FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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NOTTE IN TRENO.

Emilio Capodeski




Il rumore, nella piccola stazione presa d'assalto dai turisti, era addirittura assordante. Dai binari giungevano lo stridio lacerante dei convogli in arrivo e i fischi di quelli che ripartivano; la voce gracchiante dell'altoparlante diffondeva senza sosta i suoi messaggi incomprensibili; un clamore babelico, nel quale sembravano essere mescolati tutti gli idiomi e le lingue della terra, si levava dalla folla.
Migliaia di giovani delle più svariate nazionalità, vestiti di shorts, bermuda, costumi da bagno, t-shirt e canottiere, con le spalle cariche di zaini, borse, tende e sacchi a pelo si riversavano nell'atrio, come un esercito festoso e variopinto. I più facevano irruzione dall'ingresso, marciando a ranghi serrati, come falangi lanciate alla carica; coloro che erano appena scesi dal treno, invece, entravano dalla direzione opposta. Altri ancora se ne stavano in disparte, seduti sugli zaini o sdraiati su stuoie e materassini, intenti a leggere, chiacchierare o dormire.
Quella temibile invasione si arrestava al centro dell'atrio, dove le due opposte guarnigioni si scontravano, impedendosi reciprocamente il passaggio e intralciando la fila di coloro che dovevano acquistare il biglietto, causando un caos indescrivibile.
Si formava così un ingorgo in cui tutti si urtavano, si spingevano, si scambiavano gomitate nel tentativo di proseguire e nessuno andava più né avanti né indietro.
«Vado a fare i biglietti, tu resta qui con gli zaini».
«Va bene… Ah! tornando compra anche una bottiglia d'acqua».
Davide seguì per un attimo con lo sguardo l'amico che si allontanava, chiedendosi se avesse udito le parole che gli aveva urlato dietro. Poi trascinò in un angolo i due grossi zaini destreggiandosi nella ressa, lì addossò al muro e si sedette per terra facendosene uno schienale. Si tolse gli occhiali da sole e sfregò il viso sulle maniche della maglietta per asciugarsi il sudore. Nonostante il sole stesse ormai tramontando - la sua luce aranciata filtrava attraverso le grandi vetrate riflettendosi sul lucido pavimento di pietra - faceva ancora molto caldo e nell'aria immobile ristagnava un'afa umida e appiccicosa. Sfinito dalla fatica e dal calore, Davide allungò le gambe e si stiracchiò, pregustando il breve riposo che quella pausa di viaggio gli concedeva.
Si accese una sigaretta che, malgrado l'eterno e sempre differito proposito di smettere di fumare, giudicò pienamente legittima e meritata, considerato il fatto che era stato costretto ad astenersene durante tutto l'interminabile, esasperante tragitto in autobus che li aveva condotti fin là. Aspirandone voluttuosamente lunghe boccate, si guardò un po' attorno. La sua attenzione fu subito attratta dai pochi abitanti del posto che si aggiravano, frastornati ed esitanti, facendosi largo nella calca che li sballottava qua e là e rischiava ad ogni momento di sommergerli. Si trattava per lo più di uomini dalla pelle scura, riarsa dal sole, con folti baffi e giacche logore e sformate e di donne vestite di nero. Benché si trovassero a casa loro, in mezzo a tutti quegli stranieri apparivano pateticamente smarriti e fuori posto. Il timore, la diffidenza e l'ostilità che Davide poteva leggere nei loro occhi non erano probabilmente molto dissimili da quelle che gli abitanti di un paese conquistato riservano alle truppe d'occupazione.
C'era infatti qualcosa di arrogante ed irrispettoso nel modo in cui i turisti avevano preso possesso della stazione. Il pavimento era cosparso di lattine vuote, avanzi di cibo e cartacce di ogni genere; nessuno si degnava di lasciar passare avanti la donna con il figlioletto in braccio che, con rassegnata pazienza, faceva la coda davanti alla biglietteria, schiacciata tra due scandinavi altissimi e impassibili; una ragazza con addosso soltanto un costume succinto aveva risposto con una risata sfrontata allo sguardo scandalizzato di un vecchietto.
Erano i segni di quell'atteggiamento odioso, insieme da barbari conquistatori e da colonizzatori civilizzati, con cui i turisti si recano generalmente in paesi più poveri ed arretrati offendendo e calpestando sentimenti, valori, culture e tradizioni diverse che non si danno nemmeno la pena di cercare di capire, credendo che tutto sia loro permesso in grazia di chissà quale pretesa superiorità, che riempiva Davide di irritazione e disprezzo. Gli instillava anche un senso sottile di vergogna, perché si rendeva conto di come, volente o nolente, fosse anche lui un soldato di quell'esercito. L'unica cosa che lo distingueva dagli altri era, forse, la sua cattiva coscienza.
A distogliere Davide dai suoi sensi di colpa di ricco occidentale imperialista intervenne il torpore suadente che lo invadeva poco a poco. Le palpebre gli si fecero sempre più pesanti. La testa gli crollò ripetutamente sul petto e lui ogni volta si riscuoteva gettando avanti a sé uno sguardo vacuo e spaesato, come se non capisse dove si trovava. Infine si assopì.


Davide era arrivato in Portogallo una decina di giorni prima; lo accompagnava Fausto, suo grande amico e compagno di studi alla facoltà di Lettere dell'università di Milano. Era stato quest'ultimo a scegliere il luogo dove avrebbero trascorso le loro vacanze estive:
«Uno con cui ho lavorato alla Fiera, che c'è stato, dice che è bellissimo. Almeno è qualcosa di diverso dalla solita Grecia, e altrettanto economico. E poi c'è l'oceano. L'hai mai visto tu, l'oceano?».
Davide non aveva potuto impedirsi di nutrire una punta di snobistica diffidenza riguardo alla condivisibilità dei gusti di quello sconosciuto, interpellato in occasione di una mostra-mercato di pelletteria; aveva comunque accettato volentieri la proposta dell'amico, tenendo per sé i dubbi e le riserve che gli aveva suscitato. Pur non mancando tra loro una certa competizione, che si manifestava soprattutto nello studio e nello sport, c'erano campi in cui Davide riconosceva la netta prevalenza della personalità più forte di Fausto, e vi si sottometteva di buon grado, soprattutto se questo comportava l'avere una scusa per non doversi assumere fastidiose responsabilità organizzative.
Se si era mostrato così accondiscendente era stato anche per amore del quieto vivere. Non voleva che quelle vacanze iniziassero con discussioni che avrebbero rischiato di incrinare fin da subito l'affiatamento e l'armonia tra loro. Quell'autunno sarebbe stato molto pesante, li aspettavano titaniche fatiche di studio e il progetto di Fausto per l'estate - che li avrebbe dovuti preparare adeguatamente ad affrontare, in autunno, lo spaventoso esame di Filologia Romanza - era quello di divertirsi il più possibile, fare follie, bere e andare a donne, in accordo con la sua curiosa teoria secondo la quale bisogna stravolgersi fisicamente per rigenerarsi mentalmente. Davide sapeva che l'amico - il quale, oltre a studiare, era costretto a svolgere una gran quantità di lavoretti saltuari per mantenersi nel minuscolo monolocale in affitto nel quale era andato a vivere per sfuggire ad una famiglia opprimente - aveva davvero bisogno di svago e distrazioni, e non voleva fare il guastafeste.
E poi c'era l'oceano, che lui aveva visto soltanto al cinema o in televisione. Ricordava le onde di "Un mercoledì da leoni", montagne d'acqua ribollente che sembravano voler straripare dallo schermo per riversarsi sulla platea. In fondo, quelle onde potevano essere un motivo sufficiente per determinare una scelta.
