, guardati a vista dai soldati, Menandro aveva notato sul terreno centinaia di orme fresche che si dirigevano da ogni parte verso il fitto della boscaglia, ed aveva deciso di andare a controllare.

Si era addentrato fra i cespugli e gli alti alberi per oltre un'ora, finché aveva sentito dei suoni e si era cercato un nascondiglio.

Ora non credeva ai suoi occhi. Era rannicchiato fra i cespugli, dietro una vecchia quercia, affascinato dallo spettacolo che si svolgeva pochi piedi più in basso.

L'ampia radura circolare appena rischiarata dalla luna piena che filtrava fra le ampie chiome delle antiche querce, era illuminata da centinaia di piccole torce, sorrette da bianche fanciulle, i lunghi capelli biondi sparsi sulle tuniche candide, dietro alle quali una moltitudine incappucciata con ogni tipo di stracci e sacchi stava immobile in perfetto silenzio.

Al centro della radura un gruppo di vecchi dalla fluente barba bianca e dai baffi spioventi, abbigliati allo stesso modo ma incappucciati fino alle barbe, si stringevano a semicerchio attorno ad una figura femminile incoronata di mirto che imponeva le braccia su di un'ara addossata ad una grande pietra verticale. Un coro dalle parole incomprensibili, con una melodia che sembrava salire dall'Ade si levava sommesso, accompagnato dall'ottuso soffio dei corni.

Nel momento in cui Menandro sentì la mano che gli sfiorava la schiena, strinse il collo fra le spalle, in attesa del colpo mortale. Quando si rese conto che non sarebbe arrivato voltò la testa lentamente, timoroso di ciò che avrebbe potuto vedere.

- Decio Silano! Lucio! Finalmente, figliolo! Temevo di non vederti più!

- Sssh. Parla piano... Certamente non si aspettano estranei in questo posto: deve essere una specie di luogo sacro ed anch'io non vedo l'ora di andarmene: non voglio offendere né disturbare nessun Dio!

- Decio Silano! Ma non sei cristiano?! Cosa vai dicendo?

- Certo che sono cristiano! - il prefetto si fece un rapido segno della croce - ma quant'è vero che Cristo è il Figlio del Padre, io non ci tengo a stuzzicare l'aldilà! Chiamali Dei, chiamali demoni, fatto sta che in ogni parte dell'Impero ho visto compiere prodigi e sortilegi in nome di Iside, di Mitra o di Cibele: storpi che camminavano, empi fulminati, navi affondate, femmine trasformate in erinni... Questi riti clandestini celtici, poi! Sono anni che se ne parla in tutta la Gallia: da quando i nostri santi Vescovi hanno vietato ai druidi di celebrare i sacrifici sembra che si siano moltiplicati... e con essi i sabba, le streghe e i malefici! Beh, preferisco non averci niente a che fare.

Lucio lo zittì con un cenno della mano.

- Quando siamo arrivati e non ti ho trovato abbiamo deciso di venirti a cercare. Poi ho sentito il canto e seguito questa moltitudine di orme: si direbbe che siamo capitati nel bel mezzo di una celebrazione pagana.

- Sono druidi e stanno rinnovando i riti degli antichi Celti. Guarda: le fiamme stanno per raggiungere la radura.

Lucio non ascoltava più. Era rimasto fisso a guardare la sacerdotessa che ora si era girata verso il semicerchio dei fedeli.

La giovane era come di un altro mondo: sembrava sotto l'influsso di qualche infuso, ed ora fissava il vuoto. Fu in quel momento che si videro le fiamme che scendevano dall'alto della montagna, rinforzate dalla brezza della sera che portava vivi i crepitii e gli odori del fumo e della macchia bruciata.

Il gruppo degli aruspici iniziò a mormorare, e la donna dovette interpretare l'evento come un segno infausto: si rivolse verso la folla, allargando le braccia.

- Andate, figli. Il momento non è giunto. La Dea non ci è ancora favorevole. Attenderemo la prossima luna. Ora fuggite dalla montagna sacra, prima che il fuoco ed i barbari vi rapiscano come stanno facendo i preti cristiani con i più deboli di noi.

La sua tunica era leggerissima, stretta e talmente sottile che Lucio poteva indovinare le sue forme: distingueva le gambe, leggermente divaricate, il pube prominente ed i seni, talmente sodi da puntare fieramente la luna, anziché adagiarsi morbidamente sul torace. Aveva lunghi capelli bruni, ondulati che si spargevano su una pelle straordinariamente fine e ambrata. Le gambe erano lunghe e le caviglie sottili. Gli occhi, sebbene fissi, erano di fuoco e la bocca aveva una leggera piega laterale che terminava in una deliziosa fossetta. Lucio non riusciva a staccarsi dalla contemplazione di tanta bellezza, ma Decio Silano gli strinse un braccio e Menandro gli fece capire a gesti che dovevano assolutamente andare via in silenzio, prima che l'adunanza si sciogliesse.

4.

Nel bosco fra le montagne il freddo era pungente, malgrado fosse estate. Nella piccola tenda da campo un pentolone di ferro sigillato con viti e guarnizioni in cuoio, poggiato sopra un braciere, liberava periodicamente soffi di vapore bollente.

- Un'altra delle tue invenzioni che non serve a nulla: è il braciere, non il vapore a riscaldare l'ambiente!

- Non sono d'accordo... e poi ci sto ancora lavorando sopra. Ci deve essere un modo per produrre energia da quell'aggeggio. Da quand'ero bambino mi perseguita il ricordo dei getti che uscivano dal suolo delle solfatare di Pozzuoli. Incanalando quelle forze deve essere possibile costruire delle macchine da guerra!

- Continua a sognare! Resta il fatto che quel trabiccolo occupa spazio e rallenta il nostro viaggio...

- O tempora, o mores... no, caro il mio Menandro, stavolta non riuscirai ad inocularmi alcun senso di colpa, cosa nella quale sei specialista! Per il semplice motivo che se avessi viaggiato leggero oltre a rinunciare a portare il nostro carico al Cesare, non avrei portato neanche te! A proposito: hai avuto qualche problema? Le botti erano tutte in ordine?

- Tutto a posto. Quando la finirai di fare il misterioso e mi dirai di che cosa si tratta?

- Te l'ho detto: segreto militare. Meglio che tu non ne sappia niente. - Fece un sorrisetto - Ricordati che non solo non sei un cittadino romano, sei anche un ex-schiavo. Se ci fossero dei problemi non te la caveresti con un rapido, indolore taglio della testa, - fece guizzare la mano a taglio da destra a sinistra all'altezza del collo - ma subiresti un trattamento accurato... graticole, tenaglie, crocefissione...

- Sei sempre il solito discolo maleducato.

Menandro su questo punto era molto permaloso. Lucio si alzò in piedi e cominciò a saltargli intorno, facendogli sberleffi come un ragazzino.

- Finiscila, grassone! Ma se mio Padre ti ha liberato dieci anni fa solo perché io l'ho obbligato a farlo come regalo per il mio ingresso ufficiale in società, appena deposta la toga pretexta ed indossata quella virilis! Quando ti comporti come una vecchia sibilla bisbetica mi viene voglia di farti tornare al tuo vecchio stato!

La sonora risata che accompagnava queste parole scoprì una dentatura forte e regolare, incorniciata da un giovane viso abbronzato sul quale le piccole pieghe che iniziavano a segnare le guance indicavano un temperamento aperto, ma deciso, dedito agli sport non meno che alle esigenze dello spirito e della ragione. I due occhi color ghiaccio guardavano il maturo e grasso liberto che ora aveva ripreso a medicargli la testa con infinita dolcezza. Man mano che le bende venivano strette la risata si trasformava in una smorfia di dolore che Lucio Cornelio tentava di contrabbandare come uno sberleffo.

- Chi sarà quella ragazza? Quando ho visto i suoi occhi ho pensato che il vecchio Giove Ottimo Massimo finalmente aveva fatto il suo dovere, e che questo non poteva che essere il segno della grande fortuna che ci aspetta a Lutetia.

- A forza di prenderti gioco degli Dei, Lucio Cornelio, vedrai che il segno te lo faranno loro, e molto presto: un fulmine su quel tuo stupido sedere, ecco cosa ti aspetta a Lutetia! E quanto alla ragazza, farai bene a dimenticarla, visto che difficilmente la rivedrai!

- Ricordi i meccanismi che ho disegnato per la Taberna Faberiana, l'impresa di mio padre? E le macchine a leve che progettammo per l'assedio di Mursa? Ti rendi conto che ognuna può fare il lavoro di oltre duecento schiavi? Beh, verrà un giorno in cui qualcuno inventerà una macchina che sappia leggere, scrivere, copiare, calcolare ed insegnare: allora gli schiavi filosofi ed educatori verranno gettati alle bestie ed i giovani romani non verranno più torturati da vecchi rompiscatole!

- Ridi, ridi, giovane irresponsabile. Resta il fatto che siamo nascosti nella boscaglia, a chissà quante miglia dal più vicino posto civile e che di notte ai piedi delle montagne fa un freddo cane ora che l'incendio è passato. Inoltre abbiamo perso la metà degli uomini e siamo appesantiti da un cavallo azzoppato che certamente tu ti guarderai bene dall'abbattere.

- Pazzo! Deimos e Phobos mi costano quanto un'insula[13] all'Esquilino! Li ho addestrati per anni: sono famosi in tutto l'Impero... e soprattutto mi renderanno una fortuna in premi e scommesse...

- ... e la devozione di tutte le matrone di Lutetia, che andranno matte per lo spericolato auriga!

- Maligno! In realtà non potrei pensare neppure lontanamente di andare in battaglia con dei cavalli meno addestrati di loro: ne va della pelle, caro mio!

- Sarà! Ma quanto sarei più lieto se fossimo rimasti a Roma a leggere i classici nel nostro assolato peristilium piuttosto che imbarcarci in questa insensata avventura in terra gallica, della quale, oltre a me, non avrebbero sentito la mancanza né tuo Padre, né il tuo Cesare che tanto ammiri e che nemmeno sa che esisti.

- Ti faccio notare che nessuno ti ha obbligato a venire!

Menandro guardò Lucio come se avesse bestemmiato i Lari.

- Caro il mio signorino, ricordati che sono stato il tuo grammatico ed il tuo retore fin dall'età di dodici anni, che con me hai viaggiato il mondo in lungo ed in largo e che senza di me non solo non ti divertiresti, ma neppure saresti capace di gustare ed apprezzare ciò che vedi: non mi avresti lasciato a Roma per tutti i solidi dell'Impero, quindi non provare ad imbrogliarmi!

Lucio Cornelio ridacchiando si stese sul rudimentale triclinium nelle tenda da campo che gli uomini avevano innalzato al riparo dei carri. Malgrado il dolore e il mal di testa ebbe la forza di addentare un coscio di cinghiale selvatico e bere un paio di boccali di birra gallica prima di addormentarsi in un sonno senza sogni.


5.

Avevano risalito la valle del Rodano ed erano ormai a poche miglia da Lugudunum.

Sulla strada principale confluivano in una ininterrotta serie di bivi e trivi, decine di strade minori che si irraggiavano in ogni direzione: le strade che i Romani avevano costruito per penetrare verso le Gallie, il Reno, le regioni alpine e danubiane. Questo e la confluenza del Rodano con la Saona, entrambi navigabili, spiegavano l'esplosione politica, industriale ed economica della città, che da piccolo oppidum celtico ai tempi di Giulio Cesare, nei duecentocinquant'anni successivi era divenuta la capitale morale delle province continentali.

A testimonianza tangibile di quei tempi dorati si ergevano nel centro della città vecchia un grande anfiteatro, splendidi templi e fastose terme. I rudi galli, dalle tradizioni celtiche, eredi di Vercingetorige nella fierezza e nella selvaticità, avevano iniziato a frequentare da vicino i nuovi arrivati romani ed avevano scoperto che il riscaldamento, l'acqua corrente, i divertimenti crudeli, ma raffinati, i cibi costosi, il sesso libertino, l'indipendenza delle donne, l'affidabilità delle leggi, la cultura industriale, aiutavano a migliorare la qualità della vita ed in pochi decenni erano divenuti più togati dei romani. E come tutti i nuovi ricchi, in pochi anni erano diventati più produttivi, ma anche più libertini, più spendaccioni, più ostentatori . Erano i tempi in cui da Roma gli Imperatori ed i loro congiunti arrivavano per celebrare cerimonie e donare giochi sfarzosi: Augusto, Druso, Caligola amavano la città e Claudio vi era addirittura nato.

Poi un secolo e mezzo prima, quando la cultura latina già si era imbastardita in un miscuglio di razze e di idee e le guerre civili non avevano più come oggetto la supremazia sociale tra romani aristocratici e romani popolari, ma l'affermazione della forza di gruppi militari ignoranti e plurirazziali, Lugudunum aveva commesso un errore: si era schierata con la legione sbagliata.

Assassinato Commodo, (l'ultimo degli Antonini e probabilmente l'unico di essi ad essere stato un disastro), nel 193, l'anno della grande crisi, l'anno in cui a Roma l'Impero era stato messo all'asta dai Pretoriani ed in cui tre Imperatori erano stati assassinati, Settimio Severo, un africano dalla pelle piuttosto scura, che era stato governatore a Lugudunum, marciò su Roma e rapinò l'Imperium.

Lugudunum si schierò con la sua guarnigione, la XXdeg. legione Valeria Victrix, che appoggiò l'antagonista di Severo, il governatore della Britannia Clodio Albino, lo ospitò, batté moneta per lui e supportò le sue truppe: sfortuna volle che questi perisse nella battaglia decisiva, proprio alle porte della città, che venne distrutta, saccheggiata e da allora screditata.

Era rimasta sede della zecca, e di importanti compagnie multinazionali, che utilizzavano le sue vie di comunicazione e della mano d'opera d'importazione disponibile a bassissimo costo grazie alla vicinanza delle frontiere per la produzione ed il commercio di manufatti, armi, carri e battelli.

Approfittando della tolleranza religiosa durata per tutto il secondo secolo, e della relativa distanza politica di Lugudunum da Roma e dalla corte imperiale, vi era prosperato un vescovado cristiano che aveva acquisito via via più prestigio ed autorità e che era divenuto il centro della vita politica e sociale della città: con il risultato di abbassare progressivamente il profilo romano, un po' epicureo, della cultura della regione a favore di una spiritualità, spesso repressiva, che stava modificando gli usi e la vita quotidiana degli allegri ed estroversi gallo-romani.

Per queste cause la città si era indebolita, le sue architetture divenivano sempre più fatiscenti, nei vecchi templi avevano trovato posto i mercati alimentari, l'anfiteatro era sempre più disertato e nelle terme, luogo di nudità, quindi di tentazione e di peccato, regnava l'abbandono.

Degli Alemanni non c'era traccia, e non c'era da meravigliarsene: da quando il Prefetto del Pretorio di Costanzo, Flavio Fiorenzo, che aveva i suoi quartieri in città, aveva ripreso il controllo del territorio, le bande rimaste al di qua del Rodano si erano date alla guerriglia ed al brigantaggio e dopo ogni scorreria tornavano a rintanarsi nel folto dei monti. Le campagne, ormai insicure, erano per lo più incolte e le poche fattorie della zona, abbandonate dai villici che si erano rifugiati nei borghi, andavano in rovina.

Erano ormai giunti nella zona in cui, fra pini e cipressi, la strada romana era fiancheggiata dai tumuli e dalle tombe delle famiglie illustri della zona.

- Che tristezza! - disse Menandro guardandosi intorno, - le testimonianze preziose di un grande passato, ormai tutte diroccate e invase dagli sterpi.

- Cosa ci vuoi fare, amico. Sono i tempi che cambiano. Non un membro delle famiglie le cui tombe vedi allineate lungo questa antica strada è rimasto in vita. Ormai la nobiltà romana, quella vera, non esiste più... e forse è giusto che sia così. Viviamo in un mondo frenetico, dove gli uomini nuovi nascono, prosperano e spariscono come meteore e le famiglie si esauriscono in poche generazioni. Per secoli non ci sono stati Imperatori, e quindi cortigiani, ministri, burocrati, che venissero dall'Urbe o addirittura dall'Italia. La cittadinanza romana[14] è ormai prerogativa di ogni villico nato in qualsiasi provincia, anche la più remota. Rozzi soldati illirici o daci possono eleggere o abbattere un Imperatore... e tu, caro Menandro, rimpiangi le vestigia degli antichi patrizi!

- Il problema, figliolo, non è la nostalgia del passato, ma la sopravvivenza nel futuro: cosa sulla quale non mi sentirei di scommettere neanche una siliqua![15] Le virtù romane neppure si sa più quali fossero ed alle frontiere milioni di bruti colmi di invidia e di furore, senza città, senza cultura, senza Dei, senza ricchezze premono per entrare con impeto insostenibile, pronti a mendicare o a sgozzare qualsiasi viandante pur di rosicchiare qualche briciola del benessere della nostra isola civile. Vedo nero, quanto al futuro, caro il mio ragazzo.

- Sei il solito pessimista, vecchio! Roma è prospera, Costantino ed i suoi figli hanno garantito la sicurezza delle frontiere, i Parti sono tranquilli ed i mercati comprano i nostri carri, le nostre armi, le nostre macchine. Le nostre navi viaggiano sicure nel Mare nostrum assicurando scambi continui fra l'Oriente e l'Occidente. Se quattro straccioni di barbari premono per entrare, abbiamo la forza e la tecnologia sufficienti per tenerli al di là delle frontiere. In più debbo dire che la gente è più giusta, il diritto più rispettato, e l'amore per il prossimo, ora che le assurde faide religiose sono cessate, aumentato. Rassicurati: Roma compirà il suo secondo millennio.

- Ingenuo: le faide religiose sono appena cominciate, altro che cessate. Da due secoli la gente ha emarginato e perseguitato i cristiani perché li vedeva "diversi" e addebitava loro (forse a ragione) l'indebolimento di quel carattere, di quei costumi, di quel sistema sociale e morale che hanno fatto di voi Romani il popolo-guida del mondo civile. Da cinquant'anni, e sarà sempre peggio, stiamo assistendo alle vendette degli ex-perseguitati, che sono molto più cruente di quanto finora erano stati essi a subire. E, come se non bastasse, questi sant'uomini stanno dimostrando di essere molto più intolleranti di noi ellenisti (scusa se non mi do del "pagano", cioè cafone, come essi vorrebbero in tono spregiativo chiamarmi): perché si stanno scannando fra loro a colpi di accuse di eresia, la quale non è che un diritto di opinione. Nei tempi antichi nessun Romano o nessun Greco ha obbligato qualcun'altro a pensarla al suo stesso modo in tema di religione. Solo Ebrei e Cristiani si ritengono depositari della verità ed impongono sia i percorsi privati che i modi pubblici per arrivarvi.

- Ciò dipende dalla necessità di adempiere a quanto Gesù Cristo ha insegnato e comandato.

- Due volte ingenuo. Quello che Gesù Cristo, che doveva essere un grand'uomo, ha insegnato e comandato è ben altro da ciò che i Vescovi hanno deciso di farti credere. Che c'entrano le interpretazioni di Ario o di Atanasio con l'insegnamento di Cristo? Non sono che espressioni di gruppi di potere che vogliono concentrare sotto un vessillo il maggior numero possibile di adepti! Vescovi d'Oriente che litigano con Vescovi d'Occidente, il Vescovo di Roma che urla più di tutti, il Patriarca di Costantinopoli che dice di essere il depositario del Verbo, eremiti isterici che scomunicano tutti, accovacciandosi su alte colonne... e in mezzo a tutti costoro, migliaia di fedeli, pecore ottuse che si scannano in nome dello stesso Cristo! Che per alcuni è figlio del Padre, per altri è un pezzo del Padre, fatto di stessa pasta, per altri di pasta simile, per altri ancora solo un grande uomo, di carne ed ossa! Ma finiamola! Quando mai noi ellenisti abbiamo ammazzato qualcuno perché credeva nell'oracolo di Delfo piuttosto che nella Sibilla Cumana o perché onorava Dioniso facendoselo mettere in quel posto, piuttosto che Cibele, tagliandosi le palle e aspergendosi di sangue di cervo!

- Resta comunque il fatto che Gesù ha portato il comandamento dell'amore e della fraternità e che è morto sulla croce per riscattare e salvare l'umanità.

- Stop: amore e fraternità, qui sono d'accordo. In questo il Cristo è stato grandissimo e sul contenuto del suo messaggio non ho niente da dire. Il "Discorso della montagna" è una filosofia che, benché difficile da condividere, porta valori nuovi ed ottiche insolite nell'approccio alla vita spirituale e nella ricerca della verità. Quanto alla morte con finalità di riscatto... qui fermiamoci perché cominciano le interpretazioni e, perché no, le mistificazioni.

- È Gesù ad averlo detto...

- No caro, l'hanno messo in bocca a Gesù coloro che hanno scritto i Vangeli, anche con qualche contraddizione. Ed in ogni caso hanno riferito ciò che Gesù "credeva" di essere (cioè il Messia profetizzato da millenni e l'anello finale della salvazione) non ciò che era veramente: a mio avviso un grande capo spirituale, carismatico e "non violento" in un momento politico particolarmente caldo. Era normale, è successo mille volte nella storia, che questo giusto ci andasse di mezzo e venisse eliminato. Un mero fatto politico, nient'altro.

- E la sua resurrezione? Come la spieghi?

- Ragazzo! Non la spiego: la nego! Hai mai visto qualcuno risorgere?! Sono leggende per il volgo, trucchi da aruspici! Del resto gli argomenti contro la tua pretesa "Resurrezione" sono migliaia, anche se sono stati da sempre confutati perché su questo evento si è basata la crescita e la propaganda della fede cristiana. La resurrezione è sempre stata "venduta" dai cristiani come la prova, la garanzia che tutta la loro dottrina e il loro insegnamento erano autentici. Era una promessa solenne, una cambiale in bianco che ogni cristiano avrebbe riscosso dopo la morte. Giacché era il cardine del Cristianesimo è stata costruita e sostenuta con un impegno particolare e tutte le prove che avrebbero potuto in qualche modo confutarla furono accuratamente cancellate.

- A cosa ti stai riferendo.

- Al fatto che molti dotti neoplatonici asseriscono che ci sono testimonianze scritte, contemporanee ai tempi della morte di Gesù, che affermano che all'epoca della violenta disputa fra Pietro e Paolo nella comunità cristiana di Gerusalemme si decise a tavolino di sostenere la tesi della resurrezione di Gesù, basandosi sugli eventi fortuiti verificatisi dopo la sua morte. Per i discepoli, emarginati, ricercati dalla polizia romana e da quella del Sinedrio, vilipesi dagli Zeloti e dai Farisei, fu una questione di sopravvivenza sia fisica che come gruppo di potere religioso. Si trattava di ammettere di aver fallito tutto o di poter andare avanti nel primato spirituale facendo sopravvivere l'immagine e la dottrina di quel Cristo in cui avevano creduto e che certamente era stato un grande ed un innovatore.

- Testimonianze scritte?

- Certo, ed autentiche almeno quanto i Vangeli di Luca, Marco e Matteo, in quanto scritte contemporaneamente, nella stessa lingua e negli stessi modi. Naturalmente la maggior parte sono state bruciate dalle varie sette cristiane sparse un po' in tutto l'Oriente ed il resto, quelle meno antitetiche o addirittura "morbide", in conflitto solo sui particolari e non sulla sostanza sono state bollate come "apocrife" e additate al pubblico disprezzo come esempio di superstizione. E pensare che oggi è di sola superstizione che vive la chiesa, alimentando il culto di santi e reliquie per dare in pasto al popolino un sostituto di dei e protettori!

- Il che ti riporta all'impossibilità di dimostrarmi con prove desunte da fonti attendibili che Gesù non è mai risorto.

- Errato. La miglior dimostrazione di questo è la logica, sia pura che applicata all'esame delle contraddizioni delle fonti, ed alla convenienza che esse avevano a dimostrare come vera quella tesi. A parte ciò, sembra che esista una testimonianza autentica decisiva che confuterebbe quanto è stato narrato negli "Atti degli Apostoli".

- Cosa vuoi dire?

- Si dice che gli arcigalli del Tempio di Cibele a Cesarea siano in possesso di un preziosissimo tomo, scritto di proprio pugno da uno degli apostoli di Gesù di Nazareth.

- Il quinto Vangelo?! Quello di cui parla la leggenda?

- No, il suo contrario: quello che i Vescovi hanno tentato di screditare chiamandolo il Vangelo del Maligno, e di cui poi hanno cancellato accuratamente le tracce e le testimonianze, al punto che oggi il suo ricordo è quasi scomparso dalla tradizione.

- E cosa vi sarebbe rivelato?

- Nessuno lo sa con certezza. Molti morti sono disseminati nella scia di questo manoscritto, e la chiesa di Antiochia ha fatto di tutto per cancellarne ogni effetto. Sembra che alcuni discepoli del Mago Simone lo abbiano consegnato alla Scuola di Atene. Da allora il manoscritto è stato rivisto centocinquanta anni fa in Illiria, per poi scomparire e riapparire, misteriosamente, prima a Cesarea e poi ad Antiochia.

- E tu come sai queste cose?

- L'ellenismo non deve perire. Finché ci sarà un uomo libero, capace di ragionare con il proprio cervello, in grado di operare delle scelte in base alla logica, l'Uomo sarà al centro dell'Universo e potrà soddisfare il suo bisogno di Verità. Sono terrorizzato da coloro che impongono agli individui non solo le forme con cui onorare il Creatore, alla cui esistenza credo anch'io, ma che pretendono di conoscerne i connotati con una tale sicurezza da ammazzare tutti quelli che hanno un'opinione diversa. Né la religione romana, né quella greca hanno mai imposto a nessuno come credere ed hanno lasciato ognuno libero di onorare gli Dei o il pensiero che più era aderente al suo spirito. Quindi sia io che quelli come me siamo molto attenti a tutto ciò che ci possa aiutare a mantenere libero il nostro arbitrio.

- Mi piacerebbe poter leggere con i miei occhi quello che mi racconti.

- Potrebbe accadere prima di quanto pensi: molti sono stufi ed impauriti dello strapotere dei cristiani e di come stanno trasformando il nostro mondo!

Erano giunti alla porta della città: il ducenario[16] a capo del corpo di guardia alla vista delle insegne del tribuno accorse immediatamente. I magnifici stalloni montati da Decio Silano e Lucio e la tripla fila di falere al collo di quest'ultimo dovettero fare la voluta impressione, perché il poveretto, confuso dall'arrivo inaspettato, si mise impacciato sull'attenti in attesa di istruzioni.

- Ave, tribuno. Posso fare qualcosa per te?

- Grazie. Dicci dove possiamo trovare il Prefetto delle Gallie, Fiorenzo ed indicaci un buon alloggio per me ed il mio seguito.

6.

Il Prefetto delle Gallie, Flavio Fiorenzo, era un tipetto basso e segaligno la cui faccia, specie per la barbetta ispida e gli occhi a palla, ricordava quella di una capretta maligna. Il Vescovo Fausto, invece, era la personificazione della maestà e della beatitudine: dotato di un ventre florido e di un roseo triplo mento, sedeva alla destra del Prefetto con in testa la mitra bicuspide e appoggiato al pastorale, splendido nella sua tunica di raso, ricoperta di una cotta dorata.

Lucio sapeva che essi erano entrambi uomini di Costanzo e ne avvertiva l'ostilità.

In effetti suo padre un po' per non essere coinvolto in beghe politiche, un po' per non dover frequentare cerimonie ufficiali a cui partecipassero i preti cristiani, odiando sia la puzza d'incenso che quella dei cadaveri sepolti nelle loro chiese (in genere ex-templi che Faberiano senior riteneva profanati ed alla cui vista si sentiva ribollire il sangue), aveva deliberatamente ignorato la visita di Costanzo a Roma, malgrado i consigli del Prefetto dell'Urbe Vitrasio Orfito che riusciva a conciliare l'amicizia con l'Imperatore con la fede negli antichi Dei.

La visita dell'Imperatore, di fede ariana, fu una voluta umiliazione dell'Urbe, ed il suo primo atto era stato la sostituzione con la forza del Vescovo di Roma Liberio, creatura di Costante, attorno a cui si era stretto tutto il Senato.

Liberio era di fede Atanasiana[17], cioè quella cattolica, riconosciuta come unica e vera dal Concilio di Nicea, e si era detto pronto al martirio pur di affermare che Cristo era fatto della stessa sostanza di Dio, piuttosto che di una sostanza "simile": il che dimostra come il martirio sia dispensabile e accettabile da chiunque e per qualunque idea, anche tra coloro che dovrebbero essere quasi d'accordo.

Costanzo, poi, malgrado la trionfale accoglienza decretatagli dal popolino (che in passato aveva acclamato nello stesso modo anche galantuomini come Caligola, Tiberio, Nerone e Commodo, poiché potere e celebrità attraggono i poveri al di là dei meriti personali), si era comportato più come un re persiano che come un Imperatore Romano, abbigliandosi come una divinità orientale, restando solo sulla propria carrozza d'oro con lo sguardo fisso nel vuoto, non concedendo alcun sorriso né atto di benevolenza. Aveva vietato ai pagani, pena la morte di sacrificare agli Dei, non offrì spettacoli, né giochi nel Circo, e non si recò nella Curia ad onorare i Senatori.

Questi, che ormai più che di antica nobiltà erano portatori solo delle smisurate ricchezze fondiarie con le quali potevano assicurarsi i redditi necessari a pagare le tasse patrimoniali che costituivano il prezzo della carica, e che poi dovevano sfruttarla per arricchirsi con le sinecure assicurate dai conseguenti incarichi burocratici e dalle magistrature, accettarono giocoforza di onorare l'odioso Imperatore, ma non poterono rinunciare a fare gli snob e disertarono quanto più possibile la "season", ritirandosi nelle loro sontuose residenze di campagna.

Ne avevano gioito la burocrazia ed i servizi segreti, i potenti "agentes in rebus" agli ordini del Gran Ciambellano, l'Eunuco Eusebio, che avevano iniziato immediatamente ad indagare anche al fine di aumentare la "capitatio" cioè l'imponibile fiscale basato sulla presunta redditività di un fondo e cancellare le eventuali esenzioni di cui molti dei clarissimi senatori godevano sotto Costante.

- Ti diamo il benvenuto, Lucio Cornelio Faberiano. Sappiamo che sei diretto a Lutetia, per metterti agli ordini del Cesare Giuliano e siamo a tua completa disposizione per ogni necessità tu dovessi avere. Peraltro gradiremmo che ci specificassi la vera natura della tua missione e sapere cosa trasporti nelle due magnifiche carruche che fanno parte del tuo seguito.

- Mi meraviglia molto questa tua domanda, Prefetto. Non c'è alcuna missione particolare che io debba svolgere. Sto solo rientrando alla mia unità dopo una lunga licenza trascorsa in convalescenza, a Roma.

- Questo è ovvio, mio caro ragazzo, - era stato il Vescovo Fausto a intervenire con voce suadente - ma chiunque analizzasse il fatto che il figlio di uno dei più potenti banchieri ed industriali dell'Impero, romano di Roma, per di più con un carico che necessita di precauzioni e segretezza, sta attraversando un territorio in subbuglio a causa di infiltrazioni e ribellioni, chiunque, dicevo, sarebbe autorizzato a fare supposizioni e a prendere precauzioni.

- Quello che trasporto è un dono per il Cesare. I miei natali e la mia famiglia non hanno nulla a che vedere con il mio grado ed il mio servizio: sono un ufficiale di cavalleria, non un politico.

- Ragazzo mio, di questi tempi i maggiori problemi politici ce li hanno creati i brillanti ufficiali pluridecorati come te - ribatté il Prefetto, guardando con disapprovazione le falere che brillavano sulla lorica dorata del tribuno.

- Non posso che assicurarvi della mia massima devozione e fedeltà ai miei comandanti ed al Cesare.

- Questo è il punto. Sei proprio certo di essere così fedele anche... all'Augusto?

- Cosa vuoi dire, Prefetto? Al Cesare, all'Augusto, a Roma, all'Impero: non è la stessa cosa?

- Lo dovrebbe, ragazzo, lo dovrebbe. Ma noi abbiamo il dovere di vigilare. Sappiamo che durante la visita dell'Augusto a Roma tuo padre è stato molto scortese, e tu non sei stato per nulla affabile.

- Questo è falso Prefetto, e lo dovresti sapere benissimo, visto che i tuoi servizi di informazione paiono avere molti occhi e molte orecchie.

- Questo potrebbe essere falso a seconda di come si interpretino certi fatti... Ad esempio che tuo padre non ha offerto nessun banchetto in onore dell'Imperatore, né ha partecipato alle cerimonie religiose che il Vescovo di Roma, Felice, ha indetto in onore della cristianissima famiglia imperiale.

Lucio Cornelio stava riflettendo. Doveva essere stato oggetto di accurate indagini: suo padre era molto in vista ed anche se lui non si era mai occupato degli affari di famiglia, era pur sempre uno degli esponenti della nobiltà romana più potente. Ed in quei tempi di trionfo dei provinciali essere romano di Roma, ricco, influente e soprattutto provenire da una famiglia non cristiana era già un buon motivo per venire schedato e considerato sospetto.

- La superbia di voi nobili Romani, ancora pagani ed arroganti, legati ad usi e tradizioni retaggio di un passato da cancellare, è tale che vorreste trattare dall'alto in basso addirittura l'Imperatore, paladino della Chiesa e della Romanità.

Il Vescovo aveva parlato in tono accusatorio. Si era alzato in piedi, e Lucio Cornelio non aveva potuto fare a meno di lasciar trasparire un sorrisetto: difatti la sua altezza era diminuita rispetto a quando era seduto. Si inginocchiò, chinando la testa per non scoppiare a ridere.

- Mio padre è un uomo d'affari, non un senatore, e non si occupa di politica, né di questioni religiose. Io sono un militare, fedele all'Imperatore, di cui sono un umile servo.

- E tu, Lucio Cornelio, in verità sei cristiano o pagano? - Era il Vescovo che aveva parlato.

- Io sono battezzato, ma non sono praticante. Non mi pongo alcun problema spirituale, clarissimi, sono solo un soldato, non pratico di queste cose.

- Ed il tuo carico?

- Ciò che porto non è che una sostanza che potrebbe essere utile nelle campagne che la primavera prossima il Cesare condurrà contro i barbari. Vi prego quindi di lasciarci partire il prima possibile, possibilmente fornendoci una scorta, giacché la nostra è stata decimata in uno scontro con una banda di Alamanni.

- Sappiamo anche questo, Lucio Cornelio. E ci hanno detto che ti sei comportato da valoroso. Bene, ti accordiamo il permesso di proseguire. Ti unirai ad un contingente in partenza dopodomani per Lutetia. Nel frattempo spero che vorrai essere mio ospite domani sera ad un banchetto nella mia residenza.

7.

Il banchetto era stato di una noia mortale. Lucio, abituato alla mondanità di Roma ed allo sfarzo un po' trasgressivo che l'aristocrazia dell'Urbe continuava ad ostentare, era concentrato nel cogliere una qualche occasione per squagliarsela alla chetichella.

L'austerità dei cristiani, molto meno coltivata nelle faccende private, diveniva esasperata nelle occasioni pubbliche. Giacché al banchetto partecipavano il Vescovo ed altri eminenti prelati, le dame non erano ammesse al tavolo principale ed erano abbigliate con tuniche discrete di tessuto pesante.

Il Prefetto ed i suoi ufficiali, invece, erano vestiti con l'alta uniforme della XXIIdeg. legione Primigenia, ed i prelati con ricche tuniche di oro e porpora.

- Guarda che sfarzo, Menandro, nell'abbigliamento maschile, a scapito delle povere matrone che se ne stanno in castigo ad occhi bassi.

- Ma è naturale, caro il mio ragazzo. Qui in Provincia già si prefigura quello che anche a Roma accadrà in un prossimo futuro. La mondanità sarà penalizzata, almeno in pubblico. Le signore torneranno ai loro ginecei, ad occuparsi di ricami e tessitura. La vita sociale sarà riservata ai maschi, preti o guerrieri, che per difendersi dalla noia delle discussioni sulla sostanza del Cristo e sul sesso degli angeli non troveranno niente di meglio da fare che ordire congiure o frequentare, molto, molto segretamente, prostitute e ragazzini. Guarda che miserabili portate: arrosti di bue, di cinghiale, di gallina. Dove sono i pasticci di tartufi, le pance di ghiro, i garretti di elefante, gli sformati di ostriche e gamberi, le code di murene, il raffinato garum, i vini preziosi, i cinghiali interi dalla pancia dei quali si levavano voli di colombe! E dove sono le danze, gli spettacoli erotici, i giocolieri, i duelli gladiatorii che allietavano i commensali tra una portata e l'altra. E che ne è delle belle, colte, raffinate, intelligenti matrone che, stese sui triclini insieme agli uomini, conversavano di arte, di politica, di filosofia e... di piacere! Questi non sono più i miei tempi, Lucio. Io non mi voglio sentire in colpa nel coltivare i piaceri della vita!

- Debbo darti ragione, Menandro: tutto sta diventando così squallido. Non esistono più i divertimenti, non c'è più la gioia di vivere. Noi siamo gli ultimi sussulti di una razza che va scomparendo. Tutto si appiattisce, i mediocri ci stanno isolando con i sensi di colpa ed il falso moralismo. Anche i giochi del Circo sono ormai quasi morti: in questo mondo non c'è più posto per i nobili di Roma.

- Non hai timore di esprimerti così in questo palazzo, cavaliere?

Lucio si era girato di scatto ed era rimasto quasi paralizzato. Il suo cuore si era letteralmente fermato ed un fiotto di sangue gli era salito alla testa. La sconosciuta sacerdotessa della radura era di fronte a lui, con uno sguardo impudente ed una coppa di vino in mano, vestita di una lunga e aderente tunica grigia che avrebbe fatto assomigliare qualunque altra donna ad una Vestale, ma che addosso a lei evocava la nudità sottostante.

- Ti prego, non restare impalato a bocca aperta: non sono che un'umile donnicciola, del tutto indegna di un tribuno di così alto lignaggio.

- Perché vuoi prendermi in giro, Domina? Solo perché bella come sei puoi farti beffe di ogni ammiratore?

- No, cavaliere. Le tue parole, che sono molto pericolose in un posto come questo, mi hanno incuriosita. Fossimo in altri tempi e in altri luoghi potremmo danzare insieme, passeggiare nei giardini, guardarci negli occhi. Ma non qui, non adesso.

- Quando, allora? Tu non sai quanto questo incontro mi abbia sconvolto, e non ne immagini il motivo.

- Non è per i miei begli occhi? Oppure perché il mio cervello inadatto alla modestia delle occupazioni femminili ti intriga e ti spinge alla competizione? No?! C'è dell'altro? Così mi rendi ancor più curiosa!

Lucio era totalmente inebetito, contrariamente al suo solito: in genere con le signore era ciarliero, mondano, impudente e provocatorio.

- Sarebbe il massimo dell'onore per me poterti vedere in privato e spiegarti...

- Beh ne avrai l'occasione, Lucio Cornelio Faberiano. Parto anch'io con il convoglio per Lutetia al quale sei aggregato!

Lucio Cornelio ebbe appena il tempo di assaporare la gioia che gli dava l'inaspettata notizia: un servo gli aveva messo in mano un messaggio.

"Ci sono problemi. Due botti sono scomparse ed una guardia è stata uccisa. Accorri immediatamente. Decio Silano"

Quando sollevò la testa, preoccupato, la giovane era sparita.

8.

La sera prima Lucio Cornelio aveva ricevuto nella caupona[18] dove aveva trovato alloggio la visita del magister che suo padre aveva preposto a tutte le attività in Gallia.

- Ave Lucio Cornelio. Tuo padre ci ha preavvisato del tuo arrivo, e a Lugudunum le notizie corrono in fretta.

- Ave Ennio Valeriano. Spero che qui in Gallia gli affari siano prosperi e che nelle officine della Taberna Faberiana non ci siano problemi.

- Grazie agli Dei, dopo un periodo piuttosto difficile, la situazione si è ora normalizzata. Fino all'anno scorso le strade non erano sicure, tutti i trasporti dovevano essere scortati, e non sempre la legione ci ha fornito la copertura necessaria a causa della guerra. Peraltro la fabbrica di loriche, elmi e finimenti, quella di carri e la fucina sono floride, grazie al continuo afflusso di schiavi Germani: ne abbiamo al lavoro più di ventimila.

- Ti porto i saluti di mio padre, alcuni codici sigillati e delle pergamene contenenti delle lettere di credito. Inoltre debbo chiederti un favore.

- Comanda, Lucio Cornelio, e sarà fatto.

- Il nostro agente tuo collega in Egitto, è venuto personalmente a Roma, la scorsa estate, per comunicarci una scoperta straordinaria. Da almeno un secolo ci era noto che in una località egiziana, la cui ubicazione è tenuta segretissima, affiora dal terreno una sostanza biancastra, cristallina, simile al sale. Da decenni i nostri alchimisti ad Alessandria sperimentano medicamenti ed unguenti di bellezza che poi commerciamo in tutto l'Impero. Tre anni fa, in uno dei nostri magazzini egiziani si è sviluppato un furioso incendio. Ma non si è trattato del solito fuoco che ha bruciato tutto, lasciando cenere e fuliggine. All'improvviso, mentre le fiamme si levavano normalmente, tutta la costruzione è esplosa come se si trattasse di un vulcano in eruzione. Ci sono stati molti morti, che sono volati in aria per oltre cinquanta piedi, ricadendo a terra completamente squarciati. Naturalmente abbiamo tentato di capire: due secoli fa si sarebbe gridato al miracolo e addebitato la responsabilità all'ira degli Dei. Ma noi sapevamo quali sostanze erano stipate nei sotterranei ed abbiamo iniziato a fare degli esperimenti.

- Sono sbalordito.

- Anch'io lo ero. Ma oggi la scienza e la tecnica ci permettono di comprendere molte cose che gli antichi liquidarono come magia. Dopo un anno di tentativi abbiamo scoperto che dando fuoco ai cristalli miscelati ad un'altra sostanza molto comune, si può provocare un'esplosione. Ancora non siamo in grado di controllarla, né di utilizzarla: ma chi deterrà il segreto di questa "magia" terrorizzerà i nemici, e li terrà buoni al di là dei confini. Ho portato con me sei piccole botti ripiene di quei cristalli e sei contenenti sale comune.

- Cosa vuoi che faccia?

- Probabilmente qualcuno sospetta qualcosa. Fatto sta che siamo stati prima seguiti e poi attaccati. Inoltre non capisco quali funzionari imperiali siano onesti e fedeli e quali tramino contro lo Stato. Se vogliamo tutelare gli investimenti della Compagnia ed il bene di Roma dobbiamo fare in modo che il segreto dei bianchi cristalli sia consegnato nelle mani del Cesare o dell'Augusto. Prima di entrare in città ho nascosto le botti con i cristalli in un luogo sicuro: eccotene la mappa. Dovrai farle viaggiare in segreto fino a Lutetia dove me le farai consegnare personalmente.

Rientrando Lucio e Menandro avevano trovato un Decio Silano molto preoccupato.

- Le nostre teste sono in pericolo. Ormai è sicuro che qualcuno ci vuole in trappola, ed io non voglio certo morire per beghe politiche!

- Calmati, Decio Silano. Chiunque abbia ora le nostre botti non si ritroverà che con un pugno di... sale. E poiché non si tratta né di barbari, né di briganti, cosa di cui ormai siamo tutti convinti, penso che d'ora in avanti potremo dormire tranquilli.

9.

Da circa una settimana il piccolo convoglio era in viaggio verso i quartieri invernali del Cesare Giuliano a Lutetia.

Era composto da quattro carruche dormitorie, dotate di ogni comfort, sei carri carichi di legionari, e una dozzina di plaustri che trasportavano merci, equipaggiamenti e provviste, dietro i quali trotterellavano incapezzati i cavalli da sella. Si percorrevano in due tappe circa quaranta miglia al giorno e solo raramente erano stati cambiati i muli alle mutationes del cursus publicus, dove però ci si fermava spesso per offrire ai viaggiatori un po' di ristoro.

Lucio Cornelio era sempre il primo a scendere, nella speranza di incontrare la dama misteriosa, che finora non era mai uscita dalla sua lussuosa carruca argentata dalla tonda copertura di finissimo cuoio intarsiato a sbalzo, e dalla quale due ancelle andavano e venivano velocemente senza rivolgere la parola a nessuno.

Ogni tanto, per sgranchirsi, lui e Decio Silano caracollavano ai lati del convoglio sui due stalloni e facevano brevi puntate in avanti con la scusa di controllare lo stato della strada: in realtà tentavano di curiosare, ma con scarso successo.

Nelle tre notti passate in stanze preparate nelle mansiones, le stazioni di posta più grandi i cui prepositi venivano avvertiti dalle staffette che li precedevano, lei era sempre riuscita ad evitare ogni contatto con chiunque, salendo nell'alloggio a viso coperto e circondata dal suo piccolo seguito.

Infine una sera arrivarono in vista dei bagliori della città, e fu deciso di passare la notte al campo, per poi entrare alle prime luci dell'alba.

I soldati avevano acceso un grande fuoco al centro di una radura ed arrostito dei volatili allo spiedo: qualcuno cantava, altri ridevano in coro alle pesanti battute di un paio di veterani.

Menandro che passava le lunghe ore di viaggio a tentare di leggere o scrivere, continuamente preso in giro da Lucio ogni volta che le ruote si andavano ad incastrare fra le sconnessioni del selciato, si era addormentato su uno dei due letti della carruca. Lucio, come al solito insonne, era uscito a passeggiare al fresco della sera. Un sentiero ai margini della radura si inoltrava in un faggeto: lo percorse fino ai limiti dell'altura su cui erano accampati e si fermò a guardare la città, che splendeva sotto la luna piena.

- Nostalgico?

Era lei, alle sue spalle, e lui percepì in quel momento che entrambi già sapevano che quello era un appuntamento.

- Felice.

- Si può ancora esserlo?

- Perché no? Il mondo è nostro, il futuro è nostro e la vita è un'avventura talmente mutevole che ogni giorno riesce a stimolare la mia curiosità. Finché ci saranno domande che aspettano risposte, e sogni in attesa di avverarsi... si, si può essere felici.

- Vorrei un po' del tuo entusiasmo e della tua... curiosità. Ho paura che le mie domande siano quelle di Cassandra.

Lucio si girò verso di lei e guardò il suo volto al chiarore della luna. La sua bellezza, e la sua tristezza, gli creavano un dolore fisico al centro del torace. Le prese lievemente le guance fra le mani e la fissò negli occhi.

- Perché?

- Perché so che dobbiamo seguire il nostro destino. Perché questo mondo non è più il nostro, e parlo anche per te, Lucio Cornelio, anche se tu ora non lo sai. Perché ho letto qualcosa nelle tue stelle, e ciò che ho letto non mi è piaciuto, perché non dovrei essere debole... e invece lo sarò.

Lo baciò sulla bocca, a lungo, dolcemente. Poi se ne andò.

10.

Erano entrati all'alba, da sud, dal cardo maximus[19] che a circa due miglia dalla riva sinistra del fiume, con cui formava una T, iniziava a essere fiancheggiato da un borgo di piccole case in legno che man mano che ci si inoltrava divenivano vere e proprie insule a più piani. All'altezza dell'incrocio con il decumano sorgeva un'altura, pomposamente chiamata il "Parnaso", ai piedi della quale si apriva un grande foro. Dall'altro lato iniziava l'insediamento militare, circondato da una robusta palizzata.

Fu qui che il convoglio si sciolse: i militari entrarono nel castrum, mentre i civili proseguirono verso l'isola a forma di nave che sorgeva in mezzo al fiume.

Lucio Cornelio, presentatosi all'ufficiale di guardia e sistemati gli uomini e l'equipaggiamento si diresse al circolo ufficiali per avere notizie sull'ambiente ed informazioni sul come presentarsi al prefetto della Legione.

- Lucio Cornelio Faberiano!? Lavativo e figlio di papà! Pensavamo ti fossi fatto prete: due anni di convalescenza per un taglietto, non ti vergogni?

Una sonora risata lo accolse e prima che se ne rendesse conto era annegato fra due pelose braccia d'orso che poi lo presero a pacche sulla schiena e gli misero un bicchiere di vino in mano.

- Melezio! Ebbene, si! Malgrado abbia dovuto subire le tue arti di chirurgo, sono sopravvissuto.

Melezio Porfete era il medico chirurgo che a Colonia aveva suturato la ferita di Lucio salvandolo da una morte certa per dissanguamento. A Lutetia era responsabile dell'ospedale da campo della guarnigione, che in tempo di pace sopperiva anche alle necessità della popolazione civile.

- Dimmi, come vanno le cose in questo avamposto sperduto?

- Avamposto sperduto?! Si vede proprio che sei un novizio! Questa sta diventando una metropoli di diecimila anime! Da quando il Cesare è qui stanno arrivando centinaia di nuovi abitanti ogni giorno ed anche la vita mondana è esplosa.

- Bene, quindi non c'è da annoiarsi!

- Abbiamo un teatro di mimo, un anfiteatro con dei munera[20] decenti, organizziamo corse nel Campo di Marte, e la collina sopra il foro è piena di dolci donnine galliche che parlano il latino con un delizioso accento strascicante e che conoscono tutte le arti greche e spagnole! Se non fosse per i dannati preti che tuonano contro noi poveri gaudenti e tentano di far chiudere le terme miste, questo sarebbe il giardino delle delizie!

- E il Cesare?

- Il Cesare è una gran brava persona, un po' fissato con la filosofia, ma con un coraggio da leone ed un'astuzia da volpe. Pensa, fino a due anni fa non aveva mai visto un'aquila di legione, poi nella campagna di questa primavera ha ricacciato Franchi ed Alamanni al di là del Reno ed ha ripreso Argentorate e Colonia. Inoltre è giusto e non spreme la provincia con le tasse. Cosa si può pretendere di più?

Lucio Cornelio aveva preso alloggio all'interno del castrum e gli era stato assegnato il comando di un'unità di cavalleria, mentre a Decio Silano era toccato quello di un reparto di guastatori aquitani. Gli fu necessario qualche giorno per ambientarsi, organizzarsi con il servizio di addestramento, conoscere gli altri ufficiali e partecipare alle riunioni di stato maggiore. Gli era stato assegnato come aiutante di campo un giovane greco di circa venticinque anni, che il giorno stesso del suo arrivo gli si presentò a rapporto.

Quando lo vide non poté fare a meno di meravigliarsi: il ragazzo era uno spilungone allampanato, debole di vista e dall'aria intellettuale, che sulle prime gli sembrò del tutto inadatto alla vita militare. Ma appena cominciò a scambiare con lui qualche parola, fu immediatamente colpito dal suo acume e dall'energia volitiva che sprizzava dai suoi occhi mobilissimi.

- Ave, tribuno. Il mio nome è Ammiano Marcellino[21]. Ti sono stato assegnato come aiutante di campo. Sono esperto nelle comunicazioni e nell'amministrazione logistica. Sono a tua completa disposizione.

- Bentrovato, Ammiano. Ho letto il tuo curriculum che mi ha grandemente sorpreso! Sei talmente giovane che mi meraviglio del tuo stato di servizio: con la cavalleria di Ursicino in Italia, in Germania, qui in Gallia, poi in Dacia[22] e perfino ai confini con i Parti!

- Effettivamente il magister equitum Ursicino mi ha onorato della sua amicizia... Sono stato il suo aiutante fino al disgraziato assedio di Amida[23].

- Eri ad Amida?! Ma è stato pochi mesi fa!

- Si, ed è stato terribile. Tutti i civili romani massacrati ed i nostri reparti talmente scoordinati e indisciplinati da trascinare la vergogna della loro inettitudine sul mio ottimo comandante. È stata una grande vittoria per i Parti ed un'angosciosa ferita per il nostro Impero.

- E come mai ora sei qui?

- Ursicino è sotto inchiesta e l'Augusto è rientrato a Costantinopoli per organizzare la reazione. Sono stato mandato come messaggero prima alle legioni sul Danubio e poi qui in Gallia a Lugudunum.

Lucio non poté trattenere un sorriso.

- Avrai conosciuto l'ottimo prefetto Flavio Fiorenzio!

- Ottimo davvero, nobile Lucio!

Lo sguardo che intercorse fra i due li fece intendere al volo e da quel momento non vi fu più bisogno di parole.

- Ci sarà parecchio lavoro da fare, qui. Il reparto non mi sembra particolarmente brillante, le reclute ed i cavalli hanno bisogno di addestramento.

- Mi metterò subito al lavoro, tribuno. Posso dirti qualcosa di... personale?

- Parla pure, Ammiano.

- Sono giovane, ma ho visto molte cose e frequentato molti reparti in molti teatri di battaglia. Conosco la storia, la letteratura e la filosofia, ma soprattutto so leggere nel corso degli astri. So chi sei e da che famiglia vieni, quindi ho molta stima di te e sono orgoglioso di essere stato nominato tuo aiutante. Peraltro ti prego di stare in guardia: si preannunciano tempi bui per la nostra civiltà e ci sono cose che non so spiegare che mi spingono a interpretare tante piccole coincidenze che hanno preceduto il tuo arrivo, come se fossero piuttosto parte di un disegno preordinato.

- Spiegati meglio.

- Non so. È presto per trarre conclusioni, ed io non voglio sembrare il pessimista che dicono che io sia. Sei stato inviato qui, alla corte di un Cesare che tutti sanno essere poco più di una vittima sacrificale. Sei certamente atteso, dagli amici e dai nemici. Tu non sei un ufficiale qualunque: e di questi tempi non si sa bene da quali trame ci si debba guardare. Non posso esprimerti fatti precisi: sono solo sensazioni. Per ora posso dirti solo di guardarti spesso dietro le spalle.

Dopo che tutti i suoi doveri furono assolti, la vita di caserma normalizzata ed un certo carico ricevuto dal sud, attraverso un riluttante prefetto della Legione chiese udienza al Cesare, giustificando la prassi anomala con "motivi di massima segretezza".

11.

Lutetia Parisorum, che ormai tutti in Gallia chiamavano più brevemente Parisii, era stata inizialmente circoscritta nell'isola sulla Senna, come anticamente fu per Roma. Contrariamente a Roma, dove il palazzo imperiale venne eretto sul colle Palatino, più a ridosso del fiume di quanto non fosse il monte Parnaso, il nonno dell'Imperatore Costanzo si era fatto costruire la residenza ai piedi della collina[24].

Si trattava di una costruzione austera, fortificata da grosse mura e circondata da un fossato, come si conveniva ad una terra vicina alle estreme frontiere: niente che ricordasse gli splendidi, policromi marmi ornati ed i biancheggianti colonnati del gigantesco Palatium romano dei Cesari.

Lucio si era avviato a piedi verso il ponte, nel sole pallido, ma limpido dell'alba. Sulla riva sinistra della Senna era tutto un brulicare di banchi che esponevano gli animali e le merci più svariate. C'erano barbari di ogni razza che urlavano decantando la propria mercanzia, argentari che sedevano attenti dietro i loro banchetti in attesa di clienti che necessitassero di monetizzare, ruffiani melliflui nel tentare di attrarre i viaggiatori verso i postriboli delle strette viuzze alle spalle del ponte e poi lottatori, giocolieri, mimi, soldati, borseggiatori, pittori, venditori di focacce... Per farsi strada doveva scansare le persone: nessuno si faceva rispettosamente da parte, come sarebbe accaduto a Roma, al cospetto dell'uniforme e delle decorazioni di un tribuno della cavalleria Imperiale.

Appena fu identificato, il ponte di legno venne abbassato e passò nel cortile interno brulicante di armati e di macchine belliche; poi venne condotto dall'ufficiale di guardia.

- Ave tribuno. Siamo stati informati della tua visita. Il Cesare ti sta aspettando.

Venne introdotto in una grande sala al secondo piano dell'edificio. Si era aspettato un'anticamera lunga quanto tutta la mattinata, invece fu fatto passare subito.

La sala era spoglia, non c'erano mosaici, né marmi, né colonne. I mobili di legno scuro erano solidi, ma austeri. Solo dei grandi arazzi coprivano le mura in mattoni sulle quali si aprivano feritoie strette e lunghe. Un gruppo di persone era chino su una enorme carta geografica stesa su un tavolo di legno nero, lungo almeno quindici piedi e discuteva animatamente.

La figura che era al centro del tavolo parlava in fretta e sembrava dominare il dibattito, anche se era di media statura ed abbigliata in modo poco appariscente: una semplice tunica di velluto azzurro, stretta in vita da una cintura di cuoio, sotto la quale si intravedevano due brache galliche e dei semplicissimi calzari. Ciò che però lo distingueva dagli altri era una barba folta e ispida, ma curata e tagliata a punta, che lo faceva rassomigliare a Marco Aurelio e gli dava un aspetto greco: nessuno fra i romani si sarebbe sognato di farsi crescere la barba, negli ultimi cinquant'anni. Dimostrava non più di venticinque anni, ma il suo sguardo era profondamente espressivo, e le decine di piccole rughe che incorniciavano gli occhi, mobili e guizzanti, sembravano quelle di un uomo molto più maturo.[25]

Quando si accorse della nuova presenza nella stanza, si interruppe ed alzò gli occhi: poi sorrise, girò il tavolo ed andò incontro all'ospite.

- Ave! Tu devi essere Lucio Cornelio Faberiano. Finalmente ti conosco: si è parlato molto di te qui, ultimamente.

Malgrado si esprimesse in un latino orrendo, dal pesante accento greco-asiatico, il suo sorriso era franco ed aperto: Lucio Cornelio, da troppo tempo rassegnato agli intrighi dei cortigiani e dei senatori, né fu conquistato a prima vista. Lo guardò negli occhi e fece per inginocchiarsi, ma venne immediatamente trattenuto.

- Ave, Cesare. Sono felice e riconoscente dell'onore che mi fai.

- Basta, basta... niente formalismi, questa è una riunione militare e qui siamo tutti gente pratica. Ti presento il mio stato maggiore ed i miei amici: il questore Saluzio, mio maestro e consigliere, Euterio mio cancelliere, Oribasio mio amico e medico personale, Evemero scienziato e filosofo, Dagalaif magister equitum, il legato Galerio, Mauro tribuno dei Petulanti. È più di un mese che stiamo studiando le mappe della nostra campagna di primavera contro le ultime sacche di resistenza e brigantaggio. Quest'inverno il lavoro sarà enorme: dovremo costruire attrezzature, organizzare l'addestramento, preparare i cavalli, allestire imbarcazioni... è importante consolidare le nostre vittorie sui Franchi e gli Alamanni, affinché chinino la testa e si rassegnino definitivamente. La campagna dovrà essere rapida, violenta e risolutiva.

Lucio era eccitato: si sentiva a casa propria, parte di un gruppo straordinario, orgoglioso di essere in quella stanza dove l'incredibile energia del capo comunicava entusiasmo e fiducia a tutti i presenti.

- Darei un occhio per poter contribuire ai tuoi fini. Puoi contare sulla mia completa dedizione: la mia unità sarà assolutamente pronta prima che finisca l'inverno.

- Lascia il tuo occhio al suo posto, sono convinto che lì ci servirà più che altrove! Invece sappi che da te mi aspetto molto di più del comando di un'unità. Qualcuno mi ha detto che sei un ottimo progettista: ed io ho certe idee che necessitano di qualcuno che sappia metterle nero su bianco e sappia poi realizzarle! Te la senti?

A Lucio girava la testa. Le cose stavano andando come neppure nei suoi sogni più sfrenati avrebbe potuto immaginare. Adorava quell'uomo!

- Cesare, come puoi chiedermi se me la sento?! Dimmi solo cosa vuoi che faccia e non smetterò più!

Tutti i presenti scoppiarono a ridere nel vedere lo smarrimento e l'ingenuo entusiasmo del giovane. Giuliano, si guardò intorno ammiccando.

- Abbiamo saputo che hai preso una strigliata dal nostro ineffabile amico prefetto e dal suo compare prete!

Lucio non era preparato anche a questo. Farfugliò, assentendo.

- Ti dovrai abituare alla politica, amico mio. Io non mi ci abituerò mai! Ma qualcuno dei presenti mi esorta continuamente a farlo: dicono che mi consigliano così perché tengono alla mia testa... ma io sono abituato a farla ragionare in completa libertà, non ad usarla per indossare un bel collare con guinzaglio. Fatto sta che tutti noi stiamo qui... in osservazione. Dobbiamo difendere le frontiere, ma senza pavoneggiarci troppo: se no diventiamo fastidiosi!

C'era molta amarezza in quelle parole dette in tono scherzoso. Tutto si sarebbe potuto vedere nel carattere del giovane Cesare, tranne la tendenza all'intrigo ed alla lotta per il potere.

- Comunque, non ci preoccupiamo e facciamo il nostro dovere. Signori, ci vediamo a cena. Lucio, tu aspetta ancora un momento.

Quando furono soli, Giuliano lo guardò, pensieroso.

- Qual'è la situazione a Roma?

- La nobiltà è molto contrariata. I tre quarti soffrono delle limitazioni che vengono imposte contro le antiche tradizioni e l'antica religione, il resto è cristiano, ma di fede tradizionale, ed è fedele al Vescovo Liberio. Quando l'Augusto lo ha fatto arrestare ed ha insediato Felice, che è ariano, l'opinione pubblica si è ribellata. C'è molto malcontento.

- Anch'io sono scontento. L'antico carattere greco e romano viene calpestato. Le virtù e le usanze che ci hanno fatto grandi sono sconvolte. Molti si chiedono come abbia fatto un borgo periferico su un piccolo fiume a conquistare il mondo.

Io dico che è stato soprattutto perché gli abitanti di quel piccolo borgo erano sicuri di essere i predestinati, gli eletti dalla fortuna, di avere la protezione del cielo. Nessuno si è mai chiesto chi ci fosse in quel cielo, come volesse essere onorato, che aspetto avesse, né di che sostanza fosse fatto. Si sapeva che qualcuno ci aveva creato e che quel qualcuno favoriva noi. Si certo, ai poveri e agli ignoranti abbiamo raccontato favole di divinità umanizzate, con debolezze e vizi, ma solo per controllare meglio le masse. La realtà è che noi facemmo un patto col cielo, e la parte sostanziale di quel patto era che mantenessimo il nostro carattere e la nostra fierezza. Qualsiasi individuo colto aveva un suo personale rapporto con il Creatore, obbediva alle Leggi Romane, si comportava da Romano. I sacrifici erano solo un atto formale, necessari alla tradizione ed al cerimoniale: nessuno era obbligato a sottostare ad una gerarchia organizzata di preti professionisti. I nostri Sacerdoti, che sono sempre stati funzionari civili, mai hanno preteso di regolare i più intimi comportamenti individuali dell'Uomo. Oggi i preti cristiani interferiscono con la politica ed i comportamenti e malgrado affermino l'esaltazione dei diritti umani in nome di una astratta "bontà" li revocano poi con costrizioni assurde come l'indissolubilità del matrimonio, l'obbligo di procreare se si vuole fare l'amore, l'emarginazione delle donne!

- Ma... non sei dunque cristiano?

- Ufficialmente lo sono, come te. Ma il mio cuore è Romano ed il mio cervello è Platonico. Non ne posso più di questo mondo di preti: i nostri Pontefici Massimi non si sono mai sognati di imporre comandamenti nel campo della morale o di perseguitare qualcuno per motivi religiosi.

- Non ti nascondo che, anche se non ci ho mai pensato molto, sono piuttosto d'accordo con te.

- Bah, perdonami lo sfogo. parliamo di cose pratiche. Io sapevo del tuo arrivo: tutti qui sanno chi sei e da che famiglia vieni. Sanno anche che sei un uomo intelligente, colto, preparato. Quindi stavo per farti chiamare: ma mi hai preceduto. C'è qualche motivo particolare?

- Si Cesare. Ti ho portato una scoperta molto interessante. E credo ti interesserà sapere che il Prefetto Flavio Fiorenzo mi ha fatto spiare ed ha avuto toni che mi hanno dato da pensare.

- Il mio Augusto cugino, caro amico, non si fida di me e fa molto male, ma capisco che al suo posto chiunque non si fiderebbe. La vita da Imperatore è più scomoda e pericolosa di quella da Cesare: lui deve guardarsi da tutti, io solo da lui! Spero che tu mi creda se affermo che quella vita non mi attrae affatto: non penso neppure lontanamente di tradirlo. Ma come convincerlo? La mia buona fede è lampante, eppure sono circondato da spie. Fin dall'inizio Costanzo mentre con la mano destra mi ha incoronato, con la sinistra ha cominciato a tarparmi le ali. Parlami della scoperta.

- Ti porto il segreto di una polvere che fa al nemico l'effetto di una grande magia, gettando lo scompiglio e seminando il terrore. Credo che ci sarà utile questa primavera.

Quando Lucio si addentrò nei particolari tecnici gli brillavano gli occhi: tracciava e cancellava freneticamente con lo stilo disegni su una tavoletta di cera, mentre l'altro ne beveva le parole.

12.

L'enorme sala dalle pareti disadorne era molto più allegra dei sontuosi triclinia dei palazzi di Lugudunum e di Vienna. Le risa delle dame, i lazzi dei cavalieri, le animate discussioni fra i dotti echeggiavano fra le austere mura in mattoni e le alte volte quadrifronti. Tre lunghi tavoli disposti ad "U" ospitavano una cinquantina di commensali che, seduti, assistevano ad una serie di piroette di nani acrobati illirici che saltavano mobili ostacoli di torce che poi venivano ingoiate da due giganteschi mangiafuoco cappadoci. Malgrado le brutte notizie che erano arrivate dal Reno, dove si segnalavano nuove scorrerie degli Alamanni, dall'interno, a causa delle ribellioni scatenatesi in odio ai recenti aumenti fiscali, e dalla Sede Imperiale, l'atmosfera era gaia e serena anche a causa dell'annuncio che il Cesare aveva fatto poco prima, brindando.

- Amici, che siate partecipi della nostra felicità. La mia cara moglie Elena, sorella del nostro Augusto Imperatore, mi ha appena comunicato una notizia che mi ha riempito di grande gioia: è in attesa del mio erede! Brindo a lei ed al più giovane dei Flavi!

Un applauso aveva accolto l'annuncio, anche se alcuni avevano masticato velenosi commenti. A Sintula, gran scudiero e capo dei servizi segreti di Costanzo, il vino era andato di traverso: guardò di sottecchi il suo vice, Pentadio.

- Manda immediatamente un messaggero con la notizia a Costanzo. Raccontane sia il contenuto che il modo in cui Giuliano l'ha presentata: Costanzo e l'Imperatrice Eusebia, non hanno figli, e la parola "erede" in bocca al Cesare sa di tradimento!

Accanto al marito, la timida Elena arrossì ed abbassò gli occhi nel rispondere alle manifestazioni di affetto dei presenti. Benché abbigliata con una ricca tunica di preziosi tessuti orientali, su cui era drappeggiato un mantello di velluto verde, e pettinata con una complicata acconciatura, era decisamente bruttina e mancante di fascino: naso forte e tondo, fronte bassa, mascella prominente, labbra sottili. Pendeva letteralmente dalle labbra di Giuliano, che adorava ed ammirava in silenzio e dal quale era rispettata, amorevolmente accudita, ma poco calorosamente amata. Questi del resto era troppo iperattivo e troppo intellettuale per potersi dedicare anima e corpo ad una donna. Era di quegli uomini che probabilmente avrebbero abdicato solo in nome di una grande, dirompente passione. Non era però Elena il tipo di donna capace di suscitarla: quindi Giuliano tendeva a coccolarla, a proteggerla, ma a passare le sue notti a scrivere, leggere i classici ed esaminare i resoconti che gli arrivavano dai funzionari gallici.

Gli amici del Cesare gli si avvicinarono per abbracciarlo. Primo fra tutti il medico Oribasio, l'amico di sempre, che era stato il primo a dare la lieta notizia. Poi il nobile questore Saturnino Secondo Saluzio, un gallo che dopo aver ricoperto tutte le cariche più importanti della Provincia era ora questore delle Gallie e consigliere privato del Cesare. E ancora il libico Evemero, il cancelliere armeno Euterio e Mauro, ufficiale dei Petulanti, ed ancora i prefetti dei Catafractari, della cavalleria leggera, della fanteria...

Lucio Cornelio era frastornato dal nuovo ambiente, ed aveva ancora delle difficoltà ad identificare tutti i personaggi della corte e le relazioni che li legavano. Sebbene felice e lusingato ancora non era abituato a considerarsi parte della ristretta cerchia dei collaboratori del Cesare e continuamente chiedeva notizie sui commensali alla dama che gli sedeva a fianco.

In quel momento uno strano personaggio, che indossava una solenne toga bianca bordata di una linea turrita color porpora ed un nastro bianco sulla fronte, si era avvicinato al Cesare e aveva imposto le mani su di lui.

- Figlio. Mentre tutti gioiscono, io sono allo stesso tempo triste e fiero. La Dea mi ha parlato. Da ciò che annunci questa sera nasceranno due eventi: uno triste e malvagio, l'altro nobile e glorioso. Entrambi ti guideranno al tuo alto destino: tu sei votato a due grandi imprese. La prima sarà grande e sfortunata, la seconda regalerà all'umanità una nuova età dell'oro.

