FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LET DOWN

Simone Zuin



Penso che se c'è un significato per la parola amore questo sia voler bene a una persona tanto da sacrificare la propria vita per essa.

E' come l'inizio di un film. I personaggi sono già lì, e per loro è tutto più facile. Per la scena che ho in mente io mi piacerebbe avere come colonna sonora Let down dei Radiohead. E poi c'è Adelphi, con le sue frasi del tipo "Non dovremmo soffrire tanto per queste cose, in fin dei conti sono solamente chimica!". E forse non sapeva fino in fondo quello che diceva, per questo ci si crucciava così tanto. O forse lo sapevamo entrambi, ed è per questo che tutto è andato così. La musica inizia. Un bacio. Non ci chiediamo come eravamo prima, neppure cosa eravamo prima. E' iniziato proprio tutto come in un film, non dovevamo render conto di cosa eravamo stati prima. E penso sia una cosa bella, oltre che facile. Arriva il secondo bacio, all'interno di questa stanza che dà sul mondo, con tutta la gente di provincia che cerca di essere impegnata in questo e in quello per non morire di vita buttandovisi dentro in picchiata, quella stessa vita che ti batte contro nelle giornate di primavera con il vento che promette l'estate, il periodo dell'anno da cui ti aspetti che le cose ti succedano. Ti succedano addosso. Daccapo. Il terzo bacio assomiglia al primo. Ci stendiamo sul letto, le lenzuola che profumano di pulito, la morbidezza del sonno ci prende e ci porta lontano. Cosa si può pensare in momenti del genere? Mentre io penso a tutto questo, chissà lei cosa avrà nella mente. Magari penserà che queste sono cose abituali tra ragazzo e ragazza. Io non so se sono realmente solo questo, o vorrei che fossero qualcosa di più. Qualcosa che ci ricopra lungo tutta la vita, ma senza chiuderci in una gabbia. Lei mi diceva spesso di aver paura di essere sola. E la stessa paura ce l'avevo anch'io. Avevamo spesso gli stessi pensieri. Io all'inizio rispondevo alle sue frasi "Anch'io". Ma alla fine non potevo dirle sempre questo. Lei mi rubava le parole, a volte le stesse frasi che volevo dirle io, perché erano mie in fini dei conti. Lei me le rubava per il semplice fatto di trovare il momento e il luogo giusti ogni volta prima di me. E io ho smesso di risponderle "Anch'io". Non potevo certo andare avanti una vita a compiacerla. Adelphi. Che bel nome, penso che forse le ho scelto proprio io quel nome, e lei lo sapeva, e in ogni lettera la firma copriva sempre gran parte dell'ultima facciata. Subito dopo le parole "Ti amo". Arriva il quinto bacio. E poi il quarto. Si, perché con lei era come andare avanti e indietro nel tempo, potevi rivivere anche le carezze e le mani che cercavano a vicenda sui nostri corpi. Si sta bene qui. E' bello essere qui con questa musica e con questa mia donna amata. Lasciavamo lievitare le emozioni, tanto per vedere come andava a finire. Ed è finito tutto, in un modo o nell'altro. E poi è arrivato il sonno, ci siamo stretti uno all'altra e ci siamo dimenticati di tutto. Della mia macchina da riparare. Della telefonata da fare ai suoi genitori in viaggio, che le avevano lasciato un messaggio sulla segreteria la sera prima dandole il numero di telefono dell'albergo e chiedendole di chiamare appena poteva il giorno dopo. Ce ne siamo solamente dimenticati. Di queste cose e di altro. Ma non abbiamo mica ucciso, vero? Poteva succedere ed è successo. "Io starei qui anche per tutta la vita". Certo, lo avrò pensato in mille momenti del genere, ma in qualche maniera bisogna pure reagire. Penso sia per questo che ci si sveglia. E difatti ci sono giorni in cui non riesci a svegliarti.

"Potremmo vederci domani sera, che ne dici?".
"Aspetta che sto finendo le monete". "Quanti mi costi!".
"Dai, sei stato tu a chiamare, e adesso paghi!!..eheeh...".
"Si ok, domani sera, dimmi dove".
"Davanti al ponte, ti va? Per le sei".
"Ok, ascolta ti devo salutare perché non ho più soldi. Ascolta volevo dirti che ti vogl"
Click
Ogni volta giro con le monete contate. Cazzo!