Così erano partiti alla volta del Portogallo. Dopo un viaggio in treno della stupefacente durata di trentasei ore erano giunti a Lisbona, dove Davide aveva ottenuto di restare per qualche giorno che trascorse visitando a tappe forzate musei e monumenti, trascinandosi dietro l'amico recalcitrante.
A Fausto non era parso vero quando finalmente avevano lasciato la città, diretti questa volta a Praha de Salema, un paesino sul mare indicato loro da alcuni Portoghesi che avevano conosciuto come la più eccitante località della costa sud. Si era lanciato, con l'aria ispirata e solenne di una pizia, in tutta una serie di fantasiosi e ottimistici vaticini su come sarebbe stato il posto e sulle avventure che sarebbero capitate loro, coinvolgendo anche Davide nel suo entusiasmo quasi infantile.
Un entusiasmo che si sarebbe definitivamente spento soltanto molte ore più tardi, su di una stradina sterrata priva di illuminazione che serpeggiava lungo il fianco di una specie di canyon, in direzione del mare. Aveva retto bene - il loro entusiasmo - durante le ore in cui il treno era rimasto fermo per un guasto nella campagna brulla e assolata; senza smarrire il buon umore avevano riso della disavventura continuando a sciorinare piani di bevute colossali, di notti in bianco e di rocambolesche conquiste femminili. Si era appena incrinato quando avevano scoperto di aver perso, a causa del ritardo, la coincidenza che li avrebbe dovuti portare a destinazione, anche perché avevano poi avuto la fortuna di scovare un autobus con il quale sarebbero arrivati in una località vicina, risparmiandosi un pernottamento a mezza strada, che avrebbe loro fatto solo sprecare del tempo prezioso. Aveva invece subito un duro colpo allorché, ormai a notte fonda, erano stati costretti a prendere atto che la fermata dell'autobus non era poi tanto vicina alla loro meta e, dopo un inutile tentativo di fare l'autostop, si erano risolti a prendere un taxi, con il cui guidatore, che si era approfittato della loro disperazione, avevano concordato una cifra folle per percorrere poche decine di chilometri. E infine, come già detto, si era dissolto su quella specie di mulattiera all'imboccatura della quale il taxista li aveva abbandonati con la laconica e alquanto vaga indicazione che Salema era da quella parte.
Quando l'eco sinistra degli improperi che avevano lanciato dietro l'auto che si allontanava si fu spenta, avevano cominciato, silenziosi e seri, a scendere alla cieca lungo la strada, sprofondati in un'oscurità così fitta che ad ogni curva rischiavano di scivolare nello scosceso dirupo che si apriva a lato della carreggiata. Un vento freddo, levatosi dopo il tramonto, aveva fatto diminuire di colpo la temperatura.
Le luci rassicuranti di un camping annunciarono loro che erano quasi arrivati. Era bastato uno sguardo d'intesa per trovarsi d'accordo che un letto morbido e comodo in una pensione o in una casa di pescatori sarebbe stato senza dubbio preferibile ad un duro giaciglio sulla nuda terra, e scartare l'idea di sistemarsi al campeggio.
Finalmente, al di là di un ultimo tornante, sotto di loro apparve Salema. A portare questo nome era un piccolo e grazioso agglomerato di poche decine di casupole bianche radunate intorno ad una piazzetta. Oltre il villaggio si intuiva l'oceano, invisibile nelle tenebre. Ne rivelavano la presenza lo sciabordio delle onde e l'intenso odore salmastro che si avvertiva nell'aria.
Dopo l'infruttuosa ricerca di un alloggio attraverso le viuzze deserte spazzate dal vento - nel paese non c'erano né alberghi né ostelli e le poche camere in affitto erano tutte occupate - Fausto e Davide, ormai gettati nel più profondo sconforto, si erano adattati a montare la piccola tenda malandata che avevano previdentemente portato con loro nel giardino di una casa abbandonata, al riparo del muro di cinta, e la mattina seguente, dopo una notte pressoché insonne, avevano preso posto al campeggio, dicendo tristemente addio ai loro sogni di lenzuola fresche e accoglienti materassi.
Il soggiorno a Salema fu, nei fatti, molto diverso da come le loro fantasticherie l'avevano prospettato. L'oceano, tanto atteso, si rivelò, almeno in quel tratto di costa, solo la prima di una lunga serie di delusioni: la spiaggia era piuttosto anonima, una breve striscia di sabbia subito interrotta da una impervia scogliera; una tale conformazione del litorale impediva alle onde di raggiungere dimensioni apprezzabili, cosicché la superficie del mare si presentava come una tavola placida e immota, tanto diversa dall'oceano che Davide e Fausto avevano in mente, quanto può esserlo un gattino da un leone. Di "oceanico" quel mare aveva soltanto la portata delle maree, che ogni mattina salivano divorando la spiaggia con prodigiosa velocità, ricacciando sempre più indietro i bagnanti che, già a mezzogiorno, erano costretti a rifugiarsi, armi e bagagli, sugli scogli aguzzi, incalzati dagli spruzzi delle onde; e poi la temperatura dell'acqua, così gelida da scoraggiare subito i due amici da qualsiasi attività natatoria.
Per quanto riguarda il campeggio, esso era frequentato quasi esclusivamente da coppiette di nordici naturisti. Tra questi e i nuovi arrivati si era presto instaurato un clima di reciproca incomprensione e antipatia, dovuto a inconciliabili differenze nello stile di vita e nel modo di concepire una vacanza. Davide e Fausto li trovavano decisamente troppo seri e tranquilli. Non finivano mai di stupirsi di come potessero restarsene, senza apparentemente annoiarsi, interi pomeriggi seduti davanti alle loro tende, ogni coppia per proprio conto, meticolosi e silenziosi, a preparare da mangiare, a lavare vestiti o intenti in altre faccende, come animaletti nella loro tana, e ci scherzavano spesso sopra. Dal canto loro, i nordici, che erano ordinati e organizzatissimi, guardavano con sufficienza e fastidio la tenda malconcia degli italiani, sempre circondata da un caos di vestiti e carabattole sparse, e mostravano di non gradire troppo la loro rumorosa e irrequieta esuberanza mediterranea.
I nordici, inoltre, avevano l'abitudine di coricarsi al tramonto, ora dopo la quale qualsiasi rumore o brusio intervenisse a turbare la quiete cimiteriale che calava sul camping veniva accolto da raffiche di aspri e gutturali insulti indecifrabili, che mandavano in bestia i due amici, che avevano orari alquanto diversi, suscitando più di una volta in loro la tentazione di andare ad appiccare il fuoco alle tende dei loro intolleranti vicini.
Come se non bastasse, si alzavano prestissimo e i loro traffici mattutini costringevano ogni volta i nostri eroi a levatacce che, tra l'esiguità delle ore di sonno e l'indolenzimento provocato dal crudo contatto con la madre terra, li lasciavano inebetiti e stravolti per metà della giornata.
Il momento della vendetta giungeva per Davide e fausto alla spiaggia, dove i nordici trovavano il loro massimo godimento nel restarsene sdraiati per ore, nudi e immobili, a prendere la tintarella, incuranti del bruciore del sole che ricopriva di scottature violacee la loro pelle chiarissima. Lì, con sadico piacere, i due amici davano vita a lunghe e tirate partite di tennis con le rumorosissime racchette di legno che avevano comprato per ammazzare il tempo, saltellando agilmente tra i corpi inerti, tuffandosi in acqua provocando alti schizzi, lanciando grida concitate e rischiando ad ogni momento di colpire qualcuno con la pallina, indifferenti alle occhiate piene d'odio da cui erano bersagliati.
