FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LU CI DI TA'

Alessio Saitta




Allo stesso modo, appena al di sopra della sua testa, era tutto un intersecarsi di pensieri veloci, che lasciavano candide scie, come jets nel cielo terso. La maggior parte veniva da sinistra, e facevano 'zing'. Gli altri da destra, e facevano 'bam'.
Le scie vaporose presto si confondevano, e divenivano meno nette, lasciando che l'ordito poco a poco mutasse, continuamente. Si poteva giocare a dire che cosa ricordasse, e lui amava farlo, naturalmente. Con l'entusiasmo di un bambino, passava le giornate ad individuare cammelli ed orchi dormienti.

* * *

Cosa avrebbe potuto dirle, ormai? Lei avrebbe avuto tutto il diritto di sputargli in faccia - anche se sapeva bene che non lo avrebbe fatto mai. E forse era proprio questo il guaio, perché se lui avesse potuto avere la certezza che lei si sarebbe comportata esattamente come avesse voluto e sentito di dover fare, lui non avrebbe avuto alcuna remora, a farsi risentire. Ma già se la immaginava, che non diceva nulla e se ne stava lì, senza dare a vedere di pensarne qualcosa in particolare, senza reagire e senza accusare. No. Questo sarebbe stato insostenibile per lui. Ma perché lei era così? E soprattutto lui, perché pure lui era così?
Alla fine le spedì una lettera. Dentro c'era semplicemente un foglio, con su scritto: stronza!

* * *

Il signor Mentafredda si guardò attorno con circospezione. Lei non c'era, o se c'era non si vedeva, e se non la si vedeva non la si poteva desiderare, e così provò velocemente ad attraversare la strada. Sperò che lei non saltasse fuori all'improvviso, irretendolo e riportandolo dentro, come al solito.

* * *

Sincero sino in fondo, sino a dipingermi di rosso, per esser visto pure da lontano: io non riderei di ciò che non sapete fare. Cercatemi sul comodino, ci troverete tutto quello che vorrete, tutte le prove ed anche tutti gli alibi, tutto quel che mi guarda e tutto quel che non.
D'altra parte per qualcosa pure mi si riconosce, anche se mai per quello che avrei pensato, sempre per quello che non avevo inteso, intuito, intonato. Certe volte mi giro di scatto, senza lasciare il tempo a chi mi segue di nascondersi... Ho visto cose delle quali non amo riferire, che - sorprese - non hanno nemmeno tentato di fuggire. Le ho guardate lì, con gli occhi e la bocca sgranate, con le proboscidi ancora pendule, con i tentacoli lungo i fianchi, con il respiro affannoso, le bave che sgocciolavano. Ho pure smesso di affibbiare i nomi ad ogni cazzo. Ora
non mi interessa più. Chi ha un nome me lo comunichi, chi non lo ha verrà chiamato cazzo, semplicemente. Non è un problema che mi riguardi, come non mi riguarda i nomi che gli altri invece continuano a distribuire.
Cos'è quel cazzo?
E' un telefono.
Me lo passi?
Cosa?
Quel cazzo.

* * *

Includendo ed escludendo, certo! Ritagliando, ritoccando, ritornando più e più volte sullo stesso identico discorso, affinché le sue parole - sebbene palesemente menzognere - acquistino almeno dignità d'opinione comune...
Insidiose e congegnate ad arte; perfettamente rispondenti al loro scopo, correndo in circolo tra smentite ed asserzioni incontrollabili, poco per volta mutano in vox populi. Impalpabilmente, fino al momento in cui ti troverai a chiederti: ma dove l'avevo già sentita, questa cosa qui?
Se ti ricorderai, avrai un lungo brivido, che ti solcherà la schiena dal collo al culo, sino a farti rizzare una coda invisibile. Oppure tornerai a dirglielo, e lui non ti dirà nulla, perché non cerca rivincite, non serba rancore.
Sogghignerà appena, e tu non capirai perché. Ma gli avrai dato una grande gioia: quella di vederti correre, irridendolo, verso la sua trappola.

* * *

Adesso potete anche farla finita, con questo gioco ridicolo dello scambiarsi i nomi appena dopo averli comunicati. Non servirà a nulla, qualunque sia adesso il vostro nome. Tu ti chiami fango? Tu ti chiami zero? Tu ti chiami ansia?
Credi a qualcuno interessi qualcosa? Quali sono davvero i vostri nomi?
Potete farla finita di intrecciare le dita a formare cestini. Davvero, adesso non ha più alcuno scopo. Tutta l'acqua è già defluita. Niente bagni o bevute, per oggi. Potete pure scaldarvi le lenzuola: non c'è altro da fare, per il momento, che rifugiarvi a dormire.

