FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LIBERO

Adriano Emaldi




"Ecco, è laggiù. E' quella l'isola di cui ti ho parlato."
Cheik indicava un piccolo isolotto che sorge dalle acque del delta a poche centinaia di metri dal punto dove ci trovavamo. A destra dell'isola, separato da un breve tratto d'acqua, si ergevano i granai su palafitte del villaggio per difenderne il contenuto dalla voracità dei topi.
"E' l'isola abita uno spirito. E' uno spirito buono e vive lì da sempre. Puoi tentare anche tu, non avere paura, non fa distinzioni fra bianchi e neri." - continuò Cheik, sorridendo.
* * * * *
Sono passati ormai cinque mesi da quando arrivai in Africa Occidentale. Il compito che mi ero prefisso era ritrovare mio fratello Libero che credevo fosse arrivato fino a qui per sfuggire ad una situazione incresciosa creatasi in patria per via di certi debiti contratti e mai assolti. Si trattava di un'impresa difficile, se non addirittura disperata a causa delle poche informazioni che avevo in mio possesso, non ero neppure certo che la meta della sua fuga fosse questo lembo d'Africa, ma non avrei mai potuto perdonarmi il non avere fatto almeno un tentativo.
Io, da molti anni ormai, non vivevo più in Italia lavorando per una società di costruzioni con cantieri in tutto il mondo ed i rapporti con mio fratello erano costituiti quasi esclusivamente da una fitta corrispondenza. Tranne in rare occasioni in cui tornavo per brevi periodi, ero tenuto al corrente di quanto accadeva nel mio paese dalle lunghe lettere che Libero mi inviava con regolarità assoluta. Anche Libero si occupava di costruzioni ed i problemi che lo avevano portato a quella fuga erano nati da alcune speculazioni, rivelatesi fallimentari, che lo avevano trascinato in uno stato di insolvenza senza via d'uscita.
E' più giovane di me di poco più di un anno, ora ne ha trentacinque, siamo cresciuti insieme maturando un rapporto che unisce al legame che normalmente si instaura tra fratelli un sentimento di profonda amicizia.
Libero, fin da bambino, si era interessato alle arti ed era un accanito lettore. Mi parlava spesso della sua aspirazione di potere diventare un giorno uno scrittore professionista ed era riuscito ad ottenere la pubblicazione, seppure solamente in riviste amatoriali, di alcuni suoi racconti. Io, invece, avevo una attitudine marcata alla tecnica ed i miei studi erano indirizzati a seguire le orme di nostro padre, proprietario di una impresa di costruzioni. Fu la sua morte improvvisa, eravamo allora poco più che ventenni, a costringere entrambi ad entrare di colpo nel mondo del lavoro. In quel momento ci trovammo completamente soli, nostra madre era mancata alcuni anni prima e non avevamo altri parenti.
Libero dovette interrompere, seppure a malincuore, i suoi studi universitari ed entrò, associandosi con dei collaboratori di nostro padre, nell'impresa di famiglia. Io trovai un'assunzione nella stessa società per cui lavoro ancora oggi ed iniziai i miei soggiorni in ogni parte del globo.
Nelle lunghe lettere, Libero mi parlava molto di rado di lavoro, preferendo raccontarmi le cronache dei suoi viaggi e narrare dei suoi progetti per quando si sarebbe concluso un affare che gli avrebbe permesso di cessare la sua attività per dedicarsi a tempo pieno ai suoi interessi letterari. Nel frattempo, infatti, la sua abilità nello scrivere era cresciuta ed era in procinto di vedersi pubblicare da un piccolo editore il suo primo romanzo. Non sono a conoscenza dei particolari dell'"affare" a cui accennava ma, a giudicare da come si erano messe le cose, non doveva certamente essere andato a buon fine.
In una delle ultime lettere che ricevetti da Libero, mi annunciava che in seguito avrei appreso delle novità importanti ma delle quali non voleva ancora mettermi al corrente. Accennava ad un suo trasferimento nella regione di Dakar, zona che amava profondamente dopo averla visitata più volte, prima per motivi di lavoro poi per scopi essenzialmente turistici, ma non forniva nessuna indicazione né sui modi né sui tempi.
Nelle sue lettere, i racconti dei suoi viaggi in Africa Occidentale riempivano intere pagine lasciando trasparire la passione profonda che provava per questa terra. Avevo appreso dai suoi racconti il fascino di quest'angolo di mondo ancora in parte incontaminato dai circuiti turistici e, pur essendovi stato solo una volta e per un breve periodo, avevo imparato a conoscere alla perfezione molti dei luoghi più spettacolari o curiosi della regione.
Questo mio viaggio ebbe inizio i primi giorni di gennaio. Ero ritornato in Italia per uno dei miei periodici periodi di riposo e mi meravigliai di non incontrare Libero ad attendermi all'aeroporto, cosa che aveva sempre fatto in precedenza. Lo avevo avvisato del mio rientro nell'ultima lettera che gli avevo scritto, mi trovavo in una zona sperduta nel cuore della Cordigliera andina dove ero impegnato nella costruzione di un sistema di dighe e non avevo nessuna possibilità di utilizzare il telefono, per cui ritenni che la mia missiva non gli fosse stata recapitata o fosse stata smarrita e quindi la sua assenza non destò in me alcun allarme. Dall'aeroporto telefonai a casa, Libero viveva solo nell'abitazione che nostro padre ci aveva lasciato, ma nessuno rispose. Ritenni fosse impegnato dal lavoro e preferii non chiamarlo in ufficio e raggiunsi col treno la cittadina dove abitavamo.
Giunto a casa, trovai nella stanza che utilizzavo durante i miei soggiorni una busta col mio nome sopra appoggiata sul letto. La calligrafia era quella di Libero e conteneva una breve lettera datata 3 novembre, due mesi esatti prima del mio arrivo.
La lessi:"Quando leggerai queste poche righe, troverai la casa vuota. L'affare di cui ti ho parlato è naufragato improvvisamente e mi sono trovato in una spiacevole situazione di debito per i fondi che mi ero fatto anticipare per finanziarlo. L'intero capitale che avevo accumulato nei miei anni di lavoro è completamente esaurito e non ho più nessuna risorsa a disposizione. Non intendo vendere la nostra casa, non me lo perdonerei mai, per cui non trovo altra scelta che andarmene. Spero con tutto il cuore che tu possa comprendermi. Con affetto, Libero."
Rilessi più volte il teso della lettera incredulo, poi preparai nuovamente i miei bagagli e ritornai ancora all'aeroporto, deciso a ritrovarlo. Avrei fatto di tutto per aiutarlo, lo avrei convinto a vendere la nostra casa se fosse stato necessario, non volevo lasciare nulla di intentato per risolvere i suoi problemi, per quanto gravi fossero, dovevo assolutamente ritrovarlo.
Il motivo per cui mi trovavo a cercarlo in questa parte dell'Africa subtropicale affacciata sull'Oceano Atlantico, è dovuto alla mia convinzione che Libero non avrebbe potuto scegliere nessun altro posto al mondo.
Arrivare a Dakar in gennaio, provenendo dall'inverno europeo, è come immergersi in un bagno caldo. L'aeroporto ti accoglie con quella caotica frenesia dovuta alla improvvisazione. Il tempo di percorrere i pochi metri che separano la rampa di discesa dall'aereo dalla sala di arrivo e ti trovi inevitabilmente circondato da un nugolo di facchini che ti offrono i loro servizi. Il caos, così distante dall'organizzazione asettica degli aeroporti delle capitali europee, continua davanti agli uffici dei poliziotti addetti al controllo dei passaporti ed ancora di più nella successiva sala dove vengono smistati i bagagli sulle corsie rotanti. Il vociare della folla è ininterrotto e contribuisce alla generale confusione del luogo. Riuscii a recuperare le mie due valige, inspiegabilmente separate su due diverse corsie, e, dopo un paio d'ore dal momento in cui il mio aereo era atterrato, potei con sollievo guadagnare l'uscita.
Erano le due del pomeriggio ed il caldo secco del piazzale esterno dell'aeroporto scacciava ogni residuo d'inverno dal mio corpo.
Presi un taxi e mi feci condurre ad un albergo nella zona del porto che Libero in una sua lettera mi aveva consigliato nel caso in cui mi fossi trovato in Senegal.
In genere Libero evitava di alloggiare negli alberghi di lusso preferendo utilizzare quelli destinati all'utenza locale e molte sue lettere erano dense di aneddoti riguardanti gli hotel e di consigli del tipo "è piuttosto confortevole, non ci sono scarafaggi e neppure molte cimici".
Presi una camera e, dopo una doccia ristoratrice, uscii per cercare una persona che ritenevo potesse essermi di aiuto nella ricerca.
Prima di partire avevo riletto le lettere di Libero e compilato un lungo elenco delle persone che aveva conosciuto in questa regione di cui mi aveva scritto, nella speranza che potessero avere incontrato mio fratello negli ultimi tempi.
Il primo della lista era la persona di cui Libero mi aveva scritto più spesso:si trattava di un francese, tal Jacques Dubois, proprietario di un casinò che lo aveva ospitato più volte. In una lettera mi aveva scritto che Dubois aveva abbandonato la Francia per non meglio precisati motivi politici e che in passato era stato mercenario ai tempi della guerra del Biafra.
Con l'aiuto di una mappa della città, raggiunsi l'indirizzo di Dubois e mi trovai di fronte ad una villa circondata da un alto muro sormontato da cocci di vetro. Era nel quartiere residenziale di Dakar, abitato in prevalenza da stranieri, prevalentemente libanesi ed europei, coloro che, economicamente, ne sono proprietari
Giunsi all'ingresso e suonai. Dopo qualche secondo, una voce dal citofono mi chiese in francese chi fossi.
"Cerco il signor Jacques Dubois, sono il fratello di un suo amico italiano, Libero A...."
"Bien..." - concluse la voce del citofono, aprendo la serratura del cancello.
Oltrepassato l'ingresso, mi trovai di fronte un curatissimo giardino, attraversato da un sentiero di ghiaia bianca che conduceva alla villa. Dalla casa uscì un uomo che, con rapidità, mi raggiunse e mi pregò di seguirlo. Era un locale ed indossava una impeccabile abito di foggia europea che strideva con il caldo che a quell'ora imperava. Percorsi seguendo l'uomo il sentiero e, giunto all'ingresso della villa, questi, inchinandosi, mi fece cenno di entrare dicendomi che il signor Dubois mi avrebbe raggiunto in pochi minuti. Mi trovavo in una ampia sala arredata con un gusto decisamente raffinato. Alle pareti erano alternati quadri di artisti francesi di un certo pregio a lavori locali e su di uno scaffale dai ripiani di cristallo erano esposti numerosi oggetti lavorati in ebano. Mi sedetti su di un ampio divano in pelle bianca ed attesi il mio ospite.
"Libero mi ha parlato molto di lei. E' un onore per me incontrarla"
Dubois era entrata da una porta alle mie spalle. Mi alzai e porsi la mano. Era un uomo di circa cinquant'anni, la pelle abbronzata, alto e dotato di un fisico asciutto. Indossava un bianchissimo abito in lino stile coloniale. Una profonda cicatrice attraversava la guancia destra partendo dal sopracciglio fino al labbro superiore.
"Il piacere è tutto mio."- esordii - "Dalle lettere di Libero è evidente che la consideri un amico al quale è particolarmente affezionato. Non mancava mai di scrivermi di averla incontrata in occasione dei suoi viaggi a Dakar."
"Effettivamente tra me e suo fratello c'è un profondo legame che risale ormai a dieci anni fa. E' mia consuetudine accoglierlo all'aeroporto ed ospitarlo durante le sue permanenze della nostra città."
"Lei sa perché sono qui?"
"No. Ma il fatto che lei sia qui da solo mi preoccupa. Mi dica, è successo qualcosa a Libero?"
Spiegai a Dubois la situazione e gli chiesi da quanto tempo non incontrava mio fratello.
"L'ultima volta che è stato qui fu in novembre. Si è fermato da me per circa una settimana poi è partito, così mi disse almeno, per il sud, in Casamance immagino. Da quanto mi ha detto i tempi corrispondono dalla sua sparizione dall'Italia. Non mi ha neppure accennato ai motivi che lo avevano portato a questo nuovo viaggio."
"Perlomeno ora ho la certezza che mio fratello si è rifugiato in questa zona. Ne ero convinto ma ora lei ha fugato ogni dubbio."
"Alloggia in albergo?"
"Sì, ho preso una stanza all'Hotel Bellevue."
"In questo caso, lei è da ora mio ospite. Manderò a prendere i suoi bagagli all'albergo."
Tentai di rifiutare con garbo l'offerta di Dubois ma questi fu irremovibile:
"Non mi perdonerei di non avere fatto il possibile per aiutarla nel suo compito. Ho molte conoscenze in città e, se Libero è ancora da queste parti, vedrà che riusciremo a rintracciarlo. Ora la farò accompagnare nella sua camera dove potrà rinfrescarsi e l'attenderò per cena, verso le sette. Mi deve scusare, ma ora ho degli impegni inderogabili che mi impediscono di godere della sua compagnia, avremo tempo questa sera per conoscerci meglio." Detto questo si alzò ed uscì dalla stanza dopo avermi stretto la mano. Subito dopo entrò l'uomo che mi aveva accolto al mio arrivo per accompagnarmi alla stanza che Dubois mi aveva offerto.