- Chi è quel vecchio?

- Scherzi?! Veramente non lo conosci? Quello è l'ultimo degli Eumolpidi, lo ierofante del tempio di Eleusi.

- Intendi dire di Eleusi... in Grecia? E cosa ci fa qui?

- Giuliano lo ha chiamato a corte, perché sembra che stiano tramando insieme dei piani per la ricerca di un misterioso libro sacro e per organizzare la ribellione ai preti cristiani. Sai che il Cesare si diletta di magia?

- No, non lo sapevo. Mi sembra piuttosto un ottimo comandante, un saggio amministratore, un colto filosofo, ed un discreto scienziato.

- Macché... Sacrifica continuamente al Dio Elios e compie atti di magia: si alza da terra, evoca spiriti, muove oggetti, fa apparire cibi e vini...

- Domina, non stai esagerando?!

Non aveva finito di pronunciare queste scherzose parole che, come già in passato, un colpo improvviso gli fece gelare il sangue prima ancora di capire perché stava succedendo...

- Chi... chi è quella dama che sta entrando ora con Secondo Saluzio?

- Quella in rosso, con la pettinatura complicata e la tunica così scollata da essere adatta solo ad un lupanare? Galla Saluzia, sua figlia, poverina.

Finalmente Lucio conosceva il nome della donna il cui ricordo non lo faceva ormai dormire da settimane: era una grande gioia scoprire che si trattava della figlia dell'uomo che da subito gli aveva dimostrato simpatia ed amicizia.

Saturnino Secondo Saluzio era un uomo maturo, di circa quarantacinque anni, forte e muscoloso, con una barba grigia piuttosto corta e due occhi chiari che emanavano serenità e fermezza. Benché fosse stato nominato questore delle Gallie da Costanzo allo scopo di limitare il potere di Giuliano, conosciutolo a fondo ne era diventato il miglior amico e consigliere. Vestiva con un prezioso mantello di stoffa orientale drappeggiato sulla toga, dalla quale emergevano dei calzari gallici intarsiati d'oro di raffinata fattura. Con la figlia, elegantissima in una lunga tunica rossa riccamente drappeggiata, formava una coppia splendida che aveva subito attratto gli sguardi dei convitati.

- Perché poverina? Splendida, sfrontata, arrogante forse... tutto mi sembra fuorché poverina!

- Eh, non è tutto oro ciò che riluce! Saluzio è caduto in disgrazia presso l'Imperatore Costanzo: e questi, che come sai è un tipo permaloso e vendicativo, ha ordinato che la figlia vada in sposa al generale Flavio Lupicino. Se lo guardi, capisci perché ho detto poverina.

La figura indicata dalla donna era affaccendata nel tracannare rumorosamente vino da un cratere, mentre nelle mani continuava a tenere pezzi di arrosto. Era talmente grasso che gli occhi quasi scomparivano nelle guance, ridotti a poco più di fessure.

- Mi hanno detto che come generale è un disastro!

- Sarà... ma è il referente diretto di Costanzo, ed è purtroppo colui che è incaricato di mettere i bastoni fra le ruote al Cesare quando questi prende troppe iniziative.

- Quindi si tratta di una... punizione?

- E contemporaneamente di un premio: l'Augusto getta un osso al suo mastino e punisce un traditore!

- Perché traditore?

- Tutti coloro che sono accusati di sobillare il Cesare, che contribuiscono a metterlo in miglior luce, sono considerati traditori da Costanzo. Tu non sai quante volte in questi anni i generali di Costanzo hanno rifiutato di mandare aiuti a Giuliano su ordine dell'Augusto. Sembra che tra indebolire l'Impero e sminuire il Cesare Costanzo scelga sempre la seconda soluzione.

- Ma allora perché l'ha nominato Cesare?

- Ovvio: aveva bisogna di una figura fantoccio con un nome prestigioso da esibire ai barbari per spaventarli ed ai Galli per tranquillizzarli. Ma Costanzo è un incostante, un introverso, un indeciso... Teme la stoffa e la trasparenza di Giuliano, quindi ne controlla ogni respiro e provvede a rendergli la vita difficile affinché non cresca troppo e non si faccia venire idee di ribellione.

Le portate si susseguivano, così come gli spettacoli di fronte ai tavoli. Lucio fissava Galla, la quale appena entrata aveva gettato nella sua direzione uno sguardo furtivo, subito distolto. Ora che sapeva era da un lato più felice, dall'altro più disperato: Lupicino era cristiano, ed i matrimoni cristiani sono indissolubili "fino a che morte non separi".

Alla fine del pranzo Giuliano chiamò Lucio.

- Tu che sei uno scienziato, hai esperienza di papiri e pergamene?

- Non particolarmente, perché?

- C'è la possibilità che un tomo di tre secoli fa, se conservato in un luogo non particolarmente asciutto, sia ancora sfogliabile e leggibile?

- Direi di si, a meno che non sia stato mangiato dai topi o dal fango!

Giuliano guardò Oribasio.

- Bene, allora è deciso. Andremo a far visita a quel Mitreo durante la prossima campagna di primavera. E poi i maledetti vescovi ci spiegheranno parecchie cose!

Lucio, in piedi accanto ad una colonna, con una coppa di vino dolce in mano, si guardava intorno. Il banchetto ormai volgeva al termine e molti commensali si erano alzati dai tavoli: alcuni per adagiarsi sui triclinia e proseguire la conversazione, altri per gironzolare nell'enorme salone e intrattenersi in gruppetti, tutti con la coda dell'occhio al centro della sala, dove un balletto di danzatrici asiatiche seminude si esibiva in pregevoli acrobazie.

- È raro di questi tempi un ricevimento così all'antica. A Roma se ne fanno ancora di così splendidi e... immodesti?

Flavio Lupicino si era avvicinato a Lucio con la coppa levata, come per toccare i bicchieri. Questi, vincendo l'odio, lo accolse con il suo miglior sorriso.

- A Roma la maggioranza della popolazione è ancora legata alla vecchia religione ed alle vecchie tradizioni. Ammirare le forme delle belle donne ed i combattimenti degli uomini forti, a Roma ancora non è "peccato". Del resto, - non poté fare a meno di aggiungere, - da quando pochi anni fa il vescovo di Roma Pio, arrampicandosi sugli specchi, ha inventato ben centocinquant'anni dopo la morte di Gesù Cristo il geniale meccanismo attraverso il quale ci si può "pentire" ed essere così perdonati anche dopo aver commesso qualsiasi bassezza, non mi sembra ci sia da preoccuparsi!

- Credevo fossi cristiano, tribuno.

- Non sono praticante, generale. - I titoli erano stati calcati da entrambi, - so solo di essere un Romano: non mi scandalizzano, quindi, questo genere di divertimenti.

- Ho saputo che sei entrato nelle grazie del Cesare, al punto che sei stato sollevato dal tuo comando ed assegnato al suo Stato Maggiore. Devi stare molto in guardia: il Cesare non è che un esecutore degli ordini dell'Imperatore e stargli troppo vicino può diventare pericoloso per un giovane ricco e ambizioso.

- Ti assicuro che il mio compito è solo quello di progettare e sviluppare le idee tecniche del Cesare. Non mi interesso di politica.

- Mi fa piacere sentirtelo dire: di questi tempi due orecchie giovani ed insospettabili sono molto preziose se poste accanto ad un elemento le cui pericolose manie di grandezza preoccupano non poco l'Augusto. Sono certo che ti rammenterai di quanto ti ho detto e, secondo il giuramento che hai fatto all'Imperatore, mi farai prontamente sapere se verrà detto o fatto qualcosa che minacci la stabilità dell'Impero.

Lucio aveva chinato la testa ed il grasso generale si era allontanato, avvolgendosi nel mantello rosso che ricopriva la pesante armatura da catafractario della sua alta uniforme.

Lucio non poté fare a meno di pensare che neppure un cavallo frisone avrebbe retto il peso di quella mole oltre a quello dell'armatura a scaglie che nelle legioni dei catafractari rivestiva completamente sia il cavaliere che il cavallo. Un cavalleggero come lui, abituato ad addestrare e ginnasticare i cavalli di fino, affinché eseguissero salti e agili evoluzioni classificava l'ottusa equitazione di sfondamento propria dei catafractari come appartenente ad una categoria inferiore. Ricordò di aver sentito dire che due anni prima il comandante dei catafractari che aveva accompagnato Giuliano nelle sue prime azioni contribuendo alla liberazione di Augustudunum[26], Colonia e delle città galliche sul Reno era stato sostituito da Costanzo con Lupicino, il quale alla sua prima azione sotto Argentorate aveva portato la legione in una zona paludosa, facendola impantanare sotto il peso delle armature. I fanti Franchi erano apparsi da ogni albero e, armati di lance leggere, avevano iniziato una strage di cavalli e cavalieri indifesi. Solo un attacco delle riserve di veliti Regii e di cavalleggeri comandati personalmente dal Cesare avevano evitato lo sterminio totale della legione e rovesciato gli esiti della giornata. Da quel momento Lupicino era stato nominato comandante in capo dell'esercito, ma sollevato dal comando operativo dell'unità: aveva continuato ad ingrassare, trovando più comodo il mestiere di cortigiano e spia che quello di guerriero. Era insopportabile pensare che una creatura come Galla Saluzia dovesse essere profanata da quel maiale.

13.

Lucio ormai era assegnato in pianta stabile allo stato maggiore del Cesare e partecipava continuamente ai consigli che si tenevano sulle azioni militari ed amministrative. Aveva affittato un appartamento al piano terra di una piccola insula di tre piani nell'isola sulla Senna, dove Menandro aveva subito stabilito una specie di quartier generale dell'organizzazione domestica. Vi tornava la sera, dopo aver assolto gli obblighi a palazzo ed aver lavorato nel pomeriggio i cavalli suoi e dello squadrone insieme ai subalterni nei grandi maneggi del castrum. Lupicino era partito per la Britannia per una missione punitiva contro alcune tribù di Pizi e Galla Saluzia non usciva mai dai suoi alloggi a palazzo.

L'inverno era alle porte ed il pretore urbano di Lutetia, come ogni anno, era disperato: era suo obbligo, infatti, provvedere ad integrare di tasca propria lo scarso stanziamento imperiale per i ludi publici che dovevano essere offerti per celebrare i Saturnali[27], e gli spettacoli costavano sempre di più, pur continuando a scendere di qualità.

Da tutti i villaggi della Gallia Settentrionale accorrevano in città migliaia di villici che trovavano alloggio presso conoscenti, nelle locande, financo nei fienili perché la festa era ogni anno più sfrenata, quasi una rivalsa al moralismo che da qualche decennio aveva abbassato il tono dei divertimenti ordinari.

Le feste sarebbero iniziate con un gigantesco banchetto pubblico nel foro principale dell'isola, al quale sarebbe seguita una notte di libagioni e di bagordi. L'indomani nel circo, dalla mattina al tramonto ci sarebbero stati combattimenti di gladiatori e venationes. Dalla sera fino all'alba la festa sarebbe stata movimentata da rappresentazioni teatrali, giochi di saltimbanchi e richiami di legioni di donnine che si sarebbero offerte nei numerosi lupanari ed anche nei vicoli.

L'ultimo giorno (ormai in provincia i Saturnali duravano tre giorni e non sette come una volta a Roma) le corse di cavalli nel circo avrebbero chiuso i festeggiamenti. La gente era eccitata e tutti preparavano in gran segreto le acconciature e le maschere che avrebbero indossato per folleggiare all'ombra di una compiacente copertura. Gli schiavi, soprattutto, non stavano più nella pelle. Per qualche giorno sarebbero stati uomini liberi: non solo dispensati dal servizio, ma anche autorizzati a disobbedire ed a prendersi gioco dei padroni. I cristiani convinti disapprovavano tutto della manifestazione, ma la maggior parte dei residenti non si poneva il problema: i munera erano parte della tradizione e dell'essenza stessa della vita romana, qualcosa che il cittadino assimilava con il latte materno e che cementava le relazioni fra i quattro angoli dell'Impero.

Su tutti i muri dei fori e delle piazze e dentro ogni taberna erano affissi i programmi dei festeggiamenti, diligentemente copiati a mano su papiro sotto dettatura da centinaia di schiavi che abitualmente erano adibiti all'edizione del diurnalis, il foglio che ogni settimana annunciava le più importanti notizie.

Lucio Cornelio si era attardato a leggerne uno nel Foro, non potendo fare a meno di notarne la scarsa raffinatezza nei caratteri e nei colori:

"Per la salute dell'Augusto Costanzo e del suo nobilissimo Cesare Giuliano, dodici coppie di gladiatori di Cesidio Pomponio Garbete combatteranno nell'anfiteatro di Lutetia Parisorum, senza alcun rinvio il 23 e 24 Dicembre. Ci sarà il combattimento con orsi, lupi, tori e cinghiali conforme alle norme, 30 condannati, e il velario. Nel campo di Marte il 25 Dicembre, VIII delle calende di gennaio, solstizio d'inverno, natale del Sole Invitto, ci sarà una corsa di bighe con aurighi militari e provinciali provenienti da Gallia, Britannia, Aquitania, Belgica, Illiria. Questo spettacolo sarà così bello che tutti, nel mondo, vorrebbero vederlo!"

- Stai studiando il campo dei tuoi concorrenti, Lucio?

Si era girato di scatto: da una fessura fra i veli appena scostati di una lettiga, gli sorrideva il volto che era sempre nei suoi pensieri.

- Nobile Galla?! Finalmente ti vedo! Non fuggire, ti prego, ho bisogno di parlarti.

- Prudenza, tribuno, in questa città si deve essere cauti. Resta lì dove sei ed io sosterò qualche istante.

Tutta l'isola e la riva sinistra della Senna fino al castrum, a modello di Roma entro tutte le mura di Aureliano, erano isola pedonale ed era interdetta la circolazione a qualsiasi tipo di carro. Per questo motivo erano fiorite le portantine a trazione umana: quella di Galla era lussuosissima, di avorio e cuoio con borchie dorate, chiusa da tende orientali e veli di mussola.

Ordinò ai sei schiavi britanni di poggiare le stanghe e chiese loro di recarsi in una vicina popina e procurare dell'acqua.

- Mio padre mi ha detto che sei diventato un personaggio importante, a corte.

- Tuo padre è un uomo eccezionale e mi onora della sua amicizia.

- Lui dice lo stesso di te! Siete carini come due fidanzati!

Una risata argentina le illuminò lo sguardo, nel quale Lucio non vedeva che bellezza e dolcezza, ma che guizzava di vivacità, umorismo ed acume.

- Vedo che ti dedicherai ad esercizi brutali: ed io che ti credevo uno scienziato pieno di genio!

- Non prendermi in giro, Domina: le due cose non si conciliano?

- Certo, certo... dimenticavo che un Patrizio Romano è praticamente un semidio...scusa, gli Dei non esistono più, lo dimentico sempre!

- Tu invece sembri volermelo ricordare ad ogni incontro. Sappi che io sarei dalla tua parte qualsiasi cosa tu facessi, anche se ti trovassi nei guai a causa di antichi riti proibiti.

- Cosa vuoi dire, tribuno?

- Che so di te più cose di quanto tu creda, e che qualsiasi cosa dovesse accadere potrai contare sul mio gladio e sulla mia vita.

Si guardarono profondamente. Poi lei distolse lo sguardo.

- Verrai a vedere la mia corsa?

- Non la perderei per tutto l'oro del mondo! E tu verrai all'anfiteatro a vedere gli orrendi spettacoli pagani?

- Guarda, Domina, che sono un Romano, non un cristiano bigotto! Anche se non godo alla vista dei munera di gladiatori, sono perfettamente d'accordo sull'utilità delle esecuzioni nell'anfiteatro. Quanto alle venationes le apprezzo come ogni cittadino.

- Allora ci vedremo nel pulvinar[28] del Cesare. Spero che mio padre ti riservi il sedile accanto al suo... e che il mio bel fidanzato ritardi il suo ritorno dalle nebbie di oltre Manica!

Lucio Cornelio era molto soddisfatto della condizione dei suoi cavalli, che lavorava tutti i giorni ormai da due mesi. Ammiano Marcellino era il più assiduo dei suoi ammiratori e non mancava mai agli allenamenti, incaricato da Lucio di azionare una sua invenzione: tre speciali clessidre aperte da un lato, integrate a dei bilancini che consentivano con una certa precisione di confrontare i tempi di tre giri successivi. Alla corsa erano iscritti almeno dieci attacchi, di cui solo due provenienti dalla cavalleria leggera, due dai catafractari e gli altri da fazioni professionistiche provinciali. In tutta la città non si parlava d'altro e le scommesse si accettavano ovunque, dalle tabernae ai banchetti nei fori e nelle piazze: non era tra i favoriti, ma dalla guarnigione era trapelata la notizia della qualità dei suoi cavalli e le sue quote erano pian piano salite.

La sera del grande banchetto nel Foro, Menandro insisteva perché vi partecipassero insieme.

- Ragazzo non puoi startene a casa proprio stasera. Ma che mondo! Io all'età tua mi sarei tuffato in una serata così... anzi conto proprio di farlo anche all'età mia! Ho visto certe ragazzine galliche tutto pepe... dimenavano le anche come puledre, con tuniche corte e spaccate su cosce lunghe e tornite! Dai retta a me, una serata come questa non si può perdere: entro quattro ore il vino avrà reso tutti allegri e... disponibili; ed i vicoli della collina e della città vecchia sono pieni di localini ospitali!

- Vai, vai vecchio satiro! Cercati tutte le ragazzine e (a me non la fai, sai?) i ragazzini che ti pare: stai però attento a non eccedere, non siamo ad Atene, ma in un mondo di preti intolleranti! Io me ne starò tappato in casa, ben attento a tenere le finestre chiuse: odio la confusione, i villani, gli scherzi volgari. E debbo riposare in vista della corsa. Metterò ordine fra le mie carte e mi coricherò presto.

- Ho capito. Sei proprio irrimediabilmente, stupidamente, tremendamente innamorato.

Indossò un paio di corna da satiro, afferrò il flauto e se ne uscì, lasciando dietro di sé un rumore di zoccoli.

Verso l'inizio della seconda vigilia Lucio Cornelio sentì una serie di colpetti lievi alla porta. Una schiava molto carina, intabarrata in un pesante mantello di lana blu notte gli consegnò un biglietto.

"Spero che tu non sia qui al banchetto solo perché pensavi di non incontrarmi, non per malattia o superbia. Se è così procurati un travestimento adatto, mostralo alla mia schiava e recati fra un'ora dietro la statua di Costanzo Cloro, di fronte all'anfiteatro".

La notte era gelida, ma Lucio Cornelio non sentiva né il freddo né il vento mentre attraversava il ponte sulla Senna con passo lesto. Avvolto in una grande pelle di bufalo, aveva improvvisato una mascheratura da germano, coprendosi la testa con lunghi capelli di paglia con la quale aveva creato anche due grossi mustacchi ed una folta barba.

La figura che lo attendeva dietro la statua era avvolta nello stesso mantello blu che aveva notato indosso alla schiava, ma la voce che lo accolse cancellò immediatamente la sua apprensione.

- Lucio Cornelio... temevo ci fosse qualche problema!

- Galla Saluzia... sarei venuto anche da morto!

- Presto, entriamo. Abbiamo poco tempo.

- Come hai potuto... liberarti?

- Marcia, la schiava che ti ha portato il messaggio, è ora la regina della festa, avvolta in un candido peplo greco, il volto coperto da una maschera teatrale e da una enorme e complicata parrucca! Devo tornare entro un'ora, altrimenti qualche corteggiatore troppo insistente potrebbe capire...

Erano entrati e saliti nel pulvinar imperiale, coperto e già preparato con i triclini ed i cuscini per lo spettacolo del giorno dopo.

Si guardavano negli occhi, tenendosi per le mani.

- Non posso accettare il nostro destino, Galla.

- Zitto... zitto...

Lei gli mise un dito sulle labbra. Poi iniziò a strofinarglielo sul viso, finché lo spinse nella sua bocca mentre vi accostava la sua. Iniziò a baciarlo con avidità, cercandogli lingua e spingendola con la sua fino a fargli male.

Lucio, che non era mai stato innamorato in vita sua, non riusciva a lasciarsi andare e abbandonava a lei ogni iniziativa: non riusciva trattarla come una asinella da lupanare né come una delle mature matrone che a Roma stravedevano per lui.

- Ti prego, Galla, aspetta... perché mi vuoi? Perché adesso? Perché proprio io?

Lei si scostò da lui e lo guardò con occhi fiammeggianti.

- Cos'hai? Non ti piaccio, forse? O non sei abituato ad una donna che sa ciò che vuole e come prenderselo?

- Galla, - lui la guardò con tristezza, - scusami. È la prima volta che mi succede una cosa come questa. Quando ti vedo mi tremano quelle gambe che non hanno vacillato di fronte a decine di Germani e mi si arresta quel cuore che è capace di essere gelido quando i cavalli si lanciano fuori dai carceres. Comprendimi. Io ti voglio per me, non per una notte. Voglio capire, parlarti, conoscerti... Soprattutto decidere cosa dovrò fare da domani per restare insieme.

- Pazzo. Incosciente, giovane, stupendo pazzo. Cosa vuoi sperare tu? Amami questa notte e ricordami per sempre, perché per te io tra qualche giorno sarò come morta.

- Macché pazzo. Il Cesare mi è amico, tuo padre è un uomo potente, il tempo cambia ogni cosa... non mi arrenderò mai!

- Il Cesare non ha alcun potere, mio padre è in disgrazia e Lupicino sta per tornare. Tra poco io sarò sua sposa e lui mi porterà via: tutti parlano di un suo prossimo comando in Oriente. Io debbo obbedire, altrimenti mio padre sarà rovinato o peggio, ucciso.

- E abbandonerai la tua dignità di donna? E... la tua gente?

Aveva pronunciato l'ultima frase con tono molto incerto, ma allusivo. Lei lo guardò interrogativa.

- Cosa vuoi dire?

- Conosco il tuo segreto.

Lei si era ritratta, ma Lucio l'attrasse a sé, poi accarezzandole il capo poggiato sul suo petto le raccontò di come gli era apparsa in una notte di luna piena.

- Mi sei entrata nel sangue dal primo momento che ti ho vista. È stata una folgorazione che mi ha fatto chiaramente intuire che nella mia casa non ci potrà mai essere posto per un'altra donna. Ecco perché darò la vita per impedire che tu sia di un altro. Ed ora dimmi: anche tu senti lo stesso per me?

Galla Saluzia si sollevò con fierezza e lo guardò solennemente negli occhi.

- Tribuno, da quando ho guardato a Lugudunum chi indossava la voce che avevo udito da dietro una colonna, ho deciso che mai al mondo avrei amato nessun altro, neppure giacendo fra le braccia di Lupicino.

Lo baciò con tenerezza mentre guidava le sue mani fra le pieghe del suo mantello e della tunica fino alla sua femminilità già completamente bagnata. Lui iniziò ad accarezzarla con mano esperta finché la fece urlare di piacere, poi la penetrò dolcemente, accorgendosi con intima gioia che i loro corpi si piacevano quanto i loro cuori ed i loro cervelli. Giunsero insieme ad un orgasmo intenso e prolungato, poi si ricoprirono in fretta, senza parlare.

Il buffo germano e la schiava incappucciata un'ora dopo sedevano nel Foro, al quale erano giunti da direzioni opposte, ma la luce che brillava nei loro occhi era diversa da quella di due ore prima.

14.

Lucio Cornelio, levatosi all'inizio dell'ora terza, si era recato nella zona delle botteghe artigiane dietro al Foro, ma le aveva trovate tutte chiuse. Gli unici segni di vita provenivano da una grande costruzione cintata da uno spesso muraglione: il ludus dei gladiatori di Garbete.

Si accostò allo schiavo portiere e gli fece scivolare una moneta in mano. Quello lo guardò ammiccando.

- Ave, tribuno. Se sei venuto per avere qualche soffiata sui giochi di oggi hai trovato la bocca giusta! Scommetti tutto sul gigante nero che combatte come reziario e sul Pizio dagli occhi bianchi: sono due uomini liberi che combattono per denaro, e nessuno può batterli.

- No, no... Volevo solo sapere dove sta di casa l'orafo che tiene bottega lì di fronte: è una cosa urgente.

- Temo che a casa non lo troverai: l'ho visto uscire poco fa, con la grassa moglie e i cinque figli. È un maniaco dei gladiatori e sarà già in fila di fronte all'anfiteatro.

- Dimmi com'è fatto.

- Non puoi sbagliare: è un ebreo dagli occhi a palla e la barbetta a punta, cui mancano due dita alla mano sinistra.

Lucio stava già correndo verso l'anfiteatro. Qualche minuto dopo trascinava letteralmente via dalla fila il piccolo ebreo che aveva identificato dopo una attenta scansione lungo tutto il perimetro dell'edificio.

Da ogni angolo della città la gente era accorsa fin dall'ora terza all'anfiteatro per accaparrarsi i posti migliori. Lo spettacolo era completamente gratuito ed il programma promettente, quindi famiglie intere, militari in libera uscita, villici che venivano dalle campagne, pingui borghesi, matrone ingioiellate su ricche portantine, tutti ingrossavano le file che si erano formate ad ogni ingresso. Mentre attendevano che si aprissero le porte erano allietati da saltimbanchi e rifocillati da venditori di bevande e biscotti secchi.

La segaligna moglie dell'ebreo cominciò ad inveire contro il militare romano, convinta che si trattasse di un poliziotto o di un agente del fisco.

- Lasciateci in pace... ci perseguitate perfino ai munera! Non abbiamo fatto niente, paghiamo regolarmente le tasse...

- Tranquilla, tranquilla, donna... Mi serve tuo marito per un servizio urgente, e lo pagherò tre volte la tariffa normale.

A quelle magiche parole i due si calmarono e la donna rassicurò il marito: avrebbe provveduto lei a tenere i posti per lo spettacolo. Lucio prese il piccolo ebreo sottobraccio e si incamminò con lui verso la bottega.

All'ora sesta le tibie ed i corni suonarono annunciando la pompa gladiatoria.

Il corteo rituale, accompagnato dalla musica di un organo idraulico e da rulli di tamburi entrò nell'anfiteatro dalla porta Trionfale, preceduto dal Pretore Urbano, editor dei giochi, e dai prefetti della città su un ricco carro. Seguiva una tensa dal frontone dorato trainata da due candidi buoi: non potendo più trasportare le immagini degli Dei, recava l'effigie del Genio di Roma e conteneva i premi per i gladiatori vincitori. Dietro marciava il lanista Pomponio Garbete, grasso e tronfio, avvolto in una tunica siriaca dai colori vistosi: venne salutato da un lungo applauso della folla, segno che il suo ludus non l'aveva finora delusa. Poi venivano i ventiquattro gladiatori, coperti di mantelli di porpora rilucente, raggruppati su tre carri dorati secondo le specialità: reziari, mirmilloni e traci. Dietro a loro sfilava un essedario, alla guida di uno splendido carro da guerra trainato da due morelli, in omaggio alla tradizione ed alla specialità gallica del combattimento gladiatorio su carri. In coda a ciascun carro marciavano gli schiavi con le armi e gli elmi impennacchiati, poi i bestiarii, in costumi esotici di pesante cuoio. Chiudevano il corteo alcuni condannati, ad occhi bassi e incatenati uno all'altro per il collo, poi i personaggi di contorno: gli arbitri, i fustigatori con fruste e ferri roventi, gli arenari, i becchini in veste di Caronte e di Mercurio...

Al termine del giro rituale i gladiatori salutarono il pulvinar imperiale, già piuttosto affollato di autorità e cortigiani, ma ancora disertato dal Cesare che non amava particolarmente i munera, ma li incoraggiava come simbolo delle antiche tradizioni. Mentre i gladiatori si esibivano nella prolusio, scaldandosi nell'arena e fintando fra di loro con armi di legno, Saluzio e Galla entrarono nel palco.

- Mia cara, sono venuto solo per farti piacere: sai che la vista del sangue non mi esalta, anzi mi deprime e mi fa riflettere sull'enorme spreco di vite umane ed animali cui la nostra tradizione ci obbliga.

- Ma dai, brontolone! È uno spettacolo di forza, grazia e bellezza ed i gladiatori sono tutti uomini liberi, professionisti che amano questa vita!

- Illuditi! Sono poveri disgraziati che non hanno altro modo di sbarcare il lunario.

- Che dici?! Sono ricchi sfondati, corteggiati da tutte le matrone della Gallia... e poi, a meno di sciagurati incidenti, di questi tempi non ne muore quasi nessuno: il Cesare non è né Claudio, né Caligola!

Lo squillo della tuba, la tromba di guerra, diede inizio al primo combattimento, mentre la folla sugli spalti emise un boato.

Le prime coppie iniziarono ad affrontarsi: due reziari, con rete e tridente erano stati opposti a due mirmilloni, entrambi splendidi nei fisici muscolosi, con indosso solo un minuscolo perizoma assicurato da un'alta cintura in cuoio, uno schiniere sulla gamba sinistra e lo scudo rettangolare, ornato dall'effigie del pesce da cui prendevano il nome.

La folla urlava ad ogni finta, incitando ora l'uno, ora l'altro.

- Colpiscilo!

- Scannalo!

- Massacralo!

Lucio era entrato nel palco in quel momento. Si guardò intorno, poi guadagnò il posto vicino a Saluzio e Galla.

- Ave. Spettacolo interessante?

- Per ora, solo pigro. Sei attratto dai munera, Lucio?

Galla lo aveva interrogato con la solita aria di sfida. Ma ora nei suoi occhi intrepidi c'era una luce diversa.

- Preferisco giochi meno cruenti, domina. Ma se c'è uno spettacolo degno, non mi tiro indietro. Purché non si tratti solo di un massacro. Sei d'accordo, Saluzio?

- Assolutamente si, ragazzo mio. Ed in questo caso mi sembra che si tratti del contrario: guardate.

I fustigatori, ad un cenno degli arbitri avevano iniziato a menare colpi, giacché i gladiatori non si stavano impegnando a fondo. Mentre il combattimento si vivacizzava le trombe squillarono, avvertendo dell'arrivo del Cesare. Tutti si alzarono, voltandosi nella sua direzione e salutando a braccio teso. Giuliano sorrise, invitando gli spettatori a sedersi.

- Assolviamo a questo doveroso compito, amici, con la massima dignità e nella speranza di trovare il giusto equilibrio: il popolo e l'esercito si vogliono divertire e noi dobbiamo fare in modo che questo avvenga nel migliore dei modi. E perdonatemi se ho autorizzato le condanne alle bestie: oggi più che mai dobbiamo mostrare nell'orrore e mediante l'orrore il nostro splendore e la nostra efficienza, per dissuadere barbari e criminali e mantenere l'equilibrio della nostra società.

Poco dopo un reziario, che era riuscito finalmente ad abbattere un mirmillone dopo averlo preso nella sua rete, si volse verso il Cesare, con il tridente puntato alla gola dell'avversario a terra.

Giuliano, senza attendere neppure un istante alzò l'indice al cielo, in segno di grazia.

- Misso![29] Ha ben combattuto ed è un brav'uomo ed un buon padre di famiglia!

Galla si rivolse a Lucio, sottovoce:

- Il Cesare si rivolgerà alla folla, consentendo a lei di scegliere, solo se qualcuno sarà tremendamente sleale o enormemente vigliacco: la professione di gladiatore ormai sta diventando meno rischiosa di quella di un giocatore di tabula[30]!

- Sei una piccola tigre! Non ti è bastata la vittima che hai fatto ieri sera proprio in questo stesso palco?

- Stupido! Dico solo che se si viene all'anfiteatro è per vedere tutto ciò che c'è da vedere, non per assistere ad una gara di poesia!

- Guarda, sta iniziando un'altra scena: questa sicuramente non ti deluderà.

L'altra coppia aveva terminato con un pari ed era uscita dalla porta Sanavivaria fra i fischi e gli schiamazzi della folla. Da sei botole disposte a stella nel terreno erano apparsi, sollevati da meccanismi a bilanciere, sei gruppi di quattro animali: tori, orsi, cinghiali, lupi, cervi, alci. Sulla groppa dei tori erano legati con delle corregge di cuoio che dalle mani e dai piedi passavano sotto la pancia dell'animale, sei condannati. Le bestie rimasero per qualche secondo disorientate alla vista della luce e all'urlo della folla, emersi com'erano dalle tenebre e dalla fame. Poi gli orsi ed i lupi si lanciarono sui cervi e le alci che iniziarono a galoppare in tondo, terrorizzati. Dopo qualche minuto, malgrado un lupo giacesse a terra col cranio fracassato dal calcio di un alce, queste ed i cervi erano stati tutti abbattuti ed una lotta accanita si era accesa fra lupi ed orsi intorno alle carcasse sanguinolente. Due orsi avevano preferito lanciarsi contro i tori piuttosto che litigare con i lupi, e si era ingaggiata una rissa furibonda, fatta di cornate a testa bassa e di assalti sulle groppe a unghiate e fauci spalancate che ebbero come prime vittime i disgraziati legati sulle groppe..

In quel momento le tube squillarono ed entrarono i bestiarii, completamente nudi, a parte il perizoma, unti d'olio ed armati di lancia, che si diressero ciascuno verso una belva. Contemporaneamente dalle sei botole emerse un gruppo di condannati.

Si trattava di sei coppie di giganti barbuti, dai capelli biondi sciolti sulle spalle, con le mani legate dietro la schiena, che fecero fremere le matrone man mano che i loro corpi completamente nudi ed unti salivano dalle viscere della terra. Certamente l'effetto era stato accuratamente studiato dalla sala di regia, sotto il livello dell'arena, perché fu sottolineato da un rumore di meraviglia.

Lucio, suo malgrado, non poteva distogliere lo sguardo da quella scena, che Saluzio tentò di giustificare:

- Sono capi Pizi fatti prigionieri qualche mese fa: in Britannia hanno massacrato cinque nostre coorti.

Galla, che aveva guardato l'emersione con interesse, distolse lo sguardo appoggiando la testa sul petto di Lucio quando lupi ed orsi, pungolati dai bestiarii, si avventarono sui poveretti.

La folla urlava come impazzita. Quando i condannati furono tutti ridotti ad una massa di carne informe i bestiarii cominciarono la caccia alle belve.

Lucio approfittò della vicinanza per sussurrare all'orecchio di Galla:

- Ho qui con me il tuo dono per i Saturnali.

Lei lo guardò, eccitata come una bambina.

- Cos'è?

- Una cosa che luccica e... pesa!

- Come posso aspettare? La voglio ora!

- Ragazza curiosa e capricciosa: vuoi che mi taglino la testa o... qualcos'altro?

- Ti prego: vai fuori dal pulvinar, con la scusa di cercare il venditore di bevande: troverai la mia schiava. Dallo a lei: fra poco uscirò anch'io.

All'ora decima lo spettacolo era giunto al culmine. Mentre gli schiavi portavano via le carcasse degli animali e dei condannati, gli arenari rinnovavano la sabbia, cancellando le tracce di sangue. Cinque squadre di marinai della flotta del Reno avevano da poco steso il velario, coprendo così il cielo della cavea dalla pioggerellina fredda che aveva iniziato a cadere ed altri inservienti stavano innalzando lungo la circonferenza dell'arena una corona di alti pali verticali , ai piedi dei quali erano accatastate fascine di legna resinosa.

Galla aveva approfittato dell'intervallo per uscire dal palco e Lucio era sempre più impaziente: non vedeva l'ora di incrociare i suoi occhi quando sarebbe tornata.

Lei si diresse verso Marcia, che l'attendeva nel vestibolo dietro il palco.

- Cosa ti ha dato? Dammelo, presto!

Aprì febbrilmente il cofanetto e restò a guardare a bocca aperta: Lucio aveva fatto montare sei delle sue falere in una collana d'oro e pietre, e le aveva accoppiate a due grandi orecchini pendenti in ciascuno dei quali l'oro e le pietre incastonavano un'altra falera.

- Pazzo! Pazzo!

Cominciò a ridere e a saltare come una ragazzina intorno alla schiava, poi le porse il cofanetto e fece per tornare. Fatti due passi un sorriso malizioso le si dipinse in viso, volò verso il cofanetto, si strappò letteralmente gli orecchini di fili d'oro intrecciati, e indossò il tutto con aria di sfida. Poi, a testa alta rientrò lentamente nel pulvinar.

In cima ai dodici pali erano stati legati altrettanti criminali e prigionieri, di entrambi i sessi, completamente nudi, i piedi appoggiati sulle fascine. Si trattava prevalentemente di briganti e assassini, ma gli occhi di tutti erano appuntati su due splendide, giovani donne dalle forme flessuose e dai lineamenti di gran classe. Erano due schiave che venivano dalle terre dei Parti, condannate per l'omicidio del padrone, un ricco armatore. Il caso aveva diviso l'opinione pubblica per tutto il processo, durato varie settimane, anche perché il poveretto era stato sgozzato dentro il suo letto mentre faceva l'amore con entrambe, e tutt'e due si accusavano a vicenda: poi il magistrato, dalle testimonianze raccolte, aveva deciso che erano state complici ed aveva optato per una condanna alle bestie. Questo provvedimento così duro ed esemplare era giustificato dal fatto che la legge dei tempi antichi non era ormai più in vigore: in passato tutti gli schiavi della casa avrebbero dovuto essere giustiziati insieme alle due assassine per dissuadere con l'enormità della pena ogni idea di ribellione.

Quando Galla comparve, incorniciata nell'arco dell'ingresso, splendida e altera, tutti gli occhi si spostarono su di lei e subito dopo sui vistosi ornamenti che portava al collo ed alle orecchie.

A Lucio si gelò il sangue poi, riavutosi dal colpo, esultò in cuor suo, pur rimanendo impassibile. Il Cesare sorrideva sotto i baffi. Saluzio, visibilmente imbarazzato, ma abituato ai colpi di testa di Galla, seppe incassare molto bene. Il resto dei presenti era scandalizzato e tutte le matrone pensarono immediatamente che oggetti così sacri si guadagnano solo sui campi di battaglia, non in altri campi, meno cruenti... seppure altrettanto movimentati.

Galla si sedette impassibile, fissando l'arena con occhio molto interessato.

In mezzo ad un fragore di zoccoli e di ruote era entrato nel campo al gran galoppo l'essedario, in piedi su un carro dorato attaccato ad una pariglia di splendidi morelli. Aveva le redini attorcigliate alla vita e guidava arretrando o avanzando ora la parte sinistra ora la parte destra del corpo. Impugnava una daga e teneva sui lati del carro arco, frecce e giavellotti.

Alto, biondo, dai lineamenti di ghiaccio, sembrava il dio Marte in persona mentre galoppava con un ghigno intorno all'arena, salutando la folla con le braccia aperte e raccogliendone il delirio.

- Quell'odioso pallone gonfiato, proprio non lo sopporto. Se ne va in giro per la città come se fosse l'Augusto, in lettiga e con un codazzo di schiavi volgari e villani, tratta tutti con scherno e si prende libertà da trivio perfino con le signore!

Galla aveva parlato ad alta voce, senza rivolgersi a nessuno in particolare, ma diffondendo un generale senso di disagio: Sergio era un gallo nato a Lutetia, era il beniamino locale ed era uscito vittorioso dalla porta Trionfale almeno cinquecento volte.

Ad ogni mezzo giro Sergio scagliava un dardo verso un condannato, bene attento a colpirlo agli arti e non in parti vitali. Dopo questo esercizio di maestria il carro si fermò davanti al pulvinar e Sergio salutò il Cesare. Poi la musica sottolineò l'entrata di due traci in perizoma, dal grande elmo a larga tesa con la celata abbassata, armati con schinieri di ferro, piccolo scudo rotondo e sica ricurva.

- Vediamo adesso se continuerà a fare lo smargiasso.

Saluzio guardò la figlia.

- Cerca di contenerti, altrimenti la gente penserà che ce l'hai con lui per qualche motivo personale.

- Per carità, figuriamoci! Quel cafone ci dovrebbe solo provare, a darmi fastidio!

Lucio ridacchiava sotto una maschera impassibile: povero Sergio, se fosse capitato sotto gli artigli della sacerdotessa celta!

Iniziava ad imbrunire e gli schiavi impugnando lunghe torce stavano cominciando ad incendiare le fascine: i condannati ardendo avrebbero offerto, oltre allo spettacolo dei contorcimenti, anche la luce sufficiente ad illuminare gli ultimi combattimenti.

I due traci avevano sopportato già due cariche, evitandole con agili balzi, quando Sergio, incastrando all'improvviso orizzontalmente un giavellotto di lato al carro, ne aveva falciato uno stringendolo contro la parete dell'anfiteatro, e lo aveva poi abbattuto con la daga. La folla aveva sottolineato con un mormorio di disapprovazione la scorrettezza di Sergio, che come al solito combatteva senza regole. Mentre l'essedario si sporgeva dal carro per colpire ancora il poveretto ormai morente, l'altro trace, con uno scatto fulmineo, si impadronì di uno dei giavellotti appesi lateralmente al carro e con pochi balzi fu sotto ai pali ai quali erano legate le due schiave Parte, e con due colpi precisi al cuore le trafisse prima che le loro fascine venissero incendiate. Poi, voltatosi verso il carro che sopraggiungeva, lo attese a piè fermo. Quando il morello fu a tre passi puntò il giavellotto a terra e, appoggiandosi ad esso, fece un volteggio che lo portò ad atterrare sul bordo del carro. Colpì Sergio con un calcio in faccia e lo fece rotolare giù.

Tutta la folla era balzata in piedi, in delirio. I due lottarono a terra per pochi secondi e l'essedario riuscì a raggiungere l'avversario alla spalla con un colpo di un piccolo pugnale che aveva tratto dalla cintura, ma poi il trace, con un poderoso pugno fece stramazzare Sergio e con un guizzo si rialzò e gli puntò un tallone sul petto e la sica fra gli occhi.

Lentamente volse lo sguardo verso il Cesare ed attese.

Giuliano guardò la folla, poi capendo che qualsiasi cosa avesse fatto sarebbe stata malgiudicata si rivolse alla più bella del palco.

- Nobile Galla Saluzia, decidi tu per l'essedario: anche se lo detesti, ti regalo la sua vita!

Galla avvampò e si guardò intorno: Saluzio era disgustato, Lucio depresso, gli altri ancor più scandalizzati, anche perché probabilmente avevano tutti scommesso forti somme su Sergio. Alzo l'indice al cielo.

-Mitte!

La folla era ammutolita. Poi all'improvviso scoppiò un boato di applausi di approvazione. Il trace senza togliersi l'elmo, aprì le braccia mentre su di lui piovevano fiori, rami di alloro, monete, e veli di dame, poi ad un tratto scomparve fra la folla che aveva invaso l'arena. Sergio si incamminò a testa bassa verso la porta Libitinense, fra il crepitio ed i bagliori sinistri delle torce umane, seguito dal becchino in veste di Caronte che trascinava il cadavere dell'altro trace.

Galla fissò i suoi occhi in quelli di Lucio, mantenendo il viso impassibile. Era stato il suo modo per ringraziarlo.

15.

Quattro ore dopo gran parte degli spettatori erano passati dall'anfiteatro al Palazzo delle Terme, dove il Cesare aveva invitato più di mille fra notabili, personalità, cavalieri, ufficiali, mercanti e artisti. Nel frigidarium centrale erano stati imbanditi oltre cinquanta enormi tavoli sui quali centinaia di schiavi continuavano a posare prelibatezze di ogni genere, all'antica maniera romana, ai quali gli invitati si recavano per servirsi, stando in piedi. Una grande piscina coperta divideva il frigidarium dal locale del calidarium, rotondo e sormontato da un'enorme cupola: qui era stata imbandita una grande "U" di triclini, dove Giuliano, Elena ed i loro amici più intimi, una cinquantina in tutto, erano sdraiati e mangiavano, conversavano ed assistevano ai continui spettacoli che tra una portata e l'altra si svolgevano per loro all'interno della vasca, prosciugata per l'occasione.

Due argomenti erano sulla bocca di tutti: un furioso incendio, probabilmente doloso, scoppiato nel tempio di Saturno ed il magnifico spettacolo offerto dall'ignoto trace, non disgiunto dal suo scandaloso comportamento nel risparmiare alle due schiave condannate il supplizio decretato dai magistrati.

Galla chiese al padre, ad alta voce:

- Che ne sarà adesso del gladiatore vincitore?

- Non so. Penso che a quest'ora sarà già stato arrestato: ha commesso un reato piuttosto grave!

- Ma si tratta di uno schiavo o di un uomo libero?

Euterio, l'eunuco armeno, Gran Ciambellano di corte, intervenne.

- Nessuno lo sa esattamente, Nobile Galla. Gli agentes lo stanno cercando, ma è sparito durante l'ovazione, come inghiottito dalla folla.

- Sono contenta che l'abbia fatta franca!

- Da un lato siamo tutti contenti, domina: un tale coraggio, una così grande fierezza hanno destato l'ammirazione di tutti noi. D'altra parte la certezza del diritto, la gelosa conservazione della legalità sono le caratteristiche peculiari della nostra cultura, quelle che ci distinguono dai barbari in agguato al di là delle frontiere. Un gesto eroico non può cancellare un reato: le due donne erano state condannate al rogo, e si trattava di schiave. Non potevano essere sottratte alla punizione decretata da un magistrato giudicante regolarmente legittimato: sai bene che ogni cadavere che esce dall'anfiteatro viene registrato dalla polizia e che se qualcuno non muore viene giustiziato immediatamente dopo.

Il Cesare che si era fatto attento, si rivolse ad Euterio:

- Ma si saprà pur chi è, no?

- Purtroppo no, Cesare. Ho interrogato a lungo il lanista, ma sembra sincero: neppure lui sa chi è.

- È impossibile! O è uno schiavo o è un uomo libero sotto contratto: in entrambi i casi il proprietario del ludus deve aver visto i suoi documenti!

- Cesare, il lanista è qui, fra gli invitati. Prova ad interrogarlo. Chissà che a te non dica qualcosa che a noi ha taciuto.

Con un cenno Euterio inviò due agenti della guardia palatina alla ricerca del povero Garbete, che si presentò pochi minuti dopo, pallido e terrorizzato, davanti al triclinio imperiale. Doveva essere stata una giornata tremenda: prima i munera, nei quali il suo ludus non aveva fatto una gran figura perdendo un trace e subendo il ferimento di un paio di mirmilloni, poi il fuori programma con la sconfitta del suo miglior campione, infine la grana con la polizia.

- Pomponio Garbete. Ti preme la tua licenza? Vuoi continuare a condurre il tuo ludus qui a Lutetia? O preferisci scendere tu nell'arena? Beninteso, non alla testa dei tuoi pupilli, ma al loro seguito, con una bella catena al collo...

- Abbi pietà, grande Cesare... Come potevo prevedere quello che sarebbe successo!? Sono anni che il mio ludus è stimato come il migliore della Gallia: ed i miei prezzi sono più che onesti!

- Allora smettila di piagnucolare e dimmi la verità! Com'è possibile che tu non conosca l'identità del trace?

- So che si tratta di una prassi anomala, mio Cesare, ma lascia che ti spieghi... sono stato tradito dalla mia avidità! Però si tratta della prima ed ultima volta, te lo giuro!

Si era gettato in ginocchio ai piedi del triclinium, ma subito Giuliano, ridacchiando fece cenno alle guardie di rialzarlo.

- Avanti, parla.

- Non ho avuto il tempo di stipulare un regolare contratto di auctoratio[31], né di farlo registrare, per il semplice motivo che il trace si è presentato da me stamani all'alba.

- Sai che questo è un reato? Se l'auctoratio non viene registrata nessuno può sapere se il gladiatore è autorizzato a combattere: potrebbe trattarsi di uno schiavo altrui, o di un minorenne, o di un incapace di intendere!

- È vero Cesare, ma l'uomo mi ha garantito che non sussisteva nessun ostacolo legale che gli impedisse di scendere nell'arena.

- E perché ti sei fidato?

- Da come parlava, dalla sua cultura e dalla sua eleganza ho capito che non solo si trattava di un uomo libero, ma di un nobile, forse di un militare di alto rango. E non c'era tempo né per stendere, né per registrare il contratto. Del resto l'auctoratio garantisce la proprietà del gladiatore sotto contratto fino al momento in cui egli esce, vivo o morto, dall'arena: questo come cauzione per le spese sostenute, per la borsa e per le responsabilità precedenti il combattimento. Io cosa ci rimettevo? I munera si sarebbero svolti dopo qualche ora, e la borsa... non c'era!

- Cosa?! Mi vuoi far credere che costui avrebbe rischiato la vita per... niente?!

- Non pensai questo. La sua condizione fu che avrebbe combattuto soltanto contro Sergio, l'essedario, e solo se avessi organizzato un suppositicius, cioè un "l'uno dopo l'altro": pensai ad un ricco nobile che voleva prendersi una specie di vendetta. Sai quanto sia odiato Sergio!

- Invece poi si è capito qual'era il suo scopo! Comunque avrai visto la sua faccia: certamente potrai identificarlo.

- Ahimè, Cesare... perdonami! La mia avidità, capirai... disporre di un gladiatore in più senza tirare fuori neanche un solido, mi ha perduto! Lui non si tolse mai l'elmo dalla testa e parlò sempre con la celata abbassata. Quando gli chiesi di scoprirsi il volto mi rise in faccia: disse che il suo nome ed il suo volto dovevano restare segreti, poiché per un unico combattimento non si sarebbe macchiato dell'infamia sociale che la condizione di gladiatore porta inevitabilmente a chi scende nell'arena.

Dal terrore negli occhi del grasso lanista Giuliano si rese conto che non mentiva.

- Sarai denunciato, Pomponio Garbete, e certamente dovrai pagare una grossa multa. C'è anche il rischio che la licenza ti venga sospesa per qualche mese: la tua avidità deve essere in qualche modo punita. Ringrazia che non siamo più ai tempi di Commodo: una scorrettezza come la tua ti sarebbe costata una condanna alle galere!

Il banchetto continuava e dopo che al povero impresario fu concesso di ritirarsi, una dozzina di danzatrici berbere, accompagnate da cetre e ottoni, si lasciarono andare ad una frenetica e lasciva danza del fuoco, durante la quale ad ogni cambio di ritmo provvedevano a bruciare un po' del loro già scarso abbigliamento.

Galla si guardava intorno. Saluzio ogni tanto sottolineava i sui sguardi con dei sarcastici:

- Aspetti qualcuno?

Alla fine lei esplose.

- E se fosse?

- Saresti una pazza! Ancor più imprudente di quanto non sei stata oggi. Di questi tempi le teste non sono attaccate al collo con un collante molto forte: e quelle vuote si scollano più facilmente!

- Lupicino non tornerà presto. E possono ancora succedere molte cose!

- Fra cui quella più probabile: che l'Augusto si secchi e prenda provvedimenti!

- Oh, paparino! Non essere sempre il solito menagramo...

In quel momento Lucio Cornelio entrò nella sala e si precipitò al centro del triclinium.

- Ave, Cesare. Ti prego di perdonarmi se arrivo con ritardo: tutti i reparti sono stati comandati in aiuto ai vigiles per domare l'incendio al tempio di Saturno ed ho dovuto recarmi là per dare disposizioni ai miei ufficiali. Poi ho dovuto trattenermi fino a poco fa nelle scuderie. Tu sai che domani parteciperò alla corsa ed ho avuto qualche problema con i cavalli.

- Sdraiati, amico mio, e non preoccuparti. Dimmi piuttosto... devo consigliare ai miei amici di scommettere su di te, domani?

Tutti scoppiarono in una sonora risata: sapevano che il Cesare, morigerato com'era, non avrebbe mai scommesso denaro su nulla e meno che mai sua moglie, che disertava abitualmente sia l'anfiteatro che il circo.

- Faro del mio meglio per far fare bella figura alla tua legione, Cesare. Quanto alle scommesse... lascia perdere. Oggi c'è stato qualche intoppo nel lavoro dei cavalli e li ho trovati molto nervosi.

Al termine della cena Galla lo raggiunse in un angolo appartato, porgendogli una grande coppa di vino frizzante.

- Come mai porti una sola falera, tribuno?

- Come mai tu non ne porti nessuna, domina?

Scoppiarono a ridere e Galla gli prese una mano.

- Mio padre ha minacciato di farmi frustare se mi fossi messa in mostra anche stasera con le tue decorazioni, pazzo! Sembrava un patrizio romano del tempo dei Gracchi: parlava di responsabilità, doveri, senso dell'onore... e mi ha ricordato che la legge ancora gli conferisce diritti orrendi sulla mia persona!

- Oh, oh... la tigre si è lasciata domare?!

Galla gli rivolse uno sguardo fiammeggiante.

- Ti sembravo domabile... ieri sera?

Un velo nero rabbuiò il sorriso di Lucio. Il ricordo di quei momenti anziché rallegrarlo, lo metteva di fronte a scelte difficili, pericolose, ma inevitabili.

- Cosa è successo, Lucio? Qualcosa che non va?

- Si. Probabilmente l'incendio al tempio di Saturno è doloso. Le fiamme lo hanno distrutto quasi completamente, ed il tetto è crollato. Sai che nei sotterranei sono depositate gran parte delle nostre riserve valutarie, oltre a un'infinità di testamenti e atti notarili, quindi tutta la legione sta aiutando i vigiles a domare le fiamme e a sgomberare le macerie.

- Avete qualche sospetto su chi è stato?

- Sugli esecutori materiali non si sa niente, ma anche uno stupido capirebbe che si tratta di un atto di rappresaglia da parte dei cristiani. Non riescono a tollerare che si tengano ancora i Saturnali, che condannano come un'occasione di lussuria e di perdizione! Sono due settimane che il vescovo ed i sacerdoti tuonano dai pulpiti contro i pagani ed i loro riti diabolici. Non è un caso che l'obiettivo sia stato il tempio di Saturno e non un altro: è stato colpito insieme il simbolo della festa ed il centro della nostra economia.- È amaro pensare che nessuno verrà punito per questo: nessuno potrà dimostrare nulla, anche se tutti capiranno benissimo! E, dimmi, cosa è successo ai tuoi cavalli?

- Oggi erano isterici. Nessuno ha controllato i foraggi, né è stato provveduto al loro lavoro. Si lasciano montare solo da me e da Decio Silano, un mio amico e collega, altrimenti cominciano ad impennarsi e a tirare calci: poiché sono stato in giro per commissioni fin dall'ora seconda e poi sono venuto all'anfiteatro, avevo pregato il mio amico di muoverli e foraggiarli. Ma i miei schiavi ed il mio attendente mi hanno detto che oggi lui non si è visto: quindi domani i cavalli saranno furibondi. Spero proprio di riuscire a tenerli.

- Non correre: fallo per me!

- Ma come?! Io che contavo di correre solo per te! Non è una proposta onesta: ne va della mia pelle! Se non ti faccio rapidamente vedere chi sono, che ne sarà della mia vita con una tigre come te! Specialmente ...

- Smettila di scherzare, scemo. Le corse nel circo sono pericolose... almeno promettimi che correrai senza legarti le redini alla vita!

- Sei pazza?! E come farei ad usare la frusta? No, cara: se dovessi cadere e venir trascinato userò il coltello ben affilato che porto sempre alla cintola! Ed ora inviami un bacio silenzioso e salutami: passerò alle scuderie, mi accerterò che gli stalloni abbiano mangiato e bevuto e poi me ne andrò a dormire. Un vero atleta deve preparare con serietà il corpo e la mente alla gara del giorno successivo!

16.

All'ora seconda Lucio era già nelle scuderie dove maniscalco, attendenti e scudieri erano già da due ore affaccendati attorno a Deimos e Phobos. Gli agentes di Euterio stavano mettendo sottosopra il castrum, interrogando tutti i legionari e gli ufficiali, alla ricerca di indizi sia sull'incendio che sull'identità del misterioso trace.

- Ho tentato di girarli con la corda lunga, tribuno, ma erano talmente nervosi che anziché galoppare in tondo venivano in centro e mi caricavano.

Lucio guardò le due poste dove gli animali scalpitavano irrequieti.

- Hanno mangiato l'orzo e l'avena?

- Otto libbre ciascuno, tribuno. Li hanno divorati.

- Ed hanno bevuto? Hai disciolto i sali nell'acqua?

- Certo, tribuno. Fisicamente sono carichi come baliste!

Lucio Cornelio entrò in una delle poste e cominciò a parlare dolcemente e a bassa voce con gli stalloni, accarezzandoli piano sul muso.

- Allora, belli? Come andiamo? Dovete stare tranquilli, calmi,.. oggi vi porto a giocare, sapete?

Passò delicatamente la gualdrappa sulla schiena di Deimos, il suo preferito, quello che montava in battaglia e che in corsa aveva il compito di tirare la girata. Gli allacciò il sottopancia, poi con mano esperta sfilò la capezza, infilandogli contemporaneamente testiera e redini sulla testa elegante.

Ammiano Marcellino era entrato in scuderia.

- Ave, tribuno. Metà del reparto ha avuto l'ordine di pattugliare il centro della città per appoggiare le forze di polizia. Si temono disordini.

- Salve, Ammiano. Riesci a sostituirmi? Almeno per una giornata voglio dedicarmi a questi due fedeli amici! La politica e la guerra possono attendere.

Sul volto di Ammiano si dipinse il solito sorriso triste.

- Hai ragione, tribuno. Le stelle promettono tanti di quei problemi che è bene far finta di niente, almeno per un po'. Pensi che potrò scommettere su di te?

- Penso di si, ma te lo confermerò fra qualche minuto!

Con un volteggio montò in sella, facendo perno sulle ginocchia per calarsi sulla groppa il più dolcemente possibile, poi, attento a stringere appena le gambe guidò Deimos verso il maneggio, cautamente. Dopo una decina di sgroppate di allegria il cavallo iniziò a trottare con leggerezza, consentendo a Lucio di raccoglierne pian piano l'impulso con le redini. In capo all'ora quarta i due stalloni erano di nuovo ginnasticati e alla mano, tranquilli e pronti alla prova.

Mentre Lucio era in sella sopraggiunse Decio Silano, trafelato e pieno di bende.

- Lucio Cornelio, non so veramente come scusarmi... ho tentato di farti avvertire, ma ieri mattina eri introvabile!

- Cosa ti è successo, amico?

- Sono stato tutto il giorno al tempio di Saturno, con i miei uomini: i danni sono enormi ed il lavoro immenso.

- Non preoccuparti: i cavalli ora sono a posto, pronti per la corsa. Vuoi montare Phobos?

- Grazie, Lucio, ma sono piuttosto ammaccato. Un trave fiammeggiante mi è caduto addosso e sono vivo per miracolo. Ti sarò comunque vicino: da questo momento conta su di me come assistente! Sono certo che vinceremo.

Una parte del campo di Marte del castrum era stata recintata a ferro di cavallo allungato e ai bordi dei due lati lunghi i militari avevano eretto delle tribune in legno capaci di cinquemila posti.

Al centro dell'arena, per una lunghezza di circa quattrocento passi, era stata montata una separazione, la spina, decorata da statue e trofei, oltre che dal classico meccanismo che azionava sette grandi uova di legno (che indicavano i giri mancanti) e sette delfini (per i giri percorsi). Ai due lati della spina, in corrispondenza delle mete dove sarebbero avvenute le girate, erano stati eretti, in mancanza dei classici obelischi, due giganteschi tronchi di quercia. Sul lato corto piatto erano stati allestiti dieci carceres, cioè degli stalli aperti in cui gli aurighi stavano tentando di far entrare i cavalli, controllandoli dai loro carri da corsa. Sopra l'impalcatura dei carceres c'era il palco dei giudici di gara da dove un magistrato a braccio teso avrebbe lasciato cadere nell'arena un fazzoletto, come segnale di partenza. I carri sarebbero partiti in senso antiorario, in modo da effettuare la prima girata sul lato tondo e passare al termine del primo giro di fronte alla tribuna del Cesare, disposta alla fine del rettifilo subito prima della girata di fronte ai carceres, dove sarebbe iniziato un altro giro.

Non era stato difficile compiere il giro d'onore, sottolineato dalla musica e dagli applausi: i cavalli sentivano che non si trattava della corsa vera e propria, e si lasciavano trattenere consentendo una specie di allineamento che dal lato dei carceres era continuato fino alla prima meta e poi lungo il secondo rettilineo fin sotto la tribuna d'onore. Lucio con la coda dell'occhio aveva intravisto il Cesare che applaudiva e Galla che, in piedi, tormentava un fazzoletto che teneva fra le mani.

Poi, appena i palafrenieri avevano afferrato i morsi degli stalloni, Lucio Cornelio era sceso ed insieme a Decio aveva portato gli animali sottomano e incappucciati fino ai carceres, dove avevano iniziato l'operazione di serraggio dei finimenti e dell'attacco, coadiuvati da schiavi e stallieri. L'eccitazione era al massimo e il vociare della folla contribuiva a creare in aurighi e cavalli una tensione angosciante. Finalmente Lucio salì in piedi sul piccolissimo carro da corsa, il cui frontale di leggerissima balza superava appena le sue ginocchia: in pratica poco più di un piedistallo di assi intrecciate attaccato alle ruote ed alla stanga, per stare sul quale occorreva essere dotati di grande forza ed eccezionale equilibrio. Non era facile indirizzare i cavalli verso i carceres, né mantenerveli allineati, ed i palafrenieri che li frenavano dai morsi venivano sballottati e sollevati in su e in giù.

A fianco di Lucio mordevano il freno altre nove pariglie di insanguatissimi stalloni, provenienti da tutte le Gallie e dalla Britannia. La ricchezza dei premi in monete d'oro ed il grande prestigio di una vittoria a Lutetia, oltre all'enorme giro di affari derivante dalle scommesse, avevano attratto equipaggi appartenenti a fazioni private ed a reparti militari provenienti anche da oltre Manica e dalle regioni Danubiane. Un equipaggio era stato inviato addirittura dalla famosa fazione dalla giubba verde, la Prasina, che aveva sede a Roma nel Circo Massimo, ma che teneva campi di allevamento e addestramento anche a Mediolanum e Lugudunum. Un altro equipaggio, in giubba bianca, correva con il simbolo della croce, per i colori del vescovo Fausto. Ma tutto il tifo della folla era per l'attacco della locale fazione Argentata, guidato da Sergio, che sembrava non aver risentito affatto dell'umiliazione del giorno precedente.

Quando il fazzoletto cadde nell'arena di fronte agli equipaggi impazziti ed i palafrenieri mollarono i morsi, i cavalli si slanciarono fuori dai carceres come molle. Gli aurighi usavano le redini solo per equilibrare, appoggiarsi ed indirizzare, non certo per trattenere, in quanto la forza degli stalloni era talmente scatenata e la loro volontà di andare in testa talmente incontrollabile che gli aurighi erano completamente alla loro mercé. Sarebbe stato come cercare di trattenere con le mani una nave a vela spinta dal vento di poppa: l'unica cosa che si poteva fare era di agire sul timone! Che differenza con il controllo esercitato sulla bocca dei cavalli negli esercizi di maneggio, che miravano ad ottenere il massimo equilibrio all'indietro. Qui gli aurighi cercavano l'appoggio in avanti sulle bocche: e più peso trasmettevano sulle redini, arrampicandosi come acrobati sui frontoni e buttandosi all'indietro con tutto il peso del corpo, più i cavalli potevano allungare il collo appoggiandosi sul ferro, aumentando la velocità. La maggiore difficoltà consisteva nel non far diminuire questo peso mentre si stimolava con la frusta, altrimenti il disturbo dato dalla rottura dell'equilibrio avrebbe sortito l'effetto contrario, ed il ritmo del galoppo ne sarebbe stato interrotto.

Quando cinque delfini erano ormai a testa in giù, i carri rimasti in gara erano ancora abbastanza raggruppati. Un paio di incidenti alle girate avevano eliminato, fortunatamente senza vittime, quattro equipaggi ed i sei che erano rimasti in corsa erano abbastanza raggruppati. Precedevano due carri militari, uno della legione limitanea di Colonia, l'altro di quella di Augustodunum in serrata lotta ruota a ruota, che si stringevano l'un l'altro sempre in modo più cattivo ad ogni meta.

Subito dietro, con il fiato dei cavalli sui talloni degli aurighi della prima fila, venivano sulla stessa linea Lucio, Sergio ed il carro con la croce. Seguiva più staccato il carro aquitano.

Fu alla metà del sesto giro, proprio poco prima della girata fra la tribuna d'onore ed i carceres che il carro di Augustodunum, stretto alla spina, urtò lo steccato con la ruota interna che si staccò volando in aria. Lo sfortunato auriga restò impigliato alle redini che teneva attorcigliate attorno alla vita e venne trascinato in curva, andando alla deriva per la tangente. Probabilmente era svenuto nell'urto, perché non accennò ad alcun tentativo di tagliare le redini e continuò la sua corsa come un fantoccio che strisciava sul terreno dietro ai cavalli impazziti.

Lucio e Sergio, che incalzavano, furono costretti ad allargarsi bruscamente, uno a destra l'altro a sinistra, nel tentativo di evitare di calpestare il disgraziato, ma la violenza della manovra provocò il ribaltamento del carro di Sergio ed il distacco di una ruota di quello di Lucio. I due aurighi rotolarono nella polvere a pochi metri l'uno dall'altro, ma fortunatamente riuscirono a tagliare le cinghie di cuoio prima di essere sbattuti contro lo steccato.

I barellieri corsero a recuperarli mentre squadre di cavalleggeri correvano verso i cavalli scossi nel tentativo di arrestarne la corsa.

Lucio riprese i sensi due ore più tardi nell'infermeria da campo. Melezio Porfete si divideva fra il suo lettino ed altri cinque, tutti desolantemente pieni.

- Ancora una corsa così e voglio una paga doppia!

- Cosa è successo? Come stanno i cavalli?

- Stai benone, ragazzo: ma sono stufo di suturarti! In battaglia, posso capirlo... ma andarsi a cercare la morte nel Circo! Andiamo... alla tua età, con tutta una vita che ti sorride!

- Cosa mi è successo?

- Hai perso una ruota e ti sei rovesciato. Hai quattro costole rotte, ammaccature praticamente ovunque e due bernoccoli in testa che per qualche tempo ti faranno assomigliare ad un satiro! Ma visto che parli e ragioni... direi che sei fuori pericolo!

- E gli altri?

- A parte uno che non la racconterà, sono tutti più o meno acciaccati come te: un paio di gambe o braccia fratturate e costole in quantità... tutti quanti maledettamente pronti per la prossima volta!

Entrò Menandro con la faccia buia. Gli sorrise.

- Come stai, incosciente?

- Caro amico... mi sento come se tutti i carri della corsa mi fossero passati sopra il petto... ma pare non sia nulla! I cavalli?

- Stanno bene. Li hanno ripresi quasi subito: solo qualche escoriazione superficiale.

- Hai visto Galla Saluzia?

- È qui fuori: voleva entrare, ma io l'ho preceduta... volevo accertarmi che fossi... presentabile!

- Va, falla entrare...

- Lucio?

- Si?

- C'è un'altra cosa che vorrei dirti...

- Va, va... me la dirai dopo...

Galla Saluzia entrò, tentando un sorriso radioso. Ma era pallida come un cadavere.

- Era proprio necessario correre?

- Ciao, tigre! Cos'è... invece di consolarmi ed accudirmi vieni a rimproverarmi?

- No, Lucio... È che sto scoprendo a poco a poco di tenere a te... in modo speciale. Riguardati, ti prego. Non ti deve accadere nulla!

- Sta tranquilla... ho la pelle dura. Vai via, se no tutta la caserma andrà da Lupicino a riferirgli della tua visita. Ci vedremo presto.

Quando Galla fu uscita, rientrò Menandro.

- Allora? Cosa volevi dirmi?

- Allora?! È presto detto: l'asse della tua ruota si è spaccato perché è stato segato per metà.

17.

Nelle due settimane successive, mentre Lucio subiva un riposo forzato per lui peggiore di una segregazione, Giuliano fu coinvolto fino al collo in un violento braccio di ferro con Fiorenzo sui problemi fiscali della provincia.

Benché non si prevedesse il ritorno di Lupicino dalla Britannia, Galla Saluzia non si era fatta viva.

Poi una mattina Giuliano convocò Lucio nel suo tablinum.

Come al solito non era andato a dormire: lo testimoniavano i libri e le carte sparse sul suo tavolo e gli stoppini delle lucerne che gli avevano tenuto compagnia durante la notte. Oribasio era davanti al suo scrittoio.

- Giuliano, non fai bene ad abusare così del tuo fisico.

Lucio era sinceramente addolorato: il giovane principe appariva stanco e invecchiato e si curava sempre meno mentre lasciava che montasse la frenesia che metteva in ogni cosa che faceva.

- Caro Lucio, ci sarà l'eternità per dormire! Ora il tempo mi sfugge fra le dita. Non posso non lavorare tutto il giorno e parte della notte... e se non ne dedico il resto alle mie ricerche, la mia vita a cosa sarà servita?

Lucio lo guardava con aria interrogativa.

