FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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I MIGLIORI SONO I PRIMI AD ANDARSENE... CIAO

Luca Di Benedetto




POCHI GIORNI A NATALE


Composi il numero per la terza volta. Finalmente all'altro capo sollevarono la cornetta: " Ciao Stefania..." " Click. "Ora... nei film americani e non, ma soprattutto americani, ci hanno abituati ad attendere, dopo che ci è stato sbattuto il telefono in faccia, una sorta di rauco ronzio monotòno;una nota un po' lugubre forse, ma tuttavia di provata efficacia consolatoria.Nella Realtà, anche in quella più stranita dei racconti, questo " Suono Amico " non esiste proprio, e lo sfortunato interlocutore - che non può neppure fregiarsi di questo arbitrario titolo, dato che non " interloquisce" proprio con nessuno - viene lasciato a tu per tu con il silenzio più ottuso e glaciale che mente umana possa mai immaginare. Solo in quell'istante ci si rende conto di essere in piedi come degli imbecilli a parlare ad un arguta cozzaglia di filo elettrico. Così, svelata la menzogna di fondo, col silenzio molesto dell'odiato meccanismo nell'orecchio, ed un vuoto sordo e viscerale nel petto, parrebbe del tutto naturale parlare dei bei tempi andati col proprio frullatore. Magari davanti ad un paio di Martini, col duplice vantaggio di scolarseli entrambi, visto che i frullatori bevono solo Frappè. Questo per evidenziare quanto gli americani siano più evoluti di noi riguardo alla psicologia sociale, e come il fegato degli elettrodomestici goda, in generale, di ottima salute. Riappesi anch'io.Stefania è la mia ragazza. Cioè lo era,... o così almeno dice lei;perché come per stare insieme, anche per separarsi occorre un accordo comune:non è che uno dice:" Da oggi noi non si è più insieme..." con l'accento toscano viene anche meglio:" Da oggi noi un s'è ppiù n' sieme". Sarebbe come prendere la prima ragazza che passa per la strada, abbracciarla e sussurrarle a due centimetri dalle labbra:" Io e te da oggi stiamo insieme "... quella come minimo ti tira due schiaffi... e giusto due schiaffi avrei dovuto dare a Stefania il giorno che mi ha lasciato. Invece sono rimasto immobile... annientato... muto. L'ho guardata andare via, scorgendola appena tra le lacrime, pensando:"Tanto torna...". Io, capite, la amo come un pazzo. Per riaverla monterei in sella alla mia moto e la cavalcherei per migliaia di miglia, potrei sterminare un'intera banda di Ninja, per lei scalerei montagne, guaderei fiumi, attraverserei deserti, paludi e steppe, vincerei armate di Cosacchi in rivolta, sfiderei pestilenze, annienterei imperatori e imperi annessi, Draghi, Stregoni, con un gesto delle mie mani potrei aprire varchi tra i flutti degli oceani, e la potenza del mio verbo potrebbe smuovere interi popoli, sradicherei foreste come se si trattasse di ciuffi d'erba e non ci sarebbe né muraglia né fortezza in grado di resistermi.
Ma tutto questo non è affatto necessario. Lei abita nell'appartamento sotto il mio. Sarebbe sufficiente scendere le scale e suonare il suo campanello. Lei aprirebbe la porta ed io fissando con fermezza i suoi dolci occhi scuri direi:" Stefania io ti amo ". Lei senza abbassare gli occhi, con una durezza insospettabile mi risponderebbe:"Mi dispiace:IO NO"... e questo dolore io non lo potrei mai sopportare. Lei vuole che io combatta questa battaglia sul piano della razionalità, dove vige un codice che io non riconosco, dove ci si affronta con le armi della convenzione, che non ho mai saputo maneggiare senza ferirmi o senza ferire chi mi era amico, dove sono costretto a dare, o a ricevere, una morte lentissima ed infame che comporta l'assistere impotente all'agonia dei miei pensieri e dei miei giorni. Eppure ieri mi sono armato di tutto il coraggio di cui sono capace, ho disceso quei ventitré infiniti scalini... ho assunto uno sguardo deciso, o quello che penso possa somigliare ad uno sguardo deciso, ed ho suonato:due trilli secchi. Lei ha aperto. L'ho fissata negli occhi e le ho detto:"Non avresti dello zucchero? ". E lei senza distogliere lo sguardo:" Mi dispiace:IO NO ". La risposta sorprese più lei che me, come se si aspettasse un'altra domanda. E così, con la viltà che è propria di chi rifiuta la propria parte, sono tornato ai miei appartamenti, anzi alle mie stanze, col mio bravo cartoccio colmo di zucchero stretto tre le mani. Passò qualche giorno. Natale, ormai, incombeva come un grosso macigno sulle mie giornate. Avevo, tra l'altro, l'incommensurabile svantaggio di sapere esattamente il momento in cui il Santissimo Giorno mi sarebbe rotolato addosso con tutta la sua pachidermica e spastica grazia. Milano era già occupata da truppe di irregolari varesotti, che armati di contante e cattivo gusto giocavano, insieme ai cittadini, la loro Valpurga del terziario alla luce di fasulle stelle comete e al gelo della merce esposta. Uscii