FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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IL NOME DI MAMMA

Gianfranco Giannini




Roma, 1942.


Oh, del genere umano nome più bello!
Qual miserrimo o il più reietto uomo, nei suoi più estremi e disgraziati momenti, non osa invocare, con aria spontanea e devota, il nome di "mamma"?
Anche se a volte questa persona si odia (e non sono pochi i casi verificatosi) si disdice, ci sarà sempre ed indubbiamente quel tale momento che la si impreca, la si divinizza, si addolcifica il nome, la si venera. Il comandamento di Dio ci insegna: "Ama il padre e la madre".
Quali esseri al mondo ci sono di più cari se non i genitori?
Il padre si venera, ma giammai il suo nome viene spontaneo sulle labbra e, anche se si invoca, mai con quella tal dolcezza che si prova pronunciando il nome di "mamma", nome che è sublime, animatore, consolatore, benefico, benedicente, quasi divino.
Il padre è sì colui che ha seminato il germe della prole, ma chi ci ha fecondati se non il seno materno?
Risolto questo quesito, l'epilogo ci dice che la madre è l'essere più caro agli uomini.
Disdire questo soave nome è dunque il più terreno, implacabile, universale dei delitti che si possono registrare sulla nefanda pagina dello scibile umano Chi mai non sente in cuor la fiamma ardente per costei?
I più incoscienti, i più ribelli alla natura, i più ipocriti e blasfemi sentono il mastodontico bisogno di implorare questo nome eccelso in ogni istante della loro vita, sia essa all'apice.
Non casi strani son questi, bensì quotidiani.
E il nome dell'"Amor universale".
Perché quando ci troviamo lungi da lei per molto tempo o anche per breve, i nostri cuori fremono dalla gioia di rivederla?
E perché tornando a lei ci colmiamo di una gioia senza limiti?
Perché durante i mesi di fecondazione siamo stati albergati nel suo seno, alimentati col suo sangue, vissuti con la sua vita.
Son questi i più intimi vincoli che ci legano a lei.
La sua scomparsa ci immerge nel dolore più forte: è la perdita più preziosa di cui l'uomo è dotato fin dalla nascita.
Nessuna cosa al mondo più di costei può farci godere della gioia, felicità, fierezza, armonia nel loro simbolo più perfetto e spirituale. Anche l'amore più sviscerato per la donna amata è giammai paragonabile all'amore materno.
Il suo amore è supremo duce al nostro conforto, specie nei momenti attuali nei quali neanche un giorno si lascia trascorrere senza farne il di lei appello, divina forza al sacrificio.
Anch'io stesso, e non posso negarlo, poiché commetterei uno dei più ipocriti orrori sia pure al mio Ente Supremo, ho avuto la coscienza in uno stato di crisi mentale di infangarmi nel più profondo vizio (dai diciassette ai diciannove anni), forse perché la ragione non era subentrata, o forse perché la fanciullezza non fa altro che scoprire sempre più l'ignoranza dell'anima. Mi rincresce rammentare ed esporre, ma è necessario, poiché questo esempio possa valere a correggere simili difetti acquistati e non già innati.
Vi furono dei periodi della mia fanciullezza in cui mi trovavo squilibrato, incosciente, persino diffidente dell'amore materno.
Ogni parola di mia madre, che è saggezza, mi mandava in furia sfrenata; odiavo tutto, persino il suo nome e qualche volta giunsi al punto di disprezzarla brutalmente.
Il vizio si era inculcato in me e vivevo nel tormento infernale. Non v'era quiete in me, la mia casa era divenuta per me un albergo, mangiare, dormire e via, all'usuale ed insensato vizio.
Ciò nonostante il mio animo si fondeva nel rimorso e non osavo chiederle perdono poiché, allora, non potevo mai comprendere che la madre perdona ogni misfatto del proprio figlio e che un suo bacio è benedicente e catartico. Una volta fuggii dalla sua vigilanza, trattenendomi per circa un mese presso un mio zio, dove trascorsi i giorni più tormentosi della mia vita, sotto l'incubo della vergogna inesauribile.
I fantasmi del disonore mi assalivano bruscamente e la coscienza aveva orrore al richiamo satanico.
La mia mente cominciò a rischiararsi ed invano sognavo ogni angolo della mia casa, implorando il nome di "mamma".
Ero lontano da lei.
In un momento di debolezza (forse il momento propizio per sgravarmi delle nefandezze commesse), ruppi in pianto disperato, maledicendo me stesso, il luogo, il giorno e persino il mezzo che ivi mi aveva condotto.
Sentivo la morte eterna dell'anima; volevo risorgere purgato e bere l'acqua dell'oblio.
Chi mai avrebbe potuto allievarmi da questo strazio?
Solo un bacio di mia madre, e nient'altro più.
Infatti fu così; tornato a lei, la quale viveva, forse più di me, nel più disperato dolore, il mio tormento si tramuto in gioia incommensurabile, mi risanò dal vizio, mi apportò una primavera di dolcezza e di misticismo, mi sentii purificato.
Erano i sintomi della maturità; tuttavia avevo ancora diciotto anni e la ragione cominciava a germogliare.
Oggi soltanto comprendo e provo gli effetti dell'amore materno.
E necessario, nella vita, salpare le sofferenze morali per uscir a "veder le stelle".
Solamente questo è il mezzo per raggiungere le concezioni e per venire a trovarsi a tale evidenza è necessario essere soprattutto coscienti di sé.




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