La vita notturna era, poi, praticamente inesistente. Dopo mezzanotte, padroni assoluti delle strade di Salema diventavano i cani randagi. A parte alcuni ristorantini dove i due amici si abbuffavano ogni sera per compensare le asprezze della vita al campeggio, l'unico locale che stava aperto fino a tardi era il famigerato "Boia bar". Era sempre semivuoto e vi regnava un'atmosfera fiacca e vagamente malinconica. Davide e Fausto erano convinti che quel nome, che voleva probabilmente evocare chissà quale ambiente equivoco e malfamato, fosse invece da mettere in relazione soltanto con la capacità che quel mortorio aveva di annientare l'allegria di chiunque vi entrasse.
Insomma, stava andando tutto storto, e l'insoddisfazione latente provocata dalla noia e dalla monotonia di quei primi giorni aveva già creato qualche piccola tensione e attrito tra loro, quando capitò la faccenda della francese.
Un po' per gioco e un po' sul serio, Davide e fausto avevano infatti cominciato a puntare una ragazza francese, decisamente carina, che ogni giorno alla spiaggia esibiva generosamente un topless di ammirevole perfezione. Entrambi se ne erano dichiarati innamorati a prima vista e avevano scherzosamente indetto un agone per vedere chi sarebbe riuscito ad accaparrarsela per primo. Il tutto si era limitato inizialmente a qualche sguardo e sorriso in occasione di incontri fortuiti o procurati e a brevi pedinamenti a scopo informativo, che avevano avuto come unico risultato quello di attirare su di loro l'aperta ostilità dei due onnipresenti accompagnatori della ragazza. Sulla natura dei rapporti che legavano quei due individui alla fanciulla, Davide e Fausto avevano lungamente discusso, giungendo alla conclusione che entrambi le morivano dietro, ma, almeno fino ad allora, senza grande successo.
Davide, in verità, non aveva alcun reale interesse per la ragazza, pur trovandola assai attraente, né, meno intraprendente dell'amico, pensava di provarci davvero; comunque, poiché quella situazione lo divertiva, era stato al gioco.
Una sera, però, riuscirono finalmente a conoscerla. Il merito era stato di Fausto, che dopo aver attaccato bottone con uno dei due ragazzi, al bancone del Boia, li aveva invitati a sedersi al loro tavolo. La serata si dilungò in chiacchiere e abbondanti bevute, con Fausto impegnato a fare una corte spietata alla ragazza, che ne sembrava compiaciuta, e Davide costretto a sorbirsi i due tizi, i quali, in un inglese tutt'altro che limpido, si prodigavano nello spiegargli le recondite ragioni della innata superiorità calcistica dei francesi sugli italiani, a lui che, nella scala dei suoi interessi, poneva il calcio appena un gradino sopra a discipline come la numismatica e l'entomologia.
Malgrado non avesse intenzioni serie, quando si rese conto che la ragazza, tutta presa da Fausto, non lo degnava nemmeno di uno sguardo, Davide non poté impedirsi di sentirsi in qualche modo rifiutato ed escluso. Ciò lo fece inesorabilmente sprofondare, man mano che il tempo passava e i bicchieri vuoti si accumulavano sul tavolo, nel più cupo dei malumori. Alla fine, piuttosto depresso e sconsolato, disse che era stanco e se ne tornò barcollando al campeggio da solo, dove passò un notte pressoché insonne a smaltire la sbornia e a macerarsi suo malgrado in poco nobili sentimenti di invidia e risentimento verso l'amico, che probabilmente in quegli stessi momenti se la stava spassando con la francese.
Il mattino dopo, ancora di pessimo umore, disse seccamente a Fausto - il quale aveva fatto ritorno alla tenda solo alle prime luci dell'alba - che lui di stare in quel posto non ne poteva proprio più. Fausto gli diede ragione e convennero di ritornare per qualche giorno a Lisbona per decidere sul da farsi. Durante il viaggio in autobus, per tutta la durata del quale Davide gli aveva tenuto il broncio, Fausto confidò all'amico che poi, la sera prima, non era successo nulla. Proprio il giorno precedente infatti la francese, dopo lunghe incertezze, si era definitivamente messa con uno dei suoi due pretendenti.


«Eccomi qua, tutto a posto. Ma che fai, dormi?».
Davide aprì gli occhi con uno sbadiglio. Sospesa sopra di lui vide la faccia sorridente di Fausto. C'era qualcosa, nel modo in cui inarcava le folte sopracciglia e nella piega assunta dalle labbra sottili, che rendeva il suo sorriso spavaldo ed insolente, e tuttavia irresistibilmente simpatico. A Davide piaceva il viso di Fausto, affilato, virile, dai tratti marcati e nervosi. Era il tipo di viso che avrebbe voluto avere lui stesso, pensava a volte, quando era particolarmente scontento di sé, osservando allo specchio il proprio, non brutto ma un po' infantile nelle linee troppo morbide e arrotondate.
«Sono stanchissimo» disse, come per giustificarsi, passandosi una mano tra i capelli, con un gesto istintivo che ripeteva infinite volte al giorno per spianare i ciuffi ribelli che gli spuntavano disordinatamente sulla testa e che gli conferivano quell'aria bizzarra e stralunata che gli era caratteristica.
Prese la bottiglia di plastica che l'altro gli porgeva e ne bevette grandi sorsate, poi se ne versò un po' in una mano e si rinfrescò la faccia e il collo.
«Andiamo al binario o vuoi riposarti ancora?» gli chiese Fausto.
Era dalla mattina che si comportava nei suoi confronti con eccessivo tatto e cautela, scrutando ansiosamente le sue reazioni e colmandolo di premure e gentilezze. Davide si accorse che Fausto aveva intuito di averlo in qualche modo offeso e, malgrado non ne capisse bene la ragione, stava cercando di farsi perdonare. Si sentì meschino perché inconsciamente era proprio questo che aveva voluto, per punirlo di una cosa di cui in fondo non aveva nessuna colpa.
«Senti, gli disse mentre si infilavano gli zaini, scusami se sono stato un po' brusco e scontroso. Ero di cattivo umore».
«Niente, figurati» rispose Fausto, lasciando trapelare una nota di sollievo nella voce.


Davide rifletté a lungo, tormentandosi la rada barbetta faunesca che gli cresceva sul mento, poi, trattenendo a stento un sorriso di trionfo, mosse il piccolo alfiere bianco sulla scacchiera magnetica tascabile che Fausto, seduto davanti a lui, teneva appoggiata alle gambe incrociate, dando scacco al re. Così facendo esponeva il pezzo alla torre avversaria, ma quel sacrificio gli avrebbe aperto un corridoio attraverso il quale la sua regina avrebbe potuto sferrare un attacco che, anche se non aveva avuto la pazienza di vagliare tutte le possibili varianti, sperava decisivo.
Fausto gli lanciò un'occhiata interrogativa, stupito della ghiotta offerta. Davide, temendo che la sua espressione lo tradisse insospettendo l'amico, tanto per sviare la sua attenzione gli chiese, cercando di assumere un'aria noncurante:
«Per caso sai che ore sono?».
«Le nove e mezza. Il treno dovrebbe arrivare tra un'ora».
Davide e Fausto erano soltanto dei giocatori dilettanti: non frequentavano circoli scacchistici, né avevano mai letto dei libri di teoria. Giocavano quasi esclusivamente tra di loro, tuttavia da qualche tempo si erano davvero appassionati. Negli ultimi mesi specialmente, le accanite sfide cui avevano dato vita, appartati in qualche chiostro tranquillo e silenzioso dell'università, avevano sottratto molte ore allo studio.