* * *

Intersecavano le parole in abili frasi ad effetto. Distoglievano l'attenzione. Tanto, per averne una, si sarebbe dovuto esibire un certificato. Come si poteva desiderarla? C'era davvero qualcuno che ci cascava? Lacci e lacciuoli, e poteri delatorii. Piccoli nocumenti a lungo termine. Gli elementi del permanere d'ogni insignificante riflesso: a prescindere da cosa, l'importante è proprio esprimere; anche con la semplice presenza fisica.
A volte l'hanno chiamata testimonianza. Benché i fatti non parlino a loro favore, i fatti non sono che l'ultimo elemento, rispetto alla complessità sistematica dell'argomento.

* * *

Senza alcuna ragione apparente, la mano porta anelli si animò.
Lei per poco non gridò per lo spavento, ma la mano le fece subito cenno di non farlo, che andava tutto bene, che tutto era a posto. Non chiedete quali segni fece, non saprei descriverli in modo più preciso; però c'è che la mano riuscì a farsi capire, o perché era lei a capirla, oppure perché era la mano, ad essere molto espressiva; ma questo non ha importanza.
Lei e la mano divennero subito amiche, e facevano lunghi discorsi insieme, per quanto si possa discutere con una mano. Diciamo che passavano molto tempo a toccarsi e stroppicciarsi... Lei disse che quello era il linguaggio delle mani. Anche se certo, a sbirciare dalla serratura, se qualcuno mai lo avesse fatto, forse quei discorsi sarebbero apparsi un po' equivoci.
(In effetti io una volta sbirciai, e quello che vidi fece un certo effetto su di me. Tanto che non lo dissi mai, di aver sbirciato, e dovetti poi tornarci spesso a sbirciare, perché ogni volta non mi sembrava di aver capito bene, e volevo controllare se davvero ci parlasse soltanto, come diceva lei. Però non capii mai. Non riuscivo mai ad avere la certezza di nulla. Ogni movimento della mano appariva sospetto, se si immaginava la mano come mano di qualcuno, ma appariva invece del tutto innocente se la si considerava come mano e basta! Insomma quella era solo una mano, ma anche una mano soltanto).

* * *

Non è solo una questione di grazia o di educazione. Non si tratta di questo. E' piuttosto un qualcosa che si aggira tra il dire e il non dire, tra il fare e il non fare. Qualcosa che non c'è, ma ha lo stesso un suo peso; che non esiste, ma ha comunque delle conseguenze, e forse proprio in virtù del suo non esistere.
Certo, se esistesse il suo peso sarebbe più grave, e le sue conseguenza più estese, ma comunque è così. E' qualcosa di preoccupante già adesso che non c'è... Figuriamoci in seguito! E difatti è tutto un affannarsi ed un prodigarsi affinché mai vi sia. Anche se non è giusto, anche se non è corretto.

* * *

Alla fine, esasperato per i miei appunti e le mie osservazioni, il ragno mi lasciò in mano la matassa della ragnatela e disse "Basta! Mi hai scocciato: continua tu visto che sei tanto bravo!" E se ne andò.
Io rimasi lì come un idiota, con quella roba appiccicosa in mano, sul terzo filo che dondolava al vento, ché ancora bisognava agganciare i passanti, ed il ponteggio non era nemmeno a metà.
Mi arrampicai fino al ramo e presi una rapida occhiata d'insieme. Forse non sarebbe stato tanto difficile, ma faticoso sì! Avrei dovuto buttarmi e risalire almeno un centinaio di volte...

* * *

Le pesche sono quasi mature, ed i vermi prendono dimora. Scansano le foglie ed i rametti e le gemme ancora chiuse. Si innestano alla base del picciolo, scavando nella polpa acerba invisibili pertugi. Collegano il gas e l'elettricità, erigono antenne paraboliche. Per l'acqua calda si recano sul lato al sole. Per l'acqua fredda su quello in ombra.

* * *

La sua pelle viene via a placche di colore alterno, che si staccano ma soprattutto si scambiano. A volte vengono fuori tutte quante assieme, a volte viene fuori per primo il capo, e cerca di mercanteggiare.

* * *

Mi si presenta come un limone acerbo, e mi chiede con disinvoltura se può fermarsi a maturare sul cruscotto della mia auto.
"Se mi infilo proprio sotto il parabrezza, mi spiega, grazie all'effetto serra me la caverò in un attimo! Ci vorranno appena cinque minuti."