Attraversando i vari ambienti della villa, non potei fare a meno di notare che si trattava di una abitazione di una persona sicuramente ricca, evidentemente il casinò di Dubois era un'attività redditizia.
Presi possesso della stanza e sistemai il mio bagaglio che mi era stato recapitato in un tempo sorprendentemente breve. Speravo che Dubois potesse darmi delle informazioni utili in tempi brevi in quanto mi metteva a disagio l'approfittare della sua ospitalità e, dal suo comportamento, deducevo che non mi avrebbe permesso di alloggiare in albergo durante la mia permanenza a Dakar.
Verso le sette, come convenuto, squillò il telefono che mi annunciava che la cena sarebbe stata servita di lì a pochi minuti. Scesi al piano inferiore dove, ai piedi della scalinata, trovai ad attendermi Dubois che mi accolse sorridendo:
"Ho già provveduto a mettere in moto tutti i possibili informatori. Ora stanno setacciando ogni angolo di questa città alla ricerca di Libero. Entro domattina avremo sicuramente qualche notizia. Ma ora non pensiamoci ed andiamo a cena."
Entrammo in una sala con al centro un grande tavolo, due camerieri attendevano il nostro ingresso per iniziare le portate.
"Lei è già stato in Africa prima d'ora?" - mi chiese Dubois.
"Sì. Come probabilmente Libero le ha raccontato, il mio lavoro prevede periodi piuttosto lunghi di permanenza all'estero e ho soggiornato diverse volte presso cantieri prevalentemente al nord, Tunisia ed Egitto. In Africa occidentale, invece, sono stato una sola volta per pochi giorni per seguire un contratto che poi è sfumato."
"Il nord Africa è il prolungamento meridionale dell'Europa. Solo attraversando il Sahara si entra nel cuore di quel mondo così anomalo che è l'Africa. E' un paese nel quale non esistono mezze misure ma solo estremi, in ogni campo. Qui non esiste un ceto medio:o sei ricco e sei povero, non ci sono alternative. I governi o sono dittature oppure non hanno un briciolo di autorità. Lei conosce la storia di questa regione? E' da qui che è nato il commercio degli schivi per le americhe, dal '700 le nazioni colonizzatrici europee si sono contese il possesso di queste coste affacciate sull'atlantico per garantirsene la gestione. E non creda che sia storia antica, le ultime navi cariche di uomini destinati alla schiavitù sono partite dall'Ile de Goreè meno di cento anni fa alla volta del Brasile. L'Europa ha un debito immenso nei confronti di questo paese."
"Credo che la Francia si sia adoperata per lo sviluppo delle sue ex colonie..." - intervenni.
"La Francia! Ciò che ha fatto di buono la Francia non è che un minimo risarcimento dei danni provocati durante il periodo coloniale. Qui in Senegal hanno imposto la coltura dell'arachide rendendola praticamente unica attività agricola col risultato che ora, a più di trent'anni dall'indipendenza, è necessario importare tutti i prodotti agricoli primari dall'estero e basta un nonnulla che faccia crollare il mercato dell'arachide per gettare l'economia nel lastrico. Ma il danno più grande sono i confini assurdi imposti ai paesi africani dalle potenze coloniali:il Senegal racchiude nel suo territorio popoli di cultura e lingue differenti e consideri che qui non ci sono forti conflitti etnici. Nonostante ciò, solo alcuni anni fa in Casamance ci sono stati degli scontri con i ribelli che pretendevano l'autonomia della regione. Qui è stato imposto un reticolato di confini che non hanno nulla in comune con quelli dei regni e degli imperi precedenti il colonialismo i cui effetti nefasti si faranno sentire spesso in futuro come già è evidente oggi. La Nigeria sta pagando un tributo di sangue tuttora pesante per gli scontri tra le varie etnie, ognuna convinta che il governo attuale privilegi gli appartenenti ad un popolo rivale. E' una situazione che dura da molti anni e che ha avuto il suo culmine cruento nella guerra del Biafra, ne avrà sentito parlare immagino."
"Naturalmente. Libero mi ha scritto che lei ha partecipato attivamente a qual conflitto."
"Sì. Ero appena arrivato in Africa ed ero un'altra persona allora. Facevo il mercenario ed avevo combattuto in precedenza in Sudamerica ed in estremo oriente ed avevo preso parte alle operazioni francesi durante la crisi d'Algeria ma quello che trovai qui era una guerra del tutto diversa, così assurda ed inutile. Ho assistito ad episodi talmente atroci ed immotivati che non avevano pari con nient'altro avessi visto prima. Da allora ho abbandonato quel mestiere e mi sono trasferito qui a Dakar. Il casinò che gestisco è una attività che mi rende una persona ricca e che mi impegna per un tempo relativamente limitato, ho avuto modo così di conoscere ed apprezzare questi luoghi e soprattutto questo popolo così antico e proprietario di una cultura millenaria tanto distante dall'immagine di miseria e di ignoranza diffusa nel tanto civilizzato vecchio continente. Chiunque si avvicini a questo mondo e sia dotato dell'apertura mentale necessaria non può non innamorarsi di questi luoghi e di questa gente, ebbene Libero era senza dubbio uno di questi."
L'intera durata della cena fu riempita dal mio ospite con un monologo che continuava le sue argomentazioni sui danni provocati dal colonialismo ed ancora dagli effetti che ne derivavano una volta ottenuta l'indipendenza. Il suo tono era deciso ed appariva coinvolto emotivamente nella questione. Gli feci notare che era strano che discorsi di questo genere venissero pronunciati da un ricco signore con tanto di villa e di servitù.
"L'agio in cui vivo ora lo considero come un adeguato compenso per gli anni della gioventù, passati in ambienti e condizioni a volte insopportabili. Certamente, nessuno mi aveva obbligato ad essere un soldato professionista e per di più al soldo di qualsiasi bandiera, ma creda che ciò che ho dovuto pagare per questa mia scelta è un tributo veramente pesante. Non c'è notte in cui non abbia incubi ricorrenti su episodi atroci ai quali ho dovuto assistere o addirittura partecipare. Nella mia esistenza mi accompagnano costantemente i fantasmi di coloro che hanno combattuto con me o contro di me e la loro presenza è la pena inflittami per il mio passato."
Terminata la cena, Dubois mi chiese di accompagnarlo al casinò dove già quella sera avremmo potuto avere notizie di Libero.
Il locale di Dubois era frequentato principalmente dalla comunità di stranieri che viveva a Dakar che vi si ritrovava puntualmente ogni sera. Fui presentato dal mio ospite ai numerosi diplomatici e possidenti che affollavano il casinò fin dall'apertura. Ebbi modo di incontrare l'ambasciatore italiano in Senegal al quale fui invitato a raccontare il motivo della mia presenza. Al termine del mio racconto, il Dottor F., da anni assegnato a questa ambasciata, mi offrii il proprio appoggio nella mia ricerca.
Dubois, una volte lasciato l'ambasciatore alle prese con il "chemin de fer", mi prese sottobraccio e mi disse:"Se c'è una persona che non ti darà mai una mano è certamente quell'uomo. Passa più tempo ai miei tavoli che nel proprio ufficio e devo dire che è costantemente fornito di una inossidabile cattiva fortuna;in tutti questi anni ha accumulato molti più debiti di quanti ne abbia tuo fratello in Italia! La sua principale occupazione è diventata solamente il cercare di far fronte alle insistenze dei suoi creditori mediante la costante richiesta di prestiti. Non farà nulla per te, ha troppi problemi con se stesso. Ma non preoccuparti, fra un paio d'ore sarà di ritorno un mio uomo che sta setacciando ogni vicolo di questa città. Nell'attesa, gioca liberamente;sei mio ospite anche qui."
Trascorsi il tempo che mi separava dall'arrivo del messaggero di Dubois gironzolando tra i tavoli e infilando di tanto in tanto una moneta nelle slot-machine senza alcun entusiasmo;non sono un giocatore e quella era una delle mie rarissime frequentazioni di una sala da gioco.
Come preannunciato, trascorse circa due ore, venni chiamato da Dubois che con un cenno mi invitava a seguirlo in una stanza privata. Trovai ad attendermi un ragazzo locale dall'aspetto trafelato come se avesse appena terminata una lunga corsa.
Dubois si rivolse al ragazzo parlandogli in wolof e questi gli rispose nella medesima lingua accompagnando la risposta gesticolando teatralmente. Ero ansioso di avere notizie ed attendevo trepidante la traduzione di Dubois. Il tono della voce e gli ampi gesti del ragazzo mi facevano presagire qualcosa di preoccupante.
Finalmente, Dubois si rivolse a me:
"Non è molto. Francamente speravo di potere avere qualcosa di più ma per il momento è meglio di niente. E' partito da Dakar alla fine di novembre, probabilmente subito dopo che lo ospitai, diretto in Casamance. Mamadou dice che ha rintracciato un autista di Taxi-de-brousse che lo aveva conosciuto Libero in precedenza e che lo ha portato fino a Cap Skiring. Domani ti procurerò una persona che ti potrà accompagnare nel tuo viaggio, conosce Libero e ti potrà essere utile. La Casamance è una regione vasta e ci sono delle tensioni fra le etnie che vi abitano per cui è più prudente recarvisi con un locale."
Verso le due, rincasammo e Dubois mi chiese di restare a bere qualcosa con lui nella sala dove mi aveva accolto.
"Se avrà bisogno di qualcosa in Casamance può fare completo affidamento su Cheik, la guida che la accompagnerà domani. E' una persona di mia assoluta fiducia e sa come potermi contattare."
"Io non so come ringraziarla. Lei è stato di una disponibilità tale che non so come avrei fatto ad avere notizie di Libero in così poco tempo. E per di più l'incredibile ospitalità che mi ha offerto...."
"Non ci pensi neppure. Libero è una delle persone alle quali sono più affezionato. Probabilmente ci accomuna l'amore per questa terra l'ammirazione per il suo popolo. Ma mi dica, che cosa intende fare una volta che avrà ritrovato Libero?"
"Vede, nel corso di molti anni di lavoro, ho potuto mettere da parte un capitale più che discreto. Sa, io vivo solo e non sono abituato a concedermi molti lussi, inoltre lo stipendio che percepisco per le mie trasferte è decisamente alto. Offrirò a Libero la mia totale disponibilità nell'aiutarlo a fare fronte ai suoi impegni e permettergli di tornare in Italia."
"Capisco. Se sarà necessario, potrà contare sul mio aiuto economico. Come può vedere, la mia attività è piuttosto redditizia e non avrei nessun problema a contribuire a favore di Libero. Del resto, anch'io come lei, non ho famiglia e le uniche persone a cui tengo sono gli amici come Libero."
Ringraziai nuovamente il mio ospite e mi congedai, il giorno dopo mi sarei alzato di buon ora per incontrare Cheik.
Al mio risveglio preparai i bagagli e scesi per congedarmi da Dubois;lo trovai ad attendermi in sala da pranzo, già preparata per la colazione. Era di buon umore e mi parlò della regione dove ero diretto:
"La Casamance rappresenta esattamente l'immagine dell'Africa equatoriale, per lo meno come normalmente viene immaginata, naturalmente con tutti gli aspetti negativi che questo comporta:mi sono permesso di farle preparare dei flaconi di profilassi antimalarica, in quella zona è endemica e ci stiamo avviando verso la stagione in cui si manifesta con più violenza. In quella zona i normali farmaci che si usano in gran parte delle zone infestate non sono efficaci, perciò ho provveduto a procurarle del Lariam, mi spiace per il suo fegato che sono certo non apprezzerà gli effetti collaterali ma questo è sicuramente preferibile alla malattia. Ora la Casamance è ritornata sufficientemente tranquilla, la ribellioni delle etnie che la abitano sono sopite ed i rischi per uno straniero sono estremamente limitati. Comunque mi raccomando di usare prudenza, solo pochi anni fa alcuni turisti americani vennero uccisi per il semplice fatto di essere stranieri:è una caratteristica di ogni colpo di stato in Africa, il risentimento verso i bianchi colonizzatori si acuisce in queste occasioni e il desiderio di vendetta si estrinseca spesso con ferocia. In ogni caso, potrà contare sulla sua guida, Cheik è in grado di proteggerla conoscendo bene quelle zone. A proposito, sarà qui a minuti con una vettura."
Chiacchierammo ancora per qualche minuto in attesa dell'arrivo della guida che si presentò con puntualità.
Cheik era un wolof, la principale etnia che popola il Senegal, e si presentò sorridendo porgendomi la mano.
"Parlo francese," - esordì - "sto studiando l'italiano ma i miei progressi nella sua lingua sono difficoltosi. Approfitterò del viaggio che faremo insieme per esercitarmi."
Provvedemmo quindi a caricare il mio bagaglio sul Peugeot a sette posti e salutai Dubois:"Metterò in moto alcuni uomini che lavorano per me per aiutarla nella ricerca. Mi telefoni quando le sarà possibile e la metterò al corrente degli esiti."
Ciò detto mi diede un foglietto col suo numero di telefono, quindi partimmo diretti a sud.
L'autista, Saar, parlava solamente wolof, conosceva appena poche parole in inglese con le quali mi diede il benvenuto sulla sua autovettura.
