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NAPOLI ANNO 2100

Mario Bisogni



C'era una volta a Napoli piazzetta Olivella. Non era una piazza vera e propria, ma uno slargo dell'omonima via Olivella. Aveva forma triangolare ed una discreta pendenza. La sua origine è nel nome. La "piazzetta" nacque quando fu costruito il tronco ferroviario sotterraneo che congiungeva la stazione centrale delle Ferrovie dello Stato con quella di Villa Literno, passando per Pozzuoli. Il nuovo tronco ferroviario, nel tratto cittadino, assunse il nome e la funzione di metropolitana. Collegava alcuni punti della città nella direttrice centro-nord raggiungendo anche la profondità di 100 m dal livello stradale, e le uscite in superficie erano raggiunte da efficienti scale mobili. La costruzione del tronco ferroviario causò la lesione, il crollo, in parte o per intero, di numerosi edifizi antichissimi. Nel luogo di cui ci occupiamo non c'era una piazzetta, ma un giardino con alberi d'olivo, che divideva le proprietà edilizie del Conte Caracciolo, del marchese Minervini etc. Lo sfettamento di quegli edifizi lasciò appartamenti con ambienti irregolari. Vani a pianta triangolare, pentagonale, raramente quadrato o rettangolare, conservavano tuttavia la maestosità dei palazzi nobiliari. L'uscita di una stazione della "metropolitana" dava sulla piazzetta Olivella. Il luogo era pulito, bene illuminato nelle ore notturne, frequentato dagli abitanti del popoloso quartiere e dagli utilizzatori della metropolitana. Era spesso teatro di sassaiole fra bande di ragazzi e di sfide guappesche fra famiglie appartenenti ad opposte fazioni. Più spesso però, già nelle fresche serate primaverili, iniziavano le sfide calcistiche, giocate con esemplare impegno e regolarità. Si ha notizia di alcuni giocatori della squadra di calcio del quartiere. Cusumiello, portiere famoso per le sue splendide parate che gli richiedevano uno sforzo fisico notevole essendo privo di un piede. Egli, insieme con una coetanea, aveva raccolto e trattato incautamente un residuato bellico che, esplodendo, aveva privato lui di un piede e lei di un intero arto inferiore. L'impegno di Cusumiello per la squadra era ammirevole, ed impressionante l'uso del moncherino anche nei contrasti con gli avversari. Andreolo, dal nome del celebre centromediano della squadra cittadina, era il cervello della compagine calcistica locale. Trattava la sfera di cuoio con assoluta padronanza, metteva i compagni di squadra in condizione favorevole alla realizzazione del punto; era ineguagliabile nei calci di rigore. Cincillà, dotato di fisico robusto, era la punta dirompente della squadra o, se il caso lo richiedesse, il difensore difficilmente superabile, sì da fornire a Cusumiello una maggiore tranquillità difensiva. Così la piazzetta si riempiva delle voci talvolta concitate talaltra osannanti di giovani popolani e di avventori notturni che, provenienti o diretti alla metropolitana, si soffermavano ad assistere all'incontro di calcio.
Si era a metà del secolo ventesimo. La seconda guerra mondiale, che aveva provocato immani lutti e rovine, era da poco finita e l'Italia sembrava avviarsi verso un'assetto sociale di maggiore giustizia. A ciò era legata anche la speranza di questi giovani popolani di uscire dalla miseria, di lavorare e partecipare alla realizzazione di una società libera e giusta. La delusione seguì alla speranza. Ben presto fu chiaro che il potere economico non avrebbe consentito una distribuzione equilibrata, fra le classi sociali e sul territorio nazionale, della ricchezza prodotta. Chi aveva titolo e/o opportunità di emigrare, partì. Iniziò una degradazione lenta ma progressiva del tessuto sociale. Le classi più povere furono costrette ad attività illecite pur di sopravvivere. La corruzione toccò tutti