FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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POESIE

Luciano Somma




A LAURA

Con la matita degli anni
il tempo disegna
sul tuo volto - ancora bello tanto -
ad ogni tuo genetliaco
una ruga.
Laura
come vorrei
che il congegno perfetto
sincronizzato
dell'orologio del destino
si fermasse - come per un miracolo -
e si spezzasse - amore -
Laura
come vorrei che lo specchio
non ti dicesse
parole crudeli
e tu non ti accorgessi
dei tuoi seni maturi
del tuo ventre floscio
dei tuoi fianchi adiposi.
Ma ricorda che anche quando
i tuoi capelli bianchi
ed il tuo corpo goffo
(solo agli occhi degli altri)
ti faranno pensare:
è finita
io vedrò smpre in te
Laura
lo splendore dei tuoi vent'anni.



LA RESA

Sei la memoria della mia tristezza
il brivido di gelo della mia carne
l'urlo della mia rabbia ingigantita
dal perpetuarsi quotidiano
dei miei pensieri zingari
nel caos cittadino
il rumore assordante d'un antifurto
il martellante suono d'un pianoforte
l'incessante battito della lamiera
della vicina carrozzeria
per te lontana dalla mia pazzia
tutto è diverso
lassù in collina nel giardino
(un giorno nostro ed ora solo tuo)
starai piantando un altro seme
libera e silenziosa
coi petali di rosa tra le dita
ed io non ho la forza
di gettare via
questa stupida maschera d'orgoglio
per venire da te
e mi abbandono
nel tormentoso mare dei ricordi
e questa resa credimi
è un inferno



IL MONTANARO

Seduto ai piedi
d'una vecchia quercia
le rughe sul volto
raccontano il tempo
trascorso sui monti.
Chissà da quant'anni
ha vissuto quassù
dove gli alberi baciano il cielo
ed il sole è vicino
Dio il suo compagno più caro
l'amico al quale affidare
monologhi lunghi, preghiere.
Il vecchio oggi è triste
i figli lontani hanno scritto
che non torneranno a Natale,
beffardo un canto d'uccelli
gli fa ricordare
la sua solitudine
stanca.
Vorrebbe fermare
il vento
che soffia
sui lunghi capelli
di neve,
vorrebbe gridare
agli alberi antichi
che sente dolore
ma resta di pietra
là immobile.
Per la prima volta
ha paura...



CASBA

Tra i vicoli
dove l'estate
il tanfo di sudore
è insopportabile
e l'aria
si deve guadagnare
dove il cuore
batte aritmico
per diventare affanno
e l'ansia dell'esistere paura
nell'inquietudine
troppo manifesta
che imbavaglia
qualsiasi aspirazione
finanche la più umile
il pane è troppo duro
da masticare
e la vita prenatale
già decisa
da un destino
confezionato su misura
dal sarto dei pezzenti
per un figlio della Casba
tra mani senza tempo
e voci urlanti
una distesa di verde
è un miraggio
il sole è gelo
i lamenti
sanno troppo d'antico
per essere ascoltati.




NON FU L'AMERICA

Un din don dan festoso di campana
faceva da contrasto
scandendo il tempo della tua partenza
padre
negli occhi avevi
non solo il luccichio della tua zappa
ma l'amaro distacco
l'impotenza
della rabbia repressa dei vinti.
Sulla porta lasciavi
non solo noi
ma una parte di te che se ne andava.
Non fu l'America
come tu la sognavi
la terra che ti accolse e ci divise
ma la tua croce
(anche se nelle lettere con incerta grafia
sapevi ingigantire
il tuo scontato ruolo d'emigrante)
nun puoi sapere - padre -
che ora nel tuo campo il melograno
con il nostro lavoro è già fiorito
né puoi sapere
che Ronny - il bastardino -
ce l'hanno avvelenato l'anno scorso
sei già in un'altra America
cantando: "ITALIA D'OR " tra i cherubini.



