FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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DELLA NEGAZIONE DI DIO

Nicola Randone




Nota dell'autore:
L'idea di scrivere il trattatello che leggerete fra poco è nata per due motivi fondamentali: primo fra tutti l'esigenza di chiarire a me stesso ciò che razionalmente mi impediva di credere in un qualsiasi dio, secondo la richiesta di una mia carissima amica che, trovatasi a discutere con la propria prof.ssa di religione di certe alte questioni, si era per così dire "inceppata" di fronte a certe considerazioni dell'insegnante che non era riuscita a ribattere. Vogliasi considerare questo testo più che un saggio, una lettera che rispecchia un certo bisogno di verità da parte di una generazione in crisi che non si accontenta più dei soliti vecchi paroloni dei profeti, una generazione che, come profetizzò Nietzsche, avrebbe scardinato le vecchie certezze per poi, dalle ceneri, ricavarne di nuove. Nel Febbraio del '94, data di composizione della "lettera", fui uno di questi.



a Cristina Carnemolla

La stesura di un trattatello di questo tipo è forse cosa più difficile delle stesse riflessioni contenute nel medesimo; ci si dovrebbe scusare per l'eccessiva sintesi e in altri casi per la totale esclusione di eventuali argomentazioni: il campo sopra il quale lavorare è estremamente vasto e solo anni di lavoro porterebbero ad una discreta trattazione dell'argomento. Il mancato approfondimento di certe argomentazioni date per scontate o di altre volutamente o inconsapevolmente escluse, potrebbe causare dei problemi di interpretazione o ancor peggio di giustificate obiezioni; spero vorrai perdonarmi Cristina se in certi punti il discorso può sembrare oscuro, certo tuttavia della tua eccezionale sensibilità ed intelligenza, proseguirò nella mia trattazione senza alcuna remora. Traccerò a grandi linee le mie motivazioni riguardo al problema dio riservandomi di approfondire gli argomenti di maggiore importanza.

Mi pare opportuno risalire all'origine della credenza, dalla cosiddetta idea innata che ogni essere umano ha della divinità.
Qualcuno scrisse a tale proposito che il semplice fatto che si abbia l'idea di dio, ne dimostra l'esistenza; tale affermazione è logicamente assai discutibile, magari mi fossi potuto trovare faccia a faccia con tale buffone mistico: sostenere che qualcosa o qualcuno esisti in funzione di una semplice idea, equivarrebbe a sostenere paradossalmente che persino Freddy Krueger, nato da "un'idea di Wes Craven", potrebbe venir fuori dai film e turbare i nostri sogni, come qualsiasi altro parto della fantasia umana: dagli antichi personaggi dell'epica Greca, ai recenti protagonisti dei film splatter. A questo punto qualcuno potrebbe ribattere che, a differenza delle altre idee, quella di dio è innata in ogni essere... certo, certo... sfortunatamente mamma e papà non si sono limitati a raccontarmi le imprese dell'uomo nero che portava con sé i bimbi monelli, hanno detto qualcosa anche riguardo ad un Gesù, figlio di dio, in comunione con il padre e lo spirito santo con TOT di caratteristiche mistiche, e poi chi dice che l'idea della divinità (poiché il dio cristiano si insegna) sia l'unica innata nell'uomo, ognuno di noi possiede il grande dono della fantasia che distribuisce a piene mani idee che possono essere definite innate, si pensi ai bambini e alle loro paure che si nascondono nei posti bui, dietro le porte o sotto i letti. Lasciamo comunque da parte queste disgressioni e discutiamo di ciò che potrebbe dimostrare la genesi di questa famosa idea della divinità. Si potrebbe partire riconoscendo nella natura umana una componente di viltà; incapace di affrontare le difficoltà che la vita gli impone l'uomo le aliena in dio; parafrasando Feurbach, in tal caso non fu dio a creare l'uomo, ma l'uomo che, a seconda dei suoi desideri e del suo modo di essere in generale, creò il suo dio. Concludendo: l'uomo, essere limitato in quanto soggetto a morte, frustrato in quanto prigioniero delle categorie ontologiche, ha l'innato bisogno di affidarsi ad un essere superiore libero dalle limitazioni e dunque eterno, immutabile e perfetto, da questa esigenza inconscia diciamo che sarebbe potuta scaturire l'idea della divinità. A sostegno della precedente riflessione le stesse tappe storiche della religione: dalla superstizione dei primitivi che adoravano la natura e le sue manifestazioni, al politeismo delle civiltà antiche, al cristianesimo ed in generale alle attuali forme di monoteismo; insomma, se dio avesse pure concesso all'uomo il dono dell'idea di sé medesimo, avrebbe potuto fare almeno un lavoro migliore, meno vago... e non mi si venga a dire che così sarebbe stato tutto troppo facile.

