FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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MARTUCCIA

I Louis Depraved




Un antico vaso di spezie


Martuccia aveva finito di riordinare gli scaffali della drogheria e presto avrebbe sollevato la saracinesca per fare entrare una folata di libeccio, proveniente dal porto, che avrebbe spazzato via quegli odori acri delle spezie e fugato anche i timori di un assalto improvviso del suo principale. Beh, si! In qualche modo quelle effusioni un poco violente non le dispiacevano poi tanto. Era un bell'uomo, anche se non tanto giovane, ma ben piantato, coi capelli ancora corvini, due floridi baffi alla Stalin, un poco stempiato e pieno di premure per lei che in fondo, nonostante i suoi ventidue anni, sembrava ancora solo un'adolescente.
Il Cavaliere somigliava molto al suo povero babbo, morto quando ancora era una bambina. Di lui ricordava solo i litigi col signor Luigi - il vicino che insidiava la tranquillità della sua famiglia - e quei suoi baffi neri che le solleticavano il viso quando la baciava. Non ricordava nemmeno la sua morte, avvenuta in ospedale per una brutta malattia. Aveva chiaro in mente, invece, ciò che capitò alla famiglia, quando cadde in quel baratro profondo di miseria.
Dopo la disgrazia ci fu lo sbando, e tutti loro rimasero privi del benché minimo sostentamento. Intorno rimase solo il vuoto. I pochi amici e i numerosi parenti, per giustificare il loro disimpegno, si costruirono intorno un muro invalicabile di pettegolezzi e di maldicenze che li allontanarono anche dalle persone meglio disposte.
Purtroppo la perdita di suo padre rimase sempre il fatto principale; anche se, in verità, dopo quella sciagura, furono in molti a sostituirlo, a cominciare dal suo vicino di casa. La vita, in quell'appartamento umido, seminterrato, situato in una viuzza stretta, delimitata da alti palazzotti decadenti, si svolgeva con ritmi assai insoliti ed una quasi totale anarchia. Sua madre, ancora molto giovane e molto bella, trovò un modesto lavoro che la tenne occupata per gran parte della giornata. Il misero tugurio, già insufficiente per la numerosa famiglia, fu ancora ristretto per rendere disponibile una camera da affittare; e così i pensionati ronzarono per la casa, invadendo una già precaria intimità. Più di uno non era possibile ospitarne; ma cambiavano sempre, ed erano sempre uomini; alcuni piuttosto malandati, altri al contrario ben vestiti e dall'aspetto signorile. Duravano poco: solo qualche mese. Non seppe mai da dove venissero e come conoscessero la sua casa; l'unica spiegazione, fu che servivano per sbarcare il lunario. A lei, la più piccola delle sorelle, quegli uomini avevano dedicato solo di sfuggita qualche attenzione ed avevano preferito rivolgere le loro effusioni altrove. Non che lei fosse brutta, ma era ancora troppo piccola, una spilungona senza nessuna curva e con una voglia matta di giocare per la strada, dove trascorreva prevalentemente il suo tempo. Si stupiva e le veniva da ridere quando ne scopriva qualcuno in atteggiamenti intimi e si meravigliava di quanto le accadeva intorno perchè a lei, per quel poco che le avevano fatto, quelle stesse cose davano un gran fastidio. Appena fu un poco più in carne, e crebbe in lei la malizia, ne parlò con le sorelle maggiori, sperando di riceverne lumi e conforto. Raccontò del vecchio Giulio, che aveva preso l'abitudine di toccarla e di farsi toccare, e - quando un giorno il pensionante si era spinto oltre - di come lei fosse rimasta rigida e insensibile proprio come se, attraverso quelle dita rugose di quel bifolco, fosse passata la corrente elettrica. Ma le sorelle, dopo essersi guardate furbescamente, scoppiarono in una fragorosa risata. Alla fine rise anche lei. Tutto era risolto. Evidentemente la cosa non doveva essere drammatizzata più di tanto; forse si trattava di una cosa normale perdere la verginità in quel modo, e non valeva la pena di parlarne. Tuttavia ricordò che al momento due grandi lacrime le scesero sul volto, e, dopo aver allontanato con uno strattone il vecchio, si rinchiuse nel gabinetto, si lavò accuratamente e scappò per strada correndo all'impazzata. Aveva allora sette anni, e non chiese aiuto a nessuno.