- Come sai il Prefetto Fiorenzo vuole aumentare le tasse: Costanzo ha bisogno di oro e risorse per finanziare la guerra contro i Parti, ad Oriente. Io non sono d'accordo: ho calcolato che con un'equa politica fiscale potremmo ottenere più reddito. La tassa di capitatio va abbassata, non aumentata!

- Non mi intendo di queste cose, però avendo visto la stato pietoso in cui versano le terre galliche lungo il Rodano ed il Reno, le campagne abbandonate, le città disabitate e le torri rase al suolo, al punto che ho visto con i miei occhi i villici coltivarne le piazze, mi pare difficile poter riscuotere alcunché aumentando le imposte fondiarie.

- Hai centrato il problema: le campagne sono state abbandonate per paura dei barbari e per il peso eccessivo delle tasse. Nelle poche città fortificate, all'interno delle mura si ammassano in grande disagio migliaia di campagnoli, tagliati fuori dalle terre. Io varerò una politica di pace e sicurezza, che li riporti alle loro terre con fiducia: altro che aumenti della capitatio! Che Fiorenzo faccia il chiasso che gli pare!

In quel momento entrarono Saluzio e lo ierofante di Eleusi.

Di fronte al solenne vecchio togato, dalla lunga barba bianca e dalla fronte circondata da un candido nastro, Giuliano assumeva sempre un'aria da scolaretto impacciato. Si alzò e venne di fronte a lui, inchinandosi e prendendogli le mani.

Lui lo rialzò abbracciandolo, mentre Saluzio sorrideva.

- Spero che abbiate passato una notte migliore della mia! Avete fatto colazione?

Ad un cenno di diniego dei presenti Giuliano agitò un modesto campanello. Prontamente degli schiavi imbandirono un tavolino a lato di quello di lavoro e vi posarono latte, orzo, miele, formaggi e molti tipi di pane dolce e biscotti.

- Vi ho fatto chiamare perché presumo che ci saranno variazioni circa lo svolgimento del piano relativo al nostro "progetto speciale".

Strizzò l'occhio e subito Saluzio e Oribasio iniziarono a ispezionare la stanza, sollevando le tende e guardando dalle finestre. Dopodiché Oribasio si lanciò all'improvviso fuori dalla porta. Dopo un attimo riaffacciò la testa nello spiraglio.

- Se c'era qualcuno adesso non c'è più. Comunque io resto qui fuori.

Giuliano si sedette e guardò i presenti. Poi si rivolse alla matricola, che di fronte al padre della donna che gli aveva ormai rubato il sonno stava tentando di assumere la sua aria migliore.

- Non ti meravigliare, Lucio. Qui i muri hanno orecchie: la settimana passata Oribasio ha scoperto un tubo acustico che passava attraverso il pavimento e portava le nostre voci fino ai sotterranei. Non credere che la vita a palazzo sia tutta rose e fiori!

Lucio fece un sorriso di circostanza. Non riusciva a capire perché proprio lui era stato invitato a quella riunione così misteriosa. Giuliano continuò.

- Probabilmente in estate non ci sarà nessuna campagna. Costanzo mi sta togliendo la poca fiducia chi mi aveva concesso. Sono in attesa di un messaggero che presumo porterà solo grane. Quindi la nostra ricerca dovrà procedere in modo diverso.

Lucio doveva avere un'aria estremamente interrogativa, perché Giuliano, guardandolo, si sentì in dovere di aggiungere:

- Lucio, è giunto il momento di spiegarti. Ti starai domandando perché ti abbiamo voluto qui con noi. Naturalmente abbiamo assunto tutte le informazioni possibili sul tuo conto, ma è soprattutto l'istinto che ci dice che tu sei dei nostri e che ci possiamo fidare di te.

Quello che vedi qui riunito è un gruppo di idealisti, o se vuoi di pazzi romantici, che ancora credono negli antichi costumi, nelle tradizioni dei nostri padri, certo adeguati a quanto il progresso e la crescita morale oggi ci hanno fatto conquistare. Noi crediamo nella libertà di pensiero, nella sacralità di Roma, nelle tradizioni ellenistiche, negli usi dei nostri avi. Non possiamo tollerare che la dignità delle donne venga calpestata, che la libertà dell'amore sia limitata, che un matrimonio possa incatenare per sempre due esseri che si detestano. Soprattutto non possiamo accettare di subire l'ipocrisia e lo strapotere dei vescovi cristiani, che predicano l'amore e praticano l'odio e la vendetta. Anche noi siamo per la bontà, l'amore, l'eguaglianza dei diritti, il trattamento umanitario degli schiavi: solo che non pretendiamo in nome di questi valori di istituire un clero che per imporre il suo potere torturi e scomunichi.

Fu lo ierofante ad intervenire, con la sua voce fioca e senza tempo.

- Vedi, Lucio, ormai i cristiani detengono il potere. Con la loro promessa di eternità, di riscatto dei poveri e dei derelitti nell'altra vita, con le loro pompe in cui a questi poveri appaiono come la conferma vivente che quella promessa si avvererà, hanno progressivamente riunito attorno a loro tutti i nullatenenti, gli insoddisfatti, i frustrati, le vittime del potere politico. E sono cresciuti, rafforzandosi per tre secoli. Per questi tre secoli sono stati odiati dai benpensanti, dai borghesi, dai nobili, perché, a causa della loro religione intollerante delle idee altrui, non si limitavano a predicare l'amore e la giustizia sociale (cosa che noi facciamo dai tempi di Platone), ma contestavano globalmente il nostro sistema di vita: ambizione, libertà di pensiero, divertimenti, piacere... Non c'è da meravigliarsi se un numero limitato di individui è stato vittima delle vendette private di molti cittadini dell'Impero, stanchi di vedersi continuamente attaccati. Ed i furbi cristiani hanno enfatizzato il numero di questi episodi, inventando l'apologia del martirio: in realtà per due secoli mai il potere politico ha attaccato i cristiani in quanto tali.

Ora noi sappiamo bene che il sistema di organizzazione politico-amministrativa inventato dai cristiani è basato sull'insegnamento del Galileo, del quale manca ogni testimonianza scritta autografa, e sul quale non esistono testimonianze di storici non cristiani. Tutto ciò che conosciamo della sua vita e del suo insegnamento proviene da volumi di suoi seguaci, tutti scritti decenni dopo la sua morte. La prima circostanza sospetta è che non esistono testimonianze di opinione che divergano, magari su punti secondari, su quanto fatto o detto da lui. La seconda è che dei contrasti che necessariamente sorsero fra gruppi di seguaci così eterogenei e con interessi dottrinali e giurisdizionali diversi, non ci siano che testimonianze di peso leggerissimo, che vi accennano in modo quasi distratto. Ora a chiunque studi il problema con occhi non cristiani, cioè non condizionati da dogmi e lavaggi del cervello, salta agli occhi un fatto lampante: si è trattato di un'operazione concepita a tavolino, ben concertata fra il gruppo dirigente che ne fu l'autore, e da allora tramandata con meccanismi ben congegnati. Se ci fu qualche dissenziente, fu certamente allontanato o addirittura accuratamente eliminato, sia fisicamente che nelle opere. Ora noi siamo alla ricerca dei documenti di uno di quei dissenzienti, della cui esistenza siamo certi, e che da tre secoli sono oggetto di una caccia spietata da parte di alcune diocesi cristiane.

Lucio era sbalordito.

- Ne ho già sentito parlare dal mio retore, ma pensavo si trattasse di una leggenda!

- Non è una leggenda. Di documenti come quello ce ne dovettero essere molti, ma ne fu accuratamente cancellata ogni testimonianza entro il primo secolo dalla morte del Galileo, quando i cristiani erano tranquilli, crescevano, si moltiplicavano pescando adepti fra i poveri e gli insoddisfatti e nessuno faceva caso a loro. Ricorda che quella che loro enfatizzano come la prima persecuzione religiosa, cioè quella di Nerone dopo l'incendio del 64, fu solo un'operazione di ordine pubblico fatta da un politico che cercava un capro espiatorio per tacitare le masse. Per arrivare a provvedimenti mirati a reprimere un movimento, ritenuto in quanto tale dannoso per l'ordine sociale, dovettero passare quasi due secoli!

- Quindi voi siete certi che almeno una testimonianza che contesta l'insegnamento della Chiesa, sia sopravvissuta fino ad oggi?

- Si, e la stiamo cercando da anni. Questo ne è una prova: guarda.

Giuliano aprì uno sportello di un elegante stipo in ebano e avorio e ne tirò fuori un involto grande poco più di un palmo. Lo poggiò delicatamente sul tavolo e aprì i lembi del panno che lo ricopriva.

Apparve un pezzo di legno di quercia, rozzamente tagliato come una "T" rovesciata. Al vertice del gambo era grossolanamente inciso il simbolo del toro mitraico. Sotto di esso, ognuna su una riga diversa, le seguenti lettere:

RA RE

OMI

INO

SAR

ARSU

IOC

In basso, sulla stanga orizzontale della "T", l'incisione proseguiva con altre due righe di caratteri:

O ACTA THOMASI IB

ETERNUM TAURO SER

- Che significa?

- Non lo sappiamo ancora. Questo frammento è stato rinvenuto qualche anno fa e consegnato al tempio di Eleusi da fedeli adepti. Molti dotti hanno invano cercato di decifrarne la chiave: l'unica cosa certa è che il frammento è in relazione con gli "Atti di Tommaso".

- Tommaso?!

- Probabilmente l'apostolo del Galileo che i cristiani hanno additato nei loro libri come simbolo dell'incredulità. Da sempre si parla di una sua testimonianza scritta, ma essa non è mai stata trovata.

- Credevo che tutti i testi cristiani fossero noti e di pubblico dominio...

- Figliolo! I cristiani sono in lotta fra di loro da oltre tre secoli, certamente da prima della morte del loro maestro, e la lotta è ancora in atto: tutti i vescovi si contendono il primato ed ogni fazione che professi una dottrina leggermente diversa è proclamata eretica e soffocata nel sangue! È ovvio che all'interno delle comunità cristiane, specie fintantoché esse sono state in clandestinità, siano sopravvissuti solo quei testi concordati, approvati e utili al gruppo egemone. Considera inoltre che all'inizio si trattava di gruppi periferici, socialmente inferiori e culturalmente arretrati, lontani dalla storiografia erudita dell'Impero: quindi queste testimonianze spontanee vennero prodotte al di fuori del confronto incrociato degli storici ufficiali... cosa molto comprensibile, in quanto all'inizio il cristianesimo era un fenomeno talmente trascurabile da non destare l'interesse di nessun cronista.

- E di questo Tommaso cosa si sa?

- Dai vangeli, dai cosiddetti "atti degli apostoli" e dalle lettere di Paolo di Tarso praticamente nulla, all'infuori del nome e dell'episodio in cui volle toccare il corpo del galileo per credere alla sua resurrezione. Non ce n'è più traccia: contrariamente agli altri apostoli lui sembra essersi volatilizzato.

- È molto strano! Di uno reso famoso al punto da divenire proverbiale ci si aspetterebbe proprio che venga raccontato qualche episodio in più: proprio per dare più efficacia alla sua accettazione della resurrezione.

- E invece, niente. Scomparso: non si sa cosa ha fatto, né dove è morto. Cancellato. Non ti suggerisce niente?

- Una "damnatio memoriae"?

- Proprio così. Forse deve averla fatta grossa. Ecco perché siamo in cerca della sua testimonianza.

- Gli "atti di Tommaso", dunque?!

- Crediamo di si. Sono due secoli che se ne parla negli ambienti ellenisti: cioè da quando i cristiani hanno iniziato a diventare impopolari presso i cittadini dell'Impero per la loro intolleranza che pretendeva di imporre a questi i loro usi, criticandone con violenza ogni aspetto della vita. Ed è da un secolo che alcuni benpensanti ne sono in cerca, seguendo le esili tracce reperibili in testi e frammenti. Il problema è che spesso tali tracce ci hanno portato in territori controllati dai nemici di Roma e le ricerche si sono interrotte.

- E sapete cosa contiene la testimonianza?

- No, ma riteniamo che riguardi le lotte feroci che si svolsero fra Pietro e Paolo nei quindici anni successivi alla morte del Galileo.

- E cosa vorresti da me?

- Passerai in incognito il Reno e, attraversato il territorio nemico penetrerai nel Mitreo dell'antica capitale di una colonia abbandonata, dove abbiamo fondati motivi per ritenere che il manoscritto sia sepolto.

18.

Improvvisamente la porta si aprì ed Oribasio balzò nella stanza tendendo al Cesare un plico arrotolato. Allo sguardo interrogativo di quest'ultimo rispose scuotendo la testa.

Man mano che Giuliano leggeva il messaggio srotolandolo, il suo viso si rabbuiava sempre più.

Dopo qualche istante si sedette, si guardò intorno, poi fissò Saluzio.

- Amico. Stavolta lo strale si è abbattuto su di te. Costanzo ti ha destituito dal tuo incarico e ti da ventiquattro ore di tempo per lasciare la Gallia.

Il suo tono era talmente disperato che Saluzio gli prese le mani e si sentì in dovere di consolarlo.

- Figliolo, non darti pena per me. Ovunque sarò destinato io starò benissimo, in mezzo ai miei libri ed alle mie piante. E poi, figuriamoci... sarà solo per pochi mesi: poi sono certo che la saggezza prevarrà in tutto il mondo civile.

- Non so come farò qui senza di te. Né potrò essere sereno senza il tuo conforto e il tuo sostegno. Ti giuro che non mi darò pace finché non otterrai giustizia.

- Ti prego solo di vegliare su mia figlia. Conosci la situazione ed il rischio che corre nelle mani del suo promesso sposo.

- Anche a costo di disobbedire all'Imperatore, anche a costo della mia vita, nessuno le torcerà un capello.

- Bene. Riguardatevi tutti: è meglio che mi affretti verso le mie stanze per prepararmi. Ventiquattro ore passano presto.

Quando fu uscito Giuliano guardò Lucio.

- Saluzio è per me il padre che non ho mai avuto: il mio venne ucciso da Costanzo quando ero un bambinetto. Partite insieme, l'inverno è eccezionalmente mite, non avrete problemi di clima e potrete fare la ricerca in due: lui sentirà meno il dolore, tu avrai un formidabile compagno. Purtroppo il tempo per i preparativi non ci è più concesso, ma Oribasio in un paio d'ore saprà fornirti ogni informazione.

Lucio, sebbene rattristato, era pieno di eccitazione.

- Non preoccuparti, sarò pronto a partire domani all'alba. Troverò ciò che cerchi e tornerò presto.

I due uomini si guardarono, pieni di reciproca ammirazione. Lucio si inginocchiò.

- Cesare... posso chiedere il tuo aiuto e la tua comprensione?

- Non dire niente Lucio. So cosa stai per chiedermi, ma sappi che non hai bisogno di parlare. Sono mesi che sto ostacolando il matrimonio di Galla con quel grasso spione.

- ...ti eri accorto?!

- Lucio! Ingenuo ragazzo! A corte, nei corridoi, nelle cucine... da quando le hai regalato le tue falere non si parla d'altro! Pensi che io sia cieco... o stupido? Va, non preoccuparti. Farò tutto ciò che sarà in mio potere fare: ma ricordati che io non conto niente ed ogni giorno che passa la mia autorità diminuisce. Speriamo che l'Augusto diventi ragionevole e capisca che i suoi nemici non stanno a Lutetia, ma oltre il Reno e il Danubio!

19.

Galoppavano da circa due ore lungo la Marna verso sud est, in direzione di Argentorate[32]. La luce pallida, ma trasparente delle albe nordiche si stava trasformando in quella tagliente di una fredda, ma soleggiata mattinata invernale. Avevano appena cambiato i cavalli, che erano risultati freschi ed allegri animali di ottima qualità.

- Finché siamo in Gallia possiamo disporre dei cavalli riservati alla Posta Imperiale. Se non fossi disperato troverei questa passeggiata molto divertente, - gridò Saluzio rivolgendosi a Lucio che gli galoppava a fianco. Si tenevano sull'erba, qualche metro a destra della strada lastricata, e lasciavano ai cavalli la massima libertà di incollatura.

- Sono lieto che tu la prenda con filosofia, nobile Saluzio. Del resto hai ragione: di questi tempi dobbiamo prendere ciò che ci viene e tentare di sopravvivere al meglio. Vedrai che tornerai presto alla corte del Cesare.

- Alla corte dell'Augusto, vorrai dire! Non prima cioè che Giuliano subentri a Costanzo!

- Pensi che possa accadere? Il Cesare è la lealtà in persona...

- È vero. È un gran bravo ragazzo ed è in buona fede. Ma Costanzo è talmente intrigante, insicuro e contradditorio che lo porterà prima o poi all'esasperazione: ed allora Costanzo si eliminerà da solo e Giuliano sarà Augusto suo malgrado.

- Sembra quasi che tu abbia letto nel futuro!

- L'ho fatto, ragazzo, l'ho fatto... E le cose andranno proprio così!

- Beati voi che credete a queste cose: i cristiani camminano sulle acque, resuscitano i morti, moltiplicano i cibi, voi prevedete il futuro, fate magie, parlate con l'aldilà... io credo solo a ciò che disegno, misuro, peso!

- C'è una dimensione nel mondo naturale, che ci è del tutto ignota. Magia... scienza... cosa sono? Forse soglie diverse della stessa cosa: quello che spieghi è scienza, quello che non spieghi è magia. Ecco perché noi non ce la sentiamo di mandare al rogo chi non la pensa come noi: chi può dire cosa sia veramente Dio? Chi può definirlo? Chi può imporre il suo punto di vista agli altri? L'unica cosa sensata è riconoscere che esiste un Principio Creatore, essergli grati e vivere secondo le norme etiche: amore, giustizia, rispetto per la libertà.

- Sarebbe molto semplice: su questo sono d'accordo tutti, cristiani, pagani, agnostici... Ma allora perché non si fa altro che scannarsi per motivi di religione?

- Solo perché il clero o i sovrani tentano di appropriarsi del primato su una corrente di pensiero per gestire in proprio una parte del gregge, raccontandogli panzane sugli Dei dell'Olimpo o su Cristo che risorge. Personalmente odio tutti i preti di alto bordo (non certo i poveri sacerdoti che in buona fede tirano la carretta) siano cristiani o pagani: certo è che i cristiani fanno le cose più in grande, si sono organizzati in tutto il mondo con gerarchie ed ordinamenti e pretendono che tutti si comportino secondo le loro idee. I sacerdoti pagani rompono molto meno le balle: non sono collegati fra loro, non impongono i loro riti a chicchessia, accolgono anche chi ha praticato riti diversi e infine non minacciano nessuno. Ecco perché non si è mai sentito parlare di eretici fra i pagani, mentre i cristiani ormai da due secoli si stanno scannando fra di loro, dandosi dell'eretico l'un l'altro: perché i cristiani hanno creato un'organizzazione politica e tutte le diocesi ora sono in lotta per contendersi il primato!

Al tramonto, dopo aver percorso oltre ottanta miglia, avevano deciso di fermarsi all'ultima posta, dove ottennero una comoda camera ed una cena accettabile.

Lucio e Saluzio viaggiavano senza bagaglio, vestiti di mantelli di pelliccia come due mercanti ed erano armati solo di corte spade traciche, oltre ad arco e frecce barbarici. Il piano prevedeva che il bagaglio, le scorte e l'equipaggiamento sarebbero arrivati ad Argentorate con un paio di carri e qualche schiavo entro un paio di settimane.

- Come va la mia barba? - chiese Lucio lisciandosi il mento.

- Detto fra noi per ora sembri uno schiavo caledone piuttosto trascurato! Ci vorrà ancora almeno una settimana per darti un aspetto di barbaro genuino!

Avevano deciso che Lucio avrebbe affittato un alloggio ad Argentorate, dove avrebbero costituito la base operativa della spedizione. Ad Argentorate il Reno poteva essere facilmente attraversato di notte corrompendo qualche barcaiolo: dall'altra parte iniziava quel territorio ancora noto come Campi Decumati che un tempo era stato terra romana e che da quasi cento anni era ormai dominio incontrastato di Franchi e Alamanni.

C'è in Europa un piccolo fazzoletto di terra, aspro di montagne e foreste impenetrabili, che nello spazio di appena trenta miglia vede nascere due giganteschi fiumi che, dipartendosi verso direzioni quasi opposte, hanno da sempre spartito popoli, idee, modi di vivere.

Ai tempi della continua e veloce espansione del dominio delle aquile romane sulle popolazioni celtiche dell'Europa continentale, tutto ciò che era a sinistra della verticale del Reno ed al di sotto dell'orizzontale del Danubio costituiva il mondo civile, retto dal diritto di Roma e protetto dalla sua forza. Poi l'Imperatore Vespasiano, verso l'80, decise di annettere tutto il fazzoletto di cui si è detto sopra, in modo da accorciare sensibilmente le frontiere, tracciando il nuovo confine non più tra le sorgenti, ma tra i due punti in cui i fiumi si separano e prendono direzioni diverse. All'aspra regione annessa fu dato il nome di Campi Decumati e vi vennero costruite alcune città cintate ed un limes fortificato che per centottanta anni contenne gli assalti di Quadi, Burgundi e Marcomanni.

Si trattava di una contrada montuosa e selvaggia, scarsamente abitata, dove non fiorivano né le colture, né i commerci: poco più di un cuscinetto pieno solo di uomini in armi.

Poi, verso il 260, quando erano ormai sepolte le glorie dei Flavi, degli Antonini e dei Severi, e l'imperium veniva passato di mano in mano fra rudi soldatacci provinciali che resistevano agli intrighi ed alle ribellioni per pochi mesi o, nel migliore dei casi, per pochi anni, Gallieno, occupato a far fronte ad usurpatori, ribellioni e minacce dall'Oriente, dovette tollerare l'occupazione dei Campi Decumati da parte degli Svevi ed arretrare di nuovo le frontiere alle sorgenti dei due fiumi.

Così quella terra che aveva per breve tempo conosciuto la civiltà ed il diritto era tornata da cento anni ad essere inglobata nell'abisso incognito delle terre barbariche.

La loro meta era in un punto preciso di quella terra, della quale non avevano mappe aggiornate, che non offriva alcuna possibilità di rifornimento né alcun punto di appoggio, che non poteva essere percorsa se non a prezzo di difficoltà tremende a causa di fiumi, foreste e montagne e che era popolata solo da nemici di Roma.

- Bastasse la barba per cavarcela! Il tuo piano è ben pensato, ma le difficoltà sono immense. Anche se tenteremo di farci passare per barbari non sarà facile circolare per le piste fra le valli e tagliare per i monti è impossibile.

- Non preoccupiamoci prima di cominciare, figliolo. Io parlo perfettamente la lingua degli Alamanni e quando mi saranno cresciuti barba e capelli, grazie al loro colore chiaro e ai miei occhi azzurri potrò passare per un padre di famiglia in viaggio con un suo schiavo. Tu ti esprimerai a gesti: dirò che vieni dall'alta Britannia.

- La mappa che abbiamo sarà affidabile?

- Mmh... non credo che potremo usarla se non per identificare i percorsi di fondo valle che ci possano portare all'antica Arae Flaviae, la città fondata da Vespasiano, nella quale dovremmo trovare la grotta del Mitreo nella cui cripta ci sono le risposte che cerchiamo.

- Credi che dovremmo attendere i rifornimenti o passare il Reno appena arrivati?

- Direi di passare subito dall'altra parte, prima che la neve ostruisca i passi. È meglio che io non mi faccia vedere ad Argentorate: sarei fuori legge e la mia faccia è conosciuta da tutti i funzionari. Il bando mi impone di essere fuori da Lutetia entro ventiquattr'ore, dalla Gallia entro quattro giorni e di presentarmi a Costantinopoli entro l'estate. Se voglio essere puntuale all'appuntamento con il caro Eusebio dobbiamo fare presto. Dopo un paio di settimane in territorio nemico rientreremo ad Argentorate e vi troveremo bagagli e servi.

E adesso tentiamo di dormire: domani ci attende un'altra galoppata!

20.

Saluzio era scoraggiato per il freddo, la neve e la loro incapacità di usare l'arco per cacciare, ma non si lamentava e continuava a mangiare mele selvatiche ormai da tre giorni, cioè da quando avevano abbandonato la pista che veniva da nordovest e si erano inoltrati nella Selva Nera. Da quando avevano traghettato il Reno su una chiatta clandestina si erano imbattuti solo in un paio di miseri villaggi, dove avevano comprato viveri, torce, corde e cavalli. Ora le provviste erano agli sgoccioli e Lucio, che non si dava per vinto, continuava a tentare di cacciare.

- Per Mercurio! Con questi "cosi" primitivi non mi fa meraviglia che i Germani non riescano a batterci!

- Quando scagliano addosso alle nostre legioni nuvole di migliaia di dardi che arrivano da ogni direzione, questi "cosi" come li chiami tu, fanno molti danni! Ma colpirci un coniglio selvatico in corsa è un altro affare.

Camminavano su una pista fra le montagne da oltre tre ore, con i due cavalli sottomano. A dire il vero la parola cavalli non era quella che Lucio Cornelio, abituato ai nevrili stalloni orientali, avrebbe usato volentieri, preferendo piuttosto chiamarli "cavalcature", piccoli, tozzi e volgari com'erano. Per fortuna erano resistenti, instancabili e con un piede molto sicuro sulla neve, cosa particolarmente utile quando, come ora, dovevano camminare su piste strettissime sul fianco del precipizio.

- Secondo la mappa dovremmo arrivare al passo fra due o tre tornanti, poi scendendo a fondo valle dovremo trovare il vecchio castrum.

- Lo spero proprio. Sono otto giorni che abbiamo lasciato l'ultimo villaggio abitato e che non incontriamo anima viva.

- Se è per questo, lasciatelo dire, ritengo sia stata una vera fortuna. Da queste parti non abita nessuno e se ci fosse qualcuno non potrebbe essere altro che un brigante. Da quando noi romani le abbiamo abbandonate, in queste terre sono deserte. Noi eravamo qui unicamente per accorciare i confini, non per colonizzare questi posti selvaggi e inospitali, ed i barbari ci venivano solo per assalire noi, non per rubarci la terra.

Un sordo battere di zoccoli sul terreno aveva messo in guardia Lucio, che aveva già incoccato una freccia nell'arco. Un varco si aprì nella macchia ed un fulmine nero uscì dalla boscaglia caricandoli. La freccia volò rapida verso il bersaglio che era ormai a soli dieci passi e penetrò nella nuca di un grosso cinghiale che continuò il galoppo grazie all'abbrivio e finì a terra in mezzo a loro, mentre tentavano di scansarsi. Uno dei due cavalli, fece un mezzo scarto, ed accennando un'impennata mise un posteriore sul bordo della pista, dove una roccia era evidentemente poggiata su un basamento incerto. Il povero animale precipitò lungo la scarpata nitrendo disperatamente, portando con sé una parte dell'equipaggiamento.

- Addio ai miei libri, alle ultime gallette, al materiale da scrittura.

- E benvenuto a bistecche, salsicce e rognoni! Aiutami a scuoiare questo cinghiale e stasera ti farò assaggiare come i miei antenati celti sapevano gustare i cibi genuini: qui intorno è pieno di foglie e bacche... cogliamone un po'!

Si erano accampati al passo e, dopo aver improvvisato spiedo e girarrosto, avevano acceso il fuoco e Saluzio si era cimentato con ottimo successo nell'arte culinaria.

- Beh, debbo dire che i tuoi antenati ci sapevano fare con l'arrosto! Probabilmente gli intrugli dei cuochi romani vi hanno tolto il gusto dei sapori naturali. Vercingetorige si sarebbe opposto a Giulio Cesare con maggior vigore se avesse sospettato che il garum[33] avrebbe prevalso sul cinghiale alle bacche!

- Tu scherzi, ma certe volte io mi domando se non sarebbe stato meglio se Giulio Cesare fosse rimasto in Italia e ci avesse lasciato a scornarci con i Germani! È vero che per tre secoli abbiamo vissuto nel benessere e nella pace: i romani ci hanno insegnato la giustizia, le comodità, le arti, il gusto del bello, la tecnologia e noi ci siamo immediatamente adeguati. Le nostre città sono diventate grandi, ordinate, civili, divertenti ed i Germani, a parte un po' di scaramucce e guerre di frontiera sono rimasti a casa loro. Ma adesso... con i preti cristiani al potere, che ne sarà di questa civiltà?

- Dimmi, Saluzio, pensi che la nostra era stia finendo?

- Non so, Lucio. Certo è che dobbiamo essere preparati a cambiare modo di vita: e non sono sicuro che mi piacerebbe. Non credo che si tratterà di un problema mio giacché ancora per qualche decennio il nostro mondo, pur sgretolandosi, continuerà a sembrarci lo stesso. Ma la vostra generazione quando si guarderà indietro e penserà agli anni appena trascorsi si renderà conto che questo era un altro mondo. E voi sarete diversi, ma non vi adatterete perché siete i nobili eredi di Roma e dei Druidi.

- Stai pensando a Galla, vero?

- Si, Lucio. Sai che è la luce dei miei occhi e che non vivo che per lei. È una donna in gamba, più in gamba di molti maschi: come vivrà in un mondo che pretenderà di velarla e relegarla in un gineceo? In un mondo dove chi ragiona con il proprio cervello e segue gli istinti dettati dal cuore è continuamente minacciato di peccato e di castigo? Non sarà un mondo facile per una donna intelligente ed un uomo libero.

- Vorrei chiederti una cosa, nobile Saluzio.

- Dimmi, figliolo.

- Se non ho parlato prima è stato solo per timore di ferirti o di offenderti.

- Non preoccuparti, ti ascolto.

- Si tratta di tua figlia.

- Lo so.

- Come, lo sai?! Sai... cosa?

Saluzio sorrideva ed il suo viso aperto era illuminato dalla luna e dal fuoco.

- Voi giovani credete sempre che noi uomini maturi siamo o ciechi o stupidi. Probabilmente perché pensate che l'amore sia una faccenda di vostro esclusivo appannaggio. Non pensate neppure che anche a cinquant'anni, anzi a sessanta... settanta, noi continuiamo ad innamorarci, ad avere i vostri stessi desideri, a cadere nei vostri stessi errori. Ci batte il cuore, ci confondiamo, sbagliamo a comportarci, trepidiamo, siamo assaliti dai dubbi esattamente come voi, pur avendo i capelli brizzolati e tanta esperienza... Mi è bastato vedere come la guardavi nell'anfiteatro e come ti guardava lei durante la corsa! E poi non sono mica cieco: pensi che non mi sia accorto che da un po' di tempo indossi solo una falera sull'uniforme!

Lucio era rimasto a bocca aperta, come un allocco e non sapeva cosa dire. Saluzio lo aiutò:

- Ti meravigli? Sappi che un padre, specie se ha allevato da solo l'unica figlia, per tutta la vita sogna che l'uomo che sposerà sia retto, in gamba, raffinato, divertente: affinché oltre che un genero sia il suo miglior amico... - Scoppiò in una risata - ora non penserai, caro Lucio, che Lupicino possegga i requisiti che ti ho appena elencato!

- Purtroppo l'Augusto non la pensa così!

- Coraggio, Lucio. Sono certo che Galla non sposerà quello spione. Il nostro Cesare mi ama troppo per permetterlo e troverà il modo di tergiversare ancora.

- Ma Fiorenzo non perde l'occasione per metterlo con le spalle al muro ed un'altra campagna in Britannia non capiterà durante l'estate. Appena Lupicino sarà di ritorno le nozze non potranno essere ancora rinviate!

- Non ti crucciare. Galla non è destinata a Lupicino e Giuliano diverrà più potente di Costanzo. Io ho fiducia nelle stelle, tu abbila in me! E... ti prego, non fare quella faccia da pesce ogni volta che nomino mia figlia! Hai la mia approvazione... se mai tu decidessi di volermi come suocero!

21.

Erano scesi a valle di buon'ora e dall'alto avevano subito visto emergere dal sottile velo di neve le rovine della vecchia città sul grande fiume che si gettava nel Reno molte centinaia di miglia più a nordovest.

Sembrava un luogo senza tempo, cristallizzato nella sua sciagura dal gelo e dalle neve che lo ricopriva per buona parte dell'anno.

La città si svolgeva su tre anse del fiume ed ovunque bianche colonne che si innalzavano verso il cielo, senza nulla da sorreggere, narravano la storia di una comunità raffinata che aveva perso la sua lotta con l'ambiente circostante: ovunque cespugli ed alberi spuntavano fra i marmi pregiati di capitelli e timpani caduti. Lucio e Saluzio potevano riconoscere le sagome inconfondibili di un teatro, di un piccolo, ma elegante edificio termale, di quattro templi e due basiliche.

Si erano fermati in religioso silenzio a guardare quella muta testimonianza, che avvertivano come prefiguratrice di qualcosa che incombeva sul loro destino.

- Quella era Arae Flaviae.

- Già. Ecco com'è una città quando muore.

- Come successe?

- Fu circa cento anni fa, ai tempi della grande crisi, molto prima che Diocleziano riorganizzasse l'Impero. Gallieno, il figlio di Valeriano era in Rezia quando decine di migliaia di Franchi e Svevi sfondarono le frontiere del Reno e dei Campi Decumati e dilagarono nella Gallia meridionale, spingendosi fino in Spagna ed in Africa. Contemporaneamente gli Alamanni abbatterono le difese del Brennero ed invasero la pianura padana. Tutte le guarnigioni dei Campi Decumati furono trucidate, mentre i civili venivano evacuati a tappe forzate. Se pensi che contemporaneamente Valeriano, collega di Gallieno in Oriente, veniva ucciso dai Parti, converrai con me che la decisione di Gallieno e dei suoi successori di non tenere questa zona fu opportuna e prudente.

- Mi domando quante zone di frontiera dovremo abbandonare in futuro ai barbari. Guarda cosa succede quando la civiltà arretra.

Erano scesi a valle nella città morta e stavano percorrendo la via maestra, ai bordi della quale i tronconi di centinaia di colonne raccontavano un fastoso passato di portici ombrosi e botteghe fiorenti. Ad ogni passo si imbattevano in scheletri umani, ancora ricoperti da accessori, calzari e cinghie in cuoio. Ogni arma e oggetto metallico o prezioso invece era stato accuratamente ripulito da briganti e sciacalli.

Tra le rovine fischiava un vento gelido e sinistro. Il cielo era coperto e l'atmosfera grigia contribuiva alla scena surreale di sciagura e sconfitta.

- In fondo ai portici c'è il tempio di Roma e Vespasiano. La mappa dice di aggirare il tempio e scendere la rupe verso sinistra.

Si erano incamminati in salita verso un vasto tempio di cui restavano le sei colonne frontali ed il grande timpano, mentre il tetto era rovinato sulle are sottostanti. Ovunque si vedevano i segni di una grande battaglia, ma sotto il tempio e sulle gradinate di esso gli scheletri giacevano a mucchi.

- Chissà se un giorno qualcuno potrà dare sepoltura a questi ignoti legionari?

- Non credo, Lucio, che un piede romano calpesterà più questa terra. Non facciamoci influenzare dalla malinconia. Siamo qui per una missione, e non mi sento tranquillo. Siamo proprio sicuri che la città sia del tutto disabitata?

- Non insinuarmi dubbi gratuiti, Saluzio. Con questo tempo e questo panorama già mi sento abbastanza depresso! Comunque non ho notato né tracce fresche, né rumori sospetti.

Scesero un ripido sentiero dietro il tempio.

- Questo è il sentiero che porta all'ansa del fiume. Dovremmo trovare la grotta lungo la rupe.

Pochi minuti dopo si trovarono di fronte ad una bassa apertura sulla parete rocciosa, dissimulata fra i cespugli, che si allargava sul sentiero; alcuni gradini scavati conducevano verso una cavità sotterranea. Legarono il cavallo e si fermarono sul limite della grotta.

- Un posticino allegro, non ti sembra?

- Da far venire i brividi. Accendi una torcia e scendiamo.

La parete di destra del cunicolo scavato nella roccia costeggiante la prima rampa di sette gradini era decorata da graffiti policromi di corvi in volo. Quella di sinistra mostrava decine di serpenti che strisciavano o le cui spire si avviluppavano ad arbusti. La seconda ripida rampa, dopo un piccolo pianerottolo, si dipartiva ad angolo retto ed i graffiti rappresentavano a destra scorpioni ed a sinistra leoni ruggenti. Il freddo e l'umidità erano pungenti, e l'odore di muffa si mischiava al puzzo di cadavere.

- Sembra la discesa di Enea all'Ade. E questo sarebbe un luogo di religione?

Saluzio sorrise.

- Tutti i culti misterici provenienti dall'Oriente prevedono una iniziazione dell'adepto che passa per diversi gradi: lo scopo è di allontanarlo dalle pompe e dalle vanità del mondo. Solitudine, digiuno, meditazione al buio per giorni e giorni hanno lo scopo di renderlo leggero e ricettivo alla rivelazione divina. Ecco perché i Mitrei sono bui, angusti e scavati nelle viscere della terra.

- A me questo posto fa solo venire l'angoscia. Se da qualche parte c'è il Creatore è nella luce, nell'aria, nella natura...

- Mitra, un eroe persiano vissuto duemila anni fa, è il mediatore fra l'umanità ed il Sole, simbolo del Principio Creatore Unico. Per conoscerlo e mettere pace e serenità nella loro vita spirituale e nei rapporti con lui i fedeli di Mitra e del Sol Invictus debbono prima prendere coscienza della vanità delle cose di questo modo ed isolarsi in questi luoghi bui e, a dire il vero, piuttosto sgradevoli!

Un lungo corridoio portava ad una apertura di cui si intravedeva il contorno alla luce della torcia. Sui lati ancora graffiti di civette da un lato e galli dall'altro.

- C'è un filo logico che lega questi animali?

- Eccome se c'è! Sono i simboli dei sette livelli di iniziazione: come nell'esercito, ogni fedele deve percorrere una gerarchia fatta di gradi inferiori e superiori. Il Corvo e l'Occulto, simboleggiato dal serpente che cambia pelle, hanno funzione di servitori e messaggeri. Al grado di Soldato, lo scorpione, si perviene dopo aver battuto un altro adepto in un duello rituale. Poi ci sono i gradi superiori, officianti: il Leone, il Persiano e il Messaggero del Sole, cioè il gallo. Solo questi è degno di ricevere il battesimo.

- Battesimo?!

- Si, il battesimo mitraico: non ti meravigliare delle analogie che troverai con i riti cristiani: essi sono stati ripresi nella quasi totalità dalle cerimonie misteriche di Mitra e di Cibele.

- Non posso crederci!

- Farai bene a farlo oppure a documentarti. Se Paolo di Tarso voleva avere qualche possibilità di ottenere consensi nel mondo dei "Gentili", doveva vestire il messaggio del Galileo di forme comprensibili al mondo romano: ecco la genesi dei riti del battesimo, del rinnovo del sacrificio del Dio sceso in terra e nato da una vergine, del banchetto mistico con qualcosa che simboleggiasse le sue carni ed il suo sangue (che i cristiani chiamano "comunione"). Dopo il sacrificio il Sole e Mitra consumano un pasto sacro una caverna, poi Mitra sale al cielo sul carro di Elios.

- Quindi i riti cristiani non sono originali, ma derivati?

- Certo! Ma mentre i riti cristiani sono pubblici e rivolti al coinvolgimento ed al condizionamento del maggior numero possibile di fedeli, quelli misterici sono "privati" e si rivolgono a pochi adepti che vengono accuratamente scelti e che si impegnano a mantenere il massimo segreto sulle cerimonie e sui contenuti del culto. Pensa che in questo momento in Oriente i vescovi cristiani di Antiochia e Costantinopoli hanno convinto Costanzo a celebrare la festa della natività del Cristo il giorno del solstizio d'inverno, il 25 Dicembre, sostituendo così la festa del Sole Invitto ed annullando i Saturnali: tra qualche anno nessuno ricorderà più che quella era una festa romana con secoli di tradizione e crederanno veramente che il Galileo nacque d'inverno mentre autorevoli storici sono oggi d'accordo nell'affermare che dall'analisi delle testimonianze e degli eventi la sua nascita avvenne intorno all'equinozio di primavera! Guarda, guarda... questo dovrebbe interessarti!

Erano arrivati all'apertura. Un architrave di marmo, sormontato da una grande conchiglia, riccamente decorato di fregi e volute, era sorretto da due colonne i cui capitelli recavano spade e scettri. Sulla parete sinistra del vestibolo che si allargava prima delle colonne un grande bassorilievo mostrava una scena che fece rabbrividire Lucio: un bambino era adagiato su della paglia in una grotta e dei pastori l'adoravano inginocchiati ed in estasi.

- Ma questa è la scena descritta dai Vangeli!

- No questa è la rappresentazione della nascita di Mitra, nascita che avvenne da una vergine, secondo una tradizione persiana di quasi duemila anni fa, ripresa mille anni fa da Zarathustra e raffigurata nelle decine di Mitrei dell'Impero che vennero costruiti immediatamente dopo che Pompeo, settant'anni prima di Cristo, conquistò la Palestina ed importò il culto a Roma. Come vedi, contrariamente al Cristo, il neonato stringe in pugno una spada ed una fiaccola: malgrado molte copiature formali la sostanza delle due religioni è totalmente diversa. Benché entrambe si rifacciano ad un Creatore unico e ad un Mediatore salvifico che si sacrifica e sale al cielo, il messaggio cristiano si fonda sulla rinuncia, quello mitraico sull'appagamento che deriva dal compimento del dovere. I cristiani rinunciano alle bellezze della terra ed ai piaceri della vita per protendersi verso un'aldilà avvolto nel più fitto mistero: questa è una valle di lacrime, dove regnano l'ingiustizia, la corruzione, la morte. Il cristianesimo è una religione di vinti, che pratica il culto della sofferenza e della rinuncia ed ha fatto grancassa dei suoi martiri, considerandoli dei vincenti, anziché dei perdenti. Puoi paragonare le due fedi confrontando il fulgore candido dei templi che levano timpani e alte colonne verso il cielo, con la tetraggine delle chiese cristiane, dalle volte strette e cupe, costruite sopra i cadaveri decomposti di santi e martiri. Un messaggio morboso e tetro se confrontato con quello radioso del Sole, che premia i meriti e l'attività e non punisce chi gode dei piaceri della vita senza abusare dei diritti altrui. Gli iniziati debbono tendere al bene, deponendo per ogni grado di iniziazione una delle passioni umane, impegnandosi a combattere il male con spirito guerriero: una religione di veri uomini fatta di azioni, non di rinunce, che tende alla vittoria ed al Sole Invitto. Il battesimo mitraico, ad esempio, purifica donando forza, coraggio e volontà: da un foro nel soffitto della cripta l'adepto viene inondato dal sangue di un toro candido, precedentemente consacrato con l'immersione in acque sacre. Il sangue del toro cola in canaletti sul pavimento e tutti i testimoni, seduti ai lati dell'adepto, bagnano le dita nel sangue che scorre, ricevendone energia.

Saluzio aveva parlato con tale fervore che Lucio non poté fare a meno di domandargli, esitante:

- ... è la tua religione?

- No caro Lucio. Io non credo che nella filosofia e nella ragione. Ma non sopporto le mistificazioni e le prevaricazioni dei cristiani, anche se so che la religione dei perdenti è destinata a maggior popolarità di quella dei vincenti, perché costoro, in proporzione sono pochissimi. Ma andiamo oltre.

Il bassorilievo sulla parete di sinistra del vestibolo raffigurava il settimo ed ultimo grado iniziatico, il Pater, simboleggiato da Mitra stesso in effigie di Chronos, con la testa leonina (il tempo che divora ogni cosa) ed avviluppato nelle spire di un serpente: ai suoi piedi si apriva un cunicolo nel quale un uomo sarebbe entrato a malapena, purché strisciasse.

- Da lì si dovrebbe accedere alla grotta dove gli iniziati meditavano per giorni e giorni, digiunando.

- Mamma mia... entriamo nella cripta. Oddio... guarda!

Lucio aveva spostato la torcia al di là delle colonne, illuminando fiocamente una cella di tre passi per cinque, su due lati della quale erano stati scavati nella roccia austeri sedili, ricoperti da tavole di quercia, lungo cui correvano dei canaletti. Da una stretta apertura sul soffitto a volta la luce del sole faceva battere un fioco raggio su un grande bassorilievo, incastonato nella parete di fondo dalla volta circolare, raffigurante Mitra, con il berretto frigio, nell'atto di sgozzare il toro. Il corno destro dell'animale era abbassato e l'ara sottostante era ruotata sul suo asse, come specificato nella mappa. Non era solo questa, però l'unica anomalia: due scheletri con gli abiti quasi intatti e le armi in pugno erano riversi l'uno sul sedile, l'altro sul pavimento centrale; un terzo era caduto bocconi sull'ara, con uno stiletto nella schiena.

- ... che significa? - Lucio era piuttosto allarmato, mentre Saluzio si era chinato ed aveva iniziato a frugare tra gli abiti di uno dei cadaveri.

- Che qualcuno è stato qui prima di noi. Questi resti non hanno più di venti anni.

- Sembra che si siano scannati fra di loro. Questo ha colpito alla schiena l'altro, ma mentre lo faceva ha ricevuto una daga in testa che l'ha aperto in due come una mela!

- Si e la daga era di questo qui. Che è stato trafitto da un gladio. Credo di intuire ciò che è successo, e la cosa non mi piace: questi tre cercavano quello che cerchiamo noi e forse l'hanno trovato.

- Se l'hanno trovato dovrebbero averlo lasciato qui in giro. Sono tutti morti... a meno che...

- A meno che non fossero in quattro o più: cosa molto probabile, in quanto questo è stato passato da un gladio e qui di gladi non ce ne sono.

Lucio aveva scostato dall'ara il cadavere con lo stiletto nella schiena .

- È come temevo: l'ara è scostata dalla nicchia sottostante, che è vuota. La mappa aveva ragione: sotto l'ara c'è un tabernacolo. Cerchiamo di capire chi erano costoro e se qui intorno c'è qualche indizio che ci racconti dove è finito il manoscritto.

Cominciarono a frugare. Tutti i cadaveri avevano calzari militari, e le armi erano d'ordinanza. Le monete che avevano indosso portavano l'effigie di Costantino con i quattro figli maschi. Poiché il primogenito di Costantino, Crispo, era stato fatto giustiziare dal padre nel 326, con il sospetto di essere l'amante della matrigna, i cadaveri dovevano giacere nella cripta da non meno di trent'anni. Poi una decorazione "Victoria Gothica" li convinse che i soldati dovevano essere arrivati lì dopo il 333.

- Dalla foggia delle armi, delle decorazioni e delle cinture che indossano sotto i mantelli borghesi direi che questi tre vengono da qualche legione comitatense orientale: Antiochia o Cesarea.

- Vero. E dagli anelli e dai crocefissi al collo del pugnalato e del trafitto sono certo si tratti di cristiani!

- Già. Ma guarda qui: quello con la testa spaccata porta nascosto sotto il corsetto un ciondolo con il simbolo mitraico del Messaggero del Sole. Pensi tu quello che penso io?

Si guardarono perplessi. Saluzio parlò, come riflettendo ad alta voce:

- Sono venuti qui insieme ed in pace, alla ricerca di quello che speravamo di trovare noi. Erano almeno in quattro e quando sono entrati il capo si è diretto con sicurezza all'ara e l'ha spostata facendo ruotare il corno del toro: infatti non ci sono tracce di alcun tipo di ricerca. Probabilmente ha trovato il manoscritto ed appena lo ha afferrato uno dei due seguaci di Mitra l'ha colpito alla schiena. L'altro cristiano ha avuto il tempo di reagire e gli ha spaccato la testa con la daga, ma è stato a sua volta trafitto...

- ... da un altro seguace di Mitra? È questo quello che pensi?

- Non so. Certo qui non ci sono altri gladi e il manoscritto è sparito. Se è finito in mani cristiane ormai sarà stato distrutto, se il complice del Messaggero del Sole è potuto fuggire e si è salvato ora si troverà al sicuro in qualche altro Mitreo. Ma dove?

- Frughiamo meglio: forse potremo trovare qualche indizio!

- E questo cosa significa?

Lucio si era avvicinato ai resti dell'uomo trafitto che giaceva rovesciato sul sedile. Dietro alla sua testa la tavola di quercia era sfondata.

Il pezzo mancante era a forma di T rovesciata, e tutt'intorno al buco c'erano delle lettere. Lucio e Saluzio si guardarono.

- Giuliano aveva ragione. Gli antichi scritti che parlavano della conservazione del documento in questo remoto Mitreo e il pezzo di quercia a forma di "T" erano collegati! Ma non poteva immaginare che entrambe le piste conducessero in questa stanza.

- Incastrando il pezzo che ha il Cesare in questa tavola il messaggio assume un senso compiuto. Lo ricordi, Saluzio?

- Purtroppo no, Lucio. Tagliamo la tavola di quercia intorno al pezzo mancante e portiamo il frammento a Lutetia. Chi ne sarà l'autore e cosa avrà voluto dirci?

- Il nome del suo assassino? Il luogo dove cercarlo?

- No l'autore non può che essere colui che è uscito vivo da qui, con il manoscritto. Quando è rimasto solo ha avuto tutto il tempo di incidere il messaggio e forare la quercia, asportandone la "T". Anzi... ora so il perché di questa forma: non si tratta di una "T"!

- E cos'è allora?

- Una croce rovesciata! Il galileo è morto sulla croce, la pena riservata agli schiavi, ai briganti e ai ribelli. I cristiani non amano questo simbolo, che ha una carica socialmente troppo negativa e tendono ad usarne altri: il pesce, l'agnello, il pane... I nemici dei cristiani, per sfregio, hanno invece iniziato ad indicarli con la croce. E costui li odiava talmente che l'ha addirittura capovolta!

Un anello all'indice del seguace di Mitra attrasse la loro attenzione: un sigillo con le iniziali -M-B- intrecciate era montato su un mezza siliqua argentea, spezzata. Lucio se lo mise in tasca. Dapprima non trovarono che monete, piccoli coltelli, amuleti portafortuna, briciole e resti di cibo ammuffiti, poi saltarono fuori dalle pieghe del mantello del cristiano pugnalato due pergamene ripiegate in quattro: una con disegnata una mappa molto simile a quella consegnata a Lucio, l'altra con un lasciapassare con il sigillo di Costantino.

- Guarda, Saluzio, è del 335 ed è stato rilasciato dalla cancelleria dell'Imperatore a Panfilio Ciprene, diacono della curia di Eusebio di Cesarea, che viaggiava con tre ufficiali della XIIdeg. Legione "Fulminata".

- Tuttora di stanza in Cappadocia! Ho il sospetto che il manoscritto abbia preso la strada dell'Oriente. Eusebio di Cesarea, hai detto? Non si tratta del grande vescovo ariano amico di Costantino, che fu protagonista al Concilio di Nicea?

- Proprio lui. Un fanatico grafomane esaltato, che trent'anni fa ha scritto, fra l'altro, una monumentale "Storia Ecclesiastica", una "Storia dei Martiri", una "dimostrazione dei Vangeli" in cui ha esposto la storia sacra umana, da Abramo a Costantino, in funzione cristiana, interpretando, fantasticando e mistificando a piene mani.

- Probabilmente aveva sentito parlare del manoscritto e vi era interessato quanto noi, anche se per motivi diametralmente opposti!

- Fortunatamente i misteri di Mitra sono molto diffusi fra le nostre legioni ed i due ufficiali avranno avuto l'ordine segreto di impadronirsi di quanto Panfilio avrebbe trovato. Vieni, torniamo indietro. Dovremo spostare la nostra ricerca a Cesarea di Cappadocia.

In pochi minuti tornarono indietro sui propri passi, ma alla fine delle scale dovettero arrestarsi. L'apertura del Mitreo era bloccata da un enorme macigno.

22.

Preoccupati, tornarono guardinghi nella cripta e tentarono di capire cos'era successo guardando dal buco sul soffitto che si apriva appena due piedi sopra le loro teste.

- Quella è l'apertura dalla quale i Messaggeri del Sole ricevono il battesimo. È troppo stretta per poterci passare.

- Possiamo tentare di allargarla usando le nostre armi e quelle dei cadaveri. Monta sulle mie spalle, Saluzio e tenta di scalfire la roccia con la daga... ma sta attento: chiunque ci abbia fatto questo scherzo potrebbe essere in agguato.

L'opera di Saluzio, iniziata con lena ed ottimismo, dopo dieci minuti si rivelò fallimentare.

- È troppo dura. Non ci riesco...

Il pilum penetrò nella sua spalla proprio mentre stava per dire a Lucio che dovevano trovare un'altra idea. Con un urlo soffocato Saluzio precipitò dalle spalle di Lucio e si abbatté sul sedile di sinistra.

- Saluzio! Che è stato? Come stai?

Rantolando e tentando di tamponare il sangue premendosi la ferita con l'altra mano, Saluzio indicava con la testa l'apertura.

- Attento Lucio, c'é qualcuno, sopra...

- Avete proprio ragione, schifosi pagani reazionari! Rassegnatevi a marcire in questa fogna sacrilega finché non ci consegnerete ciò che avrete trovato!

- Chi siete? Cosa volete?

Lucio si era messo al riparo e tentava di medicare la ferita dell'amico.

- Non preoccupatevi di sapere di noi. Pensate a voi piuttosto. Se vi è cara la vita, passateci dal maledetto buco i documenti che avete trovato.

Si guardarono perplessi e, bisbigliando, cercarono di mettere a fuoco una strategia.

- Sssh. Non preoccuparti, Lucio... chiunque sia là sopra è certamente un ignorante che non sa niente del culto mitraico... certamente esiste un'altra uscita: quando gli adepti si ritirano nelle grotte in isolamento per digiunare, qualcuno deve poter passare per portare l'acqua e, talvolta, un po' di conforto.

- Piano, non sforzarti, tu soffri.

- Non preoccuparti... striscia nel buco... sotto l'immagine del Mitra Chronos: dovresti sbucare in una serie di celle buie ed anguste, al termine delle quali una scala ti dovrebbe condurre al locale del taurabolium, dove si trova il nostro amico. Fai molta attenzione: potrebbe essere ovunque.

Lucio si armò di gladio e pugnale ed in pochi secondi strisciò nel cunicolo. Si trovò in una piccola grotta completamente buia di cui cominciò ad esplorare a tentoni le pareti finché non riconobbe una porta, che fortunamente era senza catenaccio.

Passò in un piccolo androne dove alcuni gradini conducevano ad una tortuosa ed interminabile scala a chiocciola scavata nella roccia. Iniziò a salire cautamente, facilitato dal buio pesto. Poi vide uno spiraglio di luce e si arrestò.

Poteva scorgere, appena spuntando dalla scala con la testa, un ampio locale con due porte e delle feritoie. Si accertò che non vi fosse nessuno poi, cautamente, entrò e guardò da una delle aperture: dava sul locale del taurabolium che si trovava un piano sotto di lui.

Due uomini, coperti da rozzi mantelli di lana, erano accovacciati intorno al foro sul pavimento e cercavano di guardarvi dentro. Uno era grasso ed aveva la tipica rasatura a tazza che i preti cristiani si praticavano alla sommità dell'occipite. L'altro, lo si vedeva dai calzari e dalle armi, era un ducenario. Quando si girò lo riconobbe per Sesto Martiniano, uno degli uomini di Sintula.

- Dove sono finiti quei maledetti?

- Uno è ferito. Si saranno certamente ritratti in una cella distante dal buco.

- Se non ci passeranno il documento dovremo scendere a prenderlo.

- Preferirei evitarlo. Quello è un luogo di Satana e non voglio averci niente a che fare!

- Non credo che potremo fare diversamente. Anche se li lasciamo lì dentro a morire di sete e di fame dovremo comunque andare a prenderci il documento.

Lucio ispezionò l'ambiente, mentre rifletteva rapidamente. Erano stati pedinati da sempre. Evidentemente i due avevano avuto l'ordine di seguirli fin da Lutetia. Sapevano del manoscritto: c'era quindi una spia a Palazzo. Chi poteva essere?

Una delle porte dava su una rampa a spirale in discesa. Certamente conduceva al locale del taurabolium: i tori non potevano scendere i gradini! L'altra, con sua grande gioia, dava direttamente nella cripta del tempio, sotto l'ara di Vespasiano. Guardò il viso rubizzo e pacioccone del divo Vespasiano Augusto e gli sembrò che ammiccasse. Grato della sua approvazione, si appiattì dietro lo stipite della porta ed attese.

Dopo poco più di mezz'ora la porta si aprì e Sesto Martiniano uscì senza la minima preoccupazione, a testa alta, rendendo così facilissima al pugnale di Lucio l'operazione di sgozzatura, che venne praticata in una frazione di secondo, senza che il ducenario emettesse il benché minimo lamento.

Immediatamente Lucio tornò nel vestibolo del Mitreo, varcò la porta della rampa ed iniziò a scendere lungo la parete interna. Quando poté affacciarsi cautamente nel locale del taurabolium, vide il grasso prete che tentava di sporgere la testa nel buco.

Con un paio di balzi fulminei gli fu alle spalle e prima che questi ritrovasse l'equilibrio spinse le sue spalle in modo da premergli il capo nell'apertura, poi lo serrò alla base dell'ara che la sovrastava, usando le catene abitualmente riservate al toro.

Mentre quello si dibatteva urlando, gli legò le mani dietro la schiena con la sua cintura di cuoio. Poi chiamò Saluzio accostandosi all'apertura occupata dalla testa del prete.

- Come va? Puoi resistere ancora un po'?

- Sta tranquillo, Lucio. La ferita non è grave.

- Da dove sei puoi vedere la faccia del nostro amico?

- Si, e non mi sembra un bello spettacolo!

Il prete stava piagnucolando, continuando a dibattersi. Lucio gli diede un calcione sull'invitante posteriore e cominciò ad interrogarlo.

- Allora, fratello, ci vuoi dire chi sei e chi ti manda?

- Abbiate pietà di un povero prete e rispetto per la veste che indossa...

- Veste?! Mi sembra che tu sia in borghese... quindi... - altro calcio, - di che rispetto parli?

- Ahiahi... Dov'è Sesto?

- Appena fuori dalla porta. Ma non ha più le orecchie collegate al collo, quindi è inutile che urli.

- Ahi... cosa volete sapere?

- Chi vi manda?

- Abbiamo ricevuto l'ordine di seguirvi da Sintula...

- Come sapevate che eravamo in cerca di un documento?

- Non ne so niente... ahi... cioè abbiamo avuto l'ordine di farvi arrivare ovunque vi fosse piaciuto e poi al termine della ricerca impadronirci di un certo documento che probabilmente avreste trovato. Mi è stato espressamente ordinato pena la scomunica di non leggere il documento e consegnarlo esclusivamente nelle mani di Sintula.

- Chi è la spia a Palazzo che ci ha traditi?

- Ahi... giuro che non lo so. Ahi... sono solo un povero prete, non so niente di politica, ahi...

Lucio capì che non ne avrebbe cavato altro.

- Bene, allora addio. Mi verrebbe voglia di sgozzarti in questa posizione, ma mi parrebbe quasi di compiere un sacrilegio. Quindi ti auguro una buona permanenza in questo posto.

- Sei pazzo! Non puoi lasciarmi morire così. Liberami, farò ciò che vuoi!

- Hai già fatto qualcosa per me: con il terrore che hai dimostrato mi hai confermato che eravate solo in due e che veramente ignori il nome della spia. Quindi... stammi bene e auguri!

Lucio uscì dal tempio, ridiscese il sentiero, arrivò all'ingresso del Mitreo, rimosse la pesante zeppa che bloccava dall'esterno il masso che aveva loro impedito l'uscita e in pochi minuti fu accanto a Saluzio.

- Te la senti di camminare?

- Ci proverò.

Lucio si passò il braccio dell'amico attorno al collo e si incamminarono verso l'uscita, inseguiti dalle maledizioni del prete.

- Dovremo trovare una casa abbastanza integra e passare qualche giorno qui, finché non ti sarai ripreso e sarai in grado di camminare.

- Che ne facciamo del prete?

- Lasciamolo lì a riflettere fino a domani, poi lo andrò a prelevare per metterlo alla ricerca di erbe per la tua ferita. Ci sarà utile durante il ritorno e forse potrà essere un'ottima esca per smascherare chi ci ha tradito.

23.

Passarono due settimane ad Arae Flaviae, nella solida casa di un ricco mercante che Potino, il prete, aveva dovuto accuratamente ripulire da resti umani, polvere e macerie. C'era un grande camino che tirava ancora magnificamente giacché, fortunatamente nella città morta non mancavano materiali per accendere il fuoco, per cucinare, per coprirsi e l'acqua del fiume era fresca e pura. Durante uno dei viaggi al fiume Lucio aveva scoperto, accuratamente nascosta da frasche, una grande barca.

La grande pergamena dell'"Itinerarium Antonini", che fortunatamente era nella bisaccia sul cavallo superstite, mostrava che il fiume di Arae Flaviae si gettava nel Reno a circa settanta miglia a nord di Argentorate.

- Te la senti di fare il marinaio?

- Perché no, figliolo? Sperando che il fiume non ci riservi qualche brutta sorpresa!

- Dovremmo arrivare al Reno in quattro o cinque giorni, navigando durante le ore di luce ed accampandoci di notte sulle rive.

Il viaggio di ritorno fu abbastanza tranquillo: il fiume si dimostrò placido e navigabile e non riservò sorprese o brutti incontri. Un giorno, fingendosi mercanti, approdarono ad un misero villaggio di Svevi, dove barattarono le armi prelevate dal Mitreo con gallette e carne disseccata.

Le case erano di legno con i tetti di paglia, sterco e fango e non si vedevano templi o monumenti. I vecchi e le donne che l'abitavano erano dediti alla pastorizia ed alla pesca nel fiume, ma il capo ritraeva ottimi guadagni vendendo ai romani, che ne avrebbero fatto parrucche per sofisticate matrone, le trecce annodate tagliate dalle capigliature delle fanciulle. Lucio ebbe un certo successo con la popolazione femminile, per la quale la sua carnagione abbronzata era una eccitante novità.

- Mi fermerei volentieri qualche settimana in questo giardino delle delizie, caro Saluzio: hai visto che cosce lunghe e che seni sodi queste germane?

- Fai pure, caro Lucio! Se avrai la pazienza di raschiarne a fondo la sporcizia e riuscirai a sopravvivere al loro odore, potrebbe essere comunque una esperienza!

Scoprirono che tutti gli uomini abili del villaggio erano da poco partiti verso nordest: c'erano altre popolazioni venute dalle grandi pianure che premevano per impossessarsi del loro territorio ed il vecchio capo teneva troppo ai suoi commerci fluviali per pensare di non difendere il villaggio e la sua posizione. Tentò anche di proporre affari futuri a Saluzio, offrendogli schiavi e cavalli in cambio di armi romane, ma poi capì che il loro passaggio era occasionale e da buon barbaro pratico desistette immediatamente.

La sera dormirono in una grande capanna dall'odore insopportabile di pelli conciate, in compagnia di vari capi di bestiame: un rudimentale, ma efficace sistema di riscaldamento.

Prima di coricarsi subirono la noia di un festeggiamento barbaro in loro onore: dopo che ebbero addentato saporiti pezzi di bue e capretto, i vecchi e le donne intonarono cori struggenti che alle loro orecchie raffinate apparvero solo lugubri e monocordi, poi tutti si diedero ad abbondanti libagioni di idromele e aspra birra di solo orzo, finendo per la maggior parte stesi sotto i carri.

Quando all'alba ripartirono, tutto il villaggio era sulla riva per salutarli. Saluzio agitò la mano in segno di saluto mentre la barca, manovrata dai remi di Potino e di Lucio, si allontanava dalla riva per prendere la corrente.

- In fondo gli estranei basterebbe conoscerli per poterci vivere in pace. Purtroppo non possiamo permettere che questa brava gente si riversi nel territorio dell'Impero, altrimenti in pochi anni la qualità della nostra cultura ne sarebbe talmente contaminata da portarci al loro livello. Sfortunatamente sono in centinaia di milioni a premere, affamati, sulle nostre frontiere e noi siamo pochi e rammolliti. Finché ne sono entrati in numero limitato (e come schiavi), ce ne siamo serviti e li abbiamo potuti controllare: ma se dilagassero cosa ne sarebbe di noi?

- Perché quando li accogliamo nei nostri confini si assoggettano alle nostre leggi e in poche generazioni si evolvono e diventano civili, mentre se proviamo a colonizzarli a casa loro ci rifiutano e ci trattano da intrusi?

- Sono fieri e forti e non riescono a capire che Roma, oggi, vuole solo confini sicuri ed un'economia florida. Sono finiti i tempi in cui i patrizi Romani, tuoi antenati, depredavano le province. Oggi esse in prevalenza si autogovernano e se non fosse per le tasse dovute all'Imperatore, che servono in massima parte per finanziare l'esercito e con esso la sicurezza dei confini, tutti condurrebbero una vita prospera e tranquilla.

- Quindi se i barbari ai confini, anziché tentare di invaderci, accettassero di essere civilizzati, il costo della loro civilizzazione sarebbe inferiore alle spese militari attuali?

- È certamente così, e se paragoni la qualità della vita della gente che hai visto con quella infinitamente più raffinata conseguita in appena tre generazioni dalle popolazioni danubiane cui Roma ha concesso di installarsi entro i territori dell'Impero, capirai come l'umanità sia incongruente e come ogni tentativo di studiare a tavolino una ideale forma di politica sia destinata a rimanere utopia.

Mentre remava, Potino continuava a lamentarsi.

- Smettila prete. Pensa come sarebbe peggio se dovessi remare controcorrente, o se mancasse la vela!

- E pensa a come sarebbe stato peggio se io fossi stato un Pater di Mitra ed avessi deciso di battezzare Saluzio con il sangue di un... bue!

- Pagani bestemmiatori! Come osate offendere Nostro Signore ed i suoi Sacramenti comportandovi come barbari ubriachi?

- Bada prete che ancora non abbiamo deciso niente su ciò che dovremo fare di te e questo fiume è profondo ed accogliente...

Saluzio era pensieroso.

- Costui appena arrivati ad Argentorate ci denuncerà, e poiché Costanzo in questo momento può tutto mentre Giuliano deve subire, non credo che i magistrati imperiali riusciranno ad essere giusti.

- Non abbiamo commesso alcun reato.

- Ma si! Abbiamo ammazzato un ducenario ed io sto per rientrare in Gallia.

- Tu ripartirai per l'Illiria il giorno dopo, quanto al ducenario si è trattato di legittima difesa. In ogni caso il prete rimarrà nostro ostaggio finché non sarai partito: lo terremo incatenato al letto!

Lucio si rivolse al prete.

- Ricordalo questo: anche i pagani hanno un'anima! Se fossimo barbari come tu dici non vedo cosa ci impedirebbe di sgozzarti come un capretto ed evitarci ogni grana giudiziaria al nostro ritorno!

Arrivarono dopo quattro giorni sul Reno, dove si imbatterono in un battello mercantile gallo-romano. Lucio si qualificò e furono imbarcati. Potino era sempre al suo fianco, e veniva tenuto sotto controllo con il pugnale sguainato sotto il mantello.

Alla metà di marzo del 359 fecero rientro ad Argentorate.

24.

La strada che dal porto fluviale conduceva alla città vecchia era lunga meno di mezzo miglio e costeggiava il castello fortificato che l'inverno precedente era stato ripreso agli Alamanni da Giuliano. Vi risiedeva una legione limitanea, la VIII Augusta, in perenne in stato di allarme.

Lucio e Saluzio, appena scesi dall'imbarcazione furono accolti da un agente che controllò i loro documenti.

- Nobile Saturnino Secondo Saluzio... perdonami, ma il tuo nome è su una lista di proscrizione. Dovresti essere fuori dalla Gallia, attualmente.

- Lo ero, infatti. Purtroppo il battello sul quale ero imbarcato per scendere il Reno e poi prendere la strada che mi avrebbe portato prima al Danubio e poi in Oriente, è stato assalito dai pirati del fiume. Siamo salvi per miracolo, grazie al valore del tribuno Lucio Cornelio Faberiano, che per questo meriterebbe una decorazione! Sarò lieto di restare a vostra disposizione finché non potrete provvedere a munirmi di una scorta per la prosecuzione del mio viaggio.

Il legato comandante della guarnigione, sopraggiunto appena avvertito che l'ex-questore delle Gallie era giunto in città, si era mostrato molto gentile, consentendo a Saluzio di restare a disposizione presso il suo domicilio, in attesa che ne venisse organizzato il trasferimento.

Finalmente dopo due ore poterono recarsi all'indirizzo che Lucio aveva concordato con Menandro: un grande appartamento al primo piano di una vecchia casa nel borgo vecchio, affacciata su una piccola piazza lastricata e incoronata di vecchi lecci.

La piazzetta era animata da un viavai di persone che entravano ed uscivano da numerose botteghe ed osterie o si fermavano ad oziare sotto gli alberi. Una sagoma familiare, di spalle, stava protestando animatamente con un venditore di pesce che aveva la sua bancarella proprio presso l'entrata dell'insula.

