FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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NEBBIA DI NEVE

Angelo Amboldi




Tiepida, gradevole, discreta quiete di sole al tramonto che vela d'arancio, stremato, alberi, viali, acque e prati. Nel parco, una brezza leggera.
Camminando piano, usando attenzione, con un poco di abilità, puoi creare suggestioni sonore dalla ghiaia uniforme, smossa e pressata dal cuoio sagomato delle suole: ritmi, risonanze, rumore di risacca, piccoli gridi, scrosci.
"Caro Giulio, perdoni il ritardo: ho soppesato e criticato i suoi interminabili esami, confrontato ogni dato, controllato." La voce tranquilla e sicura del dottore, appena fuori dallo studio avvolto da edera rigogliosa. Con passo veloce e leggero se ne allontana.

"Ne sarei onorato se non fossi convinto di conoscere già -non mi fraintenda- ciò che vorrebbe rivelarmi." replica Giulio.

"Prego?" La bella e solida figura del dottore ha un piccolo, infastidito, involontario sussulto. Molto piccolo. L'alone dorato che uniforma l'insieme non concede dissonanze o cedimenti, restituendogli immediatamente autorità e sicurezza.

"Non avevo intenzione di interromperla." risponde Giulio, pentito "Non in quel modo sgradevole, voglio dire."

"Possiamo camminare lungo il viale, se preferisce, o andare nello studio."
"Lungo il viale, per favore. E' un buon tramonto."

La luce arriva d'infilata, sfiorando e possedendo la regolare superficie erbosa, rendendola morbido e rilucente velluto, impreziosito e contrastato da riflessi nitidi, immobili, di fredde acque artificiali. Il suono della ghiaia, ora, è lontano, ovattato.

"Ho imparato a non fare giri di frase, con lei, così esporrò la conclusione e accennerò appena alle possibilità che ho dovuto considerare."
"La prego di tralasciare quell'accenno. Sono qui per una questione di stima. Assoluta. Conosco la conclusione. Non dovrei ripeterlo, mi scuso." Il volto di Giulio appare attento, curioso, refrattario all'ultimo calore del giorno. Gli occhi fissano quelli del dottore.
"Bene. Così è molto facile, devo convenire. Lei ha sospettato ogni cosa, nei minimi dettagli. Confesso che è riuscito a stupirmi."
"Stupirla? Lei è un tecnico magnifico."

"Già." C'è più vento, ora. "Non serve un intervento. Né avrebbe reali vantaggi a farsi bombardare o intossicare dai nostri apparati."

"Non ero poi così irragionevole."

"E' la prima persona che sia riuscita a far apparire irragionevole me."
"Sono libero, dunque?"
"Se la mette in questo modo: sì."

"Libero di morire. Non è da tutti!"

"No."
"Addio, dottore. Buona serata."
"Addio, caro amico. Buona fortuna." Una stretta di mano prolungata. Il dottore ha un'ultima domanda; si trattiene; osserva il cielo, l'acqua, l'edera, i riflessi frenetici del piccolo lago.

"Ha dimenticato qualche dettaglio?" lo sollecita Giulio, quasi con dolcezza.
"No. Non mi pare." I riflessi scompaiono "Sì: manca un tassello!"
"Prego?"
"Il dolore. Lei non ha dolore!"
D'improvviso l'atmosfera si oscura. Fà freddo, ora. E' quasi buio. Rumori fastidiosi di mezzi meccanici. Luci artificiali a ripetizione, asincrone. Il lampeggìo arancione del semaforo sul vecchio metallo del cancello richiuso.

La luce dello studio è lontana. Spenta.


Nel confortevole calore dell'auto, soggiogato dalla musica, Giulio permette ai pensieri di liberarsi senza freni. Assenza di dolore. Tutto è chiaro. Paura.
Deve fare molto freddo all'esterno.
Il parabrezza è aggredito da minuscoli agglomerati di cristallo in trama finissima. Forse il riscaldamento si è guastato. Serve la sciarpa, il cappotto sulle spalle, servono i guanti. Il dolore esiste ora, lo riconosce chiaramente, non era affanno. Non tensione. Un dolore crescente, fastidioso, prepotente, intollerabile, incrostato di paura, di buio, di gelo opaco, biancastro.

