FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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IL CORO DI NEONELI

Michele Andreoli




Se c'è un popolo al mondo che ama davvero la musica, questo è il nostro. Noi consideriamo qualsiasi cosa, persino noi stessi, soltanto in relazione a quest'arte, e in modo speciale, al canto.
Non voglio dire, con questo, che noi non abbiamo altri interessi oltre la musica, ma certo nessun desiderio in noi è così forte, così impellente quanto quello di esibirci in qualche brano, al punto che nulla, neanche il fuoco, così frequente dalle nostre parti, può indurci ad interromperlo prima che sia completamente concluso.
Qui a Neoneli facciamo tante altre cose oltre che cantare e i nostri tappeti, tanto per fare un esempio, sono buoni quanto quelli tessuti in altri posti della Sardegna, ma quando eseguiamo il nostro ballu tundu, beh, allora è diverso: al cospetto dei nostri suoni anche l'orecchio del bruto si commuove, e nessuno che ci abbia veramente ascoltato può dubitare che per noi cantare è necessariamente qualche cosa di più.
Su quanto sia singolare il nostro canto, non occorre che io aggiunga altro1. La natura speciale del nostro modo di fare musica ci è confermata ogni giorno dallo stupore di chi ci ascolta e dall'invidia, non sempre ben celata, che nutre verso di noi la gente di queste montagne.
Siamo forse l'unico popolo al mondo che canta? Certo che no. Ogni popolo ha la propria musica, e i loro cantori vengono spesso nelle nostre piazze, con le loro melodie, così come noi andiamo nelle loro. Ma, in cuor nostro, questo loro modo di cantare, che pure ci stupisce e ci affascina, come tutto ciò di cui siamo incapaci, non pare affatto musica e meno che mai è canto.
Io credo di interpretare l'opinione della maggioranza affermando che il sentimento del mio popolo nei confronti di questi girovaghi e del loro modo di cantare, con tutte le fiorettature di dubbio gusto di cui é tessuta la loro melodia, non è molto più della fredda e distaccata meraviglia di chi complessivamente non approva.
Certo, so bene che questa non è l'opinione di tutti e che, specie negli ultimi tempi, più di una voce si è levata in difesa della musica che ci viene dall'esterno. Io non so chi avrà ragione, alla fine, ma, per ora, si può senz'altro dire che per la gran massa del popolo questo tipo di musica ha più affinità col rumore che col canto.
Nel dir ciò, naturalmente, io non intendo confrontare, pentagrammi alla mano, le capacità dei singoli musicisti, nè tanto meno la qualità delle loro canzoni con le nostre. Se si procedesse in questo modo, bisognerebbe ammettere che i nostri cantanti sono di gran lunga inferiori ai loro e che anche le nostre canzoni non sono poi un gran ché.
Basti pensare che nessuno di noi sarebbe letteralmente in grado di eseguire, da solo, dall'inizio alla fine, un tale tipo di brano e che, in fin dei conti, stando al significato comune che si da' alla parola musica, noi non siamo affatto un popolo di musicisti.
Volendo spiegare a chi non è nato a Neonèli, in cosa consista la specificità della nostra arte musicale, possiamo usare una metafora forse più esplicativa di qualsiasi discorso: il Coro è un immenso organo, e noi siamo le canne sulle quali, a turno, nel suo progredire la melodia si distribuisce. Ogni componente del Coro sa eseguire un'unica nota e, quantunque egli debba emetterla ogni volta che la melodia lo richiede, con la precisione e la durata prevista, egli non ha che un'idea assai vaga della melodia nel suo complesso.
La parte affidata al singolo, eseguita da sola, al di fuori dal Coro, farebbe l'effetto curioso del cadere di una goccia su una foglia secca: una successione ritmata e senza senso di un unico suono. E' solo l'insieme, la totalità delle voci che, come per magia, crea lo sviluppo, il tessuto melodico.
Tutto ciò è semplicemente fantastico e noi stessi, ogni volta che il pezzo finisce, restiamo stupiti di quello che si può fare semplicemente unendo le proprie forze e con un contributo personale tutto sommato abbastanza insignificante.
Nel nostro modo di cantare il numero di musicisti necessari per eseguire un dato pezzo non è arbitrario, né tanto meno può essere soggetto a variazioni di convenienza. Questo numero non è altro che il numero di note diverse che compongono la melodia, una variabile umana e sociologica che per noi è importante quanto la tonalità. Ecco perché è necessario che il Coro al completo sia presente fin dall'inizio. Se anche uno di noi è assente, la musica è impossibile.
