FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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NAIF

Elena Zoppi



Era bizzarro vedere Tobia stare tranquillo a letto, non tanto perché non avesse anche lui, come tutti i bambini della sua età, bisogno delle sue buone ore di sonno, ma perché tutta la sua vita sembrava un'eterna trottola e un perenne vulcano in eruzione, che tutta quella calma poteva sembrare un indizio di grande tragedia.
Tobia non stava per vivere una catastrofe; aveva solamente trovato un altro modo per fare esplodere la sua vita, ma tutto questo lo avrebbe capito solo in seguito.
La caratteristica che lo rendeva strano agli occhi dei suoi amici, e soprattutto a quelli dei genitori dei suoi amici, era la sua spiccata curiosità, legata ad un entusiasmo quasi esasperante per la sua irrazionalità. Non era capito dai suoi coetanei, voleva provare tutto; non era più in quell'età in cui tutti sono presi da una curiosità innocente: la sua era tranquilla, quello sì, ma insaziabile; molti da grandi possono chiamarla conoscenza, ma gli occhi di Tobia erano infuocati da una luce strana, poteva essere un misto di tante forme insolite, a cui, a ben vedere, non si potevano dare spiegazioni, men che meno scientifiche!
La cosa più strana era che tutta questa curiosità riusciva a trovare una corrispondenza nelle forme di fantasia più strane; ogni volta che Tobia veniva a conoscenza di qualcosa, oppure se veniva a contatto con qualcosa di strano, per magia il tutto si trasformava in sensazioni uniche che non facevano altro che aumentare quel suo entusiasmo e quella sua curiosità, era vitale! Quella sera sembrava che tutto il suo mondo si fosse fermato e spento; Tobia se ne stava lì sotto le sue belle e pesanti coperte, con una lucina alle spalle che gli illuminava un bellissimo libro tutto colorato; le pagine erano vagamente ingiallite e odoranti di muffa.
A prima vista sembrava un libro qualsiasi reso speciale solamente dalla sua copertina, ma a guardarlo bene, e soprattutto guardando bene l'espressione di Tobia, si poteva comprendere subito che c'era qualcosa di particolare che lo attirava come una calamita: quel libro era strano come lui.
Era un libro scritto con un inchiostro tutto colorato, formato da lettere di tutti gli alfabeti del mondo che sembrava andassero d'accordo come se fossero un'infinità di lettere tutte uguali, anche graficamente.
Tobia si chiedeva da dove proveniva quel libro che aveva trovato sul suo comodino, nel pomeriggio lo aveva chiesto sia a sua madre sia a suo padre, e si era sentito dare la stessa risposta, provocata dal fatto che i suoi genitori non riuscivano a vedere in quel libro nulla su cui valesse la pena soffermare lo sguardo; la normalità della reazione dei suoi genitori non aveva scoraggiato Tobia, che decise che quella sera l'avrebbe impiegata a scoprire il mistero che stava accendendo la sua curiosità.
Sembrava che la lucina alle spalle di Tobia si stesse pian piano affiocando, come dopo un consumo di mesi, anche se egli non se ne stava rendendo conto, preso com'era da quello che stava succedendo attorno a lui.
Si sentiva potente perché riusciva a decifrare con estrema facilità quel linguaggio così particolare; dal libro poco a poco uscivano le lettere e si materializzavano, perdendo il loro valore di semplici lettere, acquistando, invece significati di oggetti ben precisi, che dopo un giro di giostra lo stavano invitando a seguirli nel loro mondo.
Tobia non si fece invitare due volte, e così si ritrovò a camminare su una grande strada con un enorme (forse anche troppo) zaino sulle spalle. Per Tobia era cominciata un'avventura che l'avrebbe portato alla scoperta di tanti mondi possibili ed impossibili.
Man mano che Tobia procedeva il vialone si illuminava; gli sembrava di non potere vedere dove andava, ma il suo incedere era sicuro e per nulla impedito dal grande zaino che aveva sulle spalle; a dir la verità era come se sulle spalle non avesse nulla, anzi a dir la verità quello zaino aumentava inspiegabilmente la sua felicità.
Prima di entrare in una avventura di qualsiasi genere, Tobia decise di fermarsi e guardare che cosa c'era, o meglio non c'era, visto che era privo di peso, in quello zaino; aveva capito che quello che avrebbe trovato nello zaino sarebbe stato suo compagno durante quel misterioso cammino; decise di guardare dentro lo zaino.