E' nebbia? Densa, a grani rumorosi. E' nebbia? A grani visibili ora, leggeri, quasi dei fiocchi, fiocchi fitti, fiocchi intricati, candidi, compenetrati, densi, resistenti. Non vede più nulla. Giulio sollecita i sensi e i pensieri, le associazioni, le elaborazioni inceppate da fitte lancinanti che contrastano mezzo secolo di esperienze inutili. Ferma l'auto nell'enorme massa lattiginosa, farinosa, cedevole. Cessa la musica. La portiera è pesante, lo sforzo accresce il dolore, l'irrigidimento
del collo, la confusione della mente, l'impaccio totale. E' freddo puro, come di metallo. Le singole particelle di quella materia stimolano le singole cellule accessibili: naso, palpebre, guance, orecchie, capelli, gola. E' istintivo allungare le mani, tastare, divaricare, allontanare, afferrare. Ora distingue, c'è una tregua, riconosce il marciapiede, intravede l'insegna del droghiere, dell'ortolano, la leggera salita del viale, avverte il peso della borsa di tela ricolma di piccoli involti, il braccio destro indolenzito; il bar, l'odore di vino e di fumo, il cancello da aprire con la grossa chiave di sempre, il respiro tranquillo.

Giulio è sotto casa, nel grande giardino senza segreti, la nebbia è quasi scomparsa, avverte la luce e gli odori della cena, è libero: concluso lo studio, la ripetizione, la lista della nonna, la lista della mamma, il cancello richiuso e sprangato.

Un poco di freddo alla zona scoperta delle gambe, sotto lo spesso cappotto. L'amichevole suono della ghiaia gelata.

E' in casa. Non ha finito: c'è la terrina con la pasta che aspetta di essere mescolata, a lungo. Anche questa volta il nonno concede il privilegio. E' tardi, si sente stanco. Ma è uno dei suoi incarichi preferiti. Dopo cena: frittelle con le mele. Profumo, tepore, piacere. Il sonno pesante. La colazione di fretta. La lunga strada con la cartella di cuoio stracolma. La neve ammucchiata. La piccola classe stipata di banchi. Odore d'inchiostro e di gesso.

Il maestro, insolitamente brusco e minaccioso, vagola nervosamente tra i banchi, appare nervoso, inquieto: "Avrete un compito in classe, il prossimo mese! Un po' diverso dal solito, più impegnativo, più complesso. Qualcosa di globale. Vi consiglio di ripassare tutto quanto vi ho insegnato: matematica, grammatica, storia, religione, geografia. Voglio il massimo impegno, voglio che dimostriate a me, ai vostri genitori, al preside, che la vostra conoscenza è qualcosa di più dell'elementare, dell'orientativo, del basilare. Lo dimostrerete per iscritto, per esteso, in profondità, con criterio, con sapienza. Con talento. Gli avvenimenti del mondo ci sovrastano, ci irridono, modificano la nostra vita senza clemenza, di continuo, senza preavviso, nell'intimo. Voglio tutta la rabbia del primo sapere; ne voglio essere investito. Non giustificherò assenze."
Gli scolari sono impauriti, confusi. Giulio è impietrito, pervaso da una sensazione di estraneità, di avversità, di ripugnanza fisica. Una nausea pesante.

La mattinata trascorre senza altre sorprese. La minestra di verdure con la pasta stracotta. Formaggio e prosciutto. Una mela. Il doposcuola. La mano dura e calda di papà, insolitamente puntuale.

Da dove cominciare? Come si prepara un compito in classe globale?

La nonna ha bisogno di riso. Potrebbe essere l'idea che serve.