Il Cavaliere - preceduto dal rumore dei gradini di legno delle scale, che dalla drogheria portavano al suo appartamento - si affacciò alla porta, ben mascherata a fianco del banco di vendita. Non parve meravigliato nel vedere ancora la serranda abbassata, nonostante fossero trascorsi cinque minuti dall'orario di apertura. Quindi di soppiatto si avvicinò a Martuccia e la prese tra le braccia. Da qualche tempo quella ragazza, così fresca e duttile lo aveva aiutato a risollevarsi da una grave crisi di nervi, sopraggiunta in occasione della sua separazione - avvenuta alcuni mesi prima - per volontà di sua moglie. Era diventata la sua amante, il suo giocattolo personale che usava a suo piacimento e discrezione. Non c'erano mai state parole d'amore vere tra di loro, né tanto meno promesse lusinghiere. Per lei ci fu solo la tranquillità di una carriera di commessa, svolta con serietà ed entusiasmo, senza mai far pesare nel lavoro i frequenti rapporti confidenziali.
Senza perdere tempo le sbottonò la camicetta di raso e le accarezzò i seni con studiata meticolosità, poi la baciò ripetutamente sulla bocca e per un attimo rimase in attesa di essere ricambiato. Fu quell'attimo che diede modo a Marta di riassettarsi ed andare svelta ad aprire la saracinesca. <<Siamo già in ritardo, disse, e mi pare che qualcuno già aspetti fuori per entrare.>>
Non era la prima volta che ciò capitava, ed il Cavaliere oramai aveva fatto l'abitudine a questo suo comportamento distaccato. Quelle sue pause, nella foga dei sensi, erano veri e propri test, voluti da lui per scoprire quanto la ragazza fosse in grado di gradire le sue effusioni. Purtroppo non gli era mai riuscito una sola volta di coinvolgerla, durante i loro frequenti rapporti. Mai che lei si fosse lasciata trascinare dalla sua eccitazione, talvolta ossessiva. Era stata sempre buona, permissiva, accondiscendente a tutte le sue voglie, anche le più strane, ma mai vi aveva partecipato attivamente con un solo movimento di un qualsiasi muscolo. Sembrava quasi che non distinguesse i due ruoli di amante e di commessa. Forse si trattava solo della continuazione di un dovere che doveva essere espletato senza battere ciglio. Così, come il cliente, anche il padrone aveva sempre ragione. Quel poco che sentiva, rimaneva segretamente accucciato dentro di lei e, ripensandoci, dopo, si diceva che in definitiva la parte sgradevole superava quella piacevole. Tutto si svolgeva in sintonia con qualcosa che sempre rimuginava, per averlo sentito dire, dalle sue sorelle, mille volte: l'uomo é un animale da addomesticare con l'indifferenza. Ma in lei, in realtà, non esisteva nessuna intenzione di strumentalizzare questa affermazione; come non esisteva, d'altro canto, un temperamento frigido che rifiutasse totalmente l'amplesso. Era la sua stessa acquiescenza e disponibilità che la portava sullo stesso piano della femmina in calore, in attesa impaziente del maschio. Per questo motivo il rapporto con gli uomini si permeava di dolcezza e di premure, e tutti quanti avevano la certezza di trovarsi di fronte ad una sua voglia urgente di partecipazione che doveva quanto prima essere soddisfatta. Salvo poi ricredersi quando giunti al dunque si ritrovavano fra le braccia un essere apatico, privo del benché minimo slancio emotivo.
La grande vetrata che dava sul portico si aprì ed un cliente si avvicino al banco. Oramai si ricominciava come tutte le mattine. Alle spezie, liquirizia, caffè, smacchianti e vernici il Cavaliere aveva voluto aggiungere anche molti articoli in gomma, tra cui profilattici di tutte le specie. Ciò perchè il suo negozio, prospiciente al porto, era spesso meta di marinai in cerca di avventure occasionali che gli richiedevano spesso quell'articolo.
