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METALOGO

Maso Notarianni




Babbo, tutti parlano della memoria, della cancellazione e della necessità della memoria. Vorrei chiederti: come è stato possibile, a cinquant'anni dalla liberazione e dopo dure e costose lotte, che i fascisti ottenessero una rilegittimazione?

Non posso darti una risposta secca: è una storia lunga. Anche se dal 1945 (fatta eccezione per il Cile e in qualche misura per il Messico) il fascismo non è stato esportato in nessun altro paese, non dimentichiamoci che il fascismo non è stato un episodio singolare accaduto in qualche luogo per ragioni particolari, ma è stato il fenomeno dominante di un'epoca storica.

Non è vero che responsabilità per la nascita del fascismo le ha avute un solo paese, o un solo popolo. Responsabilità nei confronti del fascismo le hanno avute tutti i grandi paesi protagonisti della storia di quest'epoca. Del resto, anche la storia tedesca non si piega senza il trattato di Versailles e l'avvento del nazismo non si spiega senza tener conto della complicità attiva delle grandi potenze occidentali, fino al trattato di Monaco e dopo.

Stai dicendomi che il fascismo è stato un fenomeno mondiale sulla cui natura bisognerebbe ancora interrogarsi? Che non è stato ancora pienamente riconosciuto?

Si. E anche l'avversario storico del fascismo ha qualcosa da rimproverarsi. Il movimento operaio tedesco, che era il più grande movimento operaio del mondo, il più organizzato, il più consapevole, in quache modo la madre di tutti i movimenti socialisti, è stato battuto dal nazismo, non è stato in grado di opporsi. La Germania è stata travolta dal nazismo senza sapere reagire. Il nazismo ha dominato l'Europa in sostanza senza che questa sapesse opporre una vera resistenza.

Alla fine però è stato battuto da due potenze che sono in qualche modo europee, ma periferiche rispetto all'Europa: gli Stati Uniti e soprattutto l'Unione Sovietica. E' stato abbattuto sul campo, militarmente.

Bisognerebbe chiedersi perché i due paesi europei che hanno avuto una resistenza di massa, che hanno avuto uno stato in qualche modo fondato sulla Resistenza, uno a ovest (alla frontiera dell'ovest), l'altro a est (alla frontiera dell'est), l'Italia e la Jugoslavia sono oggi i due paesi più in crisi. Probabilmente è finito un ciclo storico che dopo cinquant'anni dobbiamo ancora capire.

Quindici anni fa furono raccolte 500 mila firme perché fosse messo fuori legge il movimento sociale. Fu il Pci a voler fermare questa iniziaiva. Nell'ultimo anno i fascisti non sono più tali per l'opinione comune. E' stato permesso ai giornali, alla stampa, di rileggittimarli.

Il ricordo che hai di questa cosa è interessante. Non credo che, né oggi né ieri, il modo giusto di fare antifascismo sia quello di sciogliere il movimento sociale.

Ma fino a quindici anni fa, la gente pensava che il movimento sociale fosse il partito fascista.

Quindici anni fa, come dici tu, c'era la radicalizzazione di una piccola parte della popolazione. Per cui c'era un antifascismo estremista che tendeva a ridurre, a semplificare la vita del paese in una contrapposizione secca fascismo antifascismo. Che era in realtà qualcosa di sbagliato, di elementare, di infantile. Non a caso questo era tipico dei giovani, soprattutto nelle grandi città. Il fascismo non è mai stato solo quello del movimento sociale. Anzi, proprio l'esperienza di oggi ci dice che il pericolo, il problema, il riemergere del tema fascista, come aveva visto Primo Levi, non sta tanto nell'esistenza di un movimento sociale o di ricicli storici del fascismo, quanto delle radici che sono molto più estese e stanno altrove.

Permettimi di insistere. Una volta non sarebbe stato possibile che i giornali, persino l'Unità, parlassero di Fini come di un politico "normale". Il Msi, era in pratica fuori dall'arco lato costituzionale.