di casa animato da tali ameni pensieri e accompagnato dall'idiota desiderio di solitudine, tipico di chi pagherebbe un miliardo per avere qualcuno a cui parlare, e si ritrova con un deca in tasca e a corto di amici. Decisi di investire parte delle diecimila per salire sulla terrazza del Duomo. " Basso il sole all'orizzonte... lanciava lampi e impronte " sul palazzo della Rinascente (Marchio Registrato), e la spessa cortina di ossidi assortiti mascherava con insolita pietà l'astronomia-spettacolo del Carducci, che giusto lì davanti possiede il rettifilo a lui intitolato. Alzai gli occhi al cielo, ridotto ormai ad un'allucinazione piatta che " aveva il colore della televisione sintonizzata su un canale morto". Sapevo che lassù, anche se azzittite dal riverbero della città, dovevano in qualche maniera " pigolare " le stelle. Fissai il punto dove, secondo gli atlanti, avrebbe dovuto splendere eta Carinae, e pronunciai, più o meno, queste parole:" Deh! Sorelle stelle... perché vi nascondete? Perché relegate la mia notte nel buio crudele delle tenebre... Oh!, Dei perché, ostinati, negate a me, umile vostro servo, il favore che è in vostro potere concedere? E perché, miei signori, nascondete a me la felicità dovuta ai mortali? Perché? Io imploro un vostro segno... " Scoppiai a ridere. Ero sull'orlo di un " classico " esaurimento nervoso. Mi affacciai al parapetto. Scorsi appena la sagoma scura che piombò, dall'alto, sulla pubblicità del caffè Kimbo (Marchio Registrato) e la spense tra mille scintille. Sbalordito pensai ad una piccola meteora amante del tè, quando un tonfo alle mie spalle mi fece trasalire. Mi voltai e scorsi, poco lontano da me, sul pavimento di marmo bianco della terrazza, una sagoma scura grande quanto un asciugamani arrotolato. Mi avvicinai. Quella cosa, qualunque cosa essa fosse, doveva essere caduta dal cielo... ed io avevo ottime ragioni di ritenere che si trattasse del mio agognato " segno ". Toccai l'oggetto con la punta del piede:era molliccio. Mi chinai per guardare meglio. Lanciai un urlo:si trattava di un gatto. I piccoli tonfi si moltiplicarono in un crescendo impressionante. La gente per la strada gridava e correva al riparo, in preda al panico e allo sconcerto. Si è calcolato che nelle ore successive caddero sulla città e sui comuni limitrofi più di quarantamila gatti. Una poeta, mia amica, scrisse un giorno in un suo verso che:" I fiocchi di neve cadono dal cielo e si spappolano sul marciapiede ". Ora:immaginatevi cosa può fare un gatto mediamente grasso e del peso di quattro chili. Riuscii a tornare a casa solo tre ore più tardi, in preda ad un delirio di onnipotenza che non avevo mai conosciuto prima. Riordinai con cura l'appartamento, apparecchiai e preparai una cenetta romantica per due. Lucidai il candelabro d'argento, accesi le due candele e lo sistemai al centro del tavolo. Poi aprii le imposte ed uscii sul balcone. L'ecatombe di felini non accennava a diminuire. Nessuno comprendeva quello che stava accadendo:i più scettici ritenevano che dovesse essere un'allucinazione collettiva perché notoriamente in cielo non ci sono gatti, mentre i più mistici invocarono prontamente una maledizione divina, e questa volta (questa volta soltanto) avevano quasi ragione. Sorrisi davanti a quello scenario assurdo... poi fissai le nubi scure ed urlai:" Ho capito!". I gatti cessarono all'istante di cadere. " Grazie! Ora voglio Lei! ". Suonarono alla porta. Andai ad aprire pensando che così era anche troppo facile. Aprii. Sorpresa:dietro la porta non c'era Stefania. C'era invece una ragazza minuta, non troppo alta... biondina. Ci guardammo negli occhi, occhi limpidi. Sentii il cuore balzarmi in gola. Non sapevo chi fosse, ma era come se l'avessi conosciuta in un tempo remotissimo, e non riuscivo a ricordare la ragione della nostra antica separazione.
Nessuno dei due disse una parola. Ci baciammo e facemmo l'amore per cinque giorni di seguito. Smettemmo alle sette a quarantacinque della mattina di Natale. Lei dormiva, al mio fianco, nell'oscurità della stanza. La sentivo respirare nel sonno... era meravigliosa. Mi alzai ed andai in cucina. Le candele ormai erano una pozza di cera solida ai piedi del candelabro. Mi versai un bicchier d'acqua ed aprii le imposte. La mattina era rischiarata da un tiepido sole e non sembrava troppo fredda. C'era ancora qualche gatto sparso qua e là, ma la maggior parte erano stati rimossi. Pensai che l'indomani sarebbe stato l'onomastico di Stefania. Non avvertii il desiderio di farle gli auguri. Guardai il cielo, che finalmente era di un bell'azzurro, " bello come il cielo della Lombardia quando è bello"." Grazie!!! - urlai - ma secondo voi, Stefania devo proprio dimenticarla? Datemi un segno!!! ". I giornali scrissero che la prima mucca cadde alle otto in punto, sfracellandosi sulla macchina privata del sindaco, che, al solito, stava dormendo.