Il cliente si diresse da lei e le chiese di poterne esaminare alcuni. Non era la prima volta che questo accadeva e di solito dopo aver letto le intestazioni pubblicitarie delle confezioni facevano la loro scelta. Questa volta però il cliente non pareva accontentarsi di leggere le scritte che specificavano la conformazione, il tatto, il profumo ed il gusto dei vari pezzi. Aveva messo sul banco una banconota da cento dollari e pretendeva di aprire le confezioni per verificarne il contenuto, dichiarandosi disposto a pagare anche quelli che non avesse ritenuti di suo gusto. Si esprimeva male, ma come tutti i marinai imbarcati in mercantili da carico, era in grado di farsi capire. Sulle prime, Martuccia, credette ad una presa in giro e pensò di chiamare il principale che stava in ufficio nel retrobottega, poi, cedendo alle insistenze del cliente ed alla sua dimostrazione di immediata solvibilità, acconsentì, e con il suo solito dolce sorriso porse la grossa scatola che li conteneva.
L'uomo, forse un arabo, sulla trentina, vestito con una giacca blu da marinaio, ostentava una mano carica di anelli ed una pesante catena d'oro, avvolta in due spire nel polso, lasciando scoperta l'ultima parte di un complesso e variopinto tatuaggio che si perdeva all'interno del braccio. Prese alcuni pezzi e cercò nelle scritte qualcosa che non trovò, forse per l'incomprensione della lingua o forse perchè non trovava ciò che cercava; provò a rifugiarsi negli occhi sereni della ragazza con una mimica implorante, ma lei non si lasciò coinvolgere ed abbassò lo sguardo. Allora lui ne aprì freneticamente una decina - scegliendo fra confezioni di colori diversi - li srotolò e li sistemò sul banco, uno accanto all'altro, dopo averli stirati abbondantemente per provarne la resistenza. Stette a guardarli per un poco, poi richiamò l'attenzione della ragazza e le sollecitò qualcosa che la ragazza non comprese. Visto sul banco un metro rigido, lo prese e le indicò col dito la misura di ventisei centimetri. Martuccia era abituata ai più strani tipi di clienti ed il suo carattere docile la portava ad essere sempre gentile con loro. Tuttavia questa volta la sua pazienza stava per cedere e per una seconda volta accennò di voler chiedere aiuto al principale. Ma lui la trattenne gentilmente per un braccio e col viso mortificato le fece capire che preferiva trattare con lei. Su un foglio da incarto disegnò qualcosa che misurava esattamente ventisei centimetri. Glielo mostrò, poi aprì le braccia come per dire:
<<La misura é questa, non ne ho nessuna colpa!>>
E, come un cliente che si fosse provato l'ultimo paio di scarpe ancora maledettamente strette, pretese che la commessa verificasse quanto affermava. Stava già per arrivare alla dimostrazione pratica quando la ragazza - armatasi di un grosso paio di cesoie, che tenne ben visibili in aria - con autorità e per nulla intimidita, si fece avanti per fargli capire che c'era un altro modo per risolvere il suo problema. Ma bastò la mossa, perché il cliente esigente cambiasse totalmente tattica. Mise sul banco altre tre banconote verdi da cento dollari e attese impassibile gli eventi. La ragazza continuava a sorridere, questa volta con un pizzico di malizia. Certo, quei soldi le avrebbero fatto assai comodo. Tuttavia, la molla che la spinse ad accettare non furono quei tre golosi biglietti verdi con Benjamin Franklin che le faceva l'occhiolino, ma soltanto l'impellente desiderio di verificare quanto il marinaio le aveva fatto capire. Si sarebbe trattato di un incontro inconsueto per la sua giovane carriera di amante; un incontro con la sorpresa finale e pieno di aspettative. Così, prese i tre biglietti, fece un bel pacchetto di tutti i preservativi ancora allineati sul banco e calcolò rapidamente il loro prezzo ed il resto sull'anticipo dei primi cento dollari. La precisione, innanzitutto. Poi con studiata lentezza, scrisse su un foglietto l'ora di chiusura serale del negozio e, col più smagliante dei sorrisi, glielo mise nel taschino della giacca assieme ai preservativi ed al resto dei soldi, nascondendo l'inventore del parafulmine fra i suoi seni turgidi.