Giulio è di nuovo fuori, nel freddo, nel buio. C'è nebbia. Ha dimenticato il cappello e la sciarpa; il droghiere è vicino. Nebbia di fitti granuli ghiacciati; molto fitti. Simili a neve, ora, a una fitta nevicata trasversale. Con mulinelli. Con effetto soffocante, solido. Giulio perde l'orientamento,
barcolla, sente un freddo esorbitante, e male alle gambe scoperte, male al torace, bruciante, insopportabile, crescente. Un dolore che gli strappa un grido. Un urlo. Urta materia solida, una massa oscura. Trova una maniglia, si aggrappa. Qualcosa cede. E' seduto, adesso; su una sedile comodo; richiude la portiera. Tutto si placa. La chiave è inserita, il riscaldamento riprende a funzionare; pulisce con la mano il finestrino, il parabrezza. I tergicristalli contrastano rumorosamente la crosta di ghiaccio, allontanandola in sottili blocchi senza appiglio.
I pensieri si formano automaticamente, nell'ipnotica tranquillità del nuovo benessere.
"Non temo niente. Non io. Non la morte, che non può assalire il mio corpo, non il mio. Non il dolore, che posso sopportare all'infinito. Il dottore mi crede rassegnato, mi ammira. E' abituato ad avvenimenti comuni, a reazioni stereotipate: grida, pianti, pie rassegnazioni. Mi crede privilegiato dalla mancanza di una tessera. Non sono un mosaico comune, io, proprio per niente: ho il dolore, ma non ne soffro; mostro di non temere l'estinzione, solo perché ne sono esente.
Non ho concesso tutti i dati che servivano, d'altra parte.

Potrei fissare all'infinito questo bianco che si avventa contro il parabrezza, non guardare più le lancette dell'orologio. Farò di meglio: disubbidirò ai comandi, non starò alle regole, vivrò normalmente.
I fatti non accadono così automaticamente come gli uomini sono abituati a credere: le istruzioni sono sbagliate. Il problema è capire dove si è finiti, in che paese, in che dimensione, in che momento, in quale strada, in quale direzione, in che tempo."

I cartelli indicatori sono i soliti, grandi, colorati, luminosi, rassicuranti. Conducono a casa, alla cena, al grande divano, alla musica preferita, ai visi dei bambini, della moglie.

Nostalgia di gesti, sguardi, sorrisi, occhiate. Profumi. Odori. Pane. Caffelatte. Marmellata ribollente. Torta di mele tiepida. Mughetto. Cacao. Sapone. Gardenia. Cuoio. Erba tagliata. Pioggia. Mare serale. Neve.
Dorme fino al mattino, mentre spasimi spietati sconvolgono il suo corpo, senza pause, senza svegliarlo. Senza incubi.


Lo ridesta un bacio: "Fai colazione?"
"Come?"
"Fai colazione lo stesso?"
"Che vuoi dire?"
"Hai passato la notte sul divano; magari hai cambiato altre abitudini."
Giulio è intontito, indolenzito, adora Linda, ha voglia di stiracchiarsi. E' esposto alla luce del giorno. E' in forma. Cerca i figli con occhi brucianti. Solo un po' pallido:

"Colazione, colazione doppia!"
Un altro bacio. Baci dei bambini.

Nel mezzo dell'ultima notte sul divano Giulio si sveglia di soprassalto: avverte un vuoto e un silenzio impensabili. Non può respirare, eppure si muove liberamente. Il cuore non batte, almeno non pare, non sono avvertibili pulsazioni, tuttavia la mente è libera, pronta, chiara.
Serve uscire, senza disturbare. Serve andare al più presto all'esterno, coperto e protetto. Il mese è trascorso. Lo attende una prova importante. Quale? Ne ha una vaga e fastidiosa percezione. Mentre chiude il portone. Mentre si immerge deciso nella nebbia e nel buio. Non può più rientrare, ormai, lo capisce, ma gli sfugge il motivo di un così grande mutamento.
La soluzione è nell'aria tagliente, nel vortice furioso della neve, che sbarra la porta alle sue spalle, che lo risucchia e impone percorsi obbligati, confondendo sagome e riferimenti, liberando il corpo da vincoli e limitazioni.
Il fragore delle spirali e l'intensità dell'impatto rendono impercettibile lo schianto che lo dilania, cui assiste come da un'altra dimensione, con tenerezza e comprensione.

