FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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MICHELE

Michele Scasso




Michele era un normalissimo ragazzo complessato di ventunanni. Sarebbe meglio dire che non era più un ragazzo, avendo ormai passato tutte le fasi di perversioni sessuali contro il cuscino, e che si avviava verso la gioventù. Ma in fondo in fondo sarebbe travisare il pensiero di Michele, e l'idea che aveva di se stesso.
Egli si vedeva come un adolescente appena entrato in una maturità non desiderata. Non aveva ancora capito che cosa fosse quella che i grandi chiamavano "la vita", perché in realtà non credeva ci fosse una vita dei grandi, ed una vita dei ragazzi. O per lo meno i grandi non si rendevano più conto che facevano la stessa vita di quando erano ragazzi. Michele sapeva soltanto che quella che la gente comune chiama vita è un insieme di doveri, e di rari piaceri, per lo più egoistici, che noi ci prendiamo a scapito degli altri, e che gli altri si prendono a nostro danno, perché far coincidere la ricerca dei medesimi piaceri è praticamente impossibile.
Michele vedeva centinaia di persone che, per il solo fatto di avere accalappiato in qualche modo un esponente dell'altro sesso, e per aver procreato un figlio, si sentivano felici. O forse non è proprio esatto che si sentissero felici: si sentivano appagati, ma non felici. Certo! La felicità non è di questa terra! Questo doveva rammentarselo, per spiegarsi le continue liti di tutti i grandi che vedeva intorno a sé. Il fratello con la fidanzata, lo zio con la moglie, il padre con la madre, il nonno e la nonna, la cugina con il consorte: sembrava a Michele che in realtà quella che chiamavano vita non fosse altro che una rincorsa alla ricerca del massimo nel minimo tempo.
Michele era abbastanza misogino, e del tutto misantropo, ma non credeva di essere uno dei migliori esempi di homo sapiens. Aveva tutti i difetti della sua età: credeva di aver capito molte cose, che ancora doveva sperimentare (vedi i rapporti sessuali, di cui aveva avuto un pavido assaggio durante i suoi frequenti esercizi masturbatori), riteneva che la gente dovesse in qualche modo dovergli del rispetto, semplicemente perché lui rispettava gli altri, era fondamentalmente pessimista e denigrava se stesso, ma era, necessariamente, (di qualcosa che non sia il mero cibo bisogna pur vivere) ottimista nei rapporti con gli altri. Intendiamoci: non che sperasse che gli altri lo riuscissero a vedere nella sua vera luce, né tantomeno si aspettava che la gente lo valutasse più di quanto non era, poiché era davvero poco esibizionista, e di una modestia esasperante, ma si aspettava del buono negli altri (errore che gli sarebbe rimasto forse per sempre).
Non bisogna però credere che Michele fosse del tutto stupido. Si conosceva a menadito, non riusciva a nascondersi niente di ciò che era, e spesso aveva lunghe conversazioni con se stesso, durante le quali si psicanalizzava fino a spezzare i capelli in sedici. Sapeva benissimo che questa sua aria ottimista nascondeva in realtà un atteggiamento di speranza già di per sé disillusa, ed ogni volta conosceva qualcuno era sicuro che le sue speranze sarebbero state deluse, e sapeva anche che, in fin dei conti, una persona nata e cresciuta in una società come quella, lo avrebbe portato di certo a vivere come tutti gli altri, per stare con una moglie a cui si sarebbe abituato, per considerare il sesso come lo sfogo di tutte le frustrazioni quotidiane, per credere che il successo possa portare l'amore, per credere che essere uguali agli altri voglia dire essere il meglio possibile. Insomma per fare un paragone astronautico, Michele era come una navicella spaziale: la sua forza interiore era tanto potente quanto fragile, e sapeva che il suo destino poteva essere quello di finire a terra come tutti gli altri, oppure quello di gravitare leggero intorno al mondo, e vedere il resto della prole planetaria ammazzarsi per guadagnare i soldi per comprarsi una minuscola macchina nuova.
Oh, Michele però era tanto triste! Si capisce, vivendo sempre solo, senza un amico a cui confidarsi, era davvero difficile credere di poter andare avanti. Michele si raccontava spesso delle belle bugie, per credere in qualcosa di gratificante, ma sapeva benissimo che tutto non era che una mera menzogna. In un certo qual senso campava di menzogna, per sopperire all'invidia che aveva per tutti gli altri: tutti quei ragazzi scanzonati, che se ne andavano con i jeans da soffocamento scrotale, per mostrare in piazza la loro virilità, con quella ragazzina sottobraccio, che si vede lontano un miglio che ha il solo scopo di dare piacere all'epididimo, e che il ragazzo ricambia con qualche romantico bacetto contro i muri sporchi della scuola, perché lei lo possa raccontare alle amiche umidicce nei pomeriggi d'inverno (che poi è tutta pubblicità gratis), con la mania per le auto e per lo sport stupido, o quell'odio inveterato per la cultura, e la smania di vedere chi riesce a dire la parola più sporca (e giù Santi e Madonne, con la schiera dei quadrupedi più maleodoranti della storia del creato).
Ah, quanto avrebbe voluto essere così. E ci aveva provato, almeno davanti allo specchio. Aveva messo su quell'aria da bullo, una sigaretta spenta (era allergico) quel paio vecchio di jeans fregati al fratello, il petto nudo (da starnutire per due ore, perché era proprio deboluccio) e aveva buttato giù parolacce, e gesti alla Michael Jackson, senza intaccare la schiera dei beati danteschi. Ma la finzione era troppo forte, non ci credeva neppure lui. E magari non ci credevano neppure quelli che lo facevano. Perché magari si facevano davvero schifo coi jeans strappati, e li mettevano solo perché era moda, o forse nel giubbotto di pelle ci crepavano dal freddo, e sotto i jeans arrotolavano un calzino, perché oramai non li eccitava più nemmeno quella frigidina sottobraccio con l'alito da cavalla. Chissà? Forse era tutto sbagliato nel mondo. Forse sarebbe stato bello se a ciascuno fosse stato dato il modo di provare un'esistenza sconosciuta. Se ci fosse stato il diritto di ripensamento sui jeans e sulla sventolina. Quella sarebbe stata democrazia, quello sarebbe stato il mondo che sarebbe piaciuto a Michele. Che forse in fondo era un po' orgoglioso di farsi questi discorsi stupidamente filosofici, un po' perché aveva bisogno di giustificazioni, e un po' perché era certo che solo le persone stupide si pongono domande intelligenti, e, visto che non aveva niente in comune con gli altri, voleva almeno sentirsi stupido, visto che tutti a questo mondo sono intelligenti.
Ma a questo mondo è un privilegio troppo caro potersi sentire stupidi. Così Michele è costretto a doversi credere intelligente. E credo che non lo sia nemmeno tanto, ma è meglio che non lo sappia, perché altrimenti diventa aristocratico e snob, e tutto quello che si è detto per anni diventa mero narcisismo, e magari si viene a scoprire che scrive di se stesso in terza persona perché fa molto letterario.
Ahi, Michele! Ti complichi solo perché ti piace sgarbugliarti, come un carnoso gioco del quindici. Ma sarà vero tutto quello che ti dici?



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