PERCORSI D'INFINITO

Sdraiata sul divano
drogata dalla teledipendenza
tuo svago quotidiano
è il succo amaro della tua esistenza
figlia d'un Dio distratto
saranno forse questi i tuoi domani
un amore disfatto
con la vita che sfugge dalle mani.
La resa è prematura
coi rosari di giorni chiusi in gabbia
e ciò che mi tortura
un divenire frantumato in sabbia.
Ma un'altra primavera
ti costruirò mattone su mattone
sarà una villa a schiera
a farti uscire da questa prigione
e gocce di rugiada
daranno nuova linfa e colorito
al volto della strada
coi neonati percorsi d'infinito.



NON HANNO SENSO

Ma come può sorridere il mattino
ad occhi che non vedono futuro
subendo l'impotenza del dolore
nei casolari dove il pane è duro
tra lacrime di pietra c'è il tramonto
in un abisso senza più memoria
senza più luce tra i sopravvissuti
per potere inventare un nuovo sole
addio
alle armonie rubate ad un'infanzia
ferita ed umiliata genuflessa
nell'inutile attesa d'una Pasqua
violenza di speranza crocifissa
addio
a cieli tersi e voli d'aquiloni
agli olivi divelti dalla sorte
non hanno senso più l'odio e l'amore
sa di bestemmia la parola morte



PERDONATECI

Perdonateci
questa dannata voglia
di vivere in un mondo
a forma di colomba
e non tra fiori finti
perdonateci
se rifiutiamo limiti e frontiere
e trasformiamo
fili spinati in palpiti d'amore
non ci è concesso forse d'impazzire?
Che razza strana
siamo noi poeti
specie che spesso va
controccorente
volando verso cieli tersi
liberi
perdonateci
per questo nostro
osare.



BRONX

E' una nota stonata
il palpito d'un poeta
in questo Bronx
non può sintonizzarsi nell'etere
dove i suoni
hanno ritmi di rabbia
tra uragani criminali
su tamgenziali di camorra
la voce del mare è lontana
anni luce
come distante - fin troppo -
il volo d'un gabbiano
non parlate mai d'amore
in questo Bronx
tra orge di sensi in delirio
sareste derisi
qui Cristo è il Giuda del momento
Dio un padre snaturato
la Madonna un quadro oleografico
come punto di riferimento
da invocare nel momento del bisogno
in questa giungla
dove l'urlo di Tarzan
diventa legge
l'uomo
è solo un nome da dimenticare.



DATEMI

Datemi l'aria vergine
dove non c'è rintocco di campana
che suona ad ogni attimo
rabbiosamente musica di morte
voglio il respiro
della dimenticata primavera
con la sua aurora e il canto d'usignolo
coi prati che profumano di viole
il mio non è un pensiero ergastolano
se cerca di volare ancora libero
stagliato in alto verso un cielo limpido
nella speranza dell'umano credere
datemi la certezza nelle lacrime
d'un bimbo slavo mutilato ed orfano.



ROUTINE

Da una vita
mi porto addoso
un nome
dentro
le mie ansie
una poesia mai scritta
fuori
tutto il resto
è soltanto
routine.



SI RESTA QUI

Si resta qui
a guardare gli uragani
una ruota girare all'incontrario
i treni fermi oziare sui binari
seduti su una comoda poltrona
si resta qui
tra oggetti inanimati indifferenti
disassociati ormai dal divenire
d'un altro giorno che sarà diverso
solo per chi lo vive in prima linea
si resta qui
nel guscio d'una squallida conchiglia
fieri d'un egoismo ch'è sovrano
che regna dentro al corpo e nella mente
che forse non ha più nulla di umano
si resta qui
a contare il trascorrere dell'ora
volta sicuramente all'imbrunire
in lenta attesa d'una lunga notte
si resta qui e restando è un po' morire.


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