Si fermò sul ciglio della strada, appoggiò lo zaino e lo aprì; anche se all'interno vi trovò solamente una fotografia, non si scoraggiò, anche perché ogni volta che la guardava meglio scopriva dei particolari fantastici. Era una fotografia che rappresentava dei gabbiani in volo in un pomeriggio di inverno; per chiunque altro quella fotografia poteva sembrare molto triste, invece Tobia la trovò così rasserenante, gioiosa e soprattutto piena di forza tanto da non riuscire a distogliere lo sguardo.
Sembrava che quella fotografia fosse viva, e che i gabbiani con il loro verso parlassero a Tobia, e gli indicassero la strada che doveva fare per raggiungere un posto così bello.
Tobia aveva capito, per il momento, che la strada che stava percorrendo lo avrebbe portato ad una meta precisa; il perché sarebbe arrivato in seguito, in quel momento non era la sua preoccupazione maggiore.
La sua non era una curiosità avida e frenetica, ma molto calma, e appunto per questo gli dava più felicità!
Qualcosa gli fece distogliere lo sguardo, e anche se si guardò intorno non trovò nulla se non una bicicletta appoggiata ad un muretto; Tobia la guardò, e capì che era proprio per lui, e da quel momento comprese che il suo viaggio non sarebbe stato solitario, e che quello zaino era grande proprio perché avrebbe dovuto riempirlo con tutti gli oggetti che sapeva avrebbe incontrato e che avrebbero costruito con lui una storia che sicuramente avrebbe raccontato ai suoi amici scettici di qualsiasi avventura un poco fantasiosa.
Appena Tobia cominciò a pedalare le sue labbra cominciarono a muoversi e a produrre, al principio, solamente dei suoni che probabilmente non erano tali, ma pian piano questi sibili si trasformarono in note distinte per poi diventare melodie così piene di significato e felicità a cui persino Tobia stentava a credere; forse questo era l'unico neo del carattere di Tobia: lo aveva sempre affascinato la musica, ma per quanto si sforzasse, non riuscendo in quel campo, sembrava che avesse abbandonato la presa, cosa che non aveva mai fatto.
Non era un ritornello che usciva dalle sue labbra, qualche ricordo che si era fissato nella sua mente, ma era una musica nuova, qualcosa che continuava a crescere, sembrava addirittura che si amplificasse; Tobia sentiva persino un accompagnamento di violino, ma sapeva che non era possibile perché aveva capito che era lui il primo a creare quella melodia.
Non per questo rinunciò a guardarsi intorno.
Aveva ragione, in quel viaggio si potevano realizzare anche le cose più impossibili, e in quel momento si verificò un'altra cosa straordinaria: alzando lo sguardo vide un ragazzo, che poteva avere un paio di anni più di lui, che suonava al violino la musica che usciva dalle sue labbra. Tobia si fermò, e per un momento si strofinò i suoi occhiali tondi, ma all'improvviso smise rendendosi conto che qualcosa lo spingeva a non meravigliarsi di nulla di quello che gli stava capitando e che ancora gli sarebbe capitato.
Appena vide il ragazzo seppe che si chiamava Sebastiano e capì che lo avrebbe accompagnato alla ricerca di quei gabbiani e di quel posto fantastico dove si libravano.
Tobia e Sebastiano andarono subito d'accordo, avevano moltissimo in comune: le risa, i pianti, i giochi, insomma avevano gli stessi sogni; quello che non era in comune ai due amici, lo diventava poco a poco, dividevano tutto; Tobia, soprattutto, era al settimo cielo, aveva finalmente trovato un amico a cui parlare e con cui finalmente si sentiva se stesso.
Non era un problema che Tobia avesse la bicicletta, perché si alternavano nell'usarla; il viaggio non si sentiva nei piedi, tante erano le avventure da raccontarsi e da vivere; neanche lo zaino pesava sulle spalle di Tobia, anche se era appesantito dal violino di Sebastiano, anzi sembrava più leggero e a dir la verità lo era.
Neanche amici di più antica data potevano avere un legame come quello, pensava Tobia; e sapeva che quello era anche il pensiero del suo amico.
Ad ogni passo che i due amici facevano, il paesaggio intorno cambiava; ad un certo punto Tobia si fermò estasiato davanti ad un campo vastissimo. A prima vista, questo campo era insolito: era una distesa gialla e non verde come sono i campi di solito; Tobia si avvicinò sempre di più, perché aveva notato anche del bianco in quel enorme campo; avvicinatosi capì che il giallo era dovuto ai girasoli che sembrava riflettessero la luce del sole da quanto erano luminosi, sembrava anche che le stesse foglie avessero preso la gradazione di colore dei petali; "è stupendo" - pensava Tobia.
Fra tutto quel giallo riuscì a distinguere sempre meglio la macchia bianca che poco a poco diventava sempre più grande: era un mulino a vento, le cui pale giravano velocissime anche se il vento non era forte.