Si ringraziano per le citazioni più o meno spontanee:Francesco Guccini, Giosuè Carducci, William Gibson, Giovanni Pascoli, una mia amica, la Chiesa Cattolica di Roma nella figura della S. Inquisizione, Alessandro Manzoni per il contributo meteorologico, quella sagoma del Sindaco di Milano (secondo semestre '93 in poi.)



ATTI DI CORAGGIO


(" Qui mori dedicit, servire dededicit. " Seneca.)
Mario percorse in silenzio il breve tratto di mattonelle gialle che separavano il suo banco dalla cattedra. La classe giaceva nella fiacca e divertita sensazione di sollievo di chi ha appena scampato un pericolo mortale. Nessuno si curava dell'interrogazione, tanto lo sapevano tutti che la Bezzi odiava Mario e che in virtù di tale simpatia, le ire dell'anziana professoressa si sarebbero concentrate solo su di lui, risparmiando, per questa volta appena, il resto della classe. " Mi scusi, io ieri non ho avuto molto tempo per prepararmi... sa sono stato in ospedale per una visita... " "Sì, mi pare che qua siamo alle solite... una scusa più originale? " Mario cercò di replicare:" Ma non è..." " Allora Pisiani... ci muoviamo o no? " " Scusi prof., sto prendendo la sedia... " " Non vedo per quale ragione tu non possa stare in piedi, cos'è... ti mancano forse le forze? Non dirmi che un metro cubo di giovanotto come te deve stare seduto... su, su raddrizzati bene, su con le spalle, un po' di vigore che non è ancora morto nessuno." Mario rimise a posto la sedia. " Dunque Pisiani, quale autore ti piacerebbe tradurre? " " Io... avevo preparato Cesare e... " " Chi? Cesare? Ma suvvia cocchino mio, Cesare è roba da dilettanti, siamo in terza oramai, dovremmo elevare un poco il tono degli autori, non trovi? Apri pure a pagina 346 e leggi un po' la prima lettera a Lucilio di Seneca." Mario si agitò:loro Seneca non lo avevano mai studiato. "Mi scusi, ma Seneca non lo abbiamo ancora fatto. " " Sì Pisiani, lo so, avevo appunto intenzione di cominciare oggi. " La professoressa Bezzi era una specie di elfo rinsecchito, dell'età apparente di qualche migliaio di anni. In realtà ne aveva soltanto sessantacinque, ed apparteneva, ormai indissolubilmente all'architettura stessa del liceo. Si racconta che sotto gli armadi dell'archivio, in una delle cinquantennali pulizie estive, venne trovata una figurina Panini di Rivera, con scritto sul retro:" Bezzi troia ". Questo era l'ultimo anno che avrebbe insegnato, ma lei non si dava per vinta:da fonti certe si era saputo che la professoressa aveva sommerso la segreteria e l'ufficio del provveditore di ricorsi e domande, per ottenere un permesso speciale, col quale prolungare la sua vita scolastica. E prolungare, di conseguenza, le sofferenze degli studenti. " Allora Pisiani! Che fai, dormi? " I suoi occhi grigi da rettile fissarono di colpo Mario, che ebbe un sussulto. " Ita fac, mi Lucili..." " Da cosa deriva fac? "Sicuramente qualcuno in classe pensò:deriva da fottiti, vecchia stronza! " Ehmmm... Facio,facis, feci,fact..." " Va bene, va bene... prosegui " " Ita fac, mi Lucili... " " Su prosegui! Questo l'hai già letto mi pare? " "... sì... vindica te tibi,..." " Da cosa deriva vindica? " "... Da... vindico... eeehhh... vindic... " " Va be' vedo che lo studio di quest'estate non ti è servito a nulla. I paradigmi li dovresti cantare sulla punta delle dita. come le tabelline... sempre che tu le sappia. Ah! Ah! Su Pisiani, fine dello scherzo, prosegui. " "... et tempus quod adhuc aut auferebatur..." " E auferebatur, che tempo è? " Silenzio. " Non so... " " Ah... bene, non sai... e cos'è che sai? No, No guarda, cosa credi di venire a fare qua, questo è un liceo. Chi credi di venire a prendere in giro... le cose vanno sapute. Cosa credi di diventare nella vita, se non sai nemmeno coniugare un verbo latino. Se non fai sacrifici non ottieni nulla... cosa credi che il pomeriggio non piacerebbe a tutti andarsene in giro a godersi la primavera? Eh cosa credi? Non è mica tua quella bella moto giù in cortile? " Mario annuì senza alzare gli occhi dal pavimento.