* * *

Il salice solare non resse a lungo. Andando avanti continuava a declinare, e sempre più piegato sul pelo, infine cadde nell'acqua. Assaporò dai rami quella folle sostanza in cui aveva sempre intinto le radici, e la trovò deliziosa.
Perché non potesse assaporarla dalle radici, restò per lui un mistero, per tutto il tempo che impiegò a morire: poiché bevendola non poteva nutrirsene: perché questa follia? Non potè proprio fare a meno di chiedersi.

* * *

Avrei avuto piacere a vederlo ripartire, incazzato ed urlante, sul motorino che scoppiettava come un mortaretto infinito.

* * *

Continuava ad innamorarsi della donna sbagliata: sempre della stessa. Che fosse quella sbagliata aveva avuto modo d'impararlo da solo, ed inoltre glielo avevano detto tutti.
Glielo aveva detto persino lei.
"Basta innamorarti di me. Io sono la donna sbagliata. E poi tu, tu proprio non mi risulti da nessuna parte: che dovrei farci di te?"
"Non lo so. Ma proviamo a costruire qualcosa..."
"Costruire qualcosa! E tipo cosa? Tipo una capanna di giunchi sulla spiaggia ventosa? Tipo un palazzo senza porte che ogni tanto ci si ritrova in strada? Tipo una macchina senza freni? Tipo una cattedrale di marmo e di colonne, che si sale sul pulpito una volta per uno, e ci si applaude e ci si prende ad esempio vicendevolmente, per tutta una vita?"
"Io pensavo a una palafitta, sul lago, vicino ai salici. Appena sopra il vento di ponente, alta sulle acque, che di lassù sembrino sempre quiete, come il mare dal finestrino d'un aeroplano."

* * *

Perché alla fine, il fatto stesso d'esser ancora qui, vivi, qualcosa vorrà pur dire... Almeno per chi c'è in proprio, e non per conto terzi.

* * *

Basta aspirare in modo costante, e si consuma meno d'una lampadina sul cruscotto. Solo nella fase del sussurro, bisogna stare attenti a che le sibilanti, che ivi abbondano, non raggiungano il tono per stimolare i dormienti, spesse volte evocandone sogni audaci.
Un lamento è sempre un lamento, avreste cuore per stare ad ascoltare? Avreste polmoni per i vostri inevitabili sospiri?
Io dico che aspettereste con gli occhi sbarrati nel buio, forse a contare le righe sulla parete, forse a saggiare il cigolìo della brandina - nelle sua infinite possibilità d'emissione.

* * *

Emulsionare. Sfrigolare fuori dalla portata dei bambini. Non esporsi, ASSOLUTAMENTE non esporsi al sole. Soprattutto in prima persona... E se proprio dovete esporvi al sole, cercatevi almeno un prestanome.

* * *

Mi piace andare su e giù, senza un vero scopo.
Adoro prendere contatto con quel che viene dopo, e poi tornare indietro, a confrontarlo con quel che veniva prima. Spesso, molti dei più riusciti collegamenti ontologici, avvengono così, proprio per caso. Poi sembrano sempre dipendere da una gran quantità di cause, ma attenzione! Quelle cause, prima del collegamento, non esistevano proprio, se non in potenza, all'interno dello stesso sistema autoreferenziale generato appunto dal nuovo collegamento. Il dono dell'arbitrarietà. Così lo chiamo a volte, questo magico potere che tutti inganna, e che in realtà tende ad ingannar sé stesso.
Una cosa, finché dura, non deve perder occasione di apprezzarsi e gratificarsi; perché non lo poteva fare prima, non lo potrebbe fare dopo. Allora quando farlo? L'unica risposta è proprio di farlo finché dura...
Magari per tutto il tempo che dura, in modo che stavolta sì, potrebbe esser certa che di più, proprio non si poteva fare. In questa ottica andrebbe capovolta la scala evolutiva, assegnando maggiori dignità ai sassi per esempio, che tanto sono presi dall'apprezzar sé stessi, che non lo diresti proprio che qualcosa stiano facendo, se non lo sapessi, certo. Già le piante si apprezzano meno, in quanto che si lasciano muovere... Non si muovono loro, no, questo mai. Epperò si muovono, e basta questo a che non siano proprio sempre sé stesse, come invece i sassi, come si è detto, che proprio non si muovono mai.

