FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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MOTORE

Glauco Juliano




Certo una accoglienza così non se l'aspettava proprio: il piccolo paese, quattro case sputate in mezzo alla sterpaglia ingiallita da un sole perennemente feroce, era in festa: la grande celebrità, l'ex giocatore di serie A, il tenace ed arcigno difensore, vestiva i colori della gloriosa Vigor Audax, squadra di terza categoria in lizza per la vittoria nel girone. Un po' stordito, per la verità: era certo abituato a cene e riunioni conviviali per la presentazione della nuova stagione, ma sempre con fior di padrini e madrine, e con sponsor generosi e munifici. Ora nella saletta dell'oratorio, davanti alle autorità (sindaco, parroco e medico condotto) e ad uno sparuto gruppetto di supporters, circa 20 tifosi, il presidente attacca con un panegirico del suo nuovo acquisto: ne ripercorre la gloriosa carriera, ne evidenzia le tappe salienti, illustra i programmi per la nuova stagione, giura sulla bontà dell'organico e promette la promozione. Lo sponsor, il proprietario del locale mangimificio, osserva la scena compito e soddisfatto. Alla fine tutti a cena alla Trattoria "La tana del lupo": offre lo sponsor, e in verità, vista la qualità, sembra aver collaborato alla preparazione dei piatti.Torna a casa stanco, il nostro campione. Alla soglia dei quarant'anni è costretto a recuperare le scarpe che aveva appeso al classico chiodo per rimediare ad un tracollo finanziario che ha travolto il suo piccolo negozio di articoli sportivi. Pensava di assicurarsi un sereno futuro vendendo scarpe e tute, credendo che quel nome appeso sulla saracinesca gli avrebbe garantito affari sicuri; e invece, completamente digiuno delle più elementari nozioni di contabilità, è scivolato inesorabilmente verso il fallimento. Cosa fare allora a quarant'anni, senza un lavoro, senza un titolo di studio valido, senza prospettive per quella vita di rendita che aveva sognato? Qualche concorso, una buona parola dell'amico influente che si ricorda di lui, ed eccolo bidello della scuola elementare di quel minuscolo paese; il tutto però ad una condizione: assicurare il suo prezioso apporto alla locale squadretta, prendere o lasciare. E così la mattina, armato di ramazza, solleva stancamente la polvere dalle fredde aule, perennemente circondato da una piccola folla di queruli e fastidiosi bambini; il pomeriggio inanella giri di campo sul terreno in cui sassi, polvere, ed erba si intrecciano a casaccio, sotto lo sguardo tenero ed attento dell'allenatore. Questi è un personaggio quasi del tutto digiuno di tecnica calcistica, ma l'unico nei dintorni a possedere l'ambito patentino che dà diritto a sedersi in panchina. Finalmente arriva il gran giorno del primo allenamento vero, con tutti i giocatori presenti: è un pomeriggio assolato di fine settembre, caldo e afoso. Con sgomento l'anziano campione si accorge che intorno alla rete di recinzione (non ci sono infatti tribune) sono presenti centinaia di persone: non solo c'è tutto il paese, ma sono venuti anche dalle campagne e dalle borgate per ammirare il suo morbido tocco di palla e le sue illuminanti aperture. Strano: anni prima non lo turbavano le migliaia di tifosi che accorrevano per seguire le prime sgambate e le prime partitelle amichevoli, e ora si sente a disagio in quel desolato paese, sotto gli occhi di gente che non ha mai visto una partita di calcio. Dopo mezz'ora di esercizi ginnici impostati male, eseguiti peggio, e dunque completamente inutili, e dopo una irritante corsetta che avrebbe lo scopo di scaldare i muscoli, l'allenatore vuole saggiare la tecnica individuale dei giocatori: piazza sul terreno ad intervalli assolutamente irregolari delle bandierine, dimenticate dalla ditta che ha rifatto l'asfalto della piazza, e fa eseguire lo slalom, per saggiare la abilità nel dribbling. Il primo a partire è proprio lui, l'ex-campione, sguardo fiero, fisico un po' appesantito, questo sì, ma grande proprietà di palleggio. E ad ogni bandierina superata, applausi scroscianti, urla di approvazione, i compagni di squadra in estasi, l'allenatore che lo guarda con un'espressione di ebete ammirazione. Tutto questo lo confonde, anche se in fondo ritrova per un istante un briciolo della antica popolarità. Ma bastano poche sedute di allenamento per fargli aprire gli occhi. Non gli è stato difficile comprendere che