Tobia, incantato, si disse che era un peccato non immortalare quella sensazione, ma pensava che la cosa più importante era il fatto di vivere una cosa del genere e quindi ricordarla, così si girò verso l'amico sicuro che l'avrebbe trovato estasiato, come in fondo lo era lui.
Girandosi vide qualcosa che non si sarebbe mai aspettato: Sebastiano era seduto su un seggiolino e stava rendendo materiali i pensieri di Tobia: stava dipingendo con dei colori ad olio il paesaggio e le sensazioni che uno spettacolo simile produceva in lui e nell'amico.
Ancora una volta Tobia si strofinò i suoi occhialini; tutto era ancora più magico!
Tobia, dopo un primo momento in cui rimase come attonito, si avvicinò a Sebastiano e notò che sulla tavolozza che l'amico aveva in mano spiccavano i colori del paesaggio che gli stava davanti agli occhi, era formidabile come quei semplici colori ad olio riprendessero i colori della realtà.
Sebastiano avvertì tutte le sensazioni che stava provando il suo amico in quel momento e se ne rallegrò ancora di più, non aveva mai visto una persona che reagisse così davanti ad un suo quadro; era quello che voleva trasmettere ogni volta, e finalmente ci era riuscito!
I due amici stavano vivendo uno di quei momenti in cui i pensieri sembrano che diventino parole; sia Tobia che Sebastiano sorridevano a questa compatibilità. Tobia decise di provare a vedere se riuscivano ad andare in due sulla bicicletta, e non appena capì che l'amico aveva finito di dipingere, lo invitò a salire; con grande gioia i due amici si accorsero che riuscivano a starci comodamente in due, anzi in tre con lo zaino e si avviarono verso i gabbiani che sapevano non troppo lontani ma neppure troppo vicini da interrompere la loro avventura.
Il cielo si stava rannuvolando, ma Tobia, che fu il primo ad accorgersene, non si preoccupo'; era convinto che sarebbe piovuto se non dopo qualche ora, e che comunque la pioggia avrebbe portato a lui e al suo amico delle sensazioni gradevolissime.
Per Tobia la pioggia indicava un attaccamento alla terra molto saldo: sentiva molto le sue radici!
Mentre stavano percorrendo la loro strada, Tobia e Sebastiano si accorsero che fra l'erba che costeggiava lo stradone c'erano delle rotaie; Sebastiano si domandò come mai non erano state viste prima e se per caso erano ancora in funzione; ma quella scoperta non interessò, da principio, molto; anzi per una volta sembrò che le domande che si era fatto Sebastiano non incontrassero la curiosità dell'amico.
Era strano il loro atteggiamento, insolito.
All'improvviso la bicicletta si fermò, i due amici scesero, e si sedettero sul ciglio della strada ad aspettare che passasse un treno; le domande che si era posto Sebastiano se le era poste anche Tobia: avevano proseguito solo per cercare uno spiazzo per fermarsi.
Fermatisi, Sebastiano tirò fuori dallo zaino il violino e si mise a suonare, intanto Tobia, che aveva trovato nello zaino un caleidoscopio, senza interrogarsi sulla provenienza, si mise a guardare; la musica del violino sembrava desse ritmo ai colori del caleidoscopio; dopo poco Tobia fece vedere all'amico i prodigi di quelle figure, anche quando guardava Sebastiano i colori si muovevano a ritmo. Quello era un bellissimo modo per far passare il tempo, pensarono i due amici.
All'improvviso si sentì un rumore di treno; il ciuf-ciuf distolse i due amici dal rapimento di quella musica e di quei colori; e fu allora che Tobia e Sebastiano videro avanzare verso di loro un enorme treno.
Il loro stupore, oltre ad essere grandissimo, fu molteplice: il treno era antico, ma la cosa più strana era il fatto che fosse a carbone pur essendo tutto di legno.
A prima vista sembrava una di quelle baite di montagna, però su delle ruote; i due amici erano molto divertiti da questa cosa che non si preoccuparono di vedere se vi fossero dei passeggeri a bordo; l'idea della baita fece loro venire immediatamente un brivido di freddo che però passò subito.
Era fantastico vedere un treno così antico passare davanti i loro occhi. Tobia e Sebastiano avevano una gran voglia di correre dietro a quel treno e salirci, e sapevano benissimo che se lo avessero fatto ci sarebbero riusciti, ma si ricordarono della bicicletta che li aveva portati fin lì, non se la sentirono di abbandonarla: era parte di loro ormai.
Tobia e Sebastiano sentivano che quella non sarebbe stata la prima e l'ultima volta che vedevano quel treno, qualcosa li spingeva a pensare che prima dell'arrivo il treno avrebbe sfrecciato di nuovo vicino a loro.