* * *

Accidenti se lo sapeva. Nessuno di noi ci avrebbe scommesso... Certo non pretendevamo che il nostro giudizio fosse infallibile, e però, una così macroscopica infrazione alla consuetudine delle apparenze, che cos'è?
Propedeutica alla follia o cosa? Non meravigliatevi poi se più nessuno ci capirà niente! Cosa cercate, di spiazzarci, di stupirci?

* * *

Lo prese il dubbio di non essere vivo, per caso. Si tastò il polso e constatò che fortunatamente non batteva affatto. Si sentì sollevato.

* * *

Intanto ho ficcato le dita nella sabbia, ed era fresca. Ho girato il palo dell'ombrellone fino ad ottenere un profondo cono pieno d'ombra che scendeva nel cuore della terra. Ed io non ci sono sceso solo per paura dei microgranchi, che si nascondono tra i granelli di sabbia umida, e se ne stanno là in fondo, pronti a divorarti.

* * * Dopo essersi trattenuti alcuni minuti nel corridoio, durante i quali si erano schierati ed avevano estratto le pistole e si erano zittiti a vicenda, il primo della fila sfondò la porta con un calcio, e tutti insieme irruppero nella stanza gridando "Mani in alto, bastardi!"
Ma non c'era nessuno. Chiunque ci fosse stato se ne era andato da un pezzo. Una lunga linea di formiche stava rubando - briciola dopo briciola - un avanzo di cornetto abbandonato sul comodino.

* * *

Per quanto l'uomo si dibattesse, non c'era nulla da fare: i lacci erano legati ben stretti ed i ceppi pure, erano ben saldi. I suoi occhi erano sgranati per il terrore, era tutto rosso in faccia, e piangeva senza ritegno. I boia si avvicinarono, reggendo l'elmo rovente tra due tenaglie. Procedevano esitanti, temendo che gli sfuggisse, tenendo l'elmo sospeso tra di loro.
Il frate si rivolse all'uomo legato sulla seggiola.
"Tu adesso piangi fratello, ma avresti dovuto piangere molto tempo fa! Avresti dovuto piangere prima, quando permettesti al maligno di penetrare nella tua testa!"
Poi allargò le braccia e fece un passo indietro, per lasciar avvicinare i boia. "Adesso bisogna solo pensare a farlo uscire!"
Ma l'uomo non voleva sentire niente. Continuava a piangere ed agitarsi, e rispondeva solo con versi incomprensibili. E intanto l'elmo era rosso di fuoco, ed il suo colore era ben più d'un colore: era incandescenza!
"Questa non è una punizione, no. E' l'unica cura possibile, piuttosto. E dal momento che tra poco sarai libero dal maligno - questo te l'assicuro - dovresti essere felice, invece di piangere in questo modo! Il fatto stesso che tu non desideri la cura che sola può redimerti, proprio ciò è prova del fatto che il maligno sia in te!"

* * *

Tutìu Tutìu Squark! Prrrrt Prrrrt (Gnà Gnà Gnà) Tutìu Tutìu! - Ma che razza di bestia è? - Si chiese preoccupato il guardiano.

* * *

Roteando roteando, riportò le braccia al centro appena per un momento.
Scaturiva della punte delle dita. Un sottilissimo e ramificato filo di luce azzurra. Che grattava alle pareti, e solleticava le porte, accarezzava gli specchi, strusciava le sedie. Era tutto pieno di sé, ovunque. La luce filtrava fuori della stanza, strisciando al di sotto delle porte chiuse. Nessun mormorio nella casa vuota. Nessuna risposta e nessun testimone.
E soprattutto questo gli seccava, di non poter avere nessun testimone, in quei momenti di perfetta estrinsecazione delle sue potenzialità.

* * *

Pare che scopino, qui accanto. Nonostante abbia il giradischi acceso, non posso fare a meno di sentirli, ogni tanto.
Lei mugola forte, a tratti urlicchia. Non so come immaginarmeli, ma secondo me lei sta sopra. In genere le donne gemono di più, quando stanno sopra.
E' già la terza volta che lo fanno... Non credevo proprio, a vederlo, che lui fosse il tipo del fine amatore.
Magari le avrà pure leccato la fica.

* * *

Tutti soddisfatti delle loro lucide bare zincate. Con servosterzo e freni a disco. Non li convincerete, non li riprenderete. Salpano sulle autostrade sui loro grovigli di lamiera, vibrano di pistoni, fari, cavi e tergicristalli.
Balenano asettici spostando appena l'aria.