E' lo stare a un incrocio, a un bivio, che fa iniziare tutto. Mi immagino una relazione che va a rotoli, tra lui e lei, come tra me e lei. Bisogna dividersi. E dividere le cose, la casa, tutto quello che vi è dentro:ma è l'orgoglio che blocca. E' ormai da oltre l'altra primavera che non andiamo avanti con questo lavoro, ma queste cose bisogna pur spostarle, portarle via. Chi se ne va deve portarle con sé. E forse la prossima volta sarà più facile trovare qualcuno con cui potersi aiutare e consolare. Qualcuno che smuova dallo sterile chiedersi addosso "Cosa c'è che non va?". Ma è difficile che il tempo non insegni a non tollerarsi più. Non basterà forse un'altra primavera. Ci sono immagini - la bellezza - che non riesci a trattenere, che non puoi chiudere in nessun luogo con nessuna chiave. Lei non conosceva le mie difficoltà e non sapeva che stavo lottando da sempre davanti a un bivio. E non potevo certo oltrepassare quel palco in cui mi era capitato di vivere. Pensieri vigili su stereogrammi di qualche atlantide perduta nel dare e prendere delle maree.
...shell smashed. juices flowing. wings twitch. legs are going. donT geT senTimental. it always ends up dRRiveLLLL. one day. i am goiingtogrow wings. a chemical reaCtion. hysterical & useless. hysterical &let; down and hanging around...

"Sai quello che più mi fa essere triste in questo periodo è il non essere preso sul serio certo è solo un mio problema nel senso che ci sono persone che vedono la tua vita come un qualcosa che ti appartiene e che ha un suo percorso che vorresti legato al loro ma che loro invece non sentono tale non riescono a vederti come una vera figura all'interno della loro storia a volte ho paura a parlare di queste cose proprio per questo perché raccontarle è un po" creare un percorso diritto che non si interseca con nessuno e alla fine senti la mancanza di tutto quello di cui hai parlato per questo alla fine sentirò la tua mancanza come quella di tutte le persone importanti della mia vita che non ho potuto intrecciare a me in questo senso il rimanere qui è un mio problema non certo tuo o di chi mi sta attorno"."Io penso che tu non debba cambiare, non cambiare altrimenti chiudo i ponti anch'io con te"."E' che questo ruolo di assistente sociale che mi ritrovo addosso mi va stretto troppo stretto sai mi ricordo di quando mi hai detto che non ti raccontavo mai niente mentre tu mi parlavi di come andavano le cose con il tuo ex parliamoci chiaro non potevo certo dirti quello che ti ho detto cinque minuti fa non era il caso di dirti guarda che veramente c'è una persona che mi piace e sei tu come avresti reagito""Sai, penso che se mi fossi capitato tra due mesi tutto sarebbe stato più facile. E' che non voglio prenderti in giro. Non mi sembrerebbe giusto stare con te quando alle volte penso ancora a lui. Cioè non ho passato con lui due mesi, nemmeno sei o un anno. Ne ho passati quasi quattro. Sono cose che ti si attaccano dentro"."Certo capisco non voglio certo fartene una colpa mi dispiace solo che noi non ci siamo trovati in un altro momento e in un altro posto""Vedi, è che io mi sono affezionata a te e non voglio prenderti in giro. Staresti male tu e starei male anch'io. Staremmo male entrambi"."Lo so anche se sembrano frasi retoriche""Grazie! Io cercavo di essere gentile e discreta e tu mi butti merda addosso così!""Vabbe' scusa scherzavo anzi no volevo dire che quello che hai detto è vero solo che le parole che hai usato mi sembrano retoriche però il concetto l'ho capito e purtroppo non posso fare altro che mangiarmi le mani"

"Io starei qui anche per tutta la vita". Come si può non voler bene a qualcuno che ti dice una cosa del genere mentre ti sta a un centimetro dal viso e ti si sveglia accanto dicendoti proprio questo al posto di salutarti semplicemente. Ormai è quasi ora di cena, il meccanico sarà già chiuso.
"Non dovevi chiamare i tuoi oggi?".
"Naaa, me n'ero dimenticata. Che ora è?".
"Sono quasi le sette"."Ora chiamo".