Mentre giocavano, molti altri giovani intorno erano impegnati ad ingannare il tempo in attesa del treno e a cercare di scacciare gli sciami di zanzare che volteggiavano sopra le loro teste, attirati dalle lampade appese alla pensilina.
Davide distolse lo sguardo dall'amico, che si stava scervellando chino sulla scacchiera, così immobile da sembrare pietrificato, e lo lasciò vagare distrattamente tra la folla pigiata lungo il marciapiede che costeggiava il binario vuoto.
Lei uscì dal sottopassaggio proprio nel momento in cui stava guardando da quella parte. Alta, scura, formosa, carina aveva annotato mentalmente, soprappensiero. Abbastanza perché i suoi occhi continuassero istintivamente a seguirne i movimenti, mentre lui stava ancora congratulandosi con sé stesso per la sua brillante strategia scacchistica.
Non era certo raro che gli capitasse di sentirsi incuriosito e attratto da qualche avvenente sconosciuta notata per la strada, su un mezzo pubblico, in un locale - soprattutto ora che si trovava al mare in vacanza, dove la sua disponibilità era più immediata e la bellezza delle ragazze nel pieno della fioritura. Poteva anche succedere che la luminosità particolare di un paio d'occhi, il fluire vaporoso di una capigliatura, la curva ardita di un fondo schiena o un determinato modo di muoversi e camminare restassero per un poco impigliati nei suoi pensieri suscitandogli vaghi languori, ma generalmente non appena quell'apparizione fugace si era dileguata, svoltando l'angolo o scendendo dall'autobus, se ne dimenticava all'istante.
La ragazza avanzava nella sua direzione. Un vestito leggero di cotone color verde acqua fasciava il suo corpo grande e vigoroso. Le spalle larghe e le braccia nude esibivano una armoniosa muscolatura da atleta. Una sorta di corsetto attillato sul busto ed in vita comprimeva i suoi seni piccoli e sodi. Un'ampia gonna le ricadeva in morbide pieghe dai fianchi sino ai piedi. La sua pelle era liscia e scurissima. Portava i capelli neri molto corti. I lineamenti del viso un po' paffuto erano dolci, gli occhi scuri e seri, la bocca carnosa imbronciata. Si muoveva con l'eleganza flessuosa ed indolente di un felino, facendo tintinnare ad ogni passo la grossa collana di rame che le adornava il collo.
Quando gli passò davanti, il battito del cuore di Davide accelerò. Ormai dimentico degli scacchi e di ogni altra cosa, assistette con doloroso stupore al risvegliarsi di sensazioni che non provava da tempo, della cui intensità era insieme inebriato e sgomento. Una cosa gli fu subito chiara: quell'immagine non sarebbe scivolata così presto nell'oblio, andando a perdersi insieme alle mille altre che il caso ogni giorno portava sulla sua strada. La bellezza esotica e sontuosa di quella fanciulla, di una fisicità prorompente, il suo portamento fiero e indomito, che lo facevano pensare a una di quelle principesse africane che tengono al guinzaglio un giaguaro come se fosse un cagnolino, e quell'aria assorta e malinconica avevano saputo farsi strada profondamente in lui, e già sentiva che non sarebbe stato facile liberarsene.
Guardò allontanarsi inesorabilmente lungo il marciapiede quella sconosciuta che con tutta probabilità non avrebbe mai più avuto occasione di rivedere immaginando, ben consapevole di non essere sufficientemente risoluto per farlo davvero, di alzarsi, correrle dietro e abbordarla con una scusa qualsiasi, poi rivolse il viso verso il cielo buio, nel quale ardevano quietamente miriadi di stelle, ed emise un sospiro impastato di sconforto e rassegnazione.
«Davide, tocca a te. Ho mosso da un'ora».
«Cosa? ah… si. Ecco».
«Hai sbagliato. Scacco matto».


Il treno non aveva neppure avuto il tempo di terminare la frenata che si scatenò il parapiglia per l'accaparramento dei posti. Era quella una delle classiche situazioni in cui gli uomini, riuniti in massa, riescono a dare il peggio di sé, rendendo le teorie darwiniane poco lusinghiere nei confronti degli animali. Davide, mentre, aggrappato ad una maniglia in precario equilibrio sul predellino, sgomitava di buona lena per non farsi gettare sui binari, non poteva impedirsi di coltivare l'assurda speranza di incontrare ancora la ragazza sul treno.
Ma anche l'improbabile talvolta accade. Stava arrancando nel corridoio strapieno tirandosi dietro lo zaino ingombrante che gli si incastrava dappertutto, quando la intravide in uno scompartimento. La sorpresa gli mozzò il fiato.
«Qua, qua! ci sono due posti» gridò convulsamente a Fausto, scaraventandolo dentro a forza.
«Ma che cazzo fai? Più in coda era praticamente vuoto, andiamo avanti» protestò Fausto.
«Ma ormai sarà tutto occupato, rischiamo di non trovare niente. E poi adesso è un casino rientrare nel corridoio con la bolgia che c'è, non vedi? qui almeno stiamo seduti…» balbettò Davide, mentendo spudoratamente.
«Se lo dici tu…» si arrese Fausto, poco convinto, lasciandosi cadere sul sedile.
Poco dopo, la partenza. Davanti al finestrino sfilarono case e strade illuminate, piene di gente che passeggiava oppure stava seduta ai tavolini di un bar. Non appena si fu lasciato dietro il paese il treno accelerò bruscamente, acquistando una velocità sostenuta. Fuori si fece buio fitto, rotto soltanto dalle luci isolate di qualche fattoria oppure dai fari di una macchina sulla strada che correva parallela ai binari. Il vetro restituiva l'immagine riflessa dell'interno dello scompartimento.
Davide e Fausto sedevano uno di fronte all'altro, sulle poltrone verso il corridoio; gli altri posti erano occupati dalla bella sconosciuta, acciambellata in una apparentemente scomodissima posizione fetale con un libro in mano, e da altre tre ragazze.
Da alcune parole che le ragazze si erano scambiate Davide arguì che erano italiane e si conoscevano tra di loro. Erano, per la precisione, compagne di classe al liceo. Davide si meravigliò che anche la sconosciuta fosse così giovane; quando l'aveva vista alla stazione aveva pensato fosse sua coetanea, se non addirittura più grande. Delle altre ragazze due erano molto carine, ma secondo Davide, decisamente prevenuto in favore delle sua principessa africana, di una bellezza più ordinaria, che lasciava indifferenti; una era piccolina e portava i capelli biondi a caschetto, l'altra aveva grandi occhi azzurri e si dava un sacco di arie. La terza, di cui aveva captato il nome, Teresa, piuttosto pingue e vivace, sembrava essere l'animatrice della compagnia.
E fu infatti proprio Teresa a dare la stura a un cicaleccio frivolo e petulante nel quale coinvolse anche le altre, ad eccezione di Chicca (con questo nomignolo Teresa si era rivolta alla sconosciuta, per chiederle come mai fosse così taciturna, ottenendo in risposta soltanto una scrollata di spalle), che in disparte continuava la sua lettura. Ben presto un flusso asfissiante e inarrestabile di pettegolezzi, battute, risolini e scemenze di vario genere riempì l'intero scompartimento. Fausto lanciò a Davide un'occhiata che approssimativamente voleva significare: «Bella idea hai avuto, guarda dove siamo capitati». Poi, però, si lasciò poco a poco trascinare nella conversazione.