Lucio gli batté una mano sulla spalla e quando quello si voltò per poco non si strozzò per la sorpresa.

- Lucio Cornelio! Finalmente! Sei in ritardo di almeno due settimane... ma che importa!? Sei vivo... vivo!

Cominciò a piangere e ridere contemporaneamente, abbracciando prima Lucio e poi Saluzio, poi ancora Lucio, mentre gridava verso le finestre:

- Sono arrivati! Ehilà... sentitemi tutti! Sono arrivati... scendete!

In pochi secondi quattro o cinque servi scesero in strada e li liberarono dei mantelli e dei pochi bagagli. Finalmente salirono la scala che li avrebbe condotti ad un vero letto.

Una sorpresa inaspettata li attendeva sulla porta.

Galla Saluzia, dopo aver abbracciato teneramente suo padre, si gettò fra le braccia di Lucio e lo baciò sulla bocca facendolo arrossire fino agli alluci.

- Spero che tu abbia una spiegazione, ragazza e che sia maledettamente buona, altrimenti...

- Altrimenti, paparino?

- Oh, Galla... non ci bastano tutti i guai che abbiamo, dobbiamo cercarcene di nuovi? Che significa questo? Perché sei qui?

- Sembra che non ti faccia piacere vedermi! Ed io che ormai vi stavo piangendo per morti! Ingrati! E tu, Lucio Cornelio? Anche tu non sei contento di vedermi?

- Oh, Galla... neanche ti immagini quanto... ma ora smettila di fare la ragazzina dispettosa. Sediamoci e spiegaci.

- Va bene, va bene... ma non vi rendete conto di quanto ci avete fatto stare in pena? D'accordo, d'accordo... lasciate che vi racconti. Sono qui con la benedizione del Cesare, che malgrado il suo grande dolore ha trovato il tempo per occuparsi di me, e grazie all'aiuto di certi amici galli...

Ammiccò a Saluzio ed il gesto non sfuggi a Lucio: dunque Saluzio era al corrente delle attività clandestine di Galla.

- Quale grande dolore?

- Suo figlio è nato morto!

- Come è successo?

- In tutta Lutetia non si parla d'altro! Sembra che Elena la sera prima di partorire abbia mangiato dei fichi... avvelenati!

- Avvelenati?!

- Si portati espressamente da uno schiavo come dono dell'Augusta Eusebia[34]!

- Questa, poi! Ma se Eusebia ha sempre protetto Giuliano! Anzi se è vivo ed è Cesare lo deve proprio a lei!

- Questo è vero, ma sembra che Eusebia abbia cambiato il suo atteggiamento da quando Elena e Giuliano hanno annunciato di attendere un erede: l'Imperatrice arde dalla voglia di partorire, ma non c'é mai riuscita e vede un figlio di Giuliano come un concorrente troppo pericoloso per la sua futura prole. Giuliano è abbattuto oltre che per la perdita del bambino anche per il tradimento da parte della sua protettrice.

- Dimmi di te, ora!

- Lupicino è sbarcato a Gesoriacum[35] il mese scorso, da generale vittorioso, con trecento prigionieri ed un ricco bottino. Appena ha saputo che eri partito ha iniziato ad insistere per fissare la data delle nozze. Flavio Fiorenzo ha avuto l'ardire di convocare a Lugudunum Giuliano, che si è ben guardato dall'obbedire. Per tutta risposta Fiorenzo ha iniziato a mandare decine di messaggeri con il sigillo di Costanzo, ingiungendo fra l'altro di aumentare la tassa di capitatio, di spostare alcuni reparti dal limes Gallico a quello Danubiano, e di accelerare le mie nozze, in quanto Lupicino dovrà comandare le truppe in partenza. C'é stata una mezza rivoluzione: nessun reparto gallico vuole muoversi dalla madrepatria.

- Ci sono stati disordini?

- Ci sarebbero stati se Giuliano non avesse convocato le truppe nel Campo di Marte e giurato solennemente di non permettere, a costo della sua vita, che nessun Gallo sarebbe stato trasferito sul fronte orientale. Poi ha diminuito le tasse del dieci per cento e mi ha mandato a Gesoriacum a rendere omaggio al mio promesso sposo.

- Come?! Ma se ci hai detto che...

- Pazientate... a metà strada sono stata rapita!

- Rapita?!

- Si, padre, dai nostri amici. La scorta, tutta composta da truppe scelte galliche, fanatiche del Cesare, ha fatto in modo da essere impegnatissima a raccogliere margherite e cacciare farfalle, ed io, in un baleno, sono stata strappata al mondo civile. Mi hanno detto che Lupicino è disperato e mi sta facendo cercare ovunque!

- Pazza! E come speri che qui non ti trovi?

- Semplice: sono arrivata nottetempo, da soli otto giorni e non ho mai messo il naso fuori di casa. Inoltre ho viaggiato in abiti maschili e con documenti gentilmente fornitimi dal Cesare.

- Se non ti conoscessi non riuscirei a crederti: ma ormai sono rassegnato.

- Anch'io: da lei mi aspetto di tutto!

- E adesso che si fa?

Saluzio era pensieroso.

- Per prima cosa, appena farà buio, Menandro con due servi dovrà recuperare un certo sacco che attualmente si trova ancora nella stiva del battello che ci ha portato fin qui. La somma spropositata pagata al comandante dovrebbe garantirci da ogni imprevisto. Poi io proseguirò per Costantinopoli con Galla e tu, Lucio tornerai a Lutetia con la tavola di quercia.

- E che ce ne facciamo del sacco, scusa... del prete?

- Lo libererai quando noi saremo molto lontani.

- E... se io venissi con voi?

- Con quale giustificazione?

- Continuare la nostra ricerca: la pista ci conduce in Cappadocia... è lì che potremo trovare qualche altro indizio.

- Mmh... non so se sia giusto prendere una iniziativa del genere. Suggerisco di dormirci sopra: non vedo l'ora di recarmi all'appuntamento con un vero materasso di piume!

25.

La sera dopo, rasati e riposati, i quattro erano intorno alla tavola del triclinium della vecchia casa e gustavano le semplici, sapide zuppe calde della cucina campagnola gallica, accompagnate da un pasticcio di caccia e pollame con funghi.

- Mmh... il prossimo che mi servirà cinghiale o bue arrosto è un uomo morto! Viva la civiltà e il caldo!

- E viva il vino! Il soave, morbido, vellutato giovane vino gallico! Non parlateci più della birra! Cos'è la birra Saluzio?

- La birra?! Mai sentita nominare.

- Decadenti, rammolliti, ingordi, flaccidi romani! Invece di apprezzare la sana vita dei boschi e dei fiumi rimpiangete i cibi complicati ed i materassi morbidi: come potete pretendere di sopravvivere alle orde barbariche che vi sommergeranno? Buuu!

Galla, prendendoli in giro, si era alzata ed aveva fatto la mossa del lupo che assale. Tutti erano scoppiati a ridere e Menandro era intervenuto:

- E noi poveri Greci, vasi di coccio fra siffatti feroci contendenti, come al solito ci rimetteremo le penne: questo è il duro destino dei filosofi!

Galla, che era in una serata allegra, non rinunciò ad una frecciata:

- Macché filosofi: chiacchieroni, sfaccendati, inconcludenti, senza la minima voglia di alzare un dito. È sempre stato più comodo masturbarsi a parlare di etica e politica, piuttosto che darsi da fare per applicarle praticamente!

Poi si guardò intorno con circospezione, si alzò e quando si fu accertata che nessuno origliasse fuori dalla porta, chiese:

- A proposito di etica applicata, non vi sembra giunta l'ora di raccontarci com'è andata la vostra missione? Avete trovato il manoscritto?

Lucio guardò Saluzio con aria interrogativa. Questi gli rispose con un cenno di assenso: Galla sapeva e Menandro poteva essere partecipe del loro segreto. Quindi, guardando quest'ultimo, ritenne opportuno aggiornarlo.

- Caro Menandro, so che sei come un padre per Lucio, che ormai è per me il secondo figlio maschio...- tutti risero alla battuta, tranne Galla, che fulminò il padre con uno sguardo di fuoco, - ...e conosco anche le tue idee in campo religioso e filosofico, quindi è tempo che tu sappia qual'era lo scopo della nostra missione oltre il Reno.

Man mano che Saluzio raccontava delle idee di Giuliano, della ricerca del documento perduto scritto dalla mano di uno degli apostoli del Cristo, di quanto avevano trovato e delle deduzione che ne avevano tratto, il buon Menandro strabuzzava gli occhi sempre di più. Quando Saluzio tacque, il greco disse:

- Forse io so qualcosa che né il Cesare, né voi potete sapere.

Tutti ammutolirono, pendendo dalle sue labbra.

- Come immaginerete, a Roma io ho sempre frequentato i miei compatrioti, specialmente quelli che coltivano i miei interessi e fanno la stessa mia professione: intellettuali, filosofi, maghi... Lucio Cornelio mi ha sempre preso in giro, dicendo che si tratta solo di ciarlatani perditempo, ma non tutti sono così.

- Non tutti, ma gran parte! Un'altra volta vi racconterò alcune storielle sui suoi amici scrocconi e parolai, amanti solo del vino e dei ragazzini...

- Smettila, Lucio Cornelio! Non sei affatto gentile, e quello che dici non è assolutamente vero. In verità ti diverti solo a dileggiarmi, ma sappi che quella gente che non ti garba è saggia e colta, e non pratica riti occulti, ma misteri profondi che elevano l'anima e danno senso e serenità a questa difficile esistenza. Comunque un arcigallo del tempio della Magna Mater sul Palatino, a Roma, mi raccontò dieci anni or sono di questo manoscritto, e sembra che le sue notizie siano più recenti di quelle del Cesare: risalgono agli ultimi vent'anni.

- Allora? Parla, ti ascoltiamo.

- Mi disse, facendomi giurare il segreto sull'ara della Dea, di aver visto con i propri occhi questo manoscritto in Asia Minore.

- E chi lo aveva?

- Non volle scendere nei dettagli: probabilmente gli arcigalli di un tempio di Cibele, con il compito di tenerlo segreto e difenderlo a prezzo della vita in attesa del momento di esibirlo pubblicamente.

- E ti rivelò il contenuto del manoscritto?

- Non lo fece in quell'occasione. Si limitò a dirmi che l'autore era uno dei dodici, e che il testo testimoniava su una grande faida scoppiata fra i cristiani all'indomani della morte del Cristo, a causa della discordia sulle politiche da seguire per diffonderne la dottrina. Inoltre vi sarebbero contenute prove definitive sulla resurrezione.

- Intendi dire che il manoscritto afferma che Cristo risorse?

- Al contrario: descrive nei particolari come il suo cadavere venne trafugato e ne indica il luogo della attuale sepoltura.

Tutti tacevano. Galla era furiosa ed investì il greco:

- E tu, dopo aver udito una testimonianza così importante, come hai potuto lasciar tacere quel sacerdote, senza chiedergli né dove esso era conservato, né il luogo della sepoltura del Cristo?

- Tentai di farlo, Domina. ma quando egli parlò non mi sembrò il caso di insistere, perché con noi c'erano altri iniziandi e lui non avrebbe potuto dire di più di quanto disse. Quando alcuni giorni dopo tornai a trovarlo per un incontro privato, mi dissero che non c'era più. Era scomparso nel nulla, dalla sera alla mattina.

Saluzio tentò di tirare le somme.

- Abbiamo la testimonianza di Menandro e il lasciapassare rilasciato a Panfilio Ciprene, diacono della curia di Eusebio di Cesarea, che ci confermano che il manoscritto ha preso la via della Cappadocia, portatovi dal seguace di Mitra superstite, appartenente alla XIIdeg. Legione "Fulminata". Inoltre c'é il sigillo con la sigla -M-B- montato su una siliqua d'argento spezzata a metà. Infine abbiamo un prete vivo, un ducenario morto e un Sintula certamente furibondo.

- Per non parlare di Lupicino, che è alla ricerca della fidanzata rapita...

Galla Saluzia intervenne con una risata argentina:

- Da quanto sopra si deduce che Lutetia è il posto meno igienico per noi tre! Quindi propongo di imbarcarci quanto prima per Costantinopoli.

- Ottima idea: soprattutto se il Gran Ciambellano Eusebio scoprirà che Galla Saluzia è viva e vegeta a qualche migliaio di miglia da dove dovrebbe essere!

- Hai ragione Lucio. È evidente che Galla Saluzia dovrà viaggiare in gran segreto.

- Non c'é problema: non mi avete ancora vista in panni maschili? Domani vi strabilierò.

Saluzio guardò Lucio.

- Temo che dovrò chiederti di venire con noi: non so se da solo ce la farei a tenere sotto controllo questa pazza!

- Se non me lo avessi chiesto tu, te lo avrei chiesto io. Menandro tornerà immediatamente dal Cesare recando un messaggio autografo con il sigillo di Saluzio e la tavola di quercia: in tal modo sarà immediatamente ricevuto e potrà riferire i nostri piani. Porterà con sé il prete, che non dovrà neppur lontanamente sospettare che Galla è qui.

- A proposito, dové ora?

- Al sicuro, nelle cantine: con una botte di vino gallico giovane a sua disposizione perché sia meno triste!

26.

Dopo aver risalito il Reno su un barcone e affrontato un breve viaggio via terra, i tre si erano imbarcati su una grande nave fluviale in servizio sul Danubio.

L'accesso ai servizi delle stazioni di posta del cursus publicus era riservato ai soli possessori di tessera autorizzata, quindi ora che viaggiavano come semplici cittadini, per di più senza scorta, un viaggio via terra sarebbe stato impensabile. Avevano quindi optato per un trasferimento fluviale: scelsero una nave da carico di circa centoventi piedi, contrattarono lungamente col comandante, e finalmente ebbero a disposizione due piccole cabine.

A metà Luglio del 359, dopo un mese di lentissima navigazione, interrotta da soste a Carnuntum, Aquincum e Viminacium giunsero al porto di smistamento, dove il Danubio interrompeva la sua navigabilità a causa delle rapide in agguato alle Porte di Ferro. Sulle due rive si ergevano imponenti rampe da sbarco, attrezzate con ponteggi e grandi capre che provvedevano a smistare le merci su centinaia di grossi carri trainati da decine di coppie di buoi o muli. Da qui partivano decine di strade per l'Illiria, la Dacia e l'Oriente, oltre a quella per Dobreta, poche miglia più a valle dove merci e passeggeri venivano reimbarcati per proseguire la navigazione sul Danubio fino al Ponto.

Saluzio, Lucio e Galla noleggiarono una comoda carruca chiusa e si diressero verso l'importante città fondata da Traiano attorno ad un grande ponte sul Danubio, che Costantino aveva da pochi decenni fortificato e cinto di alte mura.

- Resteremo qui qualche giorno: ho una sorpresa per voi.

- Lucio Cornelio, hai il dono di irritarmi quando parli per enigmi. Non potresti dire subito cosa hai in mente?

Lucio guardò Saluzio, ed entrambi sospirarono, alzando gli occhi al cielo: la navigazione e l'inattività avevano reso Galla molto nervosa e quando le girava storta in quel modo i due sapevano che era consigliabile starle lontano, cosa difficile su un battello. Lucio la guardò con un sorrisetto.

- Cara, spero che l'aria della terraferma ti faccia bene: in questa città ci sono delle magnifiche terme e probabilmente teatri e corse...

- Non mi prendere in giro, tribuno... come faccio ad andare alle terme ed a teatro in incognito? Piuttosto, dicci di che sorpresa parlavi.

- Ho con me una tessera hospitalis appartenente alla mia famiglia, valida in un centinaio di città sparse in tutto l'Impero. Vi è inciso il nome di una nobile famiglia di Drobeta: abbiamo quindi il diritto di essere ospitati in una domus patrizia, dotata di ogni comodità!

Galla batté le mani.

- Magnifico! Ci assicuri quindi cibi raffinati, lenzuola di seta e schiavi esperti? Veramente?

- Parola di nobile romano! Del resto qualora i membri della famiglia che ci ospiterà dovessero passare per Roma o per gli altri luoghi dove i Faberiani hanno una residenza, verrebbero trattati esattamente nello stesso modo: si tratta di un diritto regolamentato da un'apposita legge.

Tirò fuori da una piccola sacca una tessera di avorio, su un lato della quale era inciso: "Cornelio Faberiano - Roma". Galla la prese in mano e la girò: sul retro vi era incisa una lista di nomi, affiancati alle relative località. Vicino alla parola "Drobeta" era inciso il nome "Mummio Nemesiano".

- Chi sarà? Un rude agricoltore illirico? Un tenutario di bordelli dacico? Un incolto battelliere danubiano?

- Spiritosa! Il circuito della tessera hospitalis è accuratamente selezionato per livelli sociali: quello in cui compare il nostro nome non può che essere associato a famiglie di pari rango.

- Mmh... Dimentico sempre che stiamo parlando con un Patrizio Romano, della nobile gens Cornelia, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, e dai cui lombi sono usciti i Gracchi, Silla, gli Scipioni...

- La cosa può divertirti quanto ti pare, ma quello che hai detto è la pura verità. Quanto alle nostre origini, hai colto nel segno: discendiamo proprio dal ramo di Silla.

In realtà tutti i Faberiani sapevano benissimo, anche se facevano finta di non saperlo affatto, che la discendenza di Silla si era estinta agli inizi dell'epoca imperiale e che il Cornelio che doveva aver dato origine al loro ramo era probabilmente un liberto che aveva assunto il nome del suo ex-padrone.

- Fossi in te non mi vanterei proprio: stiamo parlando di un avventuriero senza scrupoli, amatore di donne, vecchie, uomini e ragazzini, omicida di parenti ed amici, sterminatore di migliaia di popolari oltre che di decine di migliaia di orientali!

- Stiamo parlando di un Patrizio Romano, di un coraggioso eroe di guerra, di un uomo che ha salvato la Repubblica ed ha assicurato alla Patria anni di pace e di stabilità.

Saluzio guardava Galla con disapprovazione.

- Io non capisco perché ti diverti a stuzzicarlo, quando poi in realtà la pensi esattamente come lui. Comunque basta: siamo arrivati al porto e dobbiamo farci indicare la domus dei Nemesiani. Inoltre dovremo darci da fare per trovare un'altra nave che riparta entro due o tre giorni. Tu Galla rimarrai nella carruca, mentre io e Lucio andremo a chiedere informazioni.

La domus di Gaio Mummio Nemesiano era situata fuori dalle mura, proprio vicino al palazzo delle Terme ed era grande, raffinata e circondata da un curatissimo giardino. Contrariamente all'uso dei tempi non era circondata all'esterno da botteghe, ma da un grande portico affrescato con scene mitologiche e di battaglie.

- Sembrano episodi della campagna di Traiano contro i Daci. Questa città fu una delle teste di ponte della campagna di Dacia: probabilmente gli avi di Mummio Nemesiano arrivarono qui al seguito dell'Imperatore.

- O forse erano già qui al servizio di Decebalo![36]

- Galla, la vuoi smettere con le tue battute? Sono certo che il nostro ospite sarà una persona squisita. Del resto ricordati che se lui discende da un barbaro, anche tu sei nipotina di Vercingetorige, quindi taci.

Saluzio le voltò le spalle e si rivolse allo schiavo portiere, cui mostrò la tesserina d'avorio. Questi appena la vide fece accomodare gli illustri ospiti nell'atrium e mandò un giovane schiavo alla ricerca del padrone, che arrivò poco dopo.

Era un uomo alto e magro, dal portamento elegante e sicuro di sé di chi è abituato a comandare fin dalla nascita. Indossava una toga di tessuto finissimo, bordata da un laticlavio purpureo, le cui pieghe abbondanti gli ricadevano con morbidezza sulla spalla sinistra, fissate da una preziosa fibula d'oro, sulla quale spiccava il simbolo mitraico del toro sgozzato.

Davanti a tanta classe Lucio, Saluzio e Galla, vestiti di semplici tuniche da viaggio sotto i mantelli celtici, si sentivano a disagio, ma subito furono rinfrancati dalla cordialità dell'ospite.

- Cari amici. Che piacere! Di questi tempi è così difficile in questa remota provincia ricevere la visita di personaggi di così nobile lignaggio: siate i benvenuti in questa modesta domus, nella quale vi prego di sentirvi come vorreste che io mi sentissi nelle vostre! Sono veramente felice della vostra compagnia.

Saluzio fece un passo avanti e si presentò.

- Ave, Gaio Mummio. Sono Secondo Saturnino Saluzio, questore delle Gallie, in viaggio per la corte dell'Augusto a Costantinopoli, e questi, come hai visto dalla tessera, è il nobile romano Lucio Cornelio Faberiano, tribuno alla corte del Cesare Giuliano e figlio di Cornelio Faberiano, dominus della Taberna Faberiana. Non sappiamo come ringraziarti della tua accoglienza, che trascende il dovere e le consuetudini, ma sappi che ti siamo molto grati.

- Amico, sono io che vi sono grato, ma lascia che ti dica che se vuoi incontrare Costanzo dovrai proseguire il viaggio fino a Cesarea di Cappadocia: entro una settimana egli lascerà Costantinopoli per raggiungere il fronte Orientale, giacché sta per scoppiare la guerra con i Parti. Comunque avremo tempo per parlare: sarete stanchi ed il mio segretario vi mostrerà le vostre camere. Spero che, quando vorrete, ci farete l'onore di unirvi alla nostra cena.

- Il cibo è squisito e raffinato, i triclinia morbidi e preziosi, le danzatrici eleganti e flessuose... mi ero fatto un'idea errata del modo di vivere in Dacia e Mesia. Complimenti, Mummio: sei un uomo fortunato che sa apprezzare i piaceri della vita.

- Caro Saluzio, non tutto è così semplice come sembra. Negli ultimi tre anni abbiamo avuto molti problemi con le tribù barbare dei Quadi e dei Sarmati che volevano entrare in Dacia ad ogni costo. L'Augusto li ha finalmente battuti l'anno scorso, infatti ha fatto base a Sirmium per un lungo periodo. Ora che l'economia si stava lentamente riprendendo, ecco che ricominciano i problemi con i Parti: i commerci con l'estremo oriente si fermeranno, gli scarsi rifornimenti di grano alimenteranno solo la borsa nera e tutti gli uomini validi verranno arruolati. Costanzo ha un bisogno disperato di legioni.

- Sei sicuro che l'Augusto deciderà per la guerra? Altre volte lo ha detto, ma poi ha sempre desistito: le campagne nel territorio dei Parti ci hanno sempre portato sfortuna!

- Credo proprio che stavolta le nostre legioni varcheranno il Tigri e l'Eufrate. Costanzo sta per lasciare Costantinopoli: Sapore, l'Imperatore Sassanide di Persia, ha preso e distrutto Amida, l'importante roccaforte romana al confine mesopotamico, dopo un assedio di ventitré giorni, trucidandone tutti i cittadini. Si parla di oltre centomila morti! L'Augusto è irascibile ed ha sete di vendetta, inoltre ogni giorno subisce le pressioni di Ormisda, il fratello rinnegato e diseredato di Sapore che si è rifugiato presso la sua corte.

- Ormisda! L'ho conosciuto. Ha accompagnato due anni fa Costanzo nel suo viaggio a Roma: è un viscido opportunista.

- Ma ha il pregio di essere l'unico confidente dell'Augusto, che lo adora.

La cena era iniziata all'inizio della seconda vigilia, tra prelibatezze e musica raffinata. Sdraiati su tre grandi triclinia disposti a ferro di cavallo, oltre a Gaio, Lucio e Saluzio c'erano Proba, sua moglie, con Mummilla e Mummiola, le due stupende figlie. Galla se ne stava muta fra loro: era stata presentata come Licinia, cugina di Lucio Cornelio, in viaggio verso Atene per perfezionarsi nella filosofia.

- È strano che una donna, di questi tempi, lasci la casa dei genitori e viaggi per l'Europa. Per studiare, poi!

Galla, impassibile in viso, ma furiosa nell'intimo, stava per rispondere quando Mummilla, la minore, rispose al padre:

- Strano lo è davvero: pensavo fossi l'unico padre rimasto nell'Impero a non essere oscurantista!

- Le mie due figlie tutti gli inverni studiano ad Atene, ormai da cinque anni. Mi fa piacere che tuo padre la pensi come me e ti consenta, benché femmina, di istruirti nelle scienze, e nella filosofia.

- Ciò che è più triste, nobile Mummio, è che tanto studio non servirà a nulla, né a me né alle tue figlie: questa società, infatti non ci consentirà di esercitare alcuna professione né tantomeno di accedere ad incarichi civili o politici. Se questa speranza qualche decennio fa cominciava a sembrare possibile, oggi si è dissolta senza appello.

- Debbo intendere, quindi, che anche voi, come me, dissentite da queste nuove tendenze in campo etico e religioso che stanno modificando profondamente il tessuto della nostra società?

Saluzio guardò prima Lucio e poi Gallia, infine si rivolse all'ospite.

- La fibula che ho visto sulla tua spalla sembra essere la conferma delle tue parole. Ho inteso giusto?

- Indosso sempre quella fibula quando incontro per la prima volta degli sconosciuti: chi la riconosce la pensa come me, gli altri non sanno cosa sia. Benvenuti una seconda volta in questa casa, fratelli.

La famiglia di Gaio Mummio Nemesiano era la più antica della regione: il primo Mummio era infatti venuto in Dacia dall'Iberia come tribuno delle legioni di Traiano, aveva combattuto nelle due guerre daciche, ed assistito, a detta del pronipote, addirittura al suicidio di Decebalo, il grande re barbaro. Suo figlio era presto divenuto così influente da meritare il governatorato della provincia: da allora i Mummi avevano recitato un ruolo di primissimo piano nella regione.

- Questo finché Costantino non ha cambiato tutto! E da allora le cose sono andate sempre peggio!

La cena era al termine ed il vino, che nessuno soleva annacquare, aveva sciolto i cuori e cementato i rapporti fra i convitati. Saluzio annuiva.

- Eh, caro Mummio, chi può dirlo! Il peggio non è mai morto!

- Il problema è che il meglio non è mai nato, - intervenne Galla, - e se il Cesare non cambierà le cose, non nascerà mai più!

- Il Cesare! Cosa potrà mai fare il Cesare?! Voi non vi rendete conto del potere di Costanzo, del suo eunuco Eusebio e dei loro complici vescovi: non c'é più niente da fare, dobbiamo rassegnarci a vivere in un nuovo mondo. Immaginatevi che qui in Oriente sono ormai vietati tutti i munera di gladiatori, le rappresentazioni teatrali di mimo e pantomima e le terme miste. Quanto alle terme separate per ciascun sesso, sono talmente malviste che frequentarle sta diventando una macchia sociale! Inoltre anche se non sono ancora esplicitamente vietati, organizzare e frequentare riti misterici e scuole di filosofia è sempre più difficile: gli agentes imperiali di fatto stanno soffocando ogni iniziativa e tutti i giorni i cristiani compiono ogni genere di soprusi su coloro che frequentano gli antichi templi.

- Nostro padre, che non ha voluto essere battezzato, è stato esautorato dalla carica senatoria e gli agentes compiono continui accertamenti fiscali sulle nostre proprietà. Per fortuna non riescono a trovare alcuna scusa legale per incriminarlo.

Mummilla aveva parlato con una voce armoniosa e molto femminile. Aveva un viso aperto ed un sorriso dolce e tutti i presenti furono colpiti dal suo tono pacato, ma fermo.

- Cara non annoiare gli ospiti con i nostri guai. Noi ancora riusciamo a vivere la nostra vita, e di questo ringraziamo il buon Padre, che vede nei cuori e conosce quelli degli onesti. Pensiamo piuttosto a quelle migliaia di poveri disgraziati che vengono perseguitati per motivi etici e religiosi: la maggior parte di essi è cristiana, solo che ha il torto di non essere ariana, ma donatista, atanasiana, gnostica, montanista o quant'altro sa Dio cosa. Il problema non è religioso, ma politico: prevedo secoli bui in nome di questa follia della evangelizzazione forzata che i cristiani pretendono di imporre a tutti quelli che non la pensano come loro. Neppure gli ebrei, che sono sempre stati considerati i più cocciuti ed esclusivisti in fatto di religione, hanno mai avuto di queste pretese: ecco perché noi romani li abbiamo lasciati in pace, consentendo di onorare il loro Dio ed esentandoli dai sacrifici cerimoniali di sottomissione all'Imperatore.

- Il problema è dunque così grave qui in Oriente?

- Ci sono disordini ovunque, con decine di vittime. Purtroppo per noi ora sono i cristiani ad assaporare il gusto del potere, che sfortunatamente non possono separare da quello della vendetta. Non una vendetta empia, grassa, cruenta... no. Si tratta di una vendetta sottile, che consiste nella progressiva distruzione di tutte le nostre usanze, delle nostre tradizioni, dei diritti civili che abbiamo conquistato in secoli di civiltà raffinata. Si stanno perfino iniziando a smantellare i templi e molti luoghi di divertimento e di culto stanno andando in rovina perché è vietato sia frequentarli che farne la manutenzione. L'Augusto controlla tutto di persona e si intromette nelle questioni religiose, dando ascolto ora ad un vescovo, ora ad un altro: fino all'anno scorso Giorgio di Cappadocia, ariano radicale, era l'unico ad essere ascoltato, poi è arrivato Ezio di Antiochia che ha convinto Costanzo che il Figlio è di natura totalmente diversa da quella del Padre. Infine quando la corte di Costanzo era qui vicino, a Sirmium, è accorso dall'Asia il vescovo Basilio di Ancyra e dopo un mare di proteste l'Augusto ha cambiato idea ed è stato di nuovo convinto che Padre e Figlio siano di natura identica.

Saluzio era pensieroso.

- Non capisco come si possa condannare qualcuno o impostare le scelte politiche su problemi di interpretazione di fatti che non sono né conoscibili né dimostrabili, e per i quali non è neppure assodato che possano essere trattati da logica umana !

- L'assurdo è che Costanzo ha avuto il cervello talmente lavato dai vescovi, da essere del tutto convinto della sua legittimazione a interpretare i problemi dottrinari. Il che sarebbe comico, se non fosse drammatico: in pratica, con la sua presunzione di decidere sulla sostanza di Dio, si sta comportando come un antico Imperatore deificato! Si è arrogato il diritto di essere il depositario della religione e si comporta come i suoi predecessori che lui bolla come pagani. I vescovi ed i fedeli che dissentono da ciò che decide lui vengono dichiarati "eretici", imprigionati, esiliati e, i più irriducibili, bruciati vivi! Ciò non scoraggia la folla di settari fanatici che si scambiano anatemi e scomuniche e si tendono agguati ed attentati nei quali scorrono fiumi di sangue! A Roma, Costantinopoli e nelle principali città dell'Impero i notabili lottano con tutte le loro forze per conseguire la carica vescovile, e dopo che l'hanno ottenuta divengono privi di preoccupazioni, si arricchiscono come nababbi grazie alle donazioni delle matrone, escono in pubblico su cocchi sontuosi e offrono banchetti più fastosi di quelli dei funzionari dello Stato. E pur di ottenere il primato sono in perenne guerra fra di loro, al punto che recentemente in uno scontro ci sono stati 137 morti! Si creano sette e correnti, ciascuna con una differente interpretazione della dottrina di Cristo: gli agonistici sono fanatici "combattenti di Dio contro il Demonio" e fanno proselitismo con la violenza ed il saccheggio, gli encratiti sono rigorosamente vegetariani, analcolici e casti al punto da condannare il matrimonio come una depravazione, i montanisti predicano l'avvento di Cristo ed il Giudizio, impongono una austerità rigorosa, sono antisociali ed antistatali e vanno continuamente in estasi mistica. Poi ci sono i donatisti, che hanno scomunicato e trucidato quei loro poveri correligionari che sotto Diocleziano prestarono il giuramento all'Imperatore[37], i girovaghi che considerano i raccolti proprietà comune di tutti gli uomini, e campano succhiando come cavallette le messi ai contadini, gli adamiti, che spregiano tanto la carne che per sfidarla tengono presso di sé numerose vergini con cui si coricano, gli anomei che aborrono la Trinità...

- Questo è inaccettabile per chiunque sia convinto che il patto religioso sia basato sull'armonia fra il comportamento dell'individuo e quello di Dio. Se l'uomo si comporta in modo saggio e giusto e compie i suoi atti formali verso Dio, egli avrà fatto il suo dovere: non dovrà certo porsi il problema di come è fatto Dio, né questi si seccherà per le sue attività sessuali!

Fu Lucio a intervenire.

- Questo è ancor più inaccettabile per coloro che sono convinti che non sia neppure necessario un patto religioso! Se Dio esiste, e credo che un Creatore di tutto ci debba essere da qualche parte, sono certo che la sua mente sia talmente lontana da questa terra da non avere nessuna relazione con l'umanità. Più studio e mi interesso di scienza, più mi rendo conto che solo Lucrezio ha capito la natura delle cose. La complessità dell'immensamente grande e dell'infinitamente piccolo è tale che la spiegazione della verità potrebbe essere di una categoria talmente diversa da quella che comunemente crediamo, da rasentare l'incomunicabilità assoluta. Come dice Lucrezio, Dio è altro da noi, non ne sapremo mai niente, né in vita, né dopo.

Saluzio guardò Lucio con nuova curiosità.

- Credevo che ti fosse rimasta un po' di fede cristiana, Lucio, sia pur diluita! Invece vedo che sei diventato totalmente epicureo!

- Caro Saluzio, fui battezzato su insistenza di mia madre e contro il volere di mio padre. Sono stato cresciuto da preti cristiani e da un filosofo greco, ma la mia mente ha sempre avuto sete di logica e di ragione: ho sempre subito la religione, rifiutando di mettere a fuoco i dubbi che inconsciamente sono sempre stati dentro di me. Dopo tutto quello che ho visto, dopo aver frequentato preti e vescovi, assistito a guerre fratricide, allo smantellamento progressivo di tutto ciò che amo... come posso continuare a professarmi cristiano?!

Galla lo guardava con gli occhi lucidi: quella confessione di Lucio era stata talmente appassionata da commuoverla. Finora aveva avuto di Lucio una visione più ristretta: lo amava per la sua spontaneità, il suo entusiasmo, la sua curiosità per ogni cosa della vita, certamente per il suo aspetto... ma non lo aveva mai visto sotto un profilo intellettuale! Era una piacevole novità scoprirsi affini anche in quello.

La serata volgeva al termine e Mummio si alzò, subito imitato dagli altri.

- Comunque, amici, cerchiamo di vivere bene finché ci è possibile: in questo momento Costanzo si sta preparando ad iniziare il suo viaggio verso Cesarea per attaccare i Parti, e nel punto dove sbarcherà, a Seleucia di Cilicia, presiederà un grande, definitivo concilio. Prevedo che da questo nasceranno sciagure e rovine per il nostro mondo, che saranno l'inizio della fine anche se la campagna contro i Parti fosse un fallimento! Quindi cerchiamo di non pensare al futuro, ma al piacere e all'amicizia... propongo domani di unirvi a me in una battuta di caccia al cervo che promette di essere molto divertente.

27.

Menandro, con Potino ed uno schiavo fedele, si era unito ad un convoglio di mercanti che da Argentorate si dirigeva verso nordovest. Per impedire al suo prigioniero di parlare ed agli altri viaggiatori di fare domande si era procurato tre semplici tuniche con cappuccio di ruvida tela scura, annodate in vita da un rozzo cordone, e si era spacciato per un cenobita orientale, accompagnato da due sui confratelli. In Occidente quella dei monaci era una specie quasi sconosciuta e nel convoglio venivano guardati con curiosità rispettosa, mista a stupore incredulo: si raccontava infatti di eremiti rinchiusi per decenni in una grotta, o di stiliti da sempre in estasi su un'alta colonna, ma in realtà non se ne era mai visto nessuno ad ovest della Grecia e l'aspetto florido di Menandro lasciava i curiosi piuttosto sconcertati.

Non scendevano quasi mai dal carro, e Menandro teneva sempre Potino tra sé e lo schiavo, anch'esso travestito, minacciando il fianco del prete con uno stiletto, che impugnava ritraendo la mano dentro la manica. Malgrado tutto ciò per un paio di volte Potino era riuscito ad appartarsi con alcuni compagni di viaggio e scambiare qualche parola: inoltre si lamentava continuamente e non perdeva occasione per insultare e minacciare.

Erano ormai a metà strada quando una sera, in una locanda dove avevano fatto tappa, Menandro decise di prendersi qualche ora di svago.

- Alipio, fatti servire la cena in camera, poi lega Potino come un salame prima di coricarti. Io conto di scendere dabbasso e toccare con mano gli argomenti di quella stupenda asinella che ci ha servito da bere quando siamo arrivati. Il padrone mi ha detto che è inclusa nel prezzo della camera, ed è un peccato non approfittarne: è troppo tempo che pratico la castità e non voglio abbrutirmi come un cristiano!

Era sceso nella grande sala, brulicante di avventori e di rumori, riscaldata da un enorme camino dal quale si sprigionava un lieve fumo. L'atmosfera del locale, cui torce e fiammelle infondevano una luce ambrata, era lievemente appannata e, insieme alla musica di un paio di citaredi ed al vino che scorreva abbondante, predisponeva gli animi a rilassarsi, abbandonandosi al riso ed al piacere.

Aveva bevuto con la schiavetta, facendola sedere sulle sue ginocchia ed ora la stava palpando con metodo, mentre la sua eccitazione saliva sempre di più. Quando, dopo una mezz'ora, fu stanco di aspettare, si incamminò abbastanza brillo sulla scala, attento ad ogni gradino e sorretto dalla ragazza.

Fu molto stupito nel constatare che la porta era chiusa dall'interno, e riacquistò rapidamente la lucidità inviando la schiava a prendere una doppia chiave. Quando finalmente entrarono, lo spettacolo di Alipio pugnalato nel sonno, che guardava il vuoto con gli occhi sbarrati (doveva averli aperti proprio un attimo prima di morire, come se fosse stato svegliato di soprassalto dal colpo imprevisto), fece inorridire Menandro ed urlare la ragazza.

In un baleno il finto monaco chiese aiuto e la sua versione guadagnò la simpatia di tutti gli avventori: il monaco fuggitivo era un estraneo recentemente aggregatosi a loro per compiere il viaggio insieme. Probabilmente, disse, si trattava di un simulatore che aveva come solo scopo il furto. A queste parole Menandro si sovvenne della preziosa tavoletta di quercia che doveva consegnare al Cesare ed andò immediatamente a controllare nella bisaccia: fu con orrore che si accorse che era sparita, e con essa il messaggio con il sigillo di Saluzio.

La notte era fredda ed il terreno circostante ricoperto di fitti boschi e paludi. Una ventina di persone lo stavano setacciando alla debole luce delle torce, con l'aiuto di numerosi cani, alla ricerca dell'assassino.

Menandro fu tra i primi a sentire il rumore dei ferri di cavallo al trotto allungato sulla strada massicciata.

- Facciamoci vedere, altrimenti ci travolgeranno! Chi sarà mai che viaggia a cavallo a quest'ora?

Qualche minuto dopo un manipolo di uomini a cavallo sbucò dalla curva.

- Alt. Fate attenzione... c'é gente sulla strada!

- Chi siete? Cosa fate in giro a quest'ora?

- C'é stato un assassinio! Un santo monaco è stato ammazzato da un ladro... Stiamo cercandolo prima che tagli la corda.

- Ah! Un omicidio? Bene, bene... rientrate, rientrate... giungiamo a proposito.

Menandro scoprì con terrore che si trattava di un gruppo di vigiles. Se la polizia si muoveva a quell'ora era certamente alla ricerca di qualcuno o qualcosa.

Quando tutti furono rientrati nella locanda, gli uomini in divisa provvidero ad ispezionare la stanza dove si trovava il cadavere, poi iniziarono a interrogare i presenti. Naturalmente tutti indicarono Menandro come l'unico che poteva saperne qualcosa.

- Menandro, greco, liberto dei Faberiani. Bene, controlleremo. Perché anche lo schiavo era vestito da monaco?

- Si trattava di un servo del mio ex-padrone... un brav'uomo, religioso e devoto, che stava esercitando le virtù in attesa di essere liberato per poi prendere i voti. Lo stavo accompagnando a Lutetia dove vive il suo padrone.

- E chi era l'altro monaco, quello che è scappato e che dite essere l'assassino?

- Di lui so solo il nome: Potino. Lo abbiamo conosciuto in una locanda di Argentorate... parlammo della Trinità, della santità della vita di rinuncia, della castità, della meditazione e ci trovammo molto affini, al punto da decidere di continuare insieme il cammino per Lutetia. Invece, ahimè, sembra che fosse interessato solo a quelle poche monete che io ed il mio compagno ci portavamo dietro per far fronte alle necessità elementari.

- Controlleremo, greco: ma attento... se hai mentito a Lutetia troverai le tenaglie del carnefice che ti faranno dire la verità.

Dopo aver frugato ben bene nella stanza e nel salone ed aver interrogato gli altri avventori i vigiles se ne andarono a dormire.

28.

Dopo altri due giorni di viaggio il convoglio arrivò alla Senna, in un'area portuale dove i carri potevano essere imbarcati su grandi chiatte. Tutti scesero e si sparpagliarono fra le botteghe e le taverne sorte intorno alle strutture di carico.

Un capannello di curiosi circondava un gruppetto di militari e di facchini che stava armeggiando con delle funi per calare con cautela una barella su un barcone.

- Fate piano, piano... il poveretto è ferito e perde sangue. Non mollate le funi troppo in fretta!

Menandro, che aveva varcato la passerella di imbarco proprio in quel momento, non riusciva a credere alla propria fortuna: il disgraziato fagotto lamentoso che ormai era stato adagiato sul ponte era Potino, guardato a vista da due legionari.

"Cosa mai gli sarà successo?" si chiedeva Menandro perplesso, "e le due guardie sono vicino a lui per proteggerlo o perché è in arresto? Avrà fatto in tempo a parlare? Da quanto tempo è in quelle condizioni? E la tavoletta? Il messaggio?"

Era solo, non conosceva nessuno, quindi la prudenza gli suggeriva di non chiedere informazioni: le sue generalità erano ormai state registrate dai vigiles e poteva finire in un brutto guaio. Decise di accucciarsi sul carro, che era ormai stato imbarcato, in attesa di un idea e di un momento più favorevole.

Sarebbero arrivati a Lutetia dopo un giorno ed una notte di navigazione e Menandro aveva deciso di agire prima dello sbarco.

La chiatta era lunga almeno cento piedi e Potino era stato adagiato a poppa, sotto una tettoia, mentre le due guardie erano accucciate presso di lui, intente al gioco della tabula. Dall'interno del carro Menandro poteva controllare la scena e stava attendendo il momento in cui i due, terminata la serie interminabile di lanci di dadi, avessero avuto voglia di sgranchirsi le gambe.

- Doppio sei! E con questo ho tolto tutte le pedine dalla mia casa! Mi devi una fortuna: visto che non me la pagherai mai, offrimi almeno una bevuta. A prua c'é uno spaccio dove potrai trovare anche del pane e del formaggio. Vai, hai perso: tocca a te!

- Dai, andiamo insieme. Tanto questo dorme...

- Ma ci è stato ordinato di non perderlo di vista neppure per un momento!

- Figurati: nello stato in cui è ridotto certo non può muoversi! Inoltre chi vuoi che sappia che è qui?!

- D'accordo, mi hai convinto: ma facciamo presto... se succede qualcosa ci squartano vivi!

Appena i due si furono allontanati lungo il corridoio che fiancheggiava un lato della chiatta Menandro sgusciò nel buio e strisciando fra il sartiame arrivò presso il prete, che delirava nel sonno.

Doveva aver subito l'assalto di molte persone perché sembrava ferito dappertutto e sul viso erano evidenti numerosi tagli ed escoriazioni. Menandro iniziò a frugare tra le pieghe del saio e nelle coperte, in cerca della tavoletta di legno, ma subito capì che sul prete non c'era più nulla da cercare.

" Maledizione... l'hanno già ripulito! Avrà potuto raccontare tutto a qualcuno?"

In una frazione di secondo gli fu chiaro ciò che doveva fare: era stato un errore non liberarsi subito di quello scomodo testimone ed ora era suo dovere salvaguardare la vita del suo Lucio.

Si guardò intorno e vide una grossa mazza che serviva per sbloccare gli argani delle vele. La impugnò con decisione e, chiudendo gli occhi per vincere gli ultimi scrupoli, l'abbatté con forza sulla testa di Potino. Poi, raccogliendo le forze, lo sollevò di strappo, lo gettò fuori bordo e, con cautela, tornò nel carro.

29.

Appena arrivato a Lutetia, Menandro si precipitò nella casa di Lucio per controllare se durante l'assenza c'erano stati messaggi o novità. Gli schiavi gli dissero che nulla di notevole era accaduto: solo alcuni messaggeri erano venuti dal palazzo per chiedere se Lucio nel frattempo avesse fatto ritorno. Inoltre un paio di volte erano passati Ammiano Marcellino, Decio Silano e Melezio Porfete a chiedere notizie. Infine il magister equitum aveva fatto recapitare da due agentes un ordine di servizio che imponeva a Lucio di presentarsi immediatamente a rapporto.

- Mi parvero molto irritati quando dissi che Lucio Cornelio non era ancora rientrato: credevo che il padrone fosse stato autorizzato a partire dal comando della legione, invece sembravano comportarsi come se non ne sapessero niente.

- Va, va... e non pensare ai fatti del padrone. Lui sa quello che fa e come lo fa. C'é altro?

- Decio Silano ha lasciato detto che i cavalli stanno bene, malgrado Phobos abbia avuto una brutta colica una decina di giorni fa: inoltre era preoccupato per il protrarsi dell'assenza del padrone. Per il resto, tutto tranquillo.

Menandro si sedette a riflettere. Evidentemente Lucio aveva chiesto una licenza per motivi personali e dal palazzo non avevano informato il comando del ritardo, data la segretezza della missione. Inoltre doveva avvertire il Cesare di quanto era successo e dei programmi di Lucio: ma gli serviva un'idea, perché senza la lettera di Saluzio probabilmente avrebbe impiegato settimane per farsi ricevere. Doveva cercare aiuto, e decise di recarsi al castrum.

Uscito dalla casa sull'isola si imbatté in un paio di fornitori e in alcuni vicini, che salutò frettolosamente malgrado tutti gli chiedessero informazioni e racconti sul suo viaggio. Camminava per le strade e non vedeva altro che capannelli di gente vociante riunita intorno ad ufficiali minacciosi che arringavano la folla. Ovunque c'era un viavai di persone e carretti. Giunto alla porta principale del castrum vide il medico militare che aveva curato Lucio Cornelio, Melezio Porfete, di fronte a un ducenario che, ritto su una pedana, parlava ad un gruppo di legionari e civili. Si avvicinò e lo salutò:

- Ave, Melezio. Mi riconosci? Sono Menandro, della casa di Lucio Cornelio Faberiano. Cosa succede? Vedo un grande fermento in città.

- Ave. Fermento, dici?! Dì pure rivoluzione! Dopo l'ultimo scherzo di Costanzo tutte le truppe galliche sono sull'orlo dell'ammutinamento! Da due giorni è arrivato un legato da Costantinopoli con l'ordine che Lupicino raggiunga subito l'esercito d'Oriente, portandosi appresso le legioni degli Eruli, dei Celti, dei Batavi e dei Petulanti, oltre alla terza parte di tutte le altre truppe! Sintula invece sta già partendo con le guardie del corpo.

- Ma è pazzesco! L'Augusto ha formalmente sottoscritto nel contratto di arruolamento la clausola che concedeva ai Galli il diritto di non essere allontanati dalle Gallie: sono tutti legati alle famiglie e vogliono prestare servizio solo qui, per difendere le loro terre e le loro case dai Germani, non per andare a conquistare l'impero dei Parti!

- Sono d'accordo: è pazzesco. Ma l'Augusto ha bisogno di uomini, ed inoltre spera con questa specie di deportazione di massa di mettere in difficoltà Giuliano che ha già protestato e preso le difese delle truppe galliche. Figurati che il legato di Costanzo ha consegnato gli ordini direttamente a Sintula, scavalcando Giuliano come se non esistesse.

Mentre parlavano la folla si accalcava ai lati della grande via che portava alla Senna. Numerose donne urlanti coi bambini al seno si lamentavano, agitando i pugni.

- Cosa sta succedendo?

- Sta per uscire la colonna di Sintula, diretta al fronte orientale.

In quella si spalancarono le porte del castrum e apparvero gli stendardi e le insegne degli Scutari e dei Gentili. La colonna sfilò, interminabile, per oltre un'ora seguita dai carri delle salmerie, mentre tutt'intorno le donne piangevano, levando i figlioletti in alto sul capo. I legionari della guardia, che dovevano avere i cuori disperati, certi com'erano che non avrebbero mai più rivisto la loro terra e le loro famiglie, erano pur sempre soldati romani, orgogliosi di appartenere alla più grande macchina organizzativa della storia, e marciavano impassibili e silenziosi, ostentando una disciplina leggendaria da oltre mille anni.

Quando gli ultimi echi degli zoccoli dei cavalli e dello sferragliare dei carri furono dispersi in lontananza, un legionario uscì di corsa dal castrum agitando a braccio teso un fascio di piccoli papiri.

- Guardate cosa hanno gettato nelle caserme!

Immediatamente i volantini passarono di mano in mano, mentre i lamenti riprendevano di tono.

Menandro e Melezio lessero:

"Mentre noi, come criminali e condannati, siamo spinti nelle regioni più estreme della terra, le nostre famiglie, che con sanguinose battaglie abbiamo liberato dalla precedente schiavitù, saranno di nuovo serve degli Alamanni."

La voce si propagò con la velocità del fulmine: "Tutti dal Cesare!", "il Cesare non ci abbandonerà!"

- Ci saranno grossi problemi. Da tutta la Gallia settentrionale stanno arrivando truppe: l'ordine è di concentrarle qui a Lutetia ed è da qui che tutti i reparti partiranno per l'Oriente. Fuori città ci sono accampamenti di migliaia di soldati: se si scatenerà una rivolta non scommetto un siclo sulla pelle di nessuno di noi.

Le donne si volsero verso l'isola e dal fondo della grande strada si iniziò a vedere, minacciosa, una grande massa di uomini in armi che prendeva la stessa direzione. Erano le migliaia di legionari limitanei accampati fuori città, che dopo aver assistito alla partenza delle guardie scelte avevano deciso di appellarsi al Cesare.

In meno di mezz'ora più di diecimila persone affollarono la piazza sotto il palazzo delle Terme, acclamando a gran voce Giuliano, che poco dopo si affacciò alla finestra.

Era affaticato ed invecchiato e sembrava disperato per la piega che stavano prendendo gli eventi.

- Amici, compagni di tante battaglie... Ho tentato di tutto con il legato dell'Imperatore, ma gli ordini che abbiamo ricevuto sono inappellabili e nessuno può disobbedire al volere di Roma. Fra tanta sciagura ho qualche buona notizia. Ho ottenuto che Costanzo vi ricompensi generosamente, in proporzione al vostro sacrificio: il legato Decenzio mi ha fornito ogni assicurazione su questo punto. Inoltre chiunque lo vorrà potrà portare con sé moglie e figli: per questo verranno messi a disposizione tutte le carrozze ed i muli della posta imperiale. Avete respinto i barbari al di là del Reno: ora respingeteli al di là dell'Oxus. Il mio unico dispiacere è di non potervi accompagnare.

I soldati rumoreggiavano e levavano grida di dolore: un destino spietato li privava allo stesso tempo di un comandante umano e della loro patria.

Ormai gli ammutinati erano a migliaia ed arrivavano nella piazza da ogni parte, invocando il Cesare.

Giuliano si era ritirato ed ora tutti lo acclamavano a gran voce, mentre iniziava a calare la sera.

Tra gli ufficiali che guardavano preoccupati ed in silenzio la massa di soldati vocianti, Menandro scorse Decio Silano e Ammiano Marcellino e, facendosi largo a gomitate, si avvicinò.

- Ave, prefetto! So che sei venuto a cercare Lucio nella nostra casa. Spero che tu sia in buona salute.

- Menandro! Sei dunque tornato. E, dimmi, Lucio come sta?

Il greco raccontò la loro odissea, omettendone ovviamente ogni particolare illegale.

- Lucio, che ormai sarà già in Oriente mi prega infine di portarti i suoi saluti e ti chiede di continuare ad occuparti dei suoi cavalli, se non ti sarà di troppo disturbo.

- Con quello che sta succedendo temo che non ci sarà molto tempo da dedicare allo svago. La situazione è veramente pericolosa. I Galli sono come impazziti: potrebbe succedere di tutto, non sono più in grado di controllare i miei uomini.

- Debbo chiederti un favore: certamente sai che il nostro Lucio si è recato ai confini per assolvere ad un delicato incarico affidatogli dal Cesare. Poiché per ora non rientrerà a Lutetia, mi ha incaricato di riferire al Cesare un messaggio molto riservato. Puoi aiutarmi ad ottenere un udienza personale?

- Mmh, non sarà facile. Ti rendi certamente conto di quello che sta succedendo: il Cesare in questo momento non potrà dedicarti neppure un minuto.

- Si tratta di cosa vitale. Il Cesare te ne sarà grato.

- D'accordo. Domattina vedrò cosa posso fare. Ti invierò un messaggio presso la casa di Lucio.

Ammiano Marcellino, che era rimasto in disparte come al solito, quando fu certo che il superiore avesse finito, si inserì nella conversazione.

- Il tribuno Lucio Cornelio sta bene in salute?

- In gamba come una roccia: ha la pelle dura, il mio Lucio.

- Speriamo di riaverlo presto fra noi, ci manca, al castrum. Il magister equitum lo ha convocato a rapporto un paio di volte nelle ultime settimane; sai mica quando ha intenzione di tornare?

- Purtroppo no, ragazzo, né mi ha dato istruzioni su questo punto. Spero di poter parlare presto con il Cesare, così si chiarirà tutto.

Il tumulto dei soldati, alla luce delle fiaccole, aumentava d'intensità ed i clamori indussero Giuliano ad affacciarsi nuovamente. Non appena la nota testa barbuta si presentò alla finestra una voce gridò:

- Viva Giuliano Augusto!

Migliaia di voci immediatamente ripresero il grido e l'acclamazione risuonò come un boato.

Giuliano aveva passato delle ore di crisi e di sconforto, travagliato dal dubbio, tormentato dalla coscienza dell'ingiustizia che Costanzo stava ordendo verso le sue fedeli truppe, ma roso dalla vergogna che gli impediva di tradire il suo sovrano, che pure era l'assassino della sua famiglia.

Man mano che passavano le ore si era convinto che l'esercito lo vedeva come l'odioso complice dell'Imperatore e stava iniziando a temere per la vita sua e di Elena. Aveva chiesto il conforto di sua moglie, sorella dell'uomo che non voleva tradire, aveva lungamente dibattuto con i suoi più fedeli collaboratori se era più giusto resistere ai ribelli o farsi uccidere senza reagire. Poi, come in trance era uscito sul balcone ad affrontare la folla.

Udì le voci e sulle prime le scambiò per insulti e proteste. Poi, come in un sogno, iniziò a capire.

- Compagni... dopo tante gloriose vittorie, non commettiamo questo grosso errore. Che non si scateni la discordia, che non si commetta un gesto folle! Io mi assumerò tutte le responsabilità, e non vi farò trasferire sul fronte orientale. Tornatevene alle sedi di partenza: io andrò da Costanzo e giustificherò il vostro gesto con l'amore che vi lega alla vostra terra. L'Augusto è comprensivo e previdente, ed io vi giustificherò pienamente.

Mentre diceva queste parole e stava per rientrare, un gruppo di Petulanti, guidato da Mauro, aveva sfondato le porte del Palazzo e dopo aver travolto le guardie era salito al primo piano. Ammiano Marcellino, travolto dalla sua inarrestabile curiosità, si era aggregato a loro, salendo i gradini a quattro a quattro.

Prima che Giuliano si rendesse conto di quanto stava succedendo i Petulanti irruppero sul balcone e lo issarono a forza sui loro scudi, secondo l'antica usanza dei re celti.

La folla era in delirio e Giuliano si sentì in trappola. Non poteva più rifiutare, anche se la sua natura si ribellava all'illegalità dell'atto. Mauro si strappò la collana da portainsegne e la cinse sulla fronte di Giuliano. La folla ammutolì di colpo, compresa dalla sacralità del gesto. Poi esplose.

- Ave Augusto!

In quel momento tutti nella piazza, da Giuliano al più umile dei cittadini, seppero che stava cominciando un'avventura senza ritorno, piena di incognite e di sofferenze, non meno incerta e pericolosa di quella avviata da Cesare al Rubicone.

- Ave. Prometto a tutti cinque aurei ed una libbra d'argento! Accetto l'onore supremo che mi avete voluto conferire. Vi giuro che non andrete a combattere al di fuori della Gallia, a meno che non siate voi a deciderlo. Ed ora, compagni, che gli Dei ci proteggano!

Chiuse gli occhi, quasi per assorbire la potenza che saliva verso di lui da tutte quelle menti in delirio. Intorno a lui tutti i suoi fedelissimi lo fissavano muti: Oribasio piangeva, Euterio era terrorizzato, Mauro sorrideva con fierezza. Ammiano Marcellino, in disparte guardava Giuliano a bocca aperta.

I legionari presero a battere gli scudi di bronzo contro le ginocchiere. Quando riaprì gli occhi una selva di mani era tesa verso di lui.

- Viva Giuliano Augusto! Viva l'Imperatore Giuliano!

30.

La mattina dopo tutta Lutetia era al campo di Marte, dove l'intero esercito si era schierato. La notizia era volata verso i reparti in marcia che durante la notte avevano obbligato Sintula ad invertire il cammino ed ora stavano prendendo posizione. Aleggiava un'atmosfera allegra, e per le strade tutti si comportavano come una classe di scolari da cui si fossero allontanati all'improvviso gli insegnanti. Il tempo era sereno, ma il pallido sole non riusciva a vincere il freddo pungente dell'alba nordica.

Menandro si era levato di buon'ora ed aveva seguito le frotte di cittadini festanti che si avviavano al luogo del grande raduno. Arrivato al Campo di Marte aveva incontrato Ammiano, che nella sua uniforme da parata tirata a lucido si stava schierando con l'unità di cavalleria di Lucio. Il giovane teneva sottomano un piccolo cavallo nordico e sfoggiava un radioso sorriso.

- Ti vedo pieno di ottimismo, Ammiano. Sono contento di constatare che hai ritrovato il buonumore! Hai forse consultato le stelle?

- Ebbene, si, amico! E posso dirti che quelle del Cesare... anzi, dell'Augusto Giuliano sono favorevoli! Nessuno potrà arrestarlo per molto tempo: i suoi astri sono congiunti in modo mirabile.

- Me lo auguro. Costanzo non accetterà mai questa ribellione, specie da un suo parente. Sintula e Lupicino sono già fuggiti verso Oriente e Fiorenzo si è unito a loro: ci sarà la guerra e spero che non finiremo tutti come Magnenzio.

- Giuliano non è un usurpatore, ma un principe della casa reale: Costanzo avrebbe dovuto associarlo all'imperium come fece Diocleziano con Massimiano. Sarà un buon Imperatore e sotto di lui le nostre tradizioni rifioriranno.

Montò rapidamente sul suo cavallo e si avviò al piccolo trotto a fianco degli squadroni che stavano prendendo posizione.

Anche Decio Silano era schierato di fronte ai reparti di zappatori, pontieri e guastatori e Menandro gli rivolse un cenno di saluto.

Giuliano salì sul podio e sul campo scese un silenzio sacrale. Guardò con orgoglio le truppe che lo fissavano con fiducia e speranza e tutte le angosce ed i dubbi che avevano tormentato la sua notte insonne svanirono di colpo. Tutta la fierezza della nuova dignità gli salì dalle viscere, inebriandogli il cervello e infondendogli sicurezza. Cinque anni prima, quando era stato presentato alle truppe da un Costanzo che faceva di tutto per sovrastarlo e sminuirlo, si era sentito imbarazzato e impaurito. Ora era l'Augusto, l'erede di Ottaviano, di Vespasiano, di Antonino, di Marco Aurelio, di Diocleziano e raccoglieva nelle sue mani un testimone vecchio di mille anni di storia. Una scarica di energia gli attraversò le membra e cominciò a parlare con estrema lucidità.

Promise libertà, giustizia, impegno nella conservazione delle tradizioni romane. Giurò che non avrebbe tradito le truppe galliche facendole combattere fuori della loro terra. Poi volle sacrificare un toro bianco alla maniera degli antichi Padri.

La folla era in delirio e le truppe acclamavano battendo le armi sugli scudi.

Nessuno udì il grido soffocato di Menandro, mentre il coltello gli trapassava il rene penetrando da sotto la scapola. Né alcuno si preoccupò vedendolo stramazzare al suolo: tutti gli occhi erano fissi sul palco e solo dopo che la maggior parte della folla si fu allontanata qualcuno si preoccupò di dare un'occhiata a quello che pensavano fosse solo un grasso ubriacone svenuto per il vino e la stanchezza.

Quando arrivarono i vigiles il povero greco era ormai freddo.

Parte seconda

LUCIO CORNELIO FABERIANO A GALLA SALUZIA: SALUTE

Cesarea,

marzo 361.

Accludo un diario scritto per te a questa lettera che sigillo frettolosamente: contavo di chiuderla con calma, raccontandoti dei miei sentimenti e della nostra monotona vita qui al campo, ma questa gioia non mi è data. Marcello, di cui troverai scritto, partirà domattina all'alba ed io spero che possa passare per Dobreta per salutarti e recapitarti questa lettera. Gli ho parlato così tanto di te che salutandomi mi ha detto che è come se ti conoscesse: ho fatto finta di essere geloso e l'ho minacciato col gladio, così lui mi ha fatto una smorfia ed è scappato a rapporto. Quando verrà da voi, accoglietelo con il massimo calore: è un grande amico ed un uomo onesto. Ci è stato di grande aiuto nella nostra ricerca, come ti dirò più avanti, e non condivide i metodi della casa Imperiale, anche se è totalmente fedele all'esercito e a Roma.

Purtroppo però non è più tempo di scherzi. Gli eventi sono precipitati ed io e tuo Padre siamo molto preoccupati.

Nei giorni scorsi sono arrivati qui due personaggi che mai ci saremmo aspettati di vedere: Euterio e Fiorenzo. Questo duo male assortito sembra sia venuto per fare rapporto su degli eventi che hanno dell'incredibile e che tu probabilmente già conosci: sembra che il Cesare Giuliano si sia ribellato e marci contro l'Imperatore.

Tu ed io che l'abbiamo conosciuto di persona non possiamo pensarla che come tuo Padre: Giuliano avrà avuto i suoi buoni motivi e certamente avrà dovuto cavalcare gli eventi. Sono certo che non è un traditore e non intende scatenare una guerra civile: ma la politica è quella che è e Costanzo, che ora si trova qui in Cappadocia, a migliaia di leghe di distanza, non può subire un atto di aperta ribellione senza prendere provvedimenti. Noi, naturalmente, non siamo vicini agli ambienti della corte ed ascoltiamo le voci che circolano tra i nobili, i militari ed i borghesi: ci sarà una guerra civile, perché Costanzo ha deciso che vuole liquidare Giuliano prima dei Parti, riunire gli eserciti e poi tornare a muoversi verso il fronte orientale. Dicono che quando Costanzo ha saputo del tradimento di Giuliano ha avuto una crisi isterica tanto forte da far temere a tutti un colpo apoplettico!

Le voci qui sono contrastanti: sembra che la versione dei fatti fornita da Euterio sia tutta favorevole a Giuliano e ben diversa di quella di Fiorenzo.

Fatto è che l'Augusto è furioso e minaccia la guerra contro tutti. Io e tuo padre siamo molto preoccupati: non vorremmo che Costanzo ci convocasse per mettere alla prova la nostra fedeltà o, peggio, ci accusasse di tradimento.

Mi permetto il lusso di mettere per iscritto questi pensieri perché Marcello è persona assolutamente fidata e sta partendo per Sirmium con l'incarico di portare ordini alle guarnigioni del Danubio.

Non posso chiederti di inviarmi risposta: non sappiamo ancora quale sarà la nostra prossima destinazione ed io temo che il Gran Ciambellano Eusebio stia tramando qualcosa per limitare la libertà di movimento di Saluzio. Quanto a me, probabilmente sarò assegnato a qualche unità dell'esercito d'Oriente, visto che quando mi sono presentato ad Eusebio con Saluzio mi è stato ordinato di rimanere a disposizione.

Accludo il mio diario e questo messaggio alla lettera di tuo Padre, sperando di non ferirne la sensibilità: non vorrei si accorgesse che desideravo un mio spazio privato nel quale ricordarti che ti amo disperatamente e che mai, durante questo viaggio, sono riuscito a dimenticare le dolcissime notti che abbiamo trascorso a Dobreta nel giardino incantato del nostro ospite.

Vale, dilettissima.

Tuo per sempre,

Lucio LC

Costantinopoli,

inverno del 360.

Le calde notti asiatiche sono tristi e solitarie e solo il ricordo del tuo profumo e della tua morbida bocca mi spingono ad andare avanti nella nostra ricerca, che diviene di giorno in giorno più intricata e complicata: del resto nel mio cuore c'é la ferma convinzione che al termine di essa finalmente potremo riunirci ed iniziare una lunga vita serena tutti insieme. In questo sono confortato dalla speranza che il tuo ottimo Padre, della cui amicizia e stima sono certo, benedirà la nostra unione e ci aiuterà a costruire un futuro sereno, anche se in questi momenti difficili e pericolosi le funeste prospettive generate dalla situazione politica gettano un'ombra sinistra sulla mia fiducia.

In questi mesi Costanzo ha fatto la spola fra Cesarea e Seleucia[38], dove ha addirittura presieduto un altro Concilio, in cui ha fatto la parte del sommo Teologo, pretendendo di stabilire in modo definitivo ogni particolare sulla natura di Cristo e sulla sua nascita: il compromesso ora raggiunto è che Cristo non è proprio uguale, ma di sostanza "simile" al Dio suo padre! Il risultato di questa novità sulla natura del Dio buono è che decine fra Vescovi e Diaconi sono stati esiliati o fatti trucidare da altri Vescovi.

Fino a qualche mese fa la cosa mi avrebbe lasciato indifferente, o al massimo mi avrebbe divertito: dopo quello che abbiamo scoperto a Cesarea mi rendo conto che viviamo in un mondo assurdo, dove l'isterismo dei potenti si mescola alla malafede e provoca disgrazie e prevaricazioni che si riflettono drammaticamente sulla vita e sui costumi di milioni di vittime innocenti. Il tragico è che sia io che Saluzio siamo certi che quando Costanzo ed i Vescovi pontificano su queste questioni ed esiliano o fanno bruciare i poveri oppositori, sono veramente convinti di stare agendo in nome di una potenza divina. Non si rendono conto che i loro sofismi non sono altro che un'operazione astratta svolta su dati fittizi, presi per veri solo in quanto tramandati da vecchi mistificatori, ritenuti degni di fede e quindi indiscutibili, solo perché parlano da tempi talmente antichi da risultare ormai mitici.

Certo è che parlare in nome di Cristo e degli Apostoli è oggi fonte di tale potere che una miriade di dignitari e di politici hanno intrapreso la carriera ecclesiastica solo per conquistarsi più facilmente un posto al sole: e anche la casa Imperiale sa perfettamente che ponendo il Cristo alla base della sua autorità, questa si sacralizza più di quanto non avvenisse quando gli antichi Augusti si divinizzavano l'un l'altro. Il risultato è un isteria collettiva che ingenera una sensazione di onnipotenza in chi comanda e scatena una follia mistica in molti fedeli, portandoli all'intolleranza ed all'astrazione dalla realtà.

Ma lasciamo perdere le considerazione amare e passiamo alla cronaca degli eventi che sono accaduti da quando ho lasciato i tuoi occhi che, fissi nei miei, si allontanavano insieme alla riva del Danubio.

Innanzitutto spero che il tuo soggiorno presso il buon Mummio sia facile e felice: il nostro ospite e le sue figlie sembravano così lieti e sinceri quando, appena saputo chi eravamo e qual'era lo scopo del nostro viaggio, hanno insistito perché tu potessi nasconderti presso di loro! Si tratta di romani dalle solide tradizioni e dalla insolita grandezza d'animo e di principi, degni dei nostri Avi: sia io che Saluzio ringraziamo continuamente gli Dei per averceli fatti incontrare e per la protezione che hanno voluto offrirti in questi tempi difficili. Se Costanzo sospettasse ciò che realmente è accaduto la vita di Mummio non varrebbe un vaso di coccio: e giacché i tempi antichi sono andati, non gli concederebbe neppure l'onore di un dignitoso suicidio, con un valente chirurgo ad aprirgli le vene in modo indolore per provocargli una dolce, progressiva sonnolenza, ma lo farebbe strangolare da un sicario in un vicolo buio!