All'inizio sembrano dei puntolini neri, ma crescono rapidamente, più si avvicinano più ingrandiscono. Ed infine, quando ti scansano appena di un pelo, allora sono una striscia larghissima e oscura che copre il cielo e la terra, e tutto intorno a te. Per un certo intervallo coprono anche ogni rumore. Ti avvolgono, e poi se ne vanno. Manifestandosi al contrario si riducono a nuovi puntolini, che si dileguano, non appena smetti di guardarli.

* * *

Niente misteri. Fino a questo punto è tutto chiaro e spiegabilissimo.
Come l'uomo di zucchero sia riuscito a sciogliersi nell'acqua fredda, o come la signorina rancida abbia potuto nascondersi ai cani; come poi siano potuti passare i centomila fanti dell'inframuro: tutte queste sono piccolezze tali che risulterebbe quasi meschino, il dilungarsi a trattarne.
Intanto ci sarebbero ben altre domande...
Occhi che sbirciano e non ricordano; che non si possono fermare, o non avrebbero più alcun senso. Occhi senza intento e senza fondo. Stretti come due fiche asettiche. Ed ogni tanto è la luce: LA LUCE!

* * *

Lei disse, osservò, e poi fece e disfece. Senz'ombra di ripensamento s'adagiò nella sua stessa scelta.
Non c'era senso né ragione. Nessuna religione. Era un andare e venire, un partire e ritornare. Un sapere e dimenticare: soprattutto questo. Un dolce e lentissimo, deliberato dimenticare. E non c'era nulla da fare.
Lui la assisteva e si preoccupava di tutte le piccole incombenze, ma tanto ormai era fuori della sua memoria. Lo sapeva. Aveva quasi udito lo strascichìo del suo nome e del suo volto, che scivolavano fuori dei suoi ricordi. Aveva visto i suoi occhi, passare giorno dopo giorno dall'affetto all'indifferenza. Ormai lo doveva considerare una specie di inserviente. Probabilmente pensava che fosse un fattorino dell'albergo. Negli ultimi giorni aveva addirittura preso a chiamarlo 'buon uomo'.

* * *

E' del tutto inutile continuare a fare domande circa la mia genesi, che è del tutto approssimativa; ancor più inutile è cercare di capire a posteriori, dove il progetto iniziale dovesse andare a parare.
Aspettiamo, aspettiamo insieme di vedere dove va. Non credo proprio, che si potrebbe fare altro. Ogni muro o paletto, se fosse infitto nella direzione sbagliata, sarebbe solo d'ostacolo, non certo di contenimento. C'è poco da delimitare qui: andrò dove vorrò. Dovessi travolgervi o inghiottirvi. Dovessi stupirvi.

* * *

Toccato! Lo sai benissimo che ti ha toccato. Hai persino sentito il momento esatto in cui ti toccava, quando i suoi occhi ti chiamarono a sé, e come in un geroglifico tu cogliesti tutti i significati assieme:
Io ti amerò
Tu mi amerai
Non so quando
Non so se
Davvero
Accadrà.
Poi lei si alzò ed andò via in compagnia di un altro uomo.
E non ne avesti più notizie per lunghissimo tempo. E la sua vita fluiva altrove, e la tua invece qui, dove di lei nulla si sapeva.
Ogni tanto una voce, tipo che si era lasciata con uno, e che si era rimessa con un altro, oppure che faceva la cameriera in un certo posto.
E tu allora in quel posto non ci andavi più, stupidamente temendo d'incontrarla, che faceva la cameriera. Sapevi che non ti avrebbe cacato più di tanto. E che ti sarebbe certamente rimasto il dubbio, se non l'avessi per caso umiliata a beccarla a fare la cameriera. Una cazzata, certamente, ma insuperabili appaiono tali scuse, ad un timido ardore ben educato...

* * *

Ma dove vanno a finire? I rabdomanti meccanici, disinteresse dell'infermiere, accanto a plastici manici e pipotti? Eravamo tutti per lui, e lui non si fa vedere! Noi lo aspetteremo proteggendo l'agguato, tendiamo cavi invisibili ed installiamo le fotocellule. Barattoli e scatolame, pure gli alberi staranno lì ad osservarlo. Vermi disperati che succhiano attraverso le fessure.

* * *

L'uomo sollevò la campana di vetro, e raccolse l'esserino, stremato per il lungo gridare silenzioso, e per l'infinito piangere. Ma non invano - alla fine - non invano.

* * *

I muri non sono sempre della stessa misura. Di notte, per esempio, essi appaiono più larghi del normale; la superficie loro, quando oscurata, si carica di nuovi misteri e nuove zone mai indagate prima. Sulle carte da parati nascono nuovi fiori, nuovi ghirigori che svolazzano attraversandole, nuovi incantesimi di colore.