* * *


Aveva davanti tutto il giorno per pensare alla sua avventura e delinearla in tutti i suoi dettagli. Il programma si prospettava interessante e denso di sorprese piacevoli. Ma questa volta non si trattava dei soliti pensionanti o del principale. Si trattava di uno sconosciuto, per giunta straniero, e c'erano di mezzo i soldi, e tanti. Finora nessuno l'aveva mai trattata da prostituta. Almeno, lei non si era mai considerata tale. C'era sempre stato l'alibi del sentimento, della forza maggiore, nonostante le apparenze potessero far credere il contrario. C'era sempre la violenza del maschio fra le sue mura domestiche o del negozio, che poi era la stessa cosa. E poi tutto questo lei lo riteneva del tutto naturale e inevitabile. Non poteva non cedere al maschio più forte, sia per l'educazione ricevuta e sia per la sua particolare conformazione mentale.
Ma questa volta c'era di mezzo il danaro, e non solo questo, come movente principale. Cosa avrebbe detto questa volta a don Giusmino, il suo confessore. Era credente, praticava fedelmente il culto religioso e si sentiva veramente libera soltanto dopo avere riversato in confessione quanto aveva immagazzinato di peccati nel corso della settimana. Il più spesso questa operazione si intrigava in uno strano modo fra ciò che lei era abituata a fare ed i precetti del religioso - sempre lo stesso, non giovanissimo, abbastanza colto, di mente aperta e accomodante - sempre pronto ad approfondire i motivi del peccato sulla scorta di un buon bagaglio di letture freudiane. Lei, nel confessionale, le sue storie le fioriva e le colorava di rosa, come se tutto nascesse da un sopruso esterno che nulla aveva da spartire con la sua volontà. In fondo non diceva una bugia. Ogni azione di coinvolgimento sessuale veniva vissuto con la innocenza di chi sa di non trarre alcun beneficio da quell'atto. Ma certo! Anche questa volta poteva dire che il beneficio non era tanto nel danaro, che probabilmente sarebbe stato sequestrato da sua madre, quanto in un'aspettativa prodigiosa che aveva come tema la sua vera sessualità, finalmente libera di dischiudersi nel modo giusto. Sapeva già cosa gli avrebbe risposto quel sant'uomo. Il suo inconscio sarebbe stato messo in stato d'accusa e forse le avrebbe raccomandato di descrivergli nei minimi particolari quali fossero state le sue sensazioni ed il suo vero stato d'animo di fronte a quel fenomeno inaspettato. Quindi nessun patema d'animo; anche questa volta doveva essere come le altre.
Quando rientrò per l'apertura pomeridiana si sentiva meno turbata e quasi in uno stato di grazia. Il Cavaliere abusò di lei come al solito e lei lo accettò con meno distacco. Scoprì che questa volta partecipava con tutti i suoi sensi e la sua mente era sempre occupata a fare paragoni su quanto sarebbe potuto accadere la sera con l'altro. I suoi muscoli interni saggiavano e memorizzavano ogni piccola sensazione, quasi che essi restringendosi o allentandosi avessero la capacità di misurare e valutare. Per la prima volta si accorse che quell'uomo che la teneva prona sul bancone era piuttosto flaccido e con scarse risorse. Il risultato fu deludente come sempre, ma questa volta denso di insegnamenti e di riscontri. A differenza delle volte precedenti, sentì anche il bisogno di portare a termine lei stessa quanto l'altro aveva cominciato. E nel farlo il suo pensiero sfruttò il ricordo di quelle borsette di gomma di ogni dimensione, ben allineate sul bancone del negozio, e quel viso bruciato dal sole, ma con i lineamenti simili a quelli di un giovane europeo.


* * *


Quando sollevò la saracinesca, una lama di sole invernale - già basso all'orizzonte - si intrufolò tra gli scaffali, mettendo in evidenza due grossi vasi di ceramica e facendo brillare le scritte impresse in oro zecchino. Il Cavaliere li aveva comprati da un antiquario che gli aveva giurato provenissero da una antica farmacia del 700. Li aveva collocati bene in mostra sul frontale, per dare un tono di signorilità alla drogheria. Tuttavia quelle scritte non denunciavano il loro vero contenuto. Dentro la Cantaride c'erano semi di ricino in polvere e dentro la Segale Cornuta si trovava solfato di magnesio. Era capitato molto spesso che la curiosità degli avventori cadesse proprio su quelle scritte per le loro eleganti circonvoluzioni gotiche e per il significato ai più sconosciuto, ma a nessuno era venuto in mente di chiedere di quella roba. Il negozio non aveva molti clienti perchè era situato in una zona occupata prevalentemente da uffici e magazzini di materiale nautico. Tuttavia il loro numero cresceva nella stagione buona quando aumentava il traffico del porto.
