FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
www: http://www.fabula.it/
email: staff@fabula.it







MERCOLEDI'

Chiara Beaupain




Apro gli occhi.
E' Mercoledì.

"Piove. Sono a Cesena"

Immagino Bandini in aula che spiega, col suo sorriso sornione: -In una città in culo al mondo, in un giorno dei più insulsi, con un tempo schifoso...- Il poeta sa rendere l'idea! Solo che Bandini non si esprimerebbe mai cosi... ora è il mio turno per un breve sorriso mentale.
Mi alzo dal letto con un senso di nausea profonda: sono le undici del mattino, quello che ultimamente definisco "un orario civile" per cominciare la giornata, anche se a volte mi spaventa questa ignavia che m'ha preso.
Il sole fa capolino discretamente dai balconi socchiusi: sarebbe già qualcosa, se non fosse che preferirei piovesse. E preferirei essere a Cesena. Esco dalla mia stanza e trovo il bagno libero:
-E' già qualcosa- Mormoro convinto.
Dal piano terreno vengono i rumori di qualcuno che sposta sedie. Mi sporgo dalla balaustra del corridoio sopra le scale:- Aldo!- Chiamo, con la voce cavernosa che riesco a sfoderare la mattina.
-Eeehhhh?!- Mi sento biascicare in risposta.
-Cosa stai facendo?-
-Lavo-
-Perché?- Chiedo io.
-Oggi viene Carlo a pranzo.-
Carlo a pranzo? Come Carlo a pranzo! Oh cazzo, è vero! Mi trascino in bagno.
-Giovanni!- Chiama Aldo.
Mi sporgo dalla porta del bagno tenendomi i calzoni del pigiama: -Eehh!- -Cucini tu- Urla.
Alzo gli occhi al soffitto e mi coglie un leggero capogiro: esprimo il pio desiderio di riuscire a mandarlo a fan'culo. Invece dico: -Si-.
-Allora?-
-Siii- Urlo. E mi chiudo in bagno.

Mancano venti minuti alle una e sto guardando i disegnini sul mio portapenne. Ho i gomiti appoggiati distrattamente sui sonetti del Petrarca. Li devo commentare oggi. Ai quei quattro gatti che vengono ad ascoltare i miei seminari. Petrarca... Si, dovrei rileggere un paio di cose, controllare la bibliografia... Non ricordo neppure di cosa ho parlato la volta scorsa...
Aldo si fa sulla soglia della mia stanza:- Quando vai a fare la spesa?-
-Adesso vado- Rispondo senza voltarmi, senza muovere un muscolo.
-Guarda che i negozi chiudono-
-Oggi fanno orario continuato- Rispondo meccanicamente.
-Guarda che oggi è Mercoledì-
-Si ma fanno orario continuato lo stesso- Insisto.
-Guarda che ti sbagli-
-Guarda che ti sbagli tu!- Urlo incazzato. E finalmente mi volto a guardarlo. Ha la traversina allacciata tutta storta sopra i jeans e uno straccio in mano. Si vede che ha una voglia matta di prendermi a cazzotti. Ma si trattiene. Credo di avere un aspetto troppo sconvolto per destare qualcosa di diverso dalla pietà.

Alla fine sono uscito, con Aldo alle calcagna che mi urlava di far presto. Ho trovato tutti i negozi chiusi e sono tornato con la coda fra le gambe: ho chiesto perdono e sono tornato in camera. Carlo è arrivato affamato: credo abbiano mangiato una pasta al tonno e del formaggio. Carlo ha chiesto:
- Ma cos'ha Giovanni oggi?.-
-E' Mercoledì- Ha risposto Aldo.
-Ah, già- Ha mormorato comprensivo Carlo. Io stavo di sopra, a metà delle scale, e non ho visto come si son guardati. Non che me ne freghi qualcosa...
...solo et pensoso i più deserti campi...
Solo e pensoso... è meglio che vada al seminario prima che decidano di buttarmi definitivamente fuori dalla facoltà.
Suono del telefono. Aldo mi chiama. E' Alvaro. Scendo le scale già con la valigetta degli appunti e l'impermeabile.
Prendo la cornetta del telefono.
Aldo accalappia con un'occhiata il soprabito spiegazzato, la barba di due giorni, la zazzera incolta e spettinata, e scuote la testa stringendo le labbra.
-Ciao Alvaro- Dico.
Alvaro mi chiede se ho voglia guardare la partita assieme a lui stasera: Parma-Juventus.
-Va bene- Dico.
Mi chiede se deve preparare molte birre.
-Moltissime- Dico.
Alvaro mi saluta un con tono da cui intendo che ha già capito l'antifona.
Grazie Alvaro.
Esco di casa e come al solito il cuore comincia a strizzarmisi. Quando arrivo nei pressi della Facoltà lo stomaco, bastardo, si è già raggrumato in una palla di piombo.

