FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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MISURAZIONI

Mattia Rossi




Ai piedi della scala che portava in superficie s'era formato un ingorgo: la piccola folla, studenti, anziane signore, madri di famiglia, appena sgorgata dalle porte scorrevoli della metropolitana s'arrestava e ondeggiava, brulicante d'impacciati tentativi di recuperare l'ombrello e di aprirlo con una mano occupata dalla borsa della spesa o dalla ventiquattrore. Il professor Federico De Monti si limitò a rialzare il bavero dell'impermeabile chiaro, piegando leggermente la testa per sbirciare il cielo coperto e calcolare quanta acqua avrebbe preso da lì all'Università; al suo fianco, l'esimio collega Giuseppe Antonini armeggiava intorno ad un ombrellino pieghevole, che riuscì ad aprire giusto nel momento in cui l'irregolare fluire della gente cominciava a sospingerli su per le scale, sotto la pioggia.
- Perché non tieni anche tu un ombrellino nella valigetta? fece Antonini, curvando un po' goffamente la sua allampanata figura onde arrivare a proteggere con l'ombrello anche le spalle del ben piazzato collega. E subito, forse pensando che la sua domanda, buttata lì tanto per dire, potesse venire interpretata come un rimprovero, aggiunse:
- Io me lo porto sempre, ma più che altro per scaramanzia.
- Anch'io, in passato - rispose De Monti. - Poi mi sono scocciato di quel coso che occupava spazio inutilmente. E poi c'è sempre tanta di quella roba, nella mia valigetta...
De Monti ebbe davanti agli occhi la visione che si presentava quando apriva la sua ventiquattrore: un insieme di libri, fascicoli, fogli sparsi, fotocopie "e simil merce", come amava dire il suo maestro Billanovich, abbandonati alla rinfusa nel ristretto spazio. Non sempre: a volte libri e fogli vi erano sistemati con ordine e razionalità; ciò accadeva il primo giorno dell'anno accademico e talvolta anche il lunedì mattina. De Monti aprì la bocca per spiegare che, in fondo, preferiva rannicchiarsi in un impermeabile ben abbottonato e camminare sotto la pioggia a capo chino, ma subito rinunciò: aveva poca voglia di parlare quella mattina (il che gli capitava spesso) e lasciò che Antonini, cogliendo il pretesto di un'automobile parcheggiata di traverso sul marciapiede, si sfogasse in una delle sue frequenti tirate contro l'amministrazione pubblica. Che De Monti, camminando, pensasse ai fatti suoi, non sarebbe del tutto esatto; ma nemmeno sarebbe corretto dire che non pensava a nulla. Il punto era che, nonostante fosse fuori dal letto ormai da due ore abbondanti, non era ancora sicuro di essersi del tutto svegliato. Non che avesse sonno, ma strane correnti attraversavano il suo animo ed il suo cervello ne era troppo interessato (o affascinato?) per occuparsi d'altro. Federico De Monti si trovava così ad avere con il mondo esterno quei contatti strettamente indispensabili per mantenere un'apparente collocazione spazio-temporale, vale a dire logica, agli occhi degli altri, ma in realtà la sua parte più vitale era tesa alla ricezione e alla decifrazione di quanto avveniva al suo interno. Equilibrio delicatissimo, che una minima interferenza tra le due sfere avrebbe irrimediabilmente rotto, con conseguenze probabilmente catastrofiche: al liceo aveva letto quel raccontino greco del filosofo che, a furia di pensare per la strada, era finito in un pozzo, e i capolavori dell'ingegno umano ricacciati nel regno del Non-Essere da uno squillo del telefono o da un visitatore inopportuno è ormai un pezzo che si è rinunciato a contarli.
Ora Antonini l'aveva con la monotonia della pioggia:
-... questa tipica pioggerella primaverile...
De Monti avrebbe voluto far notare che piove allo stesso modo anche in ottobre, e si dice "questa tipica pioggerella autunnale", ma capì in tempo che sarebbe stato inutile. Giuseppe Antonini era troppo professore per prendere la vita con umorismo: a De Monti sembrava incredibile, ma quanto il suo collega era uno storico di indiscutibili qualità, tanto in tutto ciò che non riguardasse i suoi studi era aggrappato ai più frusti e ottusi luoghi comuni. Sembrava che fuori dall'Università l'illustre scienziato dimenticasse quell'imprevedibilità, quell'instabilità che segnano i giorni del ricercatore, e diroccava sistematicamente la realtà a colpi di ipse dixit. Venire a coscienza che la "tipica pioggerella primaverile" può anche ritrovarsi come "autunnale" (e non sarebbe stato difficile trovare qualcuno disposto a testimoniare di averla vista addirittura in piena estate), realizzare una simile consapevolezza sarebbe stato per Giuseppe Antonini un problema molto serio. Il prof. De Monti restò dunque in silenzio, limitandosi a fingere di approvare con un cenno del capo, e si sforzò di mantenere il proprio spirito sospeso fra il concreto e l'indefinito, fin quando, giunti finalmente nell'ingresso dell'Università, il prof. Antonini si congedò e lo lasciò solo.
Il prof. De Monti si diresse verso la scala che saliva all'Istituto. Camminava lentamente, riposando lo sguardo sulla regolare scansione che ordinava i lati dei due chiostri; il misurato accompagnarsi degli archi a tutto sesto, il controllato succedersi delle soprastanti finestre rettangolari, l'equilibrio fra le misure orizzontali e quelle verticali offrivano la misura dello spazio reso eterno dal lieve velo uniforme del cielo e della pioggia che cadeva fitta. "Adesso salgo in ufficio e scrivo". Che cosa, ancora non lo sapeva. Avrebbe potuto cominciare l'articolo sulla cinquecentina che stava esaminando, anche se in verità nella ricerca era neppure a metà strada. Oppure uno di quei suoi racconti, destinati spesso e volentieri all'incompiutezza.
La finestra del suo ufficio si affacciava su un cortiletto chiuso fra il muro perimetrale dell'Università e quello della vicina basilica medievale. La pioggia uniforme sulla ghiaia del cortile dava un fruscio fresco e chiaro che saliva verso la finestra di Federico De Monti ricamato dalle variazioni, capricciose eppure armoniche, di un ruscelletto che scaturiva dal tubo verticale che conduceva fino a mezzo metro dal suolo l'acqua della grondaia.
Prese la penna.
"Ciò che ascoltavo, seduto alla scrivania, mi era noto da sempre, fin da quando, bimbetto, nelle giornate di pioggia sedevo al tavolo presso la finestra che s'affacciava sul cortile e disegnavo case ed alberi, oppure, ragazzino, studiavo, oppure..."




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