" Bene allora visto che tanto è fatica sprecata, prendi su la moto e vai a farti un bel giro. Non è mica obbligatorio venire qua... tanto ormai con questo quattro ti sei giocato anche questa estate. Ma dimmi ti piace così tanto studiare in agosto? Dai retta a me non sprecare il tuo tempo... trovati un lavoro dignitoso e guadagnati da vivere..." " Ma guardi che nelle altre materie vado bene... " " Sì, Sì, guarda, secondo me sono gli altri docenti che sono troppo accondiscendenti e si lasciano abbindolare dalle tue moine. Ma con me non funziona, caro. Dai retta, torna al tuo posto e pensa bene a cosa fare del tuo tempo... "
Mario alzò gli occhi dal pavimento e fissò le pupille quasi verticali della professoressa... aprì la bocca e fu come se a parlare fosse un'altra persona:" Comportati così, Lucilio mio, rivendica il tuo diritto su te stesso ed il tempo che fino ad oggi ti veniva portato via o sottratto o veniva sciupato raccoglilo e tienilo come un tesoro... è troppo tardi per essere sobri quando ormai sì è al fondo. Al fondo non c'è solo il poco, ma il peggio. " Il volto della professoressa, tradì un istante di sorpresa... e si ricompose prontamente nel solito grugno arcigno. " Mi pare che tu abbia colto il senso, ma la traduzione è alquanto... come dire... approssimativa...e " " Taci troia... hai già parlato a sufficienza. " L'anziana professoressa scattò in piedi:" Ma come ti permetti scellerato! io... " La frase fu interrotta dallo spigolo del vocabolario, che colpì pesantemente il labbro superiore. La donna cadde a terra, tra la cattedra e la lavagna. Mario l'afferrò per i capelli e la scagliò contro il termosifone. La tempia produsse un curioso suono di gong. Lo studente la raggiunse e le assestò un calcio col collo del piede, degno del rinvio di un portiere di serie A, in pieno stomaco. Dopo di che sollevo l'anziana professoressa e la mise supina sulla cattedra. Le stappo' la gonna grigia ed iniziò a fotterla. La classe era paralizzata. Quando Mario ebbe finito la professoressa vomitò la colazione, mista a sangue e pezzi di dentiera. Poi voltò la testa verso di lui. Gli occhi erano agghiacciati ed i lineamenti stravolti. " Ma.. ssseei impazzito...? " " No, ho la leucemia."



ED INFINE GIUNSE ANCHE IL NATALE


Io ero seduto su di una grossa pietra. La testa tra le mani. Le mani sulla faccia. Gli occhi persi in quelli di Silvio che invece, sbarrati, non smettevano di fissare quel punto nel cielo buio. Il punto da dove era partito il lampo del folgoratore che lo aveva colto in pieno petto, lasciando solo uno spazio nero dove prima batteva il suo cuore. Il cadavere di Silvio mi era di fronte... sprofondato nel fango... ed io ero davanti a lui. Senza piangere. Senza parlare. Senza pensare a nulla, nemmeno ai traccianti dei 574k-Fiat che sentivo sfrecciare pochi metri sopra la mia testa. Le batterie di cannoni ad impulso dei Non-Mutati non cessavano nemmeno per un istante di spazzare il vuoto con i loro urti viscerali, che scuotevano, senza tregua, la pianura dove un tempo sorgeva Ivrea. Finalmente decisi:respirai a pieni polmoni e soffiai forte dalle narici, poi lasciai cadere le mani ed alzai gli occhi al cielo. Fu allora che vidi quella luce all'orizzonte. Dapprima apparve come una piccola regione luminosa ed Est, poi la sua intensità crebbe, rivelando in lontananza il profilo scuro delle Alpi.Non compresi subito di cosa si trattasse... non sembrava un'esplosione. Trent'anni fa, prima che la guerra nucleare ci condannasse alle tenebre e alla deformità, avrei pensato all'alba. La luce si oscurò di colpo, quasi contemporaneamente si levò un forte vento caldo. I Non-Mutati smisero improvvisamente di sparare. Guardai nella loro direzione:solo buio e silenzio. Dopo tanto tempo, il suono dell'atmosfera terrestre mi si offrì con dolcezza. Alzai nuovamente gli occhi al cielo e sentii due grosse lacrime calde rigarmi il viso. Le Stelle. Scoppiai a pingere come un bambino e caddi in ginocchio nel fango. Dopo tanto tempo... le Stelle. Ed io avrei voluto voltarmi e stringere tra le mie braccia Biljana e mostrarle questo cielo. A lei che le stelle mancavano così tanto in questa notte perrenne, condannati allo stesso ottuso colore sopra alla testa, sia che si stesse stipati dentro ad un rifugio, sia che si fosse fuori all'aria, all'aperto. Ma Biljana adesso era sul fondo di una fossa comune, e qualcosa di amaro spinse più a fondo le mie lacrime. Qualcuno mi posò una mano sui capelli. Alzai la testa:Silvio era in piedi davanti a me e mi tendeva la mano sorridendo, con un sorriso largo e con gli occhi vivi, nonostante il foro nero al centro del suo petto. Io allungai la mia e mi trovai in piedi davanti a lui. Mi abbracciò, e tenendo un braccio dietro le mie spalle indicò un punto nel cielo. Guardai, e vidi Alioth del Carro spostarsi verso ovest, come se fosse una veloce cometa senza coda. Al suo passaggio le altre stelle caddero e si spensero. Poi fu la volta di Mizar, che spense le stelle del nord e di Dubhe che estinse gli astri del sud. Per ultima, Merak oscurò il cielo dell'est. Silvio mi fece segno di seguirlo, e saltò le protezioni della trincea. Andai dietro a lui. Attraversammo, senza che nessuno sparasse, la piana dei combattimenti, e camminammo per ore verso ovest, scalando le prime alture. Il cielo, che era piombato nuovamente nell'oscurità, cominciò ad illuminarsi tenuemente in corrispondenza dei quattro punti cardinali. Giungemmo ad una baracca addossata ad una parete rocciosa. Silvio bussò ed aprì la porta. All'interno vi era una donna mutata, col viso ancora umano. Era molto pallida e stava distesa su una vecchia coperta militare di espanso verde. Tra le braccia stingeva un bambino nato da poco, che i tre cordoni ombelicali legavano ancora alla madre. Silvio si inginocchiò davanti a loro e disse:" Grazie. Era da tanto tempo che aspettavo... ". Poi si alzò ed uscì dalla baracca. Io gli corsi dietro e lo fermai afferrandolo per un braccio. Gli chiesi spiegazioni. Lui guardandomi negli occhi rispose:" Lo sai che giorno è oggi? ". Scossi il capo. Silvio sorrise. Mi abbracciò e mi baciò sulla fronte. Poi si voltò e camminando verso l'oscurità sussurrò: " E' Natale... " E scomparve nel buio. Quando tornai alla baracca gli altri erano già arrivati.