Impiegammo un paio d'ore ad attraversare Dakar già affollata e caotica prima di arrivare alla strada litoranea che portava verso la Gambia. Era questa, la principale via di comunicazione del paese ed anche una delle poche asfaltate, eredità del periodo coloniale francese. Lasciata Dakar, la strada seguiva il profilo costiero attraversando numerosi villaggi dai mercati costantemente affollati. I colori sgargianti degli abiti delle donne si mescolavano alle stoffe esposte sui banchi e l'odore forte delle spezie entrava prepotente nell'automobile.
Cheik si premurava di raccontarmi gli usi e la vita quotidiana di questa gente:
"Ogni etnia che popola l'Africa occidentale, oltre a parlare un lingua diversa ed avere proprie definite caratteristiche somatiche, si differenzia per il lavoro a cui di dedica:i Tuareg, ad esempio, sono esclusivamente allevatori e puoi riconoscerli facilmente per il loro colore della pelle più chiaro e per i copricapi che portano. Sono gente strana, abitano all'interno del Sahel dove il Sahara termina nella savana, la brousse, e giungono ai mercati col proprio bestiame per barattarlo con altri generi di cui necessitano;nessuno di loro è agricoltore o pescatore e qui sono famosi per essere dotati di un'indole litigiosa. La cosa che più preoccupa è che portano sempre in cintura un grosso pugnale affilatissimo per cui nelle trattative è bene andarci cauti!"
"Parli un francese eccellente, Cheik, sembri uscito da un'ottima scuola di Parigi."
"Il francese ci viene insegnato fin dalle elementari, assieme all'arabo per leggere il Corano. Ho frequentato l'università a Dakar per tre anni ma ho dovuto interrompere gli studi per aiutare la mia famiglia. Conoscere più lingue possibili è potere avere più occasioni per lavorare:il turismo ha iniziato a portare molto denaro da queste parti e quindi cerco di adeguarmi, del resto non ci sono molte altre possibilità di lavoro qui, non è come in Italia..."
"Guarda che l'Italia non è che sia poi così ricca, c'è disoccupazione e problemi anche lì."
A quella osservazione, Cheik sorrise ed assunse un'espressione incredula:
"Forse anche in Italia ci sono i poveri ma non è certamente una condizione generale. In Africa, e specialmente in questa regione, la quasi totalità della gente vive per procurarsi il minimo essenziale. Non esiste un ceto medio:qui o fai parte della ristretta cerchia di ricchi, quasi tutti funzionari di governo noti ovunque per la facilità con cui si lasciano corrompere, oppure sei povero e devi preoccuparti di procurarti il pasto per la giornata. Le siccità, le malattie e la completa latitanza dello stato, poi, non aiutano di certo. Anche se hai la fortuna di potere terminare gli studi e laurearti, qui non hai possibilità di lavoro e non ti resta che andartene all'estero. Dammi retta, in Italia siete ricchi!"
La strada litoranea correva lungo la costa alternando nel suo percorso tratti aridi di savana a macchie ombreggiate. Ai lati, di tanto in tanto, partivano delle strade secondarie sterrate che conducevano ai villaggi dell'interno. Il traffico era limitato a qualche "Taxi-de-brousse", pulmini a nove posti che normalmente accolgono fino a trenta passeggeri assiepati sia all'interno che all'esterno della vettura fino ad occuparne il tetto, alcuni camion carichi all'inverosimile di paglia di arachidi ed a qualche rara autovettura. Ogni sorpasso era fonte di terrore:i camion sovraccarichi viaggiavano al centro della strada e tenevano traiettorie irregolari per evitare il rischio di capovolgersi, risultato spesso inevitabile come potei constatare più volte nel corso di quel viaggio.
"Fra poco ci fermeremo a mangiare." - disse Cheik - "Nel prossimo villaggio c'è un grande mercato di pescatori ed il pesce è appena pescato. Nel baule ho tutto l'occorrente per cucinare oltre ad una scorta di acqua in bottiglie sigillate, non vorrei che cadessi vittima di quel fastidioso problema che colpisce voi europei se bevete l'acqua che usiamo noi...."
Arrivammo a Mbour, un grosso villaggio a circa settanta chilometri a sud di Dakar. La nostra auto entrò nel dedalo di stradine che conducevano alla spiaggia dove si svolgeva il mercato. Man mano che ci avvicinavamo, cresceva costantemente il numero di persone che affollavano le strade rendendo difficoltosa la nostra marcia. Scendemmo dal taxi e ci inoltrammo tra la folla per raggiungere la zona in cui i pescatori vendevano il pesce. Stavo camminando seguendo Cheik, attento a non calpestare le mercanzie esposte che occupavano gran parte della strada. Ero frastornato dal vociare della folla che affollava il mercato e dall'alternarsi degli odori che si sprigionavano dalle merci esposte variando di aroma ad ogni passo. A volte, Cheik si fermava per mostrarmi un prodotto particolare spiegandomene l'uso. Giungemmo alla stuoia di quello che Cheik definì il "farmacista del villaggio":questi stava seduto su di un basso sgabello in legno dietro alla propria "vetrina" ed armeggiava con polveri contenute in barattoli di vetro.
"Sta preparando una ricetta." - mi spiegò Cheik - "Il paziente viene da lui dopo essere stato dallo stregone del proprio villaggio per avere la pozione per guarire. Quello che vedi nei contenitore sono estratti di erbe e possono, se miscelate con le dovute conoscenze, essere efficaci contro ogni malattia. Naturalmente, non basta la medicina ma occorre usare i "cri-cri", i talismani in modo che gli spiriti possano agire per sconfiggere il male. Vedi, ci sono zampe di iena, denti, ossa e perfino una testa di un piccolo coccodrillo. E' lo stregone che indica quale può essere efficace e come usarlo. Qui la gente si affida più all'aiuto degli stregoni che alle cure della medicina ufficiale, non è come in città."
Restai qualche minuto ad osservare le manovre del "farmacista" intento a preparare un "cri-cri" per un cliente avvolgendo in un pezzetto di pelliccia animale alcune polverine e piccole pietre colorate, accompagnando l'operazione con la recita di una monotona cantilena.
Riprendemmo il cammino e giungemmo finalmente alla spiaggia. Cheik contrattò qualche minuto con un pescatore ed alla fine, concordato il prezzo, comprò una manciata di gamberi e due aragoste. "Il pranzo di oggi,"- mi disse mostrandomi l'acquisto - "possiamo tornare all'auto."
Attraversammo nuovamente il mercato e ritornammo al nostro taxi. Stavo per entrare quando sentii qualcuno toccarmi la spalla:mi girai e vidi il volto di un uomo il cui naso era ridotto a due buchetti al centro del volto. Avevo visto spesso immagini di lebbrosi in documentari sul terzo mondo ma l'incontro diretto con uno di questi suscitò in me un senso di repulsione che in breve si trasformò in pietà alla vista dei resti di quelle che una volta erano mani, protese a chiedere l'elemosina. Gli diedi le monete che tenevo in tasca e salii sull'auto. "Non ce ne sono molti oggi." - mi disse Cheik - "La lebbra è una malattia che si cura con facilità ma per le generazioni precedenti era diverso. Subito fuori di Mbour c'è una costruzione che fino a qualche anno fa era il lebbrosario."
Ripartimmo e tornammo sulla strada litoranea che portava a sud. Percorsi pochi chilometri, ci fermammo ai piedi di un grosso baobab dove Cheik ebbe modo di mostrarmi la sua abilità di cuoco utilizzando un piccolo fornelletto a carbone con il quale, al termine, preparò l'immancabile tè alla menta.
"Saar non mangia non coi?" - chiesi a Cheik, notando che l'autista era rimasto seduto nell'auto.
"No, è musulmano e rispetta il Ramadham. Non mangia, non beve e non fuma fino al tramonto."
"Allora tu non sei musulmano. Hai mangiato e bevuto e anche fumato."
"Anch'io sono musulmano, ma riesco a rispettare il Ramadham solo per pochi giorni. E tu, sei cristiano?"
"No, non seguo nessuna religione in particolare ma rispetto ogni fede. Ho sempre nutrito dubbi sull'esistenza di Dio. Quello che mi impedisce di credere è l'incomprensibilità della morale di un dio che permette che accadano ogni genere di nefandezze in un mondo che lui stesso ha creato. I preti considerano le sofferenze che dobbiamo subire nell'arco della vita come prove da superare in cambio di un premio dopo la morte ma la distribuzione di queste è ineguale e incomprensibile."
"Ho studiato sempre in scuole musulmane fin dalle elementari e conosco ogni sura del Corano, la mia famiglia è di fede islamica come lo era l'intera popolazione del villaggio dove sono nato. Il fatto che non rispetti il Ramadham è dovuto principalmente al mio lavoro di guida, non vorrei mettere a disagio i turisti che accompagno."
"Sarai anche musulmano ma ho notato che porti alcuni "cri-cri". Se non sbaglio sono una caratteristica degli animisti."
"Le religioni in Africa non hanno sostituito completamente i culti animisti indigeni ma si sono fusi con loro. I talismani sono usati da tutti, musulmani o cristiani che siano, e nessuno uscirebbe mai di casa se non avesse con sé i propri "cri-cri". Soprattutto in Africa occidentale la fede animista è ancora relativamente diffusa, non dimenticare che il culto vudù è originario di questa regione. Stasera potrai vedere una missione cristiana, ci fermeremo lì a dormire per questa notte. E' gestita da suore svizzere e forse potranno darci notizie di Libero, ha soggiornato spesso presso di loro in occasione dei suoi viaggi."
Era l'ora più calda della giornata e la vita sembrava essersi fermata. Sulla strada non passava nessun veicolo e sembrava che il mondo intero attendesse all'ombra l'arrivo della sera. Sul lato opposto della strada c'era quella che qui viene definita una "foresta" di baobab, anche se l'immagine che da è completamente diversa dalla idea comune di una foresta. I giganteschi alberi dall'aspetto sgraziato distano, infatti, gli uni dagli altri di decine di metri e non c'è altra vegetazione sul terreno polveroso tranne qualche arbusto rinsecchito. Ora la stagione delle piogge è ancora lontana e i rami sono privi di foglie e ciò mette ulteriormente in risalto le dimensioni impressionanti del tronco dei baobab, la cui cavità interna è spesso accessibile da profonde aperture simili a grotte. Cheik mi raccontò alcune leggende che hanno per protagonista questa pianta, divenuta simbolo del paese, che hanno in comune la derivazione del suo aspetto insolito da una maledizione inflitta da dei del passato che, come punizione alla superbia dimostrata, lo condannarono a crescere all'incontrario, con le radici al posto dei rami. In effetti, specialmente durante la stagione arida, l'impressione che da è effettivamente quella di un albero rovesciato. Dai rami goffi penzolano i frutti simili a grosse noci dalla cui polpa dolciastra, chiamata dai locali "pane delle scimmie", si ricava una bevanda dal gusto insolito, efficace nel combattere la dissenteria.
"I baobab" - mi spiegò Cheik - "erano usati per accogliere all'interno del tronco i corpi dei "griot" defunti, non potevano essere seppelliti nella terra come gli uomini comuni."
Il "griot" è colui che può essere definito, sebbene impropriamente, il cantastorie del villaggio. In realtà è qualcosa di molto più importante:è il custode della storia millenaria di questa terra priva, fino a pochi decenni fa, di una cultura scritta. La carica passava di padre in figlio e, con essa, si tramandava la conoscenza delle generazione precedenti trasformando il "griot" in una vera e propria biblioteca vivente.
Riprendemmo la marcia verso sud attraversando il delta del Siné-Saloum, un ampio delta di due fiumi che sfociando insieme nell'oceano formando un intricato dedalo di isolette ricoperte di mangrovie che costituiscono un habitat ideale per molte specie di uccelli migratori. Rimpiansi di non avere molto tempo a mia disposizione per potere visitare i villaggi dei pescatori che punteggiano le isole sabbiose.
Verso sera, giungemmo alla missione dove avevamo previsto di pernottare. Fui accolto dalla madre superiora che apparì felice di conoscere il fratello di Libero:
"Libero ci ha parlato spesso di lei ed ora abbiamo finalmente l'occasione di conoscerla personalmente. Il signor Dubois mi aveva avvertito del vostro arrivo ed ho provveduto a farle preparare una camera per questa notte. Certamente la missione non è un albergo di lusso ma sono certa che saprà adattarsi."
Ringraziai la suora per l'ospitalità e scaricai i bagagli dall'auto.
"Ora la accompagno alla stanza poi, tra un'ora, potrà cenare con noi."
Cheik e Saar mi aiutarono a trasportare la mia roba fino alla stanza che mi era stata destinata, poi Cheik disse:"Saremo qui domattina presto, dovremo attraversare la Gambia e c'è il rischio di incorrere in qualche ritardo."
"Tu e Saar non dormirete qui?"
"No, " - ripose Cheik sorridendo - "preferisco dormire sotto un tetto consacrato ad Allah, qui mi sentirei a disagio. Dormiremo presso alcuni amici al villaggio."