Ora chiamo. Cazzo! E' un'ora che aspetto, non ce la faccio più. Sono passati un migliaio di macchine in un'ora su questo ponte, se è poco. Non può esserle successo nulla. Dai perché non sei qui? Penso che le paranoie arrivino proprio da questo mio stare in pena, non essere sicuro che anche lei mi pensa come la penso io. Com'è difficile stare assieme. Forse è meglio che non la chiamo. Aspetterò che si faccia viva lei, altrimenti buonanotte ai suonatori. Magari riuscissi a comportarmi così. Penso che starei così male da uccidermi. Vabbe', forse esagero, però non posso prendermi questi pacchi ogni volta. Mi vorrà ancora bene o non le importa più nulla di questa storia?.

"Si, ho letto alcuni suoi manoscritti" disse l'editore, dalla sua poltrona, seduto comodamente dietro alla scrivania. Anzi no, era il vicedirettore della casa editrice. Una casa minore. Sulle pareti librerie piene di libri e manoscritti di chissà quanta gente. Aspettavo che dicesse qualcosa che non somigliasse a quanto mi ero immaginato potesse dire. Effettivamente io avevo immaginato delle frasi retoriche sullo stile e tutto il resto, cose che chiunque avrebbe potuto dire, e che denotavano quindi uno scarso interesse per quanto avevo scritto. Se ci penso sono proprio quelle frasi che escono fuori quando il tuo lavoro non è diverso dagli altri. Per cui anche le frasi di chi lo legge e deve darti un giudizio non si discostano troppo da un copione che, secondo me, gli editori si imparano a memoria per liquidare la mediocrità che vive nei manoscritti di gente come me. "Mi ha incuriosito la sua scrittura perché penso sia molto cinematografica...ovvero...cioè nei suoi racconti mancano spesso il prima e il dopo, come nelle immagini cinematografiche appunto, c'è la scena e basta, non ci sono spiegazioni sullo stato d'animo che possono essere lette e percepite, ognuno può pensare ai personaggi come vuole, intendo dire a quello che hanno nella testa, o a quello che hanno vissuto e che li porta a comportarsi così...". Non era male. Forse frasi del genere non stavano nel copione. "Eppoi lo stile è interessante, anche se a volte stentato...lei mescola molto periodi brevi a periodi lunghi che sembrano non finire mai...può essere una cosa curiosa, ma non ci giochi troppo su, rischia di essere pesante e noioso, o al limite anche indecifrabile". Si vabbe', questo me lo aspettavo. "Nonostante tutto, però, lei deve andare un po' avanti, ovvero, molta gente riesce a scrivere cose del genere, però al tutto manca una struttura, serve una fine. Come pensava di finire una storia del genere?". E adesso come gli rispondo?. Con la mia solita parlantina da pseudodiplomatico attacco " Vede, io per scrivere quanto le ho dato non ho cercato un inizio, e forse non ho nemmeno la fine. Penso che quando si scrive bisogna essere sinceri, come nel parlare, come faccio io ora. Se sbaglio ora a parlare con lei potrò correggermi ma le mie parole saranno già state dette e la correzione che ne potrò fare non servirà a molto.". Lui mi guarda. "Che cosa intende?". Io lo guardo. "Intendo dire, che a volte le storie iniziano dal nulla. E' il fatto di farle finire che crea il vero problema. Quando finiscono la gente si chiede ´Cosa mi è rimasto? Che cosa hanno fatto i personaggi per me?ª Io penso che sia importante su questo livello far affezionare il lettore ai personaggi, in modo che qualunque cosa essi facciano poi lascino dietro di sé una scia, non saprei nemmeno io come spiegare". Era inutile. Ero andato avanti per un bel po' su questo tono, ma lui voleva una storia che finisse, e che finisse in un qualche modo vendibile, in tutte le accezioni che il termine comporta, per cui un lieto fine vale meno di una catastrofe a volte. Quello che volevo dire era che veramente le storie nascono dal nulla. Se ci pensate un attimo due persone si conoscono e si piacciono così, a prima vista. Come mai? Che cosa hanno fatto entrambe per farsi piacere? Non hanno fatto ancora niente l'uno per l'altra, eppure si guardano, si scrutano, si piacciono. Come cavolo si spiega? Non credo che ci possa essere solo un bisogno estetico. Io sentivo di voler stare con Adelphi, mi è piaciuta fin dal primo momento, ma perché? Lei non ha fatto nulla per attirare la mia attenzione la prima volta che ci siamo incontrati, e io nemmeno. Ci siamo solo visti, poi conosciuti, poi amati, poi... Io ho tentato di costruire una mia immagine il più interessante possibile, con dei gesti a volte spropositati, per sembrarle strano, per attirare l'attenzione, ma da dove è nato tutto sinceramente non lo so. Comunque posso dire soltanto "Che storia!". La gente ama i libri per quello che assomigliano alla loro vita. Per quanto la descrivono e l'accompagnano. Io non volevo finire la mia storia. Poi quello squillo.
Poi quello squillo anche in quello stesso ufficio dove avevo davanti il vicedirettore, che con fare elegante cambiava posizione sulla sedia ogni due minuti almeno, così mi sembrava. Fino a che si decise a farsi passare la telefonata che era in linea da alcuni secondi. Un gesto della mano aperta per bloccarmi e le parole in bocca "Scusi, solo un attimo". Poi rispose al telefono.