Perché allora questa cancellazione delle radici storiche?

Perché lo stato, la convivenza civile vengono svuotati di significato. Non ci sono più, anche nella pluralità dei contenuti, elementi di appartenenza storica comune. L'unico elemento che sembra accomunare tutti o che può accomunare tutti, anche con elementi di violenza, è l'ideologia dell'impresa. Quell'ideologia che in teoria si presenta come puramente tecnica, di efficienza e non di valori. Mentre la storia viene tendenzialmente annullata. Lo Stato non è più il prodotto della storia, ma un elemento tecnico ridotto al minimo che deve garantire l'efficienza del mercato. Per questo tutto ciò che è sedimento storico, esperienza storica, viene distrutto e combattuto come qualcosa che ostacola questa razionalità e questa efficienza. Il nuovo che cos'è se non questo?

E' vero, ma la storia viene cancellata da una parte sola. I comunisti sono tornati ad essere mangiatori di bambini. In realtà non di cancellazzione della storia si tratta, ma di una truffa bella e buona.

Certo, è vero. E' chiaro che questa operazione ideologica è piena di contenuto storico reale. Compresa l'impresa, che noi sappiamo essere un elemento storico ma che si presenta con la caratteristica di negare di avere storia e di essere cioè neutra. Questo è il veleno attraverso cui può passare un elemento fascistoide. La neutralità, la neutralizzazione, l'antipolitica.

Se leggi le lettere dei condannati a morte della Resistenza, il messaggio più insistito dei giovani che peraltro non avevano alle spalle una grande riflessione era: la religione civile degli italiani nella misura in cui c'è stata in questi anni, è stata proprio la politica. Oggi l'elemento dominante di questa nuova ondata sembra proprio la negazione della politica e della storia.

Questo lo posso capire. Il fatto che parte dei democristiani fossero rimasti fascisti e che adesso abbiano calato la maschera è facilmente intuibile, e che ci sia una parte di Italia di destra è altrettanto facilmente intuibile. Però, anche la sinistra è complice di questo, neanche a sinistra ci si è accorti, come invece si sono accorti all'estero, che Berlusconi ha tanto di fascista. A sinistra viene presentato al massimo come uno colluso con la P2. Nessuno dice che porta in sé tanti elementi di fascismo.

Io distinguerei, perché se vogliamo combattere non soltanto Berlusconi, ma tutti i fenomeni nuovi che ci sono, dobbiamo dirci due cose: primo che dentro questi fenomeno ci sono anche le radici del fascismo. E secondo che il fenomeno è esattamente nuovo, cioè che non si presenta con le stesse forme, con le stesse componenti, che nel passato. Altrimenti non riusciremo a combatterlo con l'efficacia.

Oggi, non meno che negli anni Venti, l'idea diffusa è che il pericolo fascista o che il pericolo autoritario, i rigurgiti di barbarie vengano soprattutto dalle zone e dagli elementi di arretratezza e di arcaismo. Per anni in tutta Europa, dopo il '22 si disse sempre che c'era questo pericolo, e che il fascismo era nato in Italia perché l'Italia era un paese arretrato, era il più arretrato dei paesi capitalisti; era un prodotto di arcaismo provinciale. Poi è arrivato il fenomeno tedesco cioè della società industrialmente e anche culturalmente più avanzata d'Europa. Il fascismo in Italia non è nato a Reggio Calabria, è nato a Milano. E anche quest'ondata che ci sta coinvolgendo, nasce nelle zone più avanzate del paese non in quelle più arretrate.

Non voglio dire che il fascismo non abbia dentro di sé elementi arretrati e arcaici, voglio dire che la modernità ha sempre dentro di sé elementi arcaici e pure l'ideologia dell'arretratezza come barbarie, in realtà è la premessa del lasciare libero il passaggio alla barbarie come modernità.