Salutati i miei accompagnatori, feci una doccia ristoratrice e mi cambia i miei abiti polverosi. All'ora stabilita mi recai nell'edificio principale dove sarebbe stata servita la cena. Trovai ad accogliermi la madre superiora che mi presentò alle consorelle riunite per la cena. Durante la cena, Sorella Geltrud, così si chiamava, mi parlò della sua esperienza presso la missione e degli incarichi svolti in precedenza in Asia ed in Sudamerica. Era nativa della Svizzera tedesca e presumo dovesse avere circa cinquant'anni.
"Questa missione è nata poco meno di vent'anni fa ed io sono stata inviata qui da sette per sostituire la consorella che si occupo' della fondazione e dei primi difficili anni prima di essere vittima della malaria. E' un vero e proprio flagello per queste regioni e continua ad essere la principale causa di morte per questa gente. Ora, grazie a Dio, possiamo curare anche i malati vittime delle forme resistenti ai medicinali tradizionali che qui sono numerosi, le industrie farmaceutiche europee ci stanno aiutando molto in questo senso, ma fino a pochi anni fa eravamo inermi di fronte al male. In questa missione oggi funzionano una scuola, un orfanotrofio ed un piccolo ospedale che costituisce l'unico luogo di cura nel raggio di trecento chilometri, fatta eccezione per pochi ambulatori statali in alcuni villaggi ma in questi sono presenti medici solo alcuni giorni alla settimana e sono privi di attrezzature. La scuola ospita oltre duecento alunni mentre l'orfanotrofio conta sessanta ospiti. Noi siamo solamente ventidue, come può vedere, e gli impegni quotidiani sono enormi rispetto alle nostre forze ma, ringraziando il cielo, riusciamo ad essere di utilità per molti."
"Non riuscite ad ottenere un aumento del personale alla missione?" - chiesi.
"Non è facile. Vede, le missioni del nostro ordine sparse in tutto il mondo sono numerose mentre le suore diminuiscono di anno in anno. Certo, alcune native hanno preso i voti e sono entrate a far parte dell'ordine ma in numero molto limitato. Il nostro compito è difficile;sebbene siamo presenti da molti anni c'è ancora timore e diffidenza nei confronti degli stranieri, specialmente nei villaggi all'interno e spesso gli indigeni che necessiterebbero dell'aiuto che qui possiamo offrire preferiscono rivolgersi agli stregoni piuttosto che al medico del nostro ospedale. A proposito, non ho ancora potuto presentarle il dottor Keirà, è impegnato quotidianamente fino a tarda ora con i degenti e raramente può cenare con noi ma sicuramente ci raggiungerà più tardi. E' un ottimo amico di Libero ed era entusiasta di conoscerla quando l'ho avvisato del suo arrivo. E' nato qui ma è stato in Europa alcuni anni per frequentare l'università per potere poi tornare ed essere di aiuto per la sua gente."
"Da quanto tempo non vede Libero? Immagino che il signor Dubois l'abbia informata del motivo della mio viaggio."
"Sì, certo. L'ultima volta che Libero è stato qui è stato qualche mese fa, mi pare i primi giorni di dicembre. Mi ha detto di essere diretto in Casamance e si è fermato qui solamente per una notte. Non mi ha detto molto della sua destinazione, perciò temo di non poterle essere di grande aiuto. Suo fratello non ha mai mancato di passare dalla missione in occasione di ogni suo viaggio, dalla prima volta che vi arrivò per curarsi dalle febbri malariche..."
"Non me ne aveva mai parlato. Aveva contratto la malaria?"
"Si. Era probabilmente uno dei primi soggiorni in questa regione e presumo non avesse preso le precauzioni necessarie. Fu Cheik a condurlo qui quando era in preda ad un attacco particolarmente violento. Rimase nel nostro ospedale per tre settimane ed è stato grazie alle cure del dottor Keirà che ne è guarito. Da quella volta è rimasto molto legato alla missione e ci ha aiutato in più di una occasione. L'orfanotrofio, ad esempio, è stato edificato grazie ad una sua donazione, è sempre stato molto generoso con la missione."
Entrò in quel momento colui che supposi essere, a giudicare dal camice bianco che indossava, il dottor Keirà che venne verso di me sorridendo porgendomi la mano.
"E' un grande piacere per me conoscerla finalmente." - esordì - "Libero mi ha parlato di lei in molte occasioni. Sono il dottor Keirà, medico della missione e fraterno amico di suo fratello."
"Il piacere e tutto mio, sono lieto di poter conoscere l'uomo che ha guarito mio fratello dalla malaria, come mi ha appena raccontato Sorella Geltrud."
"E' successo molti anni fa, ormai. Avevo da poco terminato gli studi in Francia ed ero appena ritornato qui, è stato uno dei miei primi pazienti. Dopo di allora la mia "clientela" è diventata di giorno in giorno sempre più numerosa. Ora ho con me due infermieri, oltre alle suore che prestano il loro servizio all'ospedale, ma l'impegno è continuo e non concede riposo. Ma, nonostante tutto, sono soddisfatto di come stanno andando le cose, questo ospedale è diventato il punto di riferimento degli abitanti di questa zona, sia per i musulmani che per i cristiani o gli animisti;quando sono colpiti da una malattia la religione professata passa in secondo piano. Ci sono ancora molte resistenze da parte dei villaggi dell'interno ma, lentamente, stiamo riuscendo nell'impresa di vaccinazione che ci eravamo imposti. Lo stato ha dichiarato obbligatorie le vaccinazioni ai bambini, la mortalità infantile era ed è tuttora molto alta in questa regione, ma è riuscito ad eseguirle solo nelle città principali;noi stiamo estendendo la pratica ai villaggi meno importanti. Libero mi è stato di grande aiuto nel mettermi in contatto con aziende farmaceutiche europee con le quali ho potuto raggiungere accordi di collaborazione per ricevere i vaccini necessari, non avrei ottenuto molti risultati senza il suo intervento."
"Ha incontrato mio fratello nel corso della sua ultima visita?"
"Sì, certo. Sebbene si sia trattenuto alla missione solo per poco tempo, ho potuto parlare con lui."
"Le ha detto dove era diretto?"
"Mi ha parlato della Casamance, ma non è stato molto preciso. Conoscendolo, sono sicuro che abbia evitato la costa, è troppo frequentata da turisti per i suoi gusti. Mi disse una volta che aveva incontrato un italiano in un villaggio sul fiume, mi pare si trattasse di Kalele, è a circa centoventi chilometri al monte del delta, sulla riva sud. Mi raccontò che Luigi, così mi disse che si chiamava, gestisce un albergo frequentato da turisti alla ricerca di percorsi alternativi. E' probabile che sia passato di là. Domani mattina riprenderete il viaggio?"
"Sì, attraverseremo il Gambia e cercheremo Libero in Casamance, a quanto pare è il luogo più probabile dove si trovi ora."
"Non vi conviene entrare in Gambia al mattino, rischiereste di perdere ore nell'attesa del visto. La frontiera è sempre meno affollata nel tardo pomeriggio e si impiegano pochi minuti per sbrigare le pratiche. Se può farle piacere, può accompagnarmi in un villaggio all'interno, fa parte del programma di vaccinazione e la visita potrebbe esserle di interesse, partiremmo di primo mattino e non impiegheremmo che alcune ore."
Accettai l'invito del dottore e mi congedai dai miei ospiti per ritirarmi nella mia stanza, ansioso di concedermi alcune ore di riposo.
Era da poco giunta l'alba quando il dottor Keirà venne a bussare alla mia porta. Mi ero svegliato presto ed avevo già provveduto a preparare il mio bagaglio per la nuova partenza, così potemmo partire immediatamente. All'ingresso della missione trovai ad attendermi Cheik al quale comunicai il cambiamento di programma e concordammo l'appuntamento per mezzogiorno.
Il dottor Keirà sapeva condurre il fuoristrada con perizia nell'affrontare l'insidiosa pista che si snodava all'interno del Sahel, l'arida pianura dell'interno. Mi riusciva difficile credere che la monotona distesa che si apriva al mio sguardo fino a confondersi con l'orizzonte, punteggiata da rari cespugli spinosi e coperta da una bassa e rinsecchita vegetazione potesse essere l'unica fonte di lavoro per le tribù dedite all'agricoltura ed alla pastorizia eppure così era, sebbene i raccolti e le mandrie subissero in maniera decisiva il susseguirsi ciclico di periodi di siccità.
Keirà, durante il tragitto, mi parlò a lungo dei suoi incontri con Libero e del forte legame di amicizia che era nato tra loro:
"Libero è una persona assolutamente fuori dal comune. Generalmente, gli europei che giungono in questa regione apprezzano gli itinerari turistici che vengono offerti dalle agenzie con programmi precisi ed organizzati. Normalmente, gli stranieri che visitano Dakar vengono accompagnati esclusivamente in alcuni mercati creati appositamente per loro e zeppi di lavori artigianali che soddisfano l'esigenza di esoticità che il turista cerca. La maggiore preoccupazione delle guide consiste nel mettere in guardia i turisti dai pericoli ai quali andrebbero incontro muovendosi autonomamente e di diffidare dai locali. In realtà, Dakar è pericolosa quanto una città europea delle medesime dimensioni, certo è possibile che si verifichino furti o raggiri, ma il tasso di criminalità non è certo superiore a quello di Roma o di Parigi. Questo comportamento deriva dalla preoccupazione del governo a tutelare le entrate derivanti dal turismo che rappresentano attualmente una voce di bilancio essenziale nella disastrata economia di questo paese. Nelle zone costiere, addirittura, è fatto divieto ai locali di transitare sulle spiagge riservate agli alberghi, a questo scopo vigilate costantemente da agenti di Polizia. Libero, fin dal suo primo viaggio, giunse qui col solo biglietto aereo di andata e ritorno e visitò questa zona in completa autonomia, mangiando nei locali frequentati dai nativi e pernottando dove capitava.
"Sono Fulani, etnia che si dedica esclusivamente alla pastorizia;un tempo erano nomadi e giunsero in questa regione, provenienti probabilmente dall'Egitto, seguendo le greggi alla ricerca di nuovi pascoli. Ora tendono ad essere più stanziali rispetto al passato ma l'aspetto dei loro villaggi da l'idea di qualcosa di provvisorio, come se fossero sempre pronti a riprendere il cammino interrotto. A causa delle siccità degli ultimi anni, molti di loro hanno raggiunto le città alla ricerca di un lavoro ma il loro inserimento spesso è risultato impossibile;è gente che nasce e trascorre l'intera esistenza nelle pianure immense dell'interno e difficilmente si adattano agli spazi circoscritti della città. Molti di loro non hanno mai avuto contatti con i bianchi e noterai che i bambini la toccheranno increduli del colore anomalo della tua pelle. Il capo del villaggio si chiama Jonwuè, è anziano e mi crea non pochi problemi a causa della sua diffidenza nei confronti della medicina moderna, legato com'è ai metodi di cura tradizionali praticati dagli stregoni. Al villaggio vivono molti bambini e sto cercando di convincere Jonwuè a permettermi di praticare loro la vaccinazione contro la poliomelite ed il tetano ma sta risultando un'impresa ardua."
Raggiungemmo il villaggio accolti da un nugolo di bambini che rincorsero la nostra vettura fino a che non arrivammo alla capanna del capo.
Non appena scesi dall'auto venni circondato dai bambini che, ridendo, mi sfioravano le braccia scambiandosi commenti sul mio colorito anomalo. L'aspetto delle capanne era miserevole, sbirciandone l'interno vidi che contenevano come unico mobilio dei giacigli costituiti da strati di foglie secche ed alcune coperte scolorite.
L'anziano Jonwuè, avvertito del nostro arrivo, uscì dalla propria abitazione. Era un uomo di età indefinibile, di statura alta e longilineo, caratteristica comune alla etnia alla quale apparteneva. L'andatura e le movenze rivelavano una grande fierezza ed autorità che stridevano con la sensazione di povertà che suscitava l'aspetto del villaggio. Keirà salutò con deferenza l'anziano Fulani e mi presentò. Jonwuè mi porse la mano e mi rivolse un sorriso. Poi ci invitò a sedere sugli sgabelli che stavano di fronte alla sua capanna. Qui iniziò una animata discussione tra i due. Ritenni, come in seguito Keirà mi confermò, che il medico cercasse di convincere il capo del villaggio a permettergli la vaccinazione dei bambini. Jonwuè accompagnava le sue parole con un'ampia gestualità indicando con insistenza un personaggio che restava in piedi alle mie spalle con le braccia incrociate sul petto ed un'espressione severa. Gli sforzi di Keirà diedero i loro frutti solo dopo qualche tempo quando finalmente Jonwuè parve convinto dell'utilità della richiesta del dottore. A questo punto, il personaggio alle mie spalle esclamò qualcosa e se ne andò furioso scuotendo il capo. Keirà mi spiego poi che quell'uomo era uno stregone Fulani che rappresentava il maggiore ostacolo alla sua opera.
Quindi, terminata l'animata discussione, il medico prese dal fuoristrada la propria borsa e provvide ad inoculare ai numerosissimi bambini del villaggio i vaccini.
Terminata l'operazione, salutammo Jonwuè e riprendemmo la pista.