L'altra sera ho trovato delle lettere speditemi negli anni dell'adolescenza. Da qualche parte doveva esserci una poesia che aveva scritto Luca. Era su Kafka. Che grande.Sono K.Mi conosci?Puoi trovare le mie tracce indietro nel tempo.Vivevo in una piccola casa. Conosci il vicolo d'oro?Si, Praga.
Di notte avevo paura,
perché Il soffitto, le pareti, persino le scale che salivano dal pianterrenosi contorcevano e mi soffocavano.Davvero succedeva tutto questo.E' che non potrei più fartelo vedere perché ormai non vivo più lì.Avrei voluto comprarmi una pipaun pastrano
e un mucchio di libri.Per imparare la retorica. La dialettica, come l'arte del parlare.In fin dei conti tutto sta nel modo in cui parli,perché sei sempre sul banco degli imputatie devi far sembrare le cose a tuo favore.A me hanno poi tagliato la testa da qualche parte.
"Legno cattivo", disse stizzito il vicedirettore.

Mentre ricordo queste cose ho come un nodo alla gola. Vorrei che mi scendesse anche qualche lacrima. Ho notato che non piango spesso. Quasi mai. Forse perché sono spesso solo quando cerco di affrontare i miei mali, e se piangi e nessuno ti vede tanto vale non piangere affatto. Quello squillo, dicevo. Quello squillo me lo aspettavo da tempo. Ero stato abbastanza forte da non farmi vivo io per primo.
"Pronto?".
"Sono Adelphi".
Ho capito bene? Era lei. Mio dio, da quando l'avevo conosciuta aveva sempre fatto storie per telefonare. Diceva che aveva paura di disturbare, o che non voleva trovarsi davanti alla situazione in cui a rispondere al telefono non fossi io ma i miei genitori. Allora io la rassicuravo che di solito rispondevo sempre io al telefono quando ero a casa, anzi che era sicuro che rispondevo sempre io, per cui le facevo sapere i giorni in cui mi poteva trovare. Poi ero andato a vivere da solo, ma la cosa non era cambiata di molto. In tutto quel tempo che siamo stati insieme mi avrà chiamato una ventina di volte soltanto. Le volevo bene anche per questo. Inoltre ci vedevamo spesso fuori, per cui ci davamo gli appuntamenti al volo. Mi ricordo un giorno, eravamo appena stati ufficialmente scoperti dai suoi. Così si era fatta venire a prendere da me a casa, intendo dire mi aveva fatto entrare e aveva detto ai suoi chi ero, che usciva con me e tutto il resto. Era una cosa naturale, tanto ormai bazzicavo abbastanza in famiglia, al telefono e al campanello, da quando passavo a prenderla come amico. Insomma, lei aveva tardato un po', non mi ricordo per quale motivo, e si stava preparando. Io intanto saluto in casa e rispondo alle frasi di rito che suo padre mi rivolge attaccato comunque alla TV. Attimi che non sembravano finire mai. Poi lei arriva quasi correndo dalla camera dicendo che le dispiaceva di avermi fatto aspettare o qualcosa del genere. Mentre diceva questo si stava finendo di infilare il maglione sopra la camicia. In quell'istante sua madre le prende il maglione e le sistema il colletto della camicia, e poi le dà un bacio in fronte. Adelphi arrossisce di colpo. Io non posso che sorridere, mi si scioglieva il cuore. Quel gesto era forse più indicato lo facesse lei alla madre, indaffarata da sempre nelle faccende di casa. Eppure fu una cosa che mi piacque molto. E glielo dissi poi in macchina. Lei rise.
"Ciao. Come va?".
