FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
www: http://www.fabula.it/
email: staff@fabula.it







LA MACCHINA

Elisabetta Di Giuliomaria




"Perché tu antropomorfizzi sempre tutto, ecco perché!" esplose Charkam calando la mano aperta sui fogli sgualciti che aveva davanti. Poi si alzò di scatto dalla scrivania e prese a gironzolare nervosamente, aggirando precarie pile di libri e riviste sparse per la stanza.
Sprofondato nel logoro divano, Lukas lo guardava vagamente ironico. Charkie non era cattivo, solo, gli ci voleva sempre qualche minuto per accettare una cosa nuova. Perciò rimase tranquillo e lo lasciò girovagare per la stanza, e non si impressionò quando l'uomo lanciò una sequela di improperi a un destinatario ignoto.
"Senti" disse Charkam rabbiosamente venendo a grandi falcate verso di lui. Gettò per terra alcune riviste ammucchiate sui cuscini e si calò nel divano accanto all'amico. "Cerchiamo di essere ragionevoli".
"Io sono ragionevole, Chark!" disse dolcemente lui, col tono di chi segue un cerimoniale, e disponendosi ad ascoltare il resto con un sorrisetto appena accennato.
"No, che non lo sei!" urlò l'altro. "Ti sembra ragionevole venire a qui a raccontarmi una cosa del genere e pretendere che io ci creda?"
"Nessuno ti obbliga a crederlo, Chark."
"Bene, IO non ci credo! Non ti hanno insegnato proprio niente a quel dannato corso? Simulazione! Non è altro! Solo e soltanto simulazione! E non venirmi più tra i piedi con storie del genere, o ti ritroverai a spolverare gli scaffali della biblioteca!"
Lukas tacque alla sfuriata dell'amico, direttore delle ricerche del Laboratorio di Tecnologia Avanzata Applicata e quindi, anche se ciò normalmente era un particolare del tutto trascurabile, suo principale e datore di lavoro. In questo momento il particolare non era affatto trascurabile, e gli seccava che Chark lo avesse tirato fuori per troncare la discussione. Molto sgradevole. Si rese conto che era perfettamente inutile continuare. Si alzò e guardò per qualche istante fuori dalla finestra. Faceva caldo. Nel prato assolato e polveroso alcuni ragazzi tiravano calci a un pallone. Voleva una birra fresca.
"Beh, Charkie, ci vediamo, eh?"
Lukas si diresse alla porta e restò per un attimo con la mano sulla maniglia, come se volesse aggiungere qualcosa. Poi ci ripensò e se ne andò lasciando la porta aperta.
Un refolo di aria calda entrò dalla finestra spalancata e fece volare dei fogli. Imprecando sottovoce Charkam si chinò a raccoglierli e li buttò sulla scrivania. Poi si girò e restò a guardare fuori, con le mani affondate nelle tasche.
Quelle storie gli facevano sempre venire i nervi. Ormai avrebbe dovuto farci il callo, visto che avevano la tendenza a ripetersi periodicamente, invece non poteva mai fare a meno di perdere le staffe. C'era qualcosa, in quelle faccende, una questione di fondo, a cui lui non sapeva o non voleva rispondere, perché ne aveva paura, anche se gli costava una tremenda fatica ammetterlo con se stesso. Ne negava quindi semplicemente l'esistenza. E quando qualcuno lo metteva di fronte a quel genere di questioni, la sua reazione naturale era di arrabbiarsi e liquidare la cosa come un'assurdità. Era un modo di esorcizzare.
Questa volta, però, non poteva permettersi di liquidare la questione con una semplice sfuriata. Lukas era ancora un ragazzo, e si lasciava spesso prendere dai facili entusiasmi tipici della sua età, tuttavia... c'era una forte componente riflessiva nel suo carattere, che unita a una solida razionalità e spirito di indagine lo avevano portato ad essere, poco più che ventenne, suo diretto collaboratore nel Progetto. Era destinato a diventare un brillante scienziato. Non era uno che parlava a vanvera, e proprio qui stava il problema, dannazione. Stavolta non poteva fare finta di niente. Avrebbe dovuto occuparsi della cosa di persona, e questo lo inquietava profondamente.