Martuccia per coprire i tempi vuoti stava incollata alla vetrata a specchio ed osservava, non vista, le persone che passavano sotto i portici. Era appena trascorsa circa un'ora, quando dalla zona dei silos vide arrivare un marinaio, probabilmente arabo anche lui, e forse della stessa nave del suo uomo. Si affrettò a passare dietro il bancone e quando fu entrato, gli sorrise e chiese cosa desiderasse. L'uomo si guardò attorno, ma non sembrava avesse trovato quanto cercava. Intuendo una sua probabile richiesta, gli indicò con la mano la scatola dei preservativi. Ma lui a sua volta col dito le indicò i due vasi antichi e le fece capire di essere venuto per acquistare venti grammi del contenuto del primo vaso. La ragazza sulle prime rimase confusa, dato che mai le era capitato che un cliente si riferisse ai vasi piuttosto che al loro contenuto, poi si riprese e con calma gli disse che quel vaso conteneva soltanto semi di ricino in polvere. Anche lui parve disorientato, ma presto si riprese, e chiese di acquistare venti grammi di quella sostanza. Lei non era abituata a contraddire i clienti, così si limitò solo a precisare che la scritta in oro del contenitore non corrispondeva al suo contenuto, che era di tutt'altro genere, e nel caso specifico si trattava di una sostanza lassativa. Ma l'uomo, che alle spiegazioni di lei assentiva in continuazione col capo, facendo intendere che aveva ben capito quanto gli diceva, non si diede per vinto ed insistette per avere venti grammi di quella sostanza. Poiché non si trattava di veleno, e convinta che avesse veramente compreso la sua spiegazione, non insistette oltre e gli diede quanto chiedeva. Non vendeva abbastanza spesso di quella polvere di ricino, ma alcuni clienti le dissero che serviva per liberare l'intestino di alcuni animali domestici: cavalli, cani o gatti. D'altro canto nemmeno lei prima conosceva il significato di quelle sostanze contenute tanti secoli prima nei vasi antichi. Fu il suo principale che un giorno ne fece cenno dicendole che con un pochino di Cantaride sarebbe riuscito a farla andare in paradiso. Le spiegò così che gli orientali spesso la usavano per gratificare meglio le donne dei loro harem. Ma a lei questo interessava poco, così non pensò più alla cosa. Riprese la sua postazione nella vetrata osservando, non vista, quel turbinio di persone che andavano e venivano senza una meta precisa. Fu distratta dalla voce del Cavaliere che le chiedeva di andare a comprare dal tabaccaio a fianco un pacchetto di sigarette. Prese dalla cassa i soldi, si tolse svelta il grembiule nero e si immise nel via vai così come avrebbe fatto gettandosi in un torrente in piena. Dopo il disorientamento di qualche secondo, dovuto a quel chiacchierare libero della gente, agli spintoni della folla che transitava nei due sensi non sempre ordinatamente, agli odori gradevoli e sgradevoli di umanità che scaturivano da tutti quei corpi agitati, uscita dall'apnea, si accorse di aver già doppiato il tabaccaio. Allora fece una rapida inversione di marcia e si catapultò nella piccola rivendita. Quell'aroma concentrato di tabacco conciato le ricordò che quello era il negozio che dispensava la morte. Suo padre ne fu vittima appena all'età di trentasette anni per un cancro al polmone. Benché fosse piccola ricordava di essere andata a comprarle anche per lui le sigarette. Senza quel vizio forse ora sarebbe ancora in vita e lei non avrebbe avuto la necessità di cercarlo ovunque, il padre, senza mai trovarlo. La sua famiglia sarebbe stata una normale famiglia borghese, rispettata e riverita, e sua madre sarebbe rimasta in casa a far la signora e ad accudire e controllare i suoi figlioli. Suo padre guadagnava abbastanza per consentire a tutti loro una vita agiata e serena. Quando lui c'era, la loro casa era ai piani alti dell'edificio ed ognuno aveva la propria stanza. Poi, ridotti alla povertà più nera, una sera ridiscesero tutti assieme quelle scale, senza più risalirle. Ricordava che fu lei, la più piccina, ad aprire quel mesto corteo; a lei pareva un gioco; e solo quando si ritrovarono fra le mura umide di un sottano, ed udì sua madre piangere al buio sommessamente, comprese che qualcosa era veramente cambiato.