Non vale la pena di dilungarci sul viaggio fluviale fino al Ponto Eusino[39] e sul successivo tratto via costa fino alla Propontide e a Costantinopoli. Approdammo al Corno d'Oro in autunno, giusto in tempo per scoprire che Costanzo era partito per il fronte orientale da una settimana.

Non ci restava che presentarci a rapporto dal Gran Ciambellano, per sanare la posizione di Saluzio e attendere ordini ufficiali, ripromettendoci in cuor nostro di partire al più presto per la Cappadocia al fine di proseguire con la nostra missione.

Costantinopoli in tre decenni è diventata una splendida e raffinata metropoli cosmopolita, ma i miei occhi di romano non possono vederla che come un immenso borgo di provincia immerso in una confusione orientale. Le strade strette della città vecchia sono più anguste e più sporche di quelle della Suburra e dell'Esquilino con mercati e lupanari semiclandestini più affollati e più sporchi. Ovunque aleggia un odore dolciastro e piccante di spezie e formaggio rancido e migliaia di persone abbigliate all'orientale, la maggior parte dagli occhi obliqui e dalla scura carnagione che va dal verdastro al giallo in mille sfumature, brulicano riempiendo vie, fori e portici. Si parlano tutte le lingue tranne il latino, ed il greco è l'unico mezzo per farsi capire: se questa è la nuova Roma l'Impero ha veramente i giorni contati!

Abbiamo visto la Chiesa dei Santissimi Apostoli edificata da Costantino e la grande Basilica cristiana che Costanzo ha consacrato poco prima di partire: Santa Sofia, un edificio imponente, pieno di guglie e cupole luccicanti che io trovo detestabile, abituato come sono ai bianchi templi di Roma ed Atene, eterni e maestosi, con gli svettanti timpani che troneggiano su selve di candide colonne.

Tutta la città è cinta da imponenti mura, interrotte da una nutrita serie di torri. Appena se ne varca la porta principale ci si trova in un grande foro porticato ricco di statue e colonne, sul quale si affacciano grandi basiliche, terme sfarzose e il Palazzo Imperiale, che dall'esterno sembra una fortezza limitanea, ma che all'interno è una vera e propria città.

Dopo aver attraversato innumerevoli fossati, bastioni, ponti, camminamenti, piazzali e piazze d'armi, fummo introdotti in una fastosa basilica che scintillava di affreschi e mosaici, in cui l'elegante gusto floreale e figurativo romano era imbastardito da volute geometriche piene di ori ed argenti. L'interno è a dir poco sfarzoso, pieno di marmi colorati, mosaici dorati e pesanti tendaggi intessuti d'oro e di pietre preziose. L'ufficiale che ci accompagnava ci consegnò ad un eunuco molliccio e mellifluo, truccato in viso e vestito di una lunga tunica di broccato.

- Sarete ricevuti dal Gran Ciambellano fra qualche istante, illustri ospiti. Nel frattempo egli prega di attenderlo in questa sala, servendovi come meglio credete e godendo della gioia della sua ospitalità.

Batté le mani e dai tendaggi sul fondo della sala apparvero degli schiavi neri con vassoi pieni di frutta e dolciumi e con crateri di bevande profumate. Contemporaneamente dalla tenda uscirono tre musici con cetre e flauti e alcune bellissime danzatrici seminude.

- L'Eunuco Eusebio si concede qualche svago, ora che il lugubre Costanzo è fuori città... - osservò tuo padre con aria divertita e, te lo confesso con piacere, con occhio interessato alle curve delle ragazze.

- Almeno in questo le sane abitudine romane stanno sopravvivendo: con immenso dispiacere del Vescovo di questa strana città che si proclama romana, ma che mi sembra talmente distante dalle nostre tradizioni da essere molto meno romana di Lutetia, Londinium o Antiochia!

Il personaggio di cui stavamo parlando si materializzò alle nostre spalle: non sapevamo da quanto tempo fosse lì, perché quando ci voltammo lo vedemmo che ci guardava con un sorriso enigmatico.

Tu sai quante se ne dicono in tutto l'Impero sul conto di questo onnipotente personaggio: era la prima volta che lo vedevo e l'impressione che ne ebbi fu di gran lunga inferiore alle aspettative. Mi immaginavo un essere disgustoso, perverso, bavoso, pieno di livore e dalla voce stridula: mi accorsi invece che avevamo davanti un abile statista, un accorto politico, un pericolosissimo orditore di trame.

L'antichissima abitudine orientale, e dopo greca, di castrare giovanetti, allevarli nella massima cultura e raffinatezza, venderli come schiavi alle famiglie più nobili per adibirli a mansioni di fiducia nell'ambito domestico è in auge come non mai alla Corte d'Oriente. A Palazzo e in tutti gli uffici burocratici gli eunuchi occupano le cariche più importanti, costituendo una casta temuta e onnipotente, con mille occhi attenti ad ogni sfaccettatura dell'organizzazione e dell'equilibrio della classe dominante, sulla quale esercitano un'autorità occulta, ma indiscussa. Eusebio, come sai, è al vertice di questa casta, occupa con il suo carisma il cuore e la mente di Costanzo, le cui opinioni passano spesso per il cervello di questo eunuco. È inoltre dotato di un'innata abilità politica, che gli consente di organizzare e manovrare il gigantesco apparato di spionaggio e di pressione degli agentes in rebus imperiali.

È molto grasso ed ha una carnagione rosea e compatta. Non ha capelli, né sopracciglia e sembrerebbe un maialetto se i suoi occhi non guizzassero come quelli di un falcone che osserva dall'alto le sue prede. Com'è diverso dal buon Euterio che, malgrado sia ugualmente eunuco, cerca sempre di comportarsi come un uomo normale!

Benché la sua testa arrivasse a malapena al mio naso ebbi la sensazione di essere squadrato dall'alto in basso: era eretto e la sua testa rotonda emergeva da una specie di toga purpurea di sete preziose, drappeggiata con abbondanza e fermata da una fibula su cui troneggiava una pietra bianca e risplendente di una purezza che non avevo mai visto. Pietre simili ornavano gli anelli che portava ad ogni dito. Parla con una disgustosa voce in falsetto, contrariamente ad Euterio, il cui timbro è quasi quello di un uomo normale, essendo stato castrato dopo l'adolescenza.

- Siate i benvenuti alla corte dell'Augusto. Sono lieto di vederti, nobile Saluzio, anche se ti aspettavo almeno tre mesi fa.

- Ecco un rapporto circostanziato sugli avvenimenti accaduti dalla mia partenza da Lutetia, illustrissimo. Come vedrai ci sono i sigilli dei comandanti delle guarnigioni di Argentorate e Dobreta: spero che avrai la magnanimità di giustificare un ritardo che non è dipeso dalla mia volontà e che ha avuto l'infausto effetto di ritardare la mia disponibilità ad eseguire ogni ordine che l'Augusto avrà la generosità di impartirmi.

Ammirai molto l'abilità diplomatica di tuo padre: conoscendolo lo apprezzo ogni giorno un po' di più, e gli riconosco oltre alle evidenti doti di generosità e saggezza, anche quel suo lato da figlio di puttana che lo rendono caro oltre che a te ed a me, anche al nostro amato Cesare.

Anche se sapeva perfettamente con chi aveva a che fare, l'eunuco mostrò di credere alla buona fede di Saluzio.

- Bene. Il nostro amato Imperatore, l'Augusto Costanzo, partendo mi ha lasciato dettagliate istruzioni per te. Ti aspettava qui a Costantinopoli, ma quando è arrivato da Dobreta il messaggio relativo al tuo giustificato ritardo, mi ha ordinato di dirti che devi presentarti al suo quartier generale a Cesarea, dove conta di affidarti un importante comando.

- Sono molto lieto di sentirti dire queste parole. Prima che l'Augusto mi nominasse Questore di Gallia avevo il comando delle legioni del Reno, e gli incarichi civili mi avevano un po' rammollito: la vita militare non potrà che giovarmi.

- Lo credo anch'io, nobile Saluzio. Le mollezze e gli intrighi della vita di corte mal si addicono ad un nobile romano quale tu sei: infatti mi è giunta voce che, tuo malgrado, ti sei lasciato influenzare da cattivi consiglieri ed hai frainteso la missione che l'Augusto ti aveva affidato a Lutetia.

- Sono sempre stato un fedele servitore dell'Augusto e non ho mai commesso azioni che potessero nuocere alla sua politica ed al bene di Roma.

- Politica... Roma... sacre parole, ma spesso oscure nella testa dei poveri funzionari provinciali, mal collegati e distanti dalle prospettive d'insieme che concorrono a formare la strategia di un Imperatore Romano. Forse non hai saputo interpretare i voleri dell'Augusto nella loro giusta ottica... Ma non preoccuparti: l'Augusto è generoso e sa perdonare chi sbaglia... la prima volta.

Pronunciò queste parole con il sorriso sulle labbra ed un tono di ghiaccio, tanto che io ne fui terrorizzato. Saluzio invece non se ne diede pena e, inchinando la testa rispose con calma.

- Se ho errato, me ne dolgo. Spero che con la tua sottile saggezza e dal tuo privilegiato osservatorio, che ti mette in grado di cogliere ogni sfumatura del pensiero dell'Augusto, saprai consigliarmi per il meglio, ed indicarmi la giusta via per poter servire il mio Signore e la mia Patria nel modo più soddisfacente.

- Riceverai istruzioni al più presto: nel frattempo preparati a partire per Cesarea di Cappadocia insieme al tuo giovane compagno.

Si rivolse a me, come se mi vedesse solo in quel momento.

- Tu devi essere il giovane Faberiano... l'eroe di Mursa ed il terrore di ogni nobile romano padre di figlie femmine!

Lo disse con scherno, non con ironia: in quel modo suonava come un insulto, non come una battuta scherzosa. Controllai l'afflusso di sangue che mi saliva su per le guance e chinai la testa, con un sorriso ebete.

- Anche tu ti presenterai alla XIIdeg. Legione, a Cesarea, dove verrai aggregato ad un'unità di cavalleria. Mi è stato detto che risulti mancante dal tuo reparto fin da prima che scoppiasse la ribellione... quindi potrei farti decapitare come disertore. Ma la tua nascita e la tua posizione ti rendono più utile da vivo che da giustiziato. Stai attento, però... ad un mio ordine potresti essere arrestato in qualsiasi momento, ed in quel caso quella bella... testolina rotolerà a terra con estrema facilità.

Ci congedò con un cenno distratto della mano e si ritirò, sedendosi su una sedia gestatoria che venne silenziosamente sollevata e portata via da quattro efebi biondi ed incipriati, vestiti solo di un minuscolo perizoma: cosa che ci confermò come a corte gli eunuchi, ben lungi dal praticare l'astinenza, si dedichino ai giochi erotici più raffinati e creativi!

Cesarea,

gennaio del 361.

Non ti annoierò con i particolari del nostro breve soggiorno a Costantinopoli, né con quelli del lungo viaggio fino a Cesarea, dove avremmo incontrato Costanzo. Ti dirò solo che la colonna militare a cui ci unimmo arrivò appena in tempo per evitare il maltempo invernale che stava incombendo e che ci fece comunque inzuppare d'acqua e di fango per tutto il tragitto.

Trovammo le città che attraversavamo in grande fermento, a causa del Concilio di Seleucia, che poneva l'Oriente al centro dell'attenzione di tutto l'Impero: migliaia di ecclesiastici e pellegrini in viaggio verso la Cilicia affollavano ogni locanda ed ogni alloggio decente e ovunque c'erano problemi d'ordine pubblico, provocati dai sostenitori delle diverse fazioni che provocavano continui incidenti. Non era il caso di fermarci lungo la strada neppure un'ora, dal momento che l'Augusto stava per ripartire da Cesarea, dove si era ammassato il grosso delle truppe.

Tuo padre ti ha scritto con dovizia di particolari del suo incontro con l'Augusto e del suo incarico, o meglio dovrei dire del suo non-incarico a Corte. È inutile che io mi soffermi su questo punto: commento soltanto che, fortunatamente, Costanzo sembra aver accettato le giustificazioni e le profferte di fedeltà di Saluzio, o forse non ha osato prendere provvedimenti contro di lui, che è visto dall'esercito come un grande personaggio, fedele ed onesto. Tuo padre mi ha detto che ha visto Costanzo invecchiato, incerto, stanco e soprattutto ossessionato dall'idea della vendetta ad ogni costo: verso il Cesare traditore e verso i Parti che hanno distrutto Amida.

Io mi sono presentato al comando, dove il magister equitum mi ha intimato di tenermi a disposizione: per tutto l'inverno, quindi, siamo stati liberi da ogni incarico e ne abbiamo approfittato per seguire gli indizi che ci avevano spinti fin quaggiù, tentando di scoprire qualcosa sul diacono Panfilio Ciprene, della curia di Eusebio di Cesarea, e di cercare qualche fratello in Mitra all'interno della XIIdeg. Legione "Fulminata" a cui mostrare il sigillo montato sulla siliqua d'argento spezzata a metà.

Cesarea,

febbraio del 361

Un pomeriggio, mentre io e Saluzio stavamo tornando dalle terme, abbiamo assistito ad una scena raccapricciante, che ha però segnato una svolta nelle nostre ricerche. Sulle prime non capimmo cosa stava succedendo: vedevamo solo una folla urlante ed inferocita che lanciava sassi verso una bottega. Qui la pratica della lapidazione è ancora diffusa fra quella parte di popolazione con origini orientali, quindi non ci meravigliammo e ci facemmo da parte, finché non ci accorgemmo che i sassi erano diretti ad una bellissima adolescente bruna, con due grandi occhi attoniti ed un viso angelico ormai contuso e sanguinante. Mi lanciai in mezzo alla gente a gladio sguainato: la mia lorica e la mia falera superstite (ogni volta che la guardo non posso fare a meno di pensare a quella notte nel pulvinar imperiale, a Lutetia...) fecero certamente l'impressione voluta perché in pochi istanti quei disgraziati si dispersero.

Soccorremmo la giovane, quasi priva di sensi, e l'adagiammo all'interno della bottega. Quando fu in grado di parlare ci raccontò fra i singhiozzi la sua triste storia.

Si chiama Sara ha-Mashi ed è la figlia di un uomo straordinario, di cui ti racconterò: Rabbi Ezra ha-Mashi. Egli ci ha aperto gli occhi su molti eventi e fatti accaduti in Palestina ai tempi di Cristo. Tali fatti dovranno essere attentamente considerati dal Cesare nella sua ricerca della verità.

La sua famiglia, di razza e fede ebraica, è originaria delle terre di Babilonia.

Come saprai, gli ebrei sono una razza strana: litigiosi, divisi, disorganizzati, ma allo stesso tempo tenaci, onesti, credenti e pervasi dall'amore nella propria nazionalità. Fin dalla notte dei tempi essi si sono sparsi in tutte le terre conosciute, dediti ai commerci ed alle attività finanziarie.

Prima che Pompeo li sottomettesse, quasi cinquecento anni fa, regnavano sulla Palestina dopo aver subito sconfitte e deportazioni in Egitto e in Babilonia. Appunto laggiù, in un territorio fra il Tigri e l'Eufrate che ora è nel cuore dell'impero dei Parti, esiste e tuttora fiorisce una comunità ebraica della Diaspora che ha sviluppato una grande saggezza e creato due Accademie di insegnamenti e studi sull'ebraismo, la sua fede e la sua storia: certamente grazie al fatto che oggi gli Ebrei trovano più tolleranza fra i Parti che fra i Cristiani.

Ezra, il padre della ragazza, si è trasferito circa venticinque anni fa da quelle terre prima a Gerusalemme, poi a Cesarea per insegnare alle comunità ebraiche delle province di Siria, Armenia e Cappadocia la dottrina ortodossa ebraica dell'Accademia babilonese di Pumbedita. È un uomo saggio, sereno ed eloquente ed ha fatto molti proseliti, ma per tutta la sua vita si è scontrato con i vescovi cristiani, primo fra tutti l'intollerante Eusebio di Cesarea, di cui abbiamo spesso parlato.

Certamente ricordi che gli ebrei dopo aver subito l'invasione romana, le angherie dei Procuratori Imperiali, la tirannia di Erode e dei suoi successori e le persecuzioni di Caligola e di Nerone, si ribellarono a Roma.

Fu una rivolta violenta, ma disorganizzata, artigianale e presuntuosa: pochi straccioni armati di falci e sassi non potevano aver ragione della macchina militare più potente ed organizzata del mondo civile. Quella che i nostri storici chiamano pomposamente "la guerra ebraica", finì in un bagno di sangue, con la distruzione del Tempio di Gerusalemme[40], che per gli Ebrei rappresentava una ragione di vita: pensa che ai non ebrei era proibito entrarvi, pena la morte e che perfino il loro sommo Sacerdote poteva entrare nella cripta, il Sancta Sanctorum, solo una volta all'anno! Dopo qualche altro tentativo di ribellione sotto Adriano nella zona ci fu una calma relativa fino a quando Costantino non decretò che la religione di Cristo diveniva la religione di Roma. Da quel momento i cristiani, che odiavano gli ebrei da quando Paolo di Tarso aveva impresso alla loro dottrina degli sconvolgimenti tali da renderla praticamente anti-ebrea (malgrado fino ad allora tutti avessero considerato quella dei cristiani come una setta ebraica di idee leggermente divergenti) iniziarono a perseguitare in tutti i modi le comunità ebraiche delle città d'Oriente.

- Cosa voleva quella gentaglia? - le domandò Saluzio passandole un panno bagnato sulla fronte.

- Vendicarsi sulla famiglia di mio padre, signore. Vedi, noi siamo ebrei e oggi più che mai l'essere ebrei è una macchia infamante.

Ci guardava impassibile e fiera, con gli occhi che le brillavano: non c'era sfida in essi, ma coraggio e fiducia di essere nel giusto. Non sapeva chi fossimo e, benché l'avessimo salvata da una morte orribile, non riusciva ad aprirsi.

- Calmati, ragazzina. Non siamo né cristiani, né romani sanguinari: anche fra i gentili ci sono uomini giusti e timorati di Dio.

Saluzio aveva pronunciato quelle parole con aria d'intesa. Più lo conosco e più mi stupisco della sua enorme sagacia e capacità di affrontare ogni situazione. Più tardi mi confidò di sapere che quelle erano le parole con le quali i rabbini indicano quegli stranieri di buona volontà che praticano la tolleranza. La ragazza capì che non eravamo animati da cattive intenzioni e ci raccontò la sua storia.

- Mio padre è il capo spirituale della comunità ebraica di questa città e rappresenta il Patriarca di Palestina. Da qualche anno i cristiani ci impediscono di riunirci in Sinagoga, di insegnare la nostra dottrina, di convertire chiunque, perfino i nostri schiavi. I matrimoni misti sono puniti con la morte e noi ebrei veniamo insultati, derisi ed accusati di magia nera. Ieri gli agentes dell'Augusto hanno arrestato mio padre con l'accusa di attività sovversiva, poi poco fa quella folla ha tentato di incendiare la nostra casa. Io sono uscita per scacciarli e per poco non sono rimasta uccisa.

- E tua madre? I tuoi fratelli?

- Sono rimasta sola con mio padre. Gli altri sono stati tutti arrestati e venduti come schiavi.

- Di che genere di sovversione è accusato tuo padre?

- Doveva diffondere presso la nostra comunità il calendario delle feste ebraiche del prossimo anno, appena inviatogli dal Patriarca, come aveva sempre fatto. Quando ha capito che il clero cristiano non gli avrebbe permesso di tenere la tradizionale cerimonia ufficiale, anziché pubblicare il calendario ha diffuso clandestinamente le tavole cronometriche: ora ciascun fedele versato in matematica potrà calcolare da sé le festività comandate, secondo una formula fissa!

Come avrai capito qui vige ancora, come a Roma nei tempi repubblicani, la buona usanza da parte dei potenti di nascondere fino all'ultimo momento l'elenco dei giorni fasti e nefasti, per manipolare a piacimento gli adempimenti e le legittimazioni! Ed il buon rabbino aveva appena rovinato tutto. Non c'era da meravigliarsi se i notabili ebrei lo avevano denunciato alle autorità Romane e organizzato una spedizione punitiva.

Consolammo la ragazza e la conducemmo nei nostri alloggi, dove l'affidammo alle cure di una anziana e fidata schiava. Il giorno dopo Saluzio, con il convincente ausilio di una consistente donazione, ottenne udienza dal pretore urbano per intercedere per la liberazione del rabbi.

- Ho le mani legate, nobile Saluzio. Il problema è politico, non di criminalità comune: la questione ebraica è roba che scotta qui nella Diocesi di Oriente.

Era un ometto grasso, che la toga contribuiva ad infagottare. Doveva venire dal nord della Pannonia[41] e parlava un latino rozzo e primitivo: un vaso di coccio terrorizzato dai venti incrociati di poteri contrapposti che lo sballottavano da tutte le parti, attento a non urtare nessuno e compiacere tutti il più possibile.

- Ma di qual crimine è accusato?

- Crimine, crimine... suvvia, il problema non è di crimini, o meglio... c'é ben altro!

- Insomma, spiegati! O ti debbo ricordare che sono l'ex-Questore delle Gallie appena tornato a Corte per ricevere dall'Augusto un ben più importante comando?

- Per carità, per carità, clarissimo... Farò tutto ciò che è in mio potere per assecondarti. Il problema è che ho ricevuto ordini precisi sia dal prefetto degli Agentes che dalla segreteria del Vescovo: quell'uomo è pericoloso come una balista carica puntata sulla mia testa. Deve essere condannato il più rapidamente possibile: dobbiamo accontentare i servizi segreti, la Chiesa e anche i notabili ebrei di questi città. Praticamente tutti lo vogliono morto!

- Ho capito perfettamente: anche se si tratta di un brav'uomo che non ha mai fatto male a nessuno.

- Non è questo il punto... Si tratta di un elemento che rischia di far saltare un delicato equilibrio. Vedi, fra gli ebrei ed i pagani da quasi centocinquanta anni vige un tacito patto: i capi fanno stare tranquille le teste calde (e Dio sa se ce ne sono fra questa razza!) e vengono lasciati liberi di esercitare i loro traffici ed onorare il loro terribile Dio. Dopo la distruzione di Gerusalemme e qualche altra rivolta sotto Adriano, gli Zeloti e gli altri fanatici si sono calmati e gli Ebrei sono anche stati esentati dal sacrificare all'Imperatore. In questo lungo periodo l'unico loro problema sono stati i cristiani, che irriducibili nella loro opera di proselitismo e di contestazione delle istituzioni e del modo di vivere romano, hanno creato continue turbative all'ordine pubblico, coinvolgendo spesso anche gli ebrei, con i quali la massa dei romani li confondeva. La frattura religiosa fra le due comunità si è presto trasformata in odio feroce, alimentato da reciproche delazioni: per tutti quegli anni gli ebrei ed i romani sono stati alleati contro i fanatici cristiani . Da quando i vescovi cristiani sono ai vertici del potere la situazione si è ribaltata e gli ebrei stanno ripagando duramente tutto quello che i cristiani hanno subito in precedenza: ora si parla di rinchiudere gli ebrei in quartieri recintati, impedendo loro l'esercizio delle arti e dei mestieri, addirittura di marchiarli con segni di identificazione, proibendo loro persino di tenere degli schiavi. Comprendi come un capo spirituale e carismatico che addirittura ha tentato di contrapporsi ai notabili già pieni di problemi, sia stato il capro espiatorio ideale per tutti. Questo pazzo ha commesso l'errore di aizzare i poveri e diffondere documenti religiosi riservati: non è possibile salvarlo in alcun modo, ne va dell'ordine pubblico e certamente non si può rischiare l'equilibrio nella regione per uno scriteriato qualsiasi!

Comprendemmo subito che il poveretto non poteva essere salvato in nessun modo: se fosse stato riconosciuto colpevole di un reato di natura religiosa sarebbe stato mandato al rogo, (come sai qui in Oriente non si crocefigge, né si manda alle bestie più nessuno: queste pene sono ormai "sacralizzate" come simbolo di martirio! Ora è di moda bruciare vivi i condannati, per "disinfettare" il mondo dall'eresia!). Altrimenti, se consegnato alle autorità amministrative ebraiche, lo attendeva la lapidazione.

- Permettici almeno di incontrarlo. Vorremmo parlargli e portargli il conforto di un saluto da parte della sua disgraziata famiglia.

- Non posso negarti questo favore: darò disposizione affinché tu possa intrattenerti con lui per tutto il tempo che ti aggrada. Tanto il processo non si terrà fino a dopodomani.

Il ricordo del lungo colloquio nell'umido e buio carcere con quell'uomo giusto che attendeva la morte con serenità ci accompagnerà per tutta la vita. Le rivelazioni che ci ha fatto mi hanno aperto gli occhi, facendomi capire come gli insegnamenti dottrinali sulla chiesa cristiana impartitimi da ragazzo non siano che il frutto di calcolate menzogne, stratificate nei secoli sopra dei miti non solo improbabili, ma illogici e contraddittori. Dopo quel colloquio ho capito che posso contare solo sulla mia ragione e sulla mia coscienza e che dovrò vivere la mia vita unicamente tendendo all'equilibrio con me stesso, nella ricerca di quella strada del tutto personale che fa conseguire la massima serenità attraverso l'esecuzione di ciò che è alla portata dei miei desideri ed in relazione alle mie capacità. Infine ho compreso che la molla dell'uomo saggio è nella ricerca di nuove speranze, che gli procurino interessi e soddisfazioni a tutte le età, e lo preparino ad accettare serenamente la morte quando essa sopraggiungerà, il più tardi possibile.

Ho capito anche che la fede dei cristiani è un dono impagabile, perché droga la ragione portandola a credere in un'altra improbabile vita, molto migliore di questa. Essa sostituisce le speranze che i migliori di noi si creano attraverso obiettivi e grandi scommesse con una aspettativa irreale di eternità che, come ogni droga, fa momentaneamente dimenticare ai perdenti le fatiche e le sofferenze della vita reale. In questo modo questi anziché porsi in un atteggiamento creativo ed attivo, premio esso stesso per la sopportazione delle contrarietà quotidiane, si riducono ad una vita di passività e di preghiera, rinunciando alle gioie della mente e del corpo in nome di una fantomatica vita futura. L'uomo irrazionale ha gli occhi perennemente rivolti verso il cielo, e scruta ogni segnale che lo aiuti a cogliere l'intervento divino in ogni umano accadimento; l'uomo razionale, invece, è tutto teso a scrutare dentro sé stesso, per capire quali sono le sensazioni che dovrà coltivare, le azioni che dovrà compiere, le armonie che dovrà mediare per conseguire il massimo equilibrio e l'agognata serenità. Il primo è sottomesso alle regole del suo Dio, magari terribili, ma chiare e categoriche; il secondo a quelle del suo Io, confuse, contraddittorie, in continuo divenire.

Dal momento però che esistono novanta ignavi ogni cento persone, novanta poveri, ignoranti, vilipesi, sottomessi, sconfitti che non hanno alcuna possibilità di emergere e realizzare i propri sogni, comprenderai come il cristianesimo si sia diffuso catturando il cuore di milioni di individui, al punto da indurre Costantino ad utilizzarlo per i suoi scopi di egemonia.

Beati i cristiani, che in nome di una ebete serenità possono permettersi di buttare via la propria ragione: io ho troppo rispetto per la mia e quindi dovrò lottare e soffrire per tutta la vita, non avendo poi in punto di morte nessuna scusa per ingannarla con una speranza di eternità.

Felici loro, che hanno trovato un modo di prendersi in giro in buona fede, non io!

Scusami per questo sfogo, e lascia che ti racconti i fatti di cui siamo venuti a conoscenza.

L'uomo era seduto, in catene, su una panca all'angolo opposto alla porta. La cella era buia, umida e l'odore di muffa era insopportabile.

Quando il carceriere ci aprì la pesante inferriata alzò su di noi due profondi occhi chiari e sereni. Il viso magro e ascetico, benché scavato da profonde rughe era quello di un uomo di cinquant'anni, ma i capelli e la barba, molto lunghi, erano candidi. Io e Saluzio ci andammo a sedere a fianco a lui.

- Chi siete?

- Due romani che ancora credono nella giustizia. Abbiamo ascoltato la tua storia ed interceduto per te presso il magistrato. Purtroppo l'unica concessione ottenuta è stata questo incontro.

- Cosa spinge due nobili cittadini della potenza che ha messo le catene al mondo a visitare un povero rabbino ebreo?

Intervenni io.

- Rabbi, ti prego, non siamo qui per fare politica. Se Roma ha messo le catene al mondo, cosa certamente vera, questo alle lunghe si è dimostrato il male minore: il tuo popolo è stato prigioniero di altri prima che dei romani, che lo avranno anche spremuto, ma hanno portato civiltà, benessere e difesa dalla barbarie. Non vale la pena parlarne: avremmo voluto aiutarti e riparare all'ingiustizia. Se questo non è possibile vorremmo almeno portarti un po' di conforto.

Gli raccontammo della figlia, promettendogli che avremmo fatto in modo che sarebbe stata assistita e protetta. In breve si distese ed ebbe fiducia in noi. Cominciò a farci delle domande, e noi a farne a lui, finché Saluzio non gli chiese:

- Cosa sai di Eusebio, il cristiano che sotto Costantino fu vescovo di questa città?

Fissò il vuoto con occhi improvvisamente appannati, come se cercasse di far affiorare dalle ombre del passato antichi, angosciosi ricordi. Poi guardò Saluzio e disse:

- Fu con lui che iniziò la nostra rovina. Prima la nostra comunità era prospera ed in pace con tutti.

- L'hai conosciuto di persona?

- Certamente. Lui era un vecchio di oltre settant'anni, ed io un giovane leone di venti. Era certamente un grand'uomo ed un gran combattente, ma un fanatico propagandista delle sue idee e del suo potere, animato da quella falsa buona fede che nasce dalla eccessiva vanagloria e stima di sé stessi.

- Una specie di vanesio pallone gonfiato, vuoi dire?

- Non esattamente: era un uomo di valore, un eccellente organizzatore ed uno scrittore invasato di sacro fuoco. Solo che credeva talmente tanto nelle scritture e nella sua religione che non ha esitato un attimo a far compiere delitti in nome di essa ed a falsare a piene mani la verità storica per i suoi scopi di propaganda e proselitismo.

- Il leone di Dio che diviene il "trombone" di Dio?

- Più o meno... un personaggio unico, comunque, quello che ogni comunità vorrebbe come ministro: da solo ha diffuso la sua chiesa presso re e fedeli più di quanto non abbiano fatto migliaia dei suoi preti.

- Sembra quasi che tu lo ammiri...

- Ammirarlo?! Come si può ammirare un nemico strapotente, dannoso e sleale. Odiava gli ebrei quanto e più degli eretici cristiani che combatteva fieramente: sai delle lotte sulla natura del Dio cristiano culminate nel Concilio di Nicea. Noi ebrei ridevamo a crepapelle: scannarsi per affermare di che natura divina era fatto colui che noi sapevamo non essere neppure il Messia!

- Spiegaci meglio questo concetto ebraico del "Messia": i cristiani ne parlano tanto, ma non spiegano nulla!

- Vedi, il nostro è un popolo speciale. Ha mantenuto la sua identità per millenni, è passato attraverso umiliazioni, deportazioni, sconfitte. Altri popoli si sono estinti: gli Etruschi, i Liguri, gli Assiri, i Babilonesi... ma noi no, noi siamo sempre gli stessi fin dai tempi di Abramo, e sai perché? Perché crediamo in un Dio speciale e obbediamo formalmente a leggi impietose ed esclusive. Tu dirai che a Dio non dovrebbe importare nulla se ogni sette giorni tu ti soffi il naso o mangi delle salsicce, l'importante è che tu sia onesto e retto: ma io, da Rabbino, ti rispondo che se non avessimo quelle leggi noi oggi come popolo saremmo scomparsi dalla faccia della terra. Ebbene, questo popolo così impregnato dall'idea del Divino, così formalmente osservante, è stato sempre perseguitato proprio a causa di tutto ciò. Era normale che in noi si ingenerasse una speranza, un'aspettativa di un tempo migliore in cui ci venisse riconosciuto il giusto premio di tanta rettitudine ed osservanza: non era iniquo che noi, il popolo di Dio, il popolo eletto, noi che osservavamo il sabato, obbedivamo ai Comandamenti, pregavamo nel Tempio, praticavamo le virtù e la fedeltà, eravamo prigionieri, disprezzati, emarginati? In tempi successivi, in situazioni diverse, tutte però di decadenza dei costumi o di oppressione e sconfitta, si sono levate le voci dei nostri Profeti, che ci hanno esaltato con parole di speranza.

- Chi erano i vostri Profeti?

- In genere grandi Sacerdoti, o santi eremiti, o grandi Patriarchi che si rivolgevano a re e poveri per promettere l'avverarsi di eventi futuri, in genere migliori della situazione contingente. In questo clima nacquero le profezie messianiche: in un tempo futuro sarebbe venuto un grande uomo, un Unto dal Signore, forse un Re di Israele, che avrebbe riscattato il nostro popolo dal giogo e dall'umiliazione e ci avrebbe riportato al nostro ruolo di popolo eletto.

- Abbastanza presuntuoso. Neppure noi Romani abbiamo mai preteso questo!

- Non è vero: tutta la vostra letteratura è intrisa dall'idea di Roma come guida predestinata del mondo. Se voi non avete espresso una profezia messianica è solo perché non ne avevate bisogno; non speravate di diventare il popolo eletto: ne esercitavate direttamente il mestiere!

- Quali Profeti hanno annunciato il Messia, ed in che termini?

- Il primo fu Isaia, che scrisse all'incirca alla stessa epoca in cui il vostro Romolo fondava Roma. A quei tempi regnava su Giuda un depravato di nome Ozia. I costumi erano corrotti e le donne impudiche: che tempi orrendi per qualcuno che rimpiangeva l'austerità degli antichi Re. Isaia fissò le caratteristiche del Messia venturo con una tal dovizia di particolari che gli infiniti sedicenti Messia apparsi nei secoli alla ribalta di Israele ebbero a disposizione un copione dettagliatissimo: il Messia doveva discendere dalla stirpe di Davide (ovvio: doveva riprodurre quell'età dell'oro che quel disgraziato sovrano aveva saputo dare al nostro popolo), avere natura divina e nascere da una vergine (ai tempi di Isaia l'egemonia in Oriente era detenuta dai Babilonesi, che ci avrebbero poi conquistato e deportato: e l'antichissima mitologia iranica della nascita del Dio da una vergine, molto diffusa presso quel popolo presso il quale, oltre ad orridi Dei quali Baal e Marduk, si stavano affermando le dottrine monoteistiche di Zarathustra, deve aver eccitato la mente del Profeta, esercitando su di lui un grande fascino).

Il Messia quindi avrebbe avuto il dono della conoscenza delle cose palesi e segrete, della bontà, della giustizia, della potenza. Isaia insiste sulla sua qualità di martire, che soffre e si sacrifica per il suo popolo, ma poi torna a rivedere la luce, rende giusti gli uomini ed intercede per i peccatori instaurando un Regno eterno e santo, dove non vi saranno più colpe né ingiustizie, la pace regnerà sovrana ed il popolo di Israele, purificato, rinnoverà il suo patto con Yahweh, la religione del quale cesserà di essere il privilegio di una sola gente, ma si estenderà a tutte le nazioni.

Un altro Profeta, Enoch, ribadisce gli stessi concetti in chiave apocalittica: il Messia sarà inviato da Dio alla fine dei tempi, dopo un'era di grande felicità, per salvare l'umanità dal peccato prima del Giudizio Universale.

Questa è la profezia del Messia, che come vedi non sembra affatto essersi avverata, nel caso il Messia fosse stato veramente Gesù Cristo: anche se il cristianesimo si è diffuso, la pace universale non è mai stata così lontana ed il popolo di Israele così maltrattato!

- Molto interessante. Quindi tu affermi che Gesù, nella sua esaltazione mistica credette di essere il Messia e durante la sua vita si comportò, consciamente o inconsciamente, come sapeva dalle scritture che il Messia avrebbe dovuto comportarsi? Fino al punto da provocare talmente le Autorità da costringerli ad ucciderlo per subire il martirio?

- Più o meno. Certamente era in buona fede quando, in preda alla sua ispirazione religiosa, predicava una dottrina di amore, di bontà, di fratellanza. Ma era senza ombra di dubbio un capo politico non violento proveniente dalle file degli Esseni e le sue finalità erano non solo religiose, ma, non fraintendermi, politiche. Egli voleva riscattare il suo popolo, migliorarne le condizioni di vita, affrancarlo dal giogo di Roma, se non dal punto di vista militare, almeno da quello sociale ed etico, salvaguardandone la purezza dei costumi e le usanze religiose.

- Chi erano gli Esseni?

- Aspetta. Vedo che l'argomento ti interessa, così come interessa a me esprimere il mio punto di vista ad un nobile romano che mostra di essere un giusto ed un filosofo. Ma dovrò cominciare dal principio. Ti meraviglierà scoprire che anch'io sono pieno di dubbi sulla Verità e su quello che troverò al di là della Porta quando avrò chiuso gli occhi.

- Il problema, amico mio, è a monte: dopo che avrò chiuso gli occhi ci sarò ancora io, in qualche strana forma, ad accorgermene?

Il Rabbino sorrise.

- Questo è il problema di tutti gli uomini, a qualsiasi Fede essi appartengano. La religione tenta di aiutare gli uomini a non porsi questo problema, ma la ragione si rifiuta di nascondere la testa nella sabbia! Bene, a me restano solo due giorni prima che la risposta mi sia data o negata. Nel frattempo lascia che metta a frutto le mie conoscenze per raccontarti qualcosa.

Dopo che i Romani ebbero conquistato la Palestina[42], iniziò per gli ebrei un periodo straordinario. I ricchi e gli intraprendenti compresero che sotto Roma c'era molto da guadagnare: forse certe dignità erano calpestate, ma i commerci fiorivano, le strade erano sicure e le frontiere solide. In breve il Sinedrio, il senato ebraico insediato dai Romani, gli Scribi, i Sacerdoti, i Farisei, i mercanti e tutti i benestanti vivevano bene e la qualità della vita era migliorata da piacevoli infrastrutture: le terme, l'acquedotto, le corse nel Circo. Il Tempio era florido ed i Romani tolleranti, potevamo onorare il nostro Dio, applicare le nostre Leggi, cambiare le nostre valute: nei portici del Tempio fiorivano le botteghe ed i banchi di cambiavalute servivano pellegrini che venivano da ogni parte della Diaspora.

Poi c'era l'altra parte della popolazione: i poveri, i pastori, i diseredati. Per molti di essi la sottomissione a Roma aveva significato guerra, schiavitù, ordine pubblico tenuto con pugno di ferro: prassi normale nelle terre conquistate, ma intollerabile per gli ebrei che sono sempre stati litigiosi, gelosi, indipendenti.

Fra costoro prevalsero due tipi di reazione: quella degli Zeloti e quella degli Esseni.

Gli Zeloti erano teste calde, e optarono per la resistenza armata: iniziarono la guerriglia in città e nelle campagne, e provocarono dure reazioni che mano a mano che montavano provocarono cruente rappresaglie, fino all'abbattimento completo dello Stato Ebraico e la distruzione del Tempio di Gerusalemme.

- Sembra impossibile che i nostri buoni Imperatori Vespasiano e Tito siano per questo odiati e considerati dei mostri dal vostro popolo!

- Cosa ci vuoi fare: la Storia è buona o cattiva a seconda dei punti di vista! Proseguo. Poi c'erano gli Esseni: colti, austeri, religiosi, ascetici, probabilmente molto snob, disgustati dall'andamento delle cose di questo mondo si ritirarono in comunità isolate, chiusi nel loro disprezzo. Si ritenevano superiori ai pagani e non riuscivano a capire come gente dissoluta dalle idee insulse potesse essere autorizzata da Dio a comandare sul popolo eletto. Ma proprio per questo essi dovevano sopravvivere per testimoniare ed insegnare la vera fede. Il concetto cristiano di proselitismo missionario deriva dall'ideale Esseno, così come la fobia per le donne, considerate come l'incarnazione del demonio tentatore. Da molte comunità le donne furono bandite.

Una delle comunità più numerose fu quella di Qumran, nel Mar Morto[43]. Gli Esseni di Qumran vestivano di povere tuniche bianche, si svegliavano all'alba, accudivano pecore e capre, poi dopo le preghiere iniziavano a cantare e copiare i sacri testi di Isaia e degli altri Profeti. La temperatura di giorno era di quaranta gradi ed essi si nutrivano di bacche e verdure, essendo rigidamente vegetariani. Il cibo era scarso, ma l'esaltazione grande. Essi potevano avere contatto con una donna al solo scopo di procreare: nei loro cimiteri le donne erano sepolte a parte, in terra sconsacrata. Non avevano beni privati e la comunità provvedeva a tutti i bisogni dei singoli. Conoscevano l'arte delle erbe medicinali e compivano guarigioni sui malati. Non divulgarono mai la loro scienza ai non-Esseni.

Un giorno da quella comunità usci un uomo diverso, che credeva di dover proseguire la sua missione nella predicazione e nella conversione piuttosto che nell'ascetismo e nella preghiera: si chiamava Jochanan ed è conosciuto da voi come Giovanni il Battista.

Esortava il popolo a pentirsi prima che fosse troppo tardi e prima che venisse il Giudizio Universale di Dio, perché allora i peccatori e gli atei avrebbero dovuto morire. Il popolo era convinto che gli Esseni fossero dotati di poteri occulti e molti si recavano da Jochanan per essere guariti nella carne e perdonati dai peccati: lui li invitava a pentirsi e poi a immergersi nelle acque del Giordano, come simbolo di purezza, e li benediceva.

Certamente fra i suoi seguaci ci fu Giosué di Nazareth.

Questo Giosué era figlio di un falegname che viveva in un umile villaggio con la moglie e parecchi figlioli, che vennero educati religiosamente ed istruiti per quel poco che era possibile dati i tempi e la condizione economica della famiglia.

Quando iniziò a crescere Giosué imparò il mestiere paterno pur senza trascurare mai gli studi e continuò ad arricchire la sua mente delle parole degli antichi Profeti e anche degli scritti dell'Apocalisse. Come molti altri ebrei contemporanei egli si domandava quando Dio avrebbe liberato il suo popolo dal giogo dei Romani e dal peso dei loro peccati.

Giunse un momento critico nella vita di Giosué il giorno in cui Jochanan arrivò in un luogo dove il Giordano scorre a poche ore di cammino da Nazareth e quando i religiosi del villaggio si unirono a quelli delle città vicine per andare ad ascoltare il famoso predicatore esseno. Ascoltavano affascinati la sua vivace descrizione del giorno del Giudizio, nella certezza che sarebbe apparso presto il Messia per redimere il popolo di Dio ed abolire tutto il male di quel disgraziato periodo. Volevano forse evitare la collera divina? "Pentitevi!" gridava Jochanan. Questo predicatore fece un'enorme impressione sull'animo sensibile di Giosué.

Sembra che Giosué sia diventato Esseno, rimanendo per molti anni in mezzo a quella confraternita. Ma poi, quando tutti gli ebrei religiosi rimasero atterriti dall'uccisione di Jochanan ad opera di Erode, Giosué decise di proseguire l'apostolato per cui quel martire aveva dato la vita, percorrendo la Galilea e chiamando la gente al pentimento, ad abbandonare gli averi che generano cupidigia e prepotenza e ad osservare la legge divina. I suoi insegnamenti, ed anche le singolari guarigioni che fu in grado di operare, diffusero la sua fama in tutta la Galilea: anche i Gentili andavano a farsi curare da lui, benché lui avesse nel cuore soprattutto i poveri e gli oppressi, di cui sapeva quanto fosse dura la vita. Evitò sempre di predicare nelle grandi città, al cospetto dei ricchi e dei potenti. Scelse fra questi semplici i suoi compagni e condivise la vita ed il pane della povera gente. I suoi discepoli erano concordi nel credere che Giosué fosse il Messia e che egli fosse destinato a diventare il re della Giudea che aspettavano da decenni. Simone, il suo più autorevole discepolo, era talmente sicuro di questo fatto che ne parlò a Giosué e ne fu dolcemente rimproverato.

Poi ci fu un mutamento nelle abitudini del piccolo gruppo. Alla vigilia di una Pasqua Giosué decise che era tempo di recarsi a Gerusalemme. Non si può interpretare questa novità che come un fatto politico: il gruppetto non aveva mai osato presentarsi a predicare nelle città, dove si sarebbe dovuto confrontare con i ricchi ed i colti. Si accamparono fuori città, sul monte degli Ulivi.

Quando Giosué entrò in Gerusalemme venne salutato dai molti popolani che avendo sentito parlare di lui e delle sue doti di guaritore, si unirono al suo gruppo. Si formò una processione perché Giosué, come ogni buon pellegrino, si volle recare al Tempio. Qui accadde un episodio che deve farci riflettere: l'Esseno che era in lui si ribellò violentemente a quello che vide. Dovete sapere che il cortile del tempio era affollato da cambiavalute e venditori di merce di ogni tipo, oltre che da recinti per gli animali: cosa naturale, data la gran quantità di pellegrini che stavano arrivando per la Pasqua. Giosué, che aveva ritenuto che il Tempio fosse il luogo più sacro del mondo, quando li vide non si fermò a riflettere sul fatto che i pellegrini stranieri dovevano cambiare la loro moneta in denaro che potesse essere offerto al Tempio e che la gente non poteva portarsi dietro gli animali necessari ai sacrifici. Nella mescolanza degli affari con la religione lo zelante predicatore Esseno vide solo il disprezzo di Dio ed il peccato. Rovesciò le tavole dei cambiavalute e scacciò i sensali di bestiame, provocando una rivolta nel quartiere del Tempio.

Chiunque può scorgere in questo episodio la profonda umanità e la buona fede di Giosué, ma nessuno può ravvisarvi la presenza di un Dio, né di un Messia. Fatto sta che Giosué ed i suoi seguaci dovettero nascondersi. Erano venuti del resto in clandestinità, e ciò fa sospettare finalità se non politiche, almeno di proselitismo. Essi sapevano di costituire una presenza scomoda per i ricchi borghesi di Gerusalemme. Erano armati, e questo è chiaramente scritto nei loro evangeli. I Farisei temevano i disordini che questo gruppo di Esseni, ritenuti patrioti esaltati non meno degli Zeloti, poteva provocare: li fecero cercare, non li trovarono. Già c'erano stati problemi con l'inflessibile, duro procuratore romano Ponzio Pilato: la Pasqua doveva trascorrere senza disordini, altrimenti la città sarebbe esplosa. Corruppero uno dei seguaci di Giosué e lo scovarono, non senza una colluttazione in cui una guardia ebbe un orecchio tagliato da un colpo di spada di Simone[44].

Io e Saluzio avevamo seguito il racconto, muti ed attenti. Iniziavamo a vedere la figura di Gesù con occhi nuovi. L'uomo che ne usciva era più affascinante della figura noiosa ed astratta che da sempre ci veniva presentata dai preti: un romantico asceta, un sognatore, un uomo d'azione armato della sua serenità e non violenza. Un capo carismatico con un sogno politico e mistico. Infine un uomo, con i suoi difetti ed i suoi scatti d'ira: ci stava ridiventando simpatico! Commentai:

- Quali sono le fonti da cui si desume la tua versione?

- Semplicemente i vangeli, integrati dalla nostra tradizione. Basta leggerli con un po' di logica e non correggerli con avventurose interpretazioni in chiave soprannaturale. Il fatto che su Giosué non esistano altri scritti che quelli di parte, non vi insospettisce? Egli non è citato da alcuno storico, né ebraico, né romano: questo significa che il personaggio fu storicamente irrilevante.

- Forse hai ragione. Ma come si spiega, allora il seguito che ha avuto poi?

- Semplice: perché quando i tempi sono maturi ed un popolo desidera una bandiera, anche se essa non esiste è sufficiente inventarla. Sulla figura di Giosué sono state innestate talmente tante mistificazioni dopo la sua morte che il personaggio che né è uscito, Gesù, è destinato ad essere il più grande della storia, per secoli e secoli. Una gran parte degli ebrei desiderava con tutto il cuore il Messia, una ancor più grande parte di gentili oppressi desiderava un sogno: Gesù fu la risposta a tutte le speranze di costoro. Ed aggiungerò che certamente nessuno più di Giosué, con il suo messaggio di amore e fratellanza universale, era più adatto ad incarnare questo sogno. Peccato che a forza di mistificazioni sia stata prodotta una religione terribile ed intollerante, strumentalizzata da un clero prepotente e trionfante: un ebraismo ancor più estremista, neppure giustificato, come la nostra fede, dall'esigenza di preservare l'identità di un popolo!

- Non parli come un rabbino ortodosso.

- Forse perché mi trovo brutalmente davanti alla morte e mi interrogo, nel profondo dell'animo, sul senso della mia esistenza e sulla vera essenza di Dio. Se voi foste ebrei non vi parlerei così.

Saluzio stava riflettendo. Dopo un po' chiese:

- Parlavi di mistificazioni. A cosa ti riferivi?

- Non certo ai contenuti dell'insegnamento di Giosué: la sua dottrina è perfettamente logica e coerente, il suo disegno di fede estremamente chiaro, anche se utopistico, ed inquadrato nel contesto in cui il personaggio si muoveva e da cui era generato. Intendevo riferirmi a tutte le testimonianze costruite sul personaggio al fine di dimostrare che egli era veramente il Messia, l'Unto da Dio, ed in particolare agli sforzi fatti per descriverne il concepimento divino e la sua resurrezione.

Ci eravamo fatti attenti, l'argomento era molto attinente all'oggetto delle nostre ricerche.

- Dovete considerare che i quattro evangeli vennero scritti non prima che fossero passati trent'anni dalla morte di Giosué. Trent'anni! Una vita. Vi siete mai chiesti perché?

Fu Saluzio a rispondere:

- Vuoi dire che all'inizio l'evento era talmente locale e circoscritto che nessuno pensò di usarlo come strumento politico? Che non c'era nessun progetto religioso, in senso organizzato, intendo, almeno agli inizi?

- Proprio così. Ma certamente un tentativo di strumentalizzare la morte di Giosué ci fu: è chiaramente scritto nei vangeli.

- La sparizione del suo corpo?

- Si. Tutti gli ebrei qui in Oriente sanno che il corpo venne trafugato per ordine di una fazione di appartenenti al sinedrio che si opponeva al partito di Caifa ed Hanna. Lo si racconta chiaramente in due dei vangeli: Giuseppe di Arimatea, uno dei più ricchi ed influenti tra i membri del sinedrio ebbe il permesso di togliere il corpo di Giosué dalla croce e seppellirlo in un sepolcro di sua proprietà, e Nicodemo, un altro ricco Fariseo l'aiutò. Subito dopo la fazione avversa ebbe da Pilato il permesso di far montare di guardia al sepolcro dei soldati della XIIdeg. Legione affinché nessuno sottraesse il corpo: a quei tempi sorgevano decine di pretendenti al ruolo di Messia, ed una falsa resurrezione avrebbe fatto parte del copione. Tutti sanno dello scandalo dei legionari, che mancarono dal posto di guardia e poi testimoniarono di essersi addormentati. Ora io chiedo a te, tribuno: credi possibile che un corpo di guardia romano composto da almeno sei persone, con le regole del vostro codice militare, possa addormentarsi in blocco sul posto di guardia e passarla liscia?

- No. Sono certo che è impossibile. Impossibile che possa essere accaduto ed impossibile che i sei non siano stati giustiziati.

- Invece io ti dico che i legionari non furono puniti, anzi il comandante del corpo di guardia qualche tempo dopo venne promosso e trasferito: lo sanno tutti e deve essere documentato negli archivi della XIIdeg., per te non dovrebbe essere difficile controllare. Comunque quando i discepoli di Giosué si recarono al sepolcro lo trovarono vuoto: il masso che lo chiudeva era stato rimosso.

Ero affascinato, ma incredulo. Domandai:

- Ma non potrebbe essere veramente risorto.

- Figliolo... Hai mai visto o sentito dire di qualcuno che sia risorto? Non parlo di morte apparente o di modi di dire figurati... intendo dire "risorto" sul serio, dopo essere stato inchiodato e trafitto. Via... noi uomini di religione usiamo molte similitudini, parliamo con linguaggi allegorici, talvolta esageriamo per attrarre l'attenzione ed ottenere l'obbedienza dalle anime semplici e talvolta usiamo il mito per arrivare al cuore degli umili. Non era Catone quel vostro scrittore che soleva dire che due aruspici romani quando si incontravano non potevano fare a meno di ridere sotto i baffi? La vera fede è un'altra cosa. È fatta di insegnamenti morali, di regole di vita, di virtù e di qualità. Ma quello che hanno fatto i cristiani per giustificare il binomio Giosué-Messia passa ogni limite! Addirittura Matteo e Luca, solo loro per fortuna, hanno raccontato che la madre di Giosué concepì da vergine, quando poi in tutti i vangeli viene detto in vari passi che Giacomo e Giuda erano fratelli di Giosué!

- Quindi concezione, natività e resurrezione sono episodi aggiunti dai discepoli per avvalorare la tesi che Gesù fosse il Messia?

- Ma è naturale! Voi dimenticate la situazione politica all'indomani della morte di Giosué: qualcosa di simile a quanto deve essere successo nel foro romano subito la morte di Caio Gracco! Fazioni di senatori con scopi diversi e politiche diverse che si fronteggiano. Ogni incidente è buono per mettere in difficoltà gli avversari. Muore un eroe popolare, o un esecrato terrorista destabilizzatore a seconda dei punti di vista, e questo viene usato per segnare un punto! La fazione antiromana aveva tutto l'interesse ad avallare la tesi della resurrezione di Giosué: era un ottimo modo per alimentare la resistenza della popolazione simpatizzante degli Zeloti e degli esseni più estremisti. Probabilmente i primi discepoli di Giosué, che erano poveracci, fifoni e piuttosto ignoranti, si trovarono a dover recitare una parte più grande di loro. Poi ritrovarono il coraggio ed ottennero i primi consensi. Infine ci presero gusto: da poveri straccioni illusi si trovarono all'improvviso ad essere autorevoli capi spirituali, più ascoltati dei Sacerdoti del Tempio. Roba da dare alla testa a chiunque. Probabilmente ottennero aiuti da chi li manovrava dall'interno del Sinedrio, poi iniziarono a riunirsi in comunità all'interno delle quali raccoglievano fondi comuni. Un risultato che può dare senso ad una vita, specialmente se si opera in buona fede, in nome di un grand'uomo, un santo martire, un individuo affascinante e carismatico. Anche a prezzo di qualche esagerazione: fatta a fin di bene, si capisce.

- Quindi tu ci dici che se oggi il costume di Roma e di metà del mondo sta cambiando in una direzione sessuofobica, isterica e bigotta, in cui il concetto di peccato incombe sul destino dell'uomo e lo fa vivere con un perenne senso di colpa... lo dobbiamo ad un gruppetto di analfabeti che trecento anni fa hanno innescato una reazione a catena sulla base di dati non oggettivi, che non trovano alcun riscontro nella sostanza dell'insegnamento di Gesù?

- Non è del tutto esatto. Gran parte dell'insegnamento di Giosué deriva dalla concezione essena. È con quella che ve la dovete prendere. Tutte le regole create dopo sono il frutto di un'operazione di interpretazione, non sempre logica, creata per supportare una geniale macchina organizzativa, modellata da Paolo di Tarso su quella antica di secoli costruita da noi ebrei e poi scientificamente e progressivamente migliorata. La grande differenza della chiesa cristiana dall'ebraismo e dai vostri culti misterici e pagani sta proprio nell'organizzazione, nella gerarchia del clero, nella burocrazia. La religione, per la prima volta nella storia, diviene non l'emanazione del potere di un Re, ma un organismo indipendente che legittima la sua giurisdizione con un mandato divino e sovrasta perfino il potere dell'Imperatore di Roma. Verrà un giorno in cui i vescovi si arrogheranno il diritto di nominare i Re e gli Imperatori, sostenendo di averne ricevuto l'incarico e l'ispirazione direttamente da Dio!

Eravamo ammutoliti, sconvolti dall'assurdità di quell'affermazione. Io non ero ancora convinto:

- Che prove puoi darci di quelle che chiami mistificazioni: la natività, la resurrezione...

- Prove? Non ti basta la logica? Allora leggi attentamente i vangeli, gli atti degli apostoli, le lettere di Paolo... vi troverai mille contraddizioni, mille incongruenze. Oh, quando i vescovi cristiani si trovano alle strette e non riescono a spiegarle ti rispondono: "mistero della fede!" e ti zittiscono. Ma come spieghi, ad esempio l'artificio per cui Giosué nascerebbe a Betlemme (che nulla ha a che vedere con Nazareth) a causa di un censimento la cui datazione è incongrua, durante il quale sarebbe avvenuta una strage di neonati da parte delle guardie di Erode il Grande di cui nessuno storico ebraico o romano ha mai parlato? Come spieghi che non uno dei discepoli di Giosué, ti parlo di gente che lo conosceva bene, lo ha riconosciuto a prima vista nelle apparizioni dopo la resurrezione? E come mai, pur essendo morto in pubblico, con quell'enorme messa in scena, poi sarebbe risorto in privato, alla chetichella, ed abbia aspettato parecchi giorni per manifestarsi ai vari gruppetti di discepoli? Perché tutti i vangeli parlano per decine di pagine degli insegnamenti di Giosué, di cui raccontano gli spostamenti, le guarigioni, le parabole e poi liquidano in poco più di una paginetta la parte più importante, quella della resurrezione, che testimonierebbe la loro religione come l'unica e la vera. La verità è che nessuno saprà mai come sono andati veramente i fatti, trecento anni fa. Quello che sappiamo è solo che ci fu una grande lotta fra Simone e Paolo di Tarso, molti anni dopo la morte di Giosué, e da allora la setta operò delle scelte nuove e diverse che la fecero crescere e prosperare. Fino ad allora nessuno aveva scritto una riga sulla nuova religione: il primo a scriverne fu Paolo nelle sue epistole. Quando la setta cominciò a crescere, arrivando fino a Roma, si cominciò a sentire bisogno di una specie di... manuale. Io credo fermamente che ci fu una specie di accordo fra le varie fazioni, ciascuna delle quali aveva idee diverse sulle strategie da seguire per moltiplicare gli adepti.

- Intendi dire che alcuni spingevano per far rimanere il gruppo nei confini dell'ebraismo, mentre altri sostenevano che bisognava allargare la base degli adepti?

- Certamente. Non dimenticare che una scelta del genere in un contesto di ebrei è rivoluzionaria. Probabilmente oggi che tutto il mondo civile è cristiano voi la date per scontata, ma a quei tempi non era così. Per degli ebrei osservanti, e gli esseni in questo erano i più estremisti, era impuro persino toccare uno straniero, dividere con lui lo stesso pane e la stessa tavola. Non parliamo poi del rapporto di odio-amore che legava e separava gli ebrei dai romani. Questi erano considerati dei depravati, incivili, violenti adoratori di idoli ed erano quanto di più impuro si potesse concepire. L'idea di estendere una religione che a quei tempi non era che una variante dell'ebraismo, a dei "gentili", non circoncisi, suonava come una bestemmia per delle orecchie ebree. Per potere allargare il consenso e fare adepti fra le popolazioni romanizzate quella variante dell'ebraismo doveva ufficialmente rinunciare a tutti gli adempimenti formali che da secoli tenevano unito il popolo ebraico: la circoncisione, l'obbligo del sabato, i divieti alimentari... un orrore esecrabile e, soprattutto, impraticabile. I contrasti fra il gruppo di Simone e quello di Paolo di Tarso furono certamente tremendi e cruenti. Di questo ci sono prove e testimonianze. Fatto sta che poi i gruppi dichiararono un patto di non belligeranza: si odiavano in modo sotterraneo, ma si tolleravano, dividendosi le rispettive zone di influenza. Dopo questo fatto si dovettero stabilire delle regole comuni: solo allora si cominciarono a scrivere i vangeli, almeno trent'anni dopo i fatti. È curioso notare come il solo testimone oculare degli avvenimenti fu Matteo, l'unico del gruppo che avesse un po' di cultura, essendo stato funzionario del fisco, se vogliamo tralasciare Giovanni, che scrisse da isolato molti anni più tardi e non ritenne di tenere una cronaca degli avvenimenti, ma tese più che altro a fare delle considerazioni di carattere etico tratte dagli insegnamenti di Giosué ed ebbe il coraggio di non scrivere della madre di Giosué, malgrado la tradizione ci dice che essa visse con lui dopo la morte del figlio. Luca era un medico, segretario di Paolo, e Marco era l'assistente di Simone: scrissero quello che avevano udito dire dai loro superiori. Il vangelo di Matteo venne scritto a Gerusalemme, mentre Paolo e Simone erano in viaggio a Roma. E appunto a Roma furono scritti i vangeli di Marco e Luca. Fra tutti Marco, a cui Paolo non era simpatico, sembra il più onesto: non parla della nascita di Giosué e liquida la resurrezione in otto versetti, che forse sono stati addirittura aggiunti da una mano posteriore. Del resto doveva essere un tipo di carattere difficile: fu l'unico ad essere amico sia di Simone che di Paolo ed ebbe il coraggio di piantare in asso quest'ultimo durante un viaggio in Panfilia per ritornarsene a Gerusalemme da Simone. Doveva essersi terribilmente offeso!

- Insomma, gli evangelisti "dovevano" dimostrare che Gesù era il Messia, il figlio di Dio.

- Certo. Ma attenzione: in nessuna profezia messianica si afferma che il Messia debba essere il "figlio" di Dio. Isaia dice solo che il Messia avrà "natura divina". Quindi tutte le cruente diatribe cristiane sulla natura di Gesù non sono sorrette da alcuna fonte attendibile. In realtà alla prima mistificazione operata dagli evangelisti ed avvenuta ai tempi di Nerone si sta aggiungendo ora una seconda mistificazione iniziata dai vescovi sotto Costantino: e su questi due strati di interpretazioni sospette e mendaci si baserà la morale del mondo nei secoli a venire. Sono contento di morire: non si prepara un bel mondo per gli uomini giusti.

Era stremato, e stava sopraggiungendo la sera. Eravamo in quella cella buia da più di quattro ore, ed un carceriere entrò per ricordarci che la visita doveva avere termine.

Guardammo a lungo quel giusto negli occhi, poi tuo padre gli tese le braccia e quello non rifiutò di prenderlo fra le sue. Ci congedammo pieni di commozione, senza bisogno di esprimere i reciproci sentimenti con parole.

Fuori dal carcere era già buio, ma malgrado fosse inverno e la temperatura fosse bassa notammo che all'aperto faceva meno freddo che nell'umida cella. Non potei fare a meno di dire, sarcastico:

- Insomma, dobbiamo ringraziare quei fanatici esseni se Costanzo ci sta privando delle terme, dei lupanari, degli spettacoli e dei piaceri della vita!

- Via, Lucio, non fare il cinico. Le cose che hai elencato non sono poi così importanti: in realtà ci sta privando della libertà di pensiero e della scelta dell'etica più aderente allo spirito di ciascuno di noi. Platone, Porfirio, Epicuro, Lucrezio... tutti liquidati con due parole: "eretici e pagani"! Inoltre stanno reprimendo la personalità femminile ed io, come padre di una figlia femmina, mi ribello a questa empietà.

- Il documento che cerchiamo contiene certamente qualche testimonianza discorde con la versione ufficiale dei due gruppi di Paolo e Simone. Ora sono più che mai convinto che sia questione di vita o di morte ritrovarlo e diffonderne il contenuto fra le genti dell'Impero: ne va della sopravvivenza della nostra civiltà.

Saluzio mi guardò come se avessi detto un'ingenuità.

- Ormai non c'é più niente da fare: non c'é peggior sordo di chi non vuole sentire. La gente "vuole" credere a tutto ciò che insegna la chiesa cristiana: è troppo comodo. La speranza è una merce che non ha prezzo ed i cristiani la danno via gratis, almeno in apparenza. Comunque è nostro dovere tentare. Anche se non servirà a nulla.

- Qual'è la prossima mossa.

- Cercare un amico nella XIIdeg. legione.

Cesarea,

febbraio 361

Fu piuttosto Marcello a trovare noi.

La vita nel castrum scorreva monotona, come ti potrai ben immaginare. Tutti i nostri insediamenti militari sono costruiti e regolati secondo la stessa rigida normativa in ogni angolo dell'impero e gli esercizi equestri nel Campo di Marte di Cesarea sono gli stessi che a Lutetia, al punto che talvolta, guardandomi intorno, non ricordavo più dove mi trovassi e mi cullavo con l'idea che alla sera, uscendo dal castrum avrei percorso la larga via che porta alla Senna, e, attraversato il ponte sull'isola, ti avrei avuto fra le mie braccia.

Fu quindi con curiosità che una mattina vedemmo un drappello di cavalleggeri vestiti all'orientale entrare dalla porta principale. Erano letteralmente a pezzi: mantelli a brandelli, finimenti distrutti, piagati, feriti con le bocche riarse.

Ci avvicinammo in tempo per aiutare il loro comandante a scendere di sella, afferrandolo prima che ne cadesse sfinito.

Malgrado il suo viso fosse ricoperto oltre che da una ispida barba, da sudore e fango lo riconobbi immediatamente come uno dei miei amici di gioventù, un altro "romano di Roma" come me, una merce rara da incontrare in luoghi così remoti! Ci abbracciammo in ricordo dei vecchi tempi, ma era così debole che dovetti subito portarlo in infermeria. Solo dopo qualche ora, poco prima di presentarsi a rapporto, fu in grado di raccontarci la sua odissea.

- Sono quattro mesi che non bevo un boccale di vino, né parlo con una persona civile, amico mio. E negli ultimi due giorni abbiamo galoppato giorno e notte per rientrare alla base dai confini dei Parti. Abbiamo vissuto in mezzo a loro per tutto questo tempo e la situazione si sta facendo grave. Il loro Re ci odia e sta preparando una grande guerra: Amida ne è stato il primo segnale, tregue ed equilibri sono ormai rotti per sempre! Amico mio al cospetto delle loro, le atrocità che sappiamo compiere noi sono punizioni da retori... prepariamoci a combattere e a vendere cara la pelle.

- Marcello, abbiamo sconfitto i Parti altre volte nella nostra storia, e non saranno più terribili dei Germani o dei Daci! Non capisco perché' sei tanto terrorizzato.

- Lucio... non ti rendi conto della loro potenza e del loro numero! Non si tratta di tribù disorganizzate, di orde selvagge che si abbattono come il fulmine e che poi come esso scompaiono rapidamente. Quello dei Parti è un Impero organizzato, con province rette da governatori saggi e capaci, in grado di mobilitare truppe disciplinate e ben addestrate. Si tratta di milioni di individui che vivono in territori ricchi e sterminati, un luogo talmente grande da non essere conquistabile, né soprattutto tenibile. Sembra che a levante di questo impero ce ne sia un altro ancor più potente, e poi più a levante un altro ancora! Come potremo noi romani far fronte ai Germani ed a questo pericolo che viene da Oriente?

Lo confortai, lo aiutai a prendere del cibo, parlammo dei vecchi tempi, gli raccontai delle mie peripezie, naturalmente omettendo di parlargli della nostra missione. In breve, ritrovammo l'antica amicizia, che in un luogo così lontano da quello in cui era nata trovava per cementarsi ulteriori motivi di solidarietà e nostalgia.

Era passato qualche giorno e si era deciso di incontrarci tutti a cena al circolo ufficiali della XIIdeg.. Marcello, un paio di ore prima, venne a trovarmi nel mio alloggio, con aria circospetta. Malgrado normalmente abbia un carattere allegro e cordiale, era più depresso del giorno in cui era tornato.

- Non dovrei parlarti così, ma il maledetto Costanzo vuole rovinare Roma e l'Impero. È bene che non vi facciate vedere troppo con me, perché ho la sensazione di essere caduto in disgrazia. Non gli è piaciuto il mio rapporto, soprattutto i commenti che accompagnavano la relazione sui fatti. Il fratello del Gran Re, un traditore che mira al trono dei Parti, gli sta sempre incollato addosso e lo ha convinto che i miei consigli di pace sono frutto di vigliaccheria. In realtà Costanzo avrebbe preferito sentirsi dire delle menzogne, perché muore dalla voglia di attaccare i Parti e di vendicare i romani trucidati ad Amida. Sogna di convertire tutti gli orientali al cristianesimo, ed i Vescovi gli danno manforte. Io gli ho ricordato che già un nostro Imperatore è stato catturato in battaglia e messo a morte dai Parti e per tutta risposta lui mi ha scacciato, dandomi della Cassandra!

- Povero amico. Allora ti dirò che anch'io la penso come te e che sia io che Saluzio abbiamo gravi problemi con il nostro Augusto, di cui non condividiamo né le scelte, né il carattere sospettoso ed insicuro. Ciò non toglie che, come te, gli siamo fedeli: ma questo non include il dovergli mentire per raccontargli non i fatti, ma quello che lui vuole sentirsi dire.