i livelli sociali. Si succedettero amministrazioni di diverso colore politico, ma furono tutte travolte dal meccanismo economico che rendeva più forti gli squilibri tra le classi sociali e nel territorio. Le stesse istituzioni nazionali leggittimarono forme diffuse di soprusi, privilegi e rapine della cosa pubblica. Molti politici, scrittori, cantanti, autori ed attori di teatro, letterati, medici, ingegneri, architetti, giornalisti, magistrati ed avvocati, la cosiddetta classe media, ricavarono discreti guadagni dalla gestione e dalla rappresentazione di tale realtà sociale. Chi invece si adoperava per contrastare il meccanismo di degradazione sociale veniva emarginato.
La piazzetta Olivella divenne ben presto un luogo sinistro. Coperta di rifiuti, era percorsa da popolani disperati alla ricerca dell'occasione per appropriarsi di un bene che potesse loro consentire di vivere ancora per un giorno. I Cusumiello, gli Andreolo, i Cincillà furono travolti o coinvolti dalla corruzione delittuosa. Invero, tutta la città era di giorno popolata da disperati anche provenienti dall'entroterra napoletano. Se si tiene conto della congestione della città che aveva superato il milione e mezzo di abitanti e dello stato di degradazione raggiunto, si può immaginare cosa significasse frequentare Napoli, priva anche di servizi pubblici fondamentali efficienti quali mezzi di trasporto, nettezza urbana, acqua potabile, comunicazioni telefoniche, etc. etc. Alla tensione diurna nei rapporti sociali corrispondeva una desolante tregua notturna. La caccia ai mezzi per sopravvivere esauriva le risorse fisiche degli abitanti ed il ritorno al ricovero notturno avveniva in condizioni di disperazione crescente giorno dopo giorno. Sempre più spesso veniva dato fuoco ai cumuli di rifiuti che coprivano le vie e le piazze, rendendo l'aria irrespirabile. Le rapine, i delitti, i suicidi non facevano più notizia ed i quotidiani si occupavano di frivolezze culturali, di inverosimili indagini conoscitive, tavole rotonde.... Tradivano anch'essi uno stato di inconscia paura, quasi un presagio di ciò che sarebbe accaduto.
Così di notte la terra tremò, il Vesuvio illuminò a giorno la città, si scrollò di dosso interi quartieri e crebbe invadendo la città ed occupando l'intero golfo. Non vi furono testimoni e superstiti si ebbero solo a qualche centinaio di chilometri. E' ancora oggi impossibile visitare il luogo via terra. Le opere di realizzazione di una strada sono in corso, ma la lava non consente l'impiego di mezzi tradizionali. L'accesso dal mare è anch'esso impossibile per l'esistenza di numerosi vulcani sottomarini ancora attivi.
Ora però ci sembra che il rapporto fra gli uomini e di questi con la natura sia cambiato. I meccanismi economici perversi, la conseguente degradazione sociale, la disperata infelicità dei più deboli, in una parola la barbarie di cui ci siamo occupati fin qui, non sono riconoscibili nell'attuale assetto sociale. E' verosimile ritenere che la comunità possa godere di un lungo periodo di operosa serenità, considerando gli sconvolgimenti tellurici come parte del vivere, senza temerli e senza addirittura ipotizzarli come soluzione della degradazione sociale irreversibile. Invero, non esistendo più comunità di grandi dimensioni e poteri centrali di qualsiasi tipo, è difficile che nascano meccanismi perversi simili a quello descritto. Sono oggi tuttavia presenti elementi che potrebbero portare ad una forma di barbarie già vissuta nei secoli scorsi. Vi sono ancora comunità di credenti che temono la natura ed amano il loro dio più del prossimo. Sopraffare, depredare, imporre leggi inique, discriminare gli uomini in nome di un dio, è già stato praticato da quasi tutte le religioni nei secoli scorsi.



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