<<E tu Martuccia, vuoi le solite?>>
Era la voce del tabaccaio che oramai, giunto il suo turno, sapeva già cosa doveva darle. Lo odiava quell'uomo. Lo associava ad un boia che dispensa qua e là colpi di mannaia senza discriminare nessuno. Ma forse anche lui fumava e presto sarebbe entrato nelle grinfie della malattia che non dà scampo. Prese il pacchetto, pagò, ma non riuscì a sorridere a quell'uomo che si dimostrava così amabile con lei. Rifece il tratto inverso a testa china, rasentando i muri per non essere presa dalla folla che continuava la sua incessante corsa.



* * *


Il pendolo suonò otto rintocchi ed il Cavaliere, dal suo ufficio le chiese di abbassare la saracinesca. Lei si avvicinò alla vetrata e vide il suo uomo in attesa, appoggiato ad una colonna del porticato. Lui la salutò con un cenno del capo e lei ricambio mimando un gesto di pazienza. Avrebbe dovuto attendere qualche decina di minuti fino a che non avesse sbrigato i conti di cassa. Dopo avergli sorriso, si appese alla serranda e la fece scendere con gran fragore. Quel rumore era la gioia quotidiana che finalmente le restituiva la libertà e la rendeva padrona di sé stessa. Aveva già avvertito in casa che quella sera sarebbe rientrata tardi perchè sarebbe andata al cinema con un'amica. In verità non sarebbe stato nemmeno necessario: tutti nella sua famiglia erano indipendenti e non rendevano conti a nessuno. Lei, se voleva, poteva anche stare delle giornate intere fuori casa senza che nessuno se ne preoccupasse.
Diede le chiavi al principale, si rifece il trucco, schivò abilmente un suo abbraccio - lui lo chiamava l'ultimo tocco serale per tingere di rosa i suoi sogni - poi uscì dalla porta secondaria ed andò incontro al suo uomo.
Camminarono senza parlare fino alla fine del lungo porticato, poi si diressero verso il porto. Si sedettero su una grande bitta e stettero ad osservare il luccichio dell'acqua che brillava delle mille luci della città. Lui le mostrò una nave alla fonda ad un centinaio di metri dalla banchina. Certamente era la sua. Le disse anche il suo nome, Omar. Era iraniano ed aveva ventisette anni. Mischiava tante lingue nel suo discorso, ma finiva sempre col farsi capire. Si trovava qui per la prima volta, era sbarcato la mattina e sarebbe ripartito non appena la nave avesse ultimato il carico di tubi di ferro, fra quattro giorni circa. Per Martuccia si trattava della prima volta in questo ruolo e non sapeva come cavarsela. Pensava che dovesse essere lei a prendere l'iniziativa e a rompere il ghiaccio, ma sinceramente non sapeva come fare. Era stata sempre presa, se non con violenza, certamente con arroganza, da tutti i suoi amanti che non tenevano in nessun conto la sua volontà. Quasi sempre gratuitamente o con il compenso di qualche piccolo regalo. Ma ora le cose erano del tutto cambiate. Se avesse deciso di raccontare a don Giusmino di quella sua improvvisa passione avrebbe dovuto dire che lo stava commettendo lucidamente e soltanto per sua volontà. Qui l'inconscio c'entrava poco. I fatti erano chiari. C'era ora davanti a lei questo figo di iraniano che aveva versato al buio bel trecento dollari per sollazzarsi con lei, probabilmente per un'intera notte. Il gioco lui lo aveva condotto allo scoperto ed il piatto era molto ricco se si consideravano oltre ai tre biglietti verdi anche i ventisei centimetri di attributo. Era soprattutto per questo che aveva accettato l'invito. Una semplice curiosità? Un improvviso risveglio dei suoi sensi sopiti? Un desiderio morboso? Un'occasione rara da non perdere? Il fascino dell'eccezionale? Una voglia matta di trasgressione? Forse tutte le cose insieme! Qualunque fossero le motivazioni ora bisognava agire e presto. Dimostrare, soprattutto a sé stessa che se voleva, poteva essere una vera professionista. Ma intanto c'era il problema del dove andare. Lui forse si era fidato di un'organizzazione perfetta ed aspettava che fosse lei ad offrire l'alcova. Ma questo era semplicemente assurdo. Così giocò la carta estrema che poi