Non cenammo in pubblico per non fare la figura dei cospiratori, ma in quella frugale cena di fortuna nel mio alloggio io e Saluzio scoprimmo che di Marcello potevamo fidarci: era un soldato leale, coraggioso e profondamente onesto, fedele agli ideali di Roma. Quando, con un certo stupore, gli sentimmo fare delle affermazioni in tema di religiosità che non lasciavano dubbi sui suoi sentimenti ellenistici, decidemmo di raccontargli tutto.

Fu una notte lunga ed appassionante, in cui mentre narravamo venivamo continuamente interrotti da commenti, appunti, precisazioni... Il nostro Marcello aveva da tempo sposato la nostra stessa causa.

- Un sigillo a mezza siliqua con inciso un monogramma?! Ma io lo conosco!

A tuo padre andò di traverso il sorso di vino che stava inghiottendo. Rimase con il calice a mezz'aria e gli occhi stralunati.

- Come fai a conoscerlo?! Guarda, l'abbiamo noi!

Avevo tirato fuori il sigillo dalla tasca e, con il palmo della mano lo stavo mostrando a Marcello che era meravigliato quanto noi.

- Un sigillo identico è all'anulare di Livio Pisone, il sovrintendente ai materiali della XIIdeg.. Non chiedetemi come mai quel viscido individuo lo possiede, ma vi garantisco che il documento con il quale abbiamo avuto l'assegnazione dei cavalli e delle armi per la nostra missione nella terra dei Parti porta impresso lo stesso simbolo. Cambia solo il monogramma: -L-P-, non -M-B-

- Colui che ha un anello identico deve conoscere il segreto del manoscritto!

- Probabilmente i due seguaci di Mitra che facevano parte del gruppetto inviato ad Arae Flaviae da Eusebio di Cesarea si erano scambiati una sorta di patto segreto spezzando una siliqua a metà e facendo incidere le due parti con le rispettive iniziali! Quanti anni ha il tuo Livio Pisone?

- Direi non più di quaranta...

- Allora non è lui il nostro uomo: se è vivo costui dovrebbe avere non meno di sessant'anni, ma è più probabile che stia verso i settanta, se nel 335 era già ufficiale.

- Non è il vostro uomo comunque! Si tratta di un grasso fifone, perennemente imboscato nelle retrovie, sempre indaffarato a rubare sugli acquisti ed a barcamenarsi per accontentare gli agentes e non scontentare i colleghi.

- Certamente un buon cristiano praticante! Ci ho azzeccato?

- Esatto: sempre in prima fila alle funzioni, sempre devoto al nostro ottimo vescovo!

- Come potremo farlo parlare? Possiamo star certi che non collaborerà.

Marcello ci guardò con aria furbetta.

- Conoscendo il tipo, mi viene un'idea...

La mattina dopo un Saluzio che tu avresti fatto fatica a riconoscere usciva dall'alloggio allegro e fischiettante. Era abbigliato all'orientale, in modo a dir poco sontuoso. Sopra la corazza argentea, che lo contraddistingueva come un comandante di grado superiore, indossava un mantello dorato da cui calavano almeno dieci file di frange di porpora alternate a file di campanellini di argento. Portava braccialetti d'oro ad entrambi i polsi ed anelli almeno ad otto dita. Avevo insistito per adornarlo anche di un orecchino all'orecchio sinistro, ma non si era lasciato corrompere.

- Basta Lucio, c'é un limite a tutto. Non riuscirai a tanto!

- Ma, amico mio... ne va della tua credibilità! Fa finta che sia il Cesare Giuliano a chiedertelo personalmente! Suvvia... per un orecchino: oltretutto se ti abitui potrei convincere Galla a regalartene un bel po' dei suoi!

Mi tirò addosso il pesante mantello che ti ho appena descritto, poi, appena ricompostici dalle grasse risate, lo feci uscire con pompa e dignità.

Mi ha raccontato che fu ricevuto nei magazzini della legione da un furiere disattento e sciatto che si avviò malvolentieri ad annunciarlo. Pisone, saputo che un personaggio di così grande fama bussava alla porta del suo ufficio, si precipitò fuori dalla porta agitando due mani grassocce su un dito delle quali faceva spicco il sigillo con la siliqua.

- Nobile Saluzio! Sapevo che eri alloggiato presso questa modesta unità, ma non avrei mai osato sperare in una tua visita... Cosa posso fare per te?

- Come potrai immaginare, caro Pisone, ora che sono qui mi trovo, come dire, un po' tagliato fuori dalle mie... ehm... fonti di reddito.

Il faccione dell'uomo si atteggiò ad un sorriso speranzoso: si trattava di affari, non di una ispezione.

-Continua, illustrissimo: sai che sono a tua completa disposizione!

- Bene, mi risulta che per approvvigionamenti di medio valore tu hai un certo... potere.

- Tu mi lusinghi, illustrissimo. Sai che sono un pesce piccolo, e che debbo rispondere a ben altri... squali. Purtuttavia, continua: sono tutt'orecchi.

- Certamente saprai che, nella mia posizione, sono a conoscenza di persone e fatti che consentono di prevenire gli eventi. Questo, spesso, può portare a rapidi e facili guadagni.

L'occhio di Pisone si era fatto attento.

- Bene, ho delle informazioni riservate, apprese da fonti vicinissime all'Augusto (e sai che io frequento quell'ambiente), che entro pochi giorni verrà firmato un trattato di pace sempiterna con Sapore.

- Ma come è possibile?! Stiamo acquistando armi, legname per le macchine da guerra, cibo, vettovaglie, carri, cavalli... Tutti dicono che la legione sta per mettersi in marcia!

A questo punto tuo padre, che certamente è un attore mancato, ha tirato fuori un documento pieno di sigilli (ci abbiamo messo tutta la notte per renderlo credibile) e lo ha mostrato a Pisone, che immediatamente ha smesso di fare commenti.

- Capisco, si tratta di una faccenda politica del massimo segreto. Ciò che appare è stato costruito come azione diversiva verso il Cesare Giuliano! La XIIdeg. non si muoverà da Cesarea!

- Questo significa una rivoluzione nei movimenti dei materiali! Ed ora ecco l'idea: conosco un compratore disposto a pagare molto per eventuali eccedenze di vestiario, armi, ferro e legname. E visto che tali eccedenze non serviranno, chi mai si accorgerà che mancano dai magazzini?

Due notti dopo Saluzio alla guida di una carruca dormitoria completamente chiusa attendeva Pisone presso un boschetto di palme alla periferia di Cesarea.

-Dovrò bendarti e metterti nel carro. Non dovrai mai sapere dove andiamo e con chi abbiamo appuntamento.

Le flebili proteste di Pisone vennero ignorate: Saluzio lo bendo e lo legò come un salame, dopodiché girò in tondo intorno alla città per un paio d'ore. Finalmente, giunto ad una grotta alle pendici di una delle colline circostanti, lo fece scendere. All'interno li attendevo io, abbigliato come un arabo, con turbante, mantello, barba e baffi. Mi ero anche spalmato sul viso e sulle mani un unguento al bistro che mi faceva sembrare più scuro della notte scura.

All'incerto bagliore di una fiammella firmammo un contratto del valore di migliaia di solidi per materiali che avrebbero dovuto essere consegnati un poco alla volta nei due anni successivi. Per rendere più credibile la farsa pagammo alla firma un acconto in monete d'oro. L'avido ciccione era tutto contento quando tuo padre lo legò e bendò nuovamente e lo condusse nel carro.

Meno contento fu un paio di giorni dopo quando io mi presentai nel suo ufficio, con le insegne del mio grado ed il contratto in mano su cui spiccava il suo sigillo.

Strabuzzò gli occhi e con voce strozzata, disse:

- Sei un agente?

- Si e no. Scegli tu la risposta.

- Verrò denunciato?

- Dipende da te. A proposito, non spendere gli aurei che hai ricevuto. Sono stati segnati, e provengono dalla Gallia.

Sudava.

- In che senso "dipende da me"?

- Tu possiedi certe informazioni che mi fanno comodo. Se collabori e dimentichi per sempre questa storia io ti restituirò il documento e tutto sarà finito.

Mi prese le mani come per baciarmele, mentre farfugliava la sua disponibilità. Gli chiesi a bruciapelo, mostrandogli l'altro sigillo:

- Chi ti ha dato l'anello che porti?

Il sollievo che gli si dipinse sul volto mi fece capire che si aspettava ben altro: quella questione era per lui di ben scarsa importanza.

- Era di mio zio: un condannato, un poco di buono. Lo ebbi alla sua morte, quando frugammo tra le sue poche cose.

- Perché L.P.?

- Laurentio Pisone. Giacché avevamo le stesse iniziali pensai di usarlo come sigillo.

- Come è morto tuo zio?

- Non ne so molto. Era un ufficiale di questa legione, come molti della mia famiglia. Fu lui che mi fece arruolare, appena ebbi l'età giusta. Occupava un posto abbastanza importante; ricordo che quando ero bambino lui mi sembrava splendido nella sua tenuta da combattimento. Poi, quando io ero appena entrato nella legione come subalterno, cadde in disgrazia: dopo una sua missione ci fu un'inchiesta, si parlò di tradimento. Fuggì prima che lo arrestassero, ma dopo qualche tempo venne ripreso, torturato e decapitato, proprio nello stesso anno in cui morì l'Imperatore Costantino.

I conti tornavano. La missione nei Campi Decumati aveva avuto inizio nel 335, Costantino era morto nel 337. Il povero Laurentio Pisone doveva essere tornato dopo circa un anno e mezzo ed aveva avuto qualche difficoltà nel sostenere di essere l'unico superstite, e soprattutto di essere tornato a mani vuote.

Il punto era uno solo: aveva avuto il tempo di affidare il manoscritto in mani sicure? Se la risposta era si, visto che il viaggio di Pisone era terminato a Cesarea, il gruppo di seguaci di Mitra doveva essere residente nella regione. Se invece il manoscritto era finito nelle mani di Eusebio era ormai certamente in cenere. Visto che relativamente alla seconda ipotesi non si poteva fare nulla, decisi di indagare sulla prima.

- Tuo zio era un seguace di Mitra?

Sbiancò e si guardò intorno.

-Taci! Vuoi procurarmi altre disgrazie, come se non bastassero quelle occorse alla mia famiglia? Ti ho detto che sono disposto a collaborare, quindi non infierire!

- Ti ho fatto una domanda, rispondi, prima che perda la pazienza!

- A partire dal 335 o giù di lì c'é stata una cruenta epurazione in questa legione ed in tutta la Cappadocia. Tutti coloro che, segretamente o apertamente furono accusati di professare culti misterici vennero trucidati. Mio zio fu tra questi, ed insieme a lui molti suoi amici e parenti.

- Ed adesso? Come posso mettermi in contatto con qualche sacerdote di Mitra?

- Sei pazzo?! Se ce ne sono ancora, e non lo credo, praticano i loro culti nella più assoluta clandestinità. Io non ne so proprio nulla, né voglio saperne nulla. Tutti coloro di cui sapevo qualcosa sono morti da più di trent'anni e ti consiglio di non immischiarti in ricerche pericolose, perché il vescovado e gli agentes hanno orecchie dappertutto.

Era sincero, quindi rinunciai a battere quella strada.

- C'é una cosa, comunque, che puoi fare. Ti recherai negli archivi della Legione e consulterai dei documenti per me: non trovare scuse, con tutte le trame legate alla tua posizione so che puoi farlo.

- Tu vuoi la mia rovina. E sia: cosa ti serve?

- Gli atti dei processi fatti dalla Corte Marziale a tuo zio e agli altri militari seguaci di Mitra...

- Oddio! E... poi?

- Ti sembrerà strano... Voglio gli atti relativi ad un procedimento disciplinare che deve essere stato emesso ai tempi di Tiberio: abbandono di un posto di guardia a Gerusalemme da parte di un manipolo distaccato.

Tre giorni dopo bussai ancora alla sua porta. Lo trovai bianco come un cencio.

- Allora? Hai le informazioni che mi servono?

Balbettava.

- Smettila di piagnucolare e parla.

Ci misi un buon quarto d'ora a capire che non mentiva. Tutti gli atti della legione erano andati bruciati in un enorme incendio che si era sviluppato negli archivi. Esattamente nel 336. Poiché non credo nelle coincidenze, sono convinto che i cristiani di Cesarea, regnante Costantino e quindi sicuri dell'impunità, abbiano con quel falò distrutto ogni prova storica sull'epoca pagana. E poiché fu proprio in quegli anni che Eusebio di Cesarea riscrisse la storia ufficiale del cristianesimo e dei martiri, attribuendo ai personaggi dei vangeli e degli atti degli apostoli parole, fatti, gesta e viaggi miracolosi quanto improbabili, credo proprio che negli anni a venire i posteri baseranno le loro credenze circa i primi trecento anni del cristianesimo non sulle cronache storiche, ma sulle leggende auree create dai vescovi per impressionare i fedeli. Già li chiamano "Padri della Chiesa"!

Ma forse ce lo meritiamo, perché questa operazione di propaganda è simile a quella che i nostri antenati fecero per impressionare la plebe ed i nemici inventando tutte le storie che ben conosciamo sulle origini divine di Roma: Enea, Rea Silvia, il Dio Marte che scende sulla terra e la mette incinta... non ti sembrano balle simili a quelle che vorrebbero che uno Spirito Santo (cosa sarà mai, poi?!) faccia incarnare un Dio nel grembo di una Vergine?

Per la cronaca, angelo mio, benché sia convinto che tu non ti faccia alcuno scrupolo, ti informo che, con grande sollievo di Pisone bruciai seduta stante il finto contratto.

Non prima di aver però preteso indietro il nostro sacchetto di aurei!

Raccontai a Saluzio ciò che era successo e convenimmo di trovarci ancora al punto di partenza. Laurentio Pisone aveva forse salvato il manoscritto, ma come? Se in Occidente i seguaci di Mitra ancora non erano perseguitati così metodicamente, in Oriente trovare un qualsiasi contatto era praticamente impossibile. Non potevamo fare altro, e quindi abbiamo dovuto interrompere le nostre ricerche.

La nostra speranza è che il Cesare Giuliano possa fornirci qualche indizio in più appena decrittato la tavoletta che gli ho mandato per Menandro.

Parte Terza

1.

Il resto del 360 fu un periodo interlocutorio, pieno di schermaglie preparatorie, i cui eventi sembrarono non influire sul corso della storia.

In realtà accadde qualcosa che sul momento non sembrò di vitale importanza, ma che nei secoli a venire avrebbe radicalmente mutato il volto del cristianesimo e quindi della civiltà occidentale: Atanasio, il più fiero avversario dell'arianesimo e Basilio di Ancyra, che sosteneva che le sostanze del Padre e del Figlio erano "simili", si accordarono per una soluzione di compromesso che in seguito sarebbe stata alla base della dottrina cattolica e avrebbe sconfitto definitivamente l'arianesimo.

Nello stesso lasso di tempo Giuliano non lasciò nulla di intentato per spiegare all'Augusto che il suo non poteva definirsi un tradimento e che non aveva inteso soppiantarlo. Gli rimandò il legato Decenzio, con una lunga lettera di spiegazioni: non poteva obbedire all'Augusto, altrimenti l'esercito si sarebbe ammutinato, ma avrebbe fatto qualsiasi altra cosa gli fosse stata chiesta. Qualche tempo dopo gli inviò un'altra lettera attraverso Euterio, che arrivò insieme a Fiorenzo, ormai destituito da Giuliano.

Costanzo era fuori di sé dalla rabbia, ma non poteva muoversi perché Sapore da Ctesifonte ammassava truppe per invadere le province romane d'Oriente. Mandò un messaggero a Giuliano con una risposta conciliante, che terminava con l'ordine di mantenere il titolo di Cesare.

Giuliano convocò la cittadinanza di Lutetia e, davanti al messaggero, lesse il testo ad alta voce. Quando arrivò alla parola "Cesare" esplose un boato: "Augusto, Augusto!".

La risposta di Giuliano fu comunque conciliante ed in giugno vennero riprese le campagne di frontiera e sedate le ultime tribù franche.

Poi iniziarono ad arrivare messaggi minacciosi: se Giuliano avesse rinunciato al titolo e abbandonato l'esercito di Gallia avrebbe avuto salva la vita a Costantinopoli. Infine vennero intercettati messaggeri di Costanzo con ordini ai vari governatori di Illiria e Rezia, il cui contenuto non lasciava dubbi: l'estate successiva Costanzo avrebbe marciato contro la Gallia.

La goccia che fece traboccare il vaso colmo della pazienza di Giuliano fu un rapporto su di una trattativa di Costanzo con i Franchi di Vadomario per spingerli alla conquista della Gallia.

- Quell'incosciente pur di avere la mia testa è disposto a far ripiombare la Gallia nella barbarie, per non riconquistarla mai più. Signori, in primavera saremo noi a marciare contro Costanzo!

In autunno Giuliano, dopo un giro di ispezione dalle foci del Reno al lago di Costanza, stabilì il suo quartier generale a Vienna[45], non lontano da Lugudunum da dove poteva controllare più facilmente i passi alpini.

Nel frattempo Costanzo assicuratasi l'alleanza di alcuni re asiatici, marciò verso la Mesopotamia, puntò su Edessa, una città dei Parti appena ad ovest di Amida, pianse sulle rovine di quest'ultima e fini per stringere d'assedio Bezabde, sulle rive del Tigri. Vi si impantanò durante la stagione delle piogge, dopodiché decise di tornare sui suoi passi e rientrò ad Antiochia, dove restò a svernare trovando altresì il tempo di maritarsi per la terza volta con una giovane cristiana non ancora ventenne.

Nello stesso momento sua sorella Elena, malata e lacerata dal conflitto che opponeva il fratello a suo marito si spegneva fra le braccia di un Giuliano devoto, ma certamente tutt'altro che innamorato.

Dovette essere un sollievo per lui la scomparsa di questa scomoda moglie, bigotta, piuttosto bruttina e più vecchia di lui di quasi quindici anni. La sera della sua morte Giuliano fece a Cibele solenne voto di castità: i più maligni della sua corte dissero che non aspettava altro, giacché di giorno in giorno si andava facendo sempre più esaltato. Elena aveva molto amato una villa che la sua famiglia possedeva a Roma, sulla Via Nomentana: Giuliano fece costruire un mausoleo su quel terreno per custodirne le spoglie insieme a quelle della sorella, già moglie di suo fratello Gallo. Aveva spesso sorriso al pensiero che accanto a quella santa donna mite e sottomessa avrebbe riposato quella megera di sua cognata Costanza, che era stata un campione di dissolutezza ed aveva provocato con i suoi intrighi ed i suoi omicidi la rovina di Gallo e dei suoi amanti precedenti.

A Vienna Giuliano, per celebrare il quinquennalis della sua elevazione alla dignità di Cesare, offrì al popolo splendidi giochi, ai quali il più delle volte evitò di assistere. Al termine di essi promulgò il suo primo editto di tolleranza, prescrivendo che tutte le religioni fossero considerate uguali di fronte alla Legge. L'editto ebbe i più larghi consensi e Giuliano decise di rendere pubblica la sua fede: dopo tre settimane di preghiera e di digiuno venne iniziato nel santuario di Mitra, dove ricevette il Taurabolium, il battesimo col sangue del toro bianco.

Il nuovo anno vedeva quindi i due contendenti affannati nei preparativi dello scontro. Costanzo ebbe la fortuna di alcuni successi di frontiera, che convinsero Sapore a ripiegare al di là dell'Eufrate. La tregua gli consentì di organizzare la spedizione verso Occidente: in poco tempo spedì la flotta ad assediare Massilia e tutta la foce del Rodano, ordinò ai Germani di occupare i passi alpini, incaricò il ministro Gaudenzio di organizzare le difese in Africa Settentrionale.

Giuliano capì immediatamente che non doveva lasciarsi intrappolare in Gallia, ma si chiedeva se i soldati l'avrebbero seguito in una ipotetica marcia verso Oriente. Arringò le truppe e chiese la loro fiducia: gli risposero con un'ovazione che arrivò come un boato dopo qualche istante di silenzio.

Nell'agosto del 361 tre corpi di spedizione forti di 25.000 uomini si mossero verso la Pannonia, con meta Sirmium, considerata la porta obbligata per l'Oriente e per Costantinopoli.

Il primo attraversò la pianura padana, il secondo passò per la Rezia[46]. Giuliano comandava il terzo, un gruppo scelto di tremila fanti che attraversò la Foresta Nera dirigendosi verso la valle del Danubio dove, con un abile colpo di mano si impadronì della flotta. Fecero rotta su Bononia, un piccolo porto a sei ore di marcia da Sirmium, dove arrivarono alla fine di ottobre, senza affrontare alcuna resistenza.

Saputo che un grosso distaccamento di truppe scelte fedeli a Costanzo era accampato nelle vicinanze con l'ordine di fermarli, e conscio che non avrebbe potuto batterlo in campo aperto, Giuliano ordinò a Dagalaif di rapirne nottetempo il comandante Lucilliano, cosa che venne fatta mentre questi dormiva beatamente.

A Lucilliano venne salvata la vita: sia la guarnigione che la popolazione accorsero a Giuliano con fiori e fiaccole, chiamandolo l'Heliodromos, il Messaggero del Sole, e tutti volevano vedere e toccare questo giovane di cui si diceva operasse miracoli. Chiamandolo "Augusto e Signore" lo condussero alla reggia.

2.

Il grande fiume scorreva placido, non c'era un alito di vento e la temperatura era mite, come in certi autunni romani che Galla aveva sentito decantare da Lucio.

Il silenzio del mattino era stato rotto di tanto in tanto dal clamore di una dozzina di galere militari della flotta fluviale che nelle due direzioni avevano incrociato l'agile imbarcazione da diporto su cui Galla aveva deciso di risalire il Danubio.

Aveva salutato con commozione Mummio e la sua famiglia e da due giorni era partita.

- Amici, - aveva detto - non ci sono parole per esprimere la mia gratitudine per ciò che avete fatto per noi, ma vi prego di non trattenermi. Sento che la mia stella mi conduce incontro all'esercito di Giuliano, che ormai è a pochi giorni di marcia da qui. Là potrò finalmente avere notizie di mio padre e porrò fine a questa inerzia che detesto: se ci sarà da combattere, combatterò anch'io.

Mummio aveva sorriso a quello sfoggio di virtù romane da parte della ragazza, di cui aveva imparato ad apprezzare il carattere e la fierezza.

- Non ti tratterremo: vai, ed abbi cura di te. E se insieme a quelle di tuo padre riceverai notizie di quel tribuno tanto simpatico... faccele sapere: gli vogliamo bene anche noi!

Risero tutti di cuore, poi piansero tutti, si promisero scambi di visite ed eterna amicizia, infine Galla salì sull'imbarcazione, scortata da quattro schiavi di Mummio.

Ora, sola a prua, guardando quel panorama maestoso non poteva fare a meno di inorridire al pensiero che entro poche settimane tutt'intorno sarebbe tornata la desolazione e la rovina. Sapeva bene come si riducevano le campagne dopo che gli eserciti vi erano passati o addirittura vi si erano battuti: incendi fumosi si sarebbero alzati qua e là, cadaveri di animali e di persone, spesso squartati o decomposti sarebbero stati ammucchiati ai lati dei sentieri. L'odore degli escrementi e del vomito si sarebbe mischiato a quello acre del fumo e grida e lamenti avrebbero intercalato il rumore metallico delle armi battute contro gli scudi, dei nitriti terrorizzati dei cavalli, delle urla belluine.

Sperava di non dover vedere mai più tutto questo, ma sapeva che la pace universale si stava allontanando inesorabilmente: la nuova fede, che si professava la religione dell'amore, stava portando ed avrebbe portato più lutti e battaglie di quelle che voleva soppiantare. Aveva studiato a fondo la storia di Roma e sapeva che sotto Ottaviano Augusto la pax romana aveva prodotto ben quarant'anni di serenità, al riparo da guerre e azioni piratesche. La dottrina stoica era in piena fioritura ed anch'essa predicava la pace, l'amore, l'armonia.

Qual'era quindi il problema?

Si riscosse dai suoi pensieri quando si accorse che l'imbarcazione aveva doppiato un'ampia ansa, dietro la quale si poteva scorgere chiaramente la grande città di Sirmium.

Sbarcarono nel porto ormai a giorno fatto. Ovunque si avvertivano i preparativi che precedono una grande campagna bellica: decine di chiatte caricavano e scaricavano legname, battelli carichi di uomini, di cavalli, di muli lasciavano la riva diretti a sudest, grandi macchinari di legno e ferro venivano smontati e caricati a bordo di grandi galere fluviali piene di armati. Ovunque intorno c'era un viavai di carri di grano, di verdure, di bestiame da macello.

Galla si guardò intorno per orientarsi: un gigantesco ufficiale di cavalleria le si avvicinò subito, stendendo il braccio impeccabilmente.

- Ave, domina. Posso fare qualcosa per te?

- Grazie generale. È vero che Giuliano Flavio è in marcia verso questa città?

- L'Augusto Giuliano ha appena preso possesso della reggia, domina. Posso chiedere perché ti interessi a lui?

- Certamente, generale, specie se il tuo incarico ti autorizza a farmi questa domanda.

L'uomo arrossì: non era frequente incontrare delle matrone così agguerrite. Aveva inoltre notato ed apprezzato la prudenza con cui la donna aveva omesso di menzionare il titolo di Giuliano. Oltre che bella, era simpatica. Decise di aiutarla.

- Si da il caso che io sia Dagalaif, il comandante della cavalleria dell'Augusto. Dimmi quindi cosa ti occorre e sarò felice di aiutarti.

- Oh, sono quindi molto fortunata! Grazie. Puoi condurmi da lui? Basterà che tu gli dia questo.

Trasse da una piega della tunica un grande orecchino d'oro e pietre in cui era incastonata una falera. Il generale non poté fare a meno di sgranare gli occhi, ma poi con atteggiamento rispettoso le disse:

- Seguimi, domina. L'Augusto sarà circondato da centinaia di postulanti e di consiglieri e certamente sarà un bel problema avvicinarlo. Ma sono certo che mi sarà grato se ti porterò a lui.

Nel vestibolo dell'aula regia la confusione era allo zenit. Più che un'anticamera reale si sarebbe detta l'atrio di una basilica in un giorno di udienze particolarmente spettacolari, solo che alle grida degli avvocati si sostituivano le offerte dei vari postulanti che tentavano di raccomandarsi a qualche santo in paradiso per avvicinare se non l'Augusto almeno qualcuno della sua Corte. La guardia ed i Conti più agguerriti avevano un bel daffare ad organizzare quella folla che aveva visto nell'arrivo di un Augusto un occasione unica, a prescindere da quale Augusto si trattasse.

Galla fendette ogni ostacolo letteralmente attaccata alle spalle di Dagalaif, che apriva la folla come fosse il rostro di una galera da combattimento. Spinto con decisione il grande portale in legno massiccio, lo varcarono, poi il generale lo richiuse velocemente, soffocando il boato di quelli che, più vicini alla porta, si erano accorti della manovra ed avevano tentato di avvantaggiarsene.

All'interno della sala il caos era appena più contenuto, ma si sentiva un brusio diffuso sopra al quale a malapena si distinguevano le parole di Giuliano. Galla guardò la scena e non poté fare a meno di confrontarla con quella delle altre Corti Imperiali che aveva frequentato: tutti erano vestiti con abiti militari, senza alcun riguardo né per la forma, né per l'etichetta. Non c'erano preti, né vescovi ed i pochi civili indossavano semplici toghe. I senatori della città esponevano i loro problemi, i rappresentanti delle guarnigioni giuravano fedeltà al nuovo Augusto. Che differenza con il silenzio ieratico della Corte di Costanzo, con l'Imperatore seduto immobile sul trono, in una mano lo scettro, nell'altra il globo e tutti i dignitari, civili, militari ed ecclesiastici schierati in ordine di importanza, in assoluto silenzio, nella stessa posa immobile dei mosaici che avevano alle spalle, con abiti sfarzosi dai complicati copricapi che li facevano sembrare usciti da un mazzo di carte da negromante!

Dagalaif la fece appoggiare ad una parete e si diresse sicuro verso il centro della sala, attraversandone il corridoio centrale. Salutò Giuliano militarmente, portandosi la mano al petto ed inchinando impercettibilmente la testa. Galla fu compiaciuta nel constatare che Giuliano non pretendeva che i cortigiani si prostrassero a terra a faccia in sotto, come invece era di rigore alla corte di Costanzo.

Coprendosi col mantello il generale mostrò l'orecchino a Giuliano che immediatamente indicò con lo sguardo una porta alle sue spalle.

Dagalaif, che aveva capito tutt'altra cosa e sperava di aver finalmente trovato ciò che avrebbe fatto cambiare idea al suo Imperatore circa la castità, condusse rapidamente Galla in una sala laterale, le restituì l'orecchino e con un sorriso si ritrasse. Pochi minuti dopo un'altra porta si aprì e Giuliano apparve nella stanza da solo, a braccia aperte.

- Mia cara amica, non immagini che gioia sia per me vederti e saperti in buona salute. Di questi tempi nessuno è più certo del domani e spesso ho pensato a te e tuo padre con nostalgia e con preoccupazione.

A quelle parole Galla si rabbuiò, mentre Giuliano ritraeva la mano che lei aveva tentato di baciare.

- Dal tuo sguardo capisco che non è con te... che non ne hai notizie. È così?

Galla si mantenne impassibile, ma gli occhi le si erano riempiti di lacrime.

- Avevo sperato che tu ne sapessi qualcosa. Sono ormai oltre due anni che è partito, ed è da almeno un anno che non ho più sue notizie.

- Stai tranquilla ragazza. Non significa assolutamente niente. Quest'anno i collegamenti privati fra Oriente ed Occidente sono stati precari, a causa dei preparativi per la guerra e certamente Saluzio avrà dovuto essere molto cauto. Costanzo ed Eusebio hanno spie dappertutto! Non preoccupiamoci anzitempo, perché entro un paio di mesi lo riabbracceremo sano e salvo. Piuttosto, dimmi, sai se Lucio Cornelio è partito con lui?

Il sorriso di Giuliano, franco ed aperto, si tramutò in una sincera risata al rossore di lei, che stizzita per quella sua debolezza, riprese subito la sua aria spavalda.

- Certo, Augusto. Pensi forse che avrei mandato Lucio da solo in mezzo a tutte quelle mollezze orientali? A parte gli scherzi, debbo riferirti i particolari della missione di cui ben sai o già hai ricevuto un rapporto dal liberto di Lucio?

Giuliano si rabbuiò.

- Debbo darti una notizia triste, Galla Saluzia...

- Cos'è successo?

- Menandro è stato ucciso.

- Per gli Dei! Poveretto... immagino che Lucio, quando lo saprà ne sarà sconvolto. Chi è stato?

- Malgrado i miei agentes abbiano svolto un'inchiesta accuratissima, non abbiamo raccolto nessun indizio. Quindi da lui non ho avuto alcuna notizia. Ci siamo meravigliati molto di trovare il suo cadavere nella piazza d'armi di Lutetia, accoltellato a tradimento e temevamo che anche tuo padre, te e Lucio aveste fatto la stessa fine. Abbiamo rivoltato la casa di Lucio, cercato qualche prova del vostro ritorno, ma risultava a tutti che Menandro era tornato solo. Poi in una piega della sua tunica abbiamo trovato una pergamena spiegazzata con delle note, ed abbiamo capito che la missione doveva essere stata portata a compimento.

- E la tavoletta?

- Quale tavoletta?

- Quella asportata dal Mitreo di Arae Flaviae. Menandro l'aveva con sé.

- Ora mi spiego la genesi della pergamena! I segni che vi erano tracciati sopra erano stati calcati da Menandro sulla tavoletta. Una copia di sicurezza in caso di furto! Questo però significa che ora la tavoletta è in possesso di qualcuno... che però ne ignora il significato, non disponendo del pezzo centrale. Adesso su, raccontami cosa è successo ad Arae Flaviae!

Cercando di essere sintetica Galla raccontò ogni particolare all'Augusto che assumeva un'aria sempre più meravigliata.

- È evidente che è in atto un complotto dei galilei: siamo stati continuamente spiati, ed il traditore è fra noi.

Dopo una quindicina di minuti Oribasio irruppe nella stanza.

- Galla Saluzia... che piacere! Purtroppo però, e me ne scuso, debbo interrompere il vostro colloquio. È arrivato un messaggero di Costanzo ed urge la presenza di Giuliano.

Giuliano le sorrise:

- Avrai a disposizione un appartamento qui nel palazzo ed avremo tutto il tempo per studiare il da farsi. Ti prego di cenare con noi questa sera così potremo analizzare meglio i fatti e gli indizi.

3.

- Menandro è stato ucciso nella confusione, il giorno in cui l'esercito ha rifiutato di partire e mi ha acclamato Augusto. Ci risulta che era tornato non più di due giorni prima. Non abbiamo mai capito perché non abbia chiesto immediatamente udienza.

Oribasio aveva parlato con tono grave. Galla lo stava ascoltando con grande attenzione, mentre Giuliano steso su un triclinio di fronte a loro esaminava la pergamena di Menandro.

Nessuno faceva più caso al cibo, infervorati com'erano nell'analisi, e gli schiavi continuavano a ritirare portate quasi intatte. Galla rispose:

- Menandro era un timido ed un gaudente. Il primo giorno se la sarà presa comoda ed avrà approfittato della disponibilità di vino e di qualche bella asinella! Il secondo avrà cercato qualche amico che lo introducesse a corte, ma probabilmente, travolto dalla confusione, non avrà rintracciato nessuno. Dopodiché è stato ucciso, per impedire che raccontasse all'Augusto quello che vi ho riferito.

- E che fine avrà fatto il prete che è partito con lui da Argentorate?

- Si chiama Potino, e lo posso descrivere con accuratezza agli agentes. Forse indagando su di lui potremo conoscere chi lo ha mandato.

Giuliano intervenne:

- Chi lo ha mandato?! Ma questo non è un mistero! Certamente il Vescovo di Lutetia in combutta con Fiorenzo. Il problema è capire chi ci ha tradito!

- Ma alfine, - chiese Galla - qual'è la vostra teoria sulla tavoletta? Quale ne è il significato?

Oribasio stese la pergamena sul tavolo centrale. Il lavoro di Menandro era stato paziente e preciso e la tavoletta di legno era stata sapientemente ricalcata. Si riconoscevano chiaramente queste lettere:

CAST GINA

T S

SI PE

CE EA

T S

ANT HIA

LAUR. PIS I INVENIT

HUNC IN A VAVERIT

-ANT... HIA, non potrebbe stare per Antiochia? - chiese Galla riflettendo.

- Sei geniale, amica mia! - Giuliano le stava battendo le mani - Il qui presente Oribasio ci è arrivato solo dopo che abbiamo appoggiato la nostra croce capovolta sulla pergamena. Guarda.

Sovrappose allo spazio il pezzo di legno e la scritta ebbe immediatamente un senso:

CASTRA REGINA

TOMIS

SINOPE

CESAREA

TARSUS

ANTIOCHIA

LAUR. PISO ACTA THOMASI IBI INVENIT

HUNC IN AETERNUM TAURO SERVAVERIT

- Laurentio Pisone?! Trovò qui gli "Atti di Tommaso" e là in eterno li preserverà per il Toro?! Che significa? E cosa sono tutti quei nomi di città?

- È ciò che ci siamo domandati in tutti questi mesi. Poi tu con il tuo racconto ci hai fugato ogni dubbio: si tratta dell'itinerario che Pisone intendeva seguire nell'intraprendere il lungo viaggio di ritorno. Questo Laurentio Pisone è certamente l'unico sopravvissuto del quartetto inviato dal Vescovo Eusebio di Cesarea alla ricerca del manoscritto. Ora io mi immagino che per un uomo solo con un carico tanto prezioso attraversare un territorio come quello degli Agri Decumati sia stato un rischio che in qualche modo doveva essere assicurato. Poteva essere ucciso o derubato lungo tutta la strada!

Quindi ha lasciato delle tracce e le ha criptografate. Una parte nel luogo di partenza, l'altra parte, che doveva esserne la chiave, in un qualche luogo sicuro a metà del percorso. Infatti a noi il pezzo a forma di croce è stato consegnato qualche anno fa da un Sacerdote di Cibele di una qualche località della Illiria: Pisone aveva lasciato la seconda traccia prima di inoltrarsi in Asia.

- Quindi la destinazione finale del manoscritto era ad Antiochia?

- Credo di si. Da quelle parti esistono almeno due luoghi sacrali che potrebbero fornirci qualche indizio: un importante Mitreo a Tarso ed il grande Tempio di Apollo a Dafne, a poche miglia da Antiochia. È evidente che fino ad oggi, sotto Costantino e Costanzo, i sacerdoti di questi templi abbiano conservato gelosamente un documento così importante senza assolutamente parlarne, ma dopo che avrò avviato la mia riforma religiosa vedrete che il manoscritto salterà fuori e noi potremo finalmente raccontare alle masse la verità sul galileo e i suoi seguaci!

- E se Fiorenzio, che ormai avrà raggiunto Costanzo, riuscirà a decifrare il contenuto della tavoletta, che ne sarà dei templi di Antiochia?

- Spero che l'arguzia enigmistica del mio buon cugino sia proporzionale al suo senso dell'umorismo. Se avrà subito l'intuizione che ha avuto Galla, purtroppo arriverà al manoscritto prima di noi. Comunque adesso non possiamo farci nulla: il manoscritto è nel territorio di Costanzo, a migliaia di miglia da qui. Propongo quindi di brindare alla salute di Saluzio e di Lucio Cornelio, sperando di trovarli al più presto in buona salute e poi andare a coricarci, perché domani ci attende una giornata faticosa.

4.

Due giorni dopo arrivò all'appuntamento di Sirmium il contingente di cavalleria comandato da Nevitta, che aveva occupato lungo il cammino tutta la Rezia.

Giuliano aveva ordinato tre giorni di festeggiamenti per celebrare il giuramento di fedeltà dei senatori e delle legioni di Pannonia: fu negli annunci murali delle corse che Galla lesse il nome di Decio Silano. Si precipitò nei quartieri delle legioni appena arrivate e lo trovò nelle scuderie, con i cavalli di Lucio ed in compagnia di Ammiano Marcellino.

Passarono due ore in racconti ed effusioni, poi Galla entrò nelle poste per accarezzare i musi dei due stalloni che le ricordavano momenti migliori.

- Mi sembra quasi che Lucio sia qui. Mi aspetto di sentirlo arrivare alle mie spalle. C'é lo stesso odore di paglia, avena e cuoio che sentivo a Lutetia...

- Non preoccuparti, cara amica: Lucio sta certamente benissimo e se non ha dato notizie è perché ormai la posta privata non viaggia più. Costanzo starà preparandosi per marciare contro di noi, ma noi lo precederemo.

Ammiano Marcellino le aveva parlato con dolcezza fraterna. Quel ragazzo dall'acuta intelligenza si stava facendo adulto ed era attento ad ogni sfumatura degli eventi.

- Non ti immagini neppure quello che è successo a Lutetia dopo che sei partito e quanto Giuliano sia stato grande. Sto pensando di scrivere una cronaca di quegli avvenimenti e di quella esaltante nottata. Giuliano sarà un grande Imperatore e riporterà Roma ai fasti di Augusto!

- Che gli Dei lo vogliano amico mio!

- Elios Invitto è con lui. In più oltre che fortunato è un abile stratega: sta attestandosi in questa regione per controllare il passo di Succi che rappresenta la via obbligata per Costantinopoli. Ma certamente non attaccherà la capitale di Costanzo, perché questi potrebbe marciare a tappe forzate da Antiochia ed il suo esercito è ancora troppo potente. Inoltre correrebbe il rischio di essere preso alle spalle dalle guarnigioni di Tracia[47], fedeli a Costanzo.

- Dunque rimarremo qui?

- Giuliano deve consolidare le sue difese: l'Occidente è ormai tutto con lui, ma dovrà convincere con messaggi ed orazioni i Senati di Grecia, Illiria ed Italia. Si preannuncia una fase più politica che militare, ma presto credo che Costanzo muoverà contro di noi.

Decio Silano, che aveva appena terminato di controllare i finimenti, li interruppe:

- Credete che Lucio e Saluzio siano aggregati nell'esercito che dicono stia rientrando dall'Est e marci a tappe forzate verso di noi? Ed in tal caso cosa faranno? Potranno rischiare la diserzione per raggiungerci?

Galla si rabbuiò.

- Spero che non lo facciano. Ho il presentimento che lo scontro fra Giuliano e Costanzo non ci sarà: l'ho letto nelle stelle e ne sono ogni giorno più sicura.

Decio sorrise sprezzante:

- Non bastava Giuliano a praticare la magia! Ora ti ci metti pure tu, Galla! Si dice che a corte non si prenda più nessuna decisione se non consultando maghi e ierofanti. E il nostro Cesare è sempre più invasato: sacrifica continuamente tori e pecore bianche al Dio Sole e scruta freneticamente fra viscere, fegati ed escrementi caldi! Passa le notti al freddo, in estasi mistica, tanto sembra che abbia fatto voto di castità, quindi non ha nulla di meglio da fare!

5.

In effetti quel breve periodo fu angosciante per Giuliano. Gli sembrava che gli Dei lo avessero abbandonato.

Si spostò a Naisso, in una posizione strategica più a sud, che gli avrebbe permesso di controllare i passi montani, ma continuava a sentirsi imbottigliato.

Cominciò ad avere problemi con le due legioni che costituivano la guarnigione di Sirmium, che dopo avergli giurato fedeltà aveva iniziato a tramargli contro. L'ordine di trasferirla in Gallia ne provocò l'ulteriore insoddisfazione.

Durante il trasferimento la guarnigione avrebbe dovuto occupare Aquileia, per assicurare a Giuliano il controllo di quel porto e la copertura della flotta in caso di attacco a Costantinopoli. Invece le due legioni si ammutinarono, ripassando dalla parte di Costanzo, insieme alla città. Questo nuovo scenario rendeva Giuliano vulnerabile dal mare: un qualsiasi esercito sbarcato ad Aquileia lo avrebbe tagliato fuori dall'Italia e dalla Gallia.

Nel frattempo Costanzo, saputo che Giuliano era arrivato a Naisso, mobilitò tutte le truppe di Tracia per sbarrargli la via di Costantinopoli. Contemporaneamente abbandonò il confine Mesopotamico col grosso delle sue legioni e iniziò ad attraversare a tappe forzate tutta l'Asia Minore per attaccare il nemico.

Giuliano si sentiva in trappola, la disfatta era ormai certa: aveva dovuto dirottare l'esercito in marcia nella pianura padana su Aquileia, per tentare di riprenderne il porto, quindi disponeva di soli quindicimila uomini, mentre l'esercito di Costanzo era forte di ottantamila.

La disperazione lo portava a consultare gli auguri, che continuavano ad illuderlo: "avrebbe vinto senza spargere una goccia di sangue!". Era una risposta inverosimile, non sarebbe bastato un miracolo per farla realizzare. Le notti erano ormai del tutto insonni, passate alla scrivania di un piccolo ufficio senza camino che gli amici chiamavano scherzosamente "il frigidarium". Decise di giocare d'audacia e di andare incontro al suo destino, ed il venti novembre, in una gelida, ma assolata mattina superò arditamente il passo di Succi con i suoi quindicimila uomini e, certo del favore degli Dei, dilagò a valle.

La pianura era sterminata e l'occhio si perdeva all'orizzonte, dove roccaforti fumose minacciavano l'ottimismo e l'incoscienza del giovane condottiero. Già le truppe mormoravano, al ricordo della vigilia di battaglie civili come Farsalo ed Azio: anche l'esito di questa avrebbe segnato i destini dell'umanità nei decenni a venire. Per posta non c'era solo la vittoria, ma anche la sopravvivenza dell'antica civiltà romana, la caduta irreparabile o la resurrezione degli antichi Dei.

Giuliano alla testa dello stato maggiore galoppava verso Filippopoli, quando vide corrergli incontro un cavaliere sconosciuto, il quale non appena lo riconobbe smontò di sella con un volteggio e avvicinatosi di corsa si inginocchiò porgendogli un messaggio da sopra la sua testa.

Quando Giuliano lo lesse gli si annebbiò la vista: giunto in Cilicia durante la marcia verso ovest Costanzo il 3 novembre era stato colto da febbri ed era morto, lasciando scritto che Giuliano sarebbe stato il suo unico erede e successore.

Tutti scesero da cavallo e si inginocchiarono, anche Oribasio, che per la prima volta lo chiamò "mio Augusto".

A trent'anni Giuliano era l'unico Imperatore di tutto il mondo civile, e lo era diventato per chiaro segno della volontà degli Dei. Tutti i presagi si erano avverati. Si sentiva il prescelto, il predestinato: avrebbe dedicato tutta la sua restante vita alla restaurazione del loro culto e delle antiche usanze.

6.

Lucio e Saluzio avevano galoppato ventre a terra fin dal 4 novembre, cambiando i cavalli ad ogni posta. Nessun ufficiale dei posti di cambio si azzardò a frapporre difficoltà: tutti conoscevano il Questore delle Gallie ed i suoi rapporti con il nuovo Imperatore. Inoltre l'Eunuco Eusebio aveva immediatamente smesso di tramare con i suoi agentes e si era rinchiuso nel palazzo di Costantinopoli. Attraversarono il Bosforo su un veloce caicco, poi continuarono a galoppare attraverso la Tracia.

A Filippopoli seppero che Giuliano si era acquartierato a Naisso e ripresero la loro marcia lungo la valle del Danubio. Nella tarda mattinata del 20 incontrarono un distaccamento di truppe che rientrava nella direzione opposta. Il tribuno che le comandava diede loro la notizia.

- L'esercito di Giuliano Augusto è a tre ore da qui. Noi abbiamo ricevuto l'ordine, come tutte le truppe di stanza in Tracia, di rientrare nei nostri quartieri. L'Imperatore si sta dirigendo verso la Propontide e stanotte alzerà il campo presso Serdica.

Dieci ore dopo i due cavalieri, sudati e pieni di fango fino ai capelli irrompevano nel cuor della notte nella tenda dell'Imperatore.

Giuliano si buttò letteralmente nelle braccia di Saluzio che, con un leggero imbarazzo aveva esitato sulla soglia, non sapendo se dovesse inginocchiarsi a quel giovane che gli era così caro o prenderselo al collo. Lucio rimase sull'uscio a godersi la scena.

- Figliolo, finalmente è finita! Volevamo essere fra i primi a darti la notizia, ma siamo arrivati tardi!

- Dov'eravate? Cosa vi è successo in questi due anni? Lucio, lascia che abbracci anche te! Raccontatemi... anzi aspettate: ho una sorpresa per voi!

Dopo neppure cinque minuti Galla, svegliata dalle guardie si precipitò nella tenda. Rimase senza parole, ed iniziò a tremare ed a battere i denti per l'emozione.

Quando tutti furono più calmi iniziarono i racconti incrociati. Tutti volevano parlare, raccontare: le ricostruzioni sinottiche erano difficili e complicate e durarono fino all'alba.

Lucio apprese della triste fine di Menandro e pianse sommessamente sulla spalla di Galla, Saluzio e Giuliano analizzarono il messaggio sulla tavoletta ed i misteri che aleggiavano intorno alla loro missione, Oribasio rimase sconvolto al racconto della raccapricciante scena del triplice omicidio avvenuto nel Mitreo di Arae Flaviae.

- Trovare il manoscritto diventa ora più importante che mai. Ho intenzione di restaurare ufficialmente il culto degli antichi Dei e questo scatenerà molte resistenze. Voglio dimostrare alle genti che i vescovi galilei hanno inventato un mucchio di menzogne.

- Ora tutto sarà più facile. Il mondo è tuo, figliolo, ti basterà comandare per venire obbedito.

- Dovremo smantellare la polizia di Eusebio, isolare il clero cristiano, riorganizzare i templi, le scuole di filosofia e quelle di retorica!

- Già, Eusebio. Dov'è ora?

- Rinchiuso nel palazzo di Costantinopoli. Pensa che nel suo testamento Costanzo me lo raccomanda come "il più saggio e il più leale dei consiglieri"! Tra pochi giorni, a Costantinopoli lo riceverò: ed allora ci divertiremo!

Parte quarta

1.

L'entrata di Giuliano a Costantinopoli l'11 Dicembre fu trionfale. Si trattava del primo Imperatore nato in quella città e la folla era in delirio. Nevicava a tratti ed il cielo era cupo, ma gli accesi rossi, gialli e turchesi di uniformi e paramenti spiccavano con violenza sullo sfondo, colorando di bagliori il grigiore diffuso.

Davanti alla Porta d'Oro, sul Mar di Marmara le guardie scolari, impeccabili, facevano ala sull'attenti al corteo imperiale. Giuliano, con indosso un manto di porpora, guardava la scena come un bambino che improvvisamente diventi padrone di un negozio di balocchi. Tutti i magistrati dell'Impero erano schierati e man mano che l'Augusto passava cadevano in ginocchio. La vicinanza con l'Impero di Persia aveva influenzato le pompe della corte di Costantinopoli, che Giuliano non approvava. Tutti erano visibilmente preoccupati, alcuni di loro addirittura terrorizzati: il giovane Imperatore li avrebbe perdonati o si sarebbe lasciato andare alla vendetta?

Secondo l'usanza Giuliano scese da cavallo e ricevette dal comandante della guardia un martello d'argento col quale colpì tre volte la porta di bronzo.

- Chi va là? - chiese una voce.

- Giuliano Augusto, un cittadino di questa città!"

- Entra, Giuliano Augusto.

Nel più assoluto silenzio le porte si spalancarono e dall'altra parte apparvero il prefetto della città, un migliaio di senatori ed il sacro concistoro al gran completo. Squillarono le trombe e la folla esplose.

Così Giuliano prese possesso della città di Costantino.

Tra le cose che gli colpirono la mente in quel giorno in cui tutto stava cambiando, due presero il sopravvento iniziando a generare fantasmi che sarebbero divenuti ossessioni: il potere assoluto stava modificando i suoi sentimenti, corrompendone l'equilibrio ed il senso di giustizia. Inoltre i fasti e le folli spese delle pompe imperiali non potevano che portare alla rovina. Si ripromise di rinunciare a tutti gli agi e rendere la sua vita ancor più austera, licenziando tutti i cortigiani inutili, gli eunuchi, i preti, gli addetti al cerimoniale.

Mentre attraversava la Via di Mezzo su un cocchio d'oro annotava mentalmente ciò che avrebbe cambiato e chi avrebbe sostituito. Quando arrivò davanti alla grande basilica di Santa Sofia, fatta erigere da Costantino di fronte al Palazzo giurò a sé stesso che l'avrebbe trasformata in un tempio ad Elios. La città era nuova ed era stata dedicata a Gesù: erano sopravvissuti solo due piccoli templi diroccati sulla vecchia acropoli bizantina.

Scese dal cocchio e si rivolse al prefetto:

- Prima di parlare al Senato andrò ad offrire un sacrificio.

- Naturalmente, Augusto. Il Vescovo è nella Basilica e ti aspetta.

- No, intendo un sacrificio ai veri Dei.

Facendo un segno al suo seguito Giuliano, fra gli sguardi della folla ammutolita, si incamminò verso l'altura dove sacrificò una pecora ad Apollo, promettendogli che avrebbe ricostruito il tempio.

Nella sala del Senato tutti erano ammutoliti e ad occhi bassi guardavano al sovrano, pensando in cuor loro che si trattava quantomeno di un eccentrico.

Giuliano aveva parlato di grandi cambiamenti, ma anche di moralizzazione, giustizia e benessere sociale. Aveva delineato una "città del sole" in cui tutti avrebbero ricevuto cultura, educazione, servizi.

- Città prospere e ridenti, cittadini festanti, gare atletiche, manifestazioni letterarie e musicali, scuole ispirate al culto dell'antica sapienza, templi echeggianti di canti devoti, altari ricolmi di offerte sacrificali, umanità esultante per i ritrovati favori degli Dei.

Poi annunciò le epurazioni. I traditori, quelli veri, avrebbero pagato. Sarebbe stato istituito un tribunale speciale che avrebbe giudicato i rei di alto tradimento: lo avrebbe presieduto Saluzio e non uno dei magistrati ordinari del Concistoro.

A sera Giuliano prese finalmente possesso dei suoi appartamenti. Trovò il ciambellano Eusebio ad attenderlo sulla porta. Sempre più grasso e mellifluo, era abbigliato come un imperatore persiano, con gioielli a tutte le dita. Dietro a lui c'erano almeno cento fra eunuchi e servi.

Si prostrò alla sua vista e Giuliano volutamente indugiò nel dargli il permesso di rialzarsi.

- Tutto è pronto, Augusto, appartamenti, vesti, gioielli, cucine... Comanda e sarai obbedito.

Giuliano si fece mostrare le sue stanze, poi lo congedò.

- È tutto, Ciambellano.

La sera stessa Eusebio venne arrestato e trasferito in Calcedonia, al di là del Bosforo, dove venne processato per direttissima con l'accusa di alto tradimento e decapitato.

2.

Nei mesi che seguirono Giuliano si dedicò alla riorganizzazione della corte, della giustizia, dei trasporti, dell'esercito. Lavorava fino a tarda notte, com'era sua abitudine, e frugale com'era dimagriva sempre più, spesso in preda a momenti di esaltazione mistica.

Venne proclamata ufficialmente la libertà di culto e con essa aboliti tutti i privilegi ecclesiastici concessi da Costantino e Costanzo, vennero licenziati i tre quarti dei funzionari della burocrazia imperiale e restituite al Senato le antiche funzioni, venne riorganizzato il cursus publicus e migliorate le strade principali.

La corte di giustizia sbrigò il suo lavoro con molte condanne all'esilio ed alcune alla pena capitale. Fra i condannati a morte c'era Flavio Fiorenzio, che essendo introvabile ebbe salva la vita.

L'amministrazione dell'esercito venne rivoluzionata e le condizioni di vita dei soldati migliorarono.

Per non essere accusato di parzialità Giuliano richiamò dall'esilio tutti i vescovi atanasiani e contemporaneamente allontanò tutti i cristiani dall'esercito, ritenendo incompatibili le due cose.

Il suo capolavoro fu la riforma fiscale, dove ebbe modo di mettere in pratica l'esperienza acquisita in Gallia: le tasse furono ripartite e si favorì il ritorno dei contadini alle città.

Infine chiamò a corte filosofi, letterati, artisti da ogni angolo dell'Impero tanto che tutti dissero che stava sorgendo la nuova era vaticinata da Virgilio nelle Egloghe.

Il grande lavoro che svolse in pochi mesi fu paragonabile solo a quello di Ottaviano Augusto quando riorganizzò il principato. La notte Giuliano continuava a dettare: oltre a leggi ed epistole riuscì a scrivere perfino opere di teologia e di filosofia.

Un così grande rivolgimento non poteva trovare consenzienti tutte le classi sociali. Cominciò una resistenza dapprima sotterranea, poi più aperta, specialmente da parte dell'aristocrazia cristiana e del clero. Questa sorda rivalità portò Giuliano ad emettere ai primi del 362 un editto di divieto ai sacerdoti cristiani di insegnare ai loro allievi i grandi testi classici della letteratura ellenistica.

Venne immediatamente accusato di voler soffocare la religione cristiana, mentre aveva inteso soltanto impedire a chi aveva una visione diametralmente opposta di condizionare le menti nella spiegazione dei classici: come si poteva insegnare ciò che si riteneva errato? Nella sua epistola Giuliano scriveva:

"... a me pare assurdo che chi spiega le opere di Omero, Esiodo, Demostene, Erodoto, Tucidide, Lisia, per i quali gli Dei sono guida e norma di tutta l'educazione, non onori quegli stessi Dei. Se egli è convinto che quegli autori errarono circa il concetto di divinità, allora entri nelle chiese dei Galilei a spiegarvi Matteo e Luca."

I cristiani, che perdevano i redditi derivanti dall'insegnamento e vedevano di giorno in giorno diminuire il proprio potere iniziarono a tramare contro Giuliano.

Inoltre ai confini persiani la situazione si andava scaldando sempre di più, mentre Ormisda, che ormai viveva a palazzo, influenzava ogni giorno anche il nuovo Augusto con i suoi progetti di guerra..

3.

- Dobbiamo trovare quel manoscritto.

Erano riuniti nel "frigidarium" di Giuliano: l'Imperatore ormai non dormiva che tre ore per notte e mangiava solo legumi e cereali.

Al suo fianco c'era un personaggio che gli era molto caro e che aveva immediatamente chiamato a corte fin dal suo arrivo a Costantinopoli: Massimo d'Efeso. Era questi una strana figura, un po' filosofo, un po' mago, un po' sacerdote, un po' ciarlatano, che aveva sempre avuto un grande influsso sulla vita di Giuliano, fin dai tempi della sua adolescenza ad Atene, quando gli aveva aperto gli occhi e la mente sulla filosofia ed il culto degli Dei, iniziandolo ai misteri di Mitra, alle pratiche magiche, allo studio degli astri. Di lui si raccontava di come fosse capace di sollevare oggetti e compiere guarigioni imponendo le mani. non meno di quanto fosse solito spillare quattrini ad allievi e protettori creduloni.

Saluzio, nominato Prefetto del Pretorio d'Occidente era sfinito, preso com'era dagli oneri dell'alto incarico affidatogli, e sedeva in uno scranno di fronte al tavolo dell'Imperatore.

Lucio, cui Giuliano aveva affidato il comando della Guardia Imperiale, aveva corso tutto il giorno negli immensi cortili del palazzo, intento ai preparativi per la prossima campagna contro i Parti, ed a quelli, più futili, del suo prossimo matrimonio, e giacché era appena arrivato ascoltava ancora in piedi. Oribasio sonnecchiava su un triclinio in fondo alla stanza..

- Esistono due categorie di cristiani: gli aristocratici ricchi, legati al clero ed ai vescovi, che protestano perché i loro privilegi si stanno riducendo ed i poveri diseredati del popolino. che sono scontenti perché l'unica cosa che possiedono è la fede e non possono tollerare la restaurazione degli antichi culti. I primi non li temo, con il tempo si adegueranno. I secondi invece sono un grosso problema. Si tratta di contadini, soldati, artigiani, operai: la maggioranza della plebe dell'Impero. Debbo convincerli con la logica che stanno sbagliando. Se dimostriamo che il loro galileo non è mai risorto, che tutte le loro superstizioni non hanno fondamento, questo tarlo che rode le nostre tradizioni e la nostra grandezza si estinguerà da solo!

- Potremmo mandare degli agentes a Tarso ed Antiochia per indagare presso i templi di quelle città.

- No, Oribasio. La questione è troppo delicata: ci sono ovunque disordini, addirittura omicidi. Proprio in questi giorni il mio vecchio precettore, il vescovo Giorgio, è stato trucidato assieme alla sua Curia dalla folla inferocita. Appena diventato vescovo d'Alessandria al posto di Atanasio, aveva fatto spogliare un Mitreo di colonne e capitelli, trasformandolo in un ossario e accusando i "pagani" di sacrifici umani e riti orgiastici: il giorno successivo alla morte del suo protettore Costanzo è stato trucidato ed il cadavere trascinato per tutta la città, legato per i piedi ad un cammello! Ho punito i responsabili, ma i galilei hanno orecchie ovunque e stanno preparando la ribellione. No, in questo clima di faide civili non possiamo fidarci di nessuno: occorre che qualcuno di noi prenda in mano l'inchiesta.

Giuliano guardò Lucio.

- Lucio Cornelio, so che ti sposi dopodomani ed odio chiedertelo, ma solo tu puoi compiere questa missione. Te la senti di metterti in viaggio fra una decina di giorni?

Lucio si portò la mano al petto ed annui.

Saluzio gli sorrise:

- Figliolo, purtroppo stavolta non potrò essere con te, ma i pericoli saranno infinitamente minori: viaggerai con il sigillo dell'Imperatore.

Giuliano guardò Massimo e riprese la parola:

- Ho messo a punto un altro progetto per battere i galilei sul loro terreno. Creerò un'organizzazione unica e universale che riunisca tutti i culti ellenistici e tutti i templi, con una gerarchia ecclesiastica fatta di pontefici, sacerdoti e sacerdotesse. Tutto l'impero sarà diviso in diocesi che faranno capo ad un'unica organizzazione al cui vertice ci sarà il Pontefice Massimo, che per tradizione è l'Imperatore di Roma.

- Ma come è possibile?! I nostri culti sono diversi fra di loro, le iniziazioni ai misteri sono un fatto privato... l'iniziato è sempre solo davanti al Dio. Ogni tempio è un'entità isolata, senza succursali e direttamente riferita al territorio. E poi i sacerdoti di ogni culto hanno riti e gerarchie totalmente diversi l'uno dall'altro.

- Non ha importanza. Tutti i culti si riconducono alla fine al Dio unico, che noi non conosciamo pur facendolo simboleggiare dal Sole Invitto, ma che altro non è che il Principio Creatore, assoluta bontà e assoluto amore al quale ogni vita ritorna. I vari Dei sono solo i suoi messaggeri, o meglio gli aspetti simbolici delle varie forme dei sentimenti e delle azioni umane, alle quali sovrintendono come protettori. Esattamente come i santi dei galilei! Anche i galilei credono nel Dio unico, anche se poi hanno confuso le idee a tutti con il fumoso concetto della trinità, ma la loro empietà sta nell'aver affermato che un semplice rabbino era egli stesso il Dio unico incarnatosi in terra e resuscitato. A quanto si dice Gesù promise ai discepoli che alcuni di essi sarebbero rimasti in vita fino al giorno del giudizio, ma i discepoli morirono tutti ed adesso i vescovi fanno a gara per accumulare ricchezze, godersi la vita e perseguitarsi fra loro per la supremazia ed il potere.

Saluzio lo interruppe:

- Ma a cosa servirà in pratica questa innovazione. In fondo tutti gli iniziati sono solidali fra loro. Per esempio te e Massimo siete fratelli in Mitra...

- Non è come appartenere ad una "Ecclesia" ufficiale, dove i sacerdoti possono regolare sia la condotta che il comportamento sociale e politico dei fedeli. I galilei, che in questo sono stati ispirati dagli ebrei, l'hanno capito per primi ed hanno prosperato perché hanno creato un'organizzazione unica, grazie al genio di Paolo di Tarso, più che a quello di Simone Pietro.

Il fallimento dell'ellenismo è da addebitarsi solo ad una mancanza di organizzazione, non certo di idee. I nostri culti sono tutti basati sulle intuizioni di Socrate, di Platone, di Epicuro, di Plotino e predicano gli stessi concetti positivi del cristianesimo. In più sono tolleranti e non gelosi, come invece è il cristianesimo che impone sé stesso con la forza e tende al proselitismo. Roma non tentò mai di imporre un culto ai paesi che conquistava, anzi adottava spesso i culti di quei paesi e li inglobava fra i propri: nessun Dio escludeva l'altro, in quanto tutti erano a simbolo di aspetti dell'animo umano. Non fu mai necessario coordinare i vari culti: perché le Vestali, che custodivano il Fuoco sacro, avrebbero dovuto essere incompatibili con il culto di Zeus, che tendeva a sacralizzare ed a proteggere coloro che avevano bisogno di forza, di autorità, di comando o con quello di Mercurio, che dava scaltrezza ed abilità a coloro cui necessitavano?

Col tempo, specie nelle classi più colte, questo bisogno di protezione nelle singole attività divenne puramente formale e la gente prese a ridere di queste cose. Però i sacrifici si continuarono a fare, perché la tradizione cementava gli animi dei romani e dava loro identità e sicurezza. L'unica certezza era non nell'esistenza o concretezza di questo o quel Dio, ma nella convinzione che comunque esisteva un patto fra il Creatore (rappresentato dagli Dei) e Roma, e finché si fosse rispettata la forma prescritta dalla tradizione quel patto non si sarebbe infranto. Oltre a quei riti, vuoti, ma indispensabili, c'era poi l'iniziazione ai misteri, dove gli iniziandi riflettevano sulla creazione, sull'eternità, sulla vita purificando l'anima dalle passioni e aprendo la mente all'infinito. Infine la filosofia analizzava ed offriva soluzioni pratiche per una vita che fosse la migliore possibile.

Eticamente tale sistema era perfetto, ma nella pratica il suo isolamento ha finito per farlo soccombere alla perfetta organizzazione del clero galileo, che soccorre i fedeli, li riunisce, ne stimola l'emulazione e soprattutto coordina l'operazione di mistificazione interpretando ad ogni concilio le poche notizie certe sopravvissute al galileo e deformando la realtà a fini di potere. Il messaggio originario è di onestà, sobrietà, amore: le stesse cose scritte da Marco Aurelio, per non parlare di Platone ed Aristotele. I vescovi invece hanno confuso tutto parlando di trinità, di sostanza, di confessione, di infallibilità! E continuando a mistificare, saccheggiano i nostri riti e le nostre feste, dal natale alla verginità della madre del galileo, organizzano i fedeli, rubano sulle elemosine e accumulano privilegi. Da oggi anche noi ci organizzeremo: faremo sistematicamente la carità ai poveri, suscitando in tutti l'ammirazione per la nostra fede, creeremo asili per le vergini, ospizi per vecchi, ospedali per infermi, rifugi per bisognosi, celebreremo i nostri riti solennemente e con musiche e canti e i nostri sacerdoti saranno veramente santi e casti!

Ed ora ho un annuncio per Saluzio e Lucio. Celebrerò io il matrimonio, come Pontefice Massimo e lo farò alla maniera dei primi padri: con l'antico rito della confarreatio.

4.

Il tempio di Atena era stato terminato a ritmo serrato, per rispettare la data fissata per le nozze, scelta dagli aruspici dopo un'attenta analisi della posizione degli astri e delle viscere degli animali sacrificati. Trasformato vent'anni prima in chiesa cristiana, aveva subito lo stravolgimento degli interni e perso le bianche colonne marmoree col timpano ornato di altorilievi. Giuliano aveva dato ordine che ogni cosa fosse riportata allo stato originale, quindi colonne e timpano erano state rimosse dalla villa di campagna degli eredi del solerte funzionario che se ne era appropriato, ed i mosaici interni con scene sacre erano stati accuratamente scalpellati.

Ora le candide pareti erano state ricoperte da preziosi drappi di porpora e sull'ara dei sacrifici troneggiava la statua di Atena seduta, dallo sguardo perso nell'infinito e dal sorriso enigmatico.

Sotto la Dea, di fronte all'altare, Giuliano, con una semplice toga bianca rialzata sul capo, dopo aver letto il contratto di matrimonio guardò gli sposi negli occhi, poi prese le loro mani e le congiunse.

Galla era eterea, nella sua tunica candida, quasi impalpabile, sopra la quale fiammeggiava il mantello nuziale rosso arancio che finiva con uno strascico di oltre dieci piedi. Sotto il suo seno aveva stretto con il "nodo di Ercole" una fascia di lana che sarebbe stata sciolta solo dallo sposo. I capelli erano annodati in una complicata acconciatura sormontata da una ghirlanda di variopinti fiori di campo.

Lucio era seduto accanto a lei sulla stessa panchetta. Pallido, affaticato, emozionato, indossava sull'alta uniforme una lorica aurea finemente scolpita con l'effigie di Ercole in lotta col leone. Una grande pelle di pecora copriva gli sposi dalla spalla destra dell'uno a quella sinistra dell'altra.

I suonatori di tuba e di flauto ed il coro di giovani cantori intonarono un gioioso epithalamium al quale si unirono gli amici ed parenti che nel tempio assistevano alla cerimonia.

Saluzio, come qualsiasi padre della sposa, era commosso, fiero, disperato, ma felice fino alle lacrime. Quella figlia era tutto ciò che aveva ed ora era divenuta la moglie di uno dei pochi uomini che avrebbe desiderato come figlio. Gli sposi si erano ormai girati verso gli amici e già cominciavano a distribuire le prime nocciole, simbolo di fertilità. Tutti sorridevano, i commilitoni di Lucio lo avevano circondato per lanciargli battute licenziose, mentre le dame di corte si erano avvicinate alla sposa.

Tutto successe nello spazio di pochi secondi.

Un rumore di tuono scosse il tempio fino alle fondamenta, la terra tremò, una luce accecante squarciò la scena e la pesante statua di Atena si abbatté sull'ara travolgendo parecchie persone. I paramenti purpurei ora erano in fiamme ed il fumo nel piccolo locale non permetteva di distinguere neppure le sagome delle persone, che correvano urlando e tossendo in cerca dell'uscita.

Lucio era ammaccato, ma incolume e, coprendosi la bocca con un pezzo di lino bagnato si aggirava intorno all'ara in cerca di Galla. Si fece strada a fatica fra la gente urlante e si diresse verso il bagliore di un falò che ardeva violento. Riconobbe il flammeo arancione di Galla e si buttò su di lei per cercare di spegnere il fuoco. Batté la pelle di pecora sulla sua tunica dieci, cento volte poi con la forza della disperazione sollevò la sua sposa e corse verso l'uscita.

Fuori la folla guardava esterrefatta, quasi in totale silenzio. I cristiani, accorsi in massa ad assistere a quella che era stata propagandata dal vescovo come una empia profanazione, erano caduti in ginocchio e pregavano terrorizzati.

"Miracolo!"