Dopo il seminario incontro Alvaro.
-Com'è andata?- Mi chiede mettendomi una mano sulla spalla. Compagno.
Siamo nel cortile interno, accanto alle biciclette. Ho la mia valigetta in una mano e le chiavi del lucchetto nell'altra. Armeggio con la serratura.
-Sono molto tranquillo- Scandisco. La chiave entra nella serratura ma non si decide a girare. Cerco di afferrare il lucchetto con l'altra mano, mi sporco con il grasso della catena e mi cade la valigetta. Pretendo inutilmente di recuperarla mentre strattono con rabbia la chiave per ferla uscire.
-Come puoi vedere...-
-Sei molto tranquillo, si- Conferma Alvaro.
Si guarda attorno.
-L'hai vista?-

Se l'ho vista? L'ho vista? Si, si, certo. E come no. Era lì. Come sempre. Appiccicata contro il muro a parlare con una amica. In giro per i corridoi dietro a qualche professore. E chi riesce a non vederla, se quando arrivo il suo motorino è sempre lì in bella vista, di fianco alla panchina del cortile, un blù notte stregato da una catena con plastica rossa che abbiamo scelto assieme una mattina di Novembre che pioveva e lei non aveva i soldi e io glieli ho prestati e poi col cavolo che li volevo indietro, e poi a parlare per un'ora buona tutta la strada fino alla Facoltà, e io vado a cercarla per le aule, i corridoi, fino dentro al cesso delle ragazze andrei per trovarla. Guardarla. Un attimo solo, il tempo di un ciao. E passare oltre con la faccia da cadavere.


-No- Affermo, rinunciando alla bicicletta.-Non l'ho vista. Andiamo a bere qualcosa?-
-Si, grazie, plachiamo quest'arsura che ci uccide.- Sono le sue frasi preferite...
-Ho incontrato Sandra- Mi dice mentre ci avviamo:-Ci ha invitati a cena-
-A cena? Sicuro?-
-Certo-
-Bene- E sono felice di lasciare questo maledetto cortile.

A casa di Sandra arriviamo in ritardo, come al solito. Il mio "orario civile" per la cena è sfasato ormai come quello della sveglia al mattino. Prima siamo passati da Erika a portarle una cassetta per registrare la partita: per vederla poi con comodo dopo cena.
-Alvaro.-
-Si?-
-Le hai messe in fresco le birre prima di uscire oggi?-
-Certo che le ho messe in fresco- Mi assicura:-Per chi mi hai preso?- E sorride complice.
Sandra ci apre:- Alla buon ora! Noi abbiamo già mangiato.-
-Come già mangiato- Dico: -Non ci avevate invitato per cena?-
-Appunto. Per cena.- fa lei sorridendo:- Alle sette e mezzo abbiamo buttato la pasta.-
Raffaella sopraggiunge:- Dai, entrate, che ve ne abbiamo lasciata. E poi anche noi dobbiamo ancora finire.-
Entriamo nel piccolissimo appartamento: odore di pasta e sugo di pomodoro, un sacco d luce, la finestra aperta e il caldo dei vapori di cucina. Mi tolgo il soprabito e mi siedo stancamente su una sedia, in mezzo alla stanza talmente colorata da stordire.
Il cicaleccio è come un vortice: tre donne e Alvaro che risponde a monosillabi, non gli lasciano il tempo di partire con i suoi sermoni. Raffy mi scruta attentamente di sotto in su e mi dice:- Sei uno straccio.-

Bello, Raffy. Proprio quello di cui avevo bisogno. E' Mercoledì, non lo sai? cade il cielo sulla testa del sottoscritto di Mercoledì. E' la giornata della pressa. Mi schiaccia. La testa, il cuore. Quella stronza che una sera come le altre mi dice che tra noi non si può andare avanti, sotto la luna e le stelle e un cielo alto che ad un tratto pareva infinito, che non sono quello che cerca, io, io uomo schiacciato senza possibilità di scampo, senza redenzione nella strada buia cuore-corpo e i capelli argentei di notte al chiaro degli astri che guardano me che non vedo la mano calda diventa fredda, e gli occhi.