IL CAVALIERE GIALLO


Cavalco solo nella notte. La ritmica pulsazione del galoppo sulla terra battuta, ed il sibilo del vento attraverso le spigolature acuminate della mia armatura coprono la canzone dei grilli. Di fronte a me, questa striscia di terra bianca si perde ad est e fugge verso un punto più in alto, dove le due catene di montagne sembrano fondersi in un confuso ammasso scuro. Attraverso quel passaggio, il vento, dopo essermi corso incontro ed avermi inseguito, agitando la quiete della prateria e cullando il sogno delle querce, abbandona la pianura infinita che si srotola alle mie spalle. Il vento che soffia questa notte lo chiamano Favonio. Dicono che risalendo attraverso le narici raggiunga direttamente l'anima e la culli e la carezzi levigandola come una pietra di fiume. Favonio avvolge la terra e la fa sua, fecondandola dei suoi umori leggeri. La mattina seguente sarà nei colori cantati dalle mille voci della primavera. Il colore delle mattine di primavera... no, non è solo una questione di luce. Non può ridursi tutto ad una maggiore o minore trasparenza dell'aria. E' l'anima stessa che ci sale appena dietro lo specchio degli occhi e ci strabilia, con la sua sete di sensazioni... saziandosi di vita. Passo in silenzio davanti ad una locanda. Buio infrarosso.
Il rumore soltanto e l'eco degli zoccoli in Carbo-Kevlar del mio cavallo. Nessuna luce. Anche i generatori per l'ologramma dell'insegna sono disattivati. Avverto solo il sibilo fluorescente dello scanner dei segugi di guardia. L'intero edificio è perduto nei percorsi segreti del sonno. Il vento, che diffonde i suoi sentori fra i corpi distesi nell'oscurità, prende gli uomini per mano e li conduce più a fondo nel loro sogno. Al loro risveglio, il ricordo di questa notte sarà un rinnovato vigore, ed un inatteso sapore dolce ai lati della bocca.
I due segugi mi si parano davanti, ed agitano il rubino dei loro traccianti laser sulla superficie della mia armatura. Una scala armonica ascendente a bassa frequenza, e regalo anche a loro un poco di oblio. Anche gli usignoli tacciono. A me soltanto non è concesso riposo questa notte. Continuo solo il cammino, conficcando i miei pensieri più a fondo in questo cielo rinnovato, fino al nocciolo molle della primavera stessa, che va sciogliendosi con taciute implicazioni. Ma per me, questo stropiccìo dei sensi è solo ricordo. Il suono lieve di questo vento è solo una tacca in più nel livello del Background, che appare in qualche regione a sinistra della mia celata. Il suo tepore è un innalzamento di 5.743 K disponibile nella terza paginazione... il suo sapore dolce, un'analisi spettroscopica e batteriologica allocata all'indirizzo 9C9EH. La tentazione di fare saltare i sigilli dell'elmo con un colpo preciso del mio laser a frequenze multiple sarebbe grande, ma dopo cinque secondi, la mia libertà si spegnerebbe in un'emorragia di glucosio.
Chi ha studiato, per me, questa prigione? Chi è l'ingegnere neurologico padre dei miei ricordi? Ricordo una donna china su di un vaso di candide rose secche:mia madre. Ricordo il pianto di un piccolo uomo e la responsabilità della sua incoscienza.