"Non è stato facile, come ha potuto vedere. Hakal, lo stregone, ha cercato fino all'ultimo di impedire la vaccinazione. Il motivo per cui Jonwuè ha dato il permesso è dovuto ad un mio intervento di poche settimane fa:una delle sue mogli era affetta da appendicite e le cure somministrate da Hakal erano state, ovviamente del tutto inutili. Grazie al cielo, sono passato dal villaggio e mi sono reso conto delle condizioni della donna convincendo Jonwuè ad affidarmela prima che degenerasse in peritonite. Nonostante questo, Jonwuè nutriva ancora forti dubbi sulla efficacia delle vaccinazioni, del resto non è cosa facile fare capire a questa gente che una semplice iniezione possa debellare una malattia che finora era stata incurabile."
"Non è un compito facile quello che si è preposto, dottore. Lei ha una laurea in medicina conseguita all'estero e nulla le impediva di intraprendere una carriera sicuramente meno problematica in Europa. Che cosa l'ha fatta tornare?"
"Vede, dal momento in cui mi sono iscritto all'Università non ho mai pensato ad altro se non a potere svolgere la mia attività qui. Credo che ognuno di noi al momento della nascita assuma un debito nei confronti del proprio paese, del proprio popolo, con le sofferenze subite dalla generazioni precedenti e che sia dovere di ciascuno fare tutto il possibile per essere di utilità. La tratta degli schiavi e le colonizzazioni hanno tolto all'Africa la parte migliore del proprio popolo e ne hanno causato la brusca interruzione della naturale crescita economica e sociale. In questa parte del continente esistevano culture millenarie che poco avevano da invidiare al resto del mondo ma hanno dovuto soccombere alle invasioni ed allo sfruttamento di genti straniere. Sono convinto che se le migliori menti africane si adoperassero per il proprio paese, molto si potrebbe fare per recuperare uno svantaggio di secoli. Il fatto che eserciti la mia professione alla missione non è dovuto alla mia religione, non sono cristiano e non sono neppure credente, Dio ha dimenticato per troppo tempo l'Africa perché io possa avere fede, ma semplicemente perché è la struttura che mi permette di potere essere utile al maggior numero di persone possibili, non esistono ospedali statali in questa zona."
Parlammo ancora a lungo prima di raggiungere la missione dove Cheik mi stava attendendo per ricominciare il nostro viaggio ed ebbi modo di apprezzare ulteriormente lo spirito con il quale il dottor Keirà svolgeva la sua professione. Prima di ripartire salutai sorella Geltrud, promettendole di farle avere notizie di Libero non appena ne fossi stato in grado. Quindi riprendemmo la strada costiera diretti al fiume Gambia.
Il paesaggio ai lati della strada mostrava l'ultima estensione meridionale dell'arido Sahel, a sud del Gambia sarebbe iniziata l'intricata foresta tropicale che caratterizza le zone equatoriali.
Cheik consultava una carta stradale cercando i riferimenti dei villaggi che di tanto in tanto incontravamo:
"Mancano circa dodici chilometri alla frontiera del Gambia, dovremo lasciare il taxi ed attraversare il fiume con il traghetto. Sulla sponda opposta abita un amico che ci procurerà un'altra vettura e da lì dovremo percorrere ancora una sessantina di chilometri per raggiungere Kalele, il villaggio dove il dottore ha detto che c'è l'albergo dell'italiano. Non conosco molto bene quella zona ma non dovrebbero esserci problemi, la strada che costeggia il fiume è in buone condizioni ed è poco frequentata."
Impiegammo poco più di un'ora per raggiungere il confine con la Gambia. Non c'era molto affollamento al posto di controllo per cui le procedure per il visto di ingresso furono sbrigate con rapidità. Entrammo quindi nella ex colonia inglese che si insinua come un cuneo nel meridione del Senegal.
"Questo stato è un esempio delle frontiere assurde create dopo l'epoca coloniale." - sentenziò Cheik - "Una striscia di terra larga appena un'ottantina di chilometri e lunga poco più di duecento che costeggia il delta di un fiume, abitata dalle stesse etnie che vivono nella nazione che la circonda ma che ha subito l'occupazione di un'altra potenza coloniale e per questo divenuta una stato a sé stante. Un cuneo inserito a forza nel cuore del Senegal."
Percorremmo il breve tratto di strada che conduceva all'imbarco per traghettare il fiume e raggiungere la sponda opposta dove lasciammo il nostro silenzioso autista e la sua vettura. Saar si congedò con una calorosa stretta di mano e con l'augurio di ritrovare Libero al più presto. Io e Cheik ci imbarcammo sul grosso battello per attendere la partenza.
"Saar è un buon musulmano," - dissi a Cheik - "non l'ho mai visto né bere né mangiare una sola volta per tutta la durata del viaggio."
"Sì, sta osservando la regola con attenzione. Quest'anno poi è particolare per lui:tra poco partirà per il pellegrinaggio alla Mecca, sai che è un obbligo dell'Islam recarvisi almeno una volta nella vita, ed è per questo che presta molta attenzione al Ramadan."
"Tu ci sei già stato, Cheik?"
"No," - rispose sfoderando uno dei suoi abituali sorrisi "sono troppo povero, prima voglio diventare un uomo ricco e poi penserò alla mia anima!"
"Sai che stai accumulando tutti i difetti degli Europei a forza di frequentarli?"
"Se continuo di questo passo un giorno o l'altro finirò col svegliarmi una mattina e trovarmi bianco! Ecco, ci siamo, stiamo salpando."
Il battello si staccò con estrema lentezza dal porticciolo ed iniziò la traversata. Il Gambia scorreva lentamente verso il mare che, durante l'alta marea, penetra con le proprie acque per molti chilometri all'interno della foce rendendola una propaggine dell'oceano. Il battello era affollato ed il vociare degli occupanti copriva il sordo ronzio del motore. Il lento moto del traghetto e lo scorrere quasi impercettibile delle acque del fiume rispecchiavano il concetto del tempo in Africa:nessuno ha mai fretta, al contrario dei ritmi forsennati a cui siamo abituati nel nostro mondo, qui ogni cosa richiede tempi dilatati. E' la principale fonte di difficoltà e di insofferenza per chi proviene dall'Europa trovarsi in un luogo in cui il tempo non ha nessuna importanza in ogni circostanza, i miei trascorsi in queste regioni per i miei impegni di lavoro erano stati estremamente significativi per questo verso. Ogni tentativo per accelerare provoca inevitabilmente l'effetto contrario, sconvolgendo i ritmi abituali, per cui è necessario adattarsi il più in fretta possibile e condividere la stessa filosofia. Una volta entrati in sintonia con il concetto del tempo in Africa se ne trae un certo senso di benessere.
Raggiunta la sponda meridionale, come anticipatomi da Cheik, trovammo ad attenderci la nuova vettura ed il nuovo autista. Questi salutò con entusiasmo la mia guida ed impiegarono alcuni minuti a scambiarsi abbracci prima che Cheik mi presentasse:
"Lui è Shaleem, mio fratello e nostro autista fino alla Casamance."
Strinsi la mano al giovane che ci avrebbe accompagnato per il proseguimento del viaggio, era molto giovane e, a differenza di Saar, non dava certo l'idea di essere taciturno. Cheik lo aveva presentato come fratello ma dubitavo che lo fosse realmente. in precedenza, infatti, mi aveva spiegato che il termine "fratello" e "sorella" non indicano necessariamente il rapporto di consanguineità ma anche un amico od un collaboratore vengono chiamati con questo appellativo, definiva Saar suo "frére de travail". L'aspetto di Shaleem era del tutto differente da Cheik, era molto più alto e le caratteristiche del volto lo facevano apparire appartenente ad una diversa etnia.
"Parlo un poco di francese ed anche inglese," - esordì Shaleem - "sono felice di avervi ospite sul mio taxi per i prossimi giorni."
Cheik, aiutandosi con una carta stradale, indicò a Shaleem quella che era la nostra prima meta, il villaggio di Kalele dove speravo di trovare una testimonianza di un recente passaggio di Libero. Fino a quel momento, ero certo di avere percorso lo stesso itinerario seguito da mio fratello nella sua fuga, le testimonianze finora raccolte lo testimoniavano ed ero convinto che sarei riuscito a rintracciarlo in tempi brevi.
Partimmo seguendo la strada che costeggia la riva sud del largo fiume. Il percorso era disseminato di numerosissimi villaggi densamente abitati ed impiegammo circa tre ore a percorrere gli ottanta chilometri che distava da dove eravamo partiti. Si trattava di un piccolo agglomerato di capanne ed alcuni costruzioni più grandi in muratura a ridosso delle acque delle acque del Gambia, perciò non avemmo difficoltà a trovare l'albergo di Luigi, l'italiano amico di Libero.
L'edificio era costituito da un ampio corpo centrale in muratura dal tetto di paglia e da alcuni bungalow in legno, dall'aspetto era evidente l'intento del proprietario di offrire agli ospiti una atmosfera tipicamente locale. Entrammo, la reception era deserta e suonai più volte il campanello posto sul bancone prima che da una porta laterale apparisse una anziana signora di colore che si scusò per la nostra attesa. Le chiesi se era possibile parlare con Luigi, così mi ricordai aveva chiamato il proprietario il dottor Keirà. La donna mi disse di attendere e uscì nuovamente dalla stessa porta dalla quale era entrata.
Dopo alcuni minuti tornò accompagnata da un bianco di mezza età.
"Ci conosciamo?" - mi chiese.
"No. E' la prima volta che vengo qui ma forse lei conosce mio fratello, Libero A...."
Luigi scosse il capo e sorrise. "Dunque sei il fratello di Libero! Mi ha parlato di te anche l'ultima volta che è stato qui.."
"Quando è stata l'ultima volta che l'ha visto?"
"E' ripartito da qui circa tre settimane fa. E' stato qui per otto o nove giorni poi mi ha detto che aveva degli impegni nel sud e se ne è andato."
Spiegai a Luigi il motivo della mia richiesta e gli raccontai quanto sapevo delle sue disavventure in patria.
"Mi spiace per Libero, certo è un po' matto, oh! Scusami per l'espressione, ma da quando è successo quel disastro a Lamatané non era più lui."
"Disastro? Quale disastro?"
"Non te ne ha mai parlato? Non mi meraviglia, è stato come se il mondo gli fosse crollato addosso quando accadde. Vedi, tutto è iniziato un paio d'anni fa. Libero da sempre, o perlomeno da quando lo conosco io, ha sempre desiderato trovare il modo per trasferirsi da queste parti e sono certo pensasse continuamente a come iniziare un'attività in questa regione. L'unico legame che lo tratteneva in Italia era il suo lavoro, che tra l'altro non amava molto come mi diceva spesso, perciò era alla ricerca dell'occasione giusta per intraprendere un'attività che gli avrebbe permesso di vivere qui. Aveva creduto di poterla trovare nell'ambito del turismo, le coste stanno diventando una meta frequentata da qualche anno a questa parte, ed era riuscito a comprare un appezzamento di terreno situato a Lamatané, una sottile penisola sabbiosa poco a sud di Oussouye, nel delta della Casamance. Certamente era un posto favoloso, lontano dalle solite zone frequentate dalle masse ma sufficientemente vicino all'aeroporto di Cap Skiring, una striscia di terra larga poche centinaia di metri e lunga un paio di chilometri, coperta da un fitto palmeto e dalle spiagge di sabbia bianca e finissima. Una volta costruitovi un albergo sarebbe senza dubbio diventata una meta ambita. Libero raccolse una squadra di operai locali ed iniziò la costruzione dell'hotel. La sua idea era di ricreare la sensazione di vivere in un villaggio e decise di costruire un corpo centrale dove erano accentrati tutti i servizi circondato da numerosi bungalow in legno, dotati però di ogni comodità, un po' l'idea del mio albergo ma di un livello decisamente superiore e, soprattutto, in un luogo di gran lunga più piacevole. Gli impegni di lavoro lo richiamavano spesso in Italia ma negli ultimi due anni trascorse laggiù circa sei mesi per sovrintendere i lavori. In sua assenza, aveva incaricato un giovane Sarher, Habib Fayè, di seguire l'andamento della costruzione che procedeva senza particolari intoppi, questo fino alla fine di ottobre dello scorso anno."
Si interruppe scuotendo la testa e prese una pausa per arrotolarsi una sigaretta. Terminata l'operazione ed acceso il risultato della propria opera, Luigi riprese il racconto:
"Sì, era la fine di ottobre. I lavori erano già a buon punto e le rare volte che Libero passava da queste parti era entusiasta di come si stavano mettendo le cose. Poi accadde l'imprevedibile. E' un fenomeno raro, soprattutto per queste coste, ma fatto sta che la sfortuna volle che un terremoto al largo di Cap Skiring generasse un'onda anomala che si andò ad infrangere con maggiore violenza proprio sulla penisola di Lamatané sommergendola interamente. Non si è trattato di un terremoto di grande violenza, dubito persino che se ne sia avuta notizia al di fuori della zona interessata dall'effetto dell'onda, ma tant'è bastato per distruggere tutta l'opera di Libero e con essa le sue speranze. Evidentemente, da quello che mi hai raccontato, Libero era ricorso a prestiti per mettere su il suo albergo e quell'incidente lo deve avere messo veramente a terra. Quando è passato di qui tre settimane fa era la prima volta che lo rivedevo dopo il disastro e per tutto il tempo che ha trascorso con me non ha fatto altro che parlarmi del suo progetto. non più con l'entusiasmo di un tempo ma con rassegnazione. Deve essere stato terribile per lui, aveva trovato la strada giusta per esaudire il suo desiderio più grande ed il mare gliela aveva spazzata via in un attimo! L'incidente lo ha cambiato totalmente, passava intere giornate da solo, accovacciato vicino alla riva guardando i pescatori all'opera e durante tutta la sua permanenza l'ho visto mangiare solo un paio di volte. "
"Non ha detto dove si sarebbe diretto quando è partito?"