Davide, invece, oppose una resistenza più decisa. Si trincerò anche lui dietro le pagine di un libro che, considerata l'attenzione che metteva nella lettura, avrebbe potuto benissimo tenere al contrario. La presenza di Chicca, così vicina eppure per lui remota ed irraggiungibile, lo rendeva inquieto. Periodicamente alzava gli occhi dal libro e la osservava di sottecchi. Due o tre volte aveva incrociato il suo sguardo, ma quell'espressione distratta e indifferente non lasciava scorgere alcun segno di un interesse ricambiato. Spinto dalla curiosità, aveva sbirciato la copertina del libro che stava leggendo, rimanendone doppiamente deluso perché non solo si trattava di un romanzo di Hermann Hesse, un autore che detestava, ma non l'aveva nemmeno letto, così era sfumato un possibile argomento di conversazione. E poi c'era Fausto: nonostante tutto ce l'aveva ancora con lui per la faccenda della francese, e aveva il vago timore che qualcosa di analogo potesse ripetersi con Chicca. Fausto comunque, per il momento sembrava esclusivamente interessato alle grazie sdegnose della ragazza dagli occhi azzurri.
Dopo mezz'ora, esasperato dal caldo soffocante - il finestrino era sigillato e l'aria condizionata non funzionava - e dal continuo chiacchiericcio, Davide uscì dallo scompartimento. Aveva i nervi a fior di pelle e un'ansia a cui non sapeva dare una ragione precisa gli attanagliava lo stomaco. Si accese una sigaretta, che questa volta scusò con lo stato di tensione in cui si trovava, e accostò il viso ad un finestrino socchiuso, ricavando un po' di sollievo dalla violenza con cui l'aria fresca lo investiva.
Un cigolio lo distolse dal minuzioso esame a cui stava sottoponendo, appoggiato al vetro, il fioco riflesso del proprio volto. Era lei. Uscì dallo scompartimento, si richiuse dietro il portello e si mise a guardare fuori.
Era l'occasione buona, e difficilmente si sarebbe ripresentata. Doveva coglierla al volo. Non avrebbe potuto immaginare condizioni più favorevoli per attaccare discorso. Le scuse dietro alle quali si era nascosto in precedenza nello scompartimento non avevano più alcun fondamento. Eppure non osava. Era emozionato, in preda all'agitazione. La timidezza, il terrore del primo passo, lo paralizzavano, ergevano una barriera invalicabile. L'incapacità di superare quella vertigine iniziale, simile a quella che lo prendeva quando doveva tuffarsi da una grande altezza e la superficie del mare sotto di lui si tramutava in una spianata di cemento, gli aveva in passato già fatto perdere altre opportunità. La sua insicurezza gli insinuava dubbi nella mente: «Non hai speranze, neanche ti vede, come puoi pensare di poterle piacere, tu, così insignificante, gracile e pallidino? Guardala, com'è alta, abbronzata, seducente. Ci vuole ben altro per lei». Così restava immobile, rigido, gli occhi che frugavano senza vedere nell'oscurità, mentre dentro la sua testa i pensieri turbinavano selvaggiamente. Il tempo passava senza che riuscisse a decidersi ad agire, ad arrischiare un approccio qualsiasi, e presto lei sarebbe rientrata nello scompartimento. Scoraggiato, Davide cominciava a desiderare che ciò avvenisse il più presto possibile, almeno si sarebbe messo il cuore in pace e quella tensione insostenibile e frustrante avrebbe lasciato il posto alla quiete amara del rimpianto, che gli era così familiare.
«Hai una sigaretta, per favore?».
L'improbabile era accaduto per la seconda volta. Gli ci volle qualche istante per realizzareche era proprio a lui che la ragazza si stava rivolgendo. Non poteva crederci: la barriera gli era stata tolta da davanti come d'incanto, senza che lui dovesse muovere un dito. Elevò una silenziosa preghiera di ringraziamento al cielo per la propria fortuna sfacciata.
«Ma certo, ecco» un incontrollabile tremito alle mani gli rese difficile estrarre la sigaretta dal pacchetto stropicciato. Poi ebbe un attimo d'esitazione, incerto se dovesse darle anche l'accendino o farle accendere lui stesso. Lei sorrise del suo impaccio.
«Io sono Chicca» disse, prendendogli l'accendino dalla mano ancora sospesa a mezz'aria.
«Lo so. Io mi chiamo…»
«Davide, vero? l'ha detto il tuo amico»
Come era bella quando sorrideva. Il viso le si illuminava tutto. Davide la vedeva sorridere per la prima volta, e forse era proprio il fatto che lo faceva raramente, pensava, a rendere più prezioso quel sorriso.
Davide e Chicca cominciarono a parlare. Da principio le solite domande su chi sono, cosa fanno, dove vivono. Lei studiava a Bologna, frequentava il liceo classico, ma era siciliana e la sua famiglia viveva a Palermo. Poi Davide si mise a raccontarle l'inizio della propria vacanza. Mentre le riferiva in chiave scherzosa delle disavventure che gli erano capitate, lei rideva volentieri e di gusto, dimostrando di essere interessata e divertita dalle sue parole. Davide sentiva di stare raccontando nel modo giusto, con naturalezza ed efficacia, e ne era soddisfatto. Tra loro stava nascendo qualcosa, iniziava a stabilirsi un contatto, un rapporto, una corrente di simpatia. Certo era soltanto una scintilla, una fiammella che aveva continuo bisogno di essere alimentata; si doveva prestarle mille cure e cautele perché era così debole e fragile che avrebbe potuto spegnersi in qualsiasi momento. Ma se neppure quella piccola scintilla fosse scoccata, allora nulla sarebbe stato possibile tra loro, per quanti sforzi avessero potuto fare, e questo Davide lo sapeva.
Chiacchierarono ancora a lungo, saltando da un argomento all'altro senza alcuna coerenza e continuità. In quella fase ciò che importava non era tanto ciò di cui parlavano, quanto il manifestarsi reciprocamente che entrambi desideravano continuare il dialogo.
Ma Davide non si sentiva ancora completamente tranquillo. Aveva paura del silenzio che in qualsiasi momento avrebbe potuto calare in mezzo a loro, e si affannava a colmare ogni pausa della conversazione con altre parole. Si trattava del timore del disagio, sempre in agguato. Ogni individuo è un mondo a sé, una roccaforte cinta da mura alte e massicce, circondata da un fossato profondo. L'esperienza del disagio era per Davide quella della difficoltà, di fronte ad una persona estranea, di trovare gli appigli o le aperture che gli permettessero di accedere all'interno della fortezza. Talvolta si sentiva incapace di superare il fossato, di varcare la distanza che lo separava dall'altro. Si stupiva sempre constatando la facilità con cui Fausto riusciva a fraternizzare con chiunque, e gli veniva il dubbio che all'origine della propria difficoltà ci fosse piuttosto il fossato che lui stesso si era scavato intorno. Il fatto poi che molti interpretassero il suo comportamento schivo come un segno di freddezza, indifferenza, distacco e addirittura snobismo, gli rendeva la cosa doppiamente dolorosa.
Alla fine, quasi fosse stata la sua stessa paura ad evocarlo, il disagio esplose e la lingua gli si inceppo'. Di nuovo si ritrovò a tacere di fianco a Chicca, smarrito ed impotente, e in qualsiasi momento lei avrebbe potuto decidere di andare a dormire. Tra l'altro dallo scompartimento non giungeva più alcuna voce, la luce era spenta e le tendine chiuse. Restarono zitti per un po'. La mente di Davide, un foglio bianco in cui frugava inutilmente cercando qualcosa da dire. Quando i loro sguardi si incontravano lui sorrideva, imbarazzato. Poi Chicca rientrò nello scompartimento buio, lasciando Davide da solo a rammaricarsi per la propria inettitudine e a mangiarsi ferocemente le unghie. Era infuriato con sé stesso perché ancora una volta era riuscito a mandare tutto all'aria.