Il resto sono impianti... Un incrociatore Veneziano di IV classe al largo Cipro, Vienna bombardata dalle batterie di cannoni ad impulso, la resa di Solimano ed il suo esilio su Deimos. Giovanna D'Arco molecolarizzata da un convogliatore a scansione sui bastioni di Rouen, Giordano Bruno che espugna la rete Unix del Vaticano con un virus che chiama Ian Hus, l'incoronazione di Carlo Magno messa in visione per la prima volta sul circuito orbitante della Hitachi, un urto viscerale ed il fungo dell'atomica sopra il cielo di Gerusalemme... Non sono fantasie malate di qualche psico-adattatore. Io ci sono stato davvero. Ma non è di questi ricordi che si misurano in pixel che ho bisogno...
Vorrei una musica che si potesse chiamare tale, inverni che tagliano come rasoi e mattine larghe e distese sotto il colore del cielo... il buio vorrei, al posto di questa radiazione infrarossa... l'anima e la coscienza del tempo. Inquadro un grosso masso al centro dei due puntatori... un lampo, ed è il tintinnio sottile del pietrisco che rimbalza sulla mia armatura.
Se la follia non possedesse il mio signore, ora potrei avvertire il calore del dorso del mio cavallo, clonato per due volte dai resti ritrovati in una tomba ad Ur, ed attraverso il palmo di pelle morbida del guanto, potrei carezzare la sua folta criniera... Ma il mio signore è perduto... per lui congregazioni di maghi sintetizzano pozioni e sciami di sacerdoti ronzano preghiere, antiche come la terra stessa, attorno al suo delirare... e lui, pallido e senza sguardo, si aggira come un fantasma per le sale del castello. Ai suoi generali riuniti, racconta, dal suo scranno d'ebano, di terre lontane che giacciono accanto a noi. Al Ciambellano, parla di segrete porte che si aprono su oscuri stati dell'esistenza. Col Vescovo delira di fanciulle leggiadre che nascondono segreti e celano chiavi per altrettanto celate serrature. Già tre roghi ho visto ardere nel cortile maggiore, durante l'ultima stagione. Vuole che sia io la sua ultima speranza. L'età lo divora. I suoi incubi non gli concedono tregua. La notte della Candelora mi convocò al suo capezzale. Gli appartamenti reali erano immersi in una sottile oscurità, violata a tratti dalla luce vermiglia che diffondeva nelle stanze attraverso le alte finestre a ogiva. I contadini erano in rivolta. Gli antichi arredi d'oro massiccio rilucevano, arancioni del sinistro bagliore dei campi incendiati. In lontananza il cozzare d'armi della repressione. Un druido, d'una vecchiezza infinita, vegliava il mio Signore. Mi accostai al letto. " Benvenuto, Conte...fatti più vicino... avvicinati al tuo re...". La sua voce sembrava giungere da un punto lontano. Mi accostai e vidi i suoi occhi consumati dalle febbri. " Dove sono... mio amato Conte, dove sono... e dove sono le mie armi, i miei cavalli. Tutto è notte. Già così a fondo questa tenebra, che mi devasta il corpo, ha intaccato la mia anima? Ricordi il canto di vittoria delle cannoniere ed il fischio modulato del vento che Eolo stesso soffiava tra le sartie del nostro vascello di ritorno da Lepanto? Ricordi la mia incoronazione nella Cattedrale di Reims? Ricordi? Dov'è adesso quella stagione? Le mie notti sono interminabili... sogno moltitudini di genti che si dimenano stipate in enormi vasche di bitume, ed io mi trovo tra loro... sento il loro respiro sulla mia nuca, il loro alito bollente e fetido sulla mia bocca... avverto le loro membra fredde compresse contro le mie. Nella solitudine delle mie giornate, sotto la luce stessa del sole, creature immonde aprono i loro occhi attraverso gli oggetti che mi circondano. Avverto l'umida consistenza dei loro bulbi oculari al di sotto delle mie lenzuola. Le loro bocche si aprono, beffarde e affamate, sul fondo delle pentole nelle mie cucine, le loro fauci infami insudiciano la mia mensa, e si contendono avide i miei pasti. Il mio regno è consumato dalle insurrezioni, le mie guarnigioni saccheggiano i villaggi della mia gente, portano le mie insegne e il popolo mi ritiene colpevole e scellerato. Vorrebbero venire qui ora, e smembrarmi con le loro mani di colosso cieco e giusto. Vorrebbero che il mio sangue facesse tacere il pianto e la nera morte che ghermisce i loro figli... i miei figli. Io sono un re giusto! Abbiate pietà. Guarda il tuo Re... Conte... lo so cosa senti:provi orrore per questo tuo coetaneo divorato da una vecchiezza feroce e artificiale. Hai compassione dei miei deliri e delle febbri che mi scavano le carni. Hai ribrezzo delle suppurazioni fosforescenti delle mie piaghe. Ma è la paura, il sentimento che ti attanaglia il cuore. E' l'angoscia sottile e straziante di sapere che il mondo, quale lo hai conosciuto fino ad ora, si sta sgretolando. Il nostro mondo... un'enorme bolla di sapone che circonda la nostra esistenza, la cui iride delle pareti non sopporta più la pressione delle sfere esterne.
