FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LE MONTAGNE BELLISSIME

Alberto Natale




Da tempo frequento poco volentieri le montagne alpine, quelle che, per intenderci, vengono considerate le montagne vere, là dove l'alpe, il ghiaccio e tutto il fascino insito nell'immaginario di noi gente di città ha modo di esaltarsi. Un dubbio l'ho sempre avuto: perché le genti di montagna non erano attratte dalle vette e tendevano piuttosto a subirle come si subiscono i tiranni? So bene che l'argomento è molto discusso tra i moderni cercatori di traversie: è che noi cittadini-api aneliamo a vasti spazi e a simulacri di avventura. Tuttavia, tra le montagne alpine (a parte l'avversione per fondovalli del tutto innaturali) ho spesso avuto l'impressione di trascorrere il mio tempo limitandomi a giocare come un bambino.
L'Appennino è diverso. E' montagna da uomini: niente forza attrattiva-repulsiva del ghiaccio e delle rupi immani, niente sovrumanità. Ho sempre la lusinga di calcare una terra antica, non solo per geologia, ma per storia; di percorrere sentieri, da secoli segnati dal passo assorto di viandanti, pellegrini, pastori con le greggi, uomini che cercavano nutrimento da una terra scorbutica e ferina, eppure percorribile, attraversabile, che si poteva nominare. Basti pensare che nella Marsica vi è un monte che gli abitanti del luogo chiamavano e chiamano Trunchille il monte dei tronchi, dei taglialegna del posto. In omaggio al turismo di oggi, la toponomastica delle carte ha mutato il nome, trasformandolo in un vago e carezzevole monte Tranquillo. Questo mi sembra un buon esempio di innominabilità, anche perché non c'è alcuna ragione di considerare tranquillo quel monte, che anzi frana in un vertiginoso ghiaione. Le montagne dell'Appennino appaiono piuttosto come luoghi che sono sempre stati, non scoperti e non rivelati, eppure aspri e selvaggi come se la civiltà non li avesse attraversati.
Ho passato notti indimenticabili tra i monti dell'Appennino centrale, ho partecipato a festanti ottobrate e ad antiche processioni verso santuari sepolti nelle selve: anche nei luoghi più remoti, tra i massi sommitali, luoghi inospitali adatti a orsi e camosci, non ho mai avuto quella sensazione, tanto ricercata dagli alpinisti, di calcare per primo quelle rocce e quelle ghiaie. Semmai mi è capitato più volte di stabilire un contatto, quasi medianico, con le generazioni che mi avevano preceduto - mosse da innumerevoli istanze - a vagare tra quelle alte terre, magari con il cuore in gola. Dormendo negli stazzi (ormai abbandonati) dei pastori, ho avuto talvolta l'impressione di vedere il loro mondo fatto di movimento e spostamenti controllati, ricerche di pascoli, apprensioni per le bestie del gregge: vite intere concepite come variazioni dell'identico. Un mondo sospeso tra l'andare e il tornare, fatto di pochi uomini e di molti animali. Forse, chissà, sono arrivato a sognare i monti come potevano sognarli loro: il territorio e il suolo, lo spazio, le erbe e gli arbusti, le acque, il cielo, le stagioni.

In sogno stanotte, appunto, mi sono trovato tra montagne di questo genere, quelle del Parco Nazionale d'Abruzzo.
Avevo il desiderio di raggiungere un certo luogo in cui mi ero recato, un po' di sfuggita, anni prima.
Chiedevo notizie al mio amico Mario di Pescasseroli, esperto conoscitore di tutte le creste nel raggio di diversi chilometri; ma con mia grande meraviglia egli mostrava di non saperne nulla. Sono confuso. Cerco di ricordare le circostanze dell'escursione, ma non riesco bene. Ho un ricordo preciso di un paesaggio piuttosto insolito per la zona, con caratteristiche alpine. Mi pare che a quella gita avessero preso parte anche lo stesso Mario e altre persone della zona. Come poteva non ricordare? Sapevo di avergli parlato di quel posto e rammentavo che insieme avevamo, verso sera, scrutato nella direzione di una catena vicina al paese - quindi non lontana - anche se insospettabile allo sguardo.