"No. Mi ha parlato di alcuni impegni e che era diretto a sud ma nessuna indicazione precisa. Se vuoi un consiglio, puoi tentare di rintracciare Habib Fayè, il suo capo cantiere. Abita ancora nel villaggio di Lamatané, è vicino a ciò che resta dell'albergo, e sono certo che Libero sia tornato laggiù. Potete fermarvi qui per questa notte, ho un bungalow libero e sarete miei ospiti. Ora scusami ma ho qualche lavoretto da sbrigare prima di cena. Vi accompagnerà Mady al vostro alloggio e ci rivedremo più tardi."
Mady, la donna che ci aveva accolto al nostro arrivo, ci indicò il nostro bungalow dove portammo i bagagli. Mi accordai con Cheik e Shaleem per il proseguo del viaggio il giorno successivo, poi restai solo. Il racconto di quanto accaduto a Libero mi aveva amareggiato, sapevo quanto mio fratello tenesse a quel progetto e riuscivo ad immaginare il suo sconforto per il fallimento. Potevo immaginare l'entusiasmo con cui aveva dato inizio all'opera che gli avrebbe permesso di esaudire il suo desiderio più grande a la soddisfazione per il regolare procedere dei lavori e la disperazione conseguente all'incidente. Mi venne in mente un episodio accadutomi anni prima mentre ero impegnato nella costruzione di un grosso complesso di dighe che avrebbe permesso l'irrigazione e lo sfruttamento di un vasto territorio nel nord del Cile, nella zona del deserto di Atacama. Eravamo giunti alla fine dei lavori e stavamo ultimando l'ultima diga, quella più a valle, che avrebbe reso regolare il discontinuo flusso di un fiume andino. Il cantiere era in piedi da più di tre anni e fra il personale regnava un clima di euforia per l'avvicinarsi del completamento di un'opera che si era rivelata estremamente difficile e faticosa. In quella regione quasi disabitata le piogge sono rare per tutto l'anno e specialmente nel mese di agosto, il periodo in cui stavamo terminando i lavori, erano un evento straordinario. Eppure quell'anno iniziò a piovere e per tre giorni continuò ininterrottamente. Il corso del fiume mutò radicalmente ed in breve divenne impetuoso. La straordinarietà del fenomeno venne sottolineata dal personale locale che asseriva che mai a memoria d'uomo si era avuto un periodo di precipitazioni così lungo ed intenso in quella regione altrimenti desertica. Fatto sta che le dighe a cominciare da quelle più a monte, non ancora del tutto terminate e progettare per un flusso di acque ben inferiore all'attuale, in breve cedettero una dopo l'altra vanificando il lavoro di anni e lo sforzo economico del governo che aveva ordinato l'opera. Alla fine dei tre giorni visitai assieme all'ingegnere responsabile del progetto quel che rimaneva delle nostre opere per accertare se fosse possibile rimediare ai danni ma la violenza con cui il fiume aveva divelto le barriere vanificava ogni ulteriore sforzo. Nel volgere di pochi giorni eravamo passati da uno stato di estrema soddisfazione ad un senso di delusione profondo, tanto più che il disastro non aveva nessun colpevole tranne l'imprevedibilità della natura. Il ricordo di quell'episodio e del senso di sconfitta che mi procurò mi fece comprendere lo stato d'animo attuale di Libero, io ero solamente un esecutore e non il proprietario del progetto e nonostante ciò mi occorsero mesi per superare l'amarezza di quel momento. Temevo che l'accaduto fosse arrivato a compromettere l'equilibrio mentale di mio fratello, a giudicare dalla testimonianza di Luigi sulle stranezze dell'ultimo periodo di soggiorno a Kalele.
Dall'albergo, chiamai Dubois per sapere se vi erano sviluppi nelle sue ricerche ma la risposta fu negativa.
All'ora stabilita, mi recai nella sala da pranzo dell'albergo dove trovai i miei accompagnatori e Luigi. Dopo cena uscimmo sul porticato rivolto alla sponda del fiume e sedemmo attorno ad un tavolo per completare la serata con l'abituale tè alla menta. Il sole stava tramontando ed il cielo era arrossato dagli ultimi raggi. Sotto di noi, alcuni pescatori stavano mettendo in secca le lunghe ed affilate piroghe al termine della giornata di lavoro. Lo scorrere del Gambia, in quel punto largo oltre cento metri, era appena percettibile, testimoniato dal lento incedere di rami galleggianti. Dalle fitte mangrovie che ricoprivano le rive provenivano richiami ritmici di animali che le avevano elette a dimora;di tanto in tanto, potevo scorgere un martin pescatore lasciare il proprio nido nel folto dei rami e, dopo un breve volo circolare, tuffarsi con decisione e riemergere dopo qualche secondo con l'immancabile preda stretta nel becco. Luigi mi propose di accompagnarlo nel villaggio.
"C'è una differenza sostanziale tra Libero e me." - disse Luigi, mentre camminavamo fra le capanne illuminate dai fuochi dei cortili - "Io sono qui da oltre vent'anni e non chiederei di meglio che tornare in Italia. Libero, invece, farebbe di tutto per trasferirsi qui. Sia chiaro, io non ho nulla contro questa gente, gli anni che ho trascorso qui sono stati a conti fatti piacevoli e non ho mai avuto nessun problema, ma spesso mi ritrovo a pensare con nostalgia alla vita che conducevo prima di arrivare qui. Forse mi manca proprio quel che Libero detestava più di tutto nel modo di vivere europeo:quel ritmo forsennato, quel correre continuamente ed arrivare immancabilmente esausti alla fine della giornata. Qui ognuno ha il tempo per pensare, per riflettere, per ricordare e per me questo a volte è veramente doloroso."
"Non hai mai pensato di tornare a vivere in Italia?"
"Oh, certo, molte volte. Ma c'è un problema di fondo che me lo impedisce. Il fatto è che in passato ho avuto qualche problema con la giustizia e se rimettessi piede in Italia, non riuscirei neppure ad uscire dall'aeroporto. Non ti racconterò cosa facessi per vivere allora, mi pesa troppo parlarne, fatto sta che incappai in un episodio particolarmente cruento e mi trovai nell'assoluta necessità di sparire dalla circolazione. Vedi, qui è l'ideale;nessuno ti fa domande e le stesse autorità sono quasi del tutto assenti, specialmente lontano dalle città della costa. Io mi faccio chiamare Luigi ma nessuno si è mai preoccupato di verificare se è il mio vero nome oppure no, col mio albergo procuro lavoro a parecchia gente del villaggio e questo basta. Qui sono fuori dal mondo e non ho altre possibilità che restarvici. Libero aveva una grande considerazione per i locali e quello che lui definiva la loro "cultura". Io, nonostante sia qui da molto tempo, non riesco ad associare quel loro modo di vivere primitivo al mio concetto di cultura. Siamo alle soglie del duemila ma qui è tutto fermo da secoli. Del mondo occidentale le uniche cose che hanno attecchito rapidamente sono stati i nostri vizi e le nostre debolezze, per il resto nulla è cambiato. Sono convinto che anche fra decine di anni qui non sarà cambiato nulla, continueranno a pregare i loro idoli di legno e a curarsi con le zampe di iena e, per questo, continueranno a morire giovani e soffrire di malattie ormai facilmente curabili. Così come continueranno a coltivare i loro campi con metodi arcaici e tirarci su un decimo del loro potenziale raccolto. Proprio in questo villaggio, fino a due anni fa, un'organizzazione inglese aveva messo su una fattoria modello per insegnare il corretto sfruttamento di campi ed allevamenti:le cose sono andate bene finché sono rimasti qui a dirigere le attività degli europei ma, pochi mese dopo che questi se ne erano andati convinti di avere trasmesso le proprie conoscenze agli indigeni, tutto è ritornato come prima, i canali di irrigazione privi di manutenzione sono diventati in breve tempo inservibili e le attrezzature meccaniche sono state divorate dalla ruggine nel giro di pochi mesi. Sono convinto che la colonizzazione non sia stata poi così deleteria per questa gente, ciò che gli manca è una guida competente che li segua in ogni operazione ed i risultati possono essere apprezzabili. Se lasciati soli, non hanno le capacità di progredire. Io stesso, non faccio altro per tutta la giornata che vigilare su quelli che lavorano per me per evitare che si siedano all'ombra anziché fare ciò per cui li pago."
"Non ti sembra di esagerare o, quantomeno, di generalizzare?" - replicai - "Da quel che ho potuto vedere, non mi è sembrato che non avessero spirito di iniziativa, anzi credo che per vivere qui sia necessario possedere un'innata abilità nel crearsi delle occasioni. Certo, partono da uno svantaggio dovuto a secoli di mancanza di sviluppo ma non per questo escluderei in partenza ogni possibilità."
"Parli proprio come tuo fratello!" - rispose Luigi - "Sai quante volte abbiamo discusso di queste cose seduti sulla veranda? No, non credo che abbiano possibilità. Sono troppe le tensioni fra i vari gruppi etnici e spesso queste rivalità sfociano in epiloghi cruenti. Se non supereranno le rivalità ataviche tra le varie tribù non hanno nessuna speranza ed io, francamente, sono convinto che lo spirito tribale sia talmente radicato in loro che non basteranno parecchie generazioni per estirparlo. Nel frattempo, però, il resto del mondo continuerà a progredire ed il divario andrà via via aumentando."
Parlammo ancora per qualche tempo mentre camminavamo fra le capanne del villaggio poi rientrammo all'hotel e, salutato Luigi, mi recai nel mio bungalow. Quella notte ebbi un sonno agitato, infestato da incubi, e provai sollievo quando il sole entrò dalla finestra annunciando l'alba.
Partimmo subito. Il tragitto fino a Lamatané ci avrebbe richiesto l'intera giornata e dovevamo nuovamente attraversare una frontiera per entrare nella Casamance. Luigi venne a salutarci e si raccomandò di fargli avere notizie di Libero non appena lo avessimo rintracciato. Nonostante le mie insistenze, non volle assolutamente accettare il pagamento per quel soggiorno.
Riprendemmo la strada lungo il fiume diretti verso Banjul, la capitale. La foresta tropicale aveva rimpiazzato la distesa monotona del Sahel circondando la strada di una intricata vegetazione. L'aria era diventata più umida ed il caldo, sebbene fossero le prime ore della mattinata, iniziava ad essere fastidioso. Dopo un paio d'ore ci fermammo in un villaggio per rifornirci di carburante e di acqua. La stazione di servizio era costituita da un piazzale dove stazionava un autocarro dotato di una grossa cisterna dalla quale veniva prelevato il carburante ed immesso in numerosi bidoni. Da questi, con una pompa a mano, veniva attinto per rifornire le poche auto che circolavano in quella zona. In un angolo del piazzale, una oscura baracca fungeva da negozio di generi alimentari. Acquistato il necessario e terminate le complesse operazioni di rifornimento ripartimmo. Seguendo il fiume verso la costa ci avvicinavamo alle zone più frequentate dal turismo e l'aspetto dei villaggi andava sempre più "occidentalizzandosi";in particolare aumentavano di numero e di merci esposte i bazar di oggetti artigianali. Grossi mascheroni in legno facevano bella mostra di sé appesi su pareti di lamiera ed il nostro passaggio era accolto da inviti all'acquisto gridati dai bordi della strada.
Quando raggiungemmo la strada costiera era da poco passato mezzogiorno ed all'interno dell'auto il caldo era diventato insopportabile. Decidemmo di concederci una pausa e ci fermammo in un piazzale ombreggiato. Cheik, appena sceso dall'auto, iniziò ad armeggiare col fornelletto a carbone per preparare l'immancabile tè alla menta e Shaleem aprì il cofano per armeggiare con qualcosa nel motore che sembrava non funzionare a dovere, perlomeno a giudicare dalle imprecazioni dell'autista, incomprensibili nella lingua ma chiarissime nel senso.
Mi sedetti all'ombra di una grossa palma ed accesi una sigaretta. Sulla strada, lo scarso traffico era costituito quasi esclusivamente di grossi pullman provenienti da Cap Skiring e diretti all'interno col loro carico di turisti accaldati. Verso l'ora di pranzo e cena era facile osservare i comodi pullman parcheggiati nei pressi dei più noti ristoranti della città, inarrivabili per i locali, dove le guide avrebbero accompagnato i pasti con racconti sulle tradizioni e la storia di quell'angolo d'Africa, inframmezzati magari dall'esibizione di un suonatore di kora. Al ritorno in patria, quei temerari viaggiatori avrebbero poi raccontato ad amici e parenti incredibili storie avventurose degne di "Cuore di tenebra".
Dopo un'ora, e dopo aver bevuto tre o quattro bicchierini schiumanti di tè alla menta, risalimmo sull'auto che Shaleem sembrava avere rimesso in ordine, a giudicare dall'espressione soddisfatta mentre ascoltava il girare regolare del motore.