* * *

Intanto, continuando ad oscillare avanti e indietro, cercava di consegnare quel moto al suo cervello rettile, che sapeva bene esistere, sepolto sotto miliardi di neuroni da mammifero. Quando alla fine questo avesse accettato l'incarico di mantenere spontaneamente quell'oscillazione, lo avrebbe reso partecipe di quel suo peculiare tempo immediato: il lontano futuro nel quale si andavano a riflettere i suoi atti inconsulti, ed il suo remoto passato, nel quale quegli atti erano appunto stati compiuti, sarebbero svaniti come d'incanto...
Irresponsabilmente egli così sperava di perderne ogni coscienza, per rifugiarsi in quell'agognato presente rettile, che lo avrebbe lasciato mentalmente immobile, seppur dondolante, a pensare soltanto al sole, che lentamente scendeva su di lui.
Adesso sì, che sapeva chi era. Dispersi tutti i concetti più complicati, implicanti un inizio ed una fine, una causa ed un effetto, restò lì per ore, pensandosi come un grosso aggregato cellulare, felice del sangue che veniva pompato su e giù attraverso tutti i suoi organi. Il sangue scorreva, tutto funzionava. Il sangue scorreva, tutto funzionava. Il sangue scorreva, tutto funzionava.

* * *

Vinse l'appalto per tingerle gli occhi di grigio, ma si accorse solo all'ultimo momento, di non avere i pennelli adatti. Così corse al negozio sperando di fare a tempo, ma mentre lei aspettava il negozio chiudeva, e così non solo aspettò, ma anche aspettò invano. Come del resto anche lui era corso invano; anzi di più: aveva vinto il l'appalto invano, visto che adesso si accorgeva di non possedere gli attrezzi indispensabili a compiere l'opera.
Comunque, non era certo disposto a lasciar perdere. Quella era la sua occasione, e lui era lì per coglierla. Così tornò indietro intenzionato a far finta di nulla, ed a sopperire alla mancanza degli strumenti con l'impegno e con l'amore.
Così spalmò gli unguenti con le dita e scavò i canali con le unghie; tirò la pelle tutt'attorno servendosi di semplici graffette, e spianò le rughe a forza di preghiere. Il lavoro progrediva, e gli occhi eran sempre più grigi, esattamente come si voleva, anche se certo, qualche differenza la si notava. Come dire? Il tutto aveva un'aria più... Grezza. Ma non brutta, no! Un certo fascino misterioso, prorompeva da quel lavoro improvvisato, eseguito a forza, in ragione d'impegno e di speranze.

* * *

Non fatevi incantare: non ha odore e non ha colore. Le vostre mille attenzioni e gli indizi che credete di conoscere, sono solo fesserie, date retta, sono solo fesserie. Nessuno potrà avvisarvi né salvarvi e neanche mettervi in guardia. Lo saprete sempre un attimo dopo.

* * *

L'insetto sgranò i grandi occhi modulari: centinaia di bulbi riscintillarono d'entusiasmo. Incapace dal trattenersi, non smetteva di strusciare le zampe, mentre arrancava a piccoli saltelli euforici verso la grande cacca.

* * *

E tu chi saresti? Forse il mantello d'una volontà a venire? O la corona d'un vecchio re bisbetico, morto sul trono mentre emanava l'ultima leggina? Sembri quasi trasparente, visto da così vicino. Diafano.
Qui si insulta senza alcun timore la tua maesta'! Ci si fa beffe di te... Ma il silenzio è il tuo corollario, la dimissione la tua premessa. Sembri proprio una statua di cacca e di guano.
Tu non attiri i piccioni: tu li sei, i piccioni. Ed un giorno volerai via. Ovunque ti porteranno, li seguirai come trespolo.

* * *
Lei non la si poteva né chiamare né ischerzare, perché aveva un punteruolo elettrico, che se si fosse girata troppo velocemente avresti potuto ritrovartelo nel cuore. Senza che lei se ne fosse accorta, senza una sua precisa intenzione. E forse questa era la sua condanna, forse era la mia.