"Il fulmine del Signore si è abbattuto sull'Apostata"

"Questo è Armageddon, il Giorno del Giudizio"

Molti si aspettavano che i cavalieri dell'Apocalisse galoppassero per la piazza sciabolando gli eretici, altri guardavano in cielo in attesa che gli angeli del Signore dessero fiato alle trombe. Tutti poi erano intimamente felici nel vedere i ricchi patrizi pagani uscire di corsa dal tempio, starnazzanti come galline in fuga da un pollaio.

L'Augusto apparve fra i primi, con la candida toga ormai ridotta ad un cencio marrone. Benché fosse in preda ad un accesso di tosse si drizzò subito, erigendosi come si addiceva alla sua maestà. Fu immediatamente circondato dalle guardie scolari allineate ai due lati dello scalone. Con un cenno né spedì dentro una decina per domare l'incendio. Saluzio uscì per ultimo, disperato: non aveva trovato gli sposi da nessuna parte.

Quando dal fumo apparve lentamente Lucio che sorreggeva fra le braccia il corpo senza vita di Galla e ciò che restava del suo flammeo arancione, un silenzio gelido calò sulla piazza. La maschera dell'uomo era impassibile, gelida. Si avvicinò a Saluzio e lo guardò. Questi abbassò la testa sul corpo senza vita, poi alzò una mano che sembrava di marmo, la portò sugli occhi di lei e glieli chiuse dolcemente.

- Padre, dovesse costarmi la vita, qualcuno pagherà per questo.

5.

- Una delle botti con i cristalli è piena di sale nella metà inferiore.

Lucio aveva parlato con voce rotta, lo sguardo fisso nel vuoto, gli occhi spiritati. Non aveva più dormito dal momento della disgrazia, ed erano omai passate almeno quarantotto ore.

Non poteva rassegnarsi, non al punto in cui erano arrivati, non dopo tutte le prove che avevano dovuto sostenere, non alla sua età e nella sua posizione. Non gli importava più nulla della vita, della sua missione, della gloria, della sua carriera: voleva solo la vendetta.

Saluzio, invecchiato di vent'anni in un giorno, era invece distrutto, stanco, rinunciatario: il Fato aveva vinto, lui non voleva più combattere.

Lucio continuò:

- Ho passato quattro ore nell'abside del tempio. Qualcuno ha scavato una nicchia tra l'altare e la statua: ci sono tracce della mistura egiziana. La nicchia è stata riempita di questa polvere e poi murata con gesso.

- E come hanno fatto a provocare il boato?

- Semplice. Hanno lasciato un forellino nel gesso e da questo hanno fatto uscire una sottile traccia di mistura che poi si è allargata in un monticello a fianco dell'ara. Sarà bastato lanciarvi una torcia per far saltare tutto. La stessa persona che ha fatto questo avrà provveduto nella confusione ad incendiare i paramenti alle pareti ed a seminare il panico.

- Un modo geniale per simulare l'ira del Dio Unico e Trino contro i porci apostati pagani! Ma non mi dicesti che i cristalli delle botti da soli non servono a niente?

- È vero: il segreto è lo zolfo. Vanno mischiati con accuratezza ed in una esatta percentuale. Evidentemente un traditore ha scoperto il segreto.

- Chi ne era a conoscenza?

- Solo io e l'Augusto. Non so se poi egli abbia rivelato il segreto nel consegnare le botti agli agentes per farle custodire nella massima sicurezza.

- Hai messo al corrente l'Augusto della tua scoperta?

- Si, ed ha aperto immediatamente un'inchiesta. Ma siamo entrambi sfiduciati: i cristiani sono infiltrati ovunque, ed è stato sicuramente facile per una guardia portar via una sacchetta di cristalli al giorno, mettendo al loro posto del sale.

Del resto l'Augusto ha decretato la libertà di culto per tutti, ed essere cristiani non è certo un reato. Né è possibile torturare tutti gli addetti alla guardia per scoprire il colpevole. No, non se ne caverà nulla. L'unica cosa da fare è distruggere questa fede fanatica e gelosa dalle radici. Partirò domani per Tarso ed Antiochia alla ricerca del manoscritto: farà più male ai cristiani che non l'arresto dei materiali esecutori dell'attentato.

- Intanto il popolo grida al miracolo e glorifica Cristo per quanto è successo.

- Il che dovrebbe far riflettere su quanto è facile vendere un miracolo a qualcuno che non aspetta altro! Anche il buon Massimo d'Efeso, quel ciarlatano, passa per essere uno che fa continuamente miracoli: solleva da terra le persone, legge nel pensiero, piega le sbarre di ferro con la mente! E il nostro Giuliano gli crede ciecamente, mentre Massimo e la moglie a palazzo fanno il bello ed il cattivo tempo. Lei, in particolare è un'indegna profittatrice: organizza e vende al miglior offerente le udienze con l'Augusto, che per contentare suo marito riceve tutti i postulanti che lei gli manda!

- Bene, Padre. Ero venuto solo per informarti che gli Dei o il Dio unico non c'entrano niente con la nostra rovina: si tratta solo di volgare, pratica scienza naturale. Sto partendo per un viaggio che potrebbe essere lungo: voglio il tuo abbraccio e la tua benedizione.

Saluzio lo accolse fra le braccia, e i due poterono finalmente singhiozzare a lungo, insieme, urlando la loro impotente disperazione.

6.

Era ormai primavera inoltrata. Il cortile antistante il palazzo era gremito di folla.

L'Augusto sedeva sul trono d'avorio, avvolto nella porpora, il capo cinto dalla corona e con in mano il globo d'oro massiccio.

Di fronte a lui, muti, impauriti c'erano quasi mille vescovi cristiani, inclusi quelli chiamati dall'esilio: per molte diocesi erano presenti due vescovi che si guardavano in cagnesco.

Li aveva convocati a sinodo per stabilire una volta per tutte delle regole di civile convivenza. Saluzio aveva criticato il tentativo come inutile ed ingenuo, Massimo d'Efeso aveva caldeggiato un'azione di forza, ma Giuliano, come sempre equilibrato ed ottimista, aveva insistito per tentare.

Cominciò col metterli a loro agio, spiegando che non era un persecutore, come molti suoi predecessori e come... alcuni vescovi loro colleghi.

- Naturalmente vorrei potervi convincere che io sono nel giusto e che voi errate, ma siccome sono realista e capisco che se voi non vedete ora la verità non la vedrete mai, so che si tratta di un'impresa inutile. Ciò che voglio fare è impedirvi di continuare a nuocere ai vostri simili.

Non elencherò tutti i delitti che avete commesso o permesso: omicidi, spoliazioni, furti, confische.

Giuliano mostrò due grossi incartamenti ufficiali.

- Questi sono gli atti sui vostri delitti più recenti, che dimostrano quanto vi piacciano pompe e ricchezze terrene. Eppure la vostra fede predica la povertà e soprattutto che non si debba reagire alla violenza con la violenza.

Invece voi rubate, vi vendicate organizzando bande e massacrando, vi compiacete di esibire proprietà e ricchezze, ricoprendovi di gioielli, costruendo basiliche sontuose, accumulando fortune.

Voi non siete degni del Nazareno che fate credere di rappresentare. Avete avvelenato il povero Ario. Non siete che degli ipocriti!

Nella piazza i vescovi rumoreggiavano finché, appena Giuliano tacque, iniziarono tutti ad urlare e ad accusarsi, mostrando i pugni sia fra di loro che verso il trono. Le guardie avevano l'ordine di non intervenire e Giuliano dovette urlare per poter continuare.

- Sono comunque disposto a credere che il vostro Gesù sia stato uno dei tanti mediatori del Sommo Uno, un guaritore come Esculapio o un santo eroe come Mitra. Come tale sono pronto anch'io ad onorarlo, perché nell'Impero deve regnare la tolleranza universale. Ecco perché vi invito a non disprezzare i nostri Dei e i nostri miti, ne ad aizzare i cittadini contro di essi, voi che credete in un dio triplo nato da una vergine! Predicate solo gli insegnamenti del Nazareno, senza aggiungere ogni giorno nuovi orpelli che servono solo ad accrescere il vostro potere! Non saccheggiate le nostre feste, i nostri riti, i nostri miti, le nostre cerimonie appropriandovene per aumentare il consenso e fare propaganda, in nome di un povero rabbino che non sapeva nemmeno che esistessero! Mentre ci derubate affermate che al di fuori della vostra fede non c'é salvezza. Dovremmo credere che mille generazioni di uomini fra cui Omero e Platone, debbano essere dannate perché non hanno adorato quel vostro ebreo?

Noi dobbiamo mantenere l'ordine e la pace nelle città: se ci saranno altri disordini vi punirò da Primo Magistrato come criminali comuni. Nulla dovrete temere da me come Pontefice Massimo se vi comporterete da persone civili, senza ricorrere al ferro ed al fuoco.

Un vecchio, vestito semplicemente, alzò la mano. Giuliano gli fece cenno di parlare:

- Esiste un solo Dio, unico dall'inizio dei tempi.

- Giusto. E può assumere tutte le forme che vuole, perché è onnipotente. Egli era lo stesso unico Dio della Bibbia degli ebrei?

- Si, Augusto. Dio era e Dio resta.

- E Mosé non disse forse nel Deuteronomio "non aggiungerai nulla alla mia parola e nulla toglierai?"

- Questo è vero.

- Allora perché modificate continuamente la Legge a vostro uso e consumo? Voi avete tradito la Legge in mille modi, non solo quella di Mosé, ma anche gli insegnamenti del Nazareno. Siete degli opportunisti.

La piazza esplose gridando frasi, citazioni, insulti, minacce.

Giuliano si alzò e fece per uscire quando il vecchio gli sbarrò il passo. Si chiamava Maris ed era vescovo di Calcedonia.

- Sii maledetto.

Gli uomini della guardia sguainarono le spade, ma Giuliano li fermò.

- Forse da te, non da Dio - rispose Giuliano con aria mansueta.

- Apostata! Brucerai all'inferno!

- Scostati, vecchio, lasciami passare.

I vicini mormorarono

-... è cieco, Augusto, non può vederti...

- Sono infatti contento di non poter vedere la tua faccia, apostata!

- Chiedi piuttosto al Nazareno di renderti la vista. È così facile far miracoli quando si ama qualcuno. Guardate!

L'Imperatore fece un gesto ed un boato scosse la piazza alla destra del palco imperiale. Un lampo abbagliò tutti ed il suolo tremò. Appena il fumo iniziò a diradarsi apparve sul fondo un globo incandescente che irradiava luce e calore.

- Vedete, se usassi le vostre armi urlerei che Elios ha fatto un miracolo. Invece ho solo voluto mostrare a voi e al popolo un volgare e banalissimo trucchetto. Avete appena visto in azione quella che diverrà l'arma più potente ed invincibile del nostro esercito. Non avevamo un nome per essa, ma dopo che voi avete cercato di carpircela inaugurandola brutalmente nel tempio ellenistico che avevo restaurato, l'abbiamo battezzata "il Fuoco Greco". La sperimenteranno presto i Parti. Non siate sediziosi ed io vi prometto che non la userò contro di voi.

Tutti si segnarono sulla fronte con la croce e Giuliano rientrando non poté esimersi dal fare un certo gesto, piuttosto volgare, che abitualmente libera dal malocchio.

7.

Lucio entrò a Tarso di Cilicia con la sua scorta a metà maggio, dopo una ventina di giorni di viaggio fatto cambiando i cavalli nelle mutationes del cursus publicus recentemente rinnovato e dormendo nelle mansiones dello stesso. Gli agenti di polizia ivi residenti facevano a gara per agevolare sia il cambio che il soggiorno ad un così illustre personaggio e ad ogni sosta carruca e cavalli venivano circondati da carpentieri, veterinari, mozzi di stalla.

La città brulicava di soldati, e dalla Porta di San Paolo transitavano nei due sensi centinaia di carri pieni di viveri e foraggi, provenienti da tutto il Tauro e diretti al porto sul lago, collegato con il mare da una ampia via fluviale.

Antico insediamento romano fin dai tempi di Cesare e Pompeo, Tarso era ora un crogiolo in cui convivevano le culture ellenistica, ebraica e cristiana. Era sede di una prefettura imperiale ed il convoglio, guidato da una coppia di armati distaccati dal corpo di guardia, vi si diresse.

Festo Diodoro, prefetto di Cilicia da tre anni, era un cristiano ed era stato insediato nella carica da Costanzo. Accolse Lucio con quella cortesia eccessivamente formale che maschera la diffidenza e si mise a disposizione.

- Sono qui per controllare se le ultime epistole dell'Augusto in tema di libertà di culto vengono rispettate. Intendo visitare tutti gli insediamenti religiosi della regione, chiese cristiane, templi degli antichi Dei, sinagoghe ebraiche e così via. Ho bisogno di un elenco dettagliato di tali strutture, completo dei nomi dei sacerdoti responsabili.

- Metterò subito al lavoro uno dei miei segretari ed in serata avrai l'elenco, generale. Alloggerai qui nel palazzo della prefettura, s'intende.

- No, prefetto. In serata raggiungerò il castrum della XIVdeg. Legione: preferisco l'ambiente militare alle mondanità della città.

- Come desideri. Posso fare altro per te?

- Si. Voglio l'elenco di tutte le controversie civili e penali aventi come oggetto questioni religiose, e la lista dei condannati degli ultimi cinque anni per delitti attinenti alle stesse.

Quella sera Lucio si attardò fino a notte inoltrata sulle carte fornite. Le studiò attentamente, incrociò i dati, scartò le ipotesi più improbabili, poi selezionò una rosa di dodici nominativi da interrogare al più presto.

Undici di essi si rivelarono del tutto estranei allo scopo del suo viaggio. L'ultimo destò i suoi sospetti, malgrado sostenesse di non sapere nulla.

Narsete, questo era il suo nome, era un sacerdote di Mitra di origine greco-siriana. Era magro allampanato, aveva l'aria impaurita ed un profilo che ricordava vagamente quello di una civetta. Era stato condannato tre anni prima alle galere per aver incitato i suoi concittadini a ribellarsi ad un'ordinanza emessa dal locale vescovo cristiano. Era da poco in libertà, ma mostrava ancora i segni delle fatiche e dei patimenti subiti, dopo oltre due anni passati incatenato ad un remo.

Alle domande di Lucio diede risposte vaghe ed evasive.

- Ti ripeto questi due nomi: Panfilio Ciprene e Laurentio Pisone. Li hai mai sentiti nominare? E questo sigillo? Ne hai mai visto uno simile?

Lucio aveva visto come un'ombra di preoccupazione negli occhi dell'uomo, e percepì la sensazione di essere sulla pista giusta. Come far capire, però, a quel poveretto che erano sulla stessa barca e che quello non era un interrogatorio poliziesco, dopo tre decenni di intolleranza cristiana?

- No, no... ti ripeto, mai... generale.

- Sai che l'Augusto Giuliano ha concesso libertà di culto a tutte le fedi: perché dunque non ti fidi di me? Perché non parli?

- Ma io parlo, generale! Però... non so di cosa stai parlando tu.

Aveva convocato Narsete nel castrum e lo stava interrogando in una piccola stanza. I due erano soli, seduti l'uno di fronte all'altro e separati da un tavolo.

- Cosa debbo fare per dimostrarti che stiamo dalla stessa parte? L'Augusto, che mi onora della sua amicizia, è seguace di Mitra: farò in modo che doni a te e a tutti i tuoi correligionari i fondi ed un terreno per ricostruire un tempio al Dio, ma ti prego, se puoi aiutami.

L'uomo teneva gli occhi bassi.

- Bene, puoi andare. Ma perdi una grande occasione. Domani sacrificherò un toro bianco al Dio Elio, in una cerimonia pubblica in onore dell'Augusto Giuliano. Se cambi idea, vieni a parlarmi.

Quella sera Lucio trovò sotto il suo cuscino un minuscolo biglietto su cui era scritto:

"Pisone - Dafne - Teofisio".

8.

Ai primi di Luglio Lucio era ad Antiochia, la grande città sull'Oronte che si trovava dall'altra parte di quel golfo che sembra una grinza dell'Asia Minore nel punto in cui essa si flette formando un angolo retto col continente asiatico.

Antiochia era ormai una metropoli cosmopolita di trecentomila abitanti, la terza dell'Impero, dopo Alessandria e Costantinopoli, ma forse la prima per ricchezza, cultura e dissolutezza.

Porta dell'oriente, punto d'arrivo di tutti i commerci con i Parti e con gli arabi, era il faro intellettuale dell'Asia, ma anche una città disincantata e crepuscolare in cui tutti i piaceri potevano essere comprati, ogni raffinatezza era praticata e lo scetticismo religioso rasentava il cinismo. In nessuna stagione dell'anno mancavano le feste, gli spettacoli, i divertimenti, meglio se licenziosi.

In questo clima i templi erano in un penoso stato di abbandono e anche le chiese cristiane non erano frequentate quanto i teatri e le terme.

Lucio aveva viaggiato da solo ed in incognito, imbarcandosi su una nave che aveva attraversato il golfo e risalito l'Oronte fino alla città. Era sbarcato alle prime luci dell'alba e si era diretto verso il centro. Il grande corso che attraversava la città, lungo quasi tre chilometri, era affiancato da portici sui quali si affacciavano centinaia di botteghe colme di merci esotiche, di fronte alle quali un campionario multicolore di venditori ambulanti, prostitute, funamboli, mimi, maghi, ciarlatani, stregoni, guaritori, impostori, maestri di retorica, preti tentava di imbonire i passanti.

Si fermò ad una locanda per bere una bibita fresca e in pochi minuti comprò un cavallo, trovò un alloggio in affitto e rinnovò il suo guardaroba.

Verso metà mattinata già galoppava in direzione di Dafne, un piccolo borgo a qualche miglio dalla città, lungo il corso del fiume.

Colpì più volte col battente il grande portale di bronzo che si apriva sul muro di cinta dell'area sacra. Era cieco e disperato, non aveva né occhi, né sentimenti per gioire della bellezza e della serenità del luogo, dei giardini ridenti, dei boschetti di cipressi che circondavano il tempio, delle sacre fonti da cui sgorgavano polle d'acqua cristallina che si raccoglieva in laghetti ai piedi degli alberi.

Un viso giovane dall'aria impaurita apparve da dietro uno spioncino.

- Chi bussa?

- Un pellegrino che vuole consultare l'oracolo del Dio.

- Va via. Non si fanno più oracoli, ormai.

- Come è possibile?! Questo è uno dei più importanti luoghi sacri della terra! Cosa significa "non si fanno più oracoli"?

- Non ci sono più sacerdoti. L'ordine del tempio è stato sciolto dall'Augusto.

- Bestia! Non sai che Costanzo è morto e che ora c'é un nuovo Augusto che protegge gli antichi culti?

Sembrò sorpreso alla notizia, ma temendo un tranello fece per richiudere lo sportelletto. Lucio infilò nella fessura il suo gladio e puntandolo al collo del giovane gli afferrò il naso.

- Insomma apri, non ho tempo da perdere, se no ti taglio la gola.

Il portone si socchiuse in modo abbastanza macchinoso, con Lucio che spingeva continuando stringere il naso e a puntare l'arma e quello che guaendo come un cagnolino si ritraeva dall'altra parte.

- E adesso, portami dal Gran Sacerdote.

Il giovane, finito per terra non appena Lucio, lasciando la presa, era piombato dentro, piagnucolava guardando il cielo

- O grande Dio, che disgrazia! Sono tornati... sono tornati...

- Insomma, ti vuoi muovere? Non ho tempo da perdere: portami dai tuoi superiori!

Il ragazzo cessò di lamentarsi e lo guardò stupito, come se lo vedesse per la prima volta. Per un po' stette zitto, poi alle insistenze di Lucio, rispose:

- Lo sai benissimo che qui non c'é più nessuno. Dopo che tutti furono scacciati rimanemmo al servizio del Dio solo il vecchio Teofisio ed io per assisterlo. Poi siete venuti voi e lo avete massacrato.

- Cosa dici, scriteriato! Spiegati meglio. Chi intendi per "voi"?

- Voi maledetti cristiani, al servizio dell'Imperatore. Prima di voi questo era un luogo di pace: guardati intorno, adesso.

L'interno del grande piazzale antistante il tempio era pieno di rifiuti ed erbacce, ovunque marmi ed intonaci cadevano a pezzi. Qua e là giacevano statue rovesciate e busti decapitati e non c'era più traccia di vernice, né sul muro di cinta, né sul frontone del tempio.

- Taci. Io non sono cristiano, né sono qui per farti del male, ma per parlare col Grande Sacerdote di qualcosa della massima importanza, che potrebbe riportare questo tempio ai vecchi fasti.

- Il Grande Sacerdote è morto, è stato ucciso una settimana fa.

- Cosa dici?! Chi è stato?

- Tre uomini incappucciati. Sono entrati nel tempio con la forza. Lo hanno torturato per ore. Io non ho potuto far altro che fuggire.

In quel momento vibrò il rintocco lugubre e profondo di un gong, che montò dalle viscere di Lucio alle sue orecchie.

Squadrò il ragazzo che iniziò a tremare, poi si diresse di corsa verso il suono.

Entrò nel tempio da una porta laterale, poi attraversò un lungo corridoio. Un nuovo rintocco lo fece dirigere verso una scala che scendeva nel sottosuolo, l'ultimo lo guidò ad un altro corridoio che finiva con una porta socchiusa.

Quando ne varcò la soglia vide un vecchio disteso su un misero giaciglio che insieme ad una sedia e ad uno stipo costituiva l'unico ornamento di una stanza spoglia. Parlava a fatica e con un filo di voce.

- Avvicinati, figlio. Ho avuto una visione... il Dio mi ha parlato: ha detto che tu sarai la salvezza e la rovina di questo tempio. Ma ha detto anche che sei venuto in pace. Parla dunque, e ti risponderò.

Il vecchio respirava a fatica, aveva il torace fasciato e numerose ferite sul viso e sul collo. Il giovane era nel frattempo entrato, si era accucciato vicino a lui e gli aveva preso una mano nelle sue.

Lucio in silenzio tese le mani, nelle quali aveva radunato la tavoletta di Laurentio Pisone, il suo sigillo, ed un collare col simbolo del Messaggero del Sole datogli da Giuliano.

- L'Augusto Giuliano vuole restaurare il culto degli antichi Dei. Ti manda i suoi saluti e ti avverte che entro pochi mesi sarà qui per sacrificare al Dio insieme a te. Tutto tornerà come ai tempi dei nostri Padri.

- Niente tornerà come a quei tempi. La sciagura si abbatterà su Giuliano Augusto. Digli che non passi i confini dell'Impero entro quest'anno: me l'ha detto il Dio.

- Calmati, vecchio, non agitarti. L'Augusto è potente e Roma è ancora grande. Dimmi piuttosto, chi ti ha ridotto in questo stato?

- Sono vecchio, ed in ogni caso sarei morto presto. Non è di me che ti devi preoccupare, ma di ciò che mi hanno rubato e che tu stai cercando.

Lucio impallidì. Dunque il vecchio sacerdote aveva capito.

- Parla, dunque. Cosa è successo?

- Qualche giorno fa dei cristiani incappucciati, con al collo ben visibile il crocefisso sono entrati nel tempio alla ricerca di ciò che anche tu stai cercando. Hanno distrutto ciò che hanno potuto, mi hanno frustrato, seviziato. Non avrei parlato, ma quando hanno preso questo giovane e gli hanno puntato uno stiletto al collo non ho potuto continuare a tacere: a che serviva resistere? In nome di cosa? Tutto è perduto, almeno questa giovane vita è stata risparmiata.

- Quindi il manoscritto è sempre stato qui?

- Si, almeno negli ultimi vent'anni. E in questi vent'anni io ne ho studiato ogni parola, l'ho tradotto dall'aramaico, l'ho annotato accuratamente.

Il vecchio ora sudava e tentava a bocca aperta di immettere aria nei suoi polmoni malandati, ma ogni respiro si trasformava in un rantolo. Il giovane guardò Lucio con aria supplicante:

- Lascialo in pace. Questa sua agonia dura da quella notte: non c'é niente che si possa fare per alleviare il suo dolore.

Teofisio agitò una mano, quasi per impedirgli di intromettersi. Poi continuò, ansimando:

- Gli Atti di Tommaso. Ritrovali... Se il tuo Augusto riuscirà nella sua missione il mondo dovrà conoscere la verità.

- Quale verità, Padre?

- Una notte di tanto tempo fa un Arcigallo di Cibele, incalzato dagli agentes di Costanzo mi consegnò un plico, che aveva ricevuto anni prima da un alto ufficiale suo fratello in Mitra. Il plico conteneva un antico tomo, che tutti credevamo leggendario, anche se lo avevamo cercato per secoli.

- Gli Atti di Tommaso?

Il vecchio annuì.

- Il fedele resoconto dei dieci anni successivi alla morte di Gesù Cristo scritto da colui che era stato scacciato dai capi galilei, come dissidente ed agitatore.

- Il Tommaso di cui si parla nei Vangeli?

- Il Tommaso di cui parla solo Giovanni, e di sfuggita. Il Tommaso di cui non c'é traccia né nei Vangeli, né negli Atti degli Apostoli, né nelle epistole di Pietro e Paolo, né nella tradizione cristiana.

- Continua.

- Questo Tommaso non era un proletario come gli altri seguaci di Gesù. Non era un ignorante, come non lo era Matteo, ma uno che costruiva case: un uomo pratico e positivo, quindi, che tuttavia restò affascinato dalla parola del galileo e lo seguì nel viaggio a Gerusalemme. Tu sai certamente che nella zona del tempio il nazareno in un accesso d'ira provocò dei disordini, perciò dopo che questi fu arrestato tutti si dispersero impauriti. Dovettero per forza nascondersi in casa di qualcuno che conoscevano: erano almeno una ventina di persone, venivano dalla Galilea ed erano ricercati dalla polizia in una grande metropoli nella quale non avevano mai messo piede prima. In quel luogo vennero a conoscenza di un evento imprevisto, destinato ad ingigantire il caso iniziato nel momento in cui Gesù nella piazza del tempio aveva infranto tutte le regole di quieta convivenza arringando la folla e rovesciando i banchi dei mercanti: il cadavere del loro capo era stato trafugato. Fu allora che iniziarono a scoppiare violente liti fra di loro: erano nervosi, si sentivano braccati, alcuni volevano tornare a casa, altri insistevano perché nessuno del gruppo si facesse vedere finché le acque non si fossero calmate. I più autorevoli, e fra questi c'erano Pietro, Giovanni ed i fratelli di Gesù, volevano mantenere il gruppo unito per continuare l'opera di proselitismo iniziata dal loro maestro. Tommaso era fra quelli che volevano tornarsene a casa, rapidamente ed ognuno per proprio conto, e malgrado le insistenze degli altri così fece, sbattendo la porta ed andandosene. Questo non gli venne mai perdonato.

Devi tenere presente che mentre Tommaso scriveva gli atti, non aveva letto né Luca, né Marco, né Matteo, che avrebbero messo mano alle loro opere almeno dieci anni dopo di lui. Quindi ciò che racconta non venne concordato con nessuno e non risente di nessuna influenza esterna. Il resoconto di molti episodi della vita di Gesù e della sua morte concorda nei fatti con quanto narrato dagli altri. Totalmente differente è il racconto di ciò che è successo dopo la morte del nazareno.

In Galilea Tommaso non frequentò gli altri apostoli: riprese la sua vita ed il suo lavoro e fu accuratamente evitato. La scomparsa del cadavere aveva fatto venire in mente a Pietro ed agli altri l'idea di sostenere in Galilea la tesi della resurrezione di Gesù, che però venne diffusa in modo contradditorio e sostanzialmente fantastico: l'ultima cosa di cui avrebbero avuto bisogno sarebbe stata una testimonianza contraria di Tommaso sul come erano andate veramente le cose, quindi cominciarono a screditarlo sistematicamente nelle loro prediche e fra i nuovi adepti. Questi però, assieme ad altri dissenzienti, osservava da lontano le azioni del gruppo e se ne crucciava, perché sentiva che le loro scelte stavano tradendo gli ideali dell'uomo che aveva seguito ed ammirato: li vedeva trasformarsi in sacerdoti di professione, con un occhio attento alla politica ed un altro alla demagogia, una strada facile, che conferiva prestigio e mezzi di sussistenza, specie in un momento storico di contrasti civili e di resistenza all'occupazione romana.

Poi un giorno Paolo di Tarso incrociò la loro strada e sconvolse la loro semplice vita.

Non che fino ad allora fossero state rose e fiori. Come accade in ogni setta politica e religiosa, le gratificazioni derivanti dall'esercizio di un primato spirituale comportavano anche sacrifici e preoccupazioni. Erano tenuti d'occhio dalle autorità romane ed osteggiati apertamente dalle altre fazioni ebraiche. Almeno un paio di volte ci furono problemi di ordine pubblico, che culminarono con la lapidazione di un giovane adepto, Stefano, e l'arresto di Pietro, che però venne subito scarcerato. Malgrado questo i fedeli aumentavano grazie al contenuto della nuova dottrina, che predicava l'amore, l'uguaglianza e la divisione dei beni e che quindi aveva una facile presa sui poveri e sugli oppressi.

Non bisogna dimenticare che Paolo era un ebreo, allevato nella cultura greca e, cosa rarissima, aveva la cittadinanza romana. A quei tempi i nati nelle province non ottenevano automaticamente lo status di cittadini romani, come poi fu concesso da Caracalla. Le poche famiglie che per meriti speciali ottenevano tale privilegio guardavano le altre dall'alto in basso ed i loro rampolli non potevano essere che degli snob. Quindi se per Paolo l'origine ebraica era qualcosa di cui vergognarsi, magari inconsciamente, invece le componenti greca e romana erano tratti da esibire ed ostentare. Peraltro puoi immaginare quanto i veri romani disprezzassero un cafoncello arrivista e provinciale che tentava di farsi passare per romano. Pensa con quanti complessi dovette convivere!

Certamente Paolo ebbe un pentimento traumatico, un'illuminazione di tipo intuitivo che lo indusse a cambiare vita all'improvviso. Ciò successe mentre si recava a Damasco con poteri di polizia per braccare i fedeli della nuova religione. Lui raccontò poi di essere stato accecato da Dio, che gli apparve in una visione. Probabilmente il fatto che divenne temporaneamente cieco è vero, ma si trattò di una causa e non di un effetto. In altre parole egli si convertì non perché una volta persa la vista iniziò a pregare e la riebbe, ma perché l'evento lo spinse a riflettere sulla provvisorietà delle cose del mondo e gli fece decidere di cambiare vita e di appoggiare coloro che aveva fino ad allora perseguitato.

A livello inconscio però Paolo tendeva sempre a confrontarsi con i romani, per essere veramente considerato uno di loro. È un problema di riconoscimento: tutti lottano per il riconoscimento di sé da parte degli altri in uno dei campi in cui hanno scelto di affermarsi. Egli scelse quello del santone, ma in cuor suo sapeva che non avrebbe certo perso il suo tempo per predicare a degli zotici ebrei: avrebbe parlato a greci e romani, finalmente alla pari, ed essi lo avrebbero ascoltato, accettandolo poi come uno dei loro.

Certamente già conosceva la dottrina che lo avevano incaricato di combattere. A Damasco rifletté e la approfondì, entrando in contatto con coloro che avrebbe dovuto perseguitare. Quando fu pronto, dopo circa due anni, Paolo decise di recarsi a Gerusalemme per incontrare Pietro: diceva a tutti di essere anche lui un "Apostolo", perché gli erano apparsi più volte Dio e Gesù che avevano parlato con lui così come avevano fatto con i dodici. Questo pericoloso concorrente non poteva essere tollerato da Pietro e dal suo gruppo: a Gerusalemme gli tesero un agguato a cui Paolo sfuggì per un pelo e grazie ad una soffiata di Tommaso, ormai a capo di un altro gruppo, che seguiva con interesse la lotta fra la fazione di Pietro e quella di Paolo. In quell'occasione nacque un patto di alleanza fra Tommaso e Paolo, che decise di proseguire la sua opera di proselitismo separato da Pietro e tornò a Tarso dove cominciò a predicare in proprio a greci e romani il messaggio del nazareno.

Non sottovalutare quanto questo evento fosse rivoluzionario: un ebreo stava predicando una religione ebraica a dei non-ebrei, a dei gentili! Per la cultura ebrea si trattava di una bestemmia: la genealogia per gli ebrei ha sempre avuto la massima importanza, solo attraverso la discendenza del sangue ed il rito della circoncisione si diventa cittadini di Israele. Gli ebrei di quel tempo consideravano i non-ebrei talmente impuri da non poter essere toccati! Un non-ebreo che fosse entrato nel tempio sarebbe stato punito con la morte. Guai al giudeo che intendesse dar la figlia o la sorella in sposa ad un gentile: la pena era la lapidazione!

Ormai per la chiesa di Gerusalemme questo cane sciolto era un problema. Visto che eliminarlo non era stato possibile si cercò di riassorbirlo. Venne inviato un certo Barnaba a Tarso, che fece un patto con Paolo: avrebbero predicato insieme qui ad Antiochia se Paolo avesse riconosciuto la supremazia di Pietro. Questo "tradimento" di Paolo, cui aveva salvato la vita, non venne mai più perdonato da Tommaso.

Fu un successo: in questa città corrotta furono numerosi coloro che vennero convinti dalle teorie di Paolo, al punto che qui si coniò per la prima volta il termine "cristiani". Da qui Paolo, insieme a Barnaba ed al cugino di questi, Marco, partì per il primo dei suoi viaggi, in cui si rivelò il suo caratteraccio: assunse infatti il comando della spedizione, che di regola avrebbe dovuto toccare a Barnaba, e litigò con Marco con tale violenza che questi se ne tornò indietro ed in seguito non gli volle parlare mai più. Al ritorno Paolo dovette fare i conti con Pietro, che fino ad allora non aveva mai visto. Fu convocato a Gerusalemme nel 50 e strigliato a dovere in un concilio appositamente convocato: se i gentili volevano convertirsi al cristianesimo dovevano essere circoncisi. Significava accettare l'idea che il cristianesimo fosse una sorta di setta giudaica, e questo per Paolo lo snob non era accettabile: litigò con tutti e se ne tornò qui ad Antiochia a predicare ai gentili che ammirava tanto.

Pietro lo rincorse e qui i due ebbero una disputa definitiva che li separò del tutto.

Cominciò a viaggiare, ma fu sostanzialmente un rifiutato ed un incompreso. A Listra venne preso a sassate, a Filippi frustato, in Grecia ignorato e dileggiato, al punto che quando tentò di predicare nell'Areopago di Atene fu lasciato da solo a metà discorso, fra i sorrisetti di coloro che se ne andavano.

Dopo otto anni, nel 58 tornò a Gerusalemme, dove Pietro brigò per liberarsi di lui definitivamente, al fine di evitare una lotta per il primato su tutti i cristiani e per affermare la sua visione del cristianesimo come dottrina riservata ai soli ebrei. Gli apostoli sollevarono i giudei contro di lui, accusandolo di aver consentito che alcuni greci entrassero nel tempio. Scoppiarono tumulti, si tentò di lapidarlo di nuovo, la folla si gettò su di lui ed i soldati romani per salvarlo lo fecero prigioniero. Addirittura in uno dei trasferimenti da una fortezza all'altra Pietro organizzò un attentato per ucciderlo durante il tragitto: non riuscì che a ferirlo. Da quel momento Paolo fu agli arresti per sei anni e non vide mai più Pietro, se non quando entrambi furono a Roma e vi trovarono la morte sotto Nerone[48]. Fu a Roma che i due, dopo una vita passata a combattersi ed a contendersi il primato, si diedero appuntamento e si accordarono: il cristianesimo sarebbe diventato una religione universale e per facilitarne la diffusione presso i gentili gli sarebbero stati adattati riti e liturgie proprie dei culti misterici, mentre per renderla accetta agli ebrei si sarebbe sostenuto che il nazareno era il Messia profetizzato.

C'é da tenere a mente un punto fondamentale: Paolo era ormai a Roma da tempo perché tradotto davanti all'Imperatore cui si era appellato come cittadino romano e Pietro non si era praticamente mai mosso dalla Palestina e dall'Asia Minore in quanto egli era interessato solo agli ebrei cristiani. Quale motivo avrebbe spinto quest'ultimo ad attraversare il mare, ad affrontare il viaggio lungo e pericoloso verso Roma se non quello di riprendere il controllo della "variabile Paolo" attraverso un accordo?[49]

Si concordarono nei dettagli i particolari relativi agli elementi messianici: la nascita da una vergine, l'angelo annunciatore, la discendenza dalla stirpe di Davide, e soprattutto la resurrezione. A Roma, verso il 63, fu dato quindi incarico ai collaboratori dei due (Marco, che odiava Paolo, era il segretario di Pietro, mentre Luca era quello di Paolo) di scrivere i due "evangeli" che sancirono il grande patto. Per completare l'opera nel 67 a Gerusalemme Matteo, presa visione di quanto scritto fino a quel momento, pubblicò a completamento il suo vangelo, l'unico dei tre uscito dalla penna di un testimone oculare.

Lucio era allibito: finora non aveva mai approfondito i fatti e la versione che lui conosceva parlava di un perfetto accordo fra i due capi cristiani.

- Tommaso ha scritto nel dettaglio tutto questo?

La voce del vecchio si era fatta più fioca: ormai non riusciva più ad ossigenarsi, simile ad un pesce fuori dell'acqua che si contorce a bocca aperta nell'inutile tentativo di alimentare i polmoni.

- Tommaso... ha trovato... molto di più. Ritrova il manoscritto... e la lettera... leggi attentamente quanto riguarda la resurrezione... e comprenderai.

Detto questo reclinò il capo e giacque immobile, mentre il ragazzo piangeva piano, tenendo ancora fra le sue mani quelle del vecchio.

9.

A fine maggio, pochi giorni dopo la partenza di Lucio Cornelio da Costantinopoli, Giuliano iniziò a fremere per attaccare i Parti.

Influenzato notte e giorno da Ormisda, il fratello esiliato di Sapore, che anelava al trono, reso vendicativo dalle notizie che arrivavano dalla frontiera e che parlavano di incursioni, scontri e ammassamenti di truppe, l'Imperatore aveva oltretutto nostalgia della vita militare.

La spinta decisiva gli venne data da Massimo d'Efeso che un giorno gli disse:

- Esiste un Essere che attraversa la storia e si ripresenta di generazione in generazione, rinascendo sempre uguale a sé stesso e sempre sotto forme diverse, malgrado sia caduto numerose volte. Oggi è venuto il tuo turno: tocca a te incarnare questo essere e seguire il tuo Fato, verso mete più alte, per dare un senso alla tua vita e soddisfare gli Dei.

- Non ti capisco. Come si chiama quest'essere?

- Si è chiamato Alessandro il Macedone, poi Giulio Cesare ed ora rivive in te.

- E chi mi dice che anch'io non cadrò come loro?

- Tu sei stato prescelto dal Dio Sole, ed hai il dovere di portare il suo culto a tutti coloro che sono illuminati dal sole. La religione di Elio ed il culto di Mitra hanno avuto origine sugli altipiani di Persia. Ora tu hai il dovere di riportare i persiani ai loro antichi culti. Tu sei il prescelto: come puoi pensare che tra te e Sapore Mitra possa esitare?

Giuliano cominciò ad accarezzare il sogno di riunire Oriente ed Occidente sotto il culto del Dio unico, iniziando a vedere tutti gli eventi che lo avevano portato alla dignità imperiale come segni ineluttabili del destino. Avrebbe annunciato al mondo la buona novella dell'onnipotenza del Dio Sole.

Nel frattempo ad Antiochia Lucio trascorreva tutto il suo tempo chino sui numerosi libri che si era procurato: copie dei quattro vangeli, degli Atti degli Apostoli di Luca, di tutte le epistole di Paolo e di Pietro.

Trascrisse insieme i tre vangeli di Luca, Marco e Matteo parola per parola su un unica pergamena srotolata in orizzontale, facendo dei confronti cronologici sugli eventi narrati. Cominciò ad analizzare le numerose contraddizioni che aveva trovato sia fra di essi che all'interno di ciascuno.

Ricostruì su una mappa gli enormi spostamenti di Paolo e quelli più ridotti di Pietro. Tentò di tracciare dei profili di Marco e di Luca, dai caratteri e dal comportamento dei quali si riprometteva di ricostruire la mappa dei successivi rapporti di contrasto e di alleanze di quel singolare gruppo dirigente che aveva saputo seminare talmente bene da conquistare il mondo nel giro di tre secoli.

Da questo paziente, ma frenetico lavoro, emersero alcuni fatti fondamentali, che lo fecero riflettere

1) I primi due vangeli "ufficiali", quelli di Marco e Luca, erano stati scritti a Roma nel 63 o 64, contemporaneamente ed in greco. Luogo e lingua del tutto improbabili per una fede di origine ebraica avente come epicentro la Palestina e, in subordine, l'Asia Minore. Eppure in quel periodo a Roma arrivarono sia Paolo che Pietro. Il motivo per cui Paolo affrontò il viaggio era noto, ma perché Pietro, che non aveva mai viaggiato se non in Palestina, Siria e al massimo in Cilicia, a sessant'anni suonati aveva deciso di affrontare il viaggio massacrante e pericoloso fino a Roma? Non poteva non esserci un motivo ben preciso.

2) Il terzo vangelo "ufficiale", quello di Matteo, l'unico testimone oculare, venne scritto almeno tre anni dopo, a Gerusalemme ed in aramaico. Perché? Perché quello che sembrava avere le caratteristiche per essere il primo fu invece l'ultimo? Perché nessuno sentì la necessità di scrivere una riga sulle cose straordinarie accadute intorno al 30 per almeno altri trent'anni?

E soprattutto perché solo in quel Vangelo si affermava il primato di Pietro? Perché solo lì si raccontava che avendo Pietro per primo riconosciuto Gesù come il Messia, questi gli aveva detto la famosa frase: "Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa".

3) Il Vangelo di Luca iniziava, testualmente:

"Poiché molti han già preso a narrare ordinatamente i fatti che si sono avverati fra noi secondo la testimonianza dataci da coloro che, vistili dal principio coi loro occhi, si fecero poi portatori della parola, ecco che è parso anche a me... di dovertene scrivere un ordinato racconto..." Dov'erano finiti gli altri testi? Possibile che non se ne fosse salvato neppur uno? O non era più probabile che dopo l'accordo di Roma fossero stati tutti distrutti per paura di eventuali contraddizioni?

4) Solo nel Vangelo di Giovanni si parlava di Tommaso e dell'episodio in cui aveva voluto toccare il costato di Gesù per credere nella sua resurrezione. Ma Giovanni aveva scritto la sua testimonianza nel 98, da solitario e ad Efeso: il Tempio di Gerusalemme era stato da decenni distrutto da Tito, tutti gli altri apostoli erano morti, la leggenda cristiana si era ormai sparsa ovunque. Gli altri evangelisti avevano invece totalmente rimosso Tommaso, riducendolo ad un semplice nome fra altri dodici.

Luca, appunto, era la figura che più lo inquietava. Medico di professione, colto e forbito, esercitava ad Antiochia quando conobbe Paolo. Ne fu affascinato e dapprima ne seguì i sermoni, poi si unì a lui nei suoi viaggi, abbandonando certamente una casa ed una posizione agiata. Fu con lui in Grecia, e poi a Gerusalemme, quando avvenne la disputa con Pietro. Ciò che più lo stupiva era che quando Paolo, prigioniero, dichiarò ai giudici romani di appellarsi a Cesare, Luca decise di acompagnarlo. Non si trattava di un viaggetto di fine settimana, ma di un'impresa pericolosa che avrebbe potuto protrarsi per dieci anni: una assoluta prova d'amicizia e fedeltà!

Tutte le narrazioni fantastiche, magiche, relative alla nascita ed all'infanzia di Gesù, quelle che sembravano messe lì apposta per dimostrare che con Gesù si erano avverate le predizioni degli antichi profeti circa la venuta del Messia, o c'erano solo nel vangelo di Luca o comunque in questo trovavano la più dettagliata descrizione, con abbondanza di particolari: la nascita del Battista, e l'annunciazione alla Vergine, l'intervento del biblico arcangelo Gabriele in entrambi gli episodi, le origini giudaiche di Giuseppe (malgrado vivesse a Nazareth, in Galilea e cioè lontanissimo) per dimostrare che Gesù era della stirpe di Davide e sarebbe nato a Betlemme, in Giudea, come era stato profetizzato per il Messia. La cosa più buffa era il tentativo di Luca di ricostruire la genealogia di Gesù attraverso i millenni, da Adamo in poi. Il fatto poi che Matteo più tardi aveva quasi copiato tale lista faceva apparire lampante a Lucio che il tutto era frutto di un accordo ben dettagliato.

Nell'improbabile viaggio a Betlemme Luca aveva scritto che Gesù era nato in una grotta, posto in una mangiatoia ed adorato dai pastori, proprio come era successo a Mitra: però la leggenda della nascita di questi era vecchia di almeno mille anni!

I conti tornavano: Luca era il fedele portavoce di Paolo, e tutti questi innesti su fatti realmente accaduti avevano lo scopo di rendere la nuova religione credibile ed accettabile oltre che agli ebrei anche ai romani ed ai greci.

Se Luca era stato fedele a Paolo, Marco lo era certamente stato a Pietro, fino al punto di piantare in asso Paolo (che probabilmente doveva controllare) e Barnaba, suo cugino, nel bel mezzo di un lungo viaggio. Probabilmente la controversia dovette nascere circa l'opportunità di convertire qualche gentile ed a causa della riluttanza di Paolo a seguire le direttive di Pietro che Marco era stato comandato a far rispettare. Da quel momento era stato sempre con Pietro, e lo aveva seguito anche nel viaggio a Roma, dove aveva scritto il suo vangelo nel quale non raccontava nulla della nascita o dell'infanzia del nazareno. L'unica prova che tentò di costruire sulla messianicità di questi fu nell'identificazione di Giovanni il Battista con l'angelo profetizzato da Isaia come quello che avrebbe preparato la strada al Messia: "Ecco io mando l'angelo mio al tuo cospetto, il quale preparerà la tua strada. Voce invocante nel deserto preparate la via del Signore, rendete agevoli i suoi sentieri". In pratica se Gesù era il Messia, Giovanni doveva essere la voce nel deserto di Isaia! Un sillogismo piuttosto azzardato, ma interessante. Quanto alla resurrezione, Marco non ne parlava affatto. Però, e questo Lucio Cornelio lo scoprì confrontando il codice nuovo di zecca comprato ad Antiochia con un altro scovato in una bottega del quartiere siriano, vecchio di oltre cinquant'anni, nelle ultime edizioni erano stati aggiunti dodici versetti che la descrivevano sommariamente e con uno stile affatto diverso, senza scendere in particolari. Questo dimostrava a Lucio che in un primo momento Pietro e Marco non ebbero l'impudenza di sostenere sulla carta e con fatti circostanziati quella resurrezione che finora avevano solo evocato verbalmente, con giri di parole evasivi e nebulosi.

Tutto induceva Lucio Cornelio a convincersi che il cristianesimo come lo conosceva era il frutto delle teorie di Paolo di Tarso, che avevano preso il sopravvento dopo un accordo con Pietro. La contropartita di tale vittoria dovette essere il riconoscimento del primato di Pietro, cosa comprensibile dato il carattere di Paolo, un uomo d'azione che mirava all'affermazione delle proprie idee ed alla diffusione e romanizzazione della nuova religione, piuttosto che a cariche onorifiche o a poteri temporali.

Poiché Pietro non tornò mai in Giudea e trovò la sua fine a Roma (probabilmente a causa delle rappresaglie che Nerone scatenò dopo l'incendio del 64) l'accordo fu certamente inviato a Matteo, che doveva aver sostituito Pietro nella conduzione della comunità di Gerusalemme. Nacque così il terzo vangelo, in cui il primato di Pietro veniva definitivamente consacrato ed in cui l'autore, da buon contabile (era agente delle tasse prima di incontrare Gesù) riorganizzò logicamente e cronologicamente quanto scritto dai suoi due predecessori, documentandosi a Gerusalemme sulle antiche fonti bibliche e aggiungendo quanto necessario per dimostrare tutto ciò che doveva essere dimostrato.

10.

Giuliano mobilitò l'esercito appena riorganizzato e si trasferì ad Antiochia dove arrivò a metà Luglio, dopo aver sacrificato a Pessinunte, nel santuario della Dea Cibele ed aver portato soccorso alla popolazione di Nicomedia di Bitinia, praticamente rasa al suolo da un terribile terremoto.

Sarebbe stato uno dei periodi più sgradevoli della sua vita.

Nella stessa città erano giunte fin da giugno la IVdeg. Legione Scythica e la XVIdeg. Flavia, in mobiltazione verso la frontiera con i Parti. Una mattina Lucio Cornelio, indossata la sua uniforme da generale comandante la guardia scolare, si presentò al campo per conferire con i legati di Giuliano.

Seppe che l'Augusto, contrariamente al previsto, stava per arrivare e che ormai la guerra era stata decisa: pertanto scelse di rimanere in città in attesa che la corte arrivasse.

Nel castrum incontrò Decio Silano che lo abbracciò e gli chiese le ultime notizie:

- Sono qui da due mesi e non ce la faccio più. La città è divertente, piena di ottimi locali, di un buon circo e di ottime botteghe: ma la gente è terribilmente provinciale e non fa che chiacchierare alle spalle di tutto e di tutti, peggio che a Lutetia! Inoltre la maggior parte degli orientali è marcia e dissoluta. Non vedo l'ora di tornare a Costantinopoli.

Pranzarono insieme al circolo ufficiali, chiacchierando dei vecchi tempi, delle rispettive carriere e delle strane usanze orientali di quella città, ma il fantasma di Galla incombeva su un Lucio ormai cronicamente melanconico e ombroso, quindi i due si salutarono presto, pur promettendosi di ricominciare a frequentare insieme il maneggio del castrum.

Giuliano, entrò in città in pompa magna appena quindici giorni dopo che vi era arrivato Lucio, che convocò immediatamente in udienza privatissima.

Lucio raccontò ad un Giuliano sempre più contrariato, presenti Massimo d'Efeso ed Oribasio, i fatti che aveva appreso dal Gran Sacerdote di Dafne. L'Augusto era dimagrito, pallido ed ebbe dei violenti scoppi di collera.

- Per riparare alla profanazione domani stesso sacrificherò mille colombe bianche al Dio Apollo e provvederò immediatamente a far restaurare il tempio. Inoltre darò ordine di distruggere l'ossario galileo dedicato a Babila che è sorto proprio di fronte ad esso: questo servirà a placare il Dio ed a scoraggiare i cristiani dal compiere altri atti violenti. Quanto al manoscritto, sembra purtroppo che le tracce si siano interrotte. Darò ordine agli agentes di aprire un'inchiesta sull'attentato al Gran Sacerdote, ma temo che non se ne caverà nulla.

11.

Dopo un primo periodo di entusiasmo i cittadini d'Antiochia cominciarono a dileggiare i comportamenti di Giuliano, sempre più austeri, intolleranti e monastici.

I suoi sacrifici sembravano esagerati: quello dell'esordio gli aveva preso quasi una giornata, al termine della quale era inzuppato di sangue come un macellaio. La sua pietà, la castità, l'austerità, il superlavoro, il disprezzo per il lusso li stupivano e li irritavano.

Iniziarono a dileggiarlo, dapprima con storielle, barzellette e insinuazioni, poi con libelli miranti a screditarlo. Il contrasto con il vescovo cristiano e la sua comunità divenne violento dopo la distruzione della chiesa di Babila[50] e la traslazione delle ossa del santo.

Giuliano, dimostrando l'equità della sua indole, anziché scatenare una repressione poliziesca, preferì difendersi scrivendo un'operetta, il "Misopogone o il nemico della barba" in cui attaccava la grettezza e la superficialità degli Antiocheni, ricordava il bene che aveva fatto loro e sosteneva i vantaggi della sua vita virtuosa. Concludeva affermando che avrebbe presto abbandonato quella città ingrata. Era singolare che un Imperatore romano si mettesse sullo stesso piano dei suoi sudditi rispondendo loro con la letteratura anziché con la spada, ma era tipico di quell'uomo non convenzionale.

Grossi contrasti con il senato e la nobiltà scoppiarono quando Giuliano prese le difese del popolo in materia di disponibilità e prezzo del grano, che stava scarseggiando sul mercato essendo stato imboscato dopo una stagione sfavorevole.

La goccia che fece traboccare il vaso fu l'incendio doloso del tempio di Dafne, talmente distruttivo da non risparmiare neppure la statua del Dio. Giuliano, ormai in piena esaltazione mistica, decise che tutte quelle meschine opposizioni sarebbero cadute quando egli fosse ritornato vittorioso dalle sorgenti del Sole ed un vento rinnovatore avrebbe pacificato tutto l'Impero.

Passò dalla magnanimità e dalla tolleranza all'esacerbazione dell'incompreso, poi alla collera ed infine alla tirannia di chi si sente sacralmente nel giusto.

L'inverno trascorse nei preparativi bellici. Migliaia di uomini vennero arruolati in Siria, Licaonia e Cilicia ed una grande flotta fluviale, composta di galere, chiatte e pontoni con macchine da guerra venne allestita per discendere il corso dell'Eufrate.

Nell'esercito serpeggiava lo scontento. Una prima congiura per uccidere Giuliano venne scoperta e due alti ufficiali cristiani furono decapitati. Pensando che tale ostilità dipendesse dall'inazione Giuliano, novello Alessandro, diede l'ordine di muoversi dai quartieri invernali il 5 Marzo del 363.

Una prima unità di trentamila uomini, agli ordini dei conti Procopio e Sebastiano, avrebbe puntato a nord e attraversato il Tigri sarebbe scesa verso Ctesifonte seguendo la riva sinistra del fiume, dopo aver ottenuto aiuti dal re alleato Arsace d'Armenia

La seconda unità forte di quarantacinquemila uomini era comandata dall'Augusto in persona: sarebbe scesa lungo la riva occidentale dell'Eufrate, avrebbe conquistato tutte le città fortificate che sorgevano lungo il fiume e si sarebbe presentata di fronte a Babilonia. Poiché Babilonia e Ctesifonte erano separate da una sottile lingua di terra tra il Tigri e l'Eufrate, in quel punto gli eserciti si sarebbero ricongiunti ed avrebbero proseguito la loro spedizione per la conquista dell'Asia.

La flotta, con ventimila uomini al comando di quel Lucilliano catturato nel sonno a Sirmium, avrebbe disceso l'Eufrate senza superare l'esercito di Giuliano: forte di cinquanta galere da combattimento, millequattrocento chiatte con le provviste, armi, macchine, torri e sessantaquattro pontoni avrebbe letteralmente ricoperto il fiume.

Giuliano aveva adottato una strategia di aggiramento mirante ad imbottigliare la cavalleria di Sapore nel territorio fra i due fiumi. L'avanzata sarebbe stata facile e l'esercito avrebbe marciato fiducioso in quel territorio fertile dal clima mite.

Purtroppo non mancavano i problemi.

Gli stendardi con il simbolo del Sol Invictus avevano sostituito le insegne con la croce ed il monogramma di Cristo volute da Costantino, ed i numerosi cristiani arruolati malgrado l'esplicito divieto di Giuliano erano recalcitranti a combattere per un Imperatore che aveva fatto distruggere le loro chiese e trattato con sommo disprezzo le reliquie dei loro martiri.

Molti generali, poi, non erano affatto d'accordo sull'utilità della conquista di territori inesplorati già fatali a Valeriano e Gordiano: non serviva né a proteggere le frontiere, né ad arricchire l'Impero, ma solo a soddisfare la mitomania di un esaltato.[51]

Il disfattismo era alimentato da numerosi presagi infausti: a Roma si incendiò il tempio di Apollo Palatino, un arco di trionfo crollò al passaggio dell'Imperatore, le viscere degli animali sacrificati si presentavano in modo sinistro, il cadavere di un suppliziato fu incontrato da Giuliano sul suo cammino.

La congiura ed il tradimento serpeggiavano all'interno del grande esercito che avrebbe marciato verso oriente, nelle terre del paradiso terrestre cantato dalla Genesi.

12.

Per due giorni tutto l'esercito si mosse verso est, per far credere a Sapore che l'attacco sarebbe venuto da quella direzione. Poi Giuliano ordinò a Procopio di deviare verso l'Armenia per recarsi all'incontro con il re Arsace, e puntò a sud con l'altro corpo di spedizione e la flotta: il ricongiungimento dei due eserciti sarebbe avvenuto sotto le mura di Ctesifonte.

Con Giuliano c'erano le fedeli truppe galliche ed i compagni di tante battaglie: Nevitta, al comando di Petulanti, Celti e Terziaci, Dagalaif di retroguardia con la cavalleria germanica, Lucio Cornelio con la sua guardia imperiale.

C'erano inoltre comandanti cristiani come il conte Vittore, Secondino e Gioviano, alla testa degli Herculani e degli Zianni, e capi asiatici, fra cui Ormisda con la cavalleria catafratta e Fasal capo degli esploratori saraceni.

Infine Giuliano aveva voluto con sé Oribasio, Massimo, lo ierofante d'Eleusi, il mago etrusco Mastara, il filosofo Prisco e un genio dell'organizzazione, il piccolo, grassoccio, onnipresente, iperattivo Maestro degli Uffizi, Anatolio.

A sera, quando l'esercito si accampava, Giuliano nella sua ampia, ma disadorna tenda continuava a dettare le sue opere e la sua posta, oltre a sbrigare una quantità incredibile di lavoro amministrativo. Poi veniva servita una cena nella quale l'Augusto alternava le sue due personalità: il rauco e stringato condottiero gallo si rivolgeva ai suoi amici generali con frasi di crasso umorismo da caserma, mentre il raffinato letterato e filosofo dissertava con gli intellettuali su problemi superiori di religione e filosofia. Entrambi i gruppi lo guardavano a bocca aperta, nulla riconoscendo dell'interlocutore cui erano abituati. La cena che si tenne l'ultima sera in cui si erano accampati a Circesium, sulle rive dell'Abora, un affluente dell'Eufrate che segnava il confine fra i due Imperi, fu particolarmente movimentata. Si erano riuniti alla flotta e Lucilliano era l'ospite d'onore. Dagalaif gli rivolse un brindisi:

- Dove hai lasciato la camicia da notte, conte? È forse rimasta a Sirmium?

La risata generale mise in imbarazzo tutti i generali cristiani: il ricordo dei tempi di Costanzo incombeva su di loro e quello scherzo non li divertiva per niente. Giuliano si rivolse ai commensali:

- Stanotte attraverseremo l'Abora ed entreremo in territorio nemico. Decio Silano, il comandante del genio, mi ha comunicato che poco fa il ponte di barche è stato completato, malgrado le piogge e la corrente. Le pattuglie di esploratori già l'hanno attraversato senza rilevare alcuna traccia dell'esercito persiano: Sapore non può che essere sbalordito dalla rapidità del nostro attacco e non ha ancora avuto il tempo di preparare una difesa. Quindi alziamoci e prepariamoci a partire.

Giuliano rimase solo con Massimo e Lucio: era accigliato.

- Ho ricevuto una lunga lettera di Saluzio da Lutetia: mi scongiura di non entrare in Mesopotamia. I presagi favorevoli per lui non contano e la sua logica è stringente: io dovrei restare a Costantinopoli ad attuare le riforme e questa spedizione non è giustificabile né politicamente, né strategicamente. Mi sento terribilmente depresso.

Discussero per oltre mezz'ora sui pro ed i contro della campagna di Persia, poi Massimo disse:

- C'é una cosa che Saluzio non sa, e che non ho detto neppure a te.

- Cosa?

- Ho evocato dal Tartaro la Dea Persefone, la regina dei morti.

Giuliano rabbrividì e guardò l'ombra di Massimo che le fioche fiammelle proiettavano sulla tenda.

- Le ho rivolto la sola domanda proibita, quella che attrae l'ira delle Furie e confonde le trame del Fato, ma ho creduto di farlo perché riguardava te, il restauratore dei culti dei veri Dei, ed il destino di Roma.

Massimo ora gesticolava come invasato e tracciò a terra con un bastone dei segni cabalistici ed un cerchio magico. Poi si portò le mani alla gola, come se stesse per soffocare ed una forza invisibile lottasse in lui. Giuliano era terrorizzato.

- Persefone... ha risposto... Gli uomini piangeranno e gli Dei si rallegreranno, perché un eroe salirà a loro... quando il nostro amato Giuliano morrà... in Frigia.

La Frigia, pensò Giuliano, confinava con la Cappadocia, ad oltre cinquecento miglia di distanza! Massimo batté le mani e tornò in sé.

- Non mettere mai piede in quella provincia e sarai invulnerabile! Ora capisci perché la lettera di Saluzio non mi preoccupa.

Per tutta la notte e parte della mattina successiva l'esercitò passò il fiume ed entrò in territorio nemico, mentre i genieri alle loro spalle, su ordine di Giuliano, distruggevano il ponte di barche.

13.

Giuliano ed il suo stato maggiore si erano fermati in raccoglimento davanti ad un grande mausoleo diroccato.

L'Augusto guardò i suoi ufficiali.

- Poco più di cento anni fa l'Imperatore Gordiano venne sepolto qui. Ecco la prova che siamo già stati in Persia ed abbiamo vinto.

Nevitta era perplesso:

- Veramente gli uomini dicono che Gordiano venne colpito da una folgore scagliata dai demoni persiani perché aveva osato attraversare l'Abora. Dicono anche che la Persia è un paese maledetto per noi.

- Nevitta! Non dirmi che tu, il coraggioso per eccellenza, sei superstizioso! Gordiano sconfisse il Gran Re in combattimento e conquistò queste terre, poi venne assassinato dai suoi generali. I persiani non hanno avuto nessuna parte nella sua morte e soprattutto non sono diavoli, ma gente in carne ed ossa che si può sconfiggere in combattimento: e noi l'abbiamo fatto molte volte. Diglielo agli uomini.

- Diglielo tu, Imperatore. Gli uomini non sanno niente della storia e non fanno che parlare di disgrazie e presagi infausti. Ieri un uomo è stato fulminato dalla folgore, e si chiamava... Gioviano.

Poco dopo due cavalieri al galoppo, provenienti da ovest, portarono a Giuliano qualcosa avvolto in un telo. Quando lo lasciarono cadere ai suoi piedi tutti videro che si trattava di un grosso leone morto. Aveva la criniera nera.

- Un omaggio per te, Augusto. Con la sua pelle potrai rivestire il tuo scranno.

Quella sera Mastara, Prisco e Massimo discussero a lungo con Giuliano sul significato di quei presagi.

- In Persia sta per morire un re. Il leone... il folgorato con il nome del re degli Dei...

- Forse si tratta di Sapore, - azzardò Giuliano.

- Sapore non viene da ovest, - sentenziò solennemente Mastara.

- Neanch'io, se vogliamo proprio essere precisi. Io vengo dal nordovest. In questo campo gli unici che vengono da ovest sono i re saraceni. Secondo me sarà uno di loro a morire.

- Allora vuoi che continuiamo i nostri calcoli, Pontefice Massimo? - disse Mastara imperturbabile.

- No, non ce n'è bisogno. Andate pure. Inoltre...

Tutti si arrestarono sulla soglia della tenda.

- Come Pontefice Massimo vi invito, se per caso l'interpretazione di Mastara dovesse venire all'orecchio degli uomini, di diffondere la mia.

Prisco, che fu l'ultimo ad uscire, strizzò l'occhio a Giuliano:

- Adesso capisco perché fin da Giulio Cesare i principi romani hanno voluto a tutti i costi essere anche Pontefice Massimo!

Nei giorni seguenti proseguendo nella marcia verso sudest incontrarono tre isole fortificate sull'Eufrate e alcuni villaggi: tutti si arresero senza combattere, grazie alla promessa di Giuliano di risparmiare la vita delle guarnigioni e degli abitanti. La tattica di Giuliano verso tutte le roccaforti che avrebbe incontrato nelle trecento miglia che intercorrevano fra il confine e Ctesifonte era quella di isolarle, piuttosto che di assediarle: non voleva perdere tempo e sapeva che una volta caduto il Gran Re tutte le fortezze sarebbero state sue.

Il terreno presentava di continuo gli strani affioramenti nerastri e bituminosi già descritti da Senofonte. Giuliano era sempre più sicuro di essere sui passi di Alessandro: ordinò di dare fuoco a quel bitume ed altissime lingue di fuoco si innalzarono verso il cielo, continuando ad ardere per giorni e giorni e nelle notti seguenti i loro bagliori furono ancora distinguibili da molto lontano.

Il 23 Aprile, all'altezza di Pirisabora, finalmente l'esercito persiano si fece vedere: diecimila tra cavalieri ed arcieri oltre ad una grossa banda di saraceni, a meno di mezzo miglio dal campo romano. Giuliano tentò un attacco temerario: dopo una serie di evoluzioni portò la fanteria talmente vicino agli arcieri che questi non ebbero lo spazio per scoccare. Fu un massacro che risollevò il morale dei legionari di Roma.

Il giorno seguente Pirisabora fu assediata. Ormisda, sfolgorante come un vero Re, andò a parlamentare sotto le sue alte mura, ma venne investito da una cascata di insulti. Il comandante della piazzaforte, Mamerside, aveva intrattenuto con lui una corrispondenza segreta, ed egli era convinto che la guarnigione si sarebbe arresa. Purtroppo dopo mezz'ora di invettive Ormisda tornò indietro e l'attacco venne sferrato. Persa la città dopo aspri combattimenti, Mamerside ed i soldati si rifugiarono su una collinetta da cui continuarono ad opporre resistenza per altri due giorni. Alla fine Giuliano, fatta costruire un'elepoli, alta come la collina e coperta di pelli bagnate, diede l'ordine di spingerla verso i difensori. Alla sola sua vista Mamerside chiese tregua e si fece calare dall'alto con una corda che si ruppe a tre metri dal terra: nella caduta si fratturò entrambe le gambe. Giuliano garantì che se si fossero arresi sarebbero stati tutti risparmiati.

14.

Lucio Cornelio si stava dirigendo verso la tenda dell'Imperatore quando si imbatté in un capannello di soldati che pendevano dalle labbra di una gigantesca figura bionda e muscolosa, che li arringava da un masso, tenendo in mano qualcosa che sulle prime gli sembrò un fagotto.

- ... e voi avreste paura dei Persiani?! Credete che siano demoni, e non uomini come noi? Non negatelo! Vi ho sentito parlare come delle donnette davanti ai fuochi, di notte!

Gli occhi azzurri del tribuno fiammeggiavano. Scoprì un lembo della stoffa che nascondeva quello che stringeva: un cadavere completamente nudo ed insanguinato. Piccolo, magrissimo e scuro, aveva una barbetta a punta e gli occhi aperti in un'espressione stralunata su un ghigno ancora feroce. Lanciò il macabro fardello ad un altro ufficiale che lo prese al volo.

-... ecco il demone persiano che tanto vi fa paura! Non è che un uomo come voi... anzi inferiore a voi! Guardatelo: smilzo di torace, piccolo come un giullare. Avete paura di quello?

Lucio gli si avvicinò: si trattava di uno dei suoi comandanti, un cristiano di nome Valentiniano.

- Scusami, generale, ma questo era un discorso che andava fatto.

- Hai fatto bene, tribuno. Anzi fa in modo che lo stesso discorso venga fatto a tutti gli altri reparti.

- Lo farò. Gli uomini sono scontenti. Hanno paura e non capiscono il senso di questa campagna. Sento brutti discorsi salire dai loro fuochi, la sera.

- Lo so. Solo i Galli amano l'Augusto. Gli altri lo tollerano appena e vogliono solo tornarsene a casa.

- Non si tratta di vigliaccheria, generale, - era intervenuto l'altro ufficiale, un ducenario di nome Valente, fratello di Valentiniano, - il fatto è che tutti credono che l'Augusto sia un esaltato: con questa mania di conquista, con la sua voglia di vendetta... Come potremmo tenere tutta l'Asia, anche ammettendo che riusciremo a conquistarla?

Accomiatatosi dai due Lucio proseguì nel suo cammino, riflettendo. Giuliano non aveva alcuna possibilità: tutti erano contro di lui, la storia era contro di lui. Il fascino che la dottrina dei cristiani esercitava non solo sui poveri e sulle donnette, ma anche su soldati del calibro di quei due fratelli, derivava dalla sua semplicità ed immediatezza: le complicate elucubrazioni dialettiche alla base delle teorie di Giuliano potevano soddisfare poche menti colte e raffinate. Era la vittoria della quantità sulla qualità: una vittoria facile e scontata. Dal canto suo Lucio avrebbe combattuto la sua battaglia senza alcuna previsione di vittoria: voleva solo vendicare la distruzione di tutto ciò che aveva amato nel modo più sottile ed efficace possibile, e poi sarebbe morto. Tutto il resto non aveva importanza. Incontrò Ammiano Marcellino, entusiasta della prima vittoria.

- Ho iniziato a scrivere la cronaca di questa spedizione. E sto scrivendo in latino, perché ho intenzione di diffonderla anche fra i soldati: bisogna aiutare l'Augusto ad ottenere il consenso universale, perché il suo disegno è un sogno che deve poter essere realizzato.