I due amici ripresero a camminare, e improvvisamente un grandissimo silenzio si estese nella valle; Sebastiano notò che gli occhi di Tobia si erano fatti bui e tristi; Sebastiano non riusciva a capire cosa fosse successo all'amico che fino ad un momento prima era gaio spensierato, stava cominciando a preoccuparsi!
I due erano così assorti nei loro pensieri che non si accorsero che un'iniziale pioggerellina si stava trasformando in un vero e proprio acquazzone e si stava riversando sui loro pensieri.
Sebastiano cominciò a parlare, spiegò a Tobia tutte le sensazioni che fino ad allora aveva provato, parlò della sua infanzia, dei suoi giochi preferiti e della sua passione per i vecchi treni. In quel momento risuonava solamente la sua voce, non appena prendeva fiato ritornava ad essere presente un terribile silenzio, e anche la pioggia sembrava che cessasse.
Dopo un'ennesima pausa cominciarono a sovrapporsi le voci dei due amici, e pian piano Sebastiano capì che era arrivato il momento di far sfogare l'amico.
Anche se a stento, Tobia cominciò a confidare a Sebastiano una sua grande paura.
A vederlo non sembrava un super eroe ma neanche un moccioso - parola molto usata dai suoi amici - pauroso: forse questo era dovuto al fatto che la sua grande curiosità lo difendeva come uno scudo. Tobia non avrebbe mai pensato che il fatto di avere paura poteva comportare l'idea di essere deboli e quindi da disprezzare.
Era troppo sensibile per questo!
Era vero!, aveva esitato un po' a confidarsi con l'amico solo perché aveva deciso di aprirsi tutto e stava, quindi, raccogliendo le idee per mostrare e far conoscere anche il profondo della sua anima.
Era la solitudine quello che angosciava Tobia; finalmente era riuscito a dividere le sue esperienze con qualcuno che, invece di scappare, come facevano tutti, riusciva, con la sua semplicità, a renderle ancora più ricche ed interessanti.
Sembrava che la pioggia rendesse più fluide le parole e ridonasse il colore deciso agli occhi di Tobia.
A Tobia bastò la vicinanza dell'amico per capire che da quel momento quella terribile paura che gli velava gli occhi e l'anima se ne sarebbe andata via lontana; non doveva fare nulla, non era necessaria nessuna prova di fedeltà; era la semplicità dei sentimenti che rendeva ancora più saldo il legame con Sebastiano.
In quel momento ricominciò a comparire il sorriso sui volti dei due amici. Non si erano accorti che avevano fatto tanta strada, erano tutti bagnati, ma tutto ciò era un problema che non li preoccupava, sapevano che dentro lo zaino avrebbero trovato dei vestiti asciutti per cambiarsi; anche se tutti bagnati si sentivano molto leggeri e gli scherzi, ormai, si erano rimpadroniti delle loro persone.
In quel momento Tobia pensò che sarebbe stato meglio trovare un rifugio per togliersi quei vestiti bagnati.
Camminarono ancora un poco e trovarono delle assi sotto le quali potersi riparare; avvicinatisi, a ben vedere, scoprirono che non si trattava di semplici assi: la facciata esteriore era immediatamente riscattata da un interno favoloso.
I due amici si guardarono con aria interrogativa, e memori della recente conversazione, entrarono senza indugio.
Quello che trovarono dopo pochi passi fu fantastico; era una grande sala, molto semplice e molto rustica; alle pareti sembrava che ci fosse un immenso collage, ma bastava avvicinarsi per capire che si trattava di un insieme di quadretti con migliaia di fotografie; con stupore, Sebastiano fece notare a Tobia che quelle fotografie rappresentavano tutto quello che entrambi amavano di più; tutto questo li tranquillizzò molto: in quella sala sicuramente abitava qualcuno con cui avrebbero fatto facilmente amicizia.
"Incredibile!" - urlò Tobia, su un tavolino di legno c'era un treno uguale a quello che avevano visto poco prima e, sapendo della passione dell'amico, lo fece notare subito a Sebastiano
Quel trenino sembrava proprio un'esatta riproduzione, c'era anche del fumo che usciva dal comignolo; avvicinandosi un poco notarono che si trattava di una teiera da cui, per giunta, usciva un profumo buonissimo.
"Chissà chi abita qui?"- si chiesero ancora più incuriositi Tobia e Sebastiano.
Qualcosa li spingeva a fermarsi in quel luogo, sentivano ancora di più che avrebbero incontrato qualcuno che avrebbe potuto lasciare dentro di loro un segno indelebile, cosa che stava succedendo, del resto, per tutto quello che incontravano sulla loro strada.
