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IL SAPORE DELL'OMBRA E ALTRI INGANNI

Francesco Marino




Il pomeriggio del 18 marzo 1951, Alfredo Licinio tornò presto dalla campagna con le ginocchia sciolte dal caldo inaspettato che lo sorprese mentre controllava che il che il grano crescesse nei suoi poderi.
Si diresse sicuro verso la mensola più alta del suo studio dove brillava lo smeraldo della bottiglia con l'infuso di erbe. Lo versò nel bicchiere che teneva sempre sulla scrivania e ne bevve un gran sorso, anche se sapeva che il serio contro i vapori della canicola stava per finire;sarebbe andato subito dal farmacista. Si tolse l'abito di lino grezzo macchiato dal sudore e ne indossò un altro identico, si infilò il cappello sulla testa di tartaruga e uscì.
L'atterriva l'idea di scalare quelle strade lastricate, di salire quei gradini cotti dal sole per arrivare ad un sollievo illusorio, perché l'aveva sempre saputo che l'infuso prezioso era solo acqua profumata, ma era proprio l'inganno a dargli sollievo.
Aveva lavorato quei terreni prima di ereditarli, ed ora non guadagnava più di allora. Fiaccato dai polmoni ansiosi si fermò in un antro ad assaporare l'ombra.
Lo aveva imparato ad otto anni durante una pausa del lavoro dei campi. Sotto un albero di ulivo stava mangiando pane e fichi, chiuse gli occhi perché i colori della campagna non lo distraessero dal sapore inebriante dei frutti caldi. Al primo morso rimase stupito di come cambiano i cibi quando si tengono gli occhi chiusi, col secondo morso non raggiunse il pane, ma addentò l'ombra. Era stata un'emozione prodigiosa, una sensazione così rarefatta da diventare un sentimento, altre parole non potrebbero spiegare nulla e spezzerebbero il gioco fragile del linguaggio. Concentrandosi riusciva ancora a farlo e ne traeva un gran sollievo.
Riprese la salita tra la nebbia del caldo stagnante. Ammirò il paese dall'alto come non aveva mai fatto, vistò da là il moto confuso dei vari rioni si riuniva in figure perfette, che stupidità pensò. Sorrise agli inganni che la geometria può tendere all'uomo, della trama sottile di linee che disegna la Terra e in cui qualcuno vede il significato dell'universo, il suo senso, il suo fine. Poi sospirò soddisfatto ed entrò nella farmacia che stava in punta al paese.
Annusò piano l'aria carica dell'odore di tutte le medicine inventate dagli uomini. Da una tendina pi pizzo sbucò il farmacista coi baffi impomatati, i capelli color delle castagne ed il sorriso lento. Si salutarono in silenzio con un gesto della mano.
- "Sono venuto a prendere la mia acqua", disse il signor Licinio, guardando in alto rapito dai poderosi scaffali.
- "Dovevo immaginarlo, con questo caldo improvviso l'avrà bevuta tutta", rispose piano.
Il farmacista scomparve dietro la tenda e ritornò qualche minuto più tardi senza lo sperato flacone.
- "Signor Licinio, è finito - lo informò serio - ma non si preoccupi, glielo preparerò in pochi giorni".
Le parole galleggiavano ancora nell'aria densa di umani palliativi contro la morte. Il farmacista guardò nella sua mente tutte le scatole e le boccette della bottega; d'improvviso allargò gli occhi e afferrò una medicina col pensiero, poi indicò il cartellone colorato di una pillola grassa e ovale, viola come una zecca.
- "E' una scoperta prodigiosa - scoppiò trionfale - viene dall'Inghilterra o forse dalla Svezia, guarisce tutte le malattie".
- "Ma io non ho nessuna malattia", disse stordito Licinio.
Il farmacista si riempì la bocca di risate.
- "Tutti abbiamo una malattia, anche se non ci sembra, anche se non la vediamo. La provi, vedrà che si sentirà meglio, la guarirà da acciacchi che non sapeva nemmeno di avere".
Si tuffò tra le mensole e ne venne fuori con una scatoletta bianca con scritte incomprensibili, la caccio in tasca ad Alfredo Licinio e lo salutò per scomparire definitivamente nel retro.
Arrivato a casa Licinio depose la scatola sulla scrivania, si sedette e tirò fuori da un cassetto le carte stanche della contabilità. Passò la sera la sera cercando di far tornare i conti, o meglio, cercando che i conti rispettassero la realtà che mal si adatta ad essere messa in colonna, divisa e moltiplicata, che non ha riporti né radici quadrate.
Così passò la sera, poi la sera cadde nella notte. Abbandonò il suo compito immane e si fermò a guardare quella medicina quasi miracolosa. Decise di aprire la scatola da cui rotolò fuori una sola compressa. Scelse di ingoiarla.
Ebbe il tempo di alzarsi e andare alla finestra per ammirare l'astro ghiacciato della Luna.
Poi Alfredo Licinio si dissolse, ormai senza più difetti, svaporò nel mondo dell'eternità.



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