Destandomi, ho tentato di ritrovare nella memoria le tracce di quell'escursione che mi aveva condotto al luogo che così distintamente ricordavo di aver visitato: per molto tempo, dopo il risveglio, sono rimasto convinto che si trattasse di una località reale in cui avevo sostato, affascinato, qualche anno prima. Ho ripercorso tutta la mia mappa mentale di regioni di montagna, visitate nel corso della vita. A quel punto ho cominciato a sospettare che ciÚ che mi era apparso in sogno non fosse figlio dell'esperienza, ma della stessa materia di cui sono intessute le illusioni.
La visione, tuttavia, suscitandomi un ricordo cosÏ marcato da sembrare vero, non poteva essere il risultato di un lavoro onirico consueto: c'era qualcos'altro in essa che tenacemente manifestava la sua appartenenza al mondo del reale, qualcosa che riguardava davvero la mia memoria. Non si trattava soltanto di materiale informe plasmato per dar vita al lavorio fantastico di una notte; il luogo di cui avevo sognato era esistito veramente, per quanto in una regione incerta dell'immaginazione.
Così, a poco a poco, si risvegliava in me il ricordo di un sogno precedente, certamente vecchio di alcuni anni e che, nel sogno di stanotte, era stato nuovamente evocato (sogno materia di altro sogno) e riportato alla memoria con una nitidezza tale da farlo sembrare esperienza vissuta. Ma, a questo punto posso affermarlo con certezza, anche i sogni sono realtà vissuta.

Nel sogno di stanotte io cerco di avere informazioni su questo luogo da Mario. Provo a indicargli la direzione in cui dovrebbe trovarsi; il punto di osservazione è quello dell'estremità orientale del paese stesso, a ridosso di una casa un po' isolata dalle altre. Bene: questo paese che io vedevo in sogno non assomigliava affatto a Pescasseroli, ma, riflettendoci al risveglio, piuttosto ad un paese delle Marche meridionali al confine del Teramano; la casa isolata mi ricordava quella della famiglia Liberini di Palmiano, che guarda nelle giornate limpide oltre ai Monti della Laga, verso il Gran Sasso. Tale ricordo, da sveglio, ne evocava altri. Ripensavo intensamente a Filippoli, mio compagno di gite e mio Virgilio dei monti Sibillini e delle montagne del versante Teramano.
L'amico era persona di animo davvero nobile: metteva completamente a disposizione il suo arsenale di conoscenze di montagna senza chiedere assolutamente nulla in cambio. Avrebbe potuto essere mio padre e forse perciÚ, tra noi, si manifestava un surrogato del rapporto che egli aveva desiderato col figlio - appena più giovane di me - e, come tutti i figli, incline a considerare il padre un po' fissato e rompiscatole. E' vero che era andato spesso per montagne, insieme alla più giovane sorella, con quel padre buon camminatore, paziente e tranquillo, ma più che seguirlo tendeva a sopravanzarlo, a palesare risoluzioni in contrasto con lui, a obiettare sul suo discernimento in materia di tendenze meteorologiche e sull'opportunità di proseguire o meno lungo una certa via. E non per sentirsi di lui più forte, ma semmai per dimostrargli di essere diverso, di avere un destino lontano dal suo, enunciato dai fatti e dalla differente volontà di agire.
Forse per questo, per la ragione che i figli sono inclini a confinare i padri nella galleria polverosa degli antenati, egli smise di seguirlo nelle sue escursioni in montagna e si volse a coltivare altre passioni.

L'intreccio dei due sogni mi appare finalmente chiaro: partendo dal sogno di stanotte dovrei essere in grado di ricordare anche quello remoto.
Mario, stanotte, non sa dirmi nulla del posto che cerco. Dal punto in cui tento di indicargli la direzione presunta non si vede nulla di particolare (e del resto il luogo non avrebbe potuto vedersi, poiché nascosto da certe creste, almeno per me, prive di nome. Eppure avrebbe dovuto trovarsi da quelle parti.
I monti sono quelli della Marsica, questo è certo. Pochi minuti prima avevo conversato con uno sconosciuto turista del mio desiderio di percorrere - con gli sci da escursione ai piedi - la cresta della Serra delle Gravare. Era stato a proposito di questo parlare di traversate nella neve che avevo ricordato il mio desiderio di tornare in quel particolare ambiente.