Ogni credenza antica è crollata dinanzi al cristianesimo, la religione "perfetta". Per risalire alla falsità di una qualsiasi giustificazione di tipo provvidenzialistico riguardo alla sua genesi, bisogna inquadrare il periodo storico in cui questa forma di culto si sviluppo': in parole povere "troppi poveri, pochi ricchi". Nietzsche sosteneva, nel suo "Anticristo", che il cristianesimo altro non fu se non un movimento di riscossa, se non politica spirituale, delle classi inferiori, uomini che si servivano della "filosofia" cristiana per consolarsi della propria miserevole condizione, un vizio insomma che consacrando il dolore, la sofferenza e la povertà come ideali supremi di purificazione permetteva a quegli esserucoli ignoranti e superstiziosi di superare l'angoscia della loro condizione; a detta di Fromm lo stesso discorso della montagna pronunciato da Gesù Cristo a detta dei vangeli, può essere interpretato come il primo programma di ribellione degli schiavi, attualmente c'è chi vede in Gesù' il perfetto prototipo del comunista. A tal punto ci si deve chiedere in che modo tale culto riscosse un così grande "successo" anche fra le classi abbienti, che certamente non avevano bisogno di riscosse e i cui vizi passarono alla storia attraverso le pagine di autori come Petronio per l'antica Roma. Proviamo a scrutare il cuore di un uomo costretto ad adorare delle divinità che, ad eccezione dei poteri fantascientifici, avevano un carattere peggiore di qualsiasi balordo terrestre. Ipotizziamo pure che d'un tratto nobili o sovrani illuminati si fossero potuti stancare delle loro sterili credenze e, trasportati forse dalla voglia di cambiare, si fossero entusiasmati per il sistema "filosofico" cristiano che, esaltando il dolore e promettendo l'eternità in cambio di una buona condotta di vita, soddisfaceva l'istinto autocommiserativmasochistico (e scusate l'ingenuità) e quello di autoconservazione tipico della personalità umana. Gesù' altro non fu se non un uomo che, grazie al suo carisma e alla sua intelligenza straordinaria, riuscì a scavare nel fondo del cuore degli uomini scovandone i piu' nascosti desideri e indicandone la realizzazione in una apparentemente perfetta filosofia della vita.

Se ad un primo esame superficiale la filosofia cristiana potrebbe sembrare convincente e a tratti persino commovente, riporta delle contraddizioni fra le righe molto evidenti a cui i teologi hanno, ovviamente, dato una pseudo-spiegazione facendo ricorso all'assurda ed ingiustificata constatazione della limitatezza della mente umana per quel che concerne la profondità del messaggio divino; si torna all'ipse dixit aristotelico: se in forma diversa, la constatazione di tali creature brutali, ci impone di non pensare, di accettare qualsiasi contraddizione come un mistero... se non erro, a messa, ad un certo punto della funzione il prete recita - mistero della fede -.
Mi riservo di ritornare sul significato della parola fede, di fronte alla quale può crollare paradossalmente qualsiasi tipo di ragionamento.

