FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA ROCCIA E IL MARE

Mick Reets




- No, non è vero! Non avrei mai potuto fare una cosa simile! -
Mentiva. Mentiva così profondamente da essere convinto egli stesso delle proprie parole. Gli altri lo stavano guardando, i volti impassibili non lo aiutavano di certo a capire quale sarebbe stato il verdetto.
La stanza era grande e male illuminata, una lampadina fioca pendeva dal soffitto umido trasformando in maschere i volti degli Accusatori. Il Primo si alzò e cominciò il "processo".
- Lei è accusato formalmente di aver tentato di apparire diverso da sé stesso, cosa ha da dire in sua difesa? -
Non rispose, lo sguardo che fino a pochi istanti prima vagava assente da un punto all'altro della sala trovò temporaneo rifugio nelle scarpe di cuoio marroni. Sapeva che quella domanda faceva parte del rito, significava solo che non poteva più tornare indietro: o colpevole o innocente, non esisteva una terza possibilità. Come era finito in quella situazione? Come era possibile che Lui, proprio Lui fosse l'imputato?
- Il qui presente signor M. ha più volte mostrato lati personali non consoni alla sua vera indole,- cominciò il Secondo - e questo, come tutti voi sapete, è un grave reato; un reato punibile con il massimo della pena. -
Gli spettatori erano attenti; mentre ascoltavano la formulazione dell'accusa avevano occhi cupi, pensosi. Ognuno di loro sembrava perfettamente consapevole del proprio ruolo; dalla modesta seggiola pieghevole sulla quale era seduto, ogni uomo sembrava irradiare un alone di fermo disprezzo che andava a conficcarsi nelle ossa di M. facendole tremare.
M. li guardò, uno ad uno, lentamente. Sentì che l'aria diventava pesante, respirare gli era sempre più difficile, si sentiva come soffocato dalla consapevolezza della propria colpa. La sensazione di essere il bersaglio di tutti quei pensieri lo immobilizzava, soltanto in quel momento si rese conto di essere completamente solo. Nessuno lo avrebbe difeso, nessuno avrebbe sprecato l'occasione di veder punire un uomo; assistere all'agonia morale di un individuo rende consapevoli della propria serenità.
Eppure l'esistenza di M. fino a quella mattina non era stata niente di speciale, né nel bene, né nel male; la sua vita si era dondolata tranquilla tra momenti di media serenità e momenti di media disperazione, insomma nulla di diverso dalle mille altre vite che gli erano passate accanto. In generale, chi inciampa nella legge lo fa o per ignoranza o per volontà propria; la situazione di M. non rientrava in nessuno di questi due casi: pur sapendo che il camaleontismo sociale era proibito, la sua volontà non c'entrava niente. Cercare di afferrare la stima degli altri era connaturato al suo carattere, non riusciva a stare di fronte a una persona senza tentare di assecondarla, di scendere sul suo terreno. Le accuse che gli venivano rivolte erano dunque più che fondate ed M. sentiva che la sua posizione perdeva ogni solidità, anzi, a dire la verità, tutto nella sala stava diventando vago; i contorni cominciavano a perdersi e a confondersi, perfino gli Accusatori non erano che ombre scure confinanti l'una con l'altra.
Improvvisamente, proprio in quell'atmosfera immateriale, M. ebbe la visione che avrebbe cambiato definitivamente la sua vita. Era notte. Davanti a lui stava un mare sconosciuto, nero, denso. Sentiva il pulsare senza sosta delle onde contro gli scogli, non c'era la luna e le stelle sembravano cadergli addosso. Non sapeva dove fosse e come fosse arrivato in quel posto, eppure sentiva qualcosa di familiare. Ciò che lo colpì fu la solitudine disperata che pareva salire dal fondo del mare fino ai suoi occhi, come una scossa leggera, si ripeteva ad ogni onda con terribile regolarità. Piano piano, M. si accorse che in quella regolarità c'era qualche cosa di nuovo, una forza gentile lo spingeva verso il limite della terra. Allora il mare gli parlò. -Guarda straniero, guarda la mia battaglia. Io combatto, contro la roccia, contro il vento e contro gli uomini. Non mi sono mai fermato. Ti può forse sembrare inutile che mi affanni a detestare la terra, a cercare di piegarla al mio volere; eppure io vivo di questa lotta. La roccia con la sua superbia non si cura di me, se ne sta immobile sfidando la mia forza, sembra immutabile. Le rupi che non posso raggiungere mi guardano divertite, mi considerano debole rispetto a loro. Noi siamo sempre uguali, dicono, sempre ferme. Tu sei costretto a muoverti da un solo soffio di vento, perfino la luna ti solleva e ti lascia cadere quando vuole. Io non rispondo, e mentre loro parlano e ridono di me, strappo caparbiamente qualche granello alla roccia che è troppo presa a contemplare la sua nobiltà per accorgersene. Poi, un giorno avrò rubato tanti granelli che la rupe irraggiungibile dovrà cadere in me ed io la possederò. E' vero, io sono molle, mi lascio guidare e condurre dal vento ma niente può davvero cambiarmi perché in me è il segreto della vita. Non farti ingannare dalla apparente verità della solidità uomo, la mia debolezza è forza nel tempo, la loro forza è solo illusione. Sii molle, non vedi quanto sono povere le rocce che credono che respingere ciò che è diverso sia un segno di grandezza? La vera grandezza sta in me straniero, io accolgo tutto dentro il mio ventre e non rinnego nulla. Tutto mi appartiene.-
La stessa forza che aveva spinto M. ad ascoltare il mare, ora lo trascinava indietro. Di nuovo la vista gli si annebbiò e davanti agli occhi tornarono le ombre scure e la stanza e il pubblico. L'Accusatore stava ancora spiegando la terribile colpa di M. e chiedeva una condanna severa - affinché un fatto così grave come la mancanza di coerenza e solidità interiore non debba mai più ripetersi.
A quelle parole M. capì il senso della sua visione. Loro erano le rocce e lui il mare, Loro erano i poveri e lui il ricco, Loro erano immobili e cercavano di rendere tale anche lui. Era tutto così chiaro adesso, il disprezzo che l'aveva fatto tremare solo pochi momenti prima non significava più niente; attraverso nuovi occhi M. vide nelle parole degli Accusatori il segno della loro stessa miopia: non avrebbero mai compreso come la solidità fosse il peggior carcere al quale un uomo si potesse condannare.




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