Ma non sarà un esplosione indolore... no mio caro Conte... non sarà così. Nulla può dissolversi come se non fosse mai stato. Una quantità di incubi e di visioni immonde si materializzeranno nel mio regno, prima che l'aria degli ambienti esterni irrompa ed invada le nostre pianure... Io solo potrei mantenere vivo tutto questo... io solo... Conte... è un grande sacrificio quello che ti chiedo... combatti ancora una volta per me. Corri ancora una volta in soccorso del tuo Signore. Battiti contro il mio male nel mondo dei miei incubi. Sei l'ultima speranza." Fuori il fragore delle armi era cresciuto, e con esso il calore. L'incendio era giunto fino alle mura e la stanza stessa sembrava bruciare. Ma quella fiamma era nulla in confronto al fuoco tremendo che ardeva il volto del mio sovrano. Sollevai il capo ed assentii. Il mio signore mi benedì, e dopo l'abbraccio dell'amico mi affidò all'arte maledetta e inumana dei suoi ingegneri neurologici. Fu così che da uomo libero divenni il Golem onirico del mio sire, che fece incidere le quattro lettere della verità nelle mie fibre celebrali, scordandosi di farle cancellare dal mio cuore. Io vago per queste terre, e il mio destriero mi accompagna. Molte volte vidi le sagome nere delle lune di questa terra congiungersi alte, nel cielo rosso della mia notte. La solitudine delle pianure centrali coperte di neve, l'agonia schiacciante dei deserti e l'ululato feroce del vento sulla tundra sono stati i miei cortesi, e poco loquaci, compagni di ventura. Ma ieri, per tre volte, fino all'elsa, ho conficcato la mia possente spada, in ciascuno dei settanta occhi dell'essere che tormentava i giorni e le notti del mio signore. Il suo sonno ora è sgombro dall'incubo ed il suo respiro affrancato dall'affanno. Nessuno. Niente più tornerà dalla notte. Ed è ormai tempo che anche io, il Cavaliere Giallo, torni alle mie terre e alla dolcezza delle mie acque. Un compito. Uno solo ancora occupa la coda dello stack sul visore. Poco prima del passo, incastonato tra le rocce, risplende lo smeraldo di un lago. La signora di quelle acque è l'ultimo ed il più crudele dolore del mio sire... ed è la custode terribile del mio onore. Ci fu un tempo in cui il mio sovrano riempiva le bisacce del mio destriero con pietre preziose, boccette di cristallo da cui esalavano rare essenze e collane d'oro arancione e corallo. Mi sorrideva con la larghezza e l'entusiasmo di cui solo un giovane re è capace, e nei suoi occhi danzava l'affanno dolce che solo l'amore sa acquietare. E lanciava me nella corsa gioiosa incontro alle sue terre, che si facevano in fili sottili ai lati dei miei occhi e mi inebriavano del verde e del biondo del loro grano maturo. Io, dopo tre giorni di corsa sfrenata, giungevo esausto e felice alla casa di lei. Sulle sue montagne trovavano riposo i miei occhi ubriacati dalla velocità. Alle acque del suo lago, si dissetava il mio Bucefalo, ed il vento dolce e fresco asciugava la schiuma dal suo mantello. Insieme sedevamo sulla riva. Io le parlavo del nostro re, della sua magnificenza, della sua generosità, della sua fierezza, del suo valore e delle nostre imprese in battaglia. Io parlavo e parlavo, mentre lei intrecciava ghirlande di margherite gialle e campanule. Io, poi, le facevo dono degli omaggi del re. E lei circondava il mio collo di campanule e coronava la mia fronte di margherite. Un giorno di primavera il re stesso le chiese di diventare sua sposa. Lei quella notte confuse le sue lacrime a quelle del lago. Quella stessa notte capii che la mia vita era fuggita con lei. Per tutto il giorno lanciai i muscoli del mio cavallo contro il vento appresso alla mia anima perduta. La pianura per me era scomparsa. Le fragranze della stagione d'un tratto erano disseccate e morte. Spronai Bucefalo e lo feci correre, correre ancora e ancora fino a che il suo cuore ci fece crollare nella sabbia. Sentii il rivo del mio sangue caldo, scendere da sotto l'aggancio della celata, fino alla labbra. Mentre il mio destriero giaceva rigido accanto a me. E per un istante quel sapore dolce e rivoltante cancellò il ricordo del profumo dei suoi fiori.
L'ultima salita è alle mie spalle. Il lago compare sul visore. Insieme al mio dolore giungono a cascata la temperatura dell'acqua e i dati dell'analisi chimica dei sali disciolti. Poi lei. Cammina verso di me. Sorride. I capelli, sciolti, le coprono le spalle. Le acque non hanno osato offendere la sua bellezza. Tra le mani stringe una corona di papaveri. Smonto da cavallo. Il mio cuore accoglie l'abbraccio caldo e tenero del suo corpo. Camminiamo allacciati fino alla riva. Ci sediamo e lei, dolce, mi racconta di sé, del sole che fa sbocciare le campanule nei prati, e della schiusa serale delle ninfee d'acqua. Non è più il tempo di correre. Penso al mio Bucefalo clonato che trascina l'aratro. Le spighe mature del grano tra le mie mani. E provo ad immaginare il sapore di questo nuovo pane. Ora la notte, quando la luce porpora dell'unico scanner ottico, impiantato nella mia fronte, è offuscata dal biondo dei suoi capelli, ed il tepore del suo sonno allevia la mia veglia, penso al mio re, e al mio antico amico, e mi chiedo se il sapermi qui per sempre, sia per lui un dolore insostenibile o piuttosto una gioia.