Negare l'esistenza di dio attraverso la sola negazione dei principi religiosi sarebbe tuttavia errato, nulla ci vieterebbe infatti di pensare che un dio esista e che la religione funga da scorciatoia per dare la possibilità di credere a coloro che non possano permettersi dei ragionamenti piu' "alti" e che abbiano bisogno di affidarsi a dei fatti. Dimentichiamo dunque la religione per concentrarci esclusivamente su dio. Procediamo per tappe: un filosofo greco, spiacente ma in questo momento non ne ricordo il nome, sosteneva che le divinità non si occupavano degli affari umani, la presenza del male nel mondo appariva infatti del tutto ingiustificata se si doveva ricorrere all'idea base della divinità che per definizione deve essere perfetta e dunque infinitamente giusta e buona. Il filosofo tuttavia mancò di spingersi oltre nel suo ragionamento, il disinteresse implica infatti una carenza di bontà (come si possono voltare le spalle a qualcuno che si ama), e non è concepibile tale mancanza in un essere infinitamente buono. Lascia che ti porti un esempio pratico: spesso, quando ci si trova a discutere con un credente dell'esistenza o meno di dio, questi ti porta ad esempio dei fenomeni al di là della comprensione umana. Fra i tanti si parla di indemoniati, gente come noi di cui il diavolo prende a prestito il corpo e ne fa ciò che vuole. Se dio è perfetto e onnipotente, gli chiedo, non può essere né uguale né, a maggior ragione, subordinato ad un'altra entità, come può dunque il demonio aver piena libertà di movimento nel nostro mondo; se pure si concedesse ad esso tale libertà, come giustificare l'inattività anche temporanea di dio di fronte a tale ingiusto esproprio: impotenza, disinteresse... ciò va contro la stessa definizione di divinità. Altra argomento prediletto da chi vuole dimostrare l'esistenza di dio è quello dei miracoli: spesso capita di assistere, attraverso i soliti mass-media (strumenti livellacoscienze di massa), a episodi di guarigioni "miracolose" o a fenomeni di lievitazione fra il quinto piano di un palazzo e il piano terra (scusa di nuovo l'ingenuità), mi chiedo allora su quali criteri dio poggia la sua macabra cernita fra chi è destinato a morire e chi invece merita di essere salvato (non credo di sconvolgere nessuno se affermo che sono più le persone che "se la cantano" in questo mondo di quelle che vengono miracolosamente salvate). Come giustificare azioni di tal genere da parte della divinità: incapacità di essere d'aiuto a tutti, nel caso dei salvataggi all'ultima ora (della serie: ormai sei spacciato), ciò equivarrebbe a dire che dio non è affatto onnipotente, oppure ognuno di noi sarebbe predestinato a svolgere un determinato ruolo, misero o eccellente che sia... ma anche in questo caso non si può affatto parlare di giustizia. Il credente non si sbilancia e passa all'asso nella manica, i miracoli più spiccioli, sangue che si liquefà o santini che si sciolgono in lacrime. A prescindere dal fatto che ci sarebbero cose più importanti da fare del commuovere la folla, rispondo io, supponendo che sia un fenomeno che serva a dio per dimostrarci che c'è e che è pure un bravo mago, non fu proprio Gesù a recitare la frase - Ma un dio che ha bisogno di dimostrare la sua potenza, che dio è - (più o meno dovrebbe suonare così).
Lasciamo che i santini piangano e assistiamo impotenti alla disperazione di tutta quella gente che muore di fame, nella peggiore delle ipotesi senza neanche un tetto, magari con una famiglia da mantenere, vittime di un mondo con certificato di garanzia per i potenti e successiva prole.

A tal punto ci sarebbe da chiedersi, volendo ancora credere alla presenza dio, se riferendo a dio il concetto di perfezione, non si dovessero modificare quei parametri secondo il quale lo intendiamo noi: in parole povere se una mela, di fronte ad un essere alieno, non dovesse essere rotonda, rossa e gustosa (lo so, lo so che ci sono anche le mele gialle e quelle marce). Lascio a te giudicare se le limitazioni della nostra mente riguardo ai disegni divini non riguardino proprio la riflessione sopracitata.

Questo basterebbe per negare la presenza del dio-classico (perdona l'ennesima ingenuità). Conoscendoti tuttavia non mi risulta difficile anticiparti su di una logica osservazione che potresti propormi: e se dio non fosse buono, se avesse creato l'universo per poi abbandonarlo a sé stesso?
Certamente questa non è un'ipotesi da scartare... un dio per passatempo potrebbe fare qualche miracoluccio e nessuno potrebbe osare rimproverarlo per aver fatto troppo poco, immagino la sua risposta "Chi s'accontenta gode!". Però nulla ci vieterebbe di porci una legittima domanda: dove sta? Degno di un poeta sarebbe immaginarsi che, andando a zonzo nello spazio infinito, d'un tratto ci si imbattesse in dio, e non si può certamente affermare l'esistenza di fantomatiche dimensioni parallele; su quali basi razionali si può affermare l'esistenza di un luogo diverso da quello in cui ci si trova, per quale motivo dovrebbe esistere, sovrapposto al nostro, un altro universo... 'ste cose francamente le lascerei ad un scrittore di fantascienza.
Domanda banale: chi ha creato l'universo allora?
Risposta demolitiva: se neghi il nulla devi necessariamente ricorrere all'eternità della materia stessa.
Diciamo allora che l'universo, seppure in differenti forme, c'è sempre stato (almeno riferita a dio, questa condizione è stata sempre ritenuta valida dai credenti).