-Sono uno straccio?- Ripeto macchinalmente.
Raffy annuisce.
-E' Mercoledì.-
-Uff- Sbuffa.
-Come uff.- Chiedo.
-Stai sempre lìa commiserarti- Mi dice guardandomi proprio con uno sguardo di commiserazione.
-Ebbene?- Mi viene un conato di rabbia, pungente, improvvisa ed effimera. -Ti pare il caso di venire qui tutti i Mercoledì con quella faccia?-.
Valentina commenta:- Pare che ti abbiano passato in uno strizza-fegato-.
-Si, si- Rincara concitata Sandra: - Come in quel racconto di Bukowsky-. -Di chi?- Chiedo io.
-Bukowsky, quello di "Compagno di sbronze", dei raccontini porno-.
-Ah- Mi sentivo a disagio, oggetto di quella specie di tiro al bersaglio.
-In uno dei racconti due tipi passano gli uomini in una specie di lavatrice dove gli strizzano il fegato-.
-Ah, io sarei un uomo senza fegato- Sentenzio come per voler confutare questa tesi...:-Mi offendete-.
-Se ti offendi vuol dire che è vero- Insinua maliziosamente Sandra.
-Io non vengo più in questa casa- Sdrammatizzo volgendo gli occhi al soffitto. Eppure mi sento il cuore colare nel petto con fitte atroci.

Guardo Alvaro che commenta le fragole e banana con yogurt, dessert speciale della casa. Ci vuole fegato per affrontare i suoi capelli biondo cenere, il viso sbarazzino, gli occhi azzurrissimi. No, non di Alvaro.
-Dovevate portare il gelato.- E' Raffy che parla.
Ci vuole fegato per alzarsi il Mercoledì mattina. Sandra mi passa il bicchiere con la macedonia.
-Grazie.-
-La prossima volta se non lo portate non vi facciamo entrare.-
-Io l'avevo suggerito- Mente Alvaro, rivolto a me.
Tutti mi guardano per un momento. Io guardo loro.
-Oggi non c'era- Dico.
-Come non c'era- Chiede Raffy.- Dove siete andati a prenderlo?-
-Eh?- Faccio.
-Il gelato- precisa Sandra. -Non dicevo il gelato-.
Silenzio. Hanno proprio fatto tutti silenzio. Finché Raffy ha detto:
-E allora?-
-Allora niente: l'ho cercata ma non c'era questa volta.-
-L'hai cercata?-
-La cerco sempre.- Confessai.

Erika mi restituì la cassetta della partita Parma-Juve con un documentario interessantissimo sulle foche. Di campi verdi e giocatori sudati nemmeno l'ombra. Alvaro ed io ci consolammo con le birre naturalmente, anche se non fu esattamente come ci aspettavamo. A me venne una balla allegra, una volta tanto, a lui invece venne sonno e riuscì ad addormentarsi mentre gli sparlavo delle mie velleità sul futuro. Sono andato via verso le due del mattino. Non è più Mercoledì ora. Sono in quel bellissimo lasso di tempo che amo definire "indefinibile". Qualcuno mi fornì un'ottima citazione che non ricordo alla lettera ma che più o meno suona così: per coloro che non dormono la notte diventa così lunga che è come vivere una vita supplementare e sembra quasi un privilegio. In queste ore fuori dal tempo penso lucidamente alla mia vita, visto che non mi pare di viverla. Cincischio con carta e stilografica, con un diario che brucerei volentieri, con poesie che non mi costa niente scrivere ma che non riesco assolutamente a rileggere. Oggi, ma per essere più precisi ieri, Silvia è passata alle mie spalle senza fermarsi. L'ho vista riflessa sulla vetrata dell'atrio della facoltà. Non mi sono girato.
Non l'ho salutata.
Ho ancora sul palmo i segni della chiave della bicicletta.




ATTENZIONE!
Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore.
L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti della banca dati e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne al circolo.
L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.