l'allenatore è assolutamente incapace, che i compagni di squadra sono di una pochezza tecnica sconcertante, che dovrà farsi ogni volta in tre o in quattro per tentare di ottenere qualche risultato positivo. Ma ciò che lo preoccupa di più è la assoluta fiducia che quella gente ripone in lui. E infatti una mattina, sfogliando pigramente il giornale locale, in fondo alla pagina sportiva scopre una sua intervista, ovviamente inventata: "L'ex-Nazionale in forza alla Vigor Audax annuncia: Siamo noi i più forti del girone!". L'ex-campione conosce bene i meccanismi della stampa sportiva: quando calcava terreni ben più importanti di quello, scambiava poche chiacchiere con i giornalisti in sala stampa, e il giorno dopo si divertiva a leggere sul giornale le interviste, assolutamente gonfiate. Bastava che commentasse una decisione arbitrale ("Io l'ho toccato, è vero, ma lui ha accentuato la caduta"), che veniva sparato in prima pagina "Quello è un cascatore! C'erano anche due rigori per noi!". Una sana autocritica ("In difesa abbiamo commesso delle leggerezze") diventava "Atto di accusa ai compagni di reparto: più attenzione e meno chiacchiere!". Le prime volte aveva protestato, telefonava alle redazioni per smentire, ma poi si era rassegnato, e aveva imparato il rituale delle interviste: poche banalità ben dette su cui poi il cronista potesse lavorare, ed il gioco era fatto. Ora però non sopportava che un anonimo e imberbe cronista locale gli mettesse in bocca simili sciocchezze, senza averlo mai visto prima, questo proprio no. D'altra parte, come smentire quelle attestazioni di sconfinata fiducia nei propri e negli altrui mezzi? Come far capire a quella massa di poveri bifolchi che neanche cinque o sei di lui avrebbero potuto cavar fuori qualcosa da quel broccume infinito in cui era stato catapultato? E mentre cresce l'attesa per l'esordio in campionato, mentre tutto il paese lo acclama già come il suo portabandiera, cresce in lui una strana inquietudine. Ma come, un campione, un giocatore convocato perfino in Nazionale (era l'Under 21, veramente, ma vale lo stesso), un simbolo per le squadre in cui aveva giocato, ora ha le gambe molli ed il morale incerto per un campionato di terza Categoria, il più scarso che esista? Dove è finito l'antico orgoglio, l'antica voglia di lottare, il suo grande cuore (tutte banalità dei giornalisti, ma ormai sono entrate nella sua mente e non ne escono più)? Il campione è sempre più preoccupato, sempre meno tollerante con la torma di uggiolanti ragazzini che lo perseguitano ogni mattina, e che non fanno altro che ricordargli questa sua nuova debolezza: non sopporta più nessuno, manda a quel paese ripetutamente i suoi compagni di squadra, rei di essere dei brocchi senza alcuna speranza, e ne riceve invece elogi: "Ha una grande personalità! Si vede che ha il piglio del campione!". Se la prende allora con l'allenatore, quel placido panzone che non distingue un marcamento a zona da uno ad uomo, ma quello, anziché redarguirlo, gli esprime tutta la sua ammirazione: "Da Lei ho solo da imparare!". Si sente ricoperto da una fiducia caramellosa, che sa già di non poter ricambiare, e questo lo rende ancora più scontroso. Solo lo sponsor, quello zotico fabbricante di mangimi di infima qualità e di scarsissimo potere nutritivo, sembra esprimergli un po' di perplessità, e forse anche per questo il nosrto campione lo rispetta. Ormai l'esordio in campionato si avvicina a grandi passi, e l'ex-campione è sempre più nervoso ed intrattabile: la classica passeggiata per lo stradone principale del paese non è più possibile, perché tutti lo salutavano, tutti gli chiedevano un aneddoto sulla sua lunaga carriera, o uno scontato pronostico sul campionato. Si era poi accorto con sgomento che le poche ragazze avevano cambiato all'improvviso il loro look: calze a rete, gonne al ginocchio, scollatura vertiginosa (compatibilmente con gli standars della morale locale) e sguardo ammiccante e talvolta provocatorio. Ma anche starsene in casa gli risultava terribile, dato che l'unica cosa che potesse fare era guardare la televisione: e inevitabilmente il tasto del telecomando gli cadeva sulle trasmissioni sportive, e calcistiche in particolare, che lo prostravano ancora di più, riportandolo malinconicamente indietro negli anni, e sbattendogli in faccia tutto lo squallore in cui era precipitato. E finalmente, in questa altalena di ricordi e di presente, arriva