La porta dello scompartimento si aprì nuovamente e Chicca emerse dall'oscurità con indosso un pesante maglione di lana grezza color panna. Ormai era notte fonda e, come tipico di quel clima oceanico, la temperatura era scesa vertiginosamente. Aveva freddo, voleva solo prendere un golf, esultò Davide, questo significa che la mia compagnia non le dispiace, che vuole continuare a stare qui con me.
«Dormono?» le chiese.
«Sembra di si»
«Beati loro - disse Davide - Io d'altronde non ci riuscirei. Mi sa che questa notte la passerò qui»
«Nemmeno io ho sonno. E poi le mie amiche si sono prese tutto il posto…»
Davide pensò che la situazione dovesse averla perlomeno incuriosita. Per quanto sempre revocabile, era evidente da parte di Chicca l'intenzione di vedere come sarebbero proseguite le cose. Certo, esplicitamente non aveva affermato niente di simile. Attribuendo il suo ritorno a cause esterne, indipendenti dalla sua volontà, si era prudentemente garantita una possibilità di disimpegno, una via di fuga da utilizzare in qualsiasi momento avesse voluto tirarsi indietro, senza che lui avesse potuto dire di essere stato in alcun modo illuso o incoraggiato.
«Comunque starsene qui non è poi così spiacevole, non trovi?» aggiunse Davide, perché Chicca non credesse che restava là soltanto perché non aveva sonno e per indurre lei ad ammettere la stessa cosa. Se non si era spinto oltre quella generica e in fondo poco impegnativa osservazione, era perché non voleva che Chicca vi leggesse fin da subito un tentativo di avance.
Erano le prime mosse di quella sorta di gioco a rimpiattino (che rappresenta l'antecedente immediato del corteggiamento vero e proprio, se non lo sostituisce del tutto) che mettiamo solitamente in atto, quando ci piace qualcuno, nel tentativo di non scoprirci, di mascherare il nostro interesse, fintanto che siamo incerti sui sentimenti dell'altro e abbiamo paura del ridicolo, dell'umiliazione, del rifiuto oppure che l'altro possa approfittarsene. Allora lanciamo segnali nascosti, allusioni, messaggi in codice - i crittogrammi della passione nascente - che sta all'altro di cogliere e interpretare, con lo scopo di provocare da parte sua una analoga risposta, una qualche ammissione. Di solito il gioco si fa progressivamente più ardito e scoperto, sino a che la situazione non si chiarisce e si giunge al momento fatidico della dichiarazione o del primo bacio. Quel momento, che viene generalmente considerato la prima battuta di un testo tutto ancora da scrivere (e che si spera interminabile), è in verità anche l'atto conclusivo di una vicenda sommersa lunga e complessa. Se invece l'esito che si profila appare negativo, abbiamo sempre la possibilità di tirarci indietro prima di esporci completamente, risparmiandoci spesso scene penose ed imbarazzanti.
Chicca, mostrando di conoscere anche lei le regole di quel gioco, non rispose ma fece solo un vago cenno che a Davide sembrò d'assenso. Si sedette per terra e invitò Davide a fare altrettanto. Ripresero a parlare. Lei teneva le gambe raccolte al petto e la testa appoggiata sulle ginocchia. I suoi profondi e dolci occhi neri esprimevano una attenzione immedesimata e partecipe. I loro discorsi si fecero più personali e confidenziali. Parlavano a bassa voce, i visi accostati, per non disturbare la gente che dormiva. Tutt'intorno a loro, infatti, c'erano decine di persone rimaste senza un posto che giacevano sdraiate sul pavimento, infagottate nei sacchi a pelo. Uno si era addirittura issato fin sul portabagagli e russava sonoramente là in cima, rischiando di precipitare ad ogni scossone del treno. Davide si sfregava le spalle con le mani. Indossava solo la maglietta e nonostante avesse la pelle d'oca non voleva alzarsi per tema di sciupare l'atmosfera e di spezzare irrimediabilmente il filo sottile del legame che stava tentando faticosamente di intrecciare. Quando qualcuno che scendeva o saliva ad una stazione oppure doveva andare al bagno attraversava il corridoio, erano costretti, per lasciarlo passare, ad alzarsi oppure a schiacciarsi per terra facendosi scavalcare. Era molto scomodo, ma anche il fatto di condividere quel fastidio e il modo in cui ci scherzavano sopra contribuivano ad avvicinarli e a creare una sorta di complicità. Chicca gli parlò di sé. Gli raccontò della sua relazione burrascosa con un uomo sposato, molto più vecchio di lei, conoscente del padre. Si era innamorata di lui ad appena quindici anni. Quando i genitori ne erano venuti a conoscenza l'avevano spedita a Bologna da una zia perché si staccasse da quell'uomo. La loro relazione era nonostante tutto continuata; ora, però, c'erano dei problemi. Proprio prima di partire per le vacanze avevano litigato violentemente e lei lo aveva mandato a quel paese, ma non era completamente sicura di volere farla finita. Si sentiva confusa e incerta perché nonostante tutto era ancora molto legata a lui. Davide si domandò se, parlandogli dell'uomo con cui stava, Chicca intendesse dirgli: «Sono impegnata, per cui amici e basta», oppure: «Via libera, è una storia praticamente finita»; ma forse cercava un significato anche dove non ce n'era nessuno in particolare. Poi Chicca gli disse della comunità terapeutica per tossicodipendenti nella quale lavorava come volontaria. Dalle sue parole trasparivano la volontà, il coraggio, la forza d'animo e la determinazione di cui aveva dato prova, pur così giovane, nell'affrontare quell'impegno. Davide ne era colpito, come era rimasto ammirato del modo in cui, per l'uomo che amava, aveva sfidato le convenzioni, i pregiudizi bigotti, i pettegolezzi malevoli della gente e perfino la sua famiglia.
«Sei una ragazza straordinaria» le disse, quando ebbe finito di raccontare.
Per tutta risposta lei gli diede un leggero bacio sulla guancia, sorridendo riconoscente. Era il primo vero contatto fisico tra loro. All'inizio, se i loro piedi si toccavano o se si sfioravano con un braccio, si ritraevano automaticamente chiedendosi scusa, quasi si fossero scottati. Agiva in entrambi quel senso istintivo e primordiale di protezione dei confini del proprio corpo dall'invasione e dall'aggressione altrui, col quale teniamo a distanza ciò che ci è estraneo ed ignoto del mondo esterno. Via via che la loro familiarità aumentava, però, quei contatti e quegli sfioramenti inavvertiti e casuali si moltiplicavano e si prolungavano, venivano accettati senza più timore. Ed ora erano loro stessi a cercarli. Il linguaggio dei corpi esprimeva già chiaramente ciò che a voce Davide non aveva il coraggio di dire e ciò di cui Chicca non si era ancora resa perfettamente conto, oppure non voleva ammettere con sé stessa. Nelle pieghe della carne e nel sangue giace dimenticata una saggezza i cui consigli e ammonimenti, semplici quanto profondi, purtroppo ascoltiamo raramente, avviluppati come siamo nelle tortuosità della ragione.
Davide accolse il bacio con un sussulto. La sorpresa gli imporporò il viso. Nel punto in cui le labbra di Chicca l'avevano sfiorato era concentrato un calore che gli si diffondeva dappertutto nelle membra.


