FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA VITA E' SOGNO

Ursula




Dave Brubeck. Una voce maschile diceva che Marco e Mattia non erano in casa. Poi, un bip poco umano. Marco sorrise ed ascoltò la voce cupa del padre. "Mattia, cambia il messaggio, perfavore... lo sai... la mamma... non ti chiama più lei per via della voce di Marco. E poi anche a me fa venire i brividi. Questo non è un ricordo, è una voce ancora viva. Chiamami." Marco guardò la segreteria telefonica; le parole del padre gli erano sembrate incomprensibili e paralizzanti; avrebbe voluto rispondere, ma qualcosa glielo aveva impedito. Fece il numero di casa dei genitori con un'ansia strana, immotivata, ma non riusciva a formare il numero giusto, come se il disco girasse per conto proprio, come succede nei sogni. Di colpo ebbe la precisa sensazione di trovarsi nel posto sbagliato. Dio mio, com'era grigio quel pomeriggio. Solo il cielo bianco sembrava non accogersene, basso sull'asfalto, in quell'afosa domenica d'agosto, la fata Morgana bagnava la strada, mentre un ragazzo un po' curvo la attraversava, due piani più in basso. Marco lo seguì con lo sguardo fino al marciapiede opposto. Aveva un'aria familiare e per un momento credette che fosse Mattia. Ma no, non poteva essere. Era più alto, forse all'incirca come lui. Stessa figura, stessa camminata. Stesso cappotto. Il ragazzo si fermò e si voltò, guardando in alto. Verso la sua finestra. Marco, protetto dalle veneziane, vide i loro sguardi incrociarsi. Vide il suo volto teso, stanco, forse un po' stupito; vide se stesso solo come è possibile in un brutto sogno, in cui piani temporali e spaziali si accavallano svogliatamente, ignari paradossi. Il suo volto doppio sembrava domandarsi di chi potesse essere quella sagoma che intravedeva dietro le veneziane socchiuse della sua stanza, al secondo piano. Mattia non era in casa, ne era certo. Con gli occhi fissi alla finestra fece qualche passo verso la casa, ma si fermò impietrito in mezzo alla strada. Adesso le veneziane erano aperte ed un ragazzo lo fissava terrorizzato. Aveva i suoi stessi occhi. Il cuore di Marco cominciò a battere all'impazzata e le sue mani nervose cercarono di aprire la finestra; sembrava bloccata. Cercò di urlare qualcosa per fare indietreggiare la sua immagine, ma la sua voce era paralizzata, indifferente alle mascelle doloranti e alle ruote arroganti che si avvicinavano. Marco smise di respirare e fermò ogni cosa accanto a sé. L'afa divenne di colpo insostenibile ed omicida. Solo un rumore sempre più forte, ignaro di quello che stava succedendo, lo raggiunse alle spalle. L'ultima cosa che sentì fu il clacson che gli urlava nelle orecchie.




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