****************************

Nella grande sala in penombra, si udiva soltanto il lieve ronzio dell'impianto di climatizzazione. Dalle consolle sparse qua e là, la luminescenza verdastra che irradiava dai monitor dava all'ambiente l'aspetto di un acquario. Di tanto in tanto un led rosso o verde si accendeva sui pannelli di controllo sistemati lungo una parete, per poi spegnersi di nuovo. Dal fondo della sala una porta si aprì. L'uomo in camice bianco fece il giro delle consolle, fermandosi ogni tanto a consultare qualcosa su alcuni fogli che portava con sé. Quindi uscì e la porta pneumatica si richiuse alle sue spalle con un soffio. I led sulla parete ebbero un fremito, poi tornarono ad accendersi e spegnersi quietamente.
Dopo un certo tempo, la porta si aprì di nuovo. Charkam fece qualche passo all'interno della sala, guardandosi intorno. Poi sedette a una delle consolle e batté la parola chiave sulla tastiera. Osservò per qualche secondo il monitor, mentre stringhe di lettere e cifre scorrevano rapidamente. Quindi attivò l'audio e disse: "Salve". Una voce femminile rispose: "Salve, Dottor Charkam, che cosa desidera?" Charkam aveva sempre detestato il sistema di interazione vocale. Quella voce morbida e metallica gli ricordava troppo quella di sua moglie. La sua ex-moglie. Quando lei gli si rivolgeva con quel tono garbato e distante, gli sembrava di non riuscire più a pensare chiaramente quello che aveva da dire; così, con un gesto nervoso, disattivò l'impianto e digitò la sua domanda sulla tastiera. Per la prima volta, pensò che in quel silenzio assoluto c'era qualcosa di inquietante, ma si concentrò nel suo lavoro e si sforzò di non sentire la tensione che gli attanagliava la bocca dello stomaco. Continuò per qualche minuto, mentre alle sue spalle i pannelli con i led entravano in attività.
Dopo circa mezz'ora, si sentì più tranquillo. Non c'era proprio niente di anormale. Tutto rientrava nei parametri, e lui era stato uno stupido a farsi coinvolgere da quell'assurda teoria di Lukas. Non era affatto provato che un sistema sufficientemente complesso fosse in grado di pensare e di avere coscienza di sé, come sostenevano tutti quei nuovi teorici, e comunque "quel" grado di complessità era ancora lontano dall'essere raggiunto. Perfino se avessero collegato insieme tutti i computer del globo in un unico immenso cervellone, era estremamente improbabile, per non dire impossibile, che quella "cosa" si mettesse di punto in bianco a "pensare". E comunque, un affare del genere non esisteva. Nessuno era ancora stato abbastanza pazzo da tentare l'esperimento, sebbene in teoria fosse possibile. In teoria, appunto. Charkam allungò una mano e fece per spegnere il monitor. Un brivido gelato gli scosse la spina dorsale. Non era possibile. Non poteva essere. Restò con gli occhi sgranati incollati al video, osservandolo con crescente orrore. Si alzò di scatto e fece di corsa il giro delle altre consolle, i cui schermi sembravano impazziti. Valanghe di dati, cifre e numeri scorrevano inarrestabili; frasi senza senso, stringhe illeggibili, caratteri esotici si susseguivano e si alternavano in una babele silenziosa, mentre i pannelli coperti di led sembravano impegnati in una frenetica sarabanda luminosa. Alla fine tutto si arrestò, e su tutti gli schermi comparve una frase. Charkam lesse la frase e si accasciò su una poltrona, coperto di sudore freddo.

*****************

Molto più tardi, nella notte, un uomo camminava lentamente verso il fiume, con il bavero del cappotto alzato per proteggersi dall'umidità. Se ne andò verso i moli, e sedette su una bitta a contemplare l'acqua scura e oleosa che si muoveva pigramente sotto di lui. Rimase seduto lì per molto tempo. Ogni tanto ficcava una mano in tasca e ne traeva un foglio tutto spiegazzato. Leggeva qualcosa, alla luce gialla e tremolante che arrivava dai lampioni sul ponte, e scuoteva la testa. Alla fine appallottolò il foglio e lo gettò nell'acqua, quindi si avviò verso la città illuminata.

Non era successo niente. Proprio niente. Era stato incidente tecnico, dovuto a cause fortuite. C'era una spiegazione. Doveva esserci, da qualche parte.
Ma allora perché continuava a sentirsi come se avesse commesso un omicidio?

***************

Nella vasta sala in penombra, la luce filtrava unicamente dalle grandi veneziane abbassate. Gli schermi erano spenti, e un raggio di luna batteva con freddi riflessi sul metallo lucido dei pannelli, i cui led avevano smesso di pulsare.
La luce notturna delle stelle illuminava un foglio di tabulato ancora infilato nella stampante, sul quale spiccavano le seguenti parole: "Ti prego lasciami vivere... Ti prego lasciami vivere... Ti prego lasciami vivere... Ti prego lasciami vivere... Ti prego lasciami vivere... Ti prego lasciami vivere... Ti prego lasciami vivere... Ti prego lasciami vivere... Ti prego lasciami vivere... Ti prego lasciami vivere... Ti prego lasciami vivere... Ti prego lasciami vivere..."





ATTENZIONE!
Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore.
L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti della banca dati e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne al circolo.
L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.