E in fin dei conti cantare, per noi è anche questo: essere tutti insieme in un luogo prescelto, poterci guardare e tastare, sentirci tutti egualmente necessari, tutti egualmente insostituibili. Questa è la nostra maggiore voluttà: noi non conosciamo piacere più grande di questo stare insieme e, quando ci ritroviamo, non vorremmo lasciarci più. Ciò è molto più che il borbottare a fior di labbra una musichetta: è in gioco l'esistenza stessa del nostro popolo.
La nostra è una forma di musica estremamente democratica, ma certamente non tutti i nostri esecutori sono egualmente bravi: anche noi abbiamo le nostre star, gli idoli della nostra gioventù, ma essi non sono ammirati né per l'estro creativo né per l'agilità dei loro vocalizzi, bensì per la stabilità con cui essi sanno emettere il suono loro affidato e per la capacità di conservarlo nel tempo.
Su questi due semplici fatti è basata tutta la singolarità della nostra tecnica musicale, e su di questi non ammettiamo deroghe. Siamo un popolo semplice che ama l'ordine e teme la confusione più di qualsiasi altra cosa. Si può dire ogni male di noi, ma qui il La fa esattamente 440 oscillazioni in un secondo e non ne ha mai fatte né potrà mai farne di più.
Compito preciso di ogni abitante di Neonèli è di conservare e ripetere immutato nei secoli il suono che gli è stato affidato. Compito del popolo nel suo insieme è conservare invariato l'impianto delle tonalità così come fu fissato all'alba dei tempi. Quanto a me, anch'io faccio parte del Coro e la mia vita non avrebbe alcun senso al di fuori di esso. La nota affidata ai miei avi, e dunque anche a me, è il fa diesis: nella custodia ammirata di quest'unico suono, io spendo tuttora i miei giorni. Così è ora, e così sarà sempre.
Per farsi un'idea delle difficoltà e dei grattacapi che questo modo di cantare ci procura, basterebbe osservare il Coro mentre prova un pezzo nuovo. Questa è l'occasione tipica in cui si evidenziano tutti i nostri problemi di interpretazione e di esecuzione, ma è anche la ragione più profonda di questo nostro smisurato amore per il canto.
Come prima cosa il Maestro, Tonino Cau, ci fa disporre in fila, per la prova diatonica; quindi scarta e sostitusce i cantanti (cioè le note), che non sono in forma, o che non sono omogenei all'anima del gruppo. Poi conta le note che gli servono e congeda i componenti in sovrappiù. A questo punto, egli comincia a suonarci, per così dire, uno ad uno con la sua bacchetta, provando dapprima singole quartine o terzine, poi intere frasi. Se qualche nota non gli sembra sufficientemente forte, egli fa raddoppiare, o anche triplicare, qualche esecutore; altre volte ci raggruppa, ci sposta, ci orienta come gli pare.
Indubbiamente il nostro modo di cantare ha molte più esigenze del modo tradizionale e se davvero avessimo adottato questo sistema fin dall'inizio, il nostro popolo, con l'invecchiamento e la morte dei singoli esecutori, avrebbe dimenticato l'arte del canto nel giro di una sola generazione.
Per ovviare a questo inconveniente, abbiamo accettato il principio della ridondanza. La custodia della nota viene affidata così non al singolo ma al clan, il quale la tramanda di diritto a tutti i futuri membri.
Per gente siffatta, che ha sempre così presente il senso della propria nullità, la memoria è tutto e, giacché noi non scriviamo la nostra musica né sapremmo mai eseguirla quand'anche l'avessimo scritta, educhiamo i nostri figli al rispetto di questa facoltà vitale e miracolosa. Ma ricordare una nota non è come ricordare un fatto qualsiasi. Non ci si può aiutare facendo un segno su una pietra o pregando nostra moglie di rammentarcene a tempo debito. Per ricordare l'altezza esatta di un suono bisogna sentirlo nelle proprie ossa, suonarlo tante volte, ogni giorno, fino a farlo diventare parte di noi, e questo ovunque ci si trovi, anche quando siamo lassù al pascolo, soli per mesi, o nelle patrie galere.
Il nostro sistema musicale è piuttosto rigido, lo so, ma non sono daccordo con chi afferma che lo spirito musicale del nostro popolo si stia appiattendo e che in tutto questo nostro cantare non c'è vera arte.
I giovani si chiedono come mai ci siamo assoggettati a questa vera e propria forma di mutilazione creativa al punto che nessuno di noi saprebbe spiegare in cosa consiste un arpeggio, un abbellimento o un trillo e se c'è una ragione più profonda del perché il nostro popolo, unico, ha scelto una forma di musica in un certo senso così poco appetibile al singolo esecutore.