Il treno correva attraverso la notte. Nel silenzio, soltanto il rumore attutito delle ruote sui binari, una cantilena sferragliante, monotona e ossessiva. Chicca aveva appoggiato la testa sulla spalla di Davide. Dopo uno sbadiglio aveva detto che le era venuto sonno, ma non aveva nemmeno accennato a tornare nello scompartimento. Davide la osservava da quella distanza ravvicinata. In una prospettiva scorciata poteva vedere le graziose circonvoluzioni del suo orecchio minuto e il delicato profilo del naso all'insù e delle labbra socchiuse. Stringeva le braccia sul petto in una posa da bambina nella culla che gli ispirava una immensa tenerezza.
«Dormono le cime dei monti e le vallate intorno, i declivi e i burroni; dormono i rettili, quanti nella specie la nera terra alleva, le fiere di selva, le varie forme di api, i mostri nel fondo cupo del mare; dormono le generazioni degli uccelli dalle lunghe ali» recitò tra sé a fior di labbra, in una reminiscenza liceale. L'insonnia e la vicinanza di lei lo facevano sentire ebbro e stordito. Avrebbe voluto che quel momento non finisse mai, che il giorno non si levasse più, che il treno continuasse all'infinito a scivolare per il mondo addormentato e che loro due, che gli piaceva immaginare fossero le uniche persone rimaste sveglie sulla faccia della terra, potessero restarsene per sempre così, rannicchiati sul pavimento, stretti l'uno all'altra, sussurrandosi ogni tanto qualcosa all'orecchio.
«Ancora in piedi? Lo sapete che sono le quattro passate?»
A quella voce Chicca e Davide si riscossero. Teresa, con un'espressione stravolta e insonnolita, gli occhi gonfi e i capelli spettinati, era apparsa sulla soglia dello scompartimento.
«Qualcosa mi ha svegliata e non riesco più a riprendere sonno. E voi, fate i bravi, spero?»
Davide alzò uno sguardo carico di odio verso l'importuna, che nel frattempo, senza chiedere se per caso stesse disturbandoli, si apprestava a sedersi accanto a loro. Nello stato in cui era ridotta sembrava in tutto e per tutto una strega. Imbarazzato dalla sua domanda ironica e dal sorriso insinuante, malizioso e allusivo con cui li fissava, Davide non trovò di meglio che mettersi a parlare con lei, sperando che questo sviasse la sua sfacciata curiosità. Chicca, che si era un po' scostata da lui, ascoltava distrattamente la conversazione, senza prendervi parte. Qualche minuto dopo si alzò e si diresse alla toilette. Davide seguiva preoccupato i suoi movimenti con la coda dell'occhio, mentre Teresa gli riversava addosso una valanga di parole in libertà, dimostrando una loquela davvero sconcertante per una che si sia appena svegliata. Uscita dal bagno, Chicca non tornò da loro ma rimase in fondo alla carrozza, oltre la porta a vetri che introduceva nel corridoio. Davide, che non capiva cosa potesse essere successo, si era pentito di avere dato il via a quella chiacchierata e scalpitava, non vedendo l'ora che Teresa la facesse finita e si levasse di torno. Non l'ascoltava più, limitandosi a infilare degli inespressivi "ah, beh" e "si, si" nelle pause di respirazione che Teresa era costretta a prendere ogni tanto interrompendo la sua logorrea. Mentre seguitava imperterrita a parlare, Teresa non faceva che ridere. Rideva ininterrottamente; Davide se ne era già accorto in precedenza e aveva provato a paragonare il suo riso forzato, così logoro e consunto dall'usura da risultare triste come i sorrisi dipinti dei clown, con quello di Chicca, nel quale, quando le sbocciava sulle labbra, sembrava risplendere un luminoso sole interiore.
Alla fine, di fronte alla impermeabile laconicità di cui Davide era capace, anche Teresa dovette arrendersi. Per un po' tacque, interdetta. Poi, quasi spaventata da quel silenzio, che le suscitava una sorta di horror vacui, parve decidere che non ci fosse altro da fare che tornare a dormire. Davide pensò che il silenzio dovesse esserle insopportabile, come un elemento estraneo nel quale è impossibile sopravvivere a lungo, e che avesse bisogno di parlare continuamente quanto dell'aria che respirava. Osservandola mentre sollevava a stento il proprio corpo debordante e, con movimenti goffi e sgraziati, si avviava verso lo scompartimento, Davide capì d'un tratto la tremenda fatica di essere brutti. Quella di apparire esageratemente allegra, divertente, esuberante e buffa doveva essere in verità, per Teresa, una specie di condanna, pensò. Una bella ragazza attira naturalmente e senza alcuno sforzo le persone, non ha bisogno di muovere un dito per guadagnarsi la simpatia e l'amicizia di chi le sta intorno. Lei invece doveva lottare per essere notata ed accettata, era costretta a recitare la parte del pagliaccio, del buffone di corte. Nessuno le regalava niente, doveva conquistarsi ogni cosa con lacrime e sudore. Ad obbligarla a quel ruolo erano, anche se certo inconsapevolmente e senza volerlo, proprio le sue amiche con la cui bellezza, che inevitabilmente la relegava, dimenticata, in un angolo, non poteva in altro modo misurarsi. Era questa la ragione per cui il suo modo di comportarsi risultava sempre eccessivo, sopra le righe. Una ragazza grassa è una persona come le altre imprigionata dentro ad una armatura di lardo. Le è difficile essere semplicemente sé stessa, perché la gente tende a vedere solo i rotoli di ciccia sotto ai quali è nascosta. È costretta ad urlare affinché ci si accorga di lei. Teresa probabilmente non aveva trovato altro modo per ritagliarsi un suo spazio in un mondo dominato dai belli che cucirsi addosso una maschera la quale però riproduceva i suoi tratti in maniera grottesca e caricaturale. Certo, così per tutti lei era la stupida, la superficiale che parla e si agita di continuo e non prende mai nulla sul serio, ma almeno non veniva ignorata. Forse non si toglieva mai quella maschera per paura che senza di essa la gente non le avrebbe più prestato attenzione oppure avrebbe riso anche del suo vero volto. Davide si rese conto di essersi comportato in modo ingiusto e antipatico con Teresa e si ripromise, se ne avesse avuto l'occasione, di farsi in qualche modo perdonare. In quel momento però aveva problemi più urgenti.
Si alzò in piedi e si voltò nella direzione di Chicca, che se ne stava in fondo al corridoio, appoggiata alla parete, la testa chinata sul petto, gli occhi bassi, chiusa in chissà quali pensieri. Aveva un'espressione seria e come sofferente. Davide non sapeva spiegarsi le ragioni di quell'improvviso cambiamento d'umore. Avrebbe voluto andare da lei, ma lo tratteneva l'impressione che sentisse la necessità di starsene un po' da sola e che non volesse essere disturbata, come se dovesse risolvere un dubbio che la tormentava. Per un tempo che gli parve eterno, Davide rimase in attesa, guardando senza vedere le piccole luci sparse nella pianura, che sembravano stelle staccatesi dalla volta celeste e cadute per terra. A tratti si girava verso Chicca, sperando di incontrare il suo sguardo e di leggervi un invito, una legittimazione a farsi avanti. Cominciava a farsi largo in lui la convinzione che, se pure era stata tentata, avesse deciso che era meglio di no, e che ormai non ci fosse più nulla da fare.
Finalmente Chicca tornò indietro. Davide le si avvicinò e le chiese cosa avesse.