il gran giorno. E' una domenica di ottobre, dolce e fresca.La gara è prevista per le quattro di pomeriggio, ma già dalla mattina, come le grandi fanno società, i convocati si ritrovano in "sede". Si comincia con il discorso del presidente, dello sponsor, dell'allenatore, tutte inutili e grottesche imitazioni dei riti dei grandi personaggi. Il nostro campione comincia ad aver nausea. Poi segue il pranzo, ad orario ospedaliero (le dieci e mezzo): riso in bianco, bistecca ai ferri, ed insalata. Lui mangia in fretta e malvolentieri, quasi per farla finita il prima possibile, con quella farsa ignobile. Poi la cerimonia della consegna delle magliette, comprate nuove nuove il giorno prima: gli tocca il numero sei, con una sfavillante fascia gialla di capitano: le gambe cominciano a tremare. Poi si attende l'arrivo dell'arbitro e della squadra avversaria. Il primo arriva in nettissimo anticipo, quasi per voler studiare bene il grande giocatore di cui ha sicuramente collezionato le figurine in gioventù. E' un ragazzino, magari alle prime esperienze con il fischietto, e l'aria un po' persa della giacchetta nera lo irrita ancora di più. Infine arrivano gli avversari, i giocatori della Nuova Fulgor, alla spicciolata, accompagnati dalle fidanzate o dai genitori premurosi. La gente si assiepa minacciosa e benevola ai bordi del campo, ne delimita il perimetro, attende in religioso silenzio l'inizio delle ostilità. Il panzuto e inetto allenatore tiene l'ultimo discorso prima di scendere in campo: tutte le parole sono di ammirazione, di elogio, di sconfinata fiducia per Lui, l'uomo che saprà portare la Vigor Audax verso la tanta agognata promozione. E conclude tronfio e pettoruto: "Guardate Lui, come affronta serenamente la tensione della gara!". Il campione vorrebbe fulminarlo, ma non può, se non con lo sguardo. Era abituato, uscendo dal sottopassaggio, a trovarsi di fronte una muraglia umana, festante o ostile, a seconda dei casi; ora venendo fuori dallo scalcinato ed umido spogliatoio si imbatte in una fila scomposta e variopinta di poveri bifolchi, al di là della quale si stende monotona la campagna. I tacchetti delle sue scarpe non affondano più nella umida e morbida erbetta, ma sono costretti a convivere con sassi, polvere e pietrisco. Il panico lo assale, inesorabile ed incontrollabile. Naturalmente tocca a Lui il calcio di avvio: il piede accarezza tremante la rotonda e nuovissima palla, acquistata anche questa il giorno prima. Il pubblico, spesso ignaro anche delle regole del gioco, assiste in religioso silenzio. La qualità del gioco è, ovviamente, infima; non si contano gli errori anche banali; il campione se la cava con molto mestiere, data la pochezza tecnica dell'avversario, ma si accorge con terrore che il fisico non lo sosterrà oltre. E poi c'è l'allenatore, che non smette un attimo di strillare l'unica cosa che gli viene in mente: "Dai dai dai dai". In questa situazione il centravanti della Nuova Fulgor ruba un pallone a centrocampo e si avvia indisturbato verso la porta della Vigor Audax: solo il campione gli si oppone come ultimo ostacolo: il pubblico non si agita, convinto che sarà fermato senza problemi. E invece, il rude e capelluto attaccante supera di slancio il frastornato libero, spara una bordata con la punta della scarpa, e insacca. "Dai dai dai..." - il grido comincia a smorzarsi, ma non si interrompe. I giocatori avversari sono impazziti dalla gioia, saltano, gridano. Gli spettatori hanno già capito, ma non si scompongono. E quando il primo tempo termina, sul risultato di 6-0 per la squadra avversaria, non un grido di scherno, non un insulto prorompe da quella massa di bifolchi.Negli spogliatoi l'allenatore, dopo aver perso la voce a furia di strillare quegli inutili "Dai dai dai", cerca smarrito con gli occhi il suo capitano, per infondere ancora un po' di fiducia ai suoi giocatori. Ma non si trova più: dove può essere andato? Lo spogliatoio è troppo angusto per attardarsi nelle ricerche. Sgattaiolato per la porticina laterale, ansimante per la corsa, il campione, con ancora indosso la maglietta e la sgargiante fascia di capitano, fugge lontano, cercando disperatamente un passaggio dai rari automobilisti. Viene finalmente caricato da un incuriosito camionista, mentre su quel campo pietroso, ormai distante, il portiere della Vigor Audax incassa attonito il gol numero 14.




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