Sebastiano era meno timido di Tobia, e capiva che la discrezione che certe volte si impossessava dell'amico in quel posto e in quell'occasione erano fuori luogo; c'era qualcosa che lo spingeva a comportarsi con naturalezza, e ricordandosi della pioggia che li aveva bagnati e senza dire tante parole si cominciò a togliere i vestiti fradici.
Tobia dapprima si meravigliò della naturalezza di Sebastiano, ma poco dopo, vedendo che lo sguardo dell'amico era fisso sulla teiera, cominciò a rifarne i movimenti.
Trovarono delle coperte su un divanetto, erano delle coperte molto pensanti che fecero venire in mente ai due amici una terra lontana e fredda come la Cornovaglia; nessuno dei due c'era mai stato, ma forse il desiderio di andarci era così forte che cominciarono a sentire vivo quel paese così lontano. Le loro menti incantate furono svegliate dal riso di qualcuno; Sebastiano, colpito, si girò e vide che vicino alla porta c'era una ragazza molto semplice ma con un'aria così interessante che riusciva ad attirare su di sé l'attenzione.
La ragazza, certamente una loro coetanea, li invitò a sedere e li pregò di raccontare i loro progetti.
Sebastiano accettò di buon grado questo ruolo di narratore e, dopo aver chiesto il nome alla ragazza, con una tazza di tea nelle mani cominciò a raccontare, ripercorrendo fin dall'inizio quello che avevano incontrato. La voce di Sebastiano era così lontana nella mente di Tobia: sembrava fosse ancora col pensiero rivolto a quella terra lontana, i suoi occhi invece indicavano come tutta la sua persona fosse stata rapita da Camilla - quello era il nome della ragazza; era affascinato da quanto, anche se immobile che ascoltava, Camilla mostrasse il suo essere buffo e tenero allo stesso momento. Tobia aveva sempre disperatamente cercato una qualità molto importante nelle persone che incontrava: il riso; voleva ridere con le persone, ridere teneramente!
L'aspetto buffo di Camilla gli dava gioia, sembrava che ogni cosa che diceva acquistasse una valenza positiva solo per il fatto che usciva dalla sua bocca. Tobia pian piano riprese la nozione della realtà, e cominciò a partecipare alla narrazione di Sebastiano.
Avevano tanto da raccontare e avevano tanto da ridere; finito il racconto, decisero di dividersi il tempo e raccontarsi tutte le sensazioni che stavano provando; così facendo, entrarono in un gioco molto appassionante, sembrava di essere su una giostra quando continua a girare incessantemente; il loro ritmo diveniva ad ogni giro più frenetico, gli spunti per gli argomenti sembravano aumentare coll'intensificarsi delle sensazioni raccontate; il più coinvolto era Sebastiano, ogni volta che toccava a lui, cercava, invano, di domandare a Camilla qualcosa, ma l'importanza della domanda lo costringeva a divagare, non su argomenti leggeri ma che indicavano ai due amici il valore che Sebastiano attribuiva a quella domanda così difficile da esporre.
Tobia, che verso Sebastiano sentiva una strana telepatia, meravigliato per l'atteggiamento dell'amico che stava sfoggiando un mantello di timidezza, approfittando del suo turno, espose a Camilla la domanda che tanto assillava Sebastiano. Non era sintetico, era abbastanza confusionario - forse era per quello che gli piacevano le persone buffe - e nel porgere la domanda fece una lunga divagazione provocando le risa di Sebastiano che, conoscendo le abitudini di Tobia e sapendo che quello era l'unico suo modo per affrontare le situazioni, si rilassò, disponendo così il suo animo alla risposta.
Tobia ripercorse il momento in cui, quasi per poco, non venivano travolti dal treno apparso dal nulla; Camilla era divertita dal modo di raccontare di Tobia, e stranamente lo trovava molto chiaro.
Dopo aver raccontato molte delle cose che avevano incontrato dopo aver visto il treno, Tobia fece partecipe Camilla della passione di Sebastiano per i treni, soprattutto quelli antichi, e manifestò il suo stupore nel vedere, in casa sua e per giunta come teiera, riprodotto esattamente quello che avevano visto sulle rotaie poco prima.
Appena Tobia ebbe finito il racconto, Sebastiano tirò un grande sospiro di sollievo; Camilla non si era messa a ridere beffandosi della sua passione, anzi i suoi occhi si accesero ancora di più; era immensamente felice di aver incontrato delle persone la cui genuinità e innocenza erano ancora in grado di stupire.