C'ERAVAMO TANTO AMATI


Hiroshi entrò nel laboratorio facendo sbattere le porte automatiche. Il suono dei suoi passi nervosi riempì il silenzio del lungo corridoio. Miva ed il professore erano, come al solito, nella sala di controllo. Hiroshi si fermò davanti alla porta di sicurezza con lo scanner per la retina. Era guasto da quasi tre mesi. Spinse il pulsante rosso e raggiunse i due. Miva osservò suo marito entrare. Non era più il ragazzo di un tempo. Due profonde rughe gli solcavano la fronte e l'attaccatura dei capelli era arretrata fino a mostrare le tempie. La tuta gialla a zampa d'elefante era lisa sui gomiti e sulle ginocchia ed evidenziava penosamente la rotondità sporgente della pancia. Per la prima volta Miva si accorse che mancavano alcune frange dal carré anteriore. << Brutta stronza perché mi hai fatto bloccare la carta di credito?!! >> << Perché sono soldi miei cocchino... >> << Su ragazzi... non fate così... >> balbettò il professore. << Tu taci, vecchio rincoglionito! >> Fu la risposta a due voci. Il professore chinò il capo ed uscì dalla stanza. << Sono soldi tuoi un cazzo!!! Lo sai che per fare riparare Gig dopo l'ultima esibizione ho dovuto vendere la moto. E perché ho dovuto far riparare Gig? Perché tu, brutta troia, hai sbagliato a lanciarmi i componenti. E l'amministratore dello stadio mi ha fatto un culo così, per non parlare di quelli dell'assicurazione...>> Lo schiaffo fu secco. << Brutta troia a me? Senti, pezzo di merda, se tu non fossi stato ubriaco come al solito, non avresti sbagliato il tempo per il salto. E quando ti sei trasformato in quella testona di cazzo che sei, non saresti finito contro le gradinate!>> << Ah, ma senti la santarellina, io ubriaco... e chi è che è e stata trovata con dieci grammi di coca addosso, all'Harlock Cafe l'altra notte? >> Miva sgranò gli occhi e si fece pallida. << Lo so che quel tu amico pirata da quattro soldi ha messo tutto a tacere, ma le voci, sai com'è... girano. E non solo quelle... in compagnia di chi eri?!!! Quanto hai dovuto sganciare a quel pivello per farti fottere, bagascia lardona... >> Il secondo schiaffo fu più violento. Hiroshi rispose, e la donna finì sul pavimento. La gonna era salita, e mostrava senza pietà le gambe grosse percorse dalle linee blu delle vene. Miva restò a terra e scoppiò a piangere. << Perdonami >> fu l'unica parola che Hiroshi comprese tra i singhiozzi. << Guarda che non serve recitare la parte della mogliettina pentita e in lacrime. Puoi farti scopare da chi ti pare, non me ne strafotte un cazzo. Però ho un'immagine da difendere davanti ai miei fans. Sono loro che sganciano la grana per vedere " L'invincibile Gig robot d'acciaio " disintegrare bestioni di latta con dentro quattro bielle. Se lo stadio di Tokyo ci revoca la convenzione, ci tocca tornare a girare la provincia. Cosa vuoi fare? Vuoi tornare a vivere in una roulotte?>> Miva continuava a piangere. Hiroshi sospirò, le si inginocchiò accanto e passandole una mano tra i capelli le sussurrò:<< Perdonami piccola... non volevo... lo sai che ti voglio bene...>>. Miva sollevo la testa. Lui le asciugò le lacrime dal viso e guardandola negli occhi scuri, che erano rimasti belli come un tempo, la baciò teneramente. Il boato e la forte vibrazione li fece trasalire. Il Goldrake era atterrato sul tetto dell'edificio. Miva si staccò e spinse via Hiroshi con un gesto di stizza. << Ascolta piccola, adesso è arrivato Actarus... devo andare. Non è che avresti qualche spicciolo?>>
Miva si alzò da terra e frugò nella borsetta. Ne trasse un rotolo di banconote e lo porse al marito. Prima di afferrare i soldi, lui le prese il viso tra le mani e le diede un piccolo bacio. Le labbra di entrambi restarono chiuse. Miva rimase appoggiata con la schiena contro la strumentazione, mentre le porte automatiche si richiudevano alle spalle di Hiroshi. << Ma sì... vai pure ad ubriacarti con quell'altro alcolizzato della stella Flint. >> Pensò, cercando di capire, attraverso il riflesso sul vetro, se la guancia si stesse gonfiando. Poi compose un numero sulla tastiera del videotelefono:<< Pronto?... Ciao Tetzuia, ho bisogno di vederti...>>

cinematografia essenziale:Gig robot d'acciaio, Goldrake (1° e 2° serie), Capitan Harlock, Il grande Mazinger






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