- Caro Ammiano, vorrei poter avere la tua stessa fiducia, ma ormai non spero più. Il nostro mondo è finito e questa campagna ne decreterà la rovina definitiva.

In quel momento videro un drappello di catafratti di Ormisda portare in catene una decina di prigionieri, per la maggior parte donne e ragazzi, e in testa a questi il povero Mamerside che, avendo le gambe spezzate, veniva trascinato per le mani. Al rullo dei tamburi gli sventurati vennero legati a testa in giù a degli alti pali. Ormisda, come al solito sfarzosamente vestito, si avvicinò in sella ad un nervoso cavallino grigio.

- Mamerside, ti accuso di alto tradimento. Malgrado i nostri accordi tu hai opposto resistenza e ti sei rifiutato di riconoscermi come Gran Re. Sai qual'è la pena per te e per tutta la tua famiglia. Eseguite.

Si allontanò, mentre alcuni saraceni si avvicinavano ai pali sorreggendo delle lance acuminate. Lucio ed Ammiano non avevano mai visto un impalamento e non volevano certamente assistervi per la prima volta. Girarono la testa e proseguirono lungo il decumano, seguiti dalle grida disperate dei poveri suppliziati. Anatolio li attendeva di fronte alla tenda imperiale.

- L'Augusto è corso via gridando "all'armi!" e alla testa di tre coorti è andato a riprendere un nostro stendardo, perduto da due squadroni di cavalleria che rientravano al campo. Un reparto guidato dal Gran Visir in persona li ha attaccati, messi in fuga e si è impadronito delle insegne.

Tre ore dopo assistettero al ritorno dell'Imperatore, che aveva raggiunto il nemico, lo aveva attaccato ed aveva ripreso lo stendardo. Appena tornato aveva destituito due tribuni e dato l'ordine di decimazione nei confronti del reparto che era fuggito di fronte al nemico.

Volle che tutto l'esercito assistesse all'esecuzione, poi arringò le truppe e regalò a ciascun legionario cento monete d'argento: una somma così piccola che invece di guadagnare il favore degli uomini, ne aumentò il malumore.

15.

Meno di un mese dopo, trascorso in marce, scaramucce e qualche breve assedio, l'esercito di Giuliano arrivò nella pianura di Seleucia.

Per consentire alla flotta che aveva disceso l'Eufrate di raggiungere il Tigri, Giuliano ordinò a Decio Silano un'opera titanica: liberare un grande canale a nord di Babilonia che i persiani avevano intasato con una diga di pietra. Questa via d'acqua artificiale di tre miglia collegava l'Eufrate al Tigri ed era stata costruita da Seleuco Eupatore ed ampliata da Traiano. Il genio si mise al lavoro ed in due giorni riuscì a sgombrare il canale e riportare l'acqua a livello, permettendo così alla flotta di risalirlo e ricongiungersi il 24 maggio all'esercito di Giuliano nella stretta lingua di terra fra il Tigri e L'Eufrate.

Il campo venne posto sotto Ctesifonte, la capitale del Gran Re, dalla quale li separava solo il corso del Tigri. L'esercito di Procopio, purtroppo, mancava ancora all'appuntamento.

La guarnigione di Sapore era sul piede di guerra, con sessantamila uomini sugli spalti della città in assetto di combattimento.

Ammiano Marcellino entrò nella tenda di Lucio Cornelio senza farsi annunciare: era l'unico in tutto il corpo di spedizione con cui Lucio parlasse volentieri, dopo essersi ormai completamente ritratto in sé stesso e nello studio. Continuava ad analizzare ogni testo attinente ai vangeli che fosse riuscito a scovare e parlava volentieri delle sue scoperte con Ammiano, giacché aveva deciso di evitare di relazionare Giuliano con troppi particolari. L'Augusto infatti, ormai in piena esaltazione mistica, era troppo succube di personaggi come Massimo e Mastara e non era quello il momento per disquisizioni teologiche. Lucio inoltre non approvava le ultime misure repressive contro i vescovi cristiani di Antiochia e Cesarea: non certo persecuzioni, piuttosto ritorsioni, che però contraddicevano il suo atteggiamento fino a quel momento saggio ed equilibrato.

- Ormai è convinto di essere Alessandro Magno, - disse Lucio con aria sconfortata, - invece di continuare con la sua opera di riforme è divenuto succube di tutti quei ciarlatani: ieri ha affermato solennemente che non sarebbe tornato indietro che vincitore. Ha anche citato Giulio Cesare: "il dado è gettato", ha detto solennemente.

- Però poi arringando le truppe, non ha citato, come fa di solito, né Elio Re, né Alessandro, ma piuttosto la necessità di abbattere un vicino pericoloso e l'ineluttabilità della vendetta per Gordiano, per Valeriano, per Amida: evidentemente ha capito che i cristiani sono dappertutto, anche nel suo stato maggiore.

- Ho sentito di una congiura contro la sua vita. Me ne hanno parlato alcuni informatori. Sto indagando, ma credo ci siano più nemici nel nostro campo che dentro le mura di Ctesifonte. Molti soldati cantano una canzone piena di doppi sensi in cui si dice che per il mese prossimo loro saranno a casa e l'Augusto no. A proposito, sai che l'attacco è rimandato? Domani si terranno giochi e corse di cavalli.

- Ciò che temo di più non è lo scontro, ma la mancanza di lucidità e di intuizione del nostro Augusto. Non è più il comandante che abbiamo visto in azione in Gallia e sul Reno. Ricordi quando ha visto i nostri arcieri trafiggere un leone si è immobilizzato, poi ha avuto un sussulto. Ha detto: "È un buon auspicio: sta per morire un Re! Guai a Sapore." Ma in cuor suo pensava che quel re avrebbe potuto essere lui. È nata una disputa fra aruspici e filosofi, poi Massimo ha dichiarato con voce falsata: "Non temere Augusto, non è Massimo, ma Elio che ti parla. La tua vita non sarà in pericolo finche eviterai di entrare nei campi Frigi..."

- La Frigia è lontana, ma Massimo è molto pericoloso... Tra i generali, poi serpeggia la discordia. Oggi quando l'Augusto ha chiesto allo stato maggiore il parere sull'attacco i generali cristiani, guidati da Vittore, hanno insistito per tornare ad Antiochia: sono disfattisti, convinti che il nemico sia superiore in uomini ed armi. Allora Giuliano ha avuto uno dei suoi colpi di genio ed ha ordinato una grande festa.

- E se i Parti ci attaccassero durante i giochi?

- Ci ha detto che Elio gli ha assicurato che ciò non avverrà.

Lucio alzò gli occhi al cielo e Ammiano allargò le braccia, rassegnato.

- Comunque domani non potremo perdere.

- Come fai a dirlo.

- Ho appena lasciato la tenda di Anatolio: sta lucidando la sua armatura perché domani ha deciso di combattere a fianco dell'Augusto!

Lucio scoppiò a ridere:

- Ma se a malapena si regge in sella!

16.

L'idea di Giuliano funzionò. Il morale delle truppe si rialzò e i Parti, guardando quei pazzi di romani divertirsi prima dell'attacco, dapprima cominciarono a preoccuparsi seriamente, poi iniziarono a seguire le gare, facendo il tifo dagli spalti. Perfino Sapore, riconoscibile dal sontuoso abbigliamento, si affacciò alle mura. I giochi durarono fino a notte fonda, illuminati dalle fiaccole.

Nello stesso momento tutte le legioni salirono sulle chiatte e traghettarono al di là del fiume, dove all'alba iniziarono l'attacco, con Giuliano che caracollava in testa, ricoperto dalla porpora.

Dalle porte della città vennero eruttati migliaia di armati: cavalieri catafratti dalle pesanti armature squamate ed elmi a cono, fanti dai lunghi scudi di vimini e cuoio, elefanti con torri ripiene di arcieri. Lo scontro fu tremendo e durò dall'alba al tramonto, sempre avvolto da un denso polverone. Giuliano era ovunque e ovunque arrivasse i reparti prendevano nuovo slancio e sbaragliavano gli avversari. Il piccolo Anatolio fu sempre al suo fianco e si batté valorosamente.

Quando la brezza della sera dissipò la nube di polvere Sapore si accorse dalle mura del disastro incombente. Le posizioni della fanteria erano state sfondate, molte unità erano ormai distrutte, la cavalleria nel tentativo di sganciarsi stava travolgendo gli altri fanti che erano alle loro spalle, mentre gli elefanti, impazziti, travolgevano i difensori. Quando l'esercito persiano, in rotta tentò di riguadagnare le porte della città Vittore, timoroso di un'imboscata, proibì di inseguirlo all'interno, trasformando una facile occasione di vittoria in una situazione di stallo.

La mattina dopo Giuliano, preoccupato per la defezione di Procopio, risalì il Tigri con due coorti alla ricerca del secondo corpo di spedizione. Galopparono per quattro ore, chiedendo notizie su di esso ad ogni villaggio. A pomeriggio inoltrato gli esploratori rinvennero il corpo svenuto di un soldato romano con i distintivi di una delle legioni di Procopio.

La notizia che questi gli recava lo annientò.

Procopio, altri non era che un ambizioso che mirava alla porpora imperiale: aveva ritenuto di non muoversi dall'Armenia, sperando in una disfatta di Giuliano e nella sua morte. In tal caso sarebbe stato acclamato Imperatore dall'esercito e sarebbe poi tornato immediatamente a Costantinopoli. Il soldato era venuto dall'Armenia fin quasi a Ctesifonte per avvertire Giuliano del tradimento.

Giuliano, con soli quarantamila uomini, vedeva sfumare i suoi piani di conquista. Rientrò a tarda sera al suo campo, dove lo attendeva una ambasceria del Gran Re, che fece ricevere da Ormisda.

Era angosciato, si sentiva solo, sapeva di non poter più prendere prima Ctesifonte e poi l'Asia, ma quando Ormisda gli comunicò le proposte di Sapore gli ritornò l'ottimismo.

Sapore aveva saggiato l'avversario e si era preoccupato: proponeva la pace a condizione che Giuliano si fosse immediatamente ritirato dalla Persia. In cambio offriva metà della Mesopotamia, la ricostruzione di Amida ed il pagamento dei danni di guerra.

- Cosa pensi delle proposte di tuo fratello? - gli chiese Giuliano.

- Penso che se Sapore fosse sicuro della vittoria non ti avrebbe offerto la metà del suo regno.

Meditando sul da farsi Giuliano convocò per la mattina seguente il Consiglio di Guerra.

17.

Nella grande tenda sotto le mura di Ctesifonte le due opposte fazioni stavano polemizzando con veemenza, dopo la relazione iniziale di Giuliano sulla defezione di Procopio e sulle proposte di Sapore. Da una parte i cristiani, capitanati da Vittore, dall'altra i fedelissimi di Giuliano che seguivano la calorosa perorazione di Massimo d'Efeso, ma che erano comunque perplessi.

- Da parte mia, - aveva interrotto Giuliano, - io sono per respingere le proposte di Sapore. Sono convinto che ci tema e cerchi di blandirci perché si sente spacciato. La nostra missione non è quella di guadagnare un piccolo territorio, ma di mettere in ginocchio per sempre un grande nemico. Accettare le sue condizioni significa restituirgli un trono ed una capitale che virtualmente non ha più. Io sono per proseguire la marcia verso l'Asia.

Vittore lo interruppe:

- Non puoi lasciarti alle spalle Ctesifonte, è una pazzia con quarantamila uomini contro oltre centomila! Non puoi respingere delle proposte così vantaggiose, l'Impero non ha mai esteso così tanto i suoi confini. Fino ad ora l'unica salvezza era nel ritorno ad Antiochia: ora che ci viene offerta l'opportunità di trasformare in successo l'insuccesso tu vorresti rifiutare? Non hai il senso dello Stato!

Gioviano incalzò

- Nessun Imperatore ha mai ottenuto così tanto. Afferra al volo queste proposte vantaggiose, perché un'occasione così non si presenterà mai più.

Massimo riprese, invaso di sacro furore:

- Siete dei codardi che non comprendono la gravità della posta in gioco! Siamo venuti qui per annettere una piccola provincia o per conquistare il mondo? Per dare all'Impero confini sicuri o per estenderli a tutta la terra? Per ottenere l'indennizzo di danni di guerra o per portare a tutti gli uomini la rivelazione del Dio Sole? Se non lo facciamo ora l'Impero sarà sommerso dai barbari e forse trascorreranno mille anni prima che il genere umano possa ottenere la pace romana e l'unità. Sono in gioco i destini del mondo, e voi vorreste rinunciare all'impresa?

Un ufficiale cristiano si avvicinò all'orecchio di Gioviano:

- Hai sentito la battuta che circola in questi giorni ad Antiochia: dicono che il Figlio del Falegname stia preparando una bara...!

Massimo continuò tra il furore e le proteste dei generali:

- A chi devi la tua ascesa al trono? A questi vigliacchi? No di certo: tu sei il figlio del Sole e non puoi rinunciare alla missione che ti è stata affidata! Non dimenticare la profezia: vincerai sempre finché camminerai verso le sorgenti del Sole. Non tornare sui tuoi passi.

Anatolio intervenne:

- Senza contare che potrebbe accadere un altro colpo di scena: magari Sapore morrà come Costanzo e noi entreremo in Asia senza neppure sguainare le spade!

Giuliano alzò la destra e disse concisamente:

- La discussione è chiusa. Marceremo sull'Asia.

Il silenzio calò nella tenda. Poi Vittore chiese, con voce strozzata.

- E le navi? Se l'esercito si allontana dai fiumi non serviranno più. E se le lasciamo qui dovremo rinunciare ad una guarnigione che le difenda.

Lucilliano intervenne.

- Farle tornare è impensabile. Non possono risalire la corrente. Potrebbero solo se le trainassimo dalla riva, ma in quel caso mi occorrerebbero almeno ventimila uomini.

Giuliano era pensieroso. Poi, come illuminato, scosse la testa ed alzò una mano.

- Signori. Vi ringrazio per le vostre opinioni. Andate, vi farò conoscere al più presto le mie decisioni.

Quella stessa sera Giuliano fece quello che prima di lui aveva già fatto Alessandro: comandò che la flotta intera venisse incendiata. Fu lui ad appiccare il fuoco alla prima nave: nessuno voleva farlo.

Ammassati sulle rive i soldati piangevano ed urlavano, vedendo andare in fumo, con le navi, tutte le loro speranze di tornare a casa.

18.

Il 4 giugno l'esercito, dopo aver bruciato tutti i campi ed ammazzato ogni capo di bestiame attorno a Ctesifonte, iniziò la lunga marcia verso est. Dopo quattro giorni il caldo divenne soffocante ed il paesaggio iniziò rapidamente a cambiare: dal paradiso terrestre si passò progressivamente ad un deserto di ciottoli e argilla da cui presto scomparve ogni traccia di vegetazione. I piedi dei legionari bruciavano attraverso le suole e la temperatura continuava a salire.

Quella terribile macchina da guerra che era il soldato di fanteria romano, addestrato a sopportare ogni privazione, a marciare in qualsiasi clima con il terribile tipico passo cadenzato, a costruire ogni notte complessi accampamenti, a scavare fossati e costruire ponti, a subire ogni vessazione da istruttori implacabili, ad attaccare con entusiasmo e crudeltà qualsiasi nemico, ad urlare con gli occhi fissi nel vuoto ogni risposta ai superiori, ad obbedire ciecamente a qualsiasi ordine, a cantare durante le decimazioni dei loro compagni colpevoli di disobbedienza o vigliaccheria, quella terribile macchina si stava inceppando. Tutti i comandanti, cristiani, pagani o asiatici che fossero se ne stavano accorgendo e temevano il diffondersi della più terribile epidemia che possa cogliere un esercito: il calo del morale e della disciplina.

Il primo giorno, appena percorse poche miglia, un messaggero del cursus publicus era arrivato al galoppo con il cavallo schiumante ed aveva guadagnato la testa della colonna in cerca di Lucio Cornelio ed Anatolio, che avevano fra i propri compiti rispettivamente quello di controllare ed inoltrare la posta imperiale. Dopo aver consegnato un plico da parte del Senato di Costantinopoli, l'uomo aveva preso da parte Lucio, che come comandante della guardia scolare era il più alto ufficiale di polizia del corpo di spedizione.

- Generale, c'é un altro plico... ma non è ufficiale.

- Spiegati meglio.

- Abbiamo galoppato per duecento miglia, portandoci dietro dei cavalli di ricambio per evitare di fermarci. Sembra impossibile, ma dal confine a qui abbiamo impiegato meno di quattro giorni, stando sempre attenti ad evitare le pattuglie persiane. Poi all'alba di ieri abbiamo visto un polverone: quattro saraceni stavano aggredendo un viandante, abbigliato come un ricco siriano. Li abbiamo attaccati e messi in fuga, ma per il poveraccio era ormai troppo tardi. Prima di morire ci ha detto di essere un cittadino romano e ci ha chiesto se eravamo cristiani, sperando che potessimo impartirgli non so quale dei loro sacramenti. Per conoscere la sua meta e chi fosse lo abbiamo perquisito: cucita all'interno della sua tunica c'era questa lettera, il cui contenuto mi sembra piuttosto oscuro, ma anche molto sospetto.

Lucio aveva ringraziato l'uomo che si era congedato. Poi, senza scendere di sella, aveva cominciato a leggere.

Quella sera Lucio oltre al contenuto della lettera, che lo aveva sconvolto, ebbe un altro buon motivo per non dormire: i persiani bruciarono tutti i campi davanti e dietro a loro, per centinaia di miglia. Solo il vallo scavato intorno all'accampamento salvò i romani da una orribile morte, ma il caldo ed il fumo erano soffocanti e tutto era nero di fuliggine.

Ora tutta la campagna era un deserto bruciato: l'esercito aveva viveri e acqua solo per una settimana e senza flotta non poteva ripassare il Tigri per tornare indietro lungo l'Eufrate.

Lucio sapeva che quella era la mossa che avrebbe decretato la loro rovina, ma non si preoccupava più di tanto. Girava e rigirava la lettera fra le sue mani, continuava a riflettere e ogni tanto qualche pezzetto del mosaico andava a posto. Ora tutto era più chiaro: c'era sempre stata una congiura contro Giuliano e se finora non era stato ucciso ciò era dovuto solo al fatto che tutti attendevano che si rovinasse da solo, e che con la sua rovina crollasse ignominiosamente anche il sistema di riforme che aveva iniziato. La lettera era siglata dal vescovo di Costantinopoli, ma a chi era diretta?

C'era un passo che continuava a leggere e rileggere all'interno del quale doveva esserci la risposta che non trovava. Diceva:

"... quindi, figlio diletto, giacché ci risulta che le tue responsabilità si sono accresciute, così come la stima verso di te di colui che sai, ti ordiniamo di procedere come concordato non appena si presenterà un'occasione favorevole. F, che è nascosto non lontano da qui, ti raccomanda di non commettere altre avventatezze "galliche". Il C è al corrente dei nostri piani, ma non dovrà essere direttamente coinvolto, anche perché le vittorie finora conseguite dall'esercito imperiale e l'immagine che ne deriverà dovranno essere comunque sfruttate a nostro vantaggio. In ogni caso egli ti assicurerà ogni protezione e copertura...".

Poi, più avanti la frase che lo aveva colpito come un pugno, quasi facendolo cadere da cavallo:

"... ci hai scritto che ciò che abbiamo lungamente cercato è finalmente nelle tue mani, ma che i tuoi incarichi ti hanno impedito di tornare per consegnarcelo. Abbiamo compreso perché non hai ritenuto di poterlo affidare nelle mani di terzi, ma è necessario, dato il momento politico, che pervenga qui urgentemente. Il latore della presente è il nostro più fidato fratello: gli affiderai ciò che sai e lui lo consegnerà personalmente a noi..."

Era certo si trattasse del manoscritto di Tommaso: era sempre stato lì, vicino a lui, prima ad Antiochia, poi nella lunga marcia verso oriente. Ma chi era ad averlo?

I punti oscuri abbondavano: "avventatezze galliche"... "C"... "F" ?! I nemici erano ovunque, la congiura estesa e organizzata da tempo. Il destinatario della lettera doveva essere con Giuliano fin dai tempi di Lutetia. Certo! Lutetia... Chi se non Flavio Fiorenzo aveva mosso i fili di tutte le azioni di disturbo e di spionaggio fin dai tempi della Gallia? E non poteva che essere lui l'"F", nascosto vicino a Costantinopoli. Non era forse andato a rifugiarsi presso Costanzo dopo la ribellione di Giuliano? Era plausibile e logico che ora fosse sotto la protezione della Curia di Costantinopoli, ben nascosto dagli agenti dell'Augusto: si trattava di un ricercato, condannato a morte in contumacia per alto tradimento! Purtroppo nel corpo di spedizione c'erano migliaia di uomini e centinaia di ufficiali che erano stati con Giuliano in Gallia: praticamente tutte le truppe di Nevitta e di Dagalaif.

Non aveva nessun indizio, tranne quella frase "avventatezze galliche". Che mai voleva dire?

Al quinto giorno si fermarono e per dieci giorni il campo non venne mosso. I viveri cominciavano a scemare, il caldo era insopportabile, gli uomini dovevano togliersi le armature che si arroventavano ustionando la pelle.

Mentre Lucio rifletteva ed indagava, tra i generali e Giuliano nacquero numerose dispute sul da farsi. Ormai era chiaro che la strada dell'est, verso le sorgenti del sole, era sbarrata dal sole stesso: senza provviste non ci si poteva inoltrare in quel territorio desertico e riarso. Giuliano aveva proposto di puntare a sud, verso il Golfo Persico, dove forse avrebbero potuto trovare acqua e grano: ma marciare per altre mille miglia in un territorio di cui non avevano mappe era una pazzia che avrebbe provocato l'immediato ammutinamento dell'esercito.

Prima di fermarsi avevano cominciato a razionare l'acqua, poi ad uccidere i cavalli per berne il sangue dalla giugulare. Molti si erano tolti le armature e le avevano lasciate nel deserto.

Giuliano, pur conscio di aver battuto l'esercito persiano, si sentiva vinto da Elio e cominciò a perdere le sue certezze. Andare ad est o a sud era impossibile. Dopo lunghe e contrastate discussioni, il 15 Giugno diede l'ordine di invertire la marcia: avrebbero risalito il Tigri verso nord, attraversando una terra sconosciuta di cui non avevano nessuna mappa.

Anche Oribasio e Massimo erano ormai sfiduciati e gli avevano consigliato la via del ritorno: Ormisda poi aveva perso ogni velleità di atteggiarsi a Gran Re ed era tornato al comportamento mellifluo del cortigiano greco.

Marciarono per i successivi cinque giorni in direzione del confine armeno, verso nord ovest, con il morale leggermente rialzato, ma trascinandosi affaticati, con l'Augusto che precedeva a piedi le legioni: poi si fermarono ad Ucumbra, un oasi dove trovarono sorgenti fresche, cibo e cavalli: vi si accamparono per rifornirsi, riposarsi e ritemprare il morale. Una guida armena si offrì di guidare l'esercito attraverso una scorciatoia fra le montagne. Vennero riarmate alcune formazioni scelte, riecheggiarono le urla dei decurioni, ricominciarono le esercitazioni. Una settimana dopo un esercito rinnovato riprendeva il cammino verso casa.

19.

Le urla ed i clamori della battaglia rimbalzavano violentemente fra le due alte pareti montuose e sembravano essere scandite dai colpi di maglio con cui due guardie scolari battevano i chiodi che trafiggevano le mani ed i piedi della falsa guida armena, fissandoli ad una croce rudimentale. Lucio Cornelio ed Anatolio appena videro il palo correttamente issato abbandonarono di corsa il suppliziato e le sua urla, per lanciarsi verso le prime linee che stavano furiosamente tentando di aprirsi un varco verso la pianura. L'armeno li aveva condotti dritti in una imboscata: all'uscita di una stretta forra ad imbuto si erano trovati di fronte all'esercito persiano mentre dalle alture cominciavano a piovere nugoli di frecce, cosicché Giuliano non aveva avuto alcuna possibilità di dispiegare le truppe ed adottare una qualsiasi strategia. Lucio si diresse verso l'imboccatura della gola ed Anatolio, che si teneva a cavallo solo grazie al peso dell'armatura, si lanciò al galoppo verso un reparto di cavalleria impegnato in una mischia, urlando a Lucio:

- Ci vediamo poi: i Terziaci contano su di me!

Il coraggio di Giuliano ancora una volta catalizzò gli uomini, che riuscirono ad uscire disciplinatamente dalla gola in una lunga colonna che con una manovra a cuneo riuscì a sfondare l'esercito persiano schierato su un ampio fronte. Iniziò quindi una furiosa battaglia che si protrasse per molte ore.

Poi all'improvviso si videro dei barellieri venire di corsa dal fronte in direzione del campo: intorno a loro c'erano guardie scolari, ufficiali, dignitari e tutti si agitavano disperati. Lucio Cornelio li vide ed all'improvviso seppe che era Giuliano Augusto a giacere, coperto da un mantello, sulla barella che tornava. Abbandonò la battaglia e galoppò disperatamente verso la tenda dell'Imperatore. Trovò Massimo e Prisco in lacrime fuori di essa.

- L'Augusto è stato colpito da un giavellotto. Oribasio è dentro che lo assiste.

- È grave?

- È gravissimo. Oribasio dice che ne ha per poche ore.

Man mano che i reparti rientravano una folla sempre più numerosa si addensava fuori della tenda. Molti giganti galli e germani piangevano chi sommessamente, chi singhiozzando forte. Arrivò Nevitta di corsa ed entrò nella tenda urlando:

- Vittoria, vittoria mio Imperatore, Sapore è in fuga, il campo è nostro: abbiamo fatto una strage di uomini, cavalli, elefanti! Hai avuto ragione ad insistere, ora l'Asia è nostra e nessuno ci fermerà più!

Ma la voce gli si strozzò in gola e da fuori nessuno lo udì più parlare.

Dopo mezz'ora Prisco uscì e quando vide Lucio Cornelio gli si avvicinò.

- L'Augusto ha chiesto di te.

- Come sta.

Prisco abbassò gli occhi.

- È la fine. Ha un giavellotto nel fianco ed il fegato è spappolato. Prima ha perso conoscenza, poi quando si è risvegliato ha guardato a lungo l'asta che sporgeva e l'ha spezzata con le sue mani. Ha chiesto ad Oribasio se per lui ci fosse qualche speranza, poi quando ha visto le lacrime negli occhi del suo amico, ha alzato gli occhi al cielo e si è rassegnato.

- Cosa ha detto?

- Ha chiesto "Come si chiama questo luogo?" e quando Massimo gli ha risposto "le Gole Frigie" le sue pupille si sono dilatate ed è rimasto a lungo a fissare il vuoto. Poi ha detto: "Elio non mi ha abbandonato: le sorgenti del sole non sono ad est, nell'India, ma nel cuore dell'uomo. Io le vedrò quando oggi salirò a lui." Poi guardando tutti i presenti che erano in lacrime ha detto, con tenerezza: "Non dovete rattristarvi: non è degno di voi piangere la morte di un sovrano la cui anima tra poco salirà al cielo ed andrà a confondersi con gli splendori del firmamento". Poi, guardandosi intorno ha chiesto: "E Anatolio dov'è?" Quando Nevitta, con una dolcezza che non avevo mai sentito in quel suo vocione, gli ha risposto " È fra i beati" Giuliano ha iniziato a piangere: lui che moriva si disperava per l'amico appena morto. È stato straziante: Nevitta gli ha raccontato di come Anatolio sia morto da eroe, battendosi da leone contro una dozzina di nemici che lo avevano accerchiato, e Giuliano sorrideva felice del valore del suo amico. In realtà sembra che il povero Anatolio si sia rotto il collo cadendo da cavallo.

- Sono senza parole. Mi sembra che tutto il cielo ci stia cadendo in testa. Mi domando cosa sarà di noi.

- Sarà dura, amico. Già i cristiani si stanno organizzando. Nella tenda di Vittore c'é stato un andirivieni continuo. E poi... c'é dell'altro. Il giavellotto conficcato nel fianco di Giuliano... è romano.

In quel momento Vittore, Sebastiano, Dagalaif e gli altri generali irruppero nella tenda. Lucio Cornelio li seguì.

Giuliano giaceva sulla sua branda, ricoperto da una grande pelle di leone, la testa rialzata da numerosi cuscini, l'espressione serena e gli occhi semispenti. Intorno a lui i filosofi ed i sacerdoti avevano indossato le toghe candide che spiccavano contro il grigiore del nudo ambiente e contrastavano violentemente con le armature dei militari, sporche di sangue e di fango.

- Miei generali, vi ho fatto chiamare, perché non volevo lasciarvi senza rivolgervi qualche parola. Vi debbo chiedere scusa se talvolta sono stato con voi rigido ed esigente. Non era per malanimo, ma per amore del bene comune. Non sempre sono riuscito a persuadervi, ma vi ho sempre portato alla vittoria. Purtroppo non ho predisposto con la dovuta diligenza la mia successione. Non me l'aspettavo così presto e non ne ho avuto il tempo, preso com'ero dalla mia sete di verità e conoscenza. Me ne scuso e vi invito a trovare un accordo fra di voi: nelle mie condizioni non posso prendere una decisione così grave. Scegliete voi il più degno.

Li congedò con un gesto della mano, e pregò gli amici di rimanere.

- Adesso chiacchieriamo.

Era la frase con cui tutte le sere iniziavano a dibattere di problemi esistenziali, della natura delle cose, dell'essenza di Dio. Impegnò Prisco in una lunga discussione sul Fedone: qual'era la vera natura dell'anima? Prisco rispondeva con argomentazioni filosofiche e Massimo parlava di misteri. Alla fine, a tarda notte grossi grumi di sangue nerastro sgorgarono dal fianco e Giuliano chiese da bere.

- Mi fa male solo la mano, - disse. Poi fece segno a Lucio Cornelio di avvicinarsi. Ormai rantolava ed il respiro si era fatto irregolare.

- Figlio mio prediletto, tutto è perduto... tutto è stato inutile. Il mondo romano finisce con me: i galilei hanno vinto. Hanno avuto la mia vita: salva la tua e quella dei miei amici...

Il respiro si spense e la testa si reclinò. La Luce si era spenta. Era la mezzanotte. Massimo chiuse gli occhi all'Imperatore di Roma e tutti restarono a piangere un grande uomo.

20.

Lucio Cornelio era rimasto chiuso nella sua tenda per tutta la notte. Pensava, ma non riusciva a prendere una decisione. Fuggire era impensabile: era un generale romano e non avrebbe disertato. Sarebbe stato certamente messo sotto accusa e processato per alto tradimento, come tutti gli altri intimi di Giuliano. Nella tenda di Vittore ci sarebbe stato consiglio all'alba e da quel consiglio sarebbe uscito il nome del nuovo Imperatore: certamente un cristiano assetato di vendetta e di reazione. Sapeva di essere stato spiato fin dai tempi di Lutetia ed era certo che l'assassino di Galla, Menandro e Teofisio era in quel campo: sia costui che i suoi mandanti conoscevano benissimo tutti i particolari della sua missione. Era quindi certo di essere ormai un uomo morto: malgrado ciò indossò la sua migliore uniforme e si recò all'appuntamento con gli altri generali.

Il dibattito fu lungo ed aspro. Il Conte Vittore prese in mano immediatamente le redini della riunione e fu subito chiaro che sarebbe stata la sua fazione a prevalere. I capi galli iniziarono ad insultarlo, minacciando una guerra civile, e la discussione si fece violenta.

Tutti si rivolgevano a Vittore chiamandolo "il Conte" e ad un tratto Lucio Cornelio pensò che probabilmente era lui il "C" del messaggio: se fosse stato così la sua posizione era ancor più disperata. Evidentemente anche la morte di Giuliano era stata decisa fin dai tempi di Costantinopoli, ma data la grande popolarità dell'Imperatore fra le truppe doveva apparire come provocata dal nemico o da cause naturali: c'era semmai da chiedersi come mai il delitto fosse stato rinviato fino ad allora.

All'improvviso fuori della tenda si udì un fragore di grida e spade battute sugli scudi. I generali uscirono: di fronte si trovarono due o trecento ufficiali delle legioni dell'Asia Minore che con le spade sguainate scandivano urlando il nome di Gioviano. Era certamente una manovra di Vittore ed ebbe successo: Gioviano fu acclamato Imperatore il giorno stesso e sfilò davanti alle truppe[52].

Quando Lucio lo vide avvolto nella porpora, grosso, rozzo, avvinazzato capì che il suo mondo era finito per sempre.

La sera stessa Lucio fu destituito e posto agli arresti. Venne sostituito da quel Valentiniano che così veementemente aveva arringato le truppe. Anche Massimo, Prisco e Mastara vennero imprigionati.

21.

Gioviano concluse con Sapore un pessimo trattato: una tregua di trent'anni ed una tranquilla ritirata contro la cessione di quanto conquistato e di cinque province di confine incluse le due città di Singara e di Nisibi. Una catastrofe rispetto alle condizioni ottenute venti giorni prima e con una grande vittoria in meno! Ma il morale era basso ed i cristiani ardevano dalla voglia di tornare alle pompe ed ai ricevimenti di Costantinopoli. Sotto gli occhi attoniti delle guarnigioni persiane l'ordinato esercito romano, pur vittorioso, riattraversò il Tigri su un ponte di barche persiane e a piccole tappe si avviò a nord est, verso la Cilicia.

Lungo la via l'esercito in ritirata fu raggiunto da quello di Procopio. Verso quest'ultimo non venne preso alcun provvedimento: segno lampante che tutto faceva parte di un piano preordinato.

Lucio Cornelio nelle marce di trasferimento era guardato a vista da due suoi ex-subalterni cristiani i quali, benché lo avessero sempre stimato, erano stati ben indottrinati e lo consideravano come un demonio che aveva combattuto contro Cristo. Chi lo avvicinava guardava in basso e si segnava la fronte ed il petto con la croce. Era un uomo depresso, sconfitto, senza più nulla in cui credere, che subiva passivamente ogni umiliazione e che aveva un unico desiderio: farla finita al più presto. Non sopportava l'idea di un processo-farsa e di una condanna per alto tradimento, non perché il taglio della testa lo preoccupasse, ma perché avrebbe comportato un'ingiusta ritualità e cento umiliazioni.

Pensava spesso a suo padre ed alla delusione ed al dolore che avrebbe provato alla notizia della sua condanna e della sua morte. Gli aveva scritto una lunga lettera e qualche giorno prima di arivare all'Abora la affidò ad Ammiano Marcellino, che lo aveva visitato nella tenda in cui giaceva in catene.

- Tu sai che io sono del tutto innocente: l'unica mia colpa è stata la fedeltà a Giuliano Augusto. Tu aspiri a stabilirti a Roma: quando l'esercito sarà smobilitato recati da mio padre e raccontagli la verità sulla mia morte. È un uomo ricco e potente: ti aiuterà e ti tratterà come un figlio. Digli che sono stato un leale soldato romano e che sono morto per gli ideali di Giuliano, che erano gli stessi dei nostri Padri. Soprattutto digli che sono morto incolpevole.

- Non parlare così. La situazione è fluida, non è detto che verrai condannato a morte. E poi chissà che Gioviano non faccia la stessa fine del nostro Giuliano...

- No, Ammiano. Ormai è finita. Io sono morto già da Costantinopoli ed il mio cuore è sepolto da mesi accanto a Galla Saluzia. Nessun Augusto giusto, sapiente e rispettoso delle antiche tradizioni come Giuliano sarà più l'Imperatore di Roma. Un'epoca d'oro si è compiuta. Tu hai il dono della scrittura: la tua missione, è di raccontarne la storia, testimoniandola ai posteri, altrimenti verrà ascoltata solo la falsa versione dei preti cristiani.

Ammiano piangeva in silenzio. Lucio lo congedò abbracciandolo:

- Giovane amico, non piangere. Io presto riposerò con la mia sposa ed il mio Imperatore: in questa vita non ho più nulla da fare, mentre tu hai una missione da compiere. Ti prego infine, quando vedrai il mio amico e suocero Secondo Saluzio, di dirgli che l'ho amato come un padre e che sono morto da romano. Va e chiamami Decio Silano: gli affiderò le mie cose e gli chiederò un favore che non potrà rifiutarmi.

Decio Silano lo venne a trovare la sera dopo. Si giustificò adducendo come pretesto le grandi responsabilità inerenti alla carica di prefetto del pretorio che avrebbe assunto una volta tornati ad Antiochia. Era freddo e questo Lucio non se l'aspettava.

- Se mi hai chiamato perché io tenti di intercedere per te, ti prego di astenerti e di comportarti da romano. Non c'é niente che qualcuno in questo campo possa fare per aiutarti.

Lucio lo guardò come se lo vedesse per la prima volta.

- Decio, come puoi pensare di me ciò che hai affermato? Ci conosciamo da sempre e mi consideri così?!

- Allora parla. Perché mi hai fatto chiamare?

- Per chiedere ad un vecchio amico ciò che un cittadino romano può e deve chiedere nel momento supremo: un gladio su cui gettarmi sopra. Desidero che mi sia risparmiata l'umiliazione del processo.

- Sei pazzo! Come puoi chiedermi questo? Ne va della mia carica, della mia fede...

- Il fatto che tu sia un cristiano non significa che non puoi fare questo per un vecchio amico. E nessuno se ne meraviglierà: il suicidio stoico ha sempre fatto parte delle virtù romane.

- Ma non di quelle cristiane! E poi il tuo processo sarà un evento politico di grande importanza. Vittore dice che verrà celebrato ad Antiochia immediatamente dopo il nostro arrivo, contemporaneamente alla sepoltura di Giuliano. Come vedi non posso accontentarti, neppure in nome della vecchia amicizia. Vale.

Se ne era andato senza una parola di conforto. "Proprio un buon cristiano", fu il primo pensiero di Lucio, che poi aveva cominciato a riflettere: non si sarebbe mai aspettato un voltafaccia così velenoso da parte di quello che da sempre aveva considerato come un caro compagno ed amico. Probabilmente Decio era sempre stato geloso di lui, che aveva sempre avuto le donne più belle, i cavalli più costosi, gli incarichi più prestigiosi. Ed ora che vinceva si prendeva tutte le soddisfazioni! Doveva essere così, ma non riusciva a convincersene. Possibile che Decio lo avesse sempre odiato? Che fosse stato capace di fingere una sincera amicizia per tutto quel tempo? Ricordava le lunghe ore passate in maneggio, le nottate trascorse in interminabili discussioni invariabilmente aventi come oggetto sederi di donne e di cavalli... Dapprima sorrise, poi si rabbuiò rammentando qualcosa che Decio Silano aveva detto quando lo aveva incontrato ad Antiochia poco prima che Giuliano arrivasse da Costantinopoli e la guerra cominciasse. Gli aveva fatto un sorrisetto ed ammiccando gli aveva confidato che tra poco avrebbe avuto una importante promozione: anche lui aveva finalmente "dei santi in paradiso". C'era astio nella sua voce.

Decio Silano! Era stato presente sia a Lutetia che a Costantinopoli. Aveva custodito le botti, e forse ascoltato i suoi discorsi carpendone il segreto. Infine era stato ad Antiochia prima di Lucio, molto prima che arrivasse il grosso dell'esercito e la corte. Lo aveva considerato un grande amico, ma in cambio aveva ricevuto solo odio: al punto da essere non solo abbandonato, ma disprezzato nel momento della disgrazia suprema. Più rifletteva, più si convinceva che non poteva che essere lui il destinatario della lettera, l'assassino di Teofisio e... l'assassino di Galla.

Gli si gelò il sangue nelle vene a questo pensiero orribile e contemporaneamente una scarica di eccitazione partì dal suo cervello e lo pervase. Ora sapeva cosa doveva fare.

22.

L'esercito marciava lungo l'Eufrate, in formazione di trasferimento e si snodava nella pianura per oltre cinque miglia. La disciplina era tornata ad essere quella prevista dal regolamento ed i legionari cantavano fra le urla dei decurioni ed il rumore di zoccoli e metalli.

A metà della colonna Lucio Cornelio montava una pesante giumenta, con i polsi incatenati sul davanti per dargli modo di tenere le redini. Per maggior sicurezza la cavalla era tenuta sottomano da una coppia di cavalieri della guardia che cavalcavano ai suoi fianchi.

Guardava continuamente l'orizzonte e quindi fu il primo a scorgere il polverone che si levava da nord, di fronte a loro e sorrise: si trattava di un drappello di cavalieri galli di Dagalaif che tornava da una ricognizione. Passando vicino a lui lo guardarono ammiccando poi si fermarono di fronte al loro comandante. Dopo qualche minuto risalirono la colonna fino al punto in cui arrancavano i carriaggi ed il materiale da ponte del genio. Decio Silano spronò il suo stallone e si fermò davanti a loro. Il capo del drappello lo salutò e gli disse:

- Sei miglia più avanti c'é un crepaccio che interrompe la pianura e quasi arriva agli argini del fiume. Potrebbe essere il letto di un affluente prosciugato e separato dall'Eufrate da una diga naturale. Il passaggio tra la fenditura e l'argine è strettissimo, non più di trenta passi. Faresti meglio a venire a dare un'occhiata: dovrai decidere se il passaggio è possibile o se conviene aggirare l'ostacolo facendo almeno venti miglia in più.

- Accidenti! Proprio adesso che tutto era tranquillo. Bene, porterò con me una squadra di guastatori.

- Non occorre, Decio. I miei uomini ti guideranno sul posto e ti forniranno tutta l'assistenza necessaria. È importante che tu faccia presto: la colonna arriverà sul posto in meno di due ore.

Decio annuì e dopo aver fatto segno al suo aiutante di campo di seguirlo partì al galoppo dietro a quattro cavalieri galli.

Quando passarono vicino a Lucio Cornelio questi tentò di dissimulare un sorriso.

"Cari, vecchi, leali amici, " pensò, "quando mi sono appellato alla memoria di Giuliano ed ai suoi sogni ed ho raccontato loro ciò che aveva fatto Decio Silano, Nevitta e Dagalaif hanno iniziato a schiumare di rabbia contro di lui e contro tutti i cristiani: volevano liberarmi ad ogni costo, a rischio di un ammutinamento, o peggio di una guerra civile, ma ho spiegato loro che non era questo che volevo o che era giusto fare. La vendetta ed il manoscritto: ecco le due uniche cose che contavano. Se ne sono andati piangendo di rabbia: ed ora ho visto cosa hanno escogitato. Suppongo che Decio Silano tornerà presto su uno scudo portato da quattro galli disperati: sarà morto da coraggioso, caduto da una parete rocciosa che stava saggiando o sepolto da una frana improvvisa. Che bella la morte quando la vita ti da di queste soddisfazioni!"

In quel momento successe il finimondo. Nessuno aveva fatto caso al rumore sordo che da qualche minuto saliva dal terreno. Qualcuno aveva alzato gli occhi pensando che stesse tuonando, poi, constatata la assoluta serenità del cielo mattutino, si era guardato intorno perplesso. Pochi altri avevano notato il lieve tremore delle rare palme: però i cavalli da qualche minuto avevano iniziato a scalpitare e nitrire, rifiutandosi di procedere. Lucio Cornelio si era già trovato nel centro di un terremoto e ne conosceva i segni premonitori. Viaggiando verso Tarso era passato qualche mese prima da Nicomedia di Bitinia ed aveva visto un terzo delle case di quella città totalmente distrutte da un violento sisma scatenatosi nell'estate precedente. Bitinia, Cappadocia, Cilicia, Siria e Mesopotamia erano state colpite quell'anno da scosse telluriche di varie intensità, subendo terribili distruzioni: tutti quindi si terrorizzarono quando la terra cominciò a tremare e le grida "al terremoto" serpeggiarono lungo la colonna che si dissolse come un formicaio colpito da un sasso.

La giumenta si impennò all'improvviso e solo la perizia di Lucio gli impedì di essere disarcionato. Le due guardie avevano mollato le longe con cui la controllavano, così la cavalla partì ad un galoppo sfrenato. Immediatamente Lucio intuì che quella era la sua grande occasione ed invece di controllare la sua monta la spronò, lasciandole le redini libere sul collo. Le catene gli impedivano di allargare le mani per più di due palmi, ma questa ampiezza era più che sufficiente per indirizzare l'animale facendogli schivare il caos generale. Profonde fenditure si stavano aprendo nella terra argillosa e le collinette a fianco dell'argine si stavano spaccando e cominciavano a franare. Gli uomini e gli animali correvano da tutte le parti e grossi massi insieme a nugoli di ciottoli e polvere piovevano dal cielo, eruttati da chissà dove. Il boato ed il tremore risuonavano facendosi eco a vicenda e completavano il quadro di terrore.

Puntò verso la direzione nella quale si erano avviati Decio ed i galli e quando fu loro più vicino vide che il gruppetto si era sparpagliato: due galli e l'ufficiale dei genieri erano riversi a terra, mentre Decio aveva invertito il cavallo e stava tornando indietro terrorizzato. Degli altri cavalieri non c'era traccia.

" Ti prenderò io, anche se sarà l'ultima cosa che faccio" pensò Lucio galoppandogli contro. Decio non dovette far caso a quel cavaliere che veniva dalla direzione opposta, perché non modificò la sua traiettoria. Quando gli fu a dieci passi Lucio poté distinguere i suoi occhi spiritati e l'espressione paralizzata dal terrore. Poi si ricordò di quanto Decio fosse superstizioso e capì che egli era certo di essere al centro di una vendetta divina.

Quando gli fu a fianco Lucio balzò dalla sua cavalcatura e lo colpì con tutto il peso del suo corpo, passandogli le braccia incatenate attorno al collo. Caddero entrambi avvinti e si rotolarono lottando verso l'argine roccioso. Solo quando fu nella polvere Decio Silano sembrò accorgersi di Lucio e cominciò a colpirlo con tutti e due i pugni urlandogli contro ogni tipo di insulti mentre quello stringeva sempre di più le catene intorno al suo collo.

- Porco pagano, figlio di puttana. Come hai fatto a liberarti? Ma ti ammazzerò io, farabutto, ateo e traditore!

Lucio non parlava: stringeva sempre di più.

Quando le vene sulle sue tempie stavano per scoppiare il tremore del suolo, fino ad allora continuo, divenne un vero e proprio sussulto ed in un attimo una fenditura serpeggio fino a loro: il terreno si aprì sotto i loro piedi e li inghiottì all'improvviso.

Erano in una specie di pozzo naturale, profondo circa trenta piedi, dalle pareti lisce e dall'angusto fondo semicircolare largo non più di otto piedi. Lucio era caduto a faccia in giù ed aveva perso i sensi. Decio aveva entrambe le gambe spezzate e si lamentava sommessamente.

Quando Lucio rinvenne gli si trascinò vicino e lo guardò fisso negli occhi.

- Perché l'hai fatto?

- Fatto cosa?

- Non mentire più, vigliacco. So tutto. Dimmi, perché?

- Perché... cosa?! Lasciami stare... cerca piuttosto il modo di uscire da qui. Credo di avere una gamba fratturata.

Lucio si alzò e calpestò violentemente le gambe di Decio che strabuzzando gli occhi lanciò un urlo disumano.

- Schifoso verme, altro che gamba fratturata! Ti si sono spezzate entrambe alle ginocchia e se vuoi morire in fretta ti conviene parlare.

Decio era svenuto per il dolore, poi dopo qualche tempo ritornò in sé, ma solo per delirare. Lucio insisteva:

- Allora, perché mi hai tradito?

Decio lo guardò, sconvolto e gli urlò sbavando:

- Maledetto figlio di papà, snob ed aristocratico pagano. Ti sono stato messo a fianco prima dal vescovo di Roma Felice e poi dal Prefetto del Pretorio d'Occidente. Ho eseguito gli ordini di Flavio Fiorenzo: sei sempre stato sorvegliato! Eri il "figlio della taberna Faberiana", trasportavi un'arma strategica, eri il devoto esecutore degli ordini di Giuliano, il porco traditore...

- Come hai potuto fingere così?

- È stato facile: ti ho sempre odiato, così perfetto, così dotato, così gentiluomo.

- E come hai fatto a precedermi ad Antiochia?

- Molto semplice. Quando Potino, il prete che vi avevamo messo alle costole nel vostro viaggio ai Campi Decumati, si presentò per chiedere aiuto ad un monastero sull'Alta Senna, io mi precipitai da lui, presi la tavoletta e lo feci eliminare: era un testimone troppo pericoloso. Avendo la tavoletta in mano dedurre che il manoscritto si trovava ad Antiochia è stato banale.

Ormai Decio parlava come spiritato, in preda a scariche adrenaliniche, gli occhi fuori dalle orbite. Dallo spacco sopra le loro teste si vedevano ancora volare ciottoli e polvere ed il rumore di tuono era ora insopportabile. Lucio continuò ad incalzarlo.

- Quindi hai tu il manoscritto!

Sul viso sfigurato di Decio apparve una smorfia sinistra:

- Si, ed ormai non l'avrà più nessuno. Non usciremo mai più da qui.

- Ce l'hai addosso?!

- Certamente, nell'unico posto sicuro: dove volevi che lo tenessi? Quando l'ho preso a Teofisio contavo di portarlo direttamente al Vescovo di Costantinopoli, ma poi il maledetto apostata si è spostato in Cilicia con la corte e l'esercito ed io sono rimasto tagliato fuori. A chi volevi che lo dessi? Non certo al vescovo di Antiochia o a quello di Tarso: uno è un povero deficiente, l'altro è un eretico!

- Vuoi sapere come sei stato scoperto? Ecco, guarda cosa avevamo intercettato: posta per te.

Gli gettò in faccia la lettera del vescovo. Decio la lesse con fatica, ma radunò le ultime forze per fare una risata amara.

- Ah, ah, ah. Fiorenzo mi raccomanda di non commettere altre "avventatezze galliche"! Proprio divertente!

- Cosa c'é da ridere?

- Semplice: quando a Lutetia Giuliano ripristinò i Saturnali ed i giochi nel circo noi cristiani eravamo furibondi. Decidemmo di dar fuoco al tempio di Saturno ed io fui tra quelli che più si diedero da fare per appiccarvi il fuoco, mentre fingevo di spegnerlo. A quei tempi avevo una fidanzata: poco più di una ragazzina, dolce, tenera, mite. Era nata qui, in Mesopotamia, ed era stata fatta prigioniera insieme alla sorella in una delle incursioni delle nostre truppe. Erano state vendute come schiave ad un porco gallo pagano che le violentava sistematicamente. Si trattava di una ragazza pulita, vergine nel cuore malgrado gli orrori che era costretta a subire: l'amai subito di un amore casto, fatto di sguardi e di tenerezza. Un giorno il suo padrone venne ucciso e le due sorelle furono accusate di omicidio. Io so che erano innocenti, ma per la giustizia romana gli schiavi sono sempre colpevoli, quindi vennero condannate ad una morte orribile. Io, malgrado tentassi tutto ciò che era in mio potere, non riuscii a fare nulla per liberarle, ma una cosa la feci: partecipai in incognito ai giochi e, cogliendo al volo un'occasione favorevole, potei regalare loro una morte rapida ed indolore. Ecco, questa è stata la mia "avventatezza gallica" che tanto ha scandalizzato quell'imbecille di Fiorenzo!

Lucio si stava perdendo nei ricordi:

- Il prode trace... il combattimento contro Sergio l'essedario!

- Te lo ricordi anche tu! Allora hai potuto vedere che anch'io so combattere e vincere da coraggioso.

- E vero, lo fosti. Ma poi fosti soprattutto un vile.

- Vile? Come puoi chiamare vile chi combatte per la propria Fede?

- Vile, certo. Come chi accoltella alle spalle un povero greco inerme, sega l'asse di un carro da corsa o incendia un tempio durante un matrimonio. Perché fosti tu o uno dei tuoi a fare tutto ciò, non è così?

Decio abbassò lo sguardo.

- Una vita per una vita, - mormorò. Lucio lo guardò con disprezzo.

- Hai parlato come un antico profeta ebreo. Ma il tuo Cristo ha detto: ama il prossimo tuo. E ancora: se il tuo nemico ti ha dato uno schiaffo, porgi l'altra guancia.

- La Fede va difesa con la spada. Anche il Santo Pietro, nell'orto degli Ulivi tagliò con la spada un orecchio ad una guardia del Sinedrio.

- Che importa? Una vita per una vita, hai detto. Ebbene sia: quella della mia sposa per quella della tua donna, quella di Menandro per quella di Sesto Martiniano, quella di Teofisio per quella di Potito, quella di Giuliano, per... la tua!

All'improvviso aveva impugnato la catena e gliel'aveva spinta sul collo, facendo contemporaneamente perno col piede sulle due gambe fratturate. Decio per il dolore svenne quasi immediatamente, poi sbavando passò senza accorgersene dallo stordimento alla morte.

Lucio non sapeva più quanto tempo era passato. Non si era nemmeno posto il problema di come uscire dalle viscere della terra; aveva frugato il cadavere di Decio e finalmente trovato ciò che cercava da più di quattro anni: un piccolo e modesto tomo piuttosto malconcio dall'antica legatura di cuoio marrone.

"Quante morti per il suo possesso!" pensò Lucio rigirandolo fra le mani, "ed ora non servirà più a nessuno, sepolto per sempre insieme a ciò che resta di me!".

L'oggetto aveva ormai più di trecento anni ed era l'unica superstite testimonianza di fonte non cristiana, contemporanea a Gesù di Nazareth. Il suo valore storico, politico, filosofico, religioso era incalcolabile: se il suo messaggio fosse stato seminato in un contesto sociale capace di libero arbitrio avrebbe rovesciato dei centri di potere, ma certamente rinnovato la Fede in Gesù e creato un ordinamento ecclesiastico più aderente ai suoi insegnamenti, più equilibrato, più giusto, più tollerante.

Ma ormai era troppo tardi: il momento magico era fuggito ed il messaggio racchiuso nel tomo era ormai inutile e sterile.

Mentre lo stava per sfogliare, ne cadde a terra una pergamena ripiegata in quattro. Era una lettera, scritta con strani caratteri che non aveva mai visto. La girò e sul retro ne vide la traduzione in greco: tenendola fra le mani tremanti, cominciò a leggere.

"Simone Petro, al fratello Matteo. Salute e pace.

Diletto fratello, dalla mia ultima lettera molte cose sono accadute, tali che il lungo e faticoso viaggio verso l'Urbe, sconsigliabile per un vecchio come me, come tutti affettuosamente protestaste, è divenuto positivo e addirittura necessario. Sono felice della scelta di incontrare qui Saulo, anche se forse non vi rivedrò più: la follia dei gentili e financo dei nostri fratelli di Giudea e Galilea, che qui abbondano, sta perdendo le nostre pecorelle ed un pastore, anche se vecchio e stanco deve restare accanto a loro..."

La prosa semplice e in taluni punti sgrammaticata non poteva che essere quella di Pietro, il primo degli apostoli, l'eletto dal Cristo. Lucio tremava per l'eccitazione: quello doveva essere il documento che aveva sempre sognato di trovare. Forse Tommaso lo aveva sottratto o copiato e lo aveva aggiunto alle sue memorie, come prova. Riprese a leggere con avidità: Pietro descriveva la follia di Nerone, il grande incendio, le assurde accuse contro di loro da parte della folla inferocita, montata da Tigellino e dai rabbini ebrei che temevano di essere coinvolti nelle responsabilità dell'incendio se confusi con i connazionali cristiani. Poi iniziò a leggere un passo che lo lasciò a bocca aperta.

"...a parte le disgrazie che ti ho appena raccontato, ti informo che questo soggiorno ed i numerosi incontri con Saulo mi hanno convinto che nell'interesse della massima diffusione degli insegnamenti del nostro Maestro, dovremo alla fine cedere alle sue pressioni. È singolare pensare che l'usurpatore che abbiamo combattuto per tutta la vita, la causa principale delle nostre amarezze e dei nostri problemi, ha avuto molto più successo di noi e che dopotutto greci e romani sono persone come me e come te ed hanno anch'essi un'anima da salvare. Il Maestro, nella sua infinita bontà avrebbe voluto così ed io ora sono sinceramente addolorato di essermi lasciato trascinare dal lato violento ed irascibile del mio pessimo carattere combattendo Saulo per tutti questi anni.

Accludo a questa mia le copie di due testi sulla parola e sulla vita del Maestro che sono il frutto di tre anni di lavoro fatto di pazienti ricostruzioni, ma anche di confronti e di ponderate scelte. Il primo è stato da me dettato al nostro caro Marco, l'altro rappresenta la sintesi della visione di Saulo ed è stata raccolta dal medico Luca, che certamente ricorderai. Quando le leggerai non crederai ai tuoi occhi ed è per questo che dovrai studiare attentamente questo mio scritto, che distruggerai immediatamente dopo.

Tu sai che noi abbiamo da sempre sostenuto, per dare maggior forza ai suoi insegnamenti, che egli era il Messia promesso, anche se tutte le volte che lo acclamammo come tale egli ci rimproverò come bestemmiatori. Ma la gente è semplice ed ha bisogno di queste cose per credere, mentre a noi bastò vedere il suo sguardo e ne fummo immediatamente conquistati. Saulo, che è molto colto e conosce a memoria sia le antiche scritture che i filosofi greci, mi ha convinto che per sostenere che il Maestro era il Messia promesso occorre addurre delle prove molto articolate. Ora quando leggerai le parti iniziali e finali degli scritti che ti ho inviato, probabilmente sorriderai. Ma rifletti. Anche la Sacra Bibbia parla di eventi prodigiosi che si verificarono fra uomini in carne ed ossa come noi: cosa impedisce che anche noi, a fin di bene, infioriamo un po' quegli insegnamenti alla diffusione dei quali abbiamo dedicato la nostra vita per meglio penetrare nelle anime dei semplici? Del resto anche greci e romani propagandano miti in cui non credono affatto: perdonami se ho ceduto a Saulo ed ho accettato di alimentare una nostra innocua mitologia, ma credo sia necessario.

A questo proposito troverai degli elementi che ti stupiranno. Essi sono enfatizzati più nel lavoro di Luca che in quello nostro, perché a tutto c'é un limite, ma anche in questo ho dovuto trovarmi concorde con Saulo: se dobbiamo estendere la nostra Fede anche alle genti non circoncise, e tu sai quanto ho combattuto perché ciò non avvenisse, dobbiamo anche vestirla di una forma comprensibile per quelle genti. Ecco perché Saulo ha innestato qua e là degli episodi che assimilano momenti ed episodi della nascita, della vita e della morte del nostro Signore a quelli degli antichi Messaggeri delle credenze pagane. Non inorridire: credo sia un bene, aiuterà greci, romani e galli superstiziosi ad adorare il nostro Dio Padre piuttosto che un toro od un caprone. Col tempo non guarderanno più a questi episodi esteriori, ma assimileranno il messaggio dell'amore: questa è l'unica cosa che conta."

Lucio ormai era in pieno delirio logico. Una ridda di pensieri incrociati si scontravano con altri, generando intuizioni, supposizioni, deduzioni, scoperte rendendolo incapace di comprendere a fondo l'immensa portata di quanto stava leggendo. Avesse avuto tempo! Avesse potuto riflettere, studiare, confrontare e soprattutto dibatterne con Giuliano! Ma il tempo, lo sapeva, per lui ormai si era compiuto.

In quel momento un nuovo boato scosse la terra e l'imboccatura sopra di lui venne investita da una pioggia di grossi massi. Alcuni penetrarono fino al suolo, ricoprendo parte del cadavere di Decio e ferendo Lucio al viso ed al torace. Uno, più grosso, si incastrò nell'apertura chiudendogli la vista del cielo. Da una minuscola fessura penetrava ancora un raggio di luce e Lucio pensò, sorridendo fra sé, che l'Elio Re di Giuliano gli concedeva almeno la soddisfazione di finire di leggere quanto aveva iniziato.

"...sai, è buffo che dopo venticinque anni te lo confessi, Saulo non è poi così deleterio come ce lo siamo sempre dipinto. In fondo non lo abbiamo praticamente mai visto, e le poche volte che lo abbiamo incontrato è stato sempre per litigarci furiosamente. È certamente un esagitato iperattivo che non dorme che poche ore e che quando parla si mangia le parole e poi sputacchia qua e là per la fretta di tirar fuori i concetti che gli si affollano nella mente. Ha inoltre un caratteraccio e riesce a litigare con quasi tutti quelli che non la pensano come lui: però in fondo è un buon uomo e durante questi mesi a Roma, dopo un primo periodo di grande diffidenza siamo quasi diventati amici. In certi momenti abbiamo raggiunto una certa identità di vedute e abbiamo mangiato e bevuto insieme godendo ciascuno della compagnia dell'altro. Te lo saresti mai immaginato?

Ma torniamo a noi. Vorrei che studiassi bene i libri che troverai acclusi e iniziassi a lavorare ad un loro compendio, che sia facilmente comprensibile sia ai nostri connazionali che a greci, romani ed asiatici. A Gerusalemme potrai consultare le Sacre Biblioteche ed avviare ogni ricerca necessaria. Anche se riterrai di ampliare quegli elementi mitologici che ti sembrassero utili per una più immediata comprensione da parte di gente che, come me, non ha avuto la fortuna di avere un'istruzione soddisfacente, non te ne farò una colpa. Anzi ti incoraggio a fare tutto ciò che è possibile per testimoniare che il nostro Maestro fu il Messia. Lui dall'alto dei Cieli comprenderà e ci proteggerà.

Avrai capito che questo sforzo letterario fatto qui a Roma è indispensabile per la diffusione della nostra Fede. Ormai siamo vecchi e nessuno fra i nostri discepoli ha conosciuto il Maestro. Per noi che abbiamo visto i suoi occhi e udito le sue parole credere che egli era il figlio del Dio Padre è stato facile e naturale. Ma per chi non lo ha conosciuto c'é bisogno di prove: noi gliele forniremo in questi libri, che saranno alla base dei nostri insegnamenti alle generazioni future.

Quanto al delicato problema della morte del Maestro e della sua resurrezione, che abbiamo dolorosamente e lungamente dibattuto in questi anni..."

All'improvviso anche l'ultimo barlume fu sommerso dall'oscurità. Il buio era totale e gli venne in mente che era ormai cieco per sempre e che non avrebbe mai conosciuto la parte finale della lettera. Non era angosciato, anzi si sentiva sereno: la fatica era al termine. Cominciò a crogiolarsi nel pensiero che dopo la fine forse sarebbe potuto anche succedergli di svegliarsi da qualche parte dove avrebbe trovato Galla ad aspettarlo: il cuore gli si inondò di gioia a quest'ultima speranza.

A tentoni nel buio, udendo solo il rumore delle sue catene, cercò sul cadavere di Decio il gladio che questi teneva alla cintola.

Si sedette con calma e rifletté lungamente. Non avrebbe voluto compiere un gesto violento, ma piuttosto attendere dolcemente prima il sonno e poi la morte come il grande Seneca, facendo uscire la vita dal suo corpo assieme al sangue che lentamente defluiva dalle vene...

Mentre prendeva questa ultima decisione si rese conto con terrore che ormai poteva a respirare a malapena, e che malgrado tentasse di riempire i polmoni non riusciva a soddisfarli. Capì che l'ostruzione dell'imboccatura aveva sigillato talmente l'angusta fenditura da non consentire all'aria di penetrarvi.

Trattenne il respiro, passò per un attimo in rassegna i volti amati di Galla, di suo padre, di Saluzio, di Giuliano, impugnò il gladio, lo appoggiò al di sotto del suo sterno, poi lo affondò con un colpo deciso.

Epilogo

Neanche il dicembre del 1991 (il duemilasettecentoquarantatreesimo dalla fondazione dell'Urbe) recava grandi auspici per gli uomini di buona volontà.

L'Occidente civilizzato era in perenne allarme, da quando l'impero dei Parti, l'Africa Settentrionale e tutto il vicino Oriente erano stati ereditati dai portatori di una fede gelosa e fanatica.

Miliardi di poveri e di diseredati premevano alle frontiere, spinti non da altri popoli, ma dalla fame e dalla disperazione. L'evolversi della tecnologia e l'insostenibile densità della popolazione in ogni parte del pianeta avevano portato la natura sull'orlo del collasso. A Roma l'erede di Pietro più che parlare di giustizia e bontà continuava a lanciare anacronistici anatemi per costringere quei poveri ad una sudditanza fatta di repressione sessuale e di rinuncia ai più elementari diritti umani, con il risultato di contribuire ad aggravare, anziché risolvere, i problemi planetari di sovrappopolazione e di diffusione della nuova peste che aveva iniziato a decimare l'umanità.

Ma i ricchi abitanti dell'Occidente dorato e privilegiato non sembravano rendersene conto, continuando a danzare felici sull'orlo del precipizio.

Quella che sarebbe passata alla storia come la Guerra del Golfo stava per essere rapidamente archiviata, dopo essere stata l'unico evento che aveva fatto notizia nel "villaggio globale": i mass media avevano bisogno di eventi sensazionali da macinare con flusso continuo, e la concorrenza fra ogni molecola del sistema aveva le sue regole implacabili. Che si trattasse di notizie, di cultura, di spettacolo, di musica, di libri, di cantanti, di prodotti, di belle ragazze, c'era troppa abbondanza di ogni merce perché si potesse perdere tempo a tentare di identificarne la qualità. L'incrocio casuale delle informazioni, definibile semplicemente come "fortuna", determinava la concentrazione dell'attenzione e quindi il successo: per conseguire il quale la totalità dei cittadini avrebbe venduto l'anima, se solo ne avesse avuta una.

Fu per uno di questi eventi casuali che un capitano del corpo di spedizione americano dell'operazione "Tempesta nel deserto", al comando di un elicottero che inseguiva i reparti iracheni in ritirata, lanciò verso una casamatta di presidio all'argine dell'Eufrate un missile aria-terra che ebbe effetti dirompenti.

La casamatta, costruita su un piccolo rialzo roccioso, saltò in aria insieme con esso. Gli occupanti furono praticamente disintegrati e le mitragliatrici automatiche che avevano tentato di colpire l'elicottero si frantumarono in mille schegge.

Se il capitano avesse proseguito il volo senza fermarsi il caso non avrebbe prodotto alcun effetto interessante, ma si trattava di un curioso, oltre che di un geologo dilettante: venne quindi attratto dalla insolita forma delle stratificazioni che si intravedevano fra le pareti di una profonda voragine nella roccia che il missile aveva scoperto. Poiché non gli sembrava che ci fossero più nemici in giro il capitano fece atterrare l'elicottero, scese e si affacciò al bordo del piccolo cratere: dando il via al più sensazionale evento archeologico dai tempi del ritrovamento dei rotoli del Mar Morto.

I due cadaveri mummificati di nobili soldati romani del quarto secolo d.C. ed i loro preziosi capi di vestiario ed oggetti personali sono oggi visibili al Metropolitan Museum di New York e molte sono le ipotesi avanzate dagli studiosi sulla tragedia svoltasi in quella che a quei tempi doveva essere una grotta. Il gladio piantato nel torace del guerriero incatenato e trafitto (soggetto A) ha generato torrenti di inchiostro, così come le evidenti sevizie sullo scheletro dell'altro (soggetto B).

Dei misteriosi documenti che sembra siano stati rinvenuti sul grembo del soggetto A, invece non si sono più avute notizie. Si dice che siano stati sequestrati dalla C.I.A. e consegnati per una approfondita decrittazione al Centro per gli Antichi Manoscritti Biblici di Claremont, California. Si tratta dello stesso Istituto che ha recentemente diffuso la documentazione fotografica sui rotoli del Mar Morto rinvenuti a Qumran, finora coperta dal segreto di Stato, in contrasto con la segretezza con cui la Repubblica di Israele custodisce gli originali.

Sembra infine che un'intensa attività diplomatica sia intercorsa fra il Governo degli Stati Uniti, quello di Israele ed il Vaticano in merito al suddetto ritrovamento, ma di essa non è mai stata data alla stampa nessuna comunicazione ufficiale.

La metà del IVdeg. secolo d.C. segna l'inizio della trasformazione epocale che ha condizionato per i millecinquecento anni successivi, ed ancor oggi condiziona, lo sviluppo della società occidentale: il passaggio dal modello ellenistico a quello cristiano.

In questo periodo di lotte ed intrighi, ma anche romantico e decadente, i protagonisti di questo romanzo combattono le loro scommesse disperate: la sopravvivenza di un mondo destinato a perire, la realizzazione di un grande e impossibile amore, il recupero di un manoscritto protocristiano, gli "Atti di Tommaso", contenente una versione alternativa degli eventi relativi alle vicende umane di Cristo e dei suoi epigoni Simone Pietro e Paolo di Tarso.

Il tutto intrecciato all'ascesa ed alla caduta di quel romantico, ma anacronistico personaggio che fu l'Imperatore Giuliano Flavio, discendente di Costantino, passato alla storia come "l'Apostata".

Un appassionante "giallo" storico, certamente, ma soprattutto un grande affresco della civiltà romana nell'epoca del tardo Impero ed un'interessante, informata, alternativa chiave di lettura dei fatti storici che precedettero e seguirono la vita di Gesù di Nazareth.





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