Camilla prese in mano la teiera e raccontò che nessuna leggenda circondava quella teiera; non aveva niente di magico, era soltanto un oggetto a cui, però, era molto affezionata e che teneva perché sapeva che gli oggetti possono caricarsi molto spesso di molte valenze sentimentali, ricordi, cose che molto spesso vengono denigrate dalla gente comune.
Per un momento Camilla si dispiacque che la teiera e il treno non fossero circondati da un velo di mistero o magia, ma all'improvviso il suo rammarico cessò: aveva deciso di donare la teiera a Sebastiano; era stato capace di costruire qualcosa di fantastico attorno a un oggetto, di donare significati così forti a cose sconosciute.
Camilla aveva capito tutto ciò appena lo aveva visto.
Tobia era affacciato alla finestra, i suoi occhi erano pieni di lacrime, erano ancora più belli; era felice, provare quelle sensazioni lo rendevano speciale, trasformavano tutto il mondo che aveva intorno; si sentiva al centro di un grande calore.
Stava spiovendo, era proprio il momento di andare, senza dare spiegazioni, non ce n'era bisogno. Tobia e Sebastiano si alzarono e, dopo aver accettato da Camilla dei vestiti asciutti e pesanti, erano pronti a proseguire il loro viaggio che sapevano, ormai, quasi alla conclusione: il grido dei gabbiani si faceva sempre più vicino.
Un'ultima cosa chiese Camilla ai due amici, voleva che le ultime sensazioni speciali le provassero davanti ad un falò.
Camilla cercò di spiegare tutta l'estasi che provava ogni volta che la sua anima veniva a contatto con il fuoco, bastava la più piccola fiammella per suscitare in lei sentimenti che mai avrebbe pensato di provare. Camilla associava al fuoco il sentimento fortissimo dell'amicizia; si sentiva protetta e coccolata. Non avrebbe mai pensato che la prima sensazione che avrebbe provato per estranei sarebbe stata così profonda; Tobia e Sebastiano con la loro semplicità le avevano trasmesso un'immediata naturalezza e uno spontaneo entusiasmo.
Guardare il fuoco significava per Camilla spiegare tutti i segreti della sua anima; adesso non voleva più averne, non c'era più il motivo per avere paura, stava provando una delle emozioni più sorprendenti: stava conoscendo. Tobia e Sebastiano rimasero estasiati davanti al falò ad ascoltare Camilla, le sue parole uscivano dalla sua bocca come una storia quasi irreale, ma la percezione della amica lì accanto li spingeva a credere che fosse tutto vero. Tutti e tre erano accomunati da una sensibilità incredibile.
Era giunta veramente l'ora di andare; Tobia non insistette più di un tanto perché Camilla andasse con loro, sapeva che era inutile farla soffrire insistendo e che quello che si stavano dicendo non era un addio: avevano imparato troppo per rinunciarvi.
Tobia riuscì a far staccare l'amico dalla teiera: era avvinghiato, quella teiera sarebbe stato un altro ricordo e un'altra esperienza da aggiungere a tutte quelle che Sebastiano già teneva sulle spalle.
C'era tristezza negli occhi dei tre amici; era naturale che scendessero sulle loro guance delle piccole lacrime che rigavano il viso, ma era naturale che quelle lacrime portassero in sé anche gioie che i tre amici non avrebbero mai smesso di provare, sebbene sapevano che un giorno o l'altro sarebbero stati divisi: ormai avevano condiviso troppe cose.
Di solito Sebastiano si comportava, fra i due, come quello più forte, ma in quel momento sembrava che i ruoli si fossero scambiati; era Tobia che doveva trascinare un indugiante Sebastiano: si doveva andare!
Appena si incamminarono ai loro piedi rimbalzò una palla tutta colorata; sembrava che non dovesse fermarsi mai e che dovesse indicare loro la strada. Tobia riuscì a bloccarla e, contemporaneamente all'amico si girò per scoprire da dove proveniva; dietro alle loro spalle Camilla, fissa sulla porta del suo rifugio, li salutava fissando i loro passi e imprimendoli così nella memoria. Soprattutto Sebastiano stava facendo su di sé una grandissima violenza; il dolore della sofferenza si alleviò nel momento in cui riportò il suo sguardo davanti a sé: c'era ancora la loro bicicletta, era stata lì ad aspettarli tutto quel tempo.
Ai due amici parve un po' strano vedersela ancora davanti; visto che la sua apparizione all'inizio era stata misteriosa, avevano creduto che, una volta persa di vista, sarebbe scomparsa misteriosamente come era venuta.
In quel momento Tobia si mise a pensare che quel viaggio aveva tutta l'aria di essere un enorme puzzle, al quale, dopo un attimo di incertezza iniziale, pian pianino si stava dando una forma e, a cui non si sarebbe tardato molto a dare un assetto definitivo; Tobia sapeva che mancavano pochissimi pezzi.