Molte volte mi sono fatto questa domanda.
Io, Ivo Marras, componente del Coro, come prima di me mio padre e mio nonno, io, che non saprei neanche concepirmi fuori del canto, mi sono chiesto questo!
Alcuni spiegano così: non c'era altra maniera per fare della musica a Neoneli, dato che, com'è universalmente noto, il popolo di Neoneli è privo di orecchio musicale.
Naturalmente, quest'affermazione ha valore letterale soltanto per il singolo, non per il popolo nel suo insieme, il quale, e il Coro lo dimostra, ha trovato un modo piuttosto ingegnoso per rimediare a questa limitazione di natura.
I nostri padri sapevano che, anche con la nostra migliore buona volontà, nessuno di noi avrebbe mai potuto fissare nella sua mente l'altezza di tutti i suoni della scala. E' una cosa del tutto fuori della nostra portata. Noi, popolo totalmente privo di orecchio, semplicemente ne siamo incapaci!
La tecnica degli esecutori autosufficienti, con musicisti come i nostri, darebbe risultati troppo scadenti e dovremmo ben presto rinunciare ad ogni forma di canto.
Questo il popolo non potrebbe sopportarlo. Noi siamo gente orgogliosa e abbiamo in grandissima considerazione quest'arte sublime. Sono certo che, posti di fronte alla scelta tra il nostro metodo e l'assenza totale della musica, opteremmo senz'altro per la prima soluzione. E così, non volendo rinunciare alla musica soltanto a causa di una limitazione naturale del singolo, ci siamo appellati alla risorsa più grande che la nostra gente possieda: l'unità della nazione, amalgama e totem del popolo di Neonèli.
Sappiamo benissimo che vi sono al mondo tantissimi musicisti e anche persone comuni che, al contrario di noi, sono perfettamente in grado di cantare da soli un pezzo dall'inizio alla fine, eseguendo tutte le note da se stessi, ma certo costoro non sono capaci della nostra precisione e due esecuzioni dello stesso pezzo da parte di due di loro, o anche dello stesso in due momenti diversi, risulteranno senz'altro notevolmente differenti. Per la nostra psicologia, ciò è intollerabile.
Ma anche non impugnando per ora questa obiezione, non si può non ammettere che il cosiddetto orecchio musicale è pur sempre la capacità sporadica di un singolo e non potrà mai essere prerogativa di tutto un popolo, come è da noi.
Col nostro sistema, benché sia grande la frustrazione artistica del singolo esecutore, noi siamo capaci di melodie infinitamente più complesse e, soprattutto, stabili.
Non solo: siccome non abbiamo necessità di suddividerci in sezioni o classi, qui non ci sono prime donne; ogni esecutore è sullo stesso piano. Ciò è molto apprezzato da noi: il nostro popolo, così facile ad infiammarsi, non sopporta i conflitti. Giungeremmo a rinunciare alla musica piuttosto di veder compromessa l'unità della nostra gente.
Per questa ragione il nostro patrimonio musicale è stato minutamente distribuito a tutta la comunità: questo meccanismo, limitando il contributo del singolo, rende impossibile il conflitto.
Forse il sistema è effettivamente troppo macchinoso, ma chi oserebbe modificarlo? E' troppo tardi per adottare un altro sistema e, in questo convincimento, il Coro ha il conforto di tutto il popolo.
Ho portato qui, in forma sparsa, vantaggi e svantaggi del metodo ma non ho ancora menzionato l'argomento veramente decisivo, l'argomento che fa di questo sistema l'unico possibile a Neonèli: l'assenza totale di strumenti musicali che, sostenendo il canto, rendono la tonalità meno malferma.
Noi non conosciamo né usiamo di questi strumenti e questo non perché la nostra abilità di artigiani non sia sufficiente per fabbricarli, né tanto meno per orgoglio, come taluni affermano. Forse che i nostri bambini, come tutti i bambini di questo mondo, non zufolano anch'essi nei loro piccoli strumenti, soffiando e gonfiando buffamente le guance? Non per questo noi osiamo chiamare ciò musica.
Preferiamo lasciare l'uso di questi oggetti ai bambini e ai buffoni dei circhi che passano da queste parti. Ma come può, dico io, il suono di uno strumento di legno confrontarsi con la voce umana, lo strumento per eccellenza, l'unico veramente capace dei suoni che ci interessano? Come può una mistura di strumenti e uomini qual'è una tipica orchestra del continente paragonarsi con uno strumento che, per come è concepito, non può né invecchiare né alterarsi, uno strumento vivo qual'è tutto il popolo nella sua globalità, con il Coro che lo manovra e ne fa vibrare le corde più profonde.?