"Lo sappiamo entrambi come va, dai, non cerchiamo di farci del male ancora di più.."
"In fin dei conti è tutta chimica, vero?"
"Si, lo è, ma fa male lo stesso. Ascolta..."
"Dimmi". Cercavo di essere forte. Mi sembrava che nell'ultimo periodo ci scambiassimo il testimone a vicenda di volta in volta. Una volta era lei a condurre il discorso e io a voler essere consolato, facendo la parte di chi sta per perdere tutto. Altre volte, conscio di questo, perché era vero che stavamo per perdere tutto, mi dimostravo freddo ed era lei che piangeva o che chiedeva aiuto. Ci alternavamo questi ruoli. Ora toccava a me tenere le redini del gioco.
"Ascolta, penso che dovrei venire a prendere la mia roba a casa tua. Solo che non so se ce la faccio. Potresti venire a portarmela tu?". Aveva detto questo perché forse a casa si sentiva protetta, magari c'erano i suoi.
"Va bene, dimmi quando però...".
"Quando vuoi, anche adesso, cioè giusto il tempo che ti serve per preparare tutto e portarlo qui".
"Ho capito. Allora aspettami.".
"Ti aspetto.".
"...".
"...".
"Ascolta, mettiamo giù senza salutarci?".
"Forse è meglio...non serbarmi rancore...".
Click.
Finito di scaricare dalla macchina e una volta portato tutto in camera sua, ci salutammo sulla porta. Semplice no? Era un casino. Come fare?. Cosa dire?. Aspettavamo ognuno che succedesse qualcosa. Guardavamo entrambi in basso. Sai, ci sono cose che finiscono così senza motivo. Purtroppo era successo a noi, e non mi andava di accettarlo. Quello no era n semplice amore, che ne so, da liceali, manina nella manina e bacetti. Mi ero promesso di ritirarmi per un mese in casa a piangere, come se servisse a qualcosa. Quello che più di tutto mi dava fastidio era che tutto attorno a me era rimasto uguale. La mia casa era sempre allo stesso posto. Arrivavano sempre le stesse bollette da pagare. Le visite dei miei e dei miei amici accoppiati da una vita. Le cose cambiavano solo per me e per Adelphi. Sarei diventato intrattabile, intollerabile. E allora come si fa? Non lo sapevamo nemmeno noi. Ci chiedevamo entrambi come poteva essere che pur volendoci così bene, un bene che nessuno dei due aveva mai raggiunto prima, le cose non funzionassero più. Era come se avessero decisero loro per noi. E allora ci chiedevamo anche da dove erano iniziate. Avevo paura anch'io che quella sera la mia casa mi inghiottisse. O forse non vedevo l'ora di coricarmi affinché questo avvenisse. Alzammo entrambi lo sguardo e ci guardammo. Ognuno nell'immagine che aveva degli occhi dell'altro, ovviamente. Non avevamo il coraggio di guardarci veramente. Così immaginammo di guardarci negli occhi per un'ultima volta. Immaginammo di darci un ultimo bacio d'addio, urtandoci con le guance e con le lacrime che vi scendevano. Ci immaginammo tutto forse, tranne il dolore e il motto istintivo di voltarci prima di salire in macchina io, prima di rientrare in casa lei. Ci capitò di incrociare gli sguardi. Abbiamo aspettato ancora un po' prima di sparire.
Era tutta chimica. Ma faceva male lo stesso.
...shell smashed. juices flowing. wings twitch. legs are going. donT geT senTimental. it always ends up dRRiveLLLL. one day. i am goiingtogrow wings. a chemical reaCtion. hysterical & useless. hysterical &let; down and hanging around...


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