* * *

Straparla e sorride. E si china appena di lato, per schivare la grossa palla di piombo che attraversa sibilando la stanza. Il suo discorso non fa un grinza, anche se proprio non riesco a seguirlo. Come concentrarsi, con questa palla che lo insegue e minaccia di schiacciarlo ad ogni istante? Continuerà a schivarla? Farà pure parte del numero, ma l'avrà provato a sufficienza?
Non riesco a seguirlo... Sono troppo preoccupato per lui.
"...Uscite... Le fabbriche e le fattorie... Ernione... Conseguente al dicastero della... Spegnete..." Continuavo a non sentire il verbo, il soggetto, la congiunzione. Lo seguivo con lo sguardo, muovendomi appena: non riuscendo ad impedirmi di immedesimarmi, accennavo schivate e saltelli, anticipando di poco i suoi reali movimenti...

* * *

La palla ha una duplice funzione. Da un certo punto di vista ciò non appare immediatamente chiaro, come ad esempio se la osserviamo di profilo. Vista da qui infatti, essa è un cerchio.

* * *

Telegrafico attendo accanto al palo, a tutto tondo. Per ora sono in circolo, e non stacco fino a sera; però poi uscirò, o dalle orecchie o dal naso, ma questo proprio non ha importanza.

* * *

Ed in origine poi, gli esseri non erano affatto puliti, né lusingati, di tutta l'attenzione suscitata: si calmeranno, si continuava a dire, vedrete che in poco tempo diverranno delle personcine civili civili.
Epperò il tempo, prima poco e poi ancora un poco, intanto passava; e loro, gli esseri, non cambiavano. Certezze digitali, ormai così chiamavano il prete: il signor certezze digitali.
"Allora monsignore, quand'è che cambiano?" Gli chiedevano sempre più spesso. "Dove sono, le personcine civili?"

* * *

In realtà, questo non è affatto un altro regno: è lo stesso identico regno di prima. Solo che il re si è messo il parrucchino, ed i paggi si son rifatti il guardaroba. Davanti ad ogni legge si sono aggiunte le parole 'questa voltà cosicché si legga 'questa volta è vietato rubaré, 'questa volta è vietato uccideré etc. Eppure le leggi sono sempre le stesse. Ed invero non c'era alcun bisogno di cambiarle, e neanche si poteva, ché tanto i sudditi avrebbero continuato a seguire sempre le stesse, refrattari ad ogni mutare del loro supposto sentire. Non c'è bisogno di alcuna legge, per regolare i commerci dei cittadini. Essi sempre si mossero, come se tali leggi vi fossero sempre state; tutte le leggi in realtà, proteggono solo il re. Perché possa produrne di nuove, cui nessuno aveva ancora pensato, o neanche immaginato che potessero servire. Ciò delimita il suo potere, in un semplice gioco retorico, si fa sì che queste, di leggi, appaiono a fondamento di quelle altre, che invece sono originarie ed immutabili, e delle quali possono essere al massimo, forse, corollario.
Ma non è neanche detto.
Non è infatti possibile dire se venga prima il Re o prima le sue leggi, soprattutto a causa del fatto che non è possibile stabilire se sia il Re a far applicare le leggi in virtù della sua forza, o se sia la forza stessa a permettere al Re di fare delle leggi, o se ancora non siano proprio le leggi, a consentire al Re l'impiego della forza - che in questo caso, ma solo in questo - dovremmo quindi definire legale.

* * *

Qualcuno si aggirava attorno alla casa. Se ne poteva desumere la presenza dagli inspiegabili scricchiolii e dall'abbaiare isterico dei cani del vicino.
Qualcuno che si aggirava ma non entrava. Perché? A forzare le finestre non ci aveva ancora provato. E neanche aveva tentato di forzare la porta. Che voleva? Perché si aggirava? Si sarebbe aggirato ancora per molto?
Mica potevo stare sveglio tutta la notte!

* * *

Anch'io vorrei riprodurmi, ed infettare il mondo con la mia stirpe, che invada le pianure e metta a ferro & fuoco i castelli! Che bruci i conventi ed abbatta le cattedrali. Me li immagino tutti con la mia faccia, tutti con le mie manie, che cavalcano ordescamente nella valle, tutti vestiti di nero.
Agitando in aria le sciabole loro.