Come ho già detto, l'adesione al metodo è vastissima, ma non unanime. Questo non possiamo nasconderlo. Ma i giovani che criticano la nostra tradizione musicale, usano argomenti non inoppugnabili e, a volte, obliqui.
Essi dicono che questa mania di voler conservare l'esatta altezza delle note con l'accanimento furibondo e cieco con cui facciamo non è che il riflesso della nostra storica disposizione a non voler mutare nulla della nostra condizione di sardi.
Affermano, in sostanza, che le nostre scale non perderebbero in bellezza se anche l'impianto tonale avesse subito una piccola deriva verso l'alto o verso il basso e che il popolo di Neonèli non avrebbe nulla da temere da un abbandono parziale o da una lieve rettifica del nostro sistema musicale, per molti versi troppo macchinoso e soffocante.
In compenso adottando, dicono, il sistema degli esecutori autosufficienti, potremmo comporre e inventare musica nuova, invece di cantare sempre le canzoni dei nostri avi, come facciamo adesso. E quando chiediamo loro quale soluzione ci propongono ci dicono che nelle orchestre del continente accordano voci e strumenti - orrore! - all'inizio di ogni pezzo. Col consenso del Maestro, uno dei musicisti, presumibilmente il più bravo o uno scelto a caso, questo non si capisce, si porta davanti al complesso ed emette il la naturale, dopodicché tutti accordano i propri strumenti su quella nota.
Ma chi accorda l'accordatore? Può un tale sistema, barbaro e inefficace, essere generalizzato anche al principe degli strumenti, la voce umana? Noi non lo crediamo.
Del resto, sappiamo tutti che le loro cantanti più osannate si rifiutano accanitamente di cantare se prima non hanno visto, da qualche parte nel salotto, la sagoma confortante di un pianoforte.
I loro complessi corali si esibiscono sempre e soltanto con l'appoggio dell'insieme orchestrale e la musica che essi suonano, specie quella operistica, è fin dall'inizio concepita in modo che la voce solista (sa oghe (, che è la più soggetta a calare e a crescere, non resti mai senza il conforto di un qualche strumento che, nell'ombra, gli faccia eco e ne sostenga il tono.
Un tale sistema presso di noi susciterebbe soltanto ilarità e sarcasmo. Il significato di termini come calante e crescente ci è sconosciuto; il nostro vocabolario li ignora. Per quanto riguarda la pratica dell'accordatura, potremmo forse proporla a mò di un gioco, ma anche così non riuscirebbe a divertirci a lungo, giacché tutti i nostri la ma anche tutti i nostri fa, i nostri mi etc., sono identici tra loro ab eterno.
Una volta invitammo a Neonèli un musicista di Cagliari, affinché ci facesse vedere in cosa consistesse esattamente la pratica dell'accordatura e come venisse praticata in continente. Fu la prima e l'ultima volta che il Coro di Nèoneli, uno dei più famosi cori della Sardegna, prese lezioni di musica o, per meglio dire, la subì, da un musico forestiero la cui lingua non eravamo neanche in grado di comprendere pienamente.
Questo bizzarro individuo si presentò con un minuscolo fischietto di metallo, non più grosso di un unghia, che chiamò corista, e tenne la sua divertente lezione, soffiando di tanto in tanto in questo suo fischietto. Si trattava di un la certamente preciso ma, debbo dire, alquanto stentarello.
Ad un certo punto Luigi Piras, che si trovò presente al fatto, si fece largo tra la folla e gli domandò, a bruciapelo, quale fosse mai l'utilità di uno strumento che emette un'unica nota. Lo sconosciuto, con grande pazienza, si fece tradurre la domanda che gl'era stata fatta e quindi spiegò ancora una volta che quello non era un fischetto qualunque ma uno strumento di precisione, il cui suono, un la, era assolutamente stabile e veniva usato per accordare gli strumenti musicali.
Allora Piras gli si avvicinò, si fece dare il fischietto e, tenendolo ben sollevato in aria affinché tutti potessero vederlo, lo schiacciò tra le due dita dell'indice e del pollice.
Quindi, per far capire una volta per tutte che razza di musica si suonasse a Neonèli, salì sul colle e, con la sua calda voce di baritono, tenne la stessa nota, un re bemolle, per 3 giorni e 2 notti, senza interruzione e con un'intonazione sempre chiara e perfetta quale mai si era udita.



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