Ed eccoci arrivati al punto cruciale.
Domanda: che ne sarà di me dopo la morte? Sarò divorata dai vermi.
Risposta scettica: Vuoi dire se esiste l'anima?! Dammene le prove e potrei anche crederci. Per quanto mi ci fossi impegnato, il giorno in cui morì mia nonna, non vidi alcuna forma salire dal suo petto, né udii alcuna arpa.
La scienza moderna è arrivata a dimostrare che persino le nostre emozioni, unitamente alla nostra personalità il nostro essere uomini in quanto insieme di ricordi, derivano da procedimenti chimici nel cervello; la depressione nasce da un cattivo funzionamento di trasmissione fra i neuroni; la rabbia e la paura da ormoni che si scatenano sull'organismo producendo adrenalina con conseguente accelerazione del battito cardiaco; i ricordi sono come file di un computer che si depositano nella memoria Ram se recenti, sul disco fisso se lontani, sull'indice dello stesso se troppo lontani (in ogni caso recuperabili col Microsoft Undelete, nell'uomo con una bella seduta ipnotica), come un computer va in corto, perdendo dati preziosi nella memoria o sul disco, così l'uomo nella sua vecchiaia (ecco spiegata la demenza senile), come le schede madri sono a volte difettose o lo diventano causando un cattivo funzionamento del Pc, così l'uomo che, a seguito di un incidente o sin dalla nascita, presenta varie difficoltà denominate handicap.
Dopo la morte dunque, insieme al cervello, dovrebbe disperdersi nella terra anche il nostro essere, e mi pare piuttosto fantascientifica l'idea che la nostra anima possa essere la proiezione di sensazioni che nascono dal cervello, né che fosse stata già preprogrammata dalla nascita a contenere quei dati che il cervello avrebbe acquisito più tardi (torno a ricordare che l'uomo è tale solo in funzione dei suoi ricordi).
Non esiste dunque l'aldilà poiché non c'è nulla di noi che trascenda la nostra fisicità, che possa sottrarsi al potere corrosivo del tempo.
Materia = essere (siano lodati i filosofi greci), non materia = non essere, il non essere appunto non è, pertanto solo l'essere esiste.

In precedenza avevo accennato al discorso sulla fede. Fede per definizione è credere in qualcosa senza avere alcuna prova tangibile che tale cosa esiste. Lascia che ti proponga un altro esempio pratico: tu stai qui vicino a me e d'un tratto ti giuro che ho come avuto la sensazione che una fottuta squadriglia aliena ha intenzione di invadere la terra. Non ho prove, ti chiedo dunque di avere fede in ciò che ti dico.
Credere in Dio per fede significherebbe dunque cestinare senza neanche leggerlo tutto ciò che qui sopra è stato scritto, tapparsi le orecchie e continuare a ripetere la frase: - io ho fede in dio, io ho fede in dio, tu puoi pure andare al diavolo...io ho fede in dio - e così via fino a quando non ti ritroveresti col culo per terra e un occhio nero.
Credere in dio per fede significherebbe dunque negare i miracoli e qualsiasi fenomeno che in qualche modo possa ricollegarsi a lui.
C'è chi afferma che la fede sia la manifestazione più evidente della grazia di dio; a me pare che sia solo l'effetto più evidente dell'impossibilità dell'uomo di liberarsi da un'idea innata in sé.
Il ragionamento secondo ragione ci porta dunque a negare l'esistenza di dio, quello secondo fede procede in senso inverso.
A te la scelta, mia cara amica.
Potrei consigliarti di scegliere ciò che più ti fa comodo per la serenità interiore, personalmente il mio ateismo non contribuisce a rendermi più sereno, anzi mi fa più insicuro e pavido di fronte alla morte; tuttavia conoscendo la tua incapacità di voltare le spalle alla verità, se tale ragionamento ti ha convinto, saremo presto d'accordo. Con affetto... Nicola



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