Ora è in grado di percepire l'asperità del terreno che calpesta, attraverso la consunzione delle suole. Non è attrezzato a dovere, non avrebbe dovuto uscire, la nonna lo aveva avvisato, è una sera troppo inclemente.
La casa è vicina, comunque, può tornare indietro rapidamente, pentito, rassicurato. Il nonno gli rifila del vino caldissimo e speziato, e lo avvolge nello scialle amaranto. "Sei pronto per domani?" gli sussurra mentre lo aiuta a infilarsi nel letto.

"Domani?" chiede Giulio, i piedi appoggiati allo scaldino, il volto seminascosto dalle spesse coperte.

"Il compito in classe. Ne parli da un mese!" continua la nonna, serena e preoccupata.
"Credo. Sì. Penso di sì." geme Giulio scivolando in un sonno ondulante.
Il bacio morbido sui capelli, profumo di sapone.


Il maestro è implacabile. Accorcia la notte, vanifica il riposo, rende ostile il risveglio e aspra la colazione. C'è già il duro e basso banco di legno. Ci sono i compagni spaventati. La giornata è splendida, calda. Il sole aggredisce gli oggetti polverosi della classe. Calore sulla pelle morbida ed elastica delle mani. Vapori d'inchiostro profumato.

Il maestro ha l'aria seria, è immobile a fianco della cattedra.

Le sue labbra pronunciano con enfasi le singole lettere del titolo del tema, lentamente, senza legami, permettendone la dispersione nel pulviscolo abbagliante.
I movimenti di tutti appaiono rallentati, incoerenti, afinalistici.

La lavagna è solcata dalle tracce a spirale del cancellino bagnato.

C'è luce e calore, ci sono riflessi abbaglianti ovunque.

Il volto del maestro è sempre più chiaro e trasparente, indefinito.
Ora tutti scrivono spaventati e decisi, forsennatamente,
fogli e fogli.

La fiasca di vetro a riempire di nuovo i calamai.

Qual'è il titolo? Quale il tema? Perché non puoi uscire dall'aula e correre, giocare, rotolarti nell'erba, infangarti, impolverarti, stancarti, ferirti?
Giulio tocca il foglio, lo sfiora con i sensibilissimi polpastrelli, più volte, con attenzione.
La tensione scompare, comprende, tutto è chiaro.

Giulio si alza, consegna lo svolgimento, per primo.

Il maestro è crudele, beffardo:
"Un foglio bianco?"
Giulio lo fulmina con lo sguardo, gli si avvicina, lo ammansisce, lo investe di parole tranquille:
"E' il mio svolgimento. Lei osserva troppo le norme, si autolimita. Ci sono linee su quelle quattro facciate, sottili e precise linee orizzontali e verticali, che si intersecano: ne può sentire il rilievo e le peculiarità usando il tatto nel modo appropriato. Hanno piccole asperità quelle righe, un linguaggio, e formano croci alle intersezioni: le ho sfiorate una ad una, le ho percorse e conosciute. Una ad una."
Il maestro lo osserva stupito.
Giulio continua:
"Le istruzioni costringono a violare quei fogli, a imbrattarli, a porre un termine, una fine, a sottostare ai limiti del tempo e dello spazio. Io sono speciale: ho violato la consegna."

Il maestro è impaurito, riesce solo a sussurrare: "A che scopo?"
Giulio fissa la luce del sole, avverte il tocco delle particelle infinite di pulviscolo.
I compagni scrivono con disperazione, i pennini graffiano e incidono pagine e pagine, schizzi d'inchiostro su banchi e piastrelle, pelli tatuate.
"A che scopo?" lo incalza il maestro, con sgradevole e impaziente dolcezza.
"Lei insegna ma non vuole imparare. Ha avuto ogni dato, lei non è il dottore. Le ho consegnato ciò che mancava e l'ha giudicato carta bianca. Non riuscirà a varcare i limiti. La mia vita, da ora, non ne ha più."



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