Verso sera raggiungemmo la pista sterrata che portava a Lamatané allontanandosi dalla strada costiera. Non c'era nessuna indicazione e la trovammo unicamente per la perfetta conoscenza di quei luoghi di Shaleem. La pista seguiva il profilo costiero e, dopo circa un chilometro, scorsi la sagoma allungata della penisola di Libero separata da un breve tratto di mare dalla costa. Dopo pochi minuti arrivammo al villaggio, poche capanne a ridosso della spiaggia in fondo all'insenatura creata dalla penisola. Gli abitanti appartenevano al popolo dei Sahrer, la stessa etnia di Shaleem che nell'occasione divenne il nostro interprete. Chiesi di Habib Fayè e mi fu risposto da un 'uomo anziano che presumo fosse il capo del piccolo villaggio che era in mare per la pesca e sarebbe rientrato prima di sera. L'accoglienza che le donne ed i bambini del villaggio ci riservarono, a quell'ora gli uomini erano tutti impegnati nella pesca, fu estremamente cordiale rafforzata dalla presenza tra i visitatori di un appartenente alla stessa etnia. Il vecchio ci fece sedere di fronte alla propria capanna dove alcune donne stavano già preparando il tè alla menta. Una stuoia tenuta da quattro pali infissi nel terreno ci difendeva dai raggi del sole. Feci chiedere da Shaleem se si ricordassero di Libero e se lo avessero incontrato negli ultimi tempi.
Il vecchio, a queste domande, rispose con un lungo discorso accompagnato da ampi gesti che immaginai descrivesse gli effetti dell'onda anomala. Al termine, Shaleem mi tradusse quanto l'uomo gli aveva detto:
"Moussa, il capo del villaggio, si ricorda bene di Libero. Per il periodo in cui i lavori all'albergo erano attivi, gran parte degli uomini di qui era impegnata nella costruzione e Libero veniva spesso al villaggio. Dopo l'arrivo dell'onda è restato al villaggio per aiutarli nella ricostruzione, tutto qui era andato completamente distrutto. Dice che lo ha incontrato per l'ultima volta circa due settimane fa e che si è fermato qui un solo giorno. Non si è fermato al villaggio ma ha trascorso l'intera giornata sulla penisola e dopo il tramonto se ne è andato con il fuoristrada con cui era arrivato. Non sa dove fosse diretto ma forse può saperlo Habib Fayè che ha parlato con lui a lungo. Dice anche che era molto dimagrito e pallido e che era molto cambiato."
Bevvi il tè e, ringraziato Moussa, mi avviai verso la penisola percorrendo la spiaggia. Libero aveva visto giusto nello scegliere quel luogo:la sabbia che circondava la lingua di terra era di un bianco accecante nell'intensa luce del sole e l'acqua dell'insenatura di una trasparenza assoluta. Dietro la spiaggia una fitta macchia di palme ed arbusti percorreva l'intera lunghezza della penisola. Arrivato alla punta, scorsi i primi segni di ciò che rimaneva dell'albergo:le tracce dei muri perimetrali dell'edificio principale erano ancora evidenti sebbene in parte coperti dalla vegetazione che, dopo i devastanti effetti dell'onda anomala, era ricresciuta in breve tempo riappropriandosi dell'area prima occupata dalle costruzioni. Mi sedetti su un moncherino di trave che affiorava dal terreno vicino ad una palma sradicata ed abbattuta dalla furia dell'oceano. Libero era tornato lì dove il suo sogno di una vita era stato spazzato via in un attimo. Lo immaginai, seduto come me in quel momento, a guardare quel luogo ed immaginare ciò che avrebbe dovuto diventare.
In quel momento sentii una voce alle mie spalle:
"M'nsieur!... je suis Habib, Habib Fayè!"
Mi girai e vidi avvicinarsi un giovane alto, stava correndo verso di me e agitava la mano in cenni di saluto. Mi alzai ed in breve mi raggiunse.
"M'nsieur! Je suis Habib, l'ami de Libero."
Strinsi la mano al giovane sorridente. Si sedette sul muretto accanto alla palma ed iniziò a parlarmi in un discreto francese:
"Moussa mi ha detto che stai cercando Libero. Quando è stato qui, venti giorni fa, ho parlato con lui e mi ha detto che era diretto a sud. Mi ha parlato di un albergo in Costa d'Avorio dove stavano cercando un direttore e che conosceva alcune persone che avrebbero potuto fargli avere quel posto. Non mi ha detto esattamente né il nome e neppure la località in cui si trova quell'hotel. "
"Habib, come hai trovato Libero? Che impressione ti ha fatto l'ultima volta che lo hai visto?"
Il sorriso di Habib scomparve immediatamente a quella domanda.
"Ho faticato a riconoscerlo. Era diventato magrissimo e pallido. Ma la cosa che mi ha colpito di più era che non mostrava nessuna emozione:quando ricordava il suo progetto di questo albergo non c'erano segni di rabbia o di delusione e non c'era nessun entusiasmo nell'idea del nuovo incarico che sperava di ottenere. Mi sono offerto di accompagnarlo ma ha rifiutato. Ha detto che ritornerà appena gli sarà possibile."
Ci alzammo e riprendemmo il cammino verso il villaggio.
"I lavori qui andavano a gonfie vele. Se non ci fosse stato quell'incidente, Libero avrebbe potuto aprire l'hotel prima di questa estate. Quando quell'onda si è abbattuta sulla costa ero con lui in auto, sulla strada che viene da Cap Skiring. Eravamo andati a ritirare del materiale e stavamo accompagnando due autocarri che lo trasportavano qui. Avevamo appena imboccato la pista che porta al villaggio quando abbiamo sentito una sorta di boato crescente, ci siamo fermati e siamo scesi dall'auto. In quel punto la pista sale su di una altura e da lì riuscivamo a vedere il profilo della penisola ed il villaggio. Dal mare è arrivata una sorta di muro d'acqua altissimo. Quando si è infranto contro la penisola la terra sotto i nostri piedi ha tremato e per alcuni minuti il mare l'ha sommersa completamente. Libero è rimasto immobile e non ha detto una sola parola con gli occhi fissi verso l'oceano. L'intero tratto di costa è rimasto sommerso per alcuni minuti, l'ondata era penetrata per alcune centinaia di metri nell'entroterra sommergendolo. L'altura dove ci eravamo fermati era diventata un isola in mezzo ad una massa spumeggiante di acqua. Quando il mare si fu ritirato, tentammo di continuare la marcia sulla pista ma questa si era trasformata in un pantano impraticabile per l'auto, così la abbandonammo e raggiungemmo il villaggio, o meglio quello che ne restava, a piedi. L'onda aveva trascinato via tutte le capanne ed aveva portato con sé tutti i nostri animali. Per fortuna, gran parte degli abitanti in quel momento era a Joaffrà, un altro villaggio dell'entroterra, dove quel giorno c'era un importante mercato. Al villaggio ed al cantiere dell'albergo c'erano solo una decina di persone quando successe il disastro;il mare ha restituito il corpo di uno solo di questi. Andai con Libero sulla penisola fino al cantiere e lo spettacolo che ci si presentò è lo stesso che hai potuto vedere tu oggi:il lavoro di mesi era stato completamente spazzato via.
Nelle settimane successive, Libero restò al villaggio per aiutarci nei lavori di ricostruzione poi è partito per ritornarvi solo venti giorni fa, come ti ho detto."
Rientrati al villaggio, fui invitato a restare per trascorrevi la notte. Accettai, non avevo altri punti di riferimento certi per ritrovare Libero anche se non disperavo ancora, in fondo era stato lì appena venti giorni prima ed aveva lasciato ad Habib una indicazione sulla sua destinazione sebbene molto vaga.
Dopo il tramonto, cenammo con del pesce pescato il giorno stesso e, terminata la cena, assistetti ad una sorta di festa in mio onore. Per tutta la serata Moussa aveva continuamente elogiato le qualità di Libero e quanto fosse stato di aiuto per il suo villaggio e voleva ad ogni costo sdebitarsi con me.
Sulla spiaggia si organizzò una danza accompagnata dalla musica di tamburi e korà. Le ragazze più giovani, dai corpi snelli fasciati appena da leggere tuniche di cotone dai colori accesi, si esibivano alternandosi l'una all'altra in una specie di gara di abilità. Il tutto avveniva attorno ad un grande falò alimentato continuamente da alcuni ragazzetti. Sia i musicisti che i commensali attingevano di tanto in tanto delle foglie da una grossa cesta che venivano poi masticate. Chiesi a Habib di cosa si trattasse:
"E' Shabrà, è buono e fa restare svegli a lungo, provalo..." - e così dicendo mi allungò una manciata di quelle foglie. Ne masticai un paio, il sapore era simile all'aroma del tabacco ed era piacevole. L'effetto fu di una sorta di euforia ed un leggero intontimento che riuscirono a farmi dimenticare, almeno per quella sera, il fallimento della mia ricerca.
Quella notte dormii in una delle capanne assieme a Cheik e Shaleem. Il mattino seguente, dopo essermi medicato le numerose punture di insetti che quella notte avevano evidentemente apprezzato il sapore del mio sangue, ripartimmo salutati con calore dall'intero villaggio.
Per le tre settimane successive percorremmo il tratto costiero della Costa d'Avorio visitando tutti gli alberghi nel tentativo di rintracciare Libero ma non trovammo nessuna testimonianza di un suo passaggio.
Decisi così di ritornare a Dakar sperando che, nel frattempo, Dubois fosse riuscito a raccogliere qualche notizia.
Ripercorremmo le stesse strade dell'andata fermandoci nuovamente in tutti i luoghi in cui avevamo avuto in precedenza notizie del passaggio di Libero ma, da allora, non vi aveva più messo piede.
"Forse potrebbe aiutarti il Lakatamè."
Pronunciando quella frase a mezza voce, Cheik rivolse il suo sguardo verso Shaleem che, sentitolo sorrise scuotendo la testa.
"Che cos'è il Lakatamè?" - domandai.
"Sono sicuro che non ci crederai, ma nei pressi del villaggio di Fadiouth, nella zona del delta del Saloum, c'è una piccola isola abitata da sempre da uno spirito, il Lakatamè. Ci si rivolge a lui per ogni cosa, se acquistare o no del bestiame o per sapere se le piogge saranno abbondanti. Gli indigeni che praticano l'animismo non prendono mai nessuna decisione senza consultarlo. Dicono che le sue risposte sono sempre esatte se lo si sa ascoltare."
"Tu ci sei mai stato su quell'isola, Cheik?"
"No. Io non credo a queste cose ma non ho mai messo piede su quell'isola. Uno spirito, anche se buono, è sempre uno spirito ed è bene avere rispetto. La mia religione dice che gli spiriti non esistono ma non voglio accertamene personalmente. Tu credi agli spiriti?
"No."
Sorrisi. A quel punto effettivamente soltanto un intervento soprannaturale avrebbe potuto darmi un aiuto. Ora era come cercare un ago in un pagliaio, tanto più che il pagliaio era un intero smisurato continente.
Raggiungemmo Joal, un centinaio di chilometri a sud di Dakar. Ci fermammo per la notte in un Campement, una sorta di motel gestito direttamente dal villaggio. Ne esistevano molti, specialmente lungo la costa, e facevano parte di un progetto del governo senegalese per fare beneficiare i singoli villaggi dei redditi derivanti dal turismo. Alcuni in cui eravamo stati erano poco più che delle baracche ma quello di Joal era discreto.
Da qui potei telefonare a Dubois per sapere se vi fossero novità ma la sua risposta fu ancora una volta negativa.
Da Joal un ponte di legno lungo un centinaio di metri collega la terraferma a Fadiouth, un villaggio su di un'isola nata dalle conchiglie che i pescatori del luogo nel corso dei secoli avevano accumulato dopo averne estratto il mollusco. Attorno al villaggio, lungo l'intera circonferenza dell'isola, corre un basso muretto a ridosso del quale ancora vengono gettate i gusci delle conchiglie pescate per rubare così altro spazio al mare;una volta che lo strato arriverà alla sommità del muretto ne verrà costruito un altro qualche metro più avanti e così via.
Guidato da Cheik e Shaleem, percorsi gli stretti vicoli ricoperti da strati di frammenti di conchiglie e, attraversato un altro ponte di legno, raggiunsi un piccolo isolotto che ospitava il cimitero di Fadiouth. Salimmo sulla collinetta che occupava la zona centrale del cimitero e qui Cheik puntò il dito verso il mare:
"Ecco, è laggiù. E' quella l'isola di cui ti ho parlato."
Scendemmo dal colle ed arrivammo sulla riva dalla parte opposta al villaggio;Cheik chiamò un pescatore che a bordo di una lunga piroga era intento a recuperare la rete e, quando questi ebbe raggiunto la riva, gli porse alcune monete e gli chiese di accompagnarmi sulla vicina isoletta.
"Io non vengo, sai come la penso al proposito, ti aspetterò qui. Quando sarai sull'isola devi raggiungere il centro del bosco e lì troverai una grossa pietra. Siediti e parla perché è lì che abita il Lakatamè. Il pescatore ti aspetterà a riva per riportarti qui."