* * *

Avanti e indietro. Indietro e avanti! E non era più capace di fermarsi: neanche se in effetti lo avesse voluto. Neanche se lo avesse capito. Alla fine, a tutto ci si abitua, anche se resta quella specie di dubbio radicale, incastonato proprio in fondo in fondo.
L'aria era già umida della pioggia che di lì a poco avrebbe cominciato ad esistere, e per di più ad esistere cadendo - questa è la sua natura.
Inesprimibile e dunque incontestabile, oltreché incancellabile. Quel pensiero nel suo cervello, aveva un posto suo e specifico. Era qualcosa di più che sgradito; era il pungolo stesso della sua ossessione. Era strutturalmente lì a ricordargli che qualcosa d'altro doveva esser causa del suo malessere, visto che per quanto lo riguardava (quel pensiero), era sempre stato esattamente al suo posto: proprio dove era previsto e necessario che fosse.
E quindi c'era qualcosa d'altro! Per forza.
Come quella donna lunga & bella, che mai era stata sua e che lui neanche mai ci aveva pensato, che avrebbe magari potuto esser sua: eppure lo commuoveva. Solo a pensarla! Era dunque così bella? No. Non era esattamente questo.
Lui gridava come un ossesso - E lo faceva spesso.

* * *

Con tutto che. Muove poco la bocca mentre parla. Se devi andare a fa la spesa e comprà il pane. Da settembre, cioè, corna mundi. Opportunity. Loro ti mettono direttamente in rete. Porco il clero! (Si sente il tram di sottofondo)

* * *

Atomi di mille cani da soli; estri d'arance tumide e campi di terra, seminati d'acerbi sia amori, che piccoli rancori.
Le case son già nei blocchi di mattoni, altro non aspettano che d'esser costruite, per svettare arancioni tra nubi di polveri assolate, sporgendo qualche cavo metallico, e qualche contorta armatura del cemento, graffiante.

* * *

L'astio del letto stretto, che ti tortura con le molle imbelli, dritte nella carne. Questo cuscino è troppo morbido: potrei averne uno di spine? Ieri ho prestato il fianco, lo giuro! Ieri appena, ho prestato il fianco.

* * *

Lei fu improvvisa e lontana, come una piscina a più di diecimila chilometri lo può essere, improvvisa e lontana. E poi fu imprecisa; per questo lasciò questo incerto segno di felicità, che colava giù dagli spacchi della carne arida.
Come le bollicine sul retro del vetro colorato. Quale luce?
Avvicinati ancora e ti spacco i denti! Un discreto effetto semantico che ne raggela le ossa, in ogni tentativo frainteso, per dolo o per pietà. Certi verbi irregolari, o plurali sibillini, ne intaccano la certezza. Già gracile e scivolosa, proprio non aspettava altro, per sedersi a guardare.

* * *

Poi provò a scrivere in molliche di pane. Provò a scrivere in briciole di vino. Quell'aria un po' seccata da regina/guerriera - secondo me nuotava, altroché se nuotava - si tratta del solito indolenzimento? Oppure c'è qualcosa sotto, anche se senza un nome? Sai riconoscerlo, estirparlo, schiodarlo? Magari - che ne sai - magari basta volerlo.

* * *

E come canticchiavi, il giorno appresso, come le tue mani più sveglie e più guizzanti si degnavano! D'inseguir gesti adusi che solo qualche ora o giorno avanti, avevi negato t'appartenessero davvero.

* * *

Lui non avrebbe mai potuto sperare di meglio. Era lei, che era intenzionata a scappare non appena possibile. Intanto si facevano un sacco di complimenti e non erano tipi da dolcetti. Forse avevano davvero altri appuntamenti, e forse no. Non si poteva dire.
Una serata romantica, certo, meglio di tante altre. Lei si gingilla con il bicchiere. Vi si titilla & ridacchia: e poi s'è sfilata le scarpe. E luccicava, e c'era una bestia tutta bianca che zampettava, e si muoveva un po' a scatti piegando i lunghi arti appiccicosi... Allora la mamma morta scese le scale urlando, per riprendersi la sua creatura.

* * *

Come riflessi tiepidi sull'acque tremule di sane ed insane, minime piscine. E' solo un vago tremore, incostante alternare tra birre ed altro, tra doppie figure nuove e vecchi singoli familiari sagomare.
Come acidi incontrollati ed avariati. Altroché! Già passati, già osservati, sono semplici accennarsi a piccoli passi, su terricci cedevoli e cretosi, ed ubertosi.
Pazienza, tu porta pazienza, e prima o poi verrà il tuo turno, il tuo giorno, la tua occasione di ritorno. Per tutti ed anche per te, per noi e chissà per chi altro, di più meritevole, per il suo istinto cedevole, o per l'occhio, così caritatevole.

Ma state forse parlando di me?
Di me che non mi pesco
che mi affresco
che non mi presto
che manco mi vesto?

Il panico è fresco, tesoro, quasi muschiato. E' tutto panico acerbo, tra gli alberi che - loro - sono solo riflessi tiepidi (e forse intrepidi), sull'acque tremule.

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