per lei era la principale. Vedere le sue carte. Si mise prima ad accarezzare la sua gamba e poi stava per risalire più su quando lui la fermò e le indicò una imbarcazione ormeggiata proprio sotto di loro. Era il tender della sua nave che lui stesso aveva predisposto per l'incontro. Scesero in silenzio e si ritrovarono in una cabina confortevole con tanto di letti e bar-frigo. Tutto bene dunque. Lui aiuto lei a spogliarsi, lei aiutò lui a togliersi i vestiti, e finalmente il gioco fu allo scoperto. Per un attimo stette a guardarlo togliersi gli slip, poi non riuscì a celare un gesto di meraviglia. Era come lo immaginava. Lo coccolò e lo baciò ripetutamente senza ritegno. Lei si scoprì intraprendente e non ne rimase delusa, almeno fino a quando, nel più bello dell'amplesso, lui non fu costretto ad interromperlo repentinamente per recarsi alla toilette. Lei rimase ferma nella stessa posizione in cui l'aveva lasciata per non perdere il filo di quell'incanto appena iniziato. Assaporava il suo ritorno, con quel desiderio immenso, prepotente, di un piacere nuovo, che aveva scosso tutti i suoi sensi ed aveva cominciato ad operare come un dolce preludio, predisponendo il terreno ad una soddisfazione completa e sublime.
Lui ritornò e si scusò. <<Sorry>>, disse, e riprese da dove aveva lasciato. Lei aveva perso la prima marcia, ma non tardò a recuperarla scoprendosi matura per un'impresa veramente straordinaria, predisporsi finalmente a fare la conoscenza col suo primo orgasmo. La cosa si riprese lentamente con quel sottile vai e vieni di dolcezza che sembra voler accumulare uno dietro l'altro un enorme bagaglio di aspettative, di per sé dolcissime, per aumentare lo slancio finale e lei sentiva che tutto fra non molto avrebbe cambiato la sua vita.
Ma Omar, con un <<Sorry>> anticipato, questa volta letteralmente fuggì.
Fiduciosa, lei rimase sempre nella stessa posizione ripercorrendo con la mente le fasi più salienti e tentando di non far spegnere quel fuoco che aveva ricominciato ad ardere gagliardo. La sua assenza durò molto più della precedente tanto da consentire al suo fuoco di spegnersi del tutto lasciandogli solo il prepotente desiderio di raggiungere la meta. Ma ancora una volta non si mosse per non rompere l'incantesimo.
Quando tornò, Omar sembrava esausto e delle gocce di sudore gli imperlavano la fronte. Aveva il volto stralunato e nel riprendere l'impresa non ebbe nemmeno la forza di scusarsi. Si muoveva con foga e cercava di riacquistare il suo vigore baciandola in tutti i punti del suo corpo e stringendola forte con le braccia. A lei sulle prime questi suoi generosi sforzi piacquero e li assecondò avviluppandolo strettamente con le sue lunghe gambe, ma la cosa non durò, e lui, questa volta con uno strattone, si divincolò e fuggi via nuovamente.
Ora lei era sicura che non sarebbe tornato. Non poteva, non ne avrebbe avuto più la possibilità. Ma qualcosa bruciava in lei e non ebbe più la forza di aspettare. Si rannicchiò in posizione fetale e portò a termine quel preludio. Naturalmente il "fai da te" non fece rullare i tamburi finali del concerto.
Quando si rialzò per vestirsi, lo vide ancora seduto sulla tazza del bagno con le ginocchia tra le braccia ed il viso in preda al terrore. Lei gli si avvicinò, gli accarezzò i capelli, e gli diede un bacio in fronte. Omar non aprì bocca. La guardò mestamente e con un cenno della mano le indicò sconsolato un pacchetto poggiato sulla specchiera. Quella confezione le era familiare. Si avvicinò e la prese tra le mani. Nonostante fosse aperta e parte del contenuto mancante, oramai la situazione le fu chiara. Quel povero ragazzo aveva dato, forse ad un suo amico, l'incombenza di acquistargli qualcosa che potesse tenerlo su durante la festa, dandogli precise istruzioni sul vaso che la conteneva. Si trattava del pacchetto confezionato da lei e dato a quell'originale marinaio che le aveva richiesto venti grammi della polvere contenuta nel vaso di Cantaride.



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