Il luogo, pertanto, non potevo che averlo sognato tempo prima. A forza di seguire i fili di impalpabili reminiscenze, il suo ricordo è ora tornato vivissimo e con esso il sogno remoto.
Non mi era chiaro come vi fossi arrivato, quando e con chi. O per meglio dire: ricordavo di aver scoperto il posto da solo. Da solo l'avevo sommariamente esplorato. Ed era assolutamente insospettabile. Mi aveva riempito di grande stupore: quel luogo, così vicino alla base di partenza di tante altre escursioni e così inesplorato. Ricordavo che fosse Mario ad essere partecipe della conoscenza di quell'anfiteatro tra i monti. O perlomeno posso dire che nel vecchio sogno io avevo consapevolezza che qualcuno conoscesse quel posto e mi avesse confermato della sua natura inesplorata o comunque scarsamente nota.
La natura onirica, incontestabile, del ricordo non mi permetteva, purtroppo, di rivedere il sogno altrettanto bene come mi era apparso al risveglio, nella sua qualità di esperienza concreta. Ma qualcosa pian piano prese forma e si costituì come nuovo ricordo, passibile, infine, di essere definitivamente collocato nel mondo dell'io, nel regno del certo e poi del chissà.

Nel sogno originario mi recavo a girovagare in automobile in quell'area appenninica dell'Italia centrale che comprende Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo. I luoghi di Filippoli dunque. Il Parco d'Abruzzo non avrebbe dovuto invece far parte dell'esplorazione. Non avevo molto tempo a disposizione. La stagione era buona e, oltre ad attraversare paesi e piccole città feci anche qualche breve escursione lungo sentieri che si insinuavano in valli a me pressoché sconosciute.
Un giorno, in compagnia di qualcuno, mi accinsi ad un'ascensione più impegnativa. O forse incontrai compagnia in montagna. Mi sembra di ricordare un attraversamento del monte Marsicano (ed eccomi quindi tra i monti del Parco d'Abruzzo).
Nella compagnia poteva esserci Mario. Ma forse non era così.
Ora che rivedo la scena con gli stessi occhi, e che mai ebbero il privilegio di accertarne la realtà, non posso fare a meno di riandare a certi luoghi magici in cui ebbi la fortuna di arrivare grazie a Filippoli. Penso al lago di Pilato e alle sue scariche di pietre improvvise che facevano levare in volo i gracchi corallini, alle pendici terrazzate, come bastioni di un titanico castello, del monte Priora, all'esile e aereo filo di cresta di cima di Prato Pulito o di cima Vallelunga. Così come le puntate al Gran Sasso, vedetta di due mari, o le fresche cascate del massiccio della Laga. Filippoli, da buon montanaro, aveva sempre una bottiglia di vino nello zaino: ne beveva soltanto sulla via del ritorno. E' da lui che ho imparato ad affrettarmi in salita e a ridiscendere, per contro, con molta calma, in modo da potermi fermare e guardare intorno, sorseggiando magari un po' di vino.
Diceva sempre: "Ce la faremo, con questa passeggiata, a consumare quello che abbiamo mangiato oggi?" e si colpiva i fianchi arrotondati dall'età. L'unico vezzo che aveva era di voler risultare un perfetto conoscitore dell'ambiente che attraversava e in particolare tendeva a fare sfoggio del suo sapere quando incontravamo degli sconosciuti: non c'era nome di cima o di asperità che non fosse in grado di indicare, né via d'accesso che non riuscisse a descrivere nei minimi dettagli, compresi i tempi di percorrenza, che era in grado di tagliare addosso a chi ne faceva richiesta, valutando con grande perspicacia le capacità di passo di chiunque. Con me aveva un atteggiamento assai diverso: era incline a indicarmi tempi di ascensione più ampi del necessario. Mi resi conto che lo spingeva il desiderio di farmi sentire più forte e di sottolineare che, per lui, era ormai tempo di regolarsi su un ritmo più tranquillo.
Raccontavo dunque del sogno originario e di come mi fossi spinto in esplorazione, forse non immemore del viatico che Filippoli mi aveva trasmesso, quando mi incoraggiava a risalire da solo erti pendii, paretine a picco e altre difficoltà, per potermi dire, più tardi "Complimenti. Oggi hai salito tre cime".
Comunque, mi diressi effettivamente da solo per una forcella, discendendo poco dopo nel luogo. Sapevo che più tardi mi sarei ricongiunto con gli altri (l'impressione era che i compagni fossero almeno due), ma in quel momento mi trovavo da solo e con molta emozione mi trattenni nell'anfiteatro ad esplorarlo con i passi e con la vista.
Ho detto che il luogo aveva sembianze alpine, ma non è esatto. Certo, non sembrava nemmeno la montagna appenninica, ma delle Alpi non aveva le rocce svettanti e l'orografia tormentata. A pensarci bene se c'è un gruppo montuoso che in qualche modo lo ricordi mi viene in mente il gruppo del Velino, specialmente se visto da lontano, come dalla ferrovia che corre verso l'Adriatico dopo Tagliacozzo, benché del Velino non avesse l'affacciamento su una vasta piana e la sua visibilità dalla vallata. Al contrario, esso sembrava nascosto tra altre montagne fra le quali, per paradosso, avrebbe dovuto svettare. Vi erano tre o quattro cime che si alzavano come conoidi piuttosto regolari. Il paesaggio era desertico, quasi senza vegetazione, ricoperto di ghiaie fini e sabbiose, ma del deserto non aveva l'aspetto lunare e repulsivo, bensì comunicava una sensazione di particolare accoglienza. I pendii, per quanto ripidi, erano percorsi da canaloni ampi, regolari e lisci, quasi fossero lingue glaciali di morene antichissime, invitanti al passo e alla risalita. Pensai: con la neve sarebbe un posto magnifico da percorrere con gli sci da fondo, quelli da escursione. Ad una sommaria ricognizione sembrava appunto possibile effettuare un concatenamento fra i rilievi dell'anfiteatro senza troppa difficoltà. Mi chiesi di che vista avrei potuto godere sui fili di cresta. Quando, data l'ora, dovetti andarmene, lo feci a malincuore, ripromettendomi di raccogliere informazioni sulla zona e di farvi ritorno un giorno, quanto prima.