Mentre attraversavo lo stretto braccio di mare che separava le due isole pensavo all'assurdità di ciò che stavo facendo. Quello che mi spingeva non era certamente la fiducia di potere ottenere aiuto da uno spirito ma solamente la mia curiosità. Il pescatore mi guardava sorridendo e di tanto in tanto pronunciava il nome di Lakatamè assumendo un'espressione di falso spavento. Raggiunta la spiaggia, scesi dalla canoa e mi inoltrai nella boscaglia. Man mano che avanzavo in mezzo alla fitta vegetazione, sentivo sempre più chiaramente una voce che sembrava discutere animatamente con qualcuno. Ad un certo punto, uscendo da una macchia di alti cespugli spinosi, vidi un uomo seduto di fronte ad un grosso monolite nero parlare accompagnando il discorso con un'ampia gestualità. Mi avvicinai ancora di qualche passo e, giunto ad una decina di metri dall'uomo che, non accortosi della mia presenza, continuava imperterrito la sua discussione con la pietra, mi accovacciai dietro ad un folto cespuglio. Non volevo interferire con quello che ritenni il rituale raccontatomi da Cheik ma nel contempo ero estremamente curioso di vedere come si svolgeva il dialogo con lo spirito. L'uomo seduto era piuttosto anziano e parlava velocemente inframmezzando il discorso con pause come se ricevesse repliche da un invisibile interlocutore.
A quella distanza potei osservare con più attenzione il monolite:era alto circa due metri e di forma cilindrica, quasi come una colonna conficcata nel terreno, ed era di una lucida pietra nera apparentemente perfettamente liscia tanto da riflettere i raggi di sole che la colpivano. Ritenni si trattasse di un meteorite e la credenza indigena dello spirito che la abitava derivasse dalla sua totale estraneità con l'ambiente che lo circondava.
Il vecchio, intanto, continuava il suo dialogo. Spesso, durante le pause in cui pareva ascoltare, annuiva o scuoteva il capo per poi riprendere la parola a volte con tono pacato ed altre infervorandosi.
Ad un certo punto interruppe di colpo il discorso e si alzò in piedi precipitosamente e, come se fosse stato avvisato della mia presenza, voltò lo sguardo verso il cespuglio che mi nascondeva e pronunciò alcune parole che sembravano ora dirette a me. Credetti che si fosse accorto della mia inopportuna presenza e che fosse seccato della cosa, per cui mi alzai ed uscii dal mio nascondiglio pronto ad allontanarmi e lasciare che continuasse in solitudine la propria discussione. Pronunciai le mie scuse in francese e feci per tornare sui miei passi, quando l'uomo mi indicò una direzione col dito e mi sorrise. Il punto indicatomi era, più o meno, in corrispondenza dell'isola dalla quale ero arrivato ed il vecchio mi faceva segno di incamminarmi in quella direzione accompagnando i suoi gesti con alcune parole del tutto incomprensibili. Dall'espressione non ritenevo che fosse adirato ma piuttosto sembrava volesse comunicarmi qualcosa. Quando iniziai a camminare nella direzione che mi indicava, annuì sorridendo e mi fece segno di continuare. Attraversai nuovamente la macchia e ritornai sulla spiaggia dove il pescatore mi stava aspettando seduto sulla sua piroga. Salii e gli feci segno di riportarmi indietro. Ero sorpreso da quanto era accaduto ed era nato in me uno strano presentimento, come se qualcosa d'importante stesse per verificarsi. La piroga aveva percorso metà del tragitto quando scorsi Cheik che dalla riva opposta chiamava la mia attenzione con ampi gesti delle braccia, accanto a lui intravidi una figura in un abito bianco che, poco dopo, riconobbi in Dubois.
"Libero! Ha trovato Libero!" - sentii urlare Cheik.
Percorsi gli ultimi metri che mi separavano dalla riva, scesi precipitosamente dalla piroga e mi avvicinai a Dubois che mi strinse la mano. Aveva un'espressione seria che non faceva presupporre buone notizie.
"Dov'è? E' vivo?" - chiesi.
"Sì, ma è molto malato. Questa mattina ho ricevuto una telefonata dal Dottor Keirà e, sapendovi qui, mi sono precipitato a chiamarla. E' ricoverato alla missione, è arrivato laggiù ieri notte e, da quanto mi ha detto il dottore, è in gravi condizioni. Ma andiamo ora, saremo alla missione in poco più di due ore."
Ripercorremmo in fretta il ponte di legno e tornammo a Joal dove Dubois aveva lasciato la sua auto, io e Cheik salimmo sulla grossa Mercedes del francese mentre Shaleem ci avrebbe raggiunto alla missione.
"Che notizie ha avuto dal dottor Keirà? Che cos'ha Libero?" - domandai a Dubois.
"Il dottore è stato piuttosto vago al telefono, mi ha solo informato del suo ricovero e si è preoccupato di sapere se ero in grado di rintracciarla. Dal tono con cui mi ha parlato, però, ho potuto dedurre che le condizioni di salute di Libero devono essere preoccupanti."
Percorremmo la strada che portava a Ndangane, il villaggio dove sorgeva la missione, in meno di due ore, rischiando più di un incidente nelle sempre difficili manovre di sorpasso dei grossi camion carichi di arachidi ed evitando per un soffio di investire una mandria di zebù che tranquillamente stava pascolando ai margini dell'asfalto.
Al nostro arrivo alla missione venimmo accolti da sorella Geltrud che ci stava attendendo.
"Grazie a Dio siete già qui!" - esclamò la madre superiora non appena ebbi aperto lo sportello dell'auto - "Il dottor Keirà sta facendo di tutto per aiutarlo ma sta molto male."
Raggiunsi di corsa il fabbricato dell'ospedale e, appena entrato, vidi Keirà in piedi di fronte ad un letto coperto da una zanzariera. Vedendomi, mi venne incontro. Aveva lo sguardo stanco e un'espressione che non mi dava molte speranze sulla sorte di mio fratello.
"Sono contento che Dubois sia stato così solerte nel rintracciarla. Purtroppo, temo che non resti molto tempo a disposizione oramai. Sto facendo tutto quanto mi è possibile ma le condizioni di Libero sono molto gravi. Ora è sotto sedativo e dormirà per qualche ora;se solo fosse venuto qui qualche settimana fa le mie cure avrebbero potuto essere più efficaci ma a questo punto cerco solamente di evitare che provi dolore."
"Ma cos'ha esattamente?" - chiesi.
"Si tratta di Bilharzia, un'infezione provocata da un parassita che, nel caso di Libero, non è stata affrontata in tempo ed ora ha attaccato il fegato bloccando la circolazione del sangue. Potrei somministrargli un farmaco che lo curerebbe dall'infezione ma è una cura di difficile sopportazione:è nuovamente sopraggiunta la malaria ed in queste condizioni gli sarebbe fatale. Purtroppo la cura della malaria sottopone il fegato ad un superlavoro che in queste condizioni non è più possibile. E' estremamente debilitato, la Bilharzia fa invecchiare di colpo chi ne viene infettato, e dubito che possa resistere per più di qualche giorno."
Mi condusse al letto che ospitava mio fratello. Scostai lentamente la zanzariera e nella fioca luce che penetrava appena dalla finestra oscurata da una tenda potei vedere il volto di Libero:stentai a riconoscerlo, il male che lo aveva colpito aveva devastato impietosamente i tratti del suo viso che appariva raggrinzito e rugoso. La pelle era di un pallore mortale e sulle mani che fuoriuscivano dal lenzuolo che lo copriva le vene erano visibili con chiarezza attraverso la pelle lucida.
"Potrà parlare quando si sveglierà?" - chiesi a Keirà.
"Sì. E' ancora estremamente lucido. E' stato portato qui da Bokè, in Guinea. Non appena si è reso conto che la malattia che lo aveva colpito era giunta ad uno stadio di estrema gravità ha consegnato tutto il denaro che ancora gli restava ad un tassista per farsi trasportare qui. Da quanto ho potuto sapere, era giunto a Bokè proveniente dalla Liberia ma è stato molto vago sui suoi spostamenti degli ultimi mesi. Mi ha consegnato una lettera che si è raccomandato di spedirti in Italia."
Detto questo, trasse dalle tasca del camice una busta e me la porse.
"Posso restare qui fino a quando si sarà svegliato?" - chiesi.
"Sì, certo. Io ora devo andare, sarò di ritorno tra un paio d'ore. Se si sveglia prima di allora mi faccia chiamare."
Mi sedetti nel letto accanto a quello di Libero, dei trenta posti ospitati in quell'ala dell'ospedale soltanto i quattro più vicino all'ingresso erano occupati. Keirà aveva voluto riservare a mio fratello una posizione privilegiata, in fondo al corridoio, più silenziosa e rinfrescata dal lento girare di un ventilatore a soffitto. Restai per parecchio tempo ad osservare Libero che dormiva il sonno artificiale provocato dai sedativi. Sussultavo ad ogni cambio di ritmo della sua respirazione, a volte appena percettibile altre affannata. Di tanto in tanto un tremito percorreva tutto il corpo scuotendolo. Posai una mano sulla sua fronte:ardeva di febbre, la malaria stava agendo con tutta la violenza di cui era capace. Tenevo in mano la lettera che prima Keirà mi aveva consegnato;la aprii, estrassi dalla busta i tre fogli che conteneva e, mentre stavo per iniziare la lettura, vidi entrare nel corridoio un bambino. Aveva cinque o sei anni ed indossava un paio di calzoncini che coprivano le gambe fin sotto al ginocchio ed una maglietta di tre taglie più grande con le maniche arrotolate. Avanzando tranquillamente arrivò fino a me e, senza dire una parola, si sedette sul letto al mio fianco. In mano teneva due tappi di bottiglia con i quali giocherellava distrattamente. Guardava alternativamente Libero che continuava il suo sonno agitato e me.
"Qui est-ce? Ton ami?" - domandò ad un certo punto.
"Il est mon frére. Il s'appelle Libero."
"Il est souffrant. Est-ce qu'il va mourir?"
"Oui."
Non appariva per nulla impressionato dalla morte che gli stava così vicino, la sua espressione non cambiò mai per tutto il tempo che mi sedette accanto, continuando a giocherellare con i suoi due tappi di bottiglia. Ad un tratto, senza più dire una parola, si alzò in piedi e mi abbracciò. Poi, tranquillamente, ritornò sui suoi passi e ripercorse il corridoio.
"Non hanno paura della morte."
Quelle parole mi scossero. Libero si era svegliato e, dietro al velo, potevo scorgere i suoi occhi che mi guardavano.
Mi avvicinai al letto e scostai lentamente la zanzariera. Sorrideva. Si sollevò faticosamente dalle coltri e ci abbracciammo. Non potei trattenere le lacrime e Libero se ne accorse. Mi battè una mano sulla spalla e scosse la testa.
"Sono felice che tu sia qui."
Avevo voglia di rimproverarlo per non avere chiesto il mio aiuto, per non avermi messo al corrente dei suoi guai.
"Perché non mi hai avvertito? Sai bene che avrei fatto di tutto per aiutarti...."
"Sì, lo so, ed è proprio per questo che non l'ho fatto. Vedi, quel progetto rappresentava il mio sogno di una vita, io ne ero stato l'ideatore e l'esecutore. Egoisticamente ne volevo mantenere l'assoluta proprietà sia nel successo che nel fallimento. So che per aiutarmi non avresti avuto nessuno scrupolo a vendere la nostra casa e a mettermi a disposizione tutto ciò che hai ma io non me lo sarei mai perdonato."
"Chiamo il dottore. Mi ha detto di avvertirlo quando ti saresti svegliato."
"Non voglio altra morfina. Non fa poi così male e non voglio dormire per il tempo che mi rimane."
"Ti porterò in Italia, ti farò curare...."
Libero sorrise:"Keirà sta facendo tutto il possibile, né più né meno di quanto mi potrebbero fare nella migliore clinica d'Europa."
Mi sedetti nuovamente.
"Da quanto tempo mi stavi cercando?"
"Circa cinque mesi. Stavo per ripartire quando ti hanno portato qui."
"Mi spiace averti fatto perdere tutto questo tempo, non volevo coinvolgerti in nessun modo, ma sono felice che tu sia qui ora."
Dette queste parole, il corpo di Libero venne percorso da un brivido incontrollabile che lo scosse violentemente. Alla fine emise un gemito soffocato e si abbandonò esangue.
Corsi fuori dall'edificio per cercare Keirà, trovatolo tornammo in gran fretta al capezzale.
Libero entrò in coma e spirò quella notte stessa. Su sua indicazione, fu sepolto a Lamatané.
Rientrato in Italia, rintracciai tutti i suoi creditori e vendetti la casa che ci aveva lasciato nostro padre per far fronte ai debiti contratti.
Durante il volo che mi portava in Italia da Dakar mi ricordai che in tasca tenevo ancora la lettera consegnatami da Keirà, la lessi:nelle prima due pagine mi raccontava quanto era accaduto al suo progetto mentre nell'ultima era contenuta una sorta di commiato che terminava con questa frase:
"Non temo la morte. Non si può avere paura di un attimo che è parte integrante e fondamentale della vita come la nascita. La vera morte è il perdere ogni sogno. La fine dei desideri, quella è la vera morte."


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