Ma la storia dovrebbe insegnare, e a me sembra che non si sia imparato niente. Ho come l'impressione che, in Italia, non si sia mai parlato di quello che era in realtà il fascismo, per lo meno da quando ci sono io. Ho sempre sentito parlare di fascisti solo in relazione all'olio di ricino e ai bastoni, e mai invece in relazione agli aspetti economici e culturali del movimento di Mussolini, che sono le cose a mio giudizio più importanti, e soprattutto sono le cose che stiamo rischiando di ritrovarci. Di certo non sono il manganello, l'olio di ricino, la violenza e l'oppressione così come l'ha conosciuta il nostro paese che temo. Sono il corporativismo, l'uso della propaganda, il totalitarismo nella comunicazione, il paternalismo statalista.. Questi mi sembrano gli aspetti che più avvicinano Berlusconi al fascismo di Mussolini, oltre, nauralmente, al fatto che questa destra, Che si vuol far passare come moderna, liberale, "europea", rappresenta solo gli interessi dei più forti, dei privilegiati.

Così come si è sempre detto troppo poco della Resistenza come movimento non soltanto militare, ma come movimento che ha contribuito a costruire l'Italia dopo. La Resistenza non è stata determinante in assoluto dal punto di vista militare. Ma senza la Resistenza, e senza l'egemonia comunista nella Resistenza, non avremmo avuto questa costituzione, questo stato, che nonostante tutto, a differenza della Grecia, è restato ancorato alla democrazia.

L'olio di ricino e il manganello non sono stati determinanti per il fascismo. Sono stati un elemento ma non il prncipale, e non certo grazie a quegli strumenti sono andati al potere.

Lo stai dicendo anche tu. Non è casuale che la critica del fascismo non sia stata condotta fino in fondo. Perché appunto il fascismo non è stato criticato dall'interno, da quegli stessi popoli che l'avevano costruito. E ha prevalso un'ideologia che non ne ha visto la natura specifica di prodotto della modernità, ma lo ha considerato come residuo, della storia antica.

Guarda, per entrare nel merito, la parabola dei movimenti giovanili. Si dice spesso che i giovani non si interessino di fascismo o di antifascismo. Io ho l'impressione che la storia di questi cinquant'anni sia la storia di continui tentativi dei giovani, senza averne piena coscienza, di riproporsi il problema. E di ricadute nei vecchi schemi.

Prendi il più grande dei movimenti giovanili di questi decenni: il '68, in particolare in Italia. C'è una prima fase del movimento del '68 che viene spesso accusata proprio in quell'epoca in Italia, in Germania e negli altri paesi, di una strana e torbida parentela col fascismo. Perché da un lato non c'è dubbio che questi movimenti non hanno una base teorica solida e quindi spesso danno l'impressione di irrazionalità, ma dall'altro lato perché sono movimenti di critica della modernità non a caso venuti dopo un grande boom capitalistico.

Temi come la critica della scienza e della tecnica, della razionalità astratta, del rapporto utilitaristico e mercantile tra gli uomini, del rapporto con la natura, e della scoperta dell'ecologia così come della rivendicazione della comunità, cioè tutti i temi della critica della modernità avanzata sono caratteristici dei movimenti della fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70.

Ma il '68 è finito molto presto, e non sono quelli i temi rimasti in eredità ai più giovani. Perché una parte della cultura e della politica tradizionale hanno avuto paura. In qualche modo hanno accomunato questi temi con, per esempio, la droga. In generale hanno avuto paura della "fantasia al potere", e hanno visto tutto apparentato con quella componente di irrazionalità da cui nacquero il fascismo e il nazismo. Allora, il movimento del '68 è regredito, ha rinunciato a questi elementi iniziali. Una parte ha "mollato", e una parte si è chiusa in una specie di antifascismo settario, portato talvolta agli estremi, vedi le B.R.