E così vi sono tornato nottetempo, facendo riaffiorare nel nuovo sogno la scaturigine del precedente, come ricordo talmente vivo da lasciarmi, per diverse ore dopo il risveglio, con la sensazione, quasi una certezza, di essermi recato davvero, con il mio corpo materiale, tra quelle montagne bellissime.


Il luogo dove non si muore mai

A margine del sogno (dei sogni) si colloca un episodio che riguarda il mio bambino di quattro anni. L'altro giorno è andato a teatro con mia moglie e ha visto uno spettacolo che sembra averlo molto colpito, dove si narrava una storia pensata per bambini più grandi della sua età. Quando è tornato a casa mi ha raccontato un brano della rappresentazione, quello dove la protagonista narrava delle incredibili peripezie occorse per raggiungere il luogo dove non si muore mai. Contrada dal tempo cristallizzato, dove passato e presente si confondevano, il luogo conservava vestigia immemorabili: alberi ritorti ma ricchissimi di frutti, muraglie di fortezze senza cavalieri, umide boscaglie echeggianti del canto di mille uccelli; e nelle case mobilio molto vecchio, sedie titaniche, cassapanche ricolme di oggetti misteriosi appartenuti a uomini di ogni tempo. "C'erano anche scarpe vecchissime che chissà quanto avevano camminato", mi ha detto. Anche lo spazio risultava del tutto particolare: ciò che sembrava lontano poteva essere raggiunto in un momento e quello che appariva vicino si allontanava non appena ci si volgeva incontro. Mi ha chiesto se potevamo andarci in quel paese incantato: era pronto a partire in qualsiasi momento. Gli ho spiegato che per noi il luogo era davvero lontano e che non potevamo certo raggiungerlo in poco tempo. "Prendiamo la macchina" ha proposto allora. "Sarebbe un viaggio troppo lungo e probabilmente impossibile. Forse nemmeno con l'aereo si potrebbe arrivare facilmente". Ho tentato di convincerlo che avremmo dovuto rinviare il viaggio a tempi più opportuni. Si è un po' dispiaciuto quando ha capito che non saremmo partiti subito.
Oggi, raccontando a mia moglie della mia strana avventura notturna (proseguita del resto per molte ore dopo il risveglio), l'ho vista sorridere ad un tratto: "Era forse il luogo dove non si muore mai? Andrea ti ha chiesto di portarcelo. Non può essere che tu vi ci sia recato in sogno?" Non saprei dire se c'è davvero una relazione tra i due episodi: a volte molti indizi convergenti complottano per illuderci. Tuttavia l'atmosfera che regnava tra quelle montagne poteva effettivamente corrispondere alle caratteristiche, insieme magiche e senza tempo, di un luogo dove, appunto, non si muore mai.



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