Ad un certo punto del cammino, i due amici si fermarono contemporaneamente, interruppero il gioco di parole che stavano facendo; da lontano, ma non molto, si sentiva un profumo buonissimo, sembrava quasi avesse una forma da quanto, ogni secondo che passava, aumentava la sua intensità. Più si intensificava il profumo, più si faceva presente, continuando a crescere, un rumore, che dapprima era impercettibile; in quell'attimo un ritmo cominciò ad impadronirsi dei due amici: sembrava che un'onda li avesse avvolti e li stesse trasportando con sé vorticosamente.
Tobia e Sebastiano si muovevano come se le loro anime fossero state avvolte da suoni e movimenti magici; in sintonia si ripiegavano su se stessi e si slanciavano all'esterno con una forza vitale. Tutta l'armonia che veniva prodotta dai loro corpi rispecchiava il loro modo di vivere: chiunque avrebbe capito che qualcosa di molto speciale accomunava quei due ragazzi. Era sorprendente notare che quel movimento che pur molto armonioso sembrava statico, in realtà fosse molto dinamico. In quella giostra di movimenti, Sebastiano e Tobia si erano spinti e si stavano spingendo verso dove, sempre più forte, sembrava che il misterioso profumo li attirava.
Dapprima non si erano preoccupati di definire che cosa li faceva procedere guidandoli; erano troppo immersi nella loro pace e nel loro divertimento. Sembrava che, per una volta, la curiosità che li caratterizzava li avesse lasciati liberi di farsi trascinare dagli eventi che li stavano travolgendo. Per un attimo chiusero gli occhi; gli riaprirono quasi immediatamente, il panorama davanti a loro era cambiato: ad entrambi sembrava addirittura di aver fatto un salto nel tempo e nello spazio. Tobia e Sebastiano stavano vedendo cose che non erano insolite o particolari, il fatto scioccante era che a loro sembro strano che in pochi secondi, quanto ci mettono gli occchi a sbattere, tutto poteva essere cambiato così radicalmente: non si erano resi conto che avevano fatto gran parte del cammino come onde del mare.
L'uno guardò negli occhi dell'altro, era bizzarra come situazione. Sembrava che i loro occhi potessero ricevere in sé tutto quello che si poteva vedere all'orizzonte; in tutta questa quiete meditativa, Sebastiano fece notare all'amico un piccolo rivolo di sabbia che sembrava fosse messo lì apposta per guidarli verso un qualcosa.
Non importava avere uno scopo, una meta; quello che spingeva i due amici era il legame che li univa e che man mano acquistava una forza insolita. Benché piccolo, quel rivolo spinse l'immaginazione dei due ragazzi oltre ogni limite; la loro fantasia cominciò a galoppare a tal punto che tutto quello che poteva sembrare frutto di fantasticherie ormai era entrato in una dimensione reale.
Tobia e Sebastiano non si meravigliavano più per le cose insolite che stavano succedendo intorno a loro; il loro, ormai lungo, cammino li aveva messi alla prova in tutto; non c'era più spazio per le domande, la loro curiosità veniva saziata più che abbondantemente.
Il rivolo di sabbia si perdeva all'orizzonte; Sebastiano cominciò a camminare trascinando con sé l'amico; cominciarono a camminare uno di fianco all'altro ondeggiando sui fianchi come se stessero seguendo un ritmo strano. Anche se a vederla poteva sembrare una camminata insolita e molto faticosa, sembrava che su i due amici non avesse nessun effetto particolare, se non quello di farli andare più veloci.
Qualcosa li attirava con molta forza. La curiosità e la voglia di scoprire non erano un ostacolo né per Sebastiano né per Tobia; tutto, grazie alla loro immaginazione, veniva trasformato, anche l'oggetto più piccolo e insignificante. Nulla, però, agli occhi dei due ragazzi, poteva apparire senza senso: anche dal sasso più banale Sebastiano poteva ricavare una favola magnifica e incantare così Tobia.
Era incredibile come non pesasse affatto camminare sulla sabbia; sembrava addirittura che i passi non lasciassero orme, che niente fosse più importante del tempo scandito da quelle meravigliose favole.
Di strada Tobia e Sebastiano ne avevano fatta; sembrava che anche l'orizzonte avesse delineato una propria fisionomia e che indicasse che vi era una meta alla quale dovevano giungere.
Tobia, pur continuando ad ascoltare con attenzione le parole di Sebastiano, fu distratto da qualcosa che gli era apparsa davanti agli occhi e che lo faceva stare all'ombra.