Infatti il tema su cui si arrovella il cinquantennio è sempre quello: una critica del fascismo e di tutti gli elementi di barbarie che in qualche modo si possono apparentare con il fascismo dalla bomba atomica di Hiroshima e Nagasaki fino al Vietnam. Intesi come critica della modernità, quindi come elementi centrali del nostro tempo e non elementi marginali. Ma finora una critica efficace della modernità non è stata trovata. E' un errore vedere Berlusconi o la Lega come frutto dell'arretratezza culturale. Questi fenomeni partono da un dato reale quello accentuato più oggi di quanto non fosse ai tempi del fascismo: cioè la progressiva omologazione tra cultura alta e cultura bassa.

Ma sono fenomeni anche di allora: il maestro elementare Mussolini leader di massa, l'imbianchino Hitler (la cui cultura è fatta su opuscoli di propaganda antisemita da quattro soldi) che pure diventa protagonista di un movimento storico mondiale.

Proprio così, e anche allora erano elementi di modernità, di modernità perversa, catastrofica. Ma sono statti scambiati per rigurgiti di arretratezza. E oggi c'è il rischio di ripetere lo stesso errore.

Questo posso capire perché si ripeta. Mi sembra strano che avvenga proprio in Italia dove se è vero che militarmente la Resistenza non è stata determinante, lo è stata invece culturalmente. E il contributo della sinistra dov'è?

C'è, perché la partita in Italia è ancora aperta. La Resistenza non è andata al potere, inoltre il processo della Resistenza che era un processo unitario, un processo nazionale, tendente a coinvolgere tutte le forze storiche del paese, si è bloccato. Al potere sono andate delle forze antifasciste che però, mantenevano il consenso sulla società a patto di colludere con gli apparati di stato, economici, con l'establishment intellettuale che ha partecipato al fascismo. Dall'altra parte c'era un movimento operaio che tendeva a perdere la sua capacità egemonica e il suo rapporto col fenomeno storico che era stato il fascismo per tornare a separare in qualche modo schizofrenicamente il suo rapporto con la democrazia, e la sua identità socialista e comunista. Questi due elementi, la politica immediata, democratica, e la prospettiva ideale socialista e comunista nel movimento operaio italiano tendono a separarsi. E qui c'è certo una grande responsabilità della cultura. Non è casuale che non ci sia un grande libro italiano sull'esperienza storica fascista, che ancora oggi i riferimenti a cui ci possiamo ispirare sono due testi contemporanei al fascismo, non prodotti della Resistenza: da un lato la Storia d'Italia di Benedetto Croce dall'altro i Quaderni del carcere di Gramsci. La cultura italiana non ha elaborato una grande riflessione sul fascismo, l'antifascismo e la Resistenza. Il famoso libro di De Felice è una produzione accademica ed è uno degli elementi dell'involuzione neutralizzante della cultura di questi anni. Non a caso nato all'interno della sinistra.

L'elemento cattolico viene a galla anche nella sinistra: la paura di affrontare i tabù. Anche il fascismo nasce da una parte della sinistra.

Si hai ragione, non so se sia un tabù cattolico, certo è un tabù che ha dominato questi cinquant'anni. Mi ricordo, per dire una cosa molto lontana, la polemica di Togliatti con Vittorini subito dopo la guerra. Vittorini, sia pure confusamente chiedeva appunto una cultura dell'antifascismo e della Resistenza. Chiedeva una riflessione fuori dalle barriere disciplinari e fuori dall'immediatezza politica. Togliatti, certo aveva delle preoccupazioni di rapporti con i sovietici, di mantenimento dell'ortodossia, ma l'elemento che si vede bene nella sua polemica è questo riferimento, questa analogia con la Voce di Prezzolini, col movimento culturale che a destra come a sinistra all'inizio del secolo, con l'ondata idealistica e irrazionale, precede il fascismo.