«Ho mal di pancia» rispose lei, con un filo di voce.
Davide si sedette per terra e le fece appoggiare la testa sul proprio grembo. Poi tutto avvenne da sé, naturalmente, come se una inesorabile necessità guidasse i suoi gesti. Le circondò le spalle con un braccio e con l'altra mano prese a carezzarle cautamente i capelli corti e la nuca. Percepì in lei come una resistenza che si allentava. Le diede un bacio sulla tempia, vicino all'orecchio. Lei rispose, impadronendosi del suo braccio e cominciando a carezzarlo. Si abbandonò senza riserve all'abbraccio in cui Davide l'avvinse. Le loro bocche si incontrarono. Davide chiuse gli occhi, lasciandosi trascinare dalle sensazioni che gli esplodevano dentro come fuochi d'artificio. Fu un bacio lungo, un po' circospetto e molto dolce. Quando si staccarono Chicca affondò il volto nel suo petto, quasi nascondendosi. Davide tentò di sollevarle la testa per guardarla negli occhi, ma lei si rifiutò, in una dimostrazione di pudore e timidezza che lo sorprese e lo intenerì. Si baciarono ancora, questa volta con trasporto, appassionatamente.
Si alzarono. Nel cielo si diffondeva un fioco chiarore, presentimento dell'aurora. Chicca gli si strinse forte addosso, insinuando una gamba tra quelle di lui, e lo baciò con foga sulla bocca e sul collo. Davide, sopraffatto da quella irruenza, si guardò intorno per vedere se qualcuno li stesse osservando. I sacchi a pelo cominciavano a essere scossi da segni di vita e già ne spuntavano fuori le prime teste sbadiglianti. Qualcuno era uscito dagli scompartimenti e si stiracchiava o si sfregava il viso guardando fuori. Un attempato portoghese, seduto su uno sgabello ribaltabile, li fissava senza curiosità. Davide era piuttosto imbarazzato. Temeva che i bermuda militari che indossava non celassero del tutto il segno fin troppo evidente della sua eccitazione. Furono i baci di Chicca a distoglierlo da ogni pensiero.
Quando la prima ondata di passione si placò, Davide ebbe modo di rendersi conto di quanto era accaduto, e sentì Chicca così presente, così vicina, che ne fu turbato. Successe come se, dopo aver sostato a lungo davanti ad una porta chiusa spingendo nel tentativo di entrare, la porta avesse ceduto d'un colpo e lui, piombato a capofitto dall'altra parte per lo slancio, intimorito dal luogo ignoto ed estraneo in cui si era avventurato, provasse per un attimo la tentazione di scappare via. D'ora in poi non avrebbero più potuto fare affidamento su quei codici prestabiliti e quelle norme convenzionali di comportamento che regolano i rapporti consueti e superficiali, non sarebbe stato loro possibile ancora evitare di mettersi totalmente in gioco. Erano soli, adesso, uno di fronte all'altra. Tremanti, nudi, vulnerabili e indifesi dovevano inventare dal nulla un modo di comprendersi, di accettarsi e di stare assieme. Si guardarono negli occhi; era la prima volta che accadeva da quando si erano baciati. Davide avrebbe voluto dirle qualcosa, ma le parole gli sembravano misere ed anguste, incapaci di racchiudere l'emozione che provava in quel momento, così le prese il viso tra le mani e depose piccoli baci sulla sua fronte, sugli occhi, sul naso, sulle guance, sulla bocca e sul mento. Con questo gesto intendeva significarle che ogni parte del suo corpo era per lui un dono raro e prezioso. Le sussurrò che se fossero stati soli avrebbe proseguito quella sorta di cerimonia fino a coprire ogni centimetro della sua pelle.
Il cielo aveva assunto una tenera sfumatura celeste. I raggi del sole, ancora nascosto dietro alle colline, tingevano di rosa, arancione e rosso le nuvolette sfilacciate sospese nell'aria tersa. La pianura, velata di foschia, era immersa in una uniforme penombra grigio-azzurra. Abbracciati, Chicca e Davide attendevano l'alba.
«Guarda che bello: un lago» disse Davide.
«Si… è stupendo»
Non si scorgeva altro che una grossa macchia blu emergere in lontananza dal semibuio, ma nello stato d'animo estatico in cui si trovavano ogni minima cosa o avvenimento, anche il più consueto e insignificante, appariva loro come un miracolo. Sembrava ad entrambi di vedere il mondo per la prima volta, con occhi nuovi.
A guardar meglio, però, quel lago aveva qualcosa di strano: il modo in cui la sua superficie opaca rifletteva la tenue luce del cielo avrebbe potuto essere plausibile solo nel caso che fosse ghiacciato o qualcosa del genere, e questo in agosto era quantomeno improbabile. La prima ad accorgersene fu Chicca:
«Ma quello non è un lago, è la tettoia di un capannone» esclamò con un sussulto.
Erano rimasti tutto quel tempo a contemplare, beati e sognanti, un pezzo di plastica! Uno scoppio irrefrenabile di ilarità li travolse entrambi.
Ci volle un bacio per soffocare quelle risa.


Qui si conclude il racconto dell'incontro fra Davide e Chicca. Ci è concesso vederli ancora per un attimo, la mattina, seduti ad un tavolino del bar della stazione di Lisbona, davanti a due cappuccini fumanti e ad un piatto di brioche appena sfornate. Con le guance infiammate e gli occhi pieni di sonno e di passione, se ne stanno mano nella mano, parlando a bassa voce. Una gradevole intimità, appena offuscata da un residuo imbarazzo, aleggia tra loro. Sono così presi l'uno dall'altra che nemmeno si accorgono del bambino che piange al tavolo vicino, dell'uomo grasso e sudato che impreca con la cassiera per un errore nel conto e del tamponamento appena accaduto in strada, oltre la vetrata, che attira l'attenzione di tutti gli altri avventori.
La loro storia, una di quelle storie estive allegre e colorate come bolle di sapone e come queste fragili e fugaci, finirà bruscamente dopo pochi giorni. Chicca avrà paura che le cose con Davide diventino troppo serie sapendo che comunque al termine dalle vacanze sarebbe tornata da quell'uomo da cui le è tanto difficile staccarsi. Davide, pieno di dubbi sulla possibilità di impegnarsi in una relazione nata su basi così precarie, la lascerà andare via senza tentare nulla per farle cambiare idea. Non la vedrà né la sentirà più.
Tempo dopo sarà preso dai rimorsi, pensando a ciò che avrebbe potuto essere e non é stato, ma capirà infine di avere agito nel modo giusto.
L'amore di Chicca era stato un dono piovuto dal cielo, piacevole quanto inatteso. Si era posato spontaneamente, come una farfalla volubile e curiosa, sul palmo aperto della sua mano, senza promettere né domandare qualcosa in cambio, ed egli doveva accettare che, così come era venuto, fosse libero di volarsene via. Se avesse serrato il pugno nel tentativo di trattenerlo, non avrebbe ottenuto altro che di gualcire irrimediabilmente le sue ali rovinandone il delicato e incantevole disegno. Lo avrebbe schiacciato, e tra le sue dita, impiastricciate della polvere impalpabile che ricopriva quelle ali, sarebbe rimasto soltanto un cadavere. Invece, lasciandogli spiccare il volo, come aveva fatto, i ricordi dei bei momenti che quell'amore gli aveva regalato li avrebbe serbati a lungo nella memoria, intatti e inalterabili, con la possibilità di richiamarli alla mente ogni qualvolta avesse voluto riscaldarsi al loro calore.
E di questo Davide sarà sempre riconoscente e grato.



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