Fissò lo sguardo al sole e si accorse che un coloratissimo aquilone si stava librando nell'aria intervallando salite e discese.
Lo stupore di Tobia attirò l'attenzione dell'amico che smise di colpo di parlare, stregato a sua volta da quell'immenso gioco di colori. Benché sembrava che l'aquilone andasse per conto suo, a guardarlo bene si poteva capire che qualcuno voleva attirare l'attenzione dei due amici.
"Forse la soluzione si può trovare dietro quella montagnetta di sabbia"- pensò Sebastiano.
Immediatamente una forza improvvisa rafforzò le gambe dei due amici che, con impeto, corsero verso dove sapevano che avrebbero potuto trovare la soluzione del loro enigma: il loro viaggio.
Quella corsa gli fece dimenticare anche la possibile tristezza che poteva coglierli una volta arrivati alla meta: sapevano che non poteva trattarsi di una fine definitiva e senza via di uscita.
Corsero più forte che poterono, quasi alla disperata!
Raggiunsero la cima e prima di scendere e scoprire il mistero, simultaneamente si voltarono e guardarono quello che stavano lasciandosi alle spalle.
Quando erano ai piedi della collinetta di sabbia non si erano accorti di quanto fosse alta; solo ora, che erano in cima, si resero conto che in condizioni normali delle persone avrebbero salito quel piccolo pendio con una certa fatica.
Era fantastico lassù, continuavano a pensare i due amici; guardando indietro videro tutto ciò che li aveva accompagnati fino a quel momento: i mulini, il rifugio di Camilla, la locomotiva e tante cose che li avrebbero accompagnati anche una volta scesi dalla montagnetta.
Ormai ogni cosa che avevano incontrato, se piccola, era sulle loro spalle nello zaino, se grande, era dentro di loro come ricordo.
Dopo aver guardato a lungo ciò che avevano dietro e quello che avevano davanti, Tobia, fatto un respiro profondo, stretta la mano di Sebastiano, si buttò giù, scivolando su quella sabbia che pareva dorata.
Nel profondo silenzio di quel panorama si udirono le voci gioiose dei due amici: scendendo stavano tentando di rincorrere l'aquilone. Planarono dolcemente ai piedi della montagnetta, ritrovandosi così dall'altra parte; sarebbe stato bello poter rifare la scivolata, ma già sapevano che non gli era permesso ritornare indietro: avrebbero potuto rovinare tutti gli istanti nuovi che stavano vivendo: bastava una volta sola!
Per un istante stettero fermi ai piedi, ormai nuovi, della montagnetta; sopra le loro teste si librava potente l'aquilone che sembrava volesse indicare loro qualcosa.
Con entusiasmo Sebastiano e Tobia si misero a seguirlo, a rincorrerlo se talvolta una folata di vento lo spingeva più veloce.
Pian piano un gabbiano, poi un secondo ed un terzo si unirono al volo dell'aquilone così da sembrare quattro gabbiani in volo, o quattro aquiloni che volavano producendo l'effetto di uno solo.
I due amici non erano stanchi e ne avevano fatta di strada, ma ormai sapevano, ahimè con un po' di rammarico, che i passi seguenti sarebbero stati decisivi per trovare quello che cercavano.
Lì c'erano i gabbiani!
Uno, due e tre...!!!
Ecco, la vista di un lungo molo si aprì sotto i loro occhi; sembrava infinito, sembrava che tutte quelle pietre fossero solo un accozzaglia di rocce. Ma, c'era un qualcosa, o meglio un qualcuno che dava un ordine e una forma a quelle rocce; se ci si fermava a scrutare il molo, sembrava che tutto, pian piano, avesse un significato.
Ecco! là sulla punta, come un puntino piccolo piccolo senza forma e che lentamente si riesce ad identificare, Sebastiano e Tobia videro una ragazza che teneva alto l'aquilone e che seguiva, anche lei, con il proprio corpo le onde del mare e quelle del vento. Tutto questo produsse nei due amici un'armonia tale che subito si spinsero verso la punta.
La ragazza accolse Tobia e Sebastiano come se fossero amici di vecchia data. Disse solo il suo nome: "Sono Alice" - non fu necessario dire altro; tutti e tre erano rapiti dallo spettacolo che si apriva davanti ai loro occhi: una distesa d'acqua che stava raccogliendo in sé tutte le loro esperienze. In quell'immensa calma tutto era preso da un vorticoso movimento!
"E' bello portare dentro la propria anima qualcuno!!"- gridò Alice.


Era bizzarro vedere Tobia tranquillo a letto, ma se qualcuno si fosse avvicinato al suo viso e ai suoi occhi avrebbe capito il perché.




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