Ce lo siamo detti, il '68 suscita in molti una reazione di spavento, esattamente in questo senso. Giorgio Amendola polemizzerà proprio nella sua autobiografia ricordando che c'è qualcosa di simile tra la sua giovinezza, una giovinezza vissuta prima della scelta antifascista in mezzo ad amicizie irrazionali, futuriste, fasciste, e l'esperienza dei giovani del '68. Questo elemento di preoccupazione, che qualsiasi tipo di critica alla modernità, possa portare acqua all'esplosione di nuovi fenomeni irrazionali, c'è certamente nella cultura internazionale. E' proprio il movimento giovanile degli anni Settanta che in tutto il mondo rompe con questo tabù. E indubbiamente apre il campo a porre questo problema, a sinistra ma anche a destra; sia verso una critica di sinistra della modernità sia anche però verso rigurgiti di tipo fascistoide.

Sembra che tu stia parlando di un gatto che si morde la coda.

Ho passato tutta la vita ad arrovellarmi su questi temi, ma non credo che con semplici ripulse moralistiche si possa affrontare il problema. Il problema della critica del mondo moderno, che poi è il capitalismo. Una cosa più complicata di quello che sapevamo, anche sulla base della letteratura di Marx. Così complicata che la soluzione che emergeva dall'Ottobre si è rivelata insufficiente a reggere il confronto. E' un grande problema storico. Non è incomprensibile che ci si possa mettere più di cinquant'anni e che questa esperienza passi attraverso ricadute, torni indietro verso esperienze apparentemente identiche anche se diverse tra loro.

Le due prime risposte a questa ondata di destra ci sono suggerite dal mercato, e sembrano semplici. Una suggerisce che questa destra non sia affatto fascista, che sia una destra normale come esiste negli altri paesi avanzati. E che quindi si tratta di attrezzarsi ad un normale confronto bipartitico. Dove il partito democratico di sinistra assorbe il residuo arcaico del comunismo e il partito conservatore di destra assorbe il residuo arcaico di destra fascistoide.

E' la ricetta che continuamente sentiamo dalla televisione e non a caso è anche la ricetta di Berlusconi, il quale suggerisce che certo il suo rapporto con Fini è legato a circostanze storiche ma che Fini sta diventando un liberale alla Chirac più che alla Le Pen e che si tratta di attrezzarsi ad un confronto che porterà questi partiti verso il centro. E' lo schema che sta dentro alle cose che dice Berlusconi ma anche dentro le cose che dicono Adornato ed altri.

Anche noi dovremmo aaspettare cinquant'anni per uscire dal tunnel? E lo schema del Pds, quello di ricreare il centro, quando si riuscirà a rompere?

Questi schemi sono sbagliati. Però c'è un'altro schema pericoloso: quello di considerare questo processo come una pura e semplice e secca ripetizione del passato. Da una parte l'Italia civile e moderna, sviluppata, colta, razionale dall'altra parte l'Italia arretrata barbara irrazionale. Il vecchio vizio di dire che sono gli altri che non capiscono. La sinistra, i progressisti, l'antifascismo devono rinnovarsi seriamente. Il problema non è la gestione dello stato esistente (che produce esattamente i mostri), ma della critica dello stato di cose esistenti. La sinistra deve riuscire a collegare la tradizione del movimento operaio alla nuova tradizione nata dalla critica della modernità degli anni '70. Deve tornare ad essere egemonica, usare le contraddizioni dell'avversario. Se invece regredisce al settarismo e alla pretesa di sufficienza, come in parte ha già fatto, la sconfitta è quasi inevitabile. E di più, c'è il rischio di favorire l'elemento irrazionale. Questa crisi della società italiana che porta di nuovo la destra al governo è la punta dedll'iceberg di una crisi grave, drammatica, che si accentuerà nei prossimi anni. Economica, sociale, culturale. La sinistra dovrà essere all'altezza di questi problemi diventando insieme più aperta, più democratica, più capace di comunicare (in particolare nei confronti dei giovani), e più radicale. Le due cose lungi dall